Nel 2005 Claudia Piñeiro pubblicava un romanzo memorabile, Tua, libro che sovvertiva con intelligenza e genio le regole del genere noir. Si trattava della storia di Inés, moglie di Ernesto, che scopriva di essere tradita dal marito e che poi assisteva a un omicidio commesso proprio da lui, ma si trattava anche della storia della loro figlia, Lali, rimasta incinta a sedici anni. Era il racconto di un assassinio e di un aborto mancato. Quasi vent’anni dopo, nel 2022, Piñeiro ha dato alle stampe il seguito, Il tempo delle mosche, con Inés che è uscita dal carcere (spoiler, come suol dirsi) e ha aperto una ditta di disinfettazione domestica e investigazioni private.
Il tempo delle mosche è un grande romanzo, molto diverso da Tua e probabilmente migliore, più ricco. È un libro – qui passerò alla prima persona – che mi ha fatto piangere, cosa rarissima per un “noir”, posto che le catalogazioni valgano per la narrativa di Piñeiro.
Nei romanzi di Claudia Piñeiro le trame sono importanti, come è naturale per un’autrice di “thriller”, ma non quanto le sue strutture narrative. Se in Tua si procedeva alternando i capitoli della figlia incinta a quelli allucinati e incalzanti di Inés che vuole vendicarsi, in Il tempo delle mosche i punti di vista si moltiplicano, da Inés alla sua ex compagna di carcere Monca alla figlia di Inés e alla misteriosa e terribile Bonar, fino a un coro di voci che si rifà alla Medea di Euripide e che spazia fra il saggio e il pamphlet e – appunto – a un coro che è quasi teatrale. Tuttavia ciò che più mi ha colpito in questo romanzo, oltre alla bellezza e al pathos di una storia che è anche commovente, è la capacità a un tempo artistica e politica di Piñeiro di affrontare i grandi temi culturali e sociologici dei nostri tempi, ossia, principalmente, le battaglie femministe che si sono imposte in occidente negli ultimi decenni.
Ho sempre creduto, con la ferma convinzione dei testardi, che ciò non potesse essere fatto, almeno non ancora, che un romanzo che si spinge addirittura ad affrontare il tema dello schwa non potesse che essere un fallimento, perché la letteratura ha spesso bisogno del “senno del poi” per raccontare efficacemente il proprio tempo. Invece Inés Pereira – divenuta ormai Inés Experey, essendosi rivoltata al proprio cognome di moglie – mi ha commosso, lo ripeto.
Inés è una donna che ha sbagliato ma che ha mantenuto intatta la propria dignità, o che ha saputa ricostruirsela. È una ex galeotta, e, come pensa a un certo punto Guillermina, la sua giovane nipote (nella traduzione di Michela Finassi Parolo; tutti i libri di Piñeiro sono pubblicati in Italia da Feltrinelli), “se dopo avere scontato la pena non hanno diritto a una nuova vita, il sistema carcerario è una bufala, perché la pena sarebbe per sempre”. Chi ha sbagliato e pagato per i propri errori sa quanto possono valere queste parole.
Scrivere può essere anche un atto politico; Il tempo delle mosche insegna anche questo. Chi, come me, è talora refrattario ad ammetterlo sarà lieto di ricredersi con un romanzo che è innanzitutto una grande avventura narrativa e – sì – poetica. Il titolo nasce da una frase di Marguerite Duras e da un’altra di Augusto Monterroso, oltre che, come spiega Inés nel finale, dal fatto che per le mosche il tempo passi più lentamente che per noi. Duras diceva che “la morte di una mosca è la morte”, ma Inés Experey ribatte che non dovremmo ucciderle né guardarle morire, le mosche. Probabilmente ha ragione. I grandi romanzi sono quasi sempre storie di pietà e perciò hanno molto da insegnarci. Forse persino commuoversi può essere un atto politico; di certo può esserlo leggere, come (talvolta) lo è scrivere.
Edoardo Pisani*
*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.
Sulla collina di Tlachtga, i druidi si radunavano alla vigilia di Samhain per offrire sacrifici agli dèi e celebrare il rito del fuoco. Tutti i focolari d’Irlanda dovevano essere spenti: soltanto da quella fiamma avrebbero potuto essere riaccesi.
È la cerimonia descritta dallo storico Geoffrey Keating nella sua storia d’Irlanda, scritta nel Seicento. Tlachtga, oggi conosciuta come Hill of Ward, nella contea di Meath, appare nel suo racconto al centro di un territorio immerso nell’oscurità. Il raduno dei druidi lega la collina a Samhain, uno dei grandi passaggi del calendario gaelico, celebrato all’ingresso di novembre.
Molti secoli dopo l’epoca precristiana, Keating tramanda una cerimonia della quale non possiamo ricostruire con certezza lo svolgimento. Rimane la forza di un’immagine in cui un’intera comunità attende la stessa fiamma prima di ritrovare la luce.
Anche il nome della collina custodisce una leggenda. Tlachtga sarebbe stata una druidessa, figlia del potente Mog Ruith. Insieme al padre avrebbe viaggiato per apprendere le arti magiche da Simon Mago, il personaggio biblico che il racconto irlandese trasforma nel loro maestro. La vicenda è tramandata nei Dindshenchas, raccolte di storie sui luoghi d’Irlanda elaborate in diverse forme fra l’XI e il XIII secolo.
I tre costruiscono la Roth Rámach, una ruota capace di trasportarli nell’aria e dotata di poteri distruttivi: secondo la leggenda, chi la guardava rimaneva accecato e chi la toccava moriva.
Durante il viaggio, i tre figli di Simon Mago violentano Tlachtga, che rimane incinta. Tornata in Irlanda, la druidessa muore dando alla luce tre bambini sulla collina che prenderà il suo nome. Il monumento viene così associato alla sua sepoltura e a una festa celebrata in suo onore. Il luogo custodisce la memoria della donna, della sua conoscenza magica e della violenza subita.
Nel paesaggio della leggenda rimangono le tracce di una lunga frequentazione umana. Gli scavi archeologici hanno restituito ossa animali, carbone e segni di grandi fuochi. Questi ritrovamenti non consentono di confermare il rito narrato da Keating: la collina conserva una storia che conosciamo soltanto in parte.
Il legame fra luoghi e presenze soprannaturali attraversa le narrazioni di Samhain. Un tumulo può rivelare l’ingresso di un síd, una dimora degli esseri dell’Altromondo, e aprirsi al passaggio degli uomini.
L’Altromondo irlandese non coincide semplicemente con il regno dei morti. È una realtà soprannaturale vicina a quella umana, nella quale il tempo e le stagioni possono seguire un corso diverso. L’espressione oggi familiare del «velo fra i mondi che si assottiglia» rende questa vicinanza. Nei racconti essa prende la forma concreta di dimore che si aprono e presenze che diventano visibili.
Una delle narrazioni più inquietanti è l’Avventura di Nera, racconto medievale ambientato alla corte di re Ailill e della regina Medb, a Cruachan. Durante il banchetto di Samhain, il re promette una ricompensa a chi avrà il coraggio di uscire nella notte e legare un ramoscello al piede di un impiccato.
Nera accetta la sfida. Raggiunto il patibolo, tenta di fissare il ramoscello, ma il cadavere prende la parola e gli spiega come riuscirci. Gli chiede poi di essere trasportato fino a una casa per bere. Nera asseconda la richiesta e infine riporta il morto al suo posto.
Tornando verso la corte, vede la fortezza in fiamme e incontra una schiera di esseri soprannaturali, che segue dentro un síd. Qui una donna gli rivela che la distruzione alla quale ha assistito è una visione di ciò che accadrà al Samhain successivo, se nessuno interverrà. Nera torna quindi ad avvertire Ailill e Medb, portando frutti estivi come prova del viaggio compiuto durante l’inverno. Alla corte, intanto, il banchetto non è ancora terminato.
Il racconto rende incerti persino il tempo dell’esperienza e quello dell’attesa. Per incontrare il soprannaturale è bastato uscire dalla sala: la strada conduce ancora al patibolo e alle case vicine, ma può diventare anche il percorso verso un mondo del quale gli uomini ignorano le leggi.
Chi legge fantasy riconoscerà le dimore sotterranee, i passaggi nascosti, gli esseri fatati affascinanti e minacciosi, il tempo che trascorre diversamente da quello umano. Dalla tradizione scozzese provengono anche i nomi Seelie e Unseelie, ripresi dalla narrativa contemporanea per le sue corti fae. Seelie richiama la buona sorte e la benedizione; Unseelie il loro contrario. Le denominazioni distinguono esseri più favorevoli agli uomini da presenze ostili, senza garantire che i primi siano innocui.
Le tradizioni irlandesi e scozzesi hanno caratteristiche proprie. Il fantasy le accosta e le rielabora, organizzando spesso in regni e gerarchie ciò che il folklore lascia più incerto. Dietro quelle costruzioni letterarie sopravvive il rischio dell’incontro con esseri che non condividono le regole umane.
Anche la ricorrenza ha attraversato trasformazioni e sovrapposizioni. La storia di Halloween intreccia tradizioni gaeliche, usanze popolari e celebrazioni cristiane. Non possiamo seguirla come se un’unica cerimonia fosse rimasta identica dall’antichità a oggi.
Nell’Ottocento gli emigranti irlandesi e scozzesi portarono negli Stati Uniti le proprie consuetudini. Anche le lanterne cambiarono aspetto: le zucche americane, più facili da lavorare delle rape, finirono per diventare il simbolo della festa. Nei decenni successivi Halloween assunse progressivamente, attraverso ulteriori adattamenti, la veste commerciale oggi diffusa anche fuori dagli Stati Uniti.
Una tradizione cambia insieme alle persone che la celebrano. La banalizzazione comincia quando la sua dimensione commerciale occupa tutto lo spazio, lasciando nell’ombra i racconti e i significati che l’hanno attraversata.
Su questo concordo con il giornalista Donald Clarke, che sull’Irish Times ha criticato il modo in cui gli Stati Uniti hanno assorbito la festa irlandese, trasformandola in un’impresa commerciale per poi rivenderla agli stessi irlandesi.
La tradizione attraversa l’oceano e ritorna sotto forma di costumi confezionati, dal cowboy al personaggio di un film horror, decorazioni e «trick or treat». Nel suo allestimento commerciale, il confine incerto fra il mondo umano e l’Altromondo diventa una scenografia da acquistare e riporre dopo la festa.
Si può amare Halloween, divertirsi con i suoi eccessi e voler conoscere ciò che rimane dietro la vetrina di un negozio. A me interessano ancora il fuoco di Tlachtga, la druidessa della leggenda e le colline dell’Altromondo.
Le ragnatele sintetiche si rimettono in una scatola. Quelle storie continuano a inquietare anche quando ottobre è finito.
Irene Finco(Libreria di Anya)*
Fonti principali:
– Anthony Murphy, Tlachtga: mythology and archaeology of Ireland’s most important Samhain fire festival site, Mythical Ireland, 2025.
– Neil Jackman, articoli sugli scavi di Tlachtga, TheJournal.ie, 2014.
– From Ancient Samhain to Modern Halloween, Ireland’s Folklore and Traditions, 2018.
– Donald Clarke, Halloween is American?, The Irish Times, 2024.
*Irene Finco: Laureata in Lettere moderne a Ca’ Foscari, curo Libreria di Anya (@anya_books_), un progetto dedicato alla lettura e alla critica letteraria, con particolare interesse per il gotico, il fantastico e il perturbante.
C’è stato un tempo in cui le genti si muovevano nel Mediterraneo.
Da Oriente verso Occidente.
Dall’Egeo verso il mare grande come Oceano che circondava terre, isole, penisole; mostrava approdi accoglienti ed alte falesie, spiagge e fiumi che su quelle sfociavano e grandi montagne che si innalzavano al cielo superbe come l’Olimpo e belle come il Parnaso. E promontori accoglienti popolati da gente che arava la terra e a sua volta addomesticava il mare per ammansire la vita, questa volta, non per gloria o fuga o ostracismo…
I Fenici arrivavano dappertutto, disseminavano civiltà, raccontavano il mondo dall’altra parte del mare e poi se ne andavano e c’erano i Greci che cercavano nuove patrie, nuove terre.
La civiltà incede attraverso terreni accidentati e percorsi pieni di insidie.
Vi erano guerre e lotte intestine dentro le “Polis” ed esse producevano migranti.
La guerra di Troia disseminò profughi in tutto il Mediterraneo.
Dalle sponde africane alla penisola italica prima ancora che essa divenisse Magna Graecia.
Enea ed i suoi compagni giunsero in terra Messapica.
L’eroe destinato dal fato a creare la storia di Roma proseguì.
Alcuni suoi compagni si fermarono.
A Castro vi era un promontorio che sembrava riproporre i luoghi dei Dardanelli e vi crearono un nuovo Palladio.
Diomede non raggiunse mai Argo, la sua vecchia patria e peregrinò lungo le coste italiche fondando ovunque città e dando il suo nome alle Diomedee, i gabbiani dalle grandi ali posti da Athena, finalmente pietosa, a custodia del suo ricordo lungo le coste garganiche e sulle Isole Tremiti.
Cominciava a diffondersi il mito delle terre d’Occidente dove avevano trovato rifugio gli eroi vittoriosi e vinti della guerra di Troia senza distinzione di appartenenza ormai.
E nei secoli a venire prese forma la Magna Graecia.
Dall’Eubea e dalla penisola attica di Calcide partirono quanti non sopportavano tiranni e confini.
Dall’altra parte del Mare vi era una terra senza confini e tutta girata da esso.
E crearono colonie ovunque e rinominarono quella terra Magna Graecia.
Da Reghion a Ortigia, da Zancle a Taras, a kroton a Pithecusa, a Cuma, a Paestum ed Elea, a Megaride, a Palepolis e Neapolis fu tutto un fiorire di città e di civiltà che avrebbero oscurato la Madre Patria e conquistato il mondo.
Gli Dei antichi avevano assegnato agli Eroi il destino di fecondare il Mediterraneo.
Essi, per un oscuro lascito del destino delle genti, si dimenticarono dei naviganti stanchi, dei guerrieri senza più patria, delle genti fuggite e riparate in luoghi nascosti per ritrovare un pò di pace e continuare a vivere inseguendo la speranza.
E scesero a terra mentre le navi gloriose procedevano la loro navigazione verso Cartagine e verso mari profondi e golfi capienti e fertili pianure dove finalmente fermarsi e creare le loro città orgogliose, cinte di mura e impreziosite da grandi templi e nobilitate da superbe acropoli e agorà e terme e palazzi e ginnasi e accademie.
Costoro portarono con sé la lingua come unico ricordo della madre patria, perché la radice era stata ormai divelta.
E accanto alle gloriose città nacquero piccoli villaggi, isole in terra ferma appena a ridosso della costa ma da essa distanti per non suscitare invidie o desideri di conquista.
E nacquero le isole grecaniche. In Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia.
In terra Messapica, sul versante Adriatico, nacque la Graecia Salentina.
Un frammento di Grecia incuneato tra i Messapi, senza desideri di conquista o di grandezza.
Non grandi città, né mura poderose e templi furono costruiti.
Solo villaggi vennero creati, in pace con la gente del posto con la quale via via si confusero.
Parlavano il Greco.
Nessuno conservò il ricordo da dove fossero arrivati.
Dalla Grecia, dall’Oriente, rispondevano a chi glielo chiedeva. Senza aggiungere altro.
E coltivavano la loro lingua come si coltiva un santuario e la praticavano come si pratica la vita quotidiana e la tramandavano ai loro figli come il patrimonio più prezioso e la proteggevano come si protegge il ricordo di sé.
Vissero in pace con i Messapi e poi con i Latini, i Bizantini, Normanni, Arabi, Spagnoli e Francesi. Divennero cristiani e si riconobbero nell’epopea di Thuria, la città Messapica divenuta Roca. Roca Vecchia. Con tutti si mischiarono ma la loro lingua non la dismisero mai.
“I Greci”, li chiamavano gli altri per sottolineare la loro pervicace volontà di restare ed essere tali, nonostante passassero i secoli ed anche i millenni.
Si erano portata la lingua ma non l’alfabeto, quei profughi, a testimonianza dell’epoca ancestrale in cui essi giunsero.
La sapienza antica, ma anche le storie quotidiane fatte di saggezza, di prudenza, di senso del limite e della misura, tutto racchiuso nella “Sopfrosyne”, si tramandava con la parola. Non c’era bisogno della scrittura e quindi dell’alfabeto che la codificasse.
Gli aedi e cantastorie raccontavano le epopee antiche e tramandavano i ricordi.
Omero stesso era stato un aedo prima di dar forma scritta ai suoi poemi. Il principe degli Aedi.
E Demodoco alla corte di Alcinoo era un vecchio aedo e cieco. Egli raccontava con il miracolo del logos la storia di Troia.
Egli svelò, con l’incedere poetico della sua voce, l’identità di Odisseo, il quale pianse, narrando la storia di Troia e dell’inganno del grande Cavallo che la portò alla distruzione con le tragedie che ne scaturirono per l’ira degli Dei e l’arroganza degli uomini.
Nell’isola grecanica Salentina la lingua greca non morì mai.
Subì contaminazioni con le lingue romanze, come sottolineato da Rina Durante indimenticata interprete della cultura che su di esse era cresciuta.
D’altronde anche i suoi abitanti si mischiarono con quelli del posto.
Nacquero famiglie miste e le storie dei paesi si intrecciarono.
Ma i “Greci” conservarono come un tesoro prezioso la loro lingua e pazienza se quella lingua non aveva l’alfabeto della madre patria.
Gli eredi degli ultimi aedi presero a scrivere quella lingua con l’alfabeto latino, la innervarono con termini giunti dalle lingue romanze eredi della lingua latina ma non rinunciarono mai alla loro lingua.
E come avrebbero potuto?
Era lì l’origine stessa della loro storia.
Tornarono in Grecia.
Nel dopo guerra, a pericolo nazi-fascista scampato, raggiunsero Atene.
Raccontarono ai governanti moderni della nazione ellenica la loro storia.
Lo fecero parlando la loro lingua che era rimasta ancorata ai millenni passati pur se ormai anch’essa zavorrata di termini moderni oltre che innervata di parole romanze.
I greci di Atene li riconobbero come loro fratelli.
Donarono loro delle stele che fissassero in maniera indelebile la loro provenienza.
Ma quel popolo era popolo minuto.
Non vi erano eroi tra di loro e tutti strappavano la vita, che era dura.
Arando e zappando la terra, remando e pescando in mare, inventandosi mestieri e cercando di traghettare le loro comunità verso il progresso che intanto era diventato una specie di moloch che tutto divorava.
Arrivava dall’industria quel progresso.
La gente emigrava, spediva soldi a casa e imparava un mestiere. L’edilizia prosperava e anche l’industria, per quanto asfittica, metteva radici.
I Craunari erano completamente scomparsi.
Erano costoro i custodi dell’arte di creare dalla legna i carboni.
Nelle campagne e nella macchia essi innalzavano delle cataste di legna, come le antiche pire degli eroi omerici, le ricoprivano di terra e mettevano fuoco.
Questo ardeva lento, lento.
La trasformazione della legna in carbone richiedeva settimane, mesi e quegli eredi dei greci sorvegliavano vivendo in ripari di fortuna lontano dalle loro case e dalle loro famiglie. E d’inverno i paesi, tutti i paesi non solo quelli della Graecia Salentina, risuonavano delle voci dei Craunari che passavano vendendo carboni e regalando tepore…
Non c’erano più Craunari. Adesso. Come non c’erano più gli artigiani che ferravano i cavalli. Anche i carretti e gli asini, le greggi e gli aratri erano scomparsi.
I figli di quei Greci non parlavano più la lingua ancestrale.
Il progresso li aveva chiamati lontano da casa.
Bisognava imparare altre lingue.
Intanto avanzava anche un nuovo esperanto che uccideva lingue e culture. Non solo quelle antiche ma anche quelle che su di esse erano cresciute.
Il popolo dalle due lingue, “Diu Glosse”, la lingua grika e il dialetto romanzo, non esisteva più.
Qualche vecchio ne aveva conservato il culto con il ricordo.
Qualche intellettuale custodiva il mistero ed il segreto di quella lingua e di quella storia sperando che magari tornasse il tempo. Chissà.
Il mondo correva.
I pescatori ormai avevano dismesso reti e barche.
I contadini si erano trasformati in manovali e operai.
Le donne avevano abbandonato le fabbriche di tabacco e i campi di olive.
Era un mondo vorticoso, irriconoscibile che correva incontro alla sua rovina pensando di correre incontro alla sua salvezza. Come Candide nell’Eldorado.
Un profeta del mondo finito venne da queste parti.
Era il 1975. Ottobre 1975.
Gli era giunta notizia di una lingua ancestrale in via di estinzione come il mondo contadino che egli aveva celebrato innalzandolo a sacrario dell’Umanità divelta e avviata alla finale consunzione.
Pasolini. Pier Paolo Pasolini, si chiamava ed aveva illuminato il mondo con le sue preveggenze. Anche se nessuno lo aveva ascoltato. Come Cassandra.
Egli venne nella Graecia Salentina a sentire parlare quella lingua.
Ascoltare i canti della gente che conosceva la fatica, la sofferenza, l’emarginazione, ma non la rassegnazione.
E gli raccontarono delle Tarantate e gli fecero ascoltare i canti di lavoro e la musica dei violini, del tamburello, dell’organetto e della chitarra che accompagnavano le danze delle Tarantate che imploravano la guarigione rivolgendosi a San Paolo e a San Pietro.
Quel profeta andò via.
Qualche giorno dopo venne ucciso.
Il mondo davvero sembrava non avere futuro.
E intanto quella Lingua chiedeva di non morire e trovò anch’essa il suo profeta che la codificò, la riassunse la fissò con tutta la civiltà che intorno ad essa si era raccolta. Perché almeno non si perdesse il ricordo e rimanesse vivo il desiderio di essa perché il mondo un bel giorno, anche se Pier Paolo Pasolini non ci credeva più, si sarebbe svegliato ed avrebbe rovistato nelle soffitte e nelle memorie e allora bisognava che tutto fosse ben conservato e riconoscibile. Come l’Odin Teatret di Eugenio Barba, salentino espatriato in Norvegia, che custodiva, interpretava, rigenerava la vita della gente portandone l’essenza sul palcoscenico delle loro case, dei loro paesi, delle loro nazioni e raccontandola con le loro lingue.
Come il Griko.
Fu così che un uomo colto, che conosceva il greco classico e le tragedie antiche e parlava il grecanico abbandonò la strada maestra che portava verso la civiltà dei consumi, verso il capitalismo blasfemo e attraversò il mondo all’incontrario.
Armato della sua macchina fotografica fissò quel mondo prima che scomparisse.
Ne tirò fuori l’anima con il ricordo e la poesia con l’arte.
E ne rappresentò con un punteruolo infuocato l’essenza stessa scavando le rughe sui volti dei contadini scolpiti sul legno esattamente allo stesso mondo i cui il sole e la pioggia, il vento e il freddo scavano i volti dei paesani. E ne fissò la gentilezza e la fierezza con la fatica.
Le pirografie andarono a completare l’opera fotografica.
Ma le sue pirografie non erano sperimentazioni, come quelle di Burri o escrescenze dell’anima come quelle di Settanni, esse erano segno della rivendicazione di quel mondo, create perché quel mondo non finisse e venisse consegnato per domani a quanti sarebbero a lui sopravvissuti.
Come ad essi consegnò il volto i Pasolini e le rappresentazioni dell’Odin Teatret. I canti delle prefiche soppiantati dall’anonima fatica delle fabbriche. E i sogni della festa dei lampioni a celebrare il solstizio d’estate come usavano un tempo i loro padri in Grecia.
Fece tuttavia qualcosa di più.
Racchiuse quel mondo nelle poesie. Poesie testardamente, meravigliosamente in Griko. Esse raccontano quel mondo. La sofferenza, la trasformazione, le lacrime, la speranza, l’amore, la notte e il giorno, la compagnia la ”Getonia” che tutto trasformava in esperienza comunitaria, in riscatto e in speranza per il futuro. Scrisse le ultime poesie anche in italiano ma il senso e il sentimento non erano cambiati.
Antonio Tommasi in “Terre Feconde” vi racconterà tuto questo e vi darà la voglia di andare oltre per ridare consistenza ad un mondo che non può morire perché in esso è custodito l’antidoto per sconfiggere il pessimismo e la decadenza. Magari anche il mondo distopico che incombe su questa umanità.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
Nietzsche sosteneva che il corpo non è un mero contenitore, ma possiede un’intelligenza profonda, istintiva e vitale, e che la nostra mente e i nostri pensieri sono semplici strumenti messi al servizio di questa forza straordinaria. Sovvertendo secoli di tradizione filosofica che vedeva la fisicità su un gradino inferiore rispetto all’intelletto, il filosofo poneva al centro le sensazioni, o meglio i sensi, come unica vera via di accesso alla realtà.
”Grande” (La nave di Teseo), il nuovo lavoro letterario di Ivan Cotroneo, sceneggiatore e regista per cinema, teatro e tv, ci pone proprio al cospetto di un mondo fatto di corpi, di sensi, di tutto ciò che si tocca, che si percepisce con le mani, la bocca, la lingua, la pelle. È la storia di Ernesto, regista e sceneggiatore napoletano che, per alleviare una caldissima estate alla sorella e permetterle di godersi una vacanza, ritorna a Napoli per accudire i genitori anziani, affrontando una fase delicata della senilità della madre, affetta da Alzheimer degenerativo.
seconda parte
Uno dei punti più toccanti della vicenda, di natura apertamente autobiografica, è la trasformazione di ciò che accade intorno al malato: tutto assume una prospettiva inaspettata. Le persone provano un senso di colpa per il semplice fatto di essere sane, cercano di curare con le parole una condizione in cui si può alleggerire ben poco, e tentano in tutti i modi di affermare che la vita, nonostante la fine inesorabile, debba andare avanti così com’è.
Ernesto, alla soglia dei cinquant’anni, affronta una sorta di cammino silenzioso: spinge il cibo in gola alla madre per impedirle di deperire, le canta canzoni napoletane, le sussurra il proprio nome nel tentativo di farsi riconoscere. La adora, la veste e le pettina i capelli in un esercizio quotidiano in continuo equilibrio fra un profondo senso di responsabilità e l’istinto di sopravvivenza.
È proprio in questo tentativo di sopravvivere che si apre la parte più consistente della narrazione, quella più spiccatamente sensoriale: Ernesto esce tutte le sere e va a caccia di storie evanescenti con uomini sconosciuti, spesso celati dal buio di una stanza, rifiutando categoricamente la schiavitù del legame, del rapporto a specchio, della ricerca della consolazione amorosa. Ciò che avviene la notte è l’esatta antitesi di ciò che avviene durante il giorno: Ernesto cerca le sensazioni ruvide di rapporti sessuali a volte brutali, che fanno da contraltare al grande amore viscerale che invece occupa le sue giornate. Il corpo della madre è il tempio accudito dai sentimenti; il suo corpo e quello degli uomini che incontra sono invece il puro sfogo di un’anima ferita.
Lo stile letterario richiama alla mente gli stacchi cinematografici: capitoli brevi e visivi si alternano a riflessioni personali, ricordi e scene del quotidiano, in una narrazione dal fortissimo impatto immaginifico.
Nella parte finale del romanzo i sensi si fanno da protagonisti assoluti, così l’autore chiude il cerchio di quell’intuizione nietzschiana originaria: quando la mente cede all’oblio e i ricordi svaniscono, è il corpo a farsi ultimo e disperato baluardo della nostra presenza nel mondo. Ernesto cerca nella carne cruda della notte l’antidoto allo svanire della carne amata diurna, dimostrando che il corpo non è mai un docile involucro, ma il campo di battaglia dove amore e dolore si fondono, tenendoci brutalmente, ostinatamente vivi.
Abbiamo incontrato Ivan Cotroneo al Rainbook Festival di Cagliari e abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata riguardo al suo libro.
Loredana Cefalo*
* * Loredana Cefalo, è stata imprenditrice e organizzatrice di eventi, per poi approdare in radio e TV come produttrice e redattrice. Per Il Randagio si occupa dell’ufficio stampa, legge, scrive e crea contenuti social di cui è molto appassionata.
Sei racconti da Gaza ci arrivano dalla penna di Duaa Sa’id, per il tramite della traduttrice Laura Tribuzio, arabista e persianista dell’Université Catholique di Lovanio (Belgio) e Aldo Nicosia, arabista dell’Università di Bari.
Sei racconti come frammenti di luce dalle macerie, che pubblicheremo uno alla volta, ogni mercoledì delle prossime settimane, perché ci sono parole che meritano più attenzione di altre e hanno bisogno di tempo per restare.
Duaa Sa’id, come avete modo di leggere nella bio a corredo, è poco più che trentenne e attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.
Khan Yunis
Sei racconti da Gaza, di Duaa Sa‘id
3
Le lacrime del cielo sono un dono
Maria nell’abbraccio di una nuvola
Maria si svegliò con un dolore al collo e sentì che il cuscino non la faceva stare comoda. Si alzò con fatica dal suo posto, in cerca di qualcosa di morbido da usare come cuscino per tornare a dormire.
Scorse una nuvola bianca, vicina, che si stendeva lungo l’orizzonte, e sussurrò a bassa voce: «Ah, se potessi fare un cuscino con la nuvola!»
Maria sentì la nuvola avvicinarsi. Pensò di sognare e si stropicciò gli occhi, e rimase sorpresa nel vedere che la nuvola era ormai così vicina da sfiorarla.
Maria tese la mano con cautela e stupore e sentì la nuvola muoversi dolcemente verso di lei per toccarle la mano. Il tocco della nuvola la lasciò incantata. Disse: «Oh! È morbida e soffice come il cotone, e calda come il sole.»
La nuvola rise e disse: «Proprio così, piccola mia. Sono qui per essere il cuscino dei tuoi sogni e per portare via ogni tuo dolore.»
Maria sorrise stupita e felice e disse: «Davvero?!»
La nuvola rispose: «Certo, piccola mia.»
Maria si distese sulla nuvola e sentì che era come un abbraccio celeste, e con esso ogni dolore scomparve. Ma subito dopo sentì arrivare la tristezza, e la nuvola avvertì il peso di quel sentimento e le chiese: «Che cosa c’è, piccola? Dimmelo.»
Maria rispose con tristezza: «Sei bella, morbida e calda. Ma presto arriverà l’inverno, verrà la pioggia, e allagherai le tende.»
La nuvola si rattristò e il suo bianco diventò grigio. Disse: «Ah, piccola mia, mi dispiace, ma non dipende da me: la pioggia fa parte della mia vita e della tua. Quando il sole si sveglia sopra la terra, i mari e i fiumi, le leggere particelle d’acqua salgono nel cielo come piccoli sogni, e io le raccolgo con dolcezza nel mio abbraccio. Più particelle d’acqua si riuniscono, più diventiamo pesanti, e sentiamo di non poter restare in alto. Allora cominciamo a cadere in forma di gocce di pioggia, come se mandassimo baci freddi alla terra, agli alberi e ai fiori, e dissetiamo i semi che dormono sotto il suolo, perché crescano e diventino grandi. La pioggia è il modo in cui le nuvole donano di nuovo la vita: a te, alla terra e a tutte le creature.»
Maria notò la tristezza della nuvola e disse: «A me la pioggia piace.»
La nuvola si rasserenò e tornò bianca.
Maria continuò: «Una volta, quando avevamo una casa, la pioggia era bellissima. Ricordo che la mamma mi prendeva in braccio per farmi guardare la pioggia dalla finestra, e mi faceva tendere la mano per prendere qualche goccia. Io gridavo per la gioia e per le risate. Ma adesso è diverso. La guerra ha distrutto le case, e nella nostra zona non è rimasta nemmeno una casa. E le tende si allagano facilmente con la pioggia: non sono come le case.»
La nuvola disse con sconforto: «Anch’io odio la guerra. Tutta questa polvere, le macerie e la polvere da sparo mi fanno male e mi fanno tossire pioggia in posti dove non vorrei.»
Maria disse: «Io non ce l’ho con te. Il problema è la guerra. Anche tu ci porti l’acqua quando manca, e siamo stati molto felici quando è successo. La pioggia è importante per noi, lo dice la mamma. In un mondo migliore l’acqua è il segreto della vita.»
La nuvola disse: «Anche in questo mondo, piccola mia. Non preoccuparti, presto le cose andranno meglio. Ora riposa.»
Maria chiuse gli occhi e sognò una foresta piena di colori, nuvole colorate nel cielo, fiori che ondeggiavano nella brezza e uccelli che cantavano sopra gli alberi.
Quando aprì gli occhi, la nuvola non c’era più, ma sentì qualcosa di diverso: uno strano calore nel cuore, una piccola speranza che le sorrideva, e nessun dolore al collo. Sentì di non essere sola in quel mondo immenso.
Si guardò intorno, vicino alla sua tenda, e vide le tracce dei piccoli semi che aveva piantato qualche giorno prima, e pensò che la pioggia avrebbe potuto aiutarli a crescere.
Così Maria imparò che la speranza può comparire dove meno ce lo si aspetta, e che la vita trova sempre la sua strada per seminare calore in mezzo alla distruzione.
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Biografia dell’autrice
Duaa Sa’id (1995), nata a Gaza (Khan Younes), laureata in lingua inglese, dal 2024 al 2025 ha seguito un corso di infermieristica. Attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, sempre nella zona di Khan Yunis.
Alcune sue poesie sono state tradotte da Aldo Nicosia nel volume La rosa di Gaza (Les Flaneurs, Bari, 2026), in cui ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Vorrei che la mia parola testimoniasse che la poesia palestinese può parlare dell’occupazione, ma non solo del genocidio, ma non solo. Perché non siamo solo vittime schiacciate dai traumi dell’occupazione, ma anche e ancora esseri sognanti che si affaticano per cercare di dare un senso all’esistenza e si interrogano sul bisogno di avere bellezza” (p. 121).
I sei racconti qui tradotti, tratti da una raccolta inedita (“Piccole cose che sognano”) sono stati ispirati da una bambina reale, di nome Maria: “Attraverso la sua curiosità infantile e le sue conversazioni con le stelle, gli uccelli e le piccole cose intorno a lei, essi aprono spazi di magia e di riflessione sulla vita, sul lutto, la speranza, il coraggio. La guerra è solo un fievole retroscena rispetto alla fantasia di Maria, che cerca di comprenderla, alla sua maniera, con l’ascolto di ciò che dicono le cose silenti”.
Vista dall’alto del campo di al-Mawasi
Bionotadella traduttrice:
Laura Tribuzio è arabista e persianista, ricercatrice presso l’Université catholique de Louvain (Belgio), dove si occupa della trasmissione dei saperi scientifici e occulti nelle tradizioni araba e persiana. Ha insegnato lingua araba in ambito universitario e scolastico e ha lavorato nella mediazione culturale, collaborando con ONG ed enti pubblici. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e sta preparando una monografia dedicata ai rapporti tra sapere e autorità nelmondo arabo-persiano premoderno.
Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma: 2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma; 3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari. Recenti volumi di traduzioni: 4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025; 5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026