SE LA MEMORIA AVESSE UN CORPO: SCATTO, PAROLA, PELLICOLA
Al PhEST di Monopoli i ricordi prendono forma.
“Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo”. Quando nel 1996 Franco Cassano scriveva Il pensiero meridiano, tracciava i confini cangianti dell’identità complessa generata dall’incrocio di popoli e dalla molteplicità di voci del Sud e del suo mare. Trent’anni dopo, è ancora questa necessità a muovere PhEST – See Beyond the Sea, il Festival Internazionale di Fotografia e Arte che trasforma Monopoli in un laboratorio a cielo aperto per ridefinire l’immaginario del mare in mezzo alle terre, ricucendo la frattura tra il reale e la sua rappresentazione.
Affidato alla direzione artistica di Giovanni Troilo, alla curatela fotografica di Arianna Rinaldo e alla direzione organizzativa di Cinzia Negherbon, l’undicesima edizione del festival ha scelto come dispositivo una domanda al condizionale, un espediente narrativo capace di trasformare idee e spalancare mondi: “What if?”, “E se?”
Ed è proprio in questa cornice che la sera del 9 agosto, in Largo Palmieri a Monopoli, PhEST ha celebrato l’atto conclusivo del suo Opening Program con un inedito dittico artistico. Prima, nel visual talk What if… memory had a body?, l’obiettivo fotografico di Laura Sciacovelli e la penna di Francesca Marciano hanno dialogato su cosa accadrebbe se i nostri ricordi perdessero la loro natura volatile per acquistare un peso, una gravità, una carne. Subito dopo, quella stessa piazza è diventata la sala cinema open air per la proiezione di una selezione di super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso muto con sottofondo musicale — offrendo la perfetta controparte fisica a quel dialogo tra immaginario, emozionale e reale. L’omaggio del Festival alla leggendaria street photographer americana di origini franco-austriache (il 1° febbraio scorso avrebbe compiuto cento anni) non si esaurisce nell’evento di una sera: fino al 1° novembre, le sale del Castello Carlo V ospitano infatti la sezione espositiva Shadows and Mirrors, una ricognizione fotografica straordinaria che indaga le tracce visive dell’identità e la forza dell’autoritratto di affermare la propria esistenza: più che semplici esercizi di stile, questi scatti raccontano il desiderio di occupare un posto nel mondo rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto invisibile.
Appena prima del Visual Talk, Laura Sciacovelli e Francesca Marciano hanno accolto con piacere e interesse la proposta dell’intervista randagia e ci hanno guidato dietro le quinte di un dialogo che arriva a sfidare la dissolvenza del tempo e della memoria rivendicando, per le immagini e per le parole, il diritto a un corpo, a una propria realtà tangibile, a un modo per esserci e restare.

L’INTERVISTA: IL CORPO E L’ARCHIVIO
Non è un caso che vi troviate insieme nel Visual talk What if… memory had a body?. Immagino che il vostro incontro sia stato strutturato come un reciproco tributo. Per questa intervista ho voluto sintonizzarmi con voi e fare anch’io un esercizio di immaginazione: stasera Monopoli ospiterà la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso visivo, senza una struttura cinematografica tradizionale.
Ho pensato di invitare idealmente la Maier a sedersi con noi, raccordando la sua vicenda biografica alla vostra esperienza artistica e narrativa. Nel segno del tema del festival — What if — vi chiedo: cosa sarebbe successo a Vivian Maier se avesse saputo che le sue pellicole sarebbero state ripescate? È scomparsa nel 2009 nell’anonimato, poco dopo il ritrovamento di quel fondo immenso di oltre 150.000 negativi, molti mai sviluppati. La sua resta un’esistenza vissuta controcorrente, trascorsa interamente in disparte e in compagnia di una Rolleiflex, una Leica IIIc e una Kodak, guadagnandosi da vivere come bambinaia nello stato di New York e a Chicago.
Francesca Marciano: Quella di Vivian Maier è stata un’attività quasi totalmente segreta. Ricordo di aver sentito parlare di lei molti anni fa, prima che diventasse un fenomeno globale. Lessi un articolo su una rivista americana proprio quando venne acquistato in blocco per 380 dollari, ad un’asta, il contenuto di un box zeppo degli oggetti più disparati, tra cui una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Quando quelle immagini cominciarono a circolare online, l’interesse fu immediato ed entusiastico. In Italia la notizia non era ancora arrivata. Quando vidi le prime immagini ne rimasi folgorata; cercai altre informazioni sul web, ma allora si trovava pochissimo. Da scrittrice, mi si accese subito una lampadina: la sua figura suggeriva immediatamente la struttura di una storia, di un film. La governante che, di nascosto, fotografava. E poi c’erano i suoi celebri autoritratti. Ho seguito la sua vicenda fin dall’inizio, è una storia che mi affascina.
Francesca, la Maier sembra un personaggio uscito da un romanzo. Una tata solitaria con una doppia vita da artista geniale, focalizzata sulla ricerca del proprio riflesso e delle ombre proiettate sul terreno. Ho intravisto un legame profondo con le atmosfere di una tua raccolta di racconti, Isola grande, isola piccola. Come si raccontano il tema del doppio e dell’invisibilità? Se dovessi dare una voce alla sagoma che la Maier inseguiva continuamente con l’obiettivo, per dare un corpo a quell’ombra, da dove faresti partire una sceneggiatura o un racconto?
Francesca Marciano: Vedi, la sua è la perfetta storia di una persona trasparente per la società. Incarna il cliché della governante vecchio stampo; una sorta di Mary Poppins, ma meno rassicurante. È la classica figura destinata a confondersi e scomparire nello sfondo di una tipica famiglia borghese americana. Ed è proprio questo a rendere il suo segreto così potente. L’enorme mole di lavoro che è riuscita a produrre, sottraendo tempo agli orari di lavoro, testimonia una determinazione feroce che va persino oltre il talento puro. C’era una pulsione profonda a nascondere questa sua identità agli altri e, in un certo senso, a se stessa; una spinta a produrre senza sentire il bisogno di certificare il valore di ciò che creava. Non è un caso che non sviluppasse i rullini e che i negativi siano finiti sepolti in una cassapanca.
Laura Sciacovelli: C’era in lei un bisogno di espressione che andava chiaramente oltre i doveri della sua professione quotidiana.
Francesca Marciano: Esatto. Nella Maier convivono due spinte opposte: da una parte la determinazione assoluta dell’artista che non può fare a meno di creare; dall’altra la totale mancanza di una consapevolezza pubblica, la rinuncia a esistere sul mercato dell’arte. Credo che in questo abbia pesato anche una questione di estrazione sociale, legata alle sue origini. Era una donna di origini europee, in fuga dalla propria storia familiare.
Le ricerche dicono che avesse radici francesi e austriache e che fuggisse dal proprio passato. Se dovessi scriverne in un tuo prossimo libro o in una sceneggiatura, la ambienteresti in un’isola grande o in un’isola piccola, per citare la tua raccolta di racconti sulle geografie del cambiamento e sulle pieghe nascoste dei personaggi?
Francesca Marciano: La metterei in un’isola grande. A Manhattan, dopotutto, che è un’isola a sua volta. La narrazione potrebbe iniziare proprio così: dal momento in cui questa governante, dall’aspetto forse scontroso o dimesso, fa il suo ingresso in una nuova casa. Immagino i commenti dei padroni di casa la sera, a letto: non hanno la minima idea di aver accolto sotto il proprio tetto un genio assoluto.
Laura Sciacovelli: Chissà che tipo di tata sarà stata nella vita di tutti i giorni, al di là del suo talento visivo.
Francesca Marciano: Probabilmente era di un’efficienza impeccabile. Ha svolto questo mestiere per cinquant’anni, il che significa che godeva di ottime referenze per restare così a lungo sul mercato.
A proposito di materiali dispersi e poi ritrovati – mi rivolgo a te, Laura, che con il lavoro d’archivio hai un rapporto strettissimo tanto da aver titolato la tua opera prima Archivio F. Che tipo di cortocircuito ti provoca la storia di questa donna?
Laura Sciacovelli: Credo che questa attitudine nasca da un’ossessione che appartiene anche a chi non si muove in un ambito strettissimo di creatività; a volte c’è proprio una mancanza di consapevolezza del valore della propria produzione. D’altronde, l’atto di archiviare in sé non è necessariamente una pratica creativa. Nel mio caso, perlomeno, non lo considero tale. Tuttavia, quando ti ritrovi a recuperare un’immagine analogica, ti accorgi che è un oggetto fisico, un fuori di sé che ha avuto una sua vita autonoma nel tempo. Ritrovarla è sempre una sorpresa stupefacente. Spesso riguardo lavori che ho scattato dieci o quindici anni fa e, stringendo tra le mani quelle stampe fisiche, si attiva immediatamente in me uno sguardo critico — non per forza negativo — accompagnato da una forte dose di nostalgia. Archiviare, in fondo, è sinonimo di grande nostalgia: significa mettere a posto i pezzi della tua vita.
Per Vivian Maier, quindi, questo immenso archivio non aveva a che fare con il ricordo?
Laura Sciacovelli: Assolutamente no, perché lei quelle immagini non le ha mai viste tutte.
Francesca Marciano: Se posso inserirmi, c’è un aspetto sull’archivio che trovo straordinariamente interessante. Una volta sono stata intervistata da una collaboratrice della Cineteca di Bologna per un progetto sulle donne nel cinema. A un certo punto mi ha chiesto se avessi un archivio. Ho risposto di no. E quando ha voluto sapere il perché, le ho spiegato che non mi sembrava che il mio percorso fosse così importante da meritare di essere storicizzato in un fondo privato. Lei mi ha guardato e ha detto: Sai che tutte le donne che ho intervistato finora mi hanno risposto esattamente la stessa cosa? Al contrario, quasi tutti gli uomini conservano scrupolosamente un archivio personale, o si curano che sia la moglie a gestirlo per loro. È un dato sociologico cruciale: noi donne spesso non percepiamo il nostro lavoro come qualcosa di abbastanza rilevante da meritare un archivio.
È una questione che tocca da vicino la percezione della consistenza di ciò che siamo e di ciò che facciamo.
Francesca Marciano: Esattamente. L’archivio è la narrazione visiva e testuale della tua storia.
Laura Sciacovelli: È la tangibilità, la corporalità stessa della tua esistenza. Ed è qui che entriamo nel cuore del tema del nostro visual talk stasera a PhEST. Oggi, con il digitale, sui nostri telefoni si archivia automaticamente qualsiasi cosa. Ma è un’archiviazione radicalmente diversa da quella analogica: è un accumulo compulsivo, privo di una reale intenzione selettiva, privo di editing. In un vero archivio fotografico non si conserva tutto; si opera una scelta, si inizia a dare una forma.
Francesca Marciano: L’archivio storico è una realtà materica. Gli archivi contemporanei saranno sempre più immateriali, digitali, mentre il vecchio archivio era una collezione fisica di oggetti: stampe, provini, negativi. Per quanto mi riguarda, lo sono le sceneggiature cartacee, gli appunti scritti a mano. Perfino questa nostra conversazione, in questo momento, sta entrando a far parte di un archivio.
Laura Sciacovelli: C’è un gesto quasi archeologico nel lavoro dell’archivista, in qualsiasi campo: muoversi tra quelle mensole, aprire quei faldoni, i cassetti, toccare le carte. È un’azione fisica: apri, chiudi, recuperi.
Chi fa l’archivio è tenuto a conoscere e a ricordare. Un principio che sembra contraddire l’esperienza della Maier, che non ha mai guardato le sue opere su carta. Il suo occhio, però, le ha viste nel momento dello scatto.
Laura Sciacovelli: Certamente, il suo occhio le ha viste e ha soddisfatto un’esigenza interiore istantanea. Ma tra lo scatto e l’archivio si è interrotto qualcosa.
Questo distacco chirurgico dalla propria produzione potrebbe riflettere la rottura radicale che la Maier ha dovuto operare con la sua storia personale e familiare.
Francesca Marciano: O forse, più semplicemente, non era sicura del proprio talento. Forse aveva paura che quelle fotografie non fossero all’altezza delle sue stesse aspettative, chissà. O forse non aveva il denaro per svilupparle tutte.
Resta il fatto che non svilupparle e non diffonderle le permetteva di proteggere la sua identità segreta. Dare un corpo a quelle immagini avrebbe significato rivelarsi, mettersi a nudo davanti a un mondo che conosceva solo la sua maschera di governante. Laura, tu stessa stai lavorando da tempo su questi temi. Ci racconti che cos’è, esattamente, il tuo Archivio F.?
Laura Sciacovelli: Non so se sia un progetto del tutto esaurito; probabilmente no. Questo nucleo nasce da due lavori sviluppati in analogico tra il 2018 e il 2019, utilizzando la tecnologia Polaroid. Ho lavorato non solo sul positivo della pellicola, ma estraendo visioni successive dal negativo stesso, ricavandone più varianti da un singolo scatto. Per me era fondamentale definire questo blocco di lavoro come un archivio, proprio per la cura minuziosa, quasi catalogatrice, che ho applicato alle immagini. Al tempo stesso volevo che richiamasse la struttura di un erbario. C’era un’attenzione profonda alla botanica, ai fiori, ma il nome del progetto è legato soprattutto alla figura di mia zia Flora. Archivio F. si muove così su una triplice sovrapposizione concettuale: Forma, Flora e Femmina. Tre stanze diverse che si intersecano e si fondono tra loro. E che mettono in scena la parabola biologica del fiore: il modo in cui nasce, evolve, appassisce e muore. È una dinamica che rispecchia perfettamente il corpo, la vulnerabilità e l’assenza.
È un trittico immediatamente riconoscibile che rende l’intero tuo progetto un manifesto di delicatezza. Nel dare una sostanza tangibile ai ricordi attraverso l’obiettivo, la tua fotografia analogica somiglia profondamente al funzionamento della mente: cambia ogni volta che provi a evocarla.
Laura Sciacovelli: Esattamente. Quando sviluppo progetti personali, le mie immagini non sono mai la riproduzione fedele di una realtà specifica. Diventano visioni dei ricordi. Questo accade perché l’intero corpo della fotografia subisce una mutazione chimica e di luce. Nelle mie foto c’è sicuramente una sfera legata al passato, non mi è mai interessato fare delle foto strettamente contemporanee.
Francesca, tu che invece utilizzi la parola, come si fa a dare vita a un ricordo con la scrittura, da dove parti, dalla persona, dall’emozione, o dalla storia?
Francesca Marciano: Credo che nessun vero scrittore inventi mai nulla dal nulla. Mescoliamo continuamente i tasselli dei nostri ricordi. Scrivere è come sbrogliare un gomitolo: tiri un filo e quel filo si collega via via ad altre immagini, a frammenti di discorsi che ricordavi. La finzione letteraria è un collage di tutto ciò che ti ha accompagnato nella vita. Proprio per questo non sarei capace di scrivere un romanzo giallo tradizionale: lì l’invenzione deve piegarsi a un meccanismo a incastro rigoroso. Le mie storie restano sempre ancorate a un vissuto, pur senza mai ricalcare la realtà in maniera didascalica.
Questo mi porta allo sforzo enorme di riscrittura che hai affrontato per L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Come è stato confrontarsi con la sua voce?
Francesca Marciano: La voce di Goliarda nel libro è potentissima, e noi l’abbiamo trasformata per lo schermo. È stato un mix felice tra la nostra scrittura e la visione registica di Valeria Golino, il cui sguardo ha saputo dare una forma visiva straordinaria a una materia letteraria densissima. Il romanzo è quasi un diario di appunti stratificati.
Sono fratture che richiedono al lettore una continua attenzione, costringendolo a tenere il timone della narrazione.
C’è stato un momento, durante la preparazione del Visual talk che inizierà tra qualche minuto, in cui vi siete scambiate i punti di vista in maniera osmotica?
Francesca Marciano: Io conosco e seguo il lavoro di Laura da moltissimi anni. Avevo già visto alcune delle sue Polaroid tempo fa, ma per me è stato sorprendente ritrovare questo corpus di opere esposto tutto insieme. Emana una coerenza straordinaria. Nelle sue immagini mi affascina profondamente l’evocazione dell’attimo fuggente: c’è un movimento continuo, non c’è mai nulla di statico o rigidamente fermo. Questa fluidità attiva inevitabilmente molteplici riflessioni sul passaggio del tempo.
Laura Sciacovelli: Per me la creazione di questo libro e la scelta di lavorare su una ricerca così distante dagli incarichi commerciali sono nate da un’esigenza interiore urgente. È stato un percorso di scoperta che mi ha permesso di comprendere a fondo moltissime cose di me stessa, del mio passato e della direzione verso cui desidero orientare la mia ricerca futura. Il bilancio di questo dialogo è assolutamente positivo.
Francesca Marciano: A me piace molto questo attimo fuggente dentro il movimento, non c’è niente di fermo, no? mi fa pensare allo scorrere del tempo, al mutare delle cose e poi c’è questo sguardo che Laura dice femminile, di cui parleremo nel talk.
Ora è il momento del vostro incontro con il pubblico di Phest. L’intervista per il Randagio cede il passo al Visual talk e, come in un movimento fluido di macchina, la conversazione tra Laura Sciacovelli e Francesca Marciano si trasforma subito in un’attraente inquadratura di parole, gesti, voci, musica e immagini sullo sfondo di Largo Palmieri. Davanti a una platea attenta, il titolo del talk cessa di essere un esperimento mentale e diventa una traccia di lavoro concreta. Sullo schermo alle loro spalle scorrono le immagini di Archivio F.: forme femminili che sembrano emergere da un liquido amniotico fatto di luce, colore etempo e il dialogo con ricordi e memoria prende corpo.
I 32 MINUTI DI VIVIAN MAIER
L’atto conclusivo dell’Opening Program di PhEST a Largo Palmieri non poteva trovare una risonanza più profonda con le parole che hanno preso corpo sul palco. Quando le luci della piazza si spengono, lo schermo nero accoglie la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier: trentadue minuti di puro flusso visivo, muto, privo di una struttura cinematografica o di un montaggio tradizionale. È la manifestazione fisica del What if teorizzato nel talk: il corpo della memoria che si fa luce in movimento sulla pietra di Monopoli.
Nei suoi trentadue minuti, la selezione mostra una Maier che usa la cinepresa Super8 esattamente come usava la sua Rolleiflex, come un’estensione del proprio corpo. Vedere queste sequenze è l’equivalente visivo del flusso di coscienza woolfiano. La macchina da presa si muove tra la folla, si sofferma su un dettaglio apparentemente insignificante — il lembo di un cappotto, un riflesso su una pozzanghera, il volto di un passante colto di sorpresa, i piedi in movimento — e poi devia, senza spiegazioni, seguendo il ritmo sincopato e analogico del ricordo spontaneo.
Il fulcro emotivo della proiezione risiede nella medesima dinamica di Shadows and Mirrors, la sezione fotografica della mostra. La fotografa non si filma mai direttamente, ma si incarna nella pellicola attraverso la sua ombra che si allunga sul marciapiede o il suo riflesso che appare fugacemente sulla vetrina di un negozio. Guardare oggi questi corpi di luce di cinquant’anni fa, salvati per puro caso dall’oblio di un box, offre la risposta più potente al quesito del festival.
Il dialogo tra Sciacovelli e Marciano, unito alla retrospettiva di PhEST, ci lascia in eredità una certezza squisitamente letteraria: archiviare e ricordare sono atti di resistenza contro l’accumulo immateriale del nostro presente. Che si tratti dei fiori Polaroid di Archivio F., delle parole sbrogliate dal gomitolo dell’esperienza o dell’archivio muto e mai sviluppato di Vivian Maier, l’arte si conferma come l’unico processo archeologico capace di assicurare un posto definitivo nella storia. Quando la piazza di Largo Palmieri, infine, si trasforma in un Open DJ Set di musiche e immagini cangianti, resta l’impressione che, tra il pubblico che balla, abbiano trovato, per una notte, il loro corpo legittimo, le immagini riflesse su specchi e vetrine di Vivian Maier.
BOX DI APPROFONDIMENTO
LAURA SCIACOVELLI
Fotografa e regista, nativa della Puglia e con un percorso artistico maturato tra Parigi, Londra e Milano. Il suo sguardo si distingue per una straordinaria sensibilità pittorica, dove la luce modella i soggetti e i paesaggi. Al centro del suo lavoro c’è spesso il corpo femminile, colto in una dimensione di vulnerabilità e fiera intimità. Con la sua prima opera editoriale, Archivio F., indaga la memoria familiare attraverso la riattivazione di frammenti visivi del passato.
FRANCESCA MARCIANO
Scrittrice, sceneggiatrice e attrice, rappresenta una delle voci più cosmopolite del panorama culturale italiano. Scrive i suoi romanzi direttamente in lingua inglese (da Cielo scoperto a Casa Rossa, fino ai racconti di Isola grande, isola piccola). È co-sceneggiatrice della fortunata serie televisiva L’arte della gioia, tratta dall’opera di Goliarda Sapienza e diretta da Valeria Golino. La sua scrittura analizza come il passato continui a riverberarsi sulle scelte del presente.
VIVIAN MAIER (1926 – 2009)
Antesignana della street photo
Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare











Le Ricette Letterarie di Anne Baker
Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.