Intervista a Francesca Marciano e Laura Sciacovelli al PhEST di Monopoli – XI edizione Agosto-Novembre 2026, di Rita Mele

SE LA MEMORIA AVESSE UN CORPO: SCATTO, PAROLA, PELLICOLA

Al PhEST di Monopoli i ricordi prendono forma.

Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo”. Quando nel 1996 Franco Cassano scriveva Il pensiero meridiano, tracciava i confini cangianti dell’identità complessa generata dall’incrocio di popoli e dalla molteplicità di voci del Sud e del suo mare. Trent’anni dopo, è ancora questa necessità a muovere PhEST – See Beyond the Sea, il Festival Internazionale di Fotografia e Arte che trasforma Monopoli in un laboratorio a cielo aperto per ridefinire l’immaginario del mare in mezzo alle terre, ricucendo la frattura tra il reale e la sua rappresentazione.

Affidato alla direzione artistica di Giovanni Troilo, alla curatela fotografica di Arianna Rinaldo e alla direzione organizzativa di Cinzia Negherbon, l’undicesima edizione del festival ha scelto come dispositivo una domanda al condizionale, un espediente narrativo capace di trasformare idee e spalancare mondi: What if?”, “E se?”

Ed è proprio in questa cornice che la sera del 9 agosto, in Largo Palmieri a Monopoli, PhEST ha celebrato l’atto conclusivo del suo Opening Program con un inedito dittico artistico. Prima, nel visual talk What if… memory had a body?, l’obiettivo fotografico di Laura Sciacovelli e la penna di Francesca Marciano hanno dialogato su cosa accadrebbe se i nostri ricordi perdessero la loro natura volatile per acquistare un peso, una gravità, una carne. Subito dopo, quella stessa piazza è diventata la sala cinema open air per la proiezione di una selezione di super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso muto con sottofondo musicale — offrendo la perfetta controparte fisica a quel dialogo tra immaginario, emozionale e reale. L’omaggio del Festival alla leggendaria street photographer americana di origini franco-austriache (il 1° febbraio scorso avrebbe compiuto cento anni) non si esaurisce nell’evento di una sera: fino al 1° novembre, le sale del Castello Carlo V ospitano infatti la sezione espositiva Shadows and Mirrors, una ricognizione fotografica straordinaria che indaga le tracce visive dell’identità e la forza dell’autoritratto di affermare la propria esistenza: più che semplici esercizi di stile, questi scatti raccontano il desiderio di occupare un posto nel mondo rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto invisibile.

Appena prima del Visual Talk, Laura Sciacovelli e Francesca Marciano hanno accolto con piacere e interesse la proposta dell’intervista randagia e ci hanno guidato dietro le quinte di un dialogo che arriva a sfidare la dissolvenza del tempo e della memoria rivendicando, per le immagini e per le parole, il diritto a un corpo, a una propria realtà tangibile, a un modo per esserci e restare.

L’INTERVISTA: IL CORPO E L’ARCHIVIO

Non è un caso che vi troviate insieme nel Visual talk What if… memory had a body?. Immagino che il vostro incontro sia stato strutturato come un reciproco tributo. Per questa intervista ho voluto sintonizzarmi con voi e fare anch’io un esercizio di immaginazione: stasera Monopoli ospiterà la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso visivo, senza una struttura cinematografica tradizionale. 

Ho pensato di invitare idealmente la Maier a sedersi con noi, raccordando la sua vicenda biografica alla vostra esperienza artistica e narrativa. Nel segno del tema del festival — What if — vi chiedo: cosa sarebbe successo a Vivian Maier se avesse saputo che le sue pellicole sarebbero state ripescate? È scomparsa nel 2009 nell’anonimato, poco dopo il ritrovamento di quel fondo immenso di oltre 150.000 negativi, molti mai sviluppati. La sua resta un’esistenza vissuta controcorrente, trascorsa interamente in disparte e in compagnia di una Rolleiflex, una Leica IIIc e una Kodak, guadagnandosi da vivere come bambinaia nello stato di New York e a Chicago.

Francesca Marciano: Quella di Vivian Maier è stata un’attività quasi totalmente segreta. Ricordo di aver sentito parlare di lei molti anni fa, prima che diventasse un fenomeno globale. Lessi un articolo su una rivista americana proprio quando venne acquistato in blocco per 380 dollari, ad un’asta, il contenuto di un box zeppo degli oggetti più disparati, tra cui una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Quando quelle immagini cominciarono a circolare online, l’interesse fu immediato ed entusiastico. In Italia la notizia non era ancora arrivata. Quando vidi le prime immagini ne rimasi folgorata; cercai altre informazioni sul web, ma allora si trovava pochissimo. Da scrittrice, mi si accese subito una lampadina: la sua figura suggeriva immediatamente la struttura di una storia, di un film. La governante che, di nascosto, fotografava. E poi c’erano i suoi celebri autoritratti. Ho seguito la sua vicenda fin dall’inizio, è una storia che mi affascina.

Francesca, la Maier sembra un personaggio uscito da un romanzo. Una tata solitaria con una doppia vita da artista geniale, focalizzata sulla ricerca del proprio riflesso e delle ombre proiettate sul terreno. Ho intravisto un legame profondo con le atmosfere di una tua raccolta di racconti, Isola grande, isola piccola. Come si raccontano il tema del doppio e dell’invisibilità? Se dovessi dare una voce alla sagoma che la Maier inseguiva continuamente con l’obiettivo, per dare un corpo a quell’ombra, da dove faresti partire una sceneggiatura o un racconto?

Francesca Marciano: Vedi, la sua è la perfetta storia di una persona trasparente per la società. Incarna il cliché della governante vecchio stampo; una sorta di Mary Poppins, ma meno rassicurante. È la classica figura destinata a confondersi e scomparire nello sfondo di una tipica famiglia borghese americana. Ed è proprio questo a rendere il suo segreto così potente. L’enorme mole di lavoro che è riuscita a produrre, sottraendo tempo agli orari di lavoro, testimonia una determinazione feroce che va persino oltre il talento puro. C’era una pulsione profonda a nascondere questa sua identità agli altri e, in un certo senso, a se stessa; una spinta a produrre senza sentire il bisogno di certificare il valore di ciò che creava. Non è un caso che non sviluppasse i rullini e che i negativi siano finiti sepolti in una cassapanca.

Laura Sciacovelli: C’era in lei un bisogno di espressione che andava chiaramente oltre i doveri della sua professione quotidiana.

Francesca Marciano: Esatto. Nella Maier convivono due spinte opposte: da una parte la determinazione assoluta dell’artista che non può fare a meno di creare; dall’altra la totale mancanza di una consapevolezza pubblica, la rinuncia a esistere sul mercato dell’arte. Credo che in questo abbia pesato anche una questione di estrazione sociale, legata alle sue origini. Era una donna di origini europee, in fuga dalla propria storia familiare.

Le ricerche dicono che avesse radici francesi e austriache e che fuggisse dal proprio passato. Se dovessi scriverne in un tuo prossimo libro o in una sceneggiatura, la ambienteresti in un’isola grande o in un’isola piccola, per citare la tua raccolta di racconti sulle geografie del cambiamento e sulle pieghe nascoste dei personaggi?

Francesca Marciano: La metterei in un’isola grande. A Manhattan, dopotutto, che è un’isola a sua volta. La narrazione potrebbe iniziare proprio così: dal momento in cui questa governante, dall’aspetto forse scontroso o dimesso, fa il suo ingresso in una nuova casa. Immagino i commenti dei padroni di casa la sera, a letto: non hanno la minima idea di aver accolto sotto il proprio tetto un genio assoluto.

Laura Sciacovelli: Chissà che tipo di tata sarà stata nella vita di tutti i giorni, al di là del suo talento visivo.

Francesca Marciano: Probabilmente era di un’efficienza impeccabile. Ha svolto questo mestiere per cinquant’anni, il che significa che godeva di ottime referenze per restare così a lungo sul mercato.

A proposito di materiali dispersi e poi ritrovati – mi rivolgo a te, Laura, che con il lavoro d’archivio hai un rapporto strettissimo tanto da aver titolato la tua opera prima Archivio F. Che tipo di cortocircuito ti provoca la storia di questa donna?

Laura Sciacovelli: Credo che questa attitudine nasca da un’ossessione che appartiene anche a chi non si muove in un ambito strettissimo di creatività; a volte c’è proprio una mancanza di consapevolezza del valore della propria produzione. D’altronde, l’atto di archiviare in sé non è necessariamente una pratica creativa. Nel mio caso, perlomeno, non lo considero tale. Tuttavia, quando ti ritrovi a recuperare un’immagine analogica, ti accorgi che è un oggetto fisico, un fuori di sé che ha avuto una sua vita autonoma nel tempo. Ritrovarla è sempre una sorpresa stupefacente. Spesso riguardo lavori che ho scattato dieci o quindici anni fa e, stringendo tra le mani quelle stampe fisiche, si attiva immediatamente in me uno sguardo critico — non per forza negativo — accompagnato da una forte dose di nostalgia. Archiviare, in fondo, è sinonimo di grande nostalgia: significa mettere a posto i pezzi della tua vita.

Per Vivian Maier, quindi, questo immenso archivio non aveva a che fare con il ricordo?

Laura Sciacovelli: Assolutamente no, perché lei quelle immagini non le ha mai viste tutte.

Francesca Marciano: Se posso inserirmi, c’è un aspetto sull’archivio che trovo straordinariamente interessante. Una volta sono stata intervistata da una collaboratrice della Cineteca di Bologna per un progetto sulle donne nel cinema. A un certo punto mi ha chiesto se avessi un archivio. Ho risposto di no. E quando ha voluto sapere il perché, le ho spiegato che non mi sembrava che il mio percorso fosse così importante da meritare di essere storicizzato in un fondo privato. Lei mi ha guardato e ha detto: Sai che tutte le donne che ho intervistato finora mi hanno risposto esattamente la stessa cosa? Al contrario, quasi tutti gli uomini conservano scrupolosamente un archivio personale, o si curano che sia la moglie a gestirlo per loro. È un dato sociologico cruciale: noi donne spesso non percepiamo il nostro lavoro come qualcosa di abbastanza rilevante da meritare un archivio.

È una questione che tocca da vicino la percezione della consistenza di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

Francesca Marciano: Esattamente. L’archivio è la narrazione visiva e testuale della tua storia.

Laura Sciacovelli: È la tangibilità, la corporalità stessa della tua esistenza. Ed è qui che entriamo nel cuore del tema del nostro visual talk stasera a PhEST. Oggi, con il digitale, sui nostri telefoni si archivia automaticamente qualsiasi cosa. Ma è un’archiviazione radicalmente diversa da quella analogica: è un accumulo compulsivo, privo di una reale intenzione selettiva, privo di editing. In un vero archivio fotografico non si conserva tutto; si opera una scelta, si inizia a dare una forma.

Francesca Marciano: L’archivio storico è una realtà materica. Gli archivi contemporanei saranno sempre più immateriali, digitali, mentre il vecchio archivio era una collezione fisica di oggetti: stampe, provini, negativi. Per quanto mi riguarda, lo sono le sceneggiature cartacee, gli appunti scritti a mano. Perfino questa nostra conversazione, in questo momento, sta entrando a far parte di un archivio.

Laura Sciacovelli: C’è un gesto quasi archeologico nel lavoro dell’archivista, in qualsiasi campo: muoversi tra quelle mensole, aprire quei faldoni, i cassetti, toccare le carte. È un’azione fisica: apri, chiudi, recuperi.

Chi fa l’archivio è tenuto a conoscere e a ricordare. Un principio che sembra contraddire l’esperienza della Maier, che non ha mai guardato le sue opere su carta. Il suo occhio, però, le ha viste nel momento dello scatto.

Laura Sciacovelli: Certamente, il suo occhio le ha viste e ha soddisfatto un’esigenza interiore istantanea. Ma tra lo scatto e l’archivio si è interrotto qualcosa.

Questo distacco chirurgico dalla propria produzione potrebbe riflettere la rottura radicale che la Maier ha dovuto operare con la sua storia personale e familiare.

Francesca Marciano: O forse, più semplicemente, non era sicura del proprio talento. Forse aveva paura che quelle fotografie non fossero all’altezza delle sue stesse aspettative, chissà. O forse non aveva il denaro per svilupparle tutte.

Resta il fatto che non svilupparle e non diffonderle le permetteva di proteggere la sua identità segreta. Dare un corpo a quelle immagini avrebbe significato rivelarsi, mettersi a nudo davanti a un mondo che conosceva solo la sua maschera di governante. Laura, tu stessa stai lavorando da tempo su questi temi. Ci racconti che cos’è, esattamente, il tuo Archivio F.?

Laura Sciacovelli: Non so se sia un progetto del tutto esaurito; probabilmente no. Questo nucleo nasce da due lavori sviluppati in analogico tra il 2018 e il 2019, utilizzando la tecnologia Polaroid. Ho lavorato non solo sul positivo della pellicola, ma estraendo visioni successive dal negativo stesso, ricavandone più varianti da un singolo scatto. Per me era fondamentale definire questo blocco di lavoro come un archivio, proprio per la cura minuziosa, quasi catalogatrice, che ho applicato alle immagini. Al tempo stesso volevo che richiamasse la struttura di un erbario. C’era un’attenzione profonda alla botanica, ai fiori, ma il nome del progetto è legato soprattutto alla figura di mia zia Flora. Archivio F. si muove così su una triplice sovrapposizione concettuale: Forma, Flora e Femmina. Tre stanze diverse che si intersecano e si fondono tra loro. E che mettono in scena la parabola biologica del fiore: il modo in cui nasce, evolve, appassisce e muore. È una dinamica che rispecchia perfettamente il corpo, la vulnerabilità e l’assenza.

È un trittico immediatamente riconoscibile che rende l’intero tuo progetto un manifesto di delicatezzaNel dare una sostanza tangibile ai ricordi attraverso l’obiettivo, la tua fotografia analogica somiglia profondamente al funzionamento della mente: cambia ogni volta che provi a evocarla.

Laura Sciacovelli: Esattamente. Quando sviluppo progetti personali, le mie immagini non sono mai la riproduzione fedele di una realtà specifica. Diventano visioni dei ricordi. Questo accade perché l’intero corpo della fotografia subisce una mutazione chimica e di luce. Nelle mie foto c’è sicuramente una sfera legata al passato, non mi è mai interessato fare delle foto strettamente contemporanee.

Francesca, tu che invece utilizzi la parola, come si fa a dare vita a un ricordo con la scrittura, da dove parti, dalla persona, dall’emozione, dalla storia?

Francesca Marciano: Credo che nessun vero scrittore inventi mai nulla dal nulla. Mescoliamo continuamente i tasselli dei nostri ricordi. Scrivere è come sbrogliare un gomitolo: tiri un filo e quel filo si collega via via ad altre immagini, a frammenti di discorsi che ricordavi. La finzione letteraria è un collage di tutto ciò che ti ha accompagnato nella vita. Proprio per questo non sarei capace di scrivere un romanzo giallo tradizionale: lì l’invenzione deve piegarsi a un meccanismo a incastro rigoroso. Le mie storie restano sempre ancorate a un vissuto, pur senza mai ricalcare la realtà in maniera didascalica.

Questo mi porta allo sforzo enorme di riscrittura che hai affrontato per L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Come è stato confrontarsi con la sua voce?

Francesca Marciano: La voce di Goliarda nel libro è potentissima, e noi l’abbiamo trasformata per lo schermo. È stato un mix felice tra la nostra scrittura e la visione registica di Valeria Golino, il cui sguardo ha saputo dare una forma visiva straordinaria a una materia letteraria densissima. Il romanzo è quasi un diario di appunti stratificati.

Sono fratture che richiedono al lettore una continua attenzione, costringendolo a tenere il timone della narrazione. 

C’è stato un momento, durante la preparazione del Visual talk che inizierà tra qualche minuto, in cui vi siete scambiate i punti di vista in maniera osmotica?

Francesca Marciano: Io conosco e seguo il lavoro di Laura da moltissimi anni. Avevo già visto alcune delle sue Polaroid tempo fa, ma per me è stato sorprendente ritrovare questo corpus di opere esposto tutto insieme. Emana una coerenza straordinaria. Nelle sue immagini mi affascina profondamente l’evocazione dell’attimo fuggente: c’è un movimento continuo, non c’è mai nulla di statico o rigidamente fermo. Questa fluidità attiva inevitabilmente molteplici riflessioni sul passaggio del tempo.

Laura Sciacovelli: Per me la creazione di questo libro e la scelta di lavorare su una ricerca così distante dagli incarichi commerciali sono nate da un’esigenza interiore urgente. È stato un percorso di scoperta che mi ha permesso di comprendere a fondo moltissime cose di me stessa, del mio passato e della direzione verso cui desidero orientare la mia ricerca futura. Il bilancio di questo dialogo è assolutamente positivo.

Francesca Marciano: A me piace molto questo attimo fuggente dentro il movimento, non c’è niente di fermo, no? mi fa pensare allo scorrere del tempo, al mutare delle cose e poi c’è questo sguardo che Laura dice femminile, di cui parleremo nel talk. 

Ora è il momento del vostro incontro con il pubblico di Phest. L’intervista per il Randagio cede il passo al Visual talk e, come in un movimento fluido di macchina, la conversazione tra Laura Sciacovelli e Francesca Marciano si trasforma subito in un’attraente inquadratura di parole, gesti, voci, musica e immagini sullo sfondo di Largo Palmieri. Davanti a una platea attenta, il titolo del talk cessa di essere un esperimento mentale e diventa una traccia di lavoro concreta. Sullo schermo alle loro spalle scorrono le immagini di Archivio F.: forme femminili che sembrano emergere da un liquido amniotico fatto di luce, colore etempo e il dialogo con ricordi e memoria prende corpo.

I 32 MINUTI DI VIVIAN MAIER

L’atto conclusivo dell’Opening Program di PhEST a Largo Palmieri non poteva trovare una risonanza più profonda con le parole che hanno preso corpo sul palco. Quando le luci della piazza si spengono, lo schermo nero accoglie la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier: trentadue minuti di puro flusso visivo, muto, privo di una struttura cinematografica o di un montaggio tradizionale. È la manifestazione fisica del What if teorizzato nel talk: il corpo della memoria che si fa luce in movimento sulla pietra di Monopoli.

Nei suoi trentadue minuti, la selezione mostra una Maier che usa la cinepresa Super8 esattamente come usava la sua Rolleiflex, come un’estensione del proprio corpo. Vedere queste sequenze è l’equivalente visivo del flusso di coscienza woolfiano. La macchina da presa si muove tra la folla, si sofferma su un dettaglio apparentemente insignificante — il lembo di un cappotto, un riflesso su una pozzanghera, il volto di un passante colto di sorpresa, i piedi in movimento — e poi devia, senza spiegazioni, seguendo il ritmo sincopato e analogico del ricordo spontaneo.

Il fulcro emotivo della proiezione risiede nella medesima dinamica di Shadows and Mirrors, la sezione fotografica della mostra. La fotografa non si filma mai direttamente, ma si incarna nella pellicola attraverso la sua ombra che si allunga sul marciapiede o il suo riflesso che appare fugacemente sulla vetrina di un negozio. Guardare oggi questi corpi di luce di cinquant’anni fa, salvati per puro caso dall’oblio di un box, offre la risposta più potente al quesito del festival.

Il dialogo tra Sciacovelli e Marciano, unito alla retrospettiva di PhEST, ci lascia in eredità una certezza squisitamente letteraria: archiviare e ricordare sono atti di resistenza contro l’accumulo immateriale del nostro presente. Che si tratti dei fiori Polaroid di Archivio F., delle parole sbrogliate dal gomitolo dell’esperienza o dell’archivio muto e mai sviluppato di Vivian Maier, l’arte si conferma come l’unico processo archeologico capace di assicurare un posto definitivo nella storia. Quando la piazza di Largo Palmieri, infine, si trasforma in un Open DJ Set di musiche e immagini cangianti, resta l’impressione che, tra il pubblico che balla, abbiano trovato, per una notte, il loro corpo legittimo, le immagini riflesse su specchi e vetrine di Vivian Maier.

BOX DI APPROFONDIMENTO 

LAURA SCIACOVELLI

Fotografa e regista, nativa della Puglia e con un percorso artistico maturato tra Parigi, Londra e Milano. Il suo sguardo si distingue per una straordinaria sensibilità pittorica, dove la luce modella i soggetti e i paesaggi. Al centro del suo lavoro c’è spesso il corpo femminile, colto in una dimensione di vulnerabilità e fiera intimità. Con la sua prima opera editoriale, Archivio F., indaga la memoria familiare attraverso la riattivazione di frammenti visivi del passato.

FRANCESCA MARCIANO

Scrittrice, sceneggiatrice e attrice, rappresenta una delle voci più cosmopolite del panorama culturale italiano. Scrive i suoi romanzi direttamente in lingua inglese (da Cielo scoperto a Casa Rossa, fino ai racconti di Isola grande, isola piccola). È co-sceneggiatrice della fortunata serie televisiva L’arte della gioia, tratta dall’opera di Goliarda Sapienza e diretta da Valeria Golino. La sua scrittura analizza come il passato continui a riverberarsi sulle scelte del presente.

VIVIAN MAIER (1926 – 2009)

Antesignana della street photography, di mestiere bambinaia a New York e Chicago, ha trascorso cinque decenni a fotografare e filmare la vita urbana in totale segretezza. Il suo immenso archivio (oltre 150.000 negativi, pellicole Super8 e 16mm) è stato scoperto per caso nel 2007. Attraverso lo studio dei riflessi e delle geometrie urbane Shadows and Mirrors, la Maier ha cercato di ancorare la propria identità alla materia della pellicola, assicurandosi un posto accanto a giganti come Diane Arbus e Robert Frank.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Sergio Antonielli: “Oppure, niente” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”  

Sergio Antonielli (Roma 1920 – Milano 1982)  

Oppure, niente” è un classico del Novecento pubblicato nel 1972. Lo ripropone oggi Minimum Fax  a beneficio di un tema che ha caratterizzato il secolo scorso e genera il malessere del nostro, a volte spiegandolo altre volte contrapponendovisi.  Noia, perdita di valori, perdita di identità, suicidio.   

Milano, al Motta, in Stazione centrale, per un caffè, un professionista, un architetto di mezza età, scorge la propria immagine riflessa nello specchio, dietro il bancone del bar, e fa una scoperta: lì c’è suo padre, sì, è  lui, eppure non gli somiglia.  La somiglianza è piuttosto negli oggetti: il cappello, il cappotto, la sciarpa, ma poi nella piega delle labbra, i cui angoli, naturalmente rivolti in su, richiamano un sorriso che non c’è.

Uscito dal caffè, per via Buenos Aires, aleggia una domanda “Devo andare, dove?”Però, subito dopo, “Mi piace sentirmi in mezzo alla gente”. Così l’inutilità si trasforma in piacere, e forse è qui la risposta alla domanda di prima, anche se non basta.  Questo flemmatico atteggiamento ci porta in un’altra città, Trieste, e a un altro autore, Italo Svevo, al secolo, Aron Hector Schmitz  (1861/1928), e a un altro personaggio, Zeno Cosini, protagonista de “La coscienza di Zeno”, il romanzo che ha forse maggiormente caratterizzato il senso di torpore, l’insopportabile inadeguatezza che affligge Zeno e molti altri, intellettuali e non, del ventesimo secolo.

L’indagine sull’inconscio era partita da Freud, di cui Svevo era amico e del quale traduce “L’interpretazione dei sogni”; d’altro canto, “La coscienza di Zeno” è apprezzata da James Joyce dal quale Svevo apprende l’Inglese alla Berlitz School of Zagabria di Trieste. Da Trieste a Milano e da Svevo ad Antonielli, il romanzo italiano risente ancora l’influenza degli scrittori realisti francesi, della filosofia di Shopenhauer, degli scritti psicanalisti di Freud. 

Antonielli, con “Oppure, niente” descrive il suo personaggio come afflitto da una sorta di nichilismo, un malessere che porta con sé una crisi d’identità. La noluntas si contrappone alla voluntas, un “non volere” che si oppone, a dispetto, alla “volontà di ferro” suggerita dal fascismo, e, probabilmente, nata proprio per opposizione ad esso, e, in modo altrettanto ipotetico, rinunciataria per mancanza di valori sufficienti a darle forza. Di fatto, Svevo non aderisce al fascismo ma neanche vi si oppone, il suo protagonista non ha idee politiche da difendere o combattere, non ne ha la forza.

L’architetto, protagonista di Antonielli, si muove per le strade di una Milano degli anni Sessanta, è un uomo affermato professionalmente, separato dalla moglie, con una figlia adolescente che comunica poco, attratto da donne che non si cura di conoscere a fondo e che gli si presentano come attraverso un vetro, senza scalfire il suo animo in profondità.

La solitudine lo raggiunge nel salotto di casa, dove chiude le finestre per non essere raggiunto dal rumore del traffico, mentre ascolta Wagner dal grammofono, accavallando le gambe nella medesima posa di suo padre.

Un padre morto suicida all’età che ha ora lui, quarantanove anni, che quando lui ne aveva nove ha scoperto nello studio, a terra, fra scrivania e divano, morto, in pigiama.

Ne ricorda il corpo composto nella bara: con gli stivali. Era l’epoca fascista, il padre un famoso archeologo, teneva conferenze importanti, ad una di queste aveva presenziato il re, seduto accanto a un cardinale, ovviamente in rosso. Il sovrano, piccoletto, aveva masticato a vuoto per tutto il tempo, il ragazzino che era lui, lo aveva osservato aggirandosi fra le piante ornamentali disposte nella sala.

Lo portava a cavallo dietro la sella, il padre, quando si scavava a Cerveteri, ma non gli spiegava quello che stavano facendo, i cimiteri antichi portavano alla luce tombe di guerrieri, sepolti con la lancia, come fu poi sepolto il padre, con un fucile che non aveva mai usato e con indosso una divisa comprata per l’occasione, mai indossata in vita, un funerale fascista.

Perché si era ucciso? Era un dissidente? Oppure era semplicemente annoiato? Neanche Zeno aveva  un buon rapporto col padre. Per Svevo la nevrosi si cura con la letteratura, e per Antonielli? “Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”… Lo dice il suo personaggio mentre passeggia per via Buenos Aires. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Giulia Bignami, “Con affetto immutato” (Voland, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giulia Bignami, Con affetto immutato (Voland, 2026)

 Dov’è il confine esatto in cui la dedizione si tramuta in arbitrio, e l’amore smette di essere incontro per farsi pretesa di possesso e dominio attraverso la manipolazione emotiva? È questo l’interrogativo che attraversa il dibattito contemporaneo sulla violenza di genere, tragicamente scandito dai numeri: secondo il Dossier del Viminale (fonte: Ministero dell’Interno) relativo al primo semestre del 2026, si registrano in Italia 34 donne vittime di omicidio, di cui 27 consumati in ambito familiare o affettivo e per mano di partner o ex partner (con 8 casi già formalmente rubricati sotto il reato di femminicidio, introdotto con l’art. 577-bis c.p.).

Ma secondo le cronache aggiornate siamo, ad oggi, a ben oltre 40 donne uccise, solo in Italia e solo nel 2026 per mano di un uomo.

seconda parte

Dietro a queste statistiche c’è un fil rouge inquietante: la radice tossica del controllo sistematico scambiato per sentimento, l’incapacità narcisistica e patriarcale di accettare l’autonomia e l’alterità dell’altra persona, affiancate da una fortissima sindrome abbandonica.

In questo scenario, Con affetto immutato di Giulia Bignami (Voland) si rivela come un’operazione letteraria che supera il racconto di trama: l’autrice concentra tutta l’energia drammatica sulla costruzione verbale, ideologica e psicologica con cui chi prevarica giustifica a se stesso e al mondo la propria sopraffazione, a qualsiasi livello.

La forza del romanzo risiede nell’originalità di un congegno stilistico strutturato come un soliloquio difensivo, rivolto a un «Lei» formale seduto dall’altra parte della scrivania: una conversazione che  progressivamente svela i contorni di ciò che realmente è, ossia un interrogatorio di polizia. 

L’invenzione più riuscita è la totale assenza delle battute dell’interlocutrice. Le contestazioni, i fascicoli aperti sul tavolo e le obiezioni morali di chi ascolta non compaiono mai sulla pagina, ma affiorano riflesse unicamente nelle risposte, nelle giustificazioni stizzite, nei cambi di rotta e nelle difese scomposte della voce narrante. Si crea così un “dialogo fantasma” in cui chi legge è costretto a calarsi nei panni dell’inquirente, misurando la distanza tra la finzione del discorso e la realtà che filtra dalle omissioni.

A rendere l’opera ancora più magnetica è la voce del protagonista, che incarna il manipolatore nella sua declinazione più insidiosa: l’intellettuale raffinato, colto e vanaglorioso. Giulia Bignami dipinge questa figura con un tono paradossalmente esilarante, fondato su un’ironia involontaria e grottesca. Il narratore sfoggia la propria coda da pavone fatta di citazioni letterarie, galateo accademico e superiorità ostentata, convinto di poter sedurre e dominare chiunque attraverso la retorica.

Ed ecco il paradosso: fa ridere per l’iperbole del suo ego smisurato, ma gela il sangue un istante dopo, quando ci si accorge che dietro quel garbo si nasconde la medesima voragine predatoria dei fatti di cronaca, dove la cancellazione dell’identità altrui viene presentata sotto il velo della devozione.

Il romanzo, in conclusione, diventa uno specchio del nostro tempo: Giulia Bignami ci mostra cosa si cela dietro il racconto dei femminicidi e della violenza di genere, smonta la retorica tossica che spesso normalizza la descrizione dell’abuso giustificandolo, scambiandolo per sentimento.

Perché il racconto di cronaca è sempre solo l’ultimo atto di quella violenza, che nasce dalle parole che pian piano diventano armi, usate per recintare e annientare la libertà delle donne.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Edgar Allan Poe: Il crollo della casa Usher, di Maurizia Maiano

Edgar Allan Poe (1809-1849), figlio del Romanticismo americano, Dark Romanticism, porta il gotico dentro la mente: l’orrore non è più soltanto nei castelli, nelle cripte e nelle apparizioni, ma nella percezione stessa della realtà, attraverso una sorta di metamorfosi sensoriale. Ne Il crollo della casa Usher, pubblicato nel 1839, le parole diventano suono, il suono diventa rumore e il rumore invade la realtà

I libri non sono mai semplicemente il percorso di un lettore, ma si legano inevitabilmente al percorso della nostra vita. Il legame che si crea tra libro e realtà è come quello di un oggetto fisico davanti allo specchio, illuminato da un faro esterno che dispensa la sua luce a entrambi. Perché questo accada è necessario avere un’immaginazione e un temperamento facilmente eccitabili: qualità che, nel tempo, sono state definite sensibilità del genio, particolare propensione alla malinconia, nevrosi. Difficile stabilirne i confini. Le opere di Poe, hanno questa capacità: creano un legame tenace e intricato, dal quale diventa quasi impossibile svincolarsi. Si vaga continuamente tra realtà e immaginazione, tra l’io reale e una percezione più intima e profonda del sé. Avevo già letto altro di Poe, ma questo racconto mi ha particolarmente impressionata.

poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semi piacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi… contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo

L’agitazione nervosa con cui Roderick chiedeva al suo più intimo amico di raggiungerlo, nella speranza di trovare sollievo al proprio male, lo spinge a fargli visita senza indugio. È il cuore a guidarlo verso quella casa e verso quell’amico di cui, nonostante l’antica intimità, ricordava ormai ben poco. Insieme iniziano a leggere. La biblioteca degli Usher, va detto, è molto fornita: Si trovano il Belfagor di Machiavelli; Le meraviglie del cielo e dell’inferno di Swedenborg; Il viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm di Holberg e molti altri testi.

Eppure il protagonista sceglie proprio l’unico libro inesistente dell’intera biblioteca:

Era una vecchia edizione del Mad Trist di Sir Launcelot Canning ed io gli avevo attribuito la qualità di libro preferito da Usher più in un attimo di scherzosa malinconia che con intenzione seria; nelle sue scialbe e ridicole lungaggini non vedevo, al momento d’intraprenderne la lettura, che cosa avrebbe potuto interessare l’elevata spiritualità del mio amico?

Si tratta di uno pseudobiblion creato da Poe, ed è ancora più prezioso se si considera quanto questa tecnica fosse allora poco frequentata nella letteratura. È a questo punto che realtà e libro diventano oggetto di riflessione all’interno del libro stesso. La lettura non si limita più a raccontare una storia: ciò che accade nelle pagine sembra uscire dal libro e riversarsi nella realtà. La tetra e cupa atmosfera del Mad Trist, il colpo di mazza con cui Ethelred, un cavaliere che, durante una notte tempestosa, arriva davanti alla dimora di un eremita e chiede ospitalità. Non ricevendo risposta, sfonda la porta con la forza. Da quel momento entra in uno spazio misterioso e soprannaturale, dove affronta un drago, lo abbatte  e lo vede stramazzare al suolo con un urlo talmente agghiacciante da costringerlo a tapparsi le orecchie; i rumori si confondono con quelli che provengono dal buio della casa Usher. Il confine tra ciò che viene letto e ciò che realmente accade si fa sempre più sottile. I rumori riportano allora all’immagine della sorella di Roderick, Lady Madeline, rinchiusa viva nella bara:

L’abbattersi dell’uscio dell’eremita, e l’urlo di morte del drago… Vuoi dire piuttosto l’infrangersi della sua bara, il suono stridente dei cardini di ferro della sua prigione, il suo dibattersi entro l’arcata foderata di rame della cripta! Oh, dove fuggirò? Non sarà ella qui tra poco? Non sta forse affrettandosi per rimproverarmi la mia precipitazione?

E poco dopo ciò che sembrava provenire dalle pagine del libro irrompe definitivamente nella realtà:

Fu senza dubbio l’opera dell’uragano infuriante; ma ecco che fuor di quell’uscio SI ERGEVA VERAMENTE l’alta ammantata figura di lady Madeline di Usher.

Il bianco sudario macchiato di sangue, il corpo emaciato, i segni della lotta: Lady Madeline appare come una figura che proviene direttamente dall’immaginazione e insieme dalla materia della casa. Il libro ha ormai dissolto la distanza che lo separava dalla realtà.

Ed è forse proprio qui che Poe mostra tutta la sua modernità: la lettura non è più un’esperienza separata dalla vita, ma un dispositivo capace di alterare ciò che vediamo e persino ciò che crediamo reale. La parola letteraria diventa materia, il racconto diventa esperienza, e il lettore si trova prigioniero di quella stessa ambiguità nella quale sono imprigionati i due fratelli Usher. Quando Lady Madeline, dopo essere rimasta tremante, vacillante sulla soglia, cade sul corpo del fratello e lo trascina con sé nella morte, crolla non soltanto la casa degli Usher, ma anche l’ultimo fragile confine tra immaginazione e realtà.

Forse è proprio questo che mi ha particolarmente impressionata nella lettura di Poe: la sensazione che il libro non rimanga mai davvero dentro il libro. A un certo punto comincia a guardare noi.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Ricette Letterarie: Sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia da Andrea Camilleri, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne c’insegna a preparare un delizioso sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia ispirato ad un passo de “Il ladro di merendine” di Andrea Camilleri, pubblicato da Sellerio nel ’97.

*** Sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia da Andrea Camilleri ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da “Il ladro di merendine”

““Era in anticipo per l’appuntamento con Valente. Fermò davanti al ristorante dov’era già stato la volta precedente. Si sbafò un sauté di vongole col pangrattato, una porzione abbondante di spaghetti in bianco con le vongole, un rombo al forno con origano e limone caramellato. Completò con uno sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia. Alla fine si susì, andò in cucina e strinse commosso la mano al cuoco, senza dire parola. In macchina, verso l’ufficio di Valente, cantò a gola spiegata. «Guarda come dondolo, guarda come dondolo, col twist…”. (Pag. 193)”  

✨

Ricette Letterarie: Sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia

✨

Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Questa ricetta è senza glutine per l’uso dell’amido di mais e senza lattosio per l’uso del burro chiarificato (o ghee). Puoi preparare gli sformati di cioccolato in anticipo e congelarli per poi cuocerli direttamente da congelati. Si conservano nel freezer per un mese.

Dosi per 4/5 sformati

Ingredienti

Per gli sformati

  • 200 g di cioccolato fondente 70%
  • 100 g di burro chiarificato
  • 3 uova medie
  • 80 g di zucchero di canna
  • 40 g di amido di mais (Maizena)

Per la salsa all’arancia

  • 200 ml di succo d’arancia fresco (il succo di 3 arance)
  • 40 g di zucchero
  • 10 g di amido di mais

Per gli sformati

  1. Imburra leggermente 5 stampini di alluminio e spolverali con poca farina (oppure usa lo spray no-stick che non lascia residui sul tortino).
  2. Fondi il cioccolato fondente insieme al burro chiarificato a bagnomaria, mescolando con la frusta fino a ottenere un composto liscio. Fai fondere prima il cioccolato, poi quando è quasi fuso aggiungi il burro. Quando il composto è pronto spegni il fuoco e lascia raffreddare leggermente.
  3. In una ciotola capiente monta le uova con lo zucchero utilizzando il frustino elettrico. Dovresti ottenere un composto leggermente spumoso.
  4. Incorpora il cioccolato fuso alle uova montate. Poco per volta mescolando bene fra una volta e l’altra.
  5. Aggiungi la maizena setacciata e mescola delicatamente con una spatola di silicone fino a ottenere un impasto omogeneo e consistente.
  6. Distribuisci l’impasto negli stampini, riempiendoli per circa 3/4.
  7. A questo punto puoi cuocerli o disporli su un vassoio, coprirli con la pellicola trasparente e congelarli in freezer per cuocerli quando ti serviranno.
  8. Cuoci gli sformati al cioccolato in forno preriscaldato a 190°C per 15 minuti.

NOTA: attenzione che il cuore del tortino non deve essere liquido, ma morbido. Dovrebbe uscire dal forno alla temperatura di almeno 65°C.

  1. Una volta cotti capovolgili sul piatto e servili con la salsa all’arancia.

Per la salsa all’arancia

  1. Spremi le arance e raccogli il succo in un bicchiere.
  2. Versa due cucchiai di succo sull’amido di mais e forma una pastella.
  3. In un pentolino versa il restante succo di arancia e mescolalo con lo zucchero, poi scaldalo senza portarlo a bollore.
  4. Aggiungi la parte di succo mescolata con l’amido di mais e mescola con la frusta fino a quando la salsa si addensa.
  5. Spegni il fuoco e versa la salsa in una brocca. Puoi conservarla in frigorifero prima di servirla.