Figlia del re di Troia e sacerdotessa di Apollo, Cassandra è la veggente condannata dal dio a prevedere il futuro senza essere mai creduta. La tradizione letteraria ci consegna un’identità complessa e stratificata. Se in Omero (Iliade) appare come una principessa bellissima ma priva di facoltà divinatorie, è con Virgilio (Eneide) che assume i tratti drammatici della profetessa inascoltata che tenta invano di bruciare il cavallo di legno.
Durante il sacco di Troia viene stuprata da Aiace nel tempio di Atena e successivamente assegnata come schiava e concubina ad Agamennone. Consapevole della rovina imminente, Cassandra accetta il proprio destino di sangue: nel teatro di Euripide e Seneca il suo legame profetico si intreccia con quello della madre Ecuba, mentre nell’Agamennone di Eschilo la sua figura raggiunge la massima vetta tragica. Posseduta da Apollo, prima di varcare la porta della reggia di Micene, predice in preda al delirio l’assassinio del re e la propria morte per mano di Clitemnestra, invocando la futura vendetta di Oreste e deponendo i simulacri sacri.
A differenza di altre eroine del mito, Cassandra subisce una totale distruzione della propria identità: non ottiene una morte eroica né la protezione del padrone, ma viene trucidata in un delitto consumato da una donna contro un’altra donna, celebrato da Clitemnestra come un macabro “contorno” al proprio godimento.
Chantal Fantuzzi*
Chantal Fantuzzi: docente di greco, latino, lettere, storia e filosofia. Autrice di svariati saggi storici, collabora con Rai 3 e Rai Storia alla trasmissione “Passato Presente” di Paolo Mieli.
Esistono libri che leggiamo per trovare conferme e libri che, invece, agiscono come atti analitici: ci pongono domande che non sapevamo di avere. La rubrica de Il Randagio nasce per accogliere gli Autori con le loro opere su un metaforico ‘lettino analitico’, in uno spazio di sospensione e ascolto. Non una recensione, ma una scansione: un modo per guardare tra le righe, oltre la trama.
Cercando cosa?
Vogliamo rintracciare il desiderio che pulsa sulla pagina. Un libro non è un oggetto inerte ma un corpo vivo. Sotto la superficie della carta e l’eleganza della forma batte la spinta vitale che ha portato l’autore a scrivere: quel misto di urgenza, paura e speranza che spesso sfugge persino a chi tiene la penna in mano. Cerchiamo il punto in cui la scrittura smette di essere mestiere e diventa ‘esserci’.
In questa rubrica l’Autore viene per testimoniare la propria singolarità, non per spiegare ciò che scrive. Lo invitiamo a rallentare, lasciando che le parole emergano con il loro peso autentico. La lente dell’indagine odierna è presa in prestito dalla Cyberpsicoanalisi, perché ogni verità raccontata richiede lo strumento di analisi più appropriato.
L’AUTORE: HUGO BERTELLO
Nato nel cuore del Barocco piemontese a Savigliano (CN), laureato in fisica a Torino e in cosmologia a Helsinki, ha insegnato matematica tra Torino, Manchester e Budapest. Da vero expat ha scelto Lisbona per vivere, scrivere e per dirigere il Festival de Cinema na Casa, una rete di cinema intimi sparsi per i quartieri della città.
Percorso letterario: Ha scritto per CTRLMagazine, In allarmata radura, Limina, Micorrize e Nazione Indiana. Il suo lavoro esplora il confine tra tecnologia e pensiero magico.
Nel 2017 ha curato la prima traduzione italiana de Il significato dell’arte di Wang Xiaobo.
Nell’aprile del 2025 ha pubblicato sulla rivista letteraria Retabloid un ‘atomo’ di materia letteraria di 2000 battute dal titolo ‘Zoo microscopico’.
A febbraio 2026 pubblica il suo romanzo d’esordio ‘Notturno elettronico’.
LA SCANSIONE ANALITICA
Si accomodi o, meglio, si connetta.
Lasciamo fuori il rumore delle presentazioni ufficiali. Partiamo da un titolo che è uno spaesamento: “Notturno elettronico”. Sembra indicare il punto di massimo gelo da cui partire alla ricerca di una scintilla, di una rivoluzione o di un desiderio. La notte e l’elettronica come coordinate di navigazione per raggiungere luoghi altri sulla mappa personale.
Sostiamo un momento tra queste parole. Come unica regola, la invitiamo a dire tutto ciò che le passa per la testa in libera associazione, lasciando emergere il discorso profondo che percorre la sua scrittura.
I. Il Sintomo: La Fuga dalla Misura
Lei ha studiato la struttura dell’universo e la precisione della fisica. Ricardo, il protagonista del suo romanzo, è un ex matematico che vive una vita anonima e regolare. In analisi, la matematica è spesso una difesa contro l’imprevedibilità del desiderio. Ricardo scappa dalle equazioni per incontrare il mistero di Yana: la scrittura è stata per lei il modo di gestire l’angoscia di un universo che, nonostante la fisica, continua a restare muto?
Bertello:
A mio avviso l’universo non è affatto muto. Anzi, parla in continuazione. Solo che è molto difficile comprendere ciò che dice. Come scrisse Calasso nei propri libri: gli dèi amano i camuffamenti. Per smascherarli bisogna affinare l’udito e la vista, o aprire totalmente il proprio cuore, o affidarsi a una delle molteplici tecniche della trascendenza: meditazione, deprivazione sensoriale, sostanze psichedeliche, danza. L’universo è muto soltanto per chi si è lasciato convincere che esista una linea divisoria tra soggetto e oggetto. Tale separazione è utile a fini pratici – il sé che si distacca dal tutto riuscirà a schematizzare, programmare, dominare una realtà talvolta malevola –, ma si rivela disastrosa se viene promossa sul piano esistenziale o filosofico. Spesso si sente dire: Siamo su questo pianeta. È sbagliato. Noi siamo questo pianeta. I nostri pensieri sono personali, ma anche globali, nel senso di formulati dal globo terrestre su cui si mescola e rimescola la materia organica. L’universo, quindi, non può essere muto perché le nostre teste pensano. E analogamente: La realtà non può essere totalmente materiale perché le nostre teste pensano.
Non dovrebbe sorprenderci che una cultura dominata da un positivismo mal digerito affidi alla matematica le ultime velleità mistiche. La matematica, grazie al suo potere di astrazione, ha posto le basi per l’addomesticamento della realtà, ma allo stesso tempo porta in sé una promessa metafisica, visto che le sue algebre e le sue geometrie non appartengono a questo mondo, e pertanto si suppone debbano appartenere a un reame più alto e perfetto, lo stesso a cui attinge la mente. Il protagonista del mio romanzo compie un percorso: si distacca da quel positivismo mal digerito di cui parlavo prima per instaurare un rapporto più totale, più promiscuo, più onesto con la realtà che lo circonda.
II. Il Transfert con Yana: Il Desiderio come Virus
Yana non è solo un personaggio; è l’elemento perturbante che scardina il sistema di Ricardo, il motore che trascina il soggetto fuori dalla sua zona di comfort. Per lei è una ragazza o un codice malevolo inoculato in una vita regolare? Nel suo romanzo il desiderio sembra avere una componente parassitaria: arriva dall’esterno e prende il controllo. Ha paura che l’amore sia solo un’interferenza nel sistema operativo perfettamente bilanciato?
Bertello:
Il sistema operativo di Ricardo non è perfettamente bilanciato, altrimenti non sarebbe così infelice, né cercherebbe un altro modo di stare al mondo. La mia concezione dell’amore emerge in un dialogo tra il narratore e Yana. L’amore è un modo di fare un po’ d’ordine in un universo caotico e incomprensibile. La solidarietà tra gli amanti è un patto per resistere all’orrore e al disfacimento. Siccome non possiamo aggiustare il mondo intero, vale la pena costruire un mondo anche piccolo, dove possiamo sentirci al sicuro, mostrare le nostre vulnerabilità, simulare l’eternità semplicemente giocando. Nel romanzo la storia tra Ricardo e Yana non va a buon fine, ma ciò non vuol dire che io sia un disfattista in ambito amoroso. Piuttosto considero noiose le storie romantiche. Nella simulazione della letteratura preferisco lo scontro, l’imprevisto, il non-finito. Ma anche questo è un gioco, forse una posa.
III. La Coscienza Digitale e il “Manifesto”
Notturno elettronico ospita stringhe di codice di programmazione e manifesti anarchici, muovendosi come in una frammentazione dell’Io narrante. Questa presenza suggerisce che lei non creda più nell’unità del romanzo classico, così come la cyberpsicoanalisi non crede nell’unità dell’anima. Inserire codici nel testo è un tentativo di dare una struttura ossea digitale a una materia magica che altrimenti evaporerebbe, o è la sua parte da fisico che cerca di hackerare la letteratura, sentendola troppo fragile?
Bertello:
I codici di programmazione servono senz’altro a frammentare l’io del romanzo. In qualità di lettore cerco la sfida intellettuale, l’imprevedibilità, la bellezza delle idee. In qualità di scrittore ho quindi provato a creare un testo ibrido che accetti la contaminazione tra vari generi, come il manifesto politico, il cookbook anarchico o l’haiku. A essere sinceri ho pensato ai codici informatici anche come una maldestra forma di marketing: “Leggete Notturno elettronico, il primo romanzo letterario dotato di codici scritti in Python”. I codici, con il loro pragmatismo tecnico, fanno da contraltare alla materia magica del romanzo, ma non cedono a facili schematizzazioni. A mio avviso la forma più squisita di verità è il paradosso. Perciò nel mio romanzo i codici informatici hanno un’anima tenera e umoristica, mentre i personaggi umani si comportano spesso in maniera robotica.
IV. Il Setting: Il Pendolo Psichico da Helsinki a Lisbona
La sua biografia parla di un movimento dal Nord estremo al Sud. Helsinki è il luogo della regolarità, del vuoto e del buio; Lisbona è la luce e la saudade. Perché Ricardo deve trovarsi proprio nel gelo finlandese per cercare la trascendenza? La tecnologia, nei suoi racconti, è il freddo che conserva o il calore che distrugge? Lei vive a Lisbona, ma la sua scrittura sembra rimasta incastrata nei ghiacci del Nord: è lì che risiede il suo vero inconscio?
Bertello:
Poco alla volta ho capito di amare la Finlandia poiché, tra tutti i paesi d’Europa, è uno dei meno popolati. La scarsa pressione antropica ha fatto sì che la società conservi un piccolissimo grado di innocenza. Se penso a ciò che mi dà speranza, davanti ai miei occhi appare un bosco di conifere. Se faccio un inventario dei miei sogni ricorrenti, noto che quasi sempre hanno a che fare con la neve o con il ghiaccio. Da bambino andavo spesso a sciare sulle Alpi. La montagna, i boschi e la neve hanno rappresentato il mio primo legame con quella parte della realtà che non è urbana, non è borghese, non è completamente addomesticata. È verso quei luoghi che la mia fantasia corre quando vuole immaginare un nuovo inizio. Ho scelto di vivere a Lisbona perché la città è un magnete per chi persegue uno stile di vita alternativo e cerca di barcamenarsi nel realismo capitalista senza accettare troppi compromessi. Il mio Es, istintuale e primitivo, tende dunque verso la Finlandia. Il mio Ego, razionale e pianificatore, ricerca la compagnia di persone affini in Portogallo. Il mio super-Ego, infine, critica i compromessi stipulati dal mio Ego e gli rammenta a cosa dovrebbe aspirare tramite la scrittura di un romanzo.
V. Il Taglio della Seduta: Il Resto Incalcolabile
Il tempo a nostra disposizione per oggi è scaduto. Le avevamo preparato un’ultima domanda sulla natura dei suoi sogni, Hugo. Volevamo chiederle se sogna ancora in analogico — tra i ricordi d’infanzia a Savigliano e il cervo della copertina — o se la sua mente è passata al linguaggio booleano, a una sequenza di 0 e 1 che cercano disperatamente di diventare un “Vero”.
Ma, seguendo Bion, preferiamo rinunciare al desiderio di sapere. Non vogliamo memoria della sua biografia, né la confessione del suo inconscio. Il segreto del suo sogno deve restare intatto per non essere consumato dall’algoritmo.
Lei vive a Lisbona e scrive di Helsinki; è un cosmologo ma evoca la magia. Se le togliessero la tastiera, restituendole solo il silenzio, lei chi sarebbe? Un bit o quel resto incalcolabile che brilla nell’ombra?
Non risponda adesso. Lasci semplicemente risuonare il suo “forse”. Hello World, noi ci siamo.
Ne riparliamo alla prossima seduta, al suo prossimo romanzo.
La seduta è tolta.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?
Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.
In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).
Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.
A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.
Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.
Buona lettura.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Esiste un prezioso video su Youtube: cinque minuti di un’intervista del 1951 a Carson McCullers, scrittrice americana di grande talento ancora non abbastanza letta in Italia.
Ella risponde in modo simpatico ed intelligente ad un pressante intervistatore, fumando una sigaretta.
Carson McCullers nacque nel 1917 a Columbus in Georgia. La sua famiglia derivava in parte da irlandesi e da ugonotti francesi e prima della guerra civile del 1865 era stata molto agiata.
Il suo vero nome era Lula Carson Smith.
Gli Smith negli anni Venti erano una famiglia medio borghese ma in difficoltà economica anche se assai rispettata a Columbus.
Carson era una bambina intelligente ed ipersensibile e molto di lei si ritrova in Mick Kelly, l’adolescente del suo splendido romanzo d’esordio “Il cuore è un cacciatore solitario” (The Heart is a Lonely Hunter, 1940) che pubblicò a soli 23 anni e in Frankie Addams, protagonista del suo terzo, commovente romanzo, “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946).
Solitamente Carson viene considerata tra le autrici del Southern Gothic, un genere letterario che narra di persone solitarie, smarrite, talvolta inquietanti che vivono in un ambiente degradato e violento.
Gli autori del genere comprendono scrittori come William Faulkner, Erskine Caldwell, Flannery O’Connor, il commediografo Tennessee Williams, che fu grande amico di Carson, Truman Capote, Harper Lee.
Il suo stile di scrittura bello, scorrevole, intenso, lucido, avvincente si contraddistingue per la profonda umanità, la descrizione spesso di persone emarginate dalla società che lottano, tra grande intuizioni ed errori, per qualcosa di meglio.
Nel 2016 la giornalista Sarah Schulman ha scritto in un articolo sul ‘The New Yorker’: “McCullers aveva una capacità quasi singolare di descrivere l’umanità di qualsiasi tipo di persona, molte delle quali non erano mai apparse nella letteratura americana prima che lei le creasse”.
Ella diede voce e volti ad Afro American, disabili e omosessuali.
“Il cuore è un cacciatore solitario” ebbe immediatamente un grande successo. Carson dovette farsi inviare un anticipo dal suo editore per raggiungere New York dove venne travolta da una celebrità alla quale non era emotivamente preparata.
Oggi il libro è per la rivista “Time” tra i 100 migliori in lingua inglese e per la Modern Library tra i 100 romanzi più belli del Ventesimo secolo.
Lei lo aveva iniziato a soli 19 o 20 anni, il che è sorprendente.
È romanzo intenso, coinvolgente, perfettamente equilibrato nell’andamento e nella struttura che narra di quattro personaggi che si aprono emotivamente solo con un uomo gentile e garbato, un muto di nome John Singer in una cittadina polverosa del profondo Sud degli States tra il 1938 e il ’39.
Singer diventa involontariamente il catalizzatore di alcune solitudini: Mick, una tredicenne che desidera diventare una musicista (come aveva pensato anche Carson che aveva studiato il pianoforte), ribelle e spericolata. Mick è una sognatrice in un microcosmo senza sogni rigidamente diviso tra la chiesa e il cinema che il sabato sera fa sognare sul grande schermo vite irraggiungibili, nata al tempo del grande crollo economico del 1929 che condusse gli States negli anni della grande Depressione che vennero ben descritti da John Steinbeck in “Furore” (The Grapes of Wrath, 1939).
Con il New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il paese stava lentamente riemergendo dalla crisi mentre in parte d’Europa, prossima alla guerra, infuriava il fascismo.
Mick con i suoi calzoncini corti e le sue T shirt è un tomboy, parola che in italiano viene tradotta con l’aggettivo dispregiativo ‘maschiaccio’ ma che in americano, invece, non ha una valenza negativa.
Ella si perde in fantasticherie mentre la sua indaffarata famiglia è travolta da problemi economici e farà l’amore, per la prima volta, in riva al fiume con un timido coetaneo, Harry, un ragazzino ebreo con gli occhiali che vagheggia di uccidere Adolf Hitler.
Anche Blount, un uomo che ha fatto mille mestieri, che ha visto mille atrocità, che viene da chissà dove, spesso ubriaco nel New York City Cafe di Biff Brannon con la sua tuta jeans da lavoro, i baffi e che lavora come meccanico in una giostra, che cerca vanamente di risvegliare una coscienza sociale nella popolazione addormentata, racconta i suoi dolori al muto che lo accoglie affabilmente.
Blount ha qualche similitudine con i personaggi di Nelson Algren, lo scrittore comunista di Chicago, nel nord del paese che raccontava di una rabbia diffusa dopo la grande Depressione.
La rabbia domina anche il dottor Copeland, un anziano medico nero che si occupa con grande altruismo dei suoi ammalati.
È un uomo colto che si è allontanato dalla profonda fede cristiana dei neri per diventare marxista (uno dei suoi figli si chiama Karl Marx ma preferisce farsi chiamare Buddy).
Egli detesta ogni frivolezza, le camicie sgargianti, le cravatte eleganti ambite dalla gioventù, la musica sincopata delle sale da ballo, i bianchi (ad eccezione di John Singer) e l’arroganza e violenza di molti di loro.
La schiavitù era finita ma non la segregazione razziale e il razzismo.
“Essere un nero in questo paese e avere una certa consapevolezza significa essere quasi sempre in preda alla rabbia” ha scritto James Baldwin, scrittore e ammiratore letterario delle opere di Carson.
Fa da contrappunto al dottor Copeland sua figlia Portia che lavora come cameriera nella famiglia di Mick ed è profondamente affezionata ai bambini, una donna dolce che lotta per un futuro migliore ma le cui speranze vengono infrante dalla realtà.
Scriveva Richard Wright, autore di “Ragazzo nero” (Black Boy, 1945) in una recensione del romanzo sulla rivista ‘The New Republic’ nel 1940:
“Per me l’aspetto più impressionante de “Il cuore è un cacciatore solitario” è la sorprendente umanità che consente ad una scrittrice bianca, per la prima volta nella narrativa del Sud, di gestire i personaggi neri con la stessa facilità ed equità di quelli della sua etnia.
Questo non può essere spiegato stilisticamente o politicamente, sembra derivare da un atteggiamento nei confronti della vita che consente a Miss McCullers di superare le convenzioni del suo ambiente e di abbracciare l’umanità bianca e nera in un’unica ondata di comprensione e di tenerezza”.
Anche Berenice la governante nera di “Invito a nozze” è uno dei migliori personaggi creati dalla scrittrice.
Pure nel romanzo “Orologio senza lancette” (Clock Without Hands) del 1953 c’è un importante personaggio Afro American, Sherman Pew.
Nella vita fu di grande aiuto a Carson Ida Reeder, la sua governante/amica nera, assunta dapprima dalla madre, che si occupò di lei quando la sua salute incominciò a declinare rapidamente.
L’ambiguo, riflessivo Biff Brannon è un altro personaggio che si confida con il muto Singer. Meticoloso, flemmatico gestore di un Caffé sempre affollato e fumoso ha un rapporto complesso con la moglie, un’insegnante di religione indolente e pigra, con la quale l’amore è finito da tempo.
Egli vuole capire le ragioni delle azioni umane, colleziona vecchie riviste da dieci anni e ha una predilezione sentimentale per Mick che mai oserebbe agire.
Singer non ha parole da offrire loro ma ascolto e comprensione – e loro vogliono bene a Singer. Questo è il nucleo del romanzo in cui c’è un grande, imprevedibile colpo di scena.
Nel profondo legame tra John Singer e il pingue, capriccioso, goloso sordo muto Antonopoulus (il suo opposto) viene delicatamente suggerito un amore omosessuale, tema che Carson riprenderà in un tono cupo nella passione proibita del conformista capitano Penderton per il soldato Williams (che invece è attratto dalla bella moglie di lui, Leonora) in “Riflessi in un occhio d’oro (Reflections in a Golden Eye) del 1941, il suo secondo romanzo.
In “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946), dal quale venne tratta una commedia di successo scritta da lei stessa, Carson descriveva i sentimenti di un’altra adolescente, Frankie, in prossimità del matrimonio del fratello. Anche questo romanzo è bellissimo e struggente e racconta la confusione di Frankie, una dodicenne, che si sente un po’ una ragazza e un po’ un ragazzo e ciò la riempie di dubbi a cui non sa e non può rispondere. (Nota 1)
Il tema dell’amore omosessuale attraverserà la vita di Carson.
Detto per inciso, il tema verrà solo accennato nella biografia sulla scrittrice di Virginia Spencer Carr (che ha una bella prefazione di Tennessee Williams), quasi negato in quella di Josyane Savigneau e infine dimostrato nell’ultima, pubblicata nel 2024 a New York da Mary V. Dearborn.
In un’America conservatrice, puritana ed omofoba, Carson, adolescente, si era platonicamente innamorata della sua insegnante di pianoforte.
Verso i 17 anni aveva conosciuto un avvenente, slavato ed enigmatico ex militare, Reeves McCullers (dal quale prenderà il cognome) che aveva quattro anni più di lei. Era nata un’amicizia e poi un amore: nel ’37 si erano sposati.
Lei non aveva ancora compiuto vent’anni.
Reeves era come lei un liberal, che negli Usa significa di sinistra, e sognava di diventare uno scrittore.
Da chi lo conobbe venne descritto come ‘un gentiluomo del sud’, sempre gentile ma presto entrambi incominceranno a bere troppo.
Nel 1944 Reeves sarà tra i primi americani a sbarcare in Normandia ma dopo la guerra, in parte frustrato dalla mancanza di lavoro, dal grande successo della giovane moglie, dall’alcolismo avrà un grande crollo emotivo.
Il 1 luglio 1940 in un bar di New York Carson aveva conosciuto una scrittrice svizzera trentaduenne che desiderava farle un’intervista: “Sapevo che il suo viso mi avrebbe perseguitato per tutta la vita” scrisse poi Carson.
Era Annemarie Schwarzenbach che le apparve simile al principe Myskin, il protagonista ‘assolutamente buono’ de “L’idiota” di Dostoevskij.
Annemarie era lesbica, era nata nel 1908 in una delle famiglie più agiate di Zurigo, industriali tessili, ma si era presto scontrata con le loro idee molto conservatrici. Era fuggita nella Berlino della Repubblica di Weimar dove aveva fatto grande amicizia con Erika e Klaus Mann e fu proprio quest’ultimo a presentarla a Carson.
Annemarie non solo era bella ma rappresentava l’Europa ferita. Attivista antifascista aveva finanziato un’ottima rivista letteraria di Klaus Mann, era stata (con grande scandalo della famiglia) al Congresso degli scrittori contro il fascismo a Mosca, aveva viaggiato in Persia (l’attuale Iran), in Afghanistan e in India.
Scriveva libri delicati e visionari che raccontavano di giovani che vanamente cercavano l’amore in donne sfuggenti e di angeli incontrati nei giardini della Persia.
Tra Carson e Annemarie nacque un’amicizia che la seconda non volle trasformare in un amore perché voleva salvaguardare Carson: Annemarie aveva in quel periodo grandi problemi privati.
Le lettere di lei a Carson sono affettuose e premurose anche se non sentimentali.
Reeves fu assai geloso della moglie e giunse a schiaffeggiarla. Il loro matrimonio si disintegrò, lui le rubò anche dei soldi ma poi le chiese scusa.
Carson lo lasciò.
Negli anni ’40 Carson ebbe tre ictus che le procurarono invalidità nella parte sinistra del corpo. Reeves, dal fronte europeo, le scriveva tenere lettere d’amore chiamandola “Darling Girl” e nel 1945 si sposarono di nuovo.
Le cose andarono peggio. Entrambi cercavano sollievo nell’alcool come faceva anche Hemingway ma quando nel 1953 a Parigi Reeves andò fuori di testa e cercò di convincerla a suicidarsi insieme a lui, lei fuggì negli Stati Uniti.
Poco dopo lui si suicidò. Aveva 40 anni.
Nel 1956 lei scrisse un racconto su un uomo distrutto dell’alcool “Who Has Seen the Wind?” (il titolo era preso da un verso di Christina Rossetti) e una commedia teatrale, “The Square Root of Wonderful” (letteralmente, La radice quadrata del meraviglioso – non pubblicata in Italia) dove raccontava la storia di una donna che ama un uomo annientato dal fatto di non essere uno scrittore.
Nel 1951 aveva invece pubblicato una bellissima raccolta di novelle intitolata “La ballata del caffè triste” (The Ballad of the Sad Cafe”) che narrava anche la storia di una donna forte e schiva che viene plagiata da uno scaltro nano.
Alcuni testi di Carson erano dedicati ad Annemarie che nel 1942 era deceduta in Svizzera a causa di un incidente stradale.
Durante un viaggio a Roma Carson conobbe Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Carlo Levi.
In altri momenti il poeta inglese W.H. Auden, Christopher Isherwood, Rosamond Lehmann, la scrittrice francese Françoise Sagan, Lillian Hellman, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Karen Blixen, aiutò il giovane Truman Capote e altri.
A 40 anni, nel 1957, Carson, che aveva seri problemi di salute e un blocco letterario, su consiglio di alcuni amici si rivolse ad una psicoterapeuta, Mary Mercer.
“Ho perso la mia anima” le disse.
“Nessuno perde la propria anima” le rispose lei.
Incominciò un assiduo lavoro terapeutico e, ad un certo punto, decisero di registrare le sedute – una cosa scorretta professionalmente – perché Carson pensava di scrivere una sua autobiografia che rimase poi incompiuta.
La dottoressa Mercer viene generalmente considerata colei che salvò Carson. Il che è vero ma Carson che era disabile, alcolista e che aveva perso i genitori, Reeves e Annemarie le lasciò gestire tutta la sua vita (forse troppo).
Oltre che terapeuta (per un anno) fu un’amica, prendeva decisioni per lei, parlava con i medici, fece staccare la spina quando nel 1967 Carson fu in coma per un mese dopo un quarto grave ictus (morì il giorno dopo a 50 anni), fu in parte sua erede.
Morì a 101 anni nel 2013. Aveva acquistato la villa di Carson a Nyack, vicino New York, e ne aveva fatto un laboratorio per giovani artisti e lasciò le registrazioni e gli appunti della terapia ad una università.
……
Nota 1) da Lavinia Capogna “Carson McCullers, il genio celato della letteratura americana” (2025)
Carson McCullers ha anche ispirato recentemente i libri:
Jenn Shapland “My Autobiography of Carson McCullers: A Memoir” (che non è una biografia) e
Daria Gatti “Nantucket. Una storia ispirata alle vite di Carson McCullers, Tennessee Williams e Annemarie Schwarzenbach”.
Sono stati tratti importanti film dai suoi libri diretti da Fred Zinnemann, John Houston, Robert Ellis Miller.
La cantautrice rock folk Suzanne Vega le ha dedicato l’album “Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers”.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta!”
Ad litteram suona quasi gentile: “Ho conosciuto anche te, ombrellino di seta.” E invece è una sentenza: ti ho letto, ti ho riconosciuto, la sceneggiata è finita.
L’ombrellino di seta, nella Napoli di un tempo, era un accessorio leggero, raffinato, da tenere in mano come una firma. Ma proprio perché si vedeva da lontano, poteva diventare un dettaglio che serviva a farsi notare più che a ripararsi dal sole.
E allora “o’mbrellino ’e seta” diventa l’etichetta perfetta per chi si presenta lindo, irreprensibile, pieno di buone maniere. Qualcuno/a che si mette addosso la rispettabilità come un profumo: tanto per coprire qualcos’altro.
Il bello (e il feroce) del detto è che non ti insulta in modo frontale: ti riduce a immagine. Ti trasforma in oggetto da passerella, ti fa piccolo, ornamentale.
Oggi poi l’ombrellino di seta ha cambiato posto: sta nei feed, nelle stories, nelle bio lucidate a specchio. Stesso principio: confezione impeccabile, contenuto discutibile. E quando qualcuno prova a venderti virtù come fossero merce, Napoli risponde con una frase sola, asciutta e definitiva:
“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta.” Puoi luccicare quanto vuoi, ma io ho capito chi sei.