Nelle ultime settimane le piazze italiane si sono riempite più volte. Il 10 ottobre si è manifestato per la Palestina in più di cinquanta città, con migliaia di persone nei cortei e momenti di tensione a Torino. Sabato 17 ottobre è stata la volta del carovita, con una partecipazione in larga parte giovanile e con gli scontri di Milano, Torino e Bologna, dove secondo le cronache del Sole 24 Ore ci sono stati decine di feriti e cinquanta arresti, la metà dei quali minorenni. La presidente del Consiglio ha condannato le violenze e ha chiesto all’opposizione di non essere ambigua. Mentre le strade si riempiono, torna a circolare anche sui social una domanda scomoda che arriva da un libro di diciassette anni fa.
Il libro è Capitalist Realism di Mark Fisher, uscito nel 2009 per Zero Books, e la domanda dà il titolo al secondo capitolo: «What if you held a protest and everyone came?», cioè che cosa accadrebbe se si organizzasse una protesta e venissero tutti. A prima vista sembra una provocazione ingenua. In realtà mette in discussione un’idea di politica che molti di noi hanno ereditato senza discuterla, quella secondo cui una partecipazione massiccia produce di per sé una pressione alla quale i governi non possono sottrarsi.

Per capire perché la domanda pesi tanto bisogna ricordare che cosa Fisher intende con realismo capitalista, cioè la sensazione diffusa che il capitalismo sia l’unico sistema praticabile e che sia ormai impossibile perfino immaginare un’alternativa coerente. Nel primo capitolo sostiene che la vecchia partita tra sovversione e recupero, tra détournement e incorporazione, sembra esaurita. Quello che abbiamo davanti è la precorporazione, la formattazione preventiva di desideri, aspirazioni e speranze da parte della cultura capitalista, tanto che le zone «alternative» o «indipendenti» sono diventate gli stili dominanti dentro il mainstream. Cobain, scrive, sapeva che nulla funziona meglio su MTV di una protesta contro MTV. Il dissenso, in altre parole, può essere previsto e venduto prima ancora di accadere.
Questo realismo non cade dal cielo, e Fisher ne ricostruisce la fabbricazione. Fu costruito negli anni Ottanta, con uno scontro politico che i suoi fautori vinsero, e la formula di Margaret Thatcher secondo cui non esistono alternative divenne una profezia che si autoadempie. Lo sciopero dei minatori del 1984-85 ne è il simbolo, perché la chiusura dei pozzi fu difesa sostenendo che tenerli aperti non era economicamente realistico, e i minatori furono trasformati negli ultimi attori di un romanzo proletario destinato a finire male. Ciò che oggi si definisce realistico era a sua volta impossibile, come le privatizzazioni che nel 1975 sarebbero state impensabili, mentre ciò che era del tutto praticabile viene ormai bollato come irrealistico. A costruire il clima ideologico in cui il realismo ha potuto prosperare furono, sulla scia di David Harvey, i neoliberisti stessi, che Fisher descrive come più leninisti dei leninisti, perché usarono i think tank come avanguardia intellettuale. Harvey, ricorda, mostra che in un’epoca battezzata postpolitica la guerra di classe è continuata, ma combattuta da una parte sola, quella dei ricchi.
Fisher comincia da Wall-E, il film Disney Pixar del 2008 in cui la colpa del disastro ricade su una megacorporazione e il pubblico viene preso in giro per il proprio consumismo. Usando il concetto di interpassività di Robert Pfaller, sostiene che il film recita al posto nostro la parte dell’anticapitalismo e ci lascia liberi di continuare a consumare senza conseguenze. L’ideologia capitalista, aggiunge, non ha bisogno di convincere nessuno, perché le sue operazioni non dipendono da alcuna fede soggettiva e funzionano benissimo, in certi casi meglio, quando nessuno ne fa l’apologia. Sulla scia di Žižek osserva che il distacco cinico non ci protegge, perché anche chi non prende sul serio ciò che fa continua a farlo, e che credere in cuor proprio che il capitalismo sia un male lascia perfettamente liberi di partecipare agli scambi.
Poi arriva a Live 8, il concerto del 2005 contro la povertà, che definisce una strana protesta, una protesta con cui chiunque poteva essere d’accordo, visto che nessuno vuole davvero la povertà. Proprio lì, scrive, la logica della protesta si mostrava nella forma più pura. Il movimento degli anni Sessanta aveva postulato un Padre malevolo che dispone di risorse illimitate e le accumula per egoismo, e chi protesta continua a rivolgersi a quella figura. Secondo Fisher è la protesta stessa a dipendere da questa figura, e non il capitalismo, e uno dei successi dell’élite globale è stato evitare di farsi riconoscere nel Padre avaro, pur imponendo ai giovani una realtà più dura di quella contro cui allora si protestava. Con una nota quasi sarcastica ricorda che a organizzare Live 8 fu l’élite stessa, nelle vesti di intrattenitori come Richard Curtis e Bono. Lo schema vale anche per ogni appello rivolto a un potere che si immagina capace di fermare una guerra o un rincaro con un atto di volontà, quando i meccanismi che producono guerre e rincari sono impersonali e poggiano in parte su un consenso quotidiano che nessun corteo mette in discussione.
Il passaggio più utile a chi scende in piazza oggi è quello dedicato al movimento anticapitalista dei primi anni Duemila. Fisher scrive che, incapace di indicare un’alternativa politico-economica coerente, esso lasciava il sospetto di voler mitigare gli eccessi del sistema più che sostituirlo, e che, poiché la sua attività consisteva nell’allestire proteste anziché nel fare organizzazione politica, dava l’impressione di avanzare una serie di richieste isteriche che non si aspettava venissero accolte. Le proteste, conclude, sono diventate un rumore di fondo carnevalesco del realismo capitalista. Riconquistare un’autentica capacità di azione politica comincia, a suo avviso, dall’ammettere la nostra complicità, perché il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta che tuttavia non sarebbe nulla senza la nostra cooperazione. Il ricatto ideologico in vigore dai concerti di Live Aid del 1985 ci ha detto invece che individui premurosi possono sconfiggere la fame senza passare da una soluzione politica, sospendendo la politica in nome dell’immediatezza etica, fino alla fantasia del marchio Product Red di Bono, secondo cui basterebbe comprare i prodotti giusti.
Ne discende che una critica soltanto morale, concentrata sulla sofferenza prodotta dal sistema, rafforza il realismo capitalista, perché povertà, fame e guerra possono essere presentate come parti inevitabili della realtà mentre la speranza di eliminarle viene liquidata come ingenuo utopismo. Il realismo capitalista può essere scalfito soltanto mostrando che il suo presunto realismo non regge e che ciò che appare naturale è una costruzione politica, come dimostra la stagione delle privatizzazioni, impensabili pochi anni prima di essere realizzate. Fisher indica come terreni da politicizzare la salute mentale e la burocrazia, e si chiede come sia diventato accettabile che così tante persone, soprattutto giovani, stiano male. Nel capitolo successivo dà un nome alla condizione di chi sa che le cose vanno male e sa di non poterci fare nulla, l’impotenza riflessiva, e la descrive come una profezia che si autoadempie, diversa sia dall’apatia sia dal cinismo.
La salute mentale è per Fisher il caso esemplare. Il realismo capitalista la tratta come un fatto naturale, simile al meteo, e privatizza lo stress, scaricandolo sull’individuo, sulla sua chimica cerebrale o sulla sua famiglia, in modo da escludere in partenza qualunque causa sociale. Questa riduzione chimico-biologica, osserva, va di pari passo con la depoliticizzazione e porta due vantaggi al sistema, perché rafforza l’individualismo atomistico e apre un mercato lucroso alle case farmaceutiche. Che ogni disturbo abbia un correlato neurologico non dice nulla sulle sue cause, e chiedersi perché certe persone abbiano bassi livelli di serotonina richiede una spiegazione sociale e politica. A sostegno si appoggia al lavoro di Oliver James, che collega l’aumento del disagio psichico al capitalismo egoista di impronta neoliberale, e all’esperienza di insegnante in un college di formazione, dove incontrava ragazzi che descrive in uno stato di edonia depressiva, incapaci di fare altro che inseguire il piacere. Quanto ai giovani, aggiunge, la patologizzazione chiude in anticipo ogni possibilità di politicizzazione.
Fisher non assolve nemmeno chi scende in strada con più convinzione. Gli studenti britannici gli sembrano rassegnati, e gli studenti francesi che nel 2006 protestavano contro il neoliberismo potrebbero sembrare l’alternativa. Per Fisher non lo sono, perché ripetono la forma del Sessantotto per difendere l’esistente, e la nostalgia dei contesti in cui quelle pratiche funzionavano non serve a niente. Suggerisce invece di spostare il terreno dalle sole rivendicazioni salariali ai malesseri specifici del capitalismo contemporaneo, e alla fine di un capitolo successivo osserva che un fatalismo simile può essere sfidato soltanto se emerge un nuovo soggetto politico collettivo.
Fisher descrive la trappola con due figure. Gli immobilizzatori conservano la forma della protesta sessantottina e la usano per resistere al cambiamento, come gli studenti e i sindacati francesi di cui si è detto, che secondo l’Economist volevano tenere la Francia com’era. I comunisti liberali, espressione che riprende da Žižek e che applica a personaggi come George Soros e Bill Gates, uniscono la caccia al profitto alla retorica della responsabilità sociale e ambientale e abbracciano flessibilità, nomadismo e spontaneità, che sono i tratti della gestione post-fordista. Ne ricava che la resistenza al nuovo non è una causa su cui la sinistra possa o debba raccogliersi, e che riprendersi il nuovo non può voler dire adattarsi alle condizioni date, perché ci siamo adattati fin troppo bene e l’adattamento riuscito è la strategia del managerialismo per eccellenza.
Le piazze di ottobre vanno lette insieme, perché molti dei soggetti che hanno sfilato per Gaza sono gli stessi che sono scesi in strada contro il carovita, e perché parlano della stessa cosa. Una guerra che si combatte altrove e il costo della vita che pesa qui sono due facce di un’unica economia di guerra, imposta dall’Occidente dentro e fuori i propri confini, che si manifesta con le bombe da una parte e con i bilanci, i prezzi e gli affitti dall’altra. Per questo le due mobilitazioni condividono anche lo stesso rischio, quello di essere registrate come espressione legittima di dissenso e poi archiviate, trattate come questione di ordine pubblico quando c’è violenza e come colore quando non c’è. Quando il dibattito si sposta sulla condanna la rivendicazione esce dall’inquadratura, e a Milano, secondo le cronache, è bastato un centinaio di persone per occupare la scena con petardi e fiamme. La violenza di pochi offre al potere il pretesto migliore per non rispondere a nessuno, e a tutti gli altri la comodità di discutere di galateo del dissenso invece che di affitti. Il rischio che Fisher descrive è che anche la rabbia venga formattata in anticipo, e la sequenza delle reazioni a ogni corteo, tra condanne e distinguo, si ripete con una regolarità che sembra scritta prima. Per questo la sola partecipazione, per quanto ampia, non basta a misurare l’esito di una mobilitazione.
Il quadro cambia a Napoli, dove sabato 24 ottobre la protesta contro il carovita è sfilata da piazza Garibaldi a piazza Municipio. La vigilia era stata tesa. Venerdì sera, in piazza Municipio, un gruppo aveva tentato di sfondare il cordone per raggiungere Palazzo San Giacomo, c’erano state perquisizioni a carico di sette persone e sui social circolavano inviti alla guerriglia, tanto che i commercianti temevano il peggio e le forze dell’ordine avevano predisposto la massima allerta. Il giorno dopo, mentre a Torino, Roma, Bologna e Firenze si registravano scontri, a Napoli sono sfilate circa seicento persone secondo le forze dell’ordine. Dopo uno scoppio di petardi, condannato dagli stessi manifestanti, la giornata si è chiusa con l’applauso ai poliziotti che avevano allentato il cordone.
Per capire che piazza fosse vale la testimonianza che Antonio Del Castello ha affidato a caldo a Nazione Indiana il 26 ottobre, con la cautela di chi è pronto a correggersi. Secondo il suo racconto il corteo è stato convocato sui social e si è svolto al di fuori dei circuiti dei collettivi e dell’attivismo organizzato, per una coincidenza fortuita, dato che i collettivi erano a Castel Volturno a manifestare contro il centro per i rimpatri. Lì, lo stesso giorno, sfilavano diecimila persone secondo la Questura e ventimila secondo gli organizzatori, con vescovi, sindacati e il presidente della Regione, intorno a un oggetto preciso, un’opera da fermare. A Napoli la composizione era mista e fortemente popolare, fatta di lavoratori, piccoli commercianti, precari, disoccupati e studenti, simile a quella delle proteste di commercianti e ristoratori dell’ottobre 2020. Del Castello descrive un servizio d’ordine interno energico, con molte donne dei quartieri popolari, che intimavano ai giovanissimi incappucciati di tenere il volto scoperto e invitavano a non cadere nelle trappole, perché molti non volevano che Napoli subisse il fango mediatico riservato al Sud dopo i fatti di Torino e Milano. La Digos, scrive, si è trovata senza i consueti punti di riferimento tra i manifestanti e ha dovuto arretrare. In testa al corteo sventolavano tricolori che a suo giudizio avevano un senso nazional-popolare e non nazionalista, mentre partiva a intervalli regolari il coro antifascista e un oratore rivendicava una nazione di diritti per tutti.
Letta con Fisher, la piazza napoletana mette alla prova la domanda del titolo in modo diverso da quella di Milano. Una questura preparata al peggio si è trovata senza un volto politico riconoscibile a cui attribuire il disordine, e il dispositivo predisposto per altro ha avuto davanti una folla che chiedeva dignità e non violenza. I cori più ripetuti erano contro il governo e la premier, di cui si chiedevano le dimissioni, e un grido che chiede a una persona di andarsene indica un bersaglio che il sistema sostituisce senza fatica, perché un governo può cadere mentre prezzi, salari e priorità restano dove sono. È il Padre malevolo di cui Fisher parla a proposito di Live 8, e un linguaggio di diritti, di povertà comune e di appartenenza al popolo, che non nomina produzione e proprietà, preoccupa il governo ancora meno di quanto lo preoccupino le piazze che bruciano. Il rischio è speculare a quello di Milano, perché se lì la violenza ha dato al potere il pretesto per non rispondere, a Napoli la pace rischia di concedergli il lusso di non sentire. La piazza napoletana ha fatto però anche qualcosa che Fisher invoca. Nel sit-in finale a piazza Municipio è stato rilanciato lo sciopero che, ricorda Del Castello, i sindacati di base hanno indetto per venerdì 30 ottobre, con un coro che dava luogo e data, «in piazza Mancini il trenta ottobre», cosa che lui definisce semplice e mai vista prima. Una piazza che dà appuntamento al giorno dopo comincia a fare ciò che Fisher chiede, cioè a trasformare la rabbia in un soggetto collettivo.
Il realismo, qui, si presenta nella forma di sempre. Ogni richiesta di cambiare l’ordine delle priorità viene liquidata come irrealistica, e a stabilire che cosa sia realistico sono gli stessi che traggono vantaggio dall’ordine esistente. Per Fisher il realismo capitalista si incrina soltanto quando si mostra che il suo presunto realismo non regge. Chi scende in piazza per Gaza e per il carovita contesta, in fondo, proprio l’ordine delle priorità, e dice che quelle priorità non sono naturali e che qualcuno le ha decise.
La protesta serve, e Fisher non invita a restare a casa. Fa uscire le persone dalla solitudine, rompe il senso comune, mette in circolazione parole che il giorno prima non si potevano pronunciare. Ma un corteo, per quanto affollato, si valuta da ciò che lascia dietro di sé, e a lasciare qualcosa sono strutture lente e poco fotogeniche, come i sindacati degli inquilini, le reti di mutuo soccorso, le vertenze che durano mesi, i collettivi che esistono anche quando le telecamere se ne sono andate. È lì che si costruisce la capacità di trattare con chi decide, ed è lì che nasce il soggetto collettivo di cui parlava Fisher.
Fisher non è tenero nemmeno con le forme tradizionali della rappresentanza. Ricorda che nel Regno Unito i rappresentanti storici della classe lavoratrice trovarono il fordismo fin troppo comodo, perché la stabilità dell’antagonismo garantiva loro un ruolo, e che per questo fu facile ai fautori del post-fordismo presentarsi come avversari dello status quo. Riprende da Deleuze una domanda lasciata aperta, se i sindacati, legati a una storia di lotte contro le discipline e dentro gli spazi chiusi, sapranno adattarsi alle società del controllo o lasceranno il posto a nuove forme di resistenza. Dalle sue pagine emerge l’indicazione che organizzarsi oggi significa inventare forme all’altezza di un lavoro frammentato, di un’informazione continua e di un’ansia privatizzata, senza rimpiangere i luoghi in cui la vecchia organizzazione funzionava.
Resta da dire che la domanda di Fisher non ha una risposta consolatoria. Se la piazza piena basta a esprimere la forza di un movimento, rischia anche di esaurirla, perché il sistema ha imparato a tollerare, e a volte a spettacolarizzare, il dissenso che non intacca produzione, proprietà e decisioni economiche. Ciò che i cortei di ottobre hanno mostrato, insieme alla rabbia, è che il bisogno di giustizia sociale è vivo e che molte persone, soprattutto giovani, sono disposte a metterci il corpo. È un patrimonio raro, che vale la pena difendere dalla dispersione.
La mia posizione è che le piazze di oggi vadano prese sul serio per ciò che chiedono, senza ridurle a una questione di ordine pubblico e senza trasformarle in un rito rassicurante di indignazione condivisa. La domanda di Fisher, a diciassette anni dalla sua formulazione, continua a valere perché mette chi manifesta davanti alla responsabilità del giorno successivo, e chi la ignora si prepara a scoprire che il potere ha imparato da tempo ad ascoltare i cortei senza muoversi di un passo.
Fonti
Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Winchester, Zero Books, 2009, capp. 1-6 (il capitolo 2, «What if you held a protest and everyone came?», occupa le pp. 12-15).
Antonio Del Castello, «Nazionale-popolare: un inedito corteo contro il carovita a Napoli», Nazione Indiana, 26 ottobre 2026, https://www.nazioneindiana.
La Sicilia, «Ondata di proteste in oltre cinquanta città italiane per la Palestina», 10 ottobre 2026: https://www.lasicilia.it/news/
Il Sole 24 Ore (edizione inglese), cronaca delle proteste contro il carovita di sabato 17 ottobre 2026: https://en.ilsole24ore.com/
Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2026, sul corteo di Castel Volturno contro il CPR: https://www.ilfattoquotidiano.
Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2026, sul corteo di Napoli contro il carovita: https://www.ilfattoquotidiano.
ANSA, «In centinaia a Napoli contro carovita, cori e petardi ma nessun disordine», 24 ottobre 2026: https://www.ansa.it/campania/
PrimaCampania, «Napoli, corteo contro il carovita senza scontri», 24 ottobre 2026: https://www.primacampania.it/
Il Roma, «Carovita, a Napoli corteo ma senza tensioni», 25 ottobre 2026: https://www.ilroma.net/news/
NapoliToday, «Napoli scende in piazza: centinaia in corteo contro il carovita», 24 ottobre 2026: https://www.napolitoday.it/
Napoli Zon, «Carovita, sale la tensione per la manifestazione a Napoli», 24 ottobre 2026: https://napoli.zon.it/
Nano TV, «Napoli e Castel Volturno: due piazze, un weekend di protesta», 24 ottobre 2026: https://www.nanotv.it/2026/10/
Stylo24, «Castel Volturno, il Cpr si farà? Fico dichiara guerra al governo», 25 ottobre 2026: https://www.stylo24.it/cpr-
Francesco Russo*

* Francesco Russo è avvocato cassazionista, interno all’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale di Napoli, dove si occupa di contenzioso civile, amministrativo e tributario. Scrive di diritto, intelligenza artificiale e spazio pubblico per Pressenza, Filodiritto e altre testate giuridiche e culturali. Ha pubblicato Il principio del risultato. AI e decisione pubblica (Amazon KDP, 2025) e sta lavorando a un secondo progetto editoriale sullo stesso tema.

