Professore di letteratura antica, autore per il New Yorker, Mendelsohn potrebbe rappresentare il tipico esponente dell’intellettualità ebraica newyorkese che, lasciatosi il passato alle spalle, è diventato uno scrittore noto internazionalmente (in Italia ha ricevuto nel 2022 il premio Malaparte) e si occupa di modo sofisticato di cultura.
Dopo aver letto Un’Odissea sarebbe facile pensar questo di lui, fine grecista immerso nella luce meridiana di un passato tutto ‘occidentale’ e ‘razionale’; ebbene questo suo primo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, è stato per il suo arco creativo, una freccia fondamentale, ed è quella del suo passato, delle sue origini.
Chi, come me, fosse sazio della letteratura che utilizza l’olocausto o meglio, i campi di concentramento nazisti, come metafora del male universale, passe-partout con cui risolvere trame intricate e tutto sommato scontate (ho almeno un paio di esempi in testa ma non li farò), storcerà giustamente il naso verso l’argomento. Si tratta infatti della ricerca dei propri parenti, non antenati ma parenti prossimi: zie e zii, prozie nonni … di cui, nelle feste tradizionali cui il piccolo Daniel partecipava da bambino si parlava per accenni, usando parole allusive che gli adulti coglievano al volo e a cui rispondevano in modo altrettanto criptico.
Mendelsohn ritorna con la memoria a quelle strane allusioni, anche sollecitato dal ritrovamento di alcune lettere, e inizia un percorso a ritroso alla ricerca, appunto, degli “scomparsi”, che tali non sono o almeno non tutti. All’epoca cercarono scampo in nuove terre, dove si sentivano al sicuro, e oggi (l’oggi del narratore) la loro memoria corre con affetto e timore a quegli anni. La diaspora è mondiale, letteralmente: Mendelsohn è costretto a girare per il mondo per trovare i testimoni ancora in vita, alla fine, grazie a ricordi frammentari che l’autore pazientemente mette insieme per ricostruire una storia, e quindi delle esistenze, di nuovo torna al punto di partenza, a finalmente comprende le allusioni, gli accenni, i ricordi che gli adulti di allora gli avevano taciuto, che è un modo di diventare adulto lui stesso.
Cos’è allora – a parte l’argomento che oggi è diventato quasi banale, ma urticante per il motivo opposto: le vittime di allora si sono trasformate negli aguzzini di oggi – che rende il libro interessante e appassionante? Anche qui in primo luogo la lingua di Mendelsohn, che è flessibile, acuta, profonda senza mai essere petulante o sentenziosa. Sappiamo come andrà a finire, o perlomeno lo intuiamo, ma pure non possiamo staccarci da questo percorso che corre a zig zag lungo tutto il pianeta, in cui ogni punto di arrivo è anche un nuovo punto di partenza e ogni risposta è anche una domanda, un mistero da risolvere. Ripeto, la capacità narrativa dell’autore è così catturante – e Un’Odissea ne è un’altra dimostrazione, con il fitto intreccio di vari piani temporali e percettivi, del tutto integrati nel tessuto narrativo – da renderci partecipi della sua necessità di sapere, di scoprire, di arrivare alla soluzione di questo puzzle apparentemente irrisolvibile. Ma, lo sappiamo come lo sa Mendelsohn, il passato non passa con la morte: le memorie, i ricordi dei singoli come le parole scritte, le lettere, i documenti (i filologi li chiamano non a caso monumenti) sono sempre lì, e anche se tutto ciò conduce a una piccola stanza sotterranea e senza finestre il lungo viaggio sarà valsa la pena.
Lucio Turchetta*
*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.
Alcuni autori ottengono un grande successo con il loro primo libro e poi vi vengono per così dire “incatenati” a vita. Li diamo per scontati, talora non li leggiamo nemmeno più con la dovuta attenzione, ricordando sempre il loro esordio e ignorando o sminuendo il resto, perché se il pubblico non li ha più seguiti deve esserci un motivo. I suddetti scrittori possono provarle tutte: cambiare, evolvere, scrivere libri migliori, ma di loro resterà soltanto quel primo ingombrante successo. I lettori alzano le spalle e dicono: “Il primo libro non era male, ma poi…” Da ultimo lo scrittore muore e gran parte dei suoi libri finiscono fuori catalogo o ripubblicati in sordina, per quei pochi lettori fortunati che hanno invece saputo leggerli e amarli.
Uno scrittore di grande talento che è stato in parte dannato dal suo esordio è, secondo me, Paolo Maurensig. L’esordio lo conoscono in molti, La variante di Lüneburg, edito da Adelphi nel 1993, bel libro che può essere considerato una riscrittura di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig. D’altra parte, come dice Mario Fortunato in uno dei suoi libri più belli, Noi tre (Bompiani, 2016), forse scrivere “non è altro che imitare”, e imitare in fondo è “un esercizio di umiltà”, perché dopotutto “si imita solo ciò che si ama”.
In effetti credo ci sia da diffidare più di coloro che si ritengono unici e “inimitabili” e magari nascondono i loro modelli che degli scrittori che invece non negano i debiti nei confronti dei loro maestri. In fin dei conti tutti noi – i migliori, i peggiori – siamo uomini sulle spalle di uomini che non sapevano di essere giganti, o perlomeno scrittori di grande o immenso talento. Niente nasce dal niente, nemmeno Proust, che deve le famose pagine della madeleine e della memoria involontaria al cinguettio di un tordo che incantò lo Chateaubriand delle Memorie d’oltretomba, come ha osservato recentemente Pierluigi Pellini nel suo Schedario francese (Mauvais Livres, 2026).
Ma torniamo a Paolo Maurensig. A essere precisi non si può dire che egli sia stato del tutto “incatenato” al suo esordio, visto che il suo secondo romanzo, Canone inverso, pubblicato nel 1996 da Mondadori, ottenne un discreto successo. Ciononostante dopo di esso Maurensig è rimasto per molti lettori soltanto l’autore di La variante di Lüneburg e tutt’al più, appunto, di questo Canone inverso. I suoi libri successivi sono stati trascurati sia dal pubblico che – colpevolmente – dalla critica. Li conoscono in pochi e li leggono in pochissimi. Sembra che pian piano stiano scomparendo dalle librerie.
Ciò non è giusto, perché Maurensig ha scritto – secondo me – le sue cose più belle in seguito, nel nuovo secolo, quando ormai aveva un pubblico più ridotto. L’uomo scarlatto, Il guardiano dei sogni, Vukovlad, Teoria delle ombre, Il diavolo nel cassetto, Il gioco degli dèi, Pimpernel… Questi libri sono caratterizzati da un’eccellenza stilistica e narrativa che a tratti è anche estremamente intelligente e originale, per non parlare delle strutture romanzesche, perché Maurensig è un maestro del “racconto nel racconto”, con cornici narrative che si sovrappongono sottilmente alle voci dei narratori iniziali, come già accadeva ne La variante di Lüneburg e in Canone inverso.
Dopo Mondadori, Einaudi ha dato alle stampe alcuni libri di Paolo Maurensig che il lettore di buon gusto non può non amare; penso in particolare a Pimpernel, meraviglioso omaggio a Henry James, o a Il diavolo nel cassetto, che consiglierei a qualunque aspirante scrittore perché fa capire che scrivere significa anche avere a che fare con le ombre e occasionalmente con il male; oppure penso al postumo Il quartetto Razumovsky, anch’esso indimenticabile, che conduce ancora a Canone inverso, perché in Maurensig “tout se tient”, e che ci ricorda che la musica, come la scrittura, non è estranea ai demoni… “La letteratura è la più grande delle arti, ma è anche un campo pericoloso” dice padre Cornelius in Il diavolo nel cassetto. Chiunque scriva seriamente non può che confermare.
Paolo Maurensig è uno scrittore minore? Forse. Sono quasi certo che lui stesso sarebbe voluto essere definito così. La grandezza: ecco un’altra trappola in cui i lettori e i critici cadono sovente. In certi ambienti vengono considerati “grandi” alcuni autori che di fatto nelle opere non sempre si reggono in piedi e che talora sono perfino maldestri; tuttavia sono – o sono stati – molto abili nel tener su le loro pose “gradasse” (Busi) o “grandiloquenti” (Moresco) o “maledette” (Carmelo Bene), al punto da essere poco letti ma molto considerati dalla critica o dai lettori comuni o anche e soprattutto – e purtroppo – dai colleghi scrittori spesso troppo osannanti. Non che le loro opere non siano valide e talora, sì, forse “grandi”, se non altro nelle intenzioni, ma il bagliore delle loro pose può spesso esaltare e quindi traviare il giudizio di chi legge. Molte supposte grandezze sono in realtà un inganno. Bisogna tenere da conto Proust, o meglio il signor de Norpois, quando dice, nella Recherche: “Per qualche fuoco d’artificio lanciato con grazia da uno scrittore, subito si grida al capolavoro. I capolavori non sono così numerosi!” (da All’ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni).
I capolavori non sono così numerosi, ma nemmeno gli scrittori di talento come Paolo Maurensig. A molti supposti e tracotanti “grandi scrittori” contemporanei io preferisco i minori come lui, coloro che si rifugiano nell’ombra e che magari non le sparano grosse nelle interviste ma che sanno che scrivere è anche, per riprendere le parole di Mario Fortunato, un esercizio di umiltà. “I grandi scrittori sono in continuo aumento” osservava anni fa Giuseppe Pontiggia, uno dei primi lettori di Maurensig. “Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Paolo Maurensig lo era, scrittore. Di questi tempi non è poco.
Edoardo Pisani*
*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.
Approcciai diversi anni fa la scrittura di Mariella Mehr e di lei mi restò forte la metafora del lupo, titolo ad esempio di una sua raccolta di poesia, Das Sternbild des Wolfes (“La costellazione del lupo”, opera però non tradotta in italiano) e utilizzata in diversi passaggi dei suoi versi, come:
[…] Lo ha imparato dai lupi che non c’è pietà dove scorre il sangue. (“Labambina”, 2019, a cura di Anna Ruchat, Fandango Libri)
[…] Spesso canta il lupo nel mio sangue/e allora l’anima mia si apre/in una lingua straniera.//Luce, dico allora, luce di lupo,/dico, e che non venga nessuno/a tagliarmi i capelli. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, a cura di Anna Ruchat, Einaudi)
Lasciai che il testo mi parlasse, così che l’immediato sentire non venisse influenzato da un apparato informativo intorno alla biografia dell’autrice.
La associai immediatamente al testo-culto “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, in cui l’archetipo del lupo viene impiegato come veicolo di comprensione del femminile: un’immagine di forza interiore, protezione e intelligenza, di inequivocabile fascinazione; un’immagine che richiama la saggezza intuitiva e la capacità di camminare da soli, in libertà, ma anche la lealtà verso il branco e la ferina brutalità, qualora una minaccia lo richieda.
Lessi i versi come scritti da una donna per tutte, con richiami ancestrali alla capacità delle donne di diventare, per necessità, altro da sé, per cui il potere della parola, pur se in altra circostanza e in altra lingua, rimane come alternativa ad un silenzio ancora più insopportabile.[1]
Vi scorsi l’universalità legata, ad esempio, alla simbologia dei capelli, il cui taglio ha rappresentato, nella storia e nelle diverse culture, un momento di violenza, di umiliazione, se operato da altri, di sacrificio, se agito su di sé e che ha sancito, e sancisce comunque, anche tutt’oggi un cambiamento, non solo di ordine estetico.
La ricerca della luce, come fortissima carica simbolica e richiamo inevitabile alle parole attribuite a Goethe in punto di morte: “Mehr Licht!”, più luce, appunto, quale anelito forse e ultimo desiderio di chi ancora non ha perso la speranza di qualcosa di meglio.
Per Mariella, nella sua inesauribile capacità di ricomporre le parole, si tratta di una “luce di lupo”, Wolfslicht, una sua invenzione linguistica, un gioco con la proteiforme lingua tedesca, che consente la composizione di infiniti nuovi sostantivi da due, tre, quattro, cinque già singolarmente esistenti e di senso compiuto.
Lessi quindi questa “luce di lupo” come una capacità di rinascita insita nella natura zoomorfa di Mariella, in quella forza che si può ritrovare, anche dove tutte le risorse parrebbero ormai esaurite.
Trovo alcune assonanze, in una sorta di ideale sorellanza, in Goliarda Sapienza:
Non sapevo che il buio/non è nero/che il giorno/non è bianco/che la luce/acceca/e il fermarsi/è correre/ancora/di più. (da “Ancestrale”, 2013, La Vita Felice)
Gli ossimori, le soglie, le linee di demarcazione fra vivere e morire, provare a vivere o arrendersi alla sopravvivenza, mi paiono rilevanti analogie.
Ritorno oggi a Mariella Mehr e, per diverse ragioni, la leggo indagando anche la sua vicenda umana, la sua origine Jenisch e l’ignobile operazione “Kinder der Landstrasse”, messa in atto dal governo svizzero a partire dal 1926 per circa cinquant’anni con l’intento, se non di eliminare, di indebolire in maniera determinante l’etnia Jenisch, un popolo nomade di probabile origine celtica sparso per diversi paesi europei, soprattutto tedescofoni.
Mariella nasce a Zurigo nel 1947 in una nazione che per la maggior parte di noi viene stereotipizzata in contenitore ordinato, asettico e, per questo, che si difende da pericolose contaminazioni, se non di carattere finanziario.
Emblematici a proposito di luoghi comuni sulla Svizzera gli ironici versi della canzone “Angeli” di Lucio Dalla:
[…] Ci sono tante banche, serve un samba, una strega, una fattura/Le tre di notte non so dove sputare/È così pulito che non si può sporcare […]
Una guardia o un generale, non si capisce bene/Mi guarda male butto via la cicca e quello sviene/Sta per farmi la morale ma mi faccio perdonare/Perché raccolgo la cicca appena accesa/La metto in tasca e comincio a fischiare […]
Mariella e la sua famiglia sono cittadini svizzeri, ma nomadi, e questo non li risparmia dal rientrare in quella che Alfred Siegfried identifica come patologia:
Il nomadismo, come la maggior parte delle malattie ereditarie, viene trasmesso principalmente dalle donne, chi vuole vincere sugli Jenisch deve spezzare i legami famigliari. Non esiste altro modo.
Queste sono le sue parole da medico, docente e fondatore dell’Opera Pro Juventute, una società filantropica dietro cui si nasconde un movimento antitziganista responsabile della ideazione e della gestione in Svizzera, dal 1926, appunto, al 1973, del programma “Kinder der Landstrasse”.
Attraverso questo sistema vengono strappati alle loro famiglie circa 700 bambini Jenisch, rinchiusi in orfanatrofi o consegnati a famiglie affidatarie, operando la sterilizzazione delle donne, inviandole a istituti psichiatrici o in prigione, isolando gli uomini in carcere, nel tentativo di eliminare la cultura zingara in nome del miglioramento della società locale.
La Svizzera aveva, a dire il vero, manifestato ben prima la sua insofferenza alla presenza degli Jenisch. Già nel 1825, viene attestato il fatto che a Lucerna un gruppo di Jenisch fu processato per crimini contro la società. Furono comminate loro pene detentive, sottratti i figli con l’intenzione di spezzare i legami familiari e contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine di quel Paese soprattutto a quell’epoca. Essere cittadini svizzeri non proteggeva infatti gli Jenisch dal disprezzo e dall’ostilità. A occuparsi di loro, fino agli anni ’20 del ‘900 sono stati i Comuni e i Cantoni.
Ma dal momento in cui, anche in Svizzera, spirano più forti i venti della cultura eugenetica, si pensa in maniera più organizzata e sistematica alla “soluzione” del problema nomadismo a livello nazionale.
La vicenda umana di Mariella Mehr e della sua famiglia rimane irrimediabilmente segnata dal programma “Kinder der Landstrasse”, che la strappa già dalla nascita alla madre venendo assegnata, ancora neonata, ad una coppia di genitori affidatari.
Il rischio di morire soffocata con il suo stesso cordone ombelicale dalla madre naturale in pieno delirio schizofrenico a poche ore dal parto offrì un’ulteriore indiscutibile motivazione a privarla del contatto con i genitori naturali.
Incapace di parlare fino ai cinque anni a causa dei traumi subiti, priva di qualunque tipo di affetto, senza una vera figura protettiva, è alla costante ricerca di qualche riferimento.
Il rapporto difficile e l’assenza di comunicazione con il padre e la madre adottivi costituiscono un grande ostacolo alla sua apertura verso il mondo e alla coscienza di sé, segnando in modo indelebile la sua infanzia e pregiudicando il suo futuro.
Riconosciuta come estranea nel paese in cui si ritrova suo malgrado a vivere, da lei denominato, non a caso, “Zero”, viene trattata con sospetto e diffidenza.
La provenienza etnica Jenisch, associata a inaccettabili costumi e condotte di vita, la portano a essere considerata come un essere inferiore, immeritevole di affetto e di qualsivoglia tipo di considerazione. Trascorre così i suoi primi vent’anni tra istituti e cliniche psichiatriche con lo scopo di essere studiata come caso scientifico al fine di estirpare la “follia” tramandatale dalla madre.
L’assenza di protezione la lascia in balia di tutori e medici, i quali non si sono fatti scrupolo, nel corso degli anni, di approfittare di una bambina indifesa, prima, e di una ragazza indegna di rispetto, poi.
Niente,/nessun luogo.//C’è ancora rumore di sventura nella testa,/e sulla mappa del cielo/io non sono presente.//Mai è stata primavera,/sussurrano le voci di cenere, /sulla bilancia del linguaggio/sono una parola senza peso/e trafiggo il tempo/con occhi armati.//Futuro?/Non assolve/me, nata sghemba./Vieni, dice,/la morte è un ciglio/sulla palpebra della luce. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)
I continui abusi, le violenze sessuali, gli inganni e i soprusi hanno fatto precipitare Mariella in una crisi schizofrenica, rendendo la sua realtà ancora più complicata e difficile da accettare.
Trattata come un soggetto pericoloso, come “caso incurabile”, viene sottoposta a trattamenti inumani e a elettroshock.
Non ancora diciottenne Mariella diviene madre e, per la seconda volta, la storia si ripete: le viene sottratto il figlio e affidato a terzi, lei internata a Hindelbank, un carcere femminile.
A dolore si aggiunge dolore: la lacerazione per l’allontanamento del figlioletto e la contenzione per 19 mesi. All’uscita dal carcere nessun paracadute, nessuna sponda: la disperazione e il rifugio nell’alcol, l’unico antidoto sin dalla prima adolescenza.
Le ci vorranno diversi anni per risalire la china e mettere a frutto la sua curiosità per le parole, per la lettura, vorace, praticata da ragazzina nei pochi mesi di frequenza scolastica e successivamente in autonomia.
A partire dal 1975, raggiunta l’età adulta, Mariella traduce soprusi e sofferenze in scrittura, prima come giornalista, poi come autrice di opere di denuncia, spettacoli teatrali e quindi di poesie e romanzi.
Le sue opere contengono potenziali soggetti cinematografici, i luoghi che l’hanno vista contenuta, umiliata e più volte confinata sono ad esempio gli scenari, pur in un libero adattamento, proposti da Valentina Pedicini nel film del 2017 “Dove cadono le ombre”, una pellicola cupa e di impatto che ci consegna forse solo in misura minore una rappresentazione di quel dolore che Mariella Mehr deve avere provato.
Opere come “Steinzeit” del 1981 (“Silviasilviosilvana”), la sua autobiografia, “Daskind” del 1995 (“Labambina”) e tra le sue più celebri raccolte di poesia, “Nachrichten aus dem Exil” del 1998 (“Notizie dall’esilio”) sono solo alcuni esempi della sua produzione letteraria.
La sua lingua è un flusso magmatico che non risponde a regole sintattiche, è lava incandescente che travolge e si riversa sul lettore e l’orrore vibra in ogni parola: l’orrore dei trattamenti chimici, delle sevizie, degli esperimenti, delle punizioni.
[…] silvia si vergogna, umiliata, irata, intimidita, buttata là davanti a venti paia di occhi inquisitori: sei come tua madre silvia, sei pazza, pazza come quel mostro che ti ha messo al mondo. sei pazza silvia, perduta in una follia che tu stessa non comprendi. Credilo silvia, finalmente, credi a loro, agli dèi bianchi, credili. tu sei colpevole, silvia, colpevole di essere pazza come tua madre. non puoi sfuggire al tuo essere pazza, ti murano nella tua follia, silvia […] (da “Silviasilviosilvana”, 1995, Aiep Editore, San Marino)
Silvia è l’alter ego di Mariella bambina, Silvio è il suo trasgredire, che si declina al maschile – l’alcol, l’oblio – e Silvana è Mariella quasi adulta; una tripartizione che non rende ancora pienamente giustizia alla frammentazione che il suo io ha dovuto subire per anni.
La prosa di Mariella Mehr è bisturi, selce tagliente; la sua poesia cerca invece una luce di rinascita, ma è ferita ancora aperta, i cui lembi sono crinali fra tenebre e radura.
Una ferita che ci richiama un’altra grande figura della poesia del ´900, Alda Merini: stessa sorte di internamento in età giovanile, di allontanamento dalla prole, analoga sensibilità e capacità di utilizzare le parole come armi. Anche Alda Merini denuncia e accusa le società che vedono nella diversità un pericolo, una minaccia (vedi “L’altra verità. Diario di una diversa” del 1986).
Le denunce di Mariella Mehr trovano pubblicamente un epilogo in due momenti:
la chiusura nel 1987 della causa legale intentata contro il governo svizzero dall’associazione confondata da Mariella per la tutela del popolo Jenisch, a cui Mariella può assistere;
Il 19 febbraio 2025, quando il Consiglio federale svizzero riconosce come crimini contro l’umanità le passate persecuzioni subite dalle popolazioni nomadi, di cui Mariella non verrà mai a conoscenza perché scomparsa nel 2022.
Mariella aveva forse presagito una possibilità di riscatto quando ha sentito di dovere consegnare alla parola il compito taumaturgico di tenere sempre traccia della ferita, sua e di tutti i “soccombenti”, per poterla un giorno vedere guarita.
Stiamo separati di fronte al mondo,/ognuno incatenato alla sua ora,/i nostri cani vanno a toccare un ieri, quante volte e senza conseguenze?//Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde/nebbia si appoggia sulla mia spalla,/diventa pesante, più pesante, diventa pietra.//C’è una sola parola captata origliando/che voglio cavare fuori e conservare,/perché resti indietro una ferita aperta,/a mia consolazione, una via nel domani. //Bastava la speranza? Allora sperate con me,/tutti voi soccombenti.//Spera anche tu,/mio cuore,/un’ultima volta. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)
Mariella ci lascia nel 2022, la sua opera in italiano è curata dall’ottima Anna Ruchat.
Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.
Pietro Comito, col suo ultimo lavoro, propone ai lettori un testo di qualità ed equilibrio notevoli, riuscendo a conciliare narrativa impegnata e chiarezza concettuale allo sguardo giornalistico passionale e partecipe. I fraseggi sono maturi, verosimili, contestualizzati: nulla è eccessivo, fuori posto, ridondante. Sembra di assistere a un film di un regista esperto dalla mano sicura. La bellezza di “Nome in codice Sandro”, edito da Compagnia Editoriale Aliberti, è il passo: incredibilmente fluido per 390 pagine, iconico. Il lettore è dentro una sequenza di immagini vivide tra la Calabria e il Sudamerica, sguazza su aerei che decollano e atterrano alla velocità della luce. Non vi è una ripetizione, un avverbio stonato, un aggettivo pesante, un sostantivo di troppo: si cavalca tra l’inchiostro e il lettore elettrizzato vuole sapere, vedere.
La storia
L’autore, Pietro Comito, è il tipo di giornalista, per intenderci, che non ha mai fatto il passacarte. Ha perso notti e vita tra verbali, registrazioni e carte piovute da terra e cielo. Questo si vede, si sente, si annusa. La storia di Sandro Fuduli è roba da non credere, da sbarrare gli occhi, sembra non abbia avuto la misurazione del tempo comune a tutti gli uomini. Si raccontano quindici anni e si potrebbero tradurre in secoli. Il lettore si chiede: “Ma questa storia dove è stata scovata?”. D’altro canto, di Bruno-Sandro, il protagonista, non si sa nulla e vi è poco anche sul web. Eppure, è stato un personaggio chiave, estremo, per alcuni versi epico. Ci racconta, in merito, l’autore al telefono: «Scopro questa storia quando scatta l’operazione Decollo, nel gennaio 2004. Si consuma una delle operazioni antidroga più importanti di tutti i tempi e, in quella occasione, sappiamo che fosse coinvolto un infiltrato. Più tardi, scopriremo anche che si tratta addirittura di un civile, parte lesa della ’Ndrangheta. Per venire a conoscenza dell’identità, tuttavia, avremmo dovuto attendere il processo. Fuduli era una persona intemperante, tormentata, irrequieta, impossibile da gestire anche per lo Stato. Bruno si è suicidato a novembre del 2019, un mese prima di Rinascita Scott. Il suo avvocato, Annalisa Pisano, mi disse di avere un debito nei confronti di Bruno, il quale prima di morire si raccomandò di difendere la verità di ciò che è stato».
Bruno che vuole essere Sandro
Bruno è un imprenditore calabrese, eredita dal padre una azienda che commercia marmi, indebitata e asciugata dalla sete mafiosa. Viene divorato dagli strozzini, schiavizzato dai boss. Vive una beffa dietro l’altra, lavora per alimentare un circolo continuo di usura: deve pagare, pagare e ancora pagare e naturalmente lavorare sodo e gratuitamente, regalando i marmi. La ’Ndrangheta lo penetra con forza. Sicché vende l’azienda, salda quello che può e inizia una avventura sbalorditiva come trafficante di cocaina. La coca attraversa i continenti dentro il marmo. Un eclettismo, il suo, difficile da raccontare: si costruisce cento vite, fa girare milioni in continuazione, pur rimanendo con le pezze al sedere. Impara lingue sconosciute, apre strade impensabili, prende per mano il mercato della droga, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato. In lui non si avverte, almeno è quello che capta il lettore, una cupidigia cieca, ma un desiderio vulcanico di riscatto, ripresa, rinascita, che non si concretizza.
Vola troppo
Sandro è materia fluida. Non ha regola né limiti, mai avrebbe voluto una vita normale, piana. Cazzo, vuole lavorare! E, per farlo, deve vendere l’anima al diavolo, restando fottuto e dannato. Possiede un fiuto spiccato per i guai, dentro i quali vi si tuffa con anche i vestiti. È un uomo problematico, inquieto, combattuto, su una soglia. Fa il mondo suo, con il completo di lino bianco e una leggerezza innata, da primo attore, scalatore forsennato. Esorcizza quando tutto sembra guastato, la sua mente è rapida: si sa fare del male. Non si arricchisce, pur costruendo ponti e collegando oceani, non diventa un mafioso vero. Resta Sandro, con le sfumature cinematografiche, il piede lunghissimo e il pensiero veloce: cade e si rialza, corre si schianta e non si ferma. Come se, in fondo, amasse la distruzione. Pietro non ha dubbi: in un altro contesto Sandro Fuduli sarebbe stato «un pilota di gare estreme, avrebbe fatto arrampicate a mani nude, parapendio. Non sarebbe stato in grado di condurre una vita normale». Ha conosciuto la ’Ndrangheta nelle viscere e l’ha raccontata. Lo guardano i soci nemici, come fosse un pagliaccio inconsistente, ma ha un guizzo inenarrabile, sebbene sia incostante quanto intrepido.
Gli amori di Sandro
Due i grandi amori di Sandro: Sandra, che lo segnerà per sempre e ne erediterà il nome in codice, conosciuta in Sud America. Con lei vivrà una storia breve e intensa. La donna sparirà nel nulla, lasciando il protagonista con un pensiero fisso. L’altra donna è Valeria: brillante, sagace, corposa. Vivranno un amore profondo: «Ci avvicinammo, sempre di più. Viso a viso. Il nostro respiro divenne sempre più impetuoso. La baciai, mi baciò. Un tornado di passione ed emozioni ci sradicò dal pavimento. Ci strappammo i vestiti. E quella notte non conobbe alba, né tramonto». Valeria è la persona che Sandro chiama quando viene fatto prigioniero dai narcos. «Sandra è stata fugace, – È sempre Pietro che parla – ma faceva sentire il protagonista l’uomo che avrebbe voluto essere. Valeria, invece, lo ha amato per quello che era e che solo lei riusciva a vedere fino in fondo. Lui parlava in maniera più diffusa di Valeria, perché è rimasta nella sua vita».
La matassa intorno
Dall’opera emerge un contesto inquietante: mafiosi, trafficanti, broker, uomini d’affari, soldati sanguinari, usurai, parenti pericolosi. Una matassa di gente, rapporti di potere, appetiti. Due personaggi sono degni di nota: Pepe e Ramiro, amici veri di Sandro, che si dimostreranno leali. Ramiro non abbandonerà mai l’amico, neppure in prigionia: «C’era Ramiro, il mio amico Ramiro. Temevo fosse un miraggio e rimasi immobile. Si avvicinò ad abbracciarmi e io lo strinsi fortissimo. Faticai, ma riuscì a trattenere le lacrime». Ramiro era un uomo della droga, ma che si è legato genuinamente e intimamente a Sandro. Una amicizia narrativamente importante, significativa. Abbiamo chiesto a Pietro se ci sarà un seguito del romanzo, del quale, considerando la corposità, abbiamo detto poco, ci ha risposto così: «Spero proprio di sì». E noi lettori aspettiamo con il fiato sospeso.
Rosanna Pontoriero
Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.
L’esordio che porta la ferita transgenerazionale nella lingua
Cosa abbiamo in comune noi de Il Randagio con l’autrice Maria La Tela? La passione per i libri e la letteratura? Sì, e poi cos’altro? L’amore per Napoli, ma certo. Può bastare? No, perché il forte anello di congiunzione è Italo Calvino. Se il 15 ottobre 2023, a cento anni dalla nascita dello “scrittore invisibile”, nasceva la nostra rivista letteraria, pochi mesi dopo, a giugno del 2024, il romanzo inedito Nel nome tuo di Maria La Tela viene scelto come finalista della XXXVII edizione del Premio Calvino.
Oggi, dopo aver letto in un crescendo di trasporto emotivo le 324 pagine scandite da Maria La Tela nella sua lingua matura, incandescente e lavica, cerchiamo le parole che siano capaci di portare ai nostri lettori randagi la ricchezza narrativa del romanzo appena pubblicato nella collana Parole, da Ventanas, l’editrice indipendente, con il debole per gli argomenti forti e originali di prove letterarie moderne e di classici dimenticati.
Il romanzo si apre al lettore con un esergo di Amelia Rosselli, ‘Poeta della ricerca’ che ha inventato la lingua nuova del dolore. Per noi ha funzionato come una dichiarazione della poetica intima che percorre l’intero romanzo: Lo scritto che in me è folle risponde a tutto questo dolore con parole sempre spero sempre vere. Suona come un avvertimento: la lingua di Maria La Tela che incontreremo nella concatenazione di storie sarà una lingua ferita, una lingua che tenta di dire ciò che non si può dire, una lingua che non consola ma rivela. Come Rosselli, La Tela sembra scrivere dal margine della coscienza, dove il trauma esistenziale non è un tema ma una forma, un abito, della vita stessa.
E come Tolstoj, che in apertura di Anna Karenina scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, La Tela ci porta dentro un’infelicità familiare che non è mai generica, mai astratta: è un dolore incarnato, genealogico, irripetibile, che si trasmette come un’eredità emotiva.
In questa spaziatura trova posto naturale il titolo, Nel nome tuo, che ha l’impronta e la forza di una formula liturgica rovesciata. Non invoca il divino – i lettori se ne accorgeranno – ma la genealogia ferita da cui Teresa, la protagonista, proviene. È un titolo che suona come un atto d’accusa e insieme come una preghiera: tutto ciò che Teresa vive, lo vive nel nome di chi l’ha preceduta. È un titolo che, come il romanzo tutto, parla di colpa, di eredità, di un perdono impossibile. E che restituisce alla storia narrata, la sua natura più profonda: un rito di passaggio in cui la protagonista tenta — lasciamo a voi scoprire se ci riuscirà — di sciogliere il nodo che la lega alla sua linea femminile di discendenza: la madre, la nonna, la balia, e tutte le donne che l’hanno generata, affiancata e ferita.
Il romanzo che ci ha avvinti alle pagine è costruito come un rito a cui non è facile sottrarsi. Nell’architettura tripartita dell’indice, i titoli non sono semplici etichette, ma categorie di una liturgia morale che i lettori seguiranno e ritroveranno espanse nel testo — dell’odio, della purezza, del suo stesso sangue. Essenziale e spoglio, suggerisce che il romanzo non è una sequenza di capitoli, ma un unico movimento emotivo in tre tempi: come una tragedia antica o una partitura teatrale.
La Tela costruisce un mondo narrativo che procede per accumulo di tensioni, come se la casa gialla, scenario campano isolato in un Sud arcaico dove la storia si dipana tra gli anni Venti e il Secondo Dopoguerra, trattenesse il fiato insieme ai suoi personaggi. La struttura è compatta, coerente, necessaria: ogni scena è un tassello di un destino che si va compiendo.
La costellazione dei personaggi gravita in ambientazioni meridionali riconoscibili, ma nominate con fantasia come a tracciare una mappa di non luoghi, eppure autenticamente connotati da povertà, religiosità, rigidità.
La casa gialla è un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove il mondo esterno entra solo come eco o minaccia.
Tra i personaggi e i protagonisti del romanzo prevale la componente femminile, come se la genealogia del trauma transgenerazionale che percorre la storia, potesse trasmettersi solo attraverso i corpi delle donne:
Maria, la madre morta di Teresa e Amalia, origine della ferita; Teresa, la protagonista; Amalia, la sorella minore; Erminia, la nonna materna; Luciè, la balia e altre numerose donne tutte egualmente cruciali nei diversi snodi temporali e narrativi del romanzo.
Accanto a loro, non mancano le figure maschili, ridimensionate per lo più in profili marginali o prepotenti: Salvatore, il padre, un uomo che sopravvive più che vivere; l’uomo calvo, presenza simbolica, più sintomo che personaggio, Rafele, Michele, David, Domenico, Gaetano.
La Tela costruisce con metodo un universo in cui la trasmissione del dolore è un fatto materno, mentre gli uomini restano ai margini, incapaci di interrompere o comprendere il ciclo di colpa e ripetizione.
La Tela costruisce un romanzo che sembra ispirarsi direttamente al lessico psicoanalitico, pur senza mai dichiararlo o indugiare in esso. La casa gialla la racconta appunto come il luogo della scena primaria, dove il trauma originario — la morte della madre — si imprime nel corpo di Teresa prima ancora che nella sua memoria. L’odio verso la sorellina Amalia, più piccola di lei di cinque anni, si può leggere come una forma di spostamento, un modo per colpire ciò che resta quando l’oggetto d’amore è perduto. Luciè, la balia incarna il meccanismo della ripetizione del trauma: ciò che non è stato elaborato ritorna, si reincarna, si trasmette.
La lingua di Maria La Tela, spezzata, giustapposta, non subordinata, è la lingua di chi cresce in un Sud dove non si parla, dove il dolore non si elabora, dove le donne tramandano ferite più che parole. È la lingua di Teresa, che non ha accesso alla complessità dell’ipotassi; la lingua delle donne della casa gialla, che parlano per sopravvivere più che per comprendere; la lingua del trauma, che procede per lampi e non per spiegazioni. E Teresa, che vive in un mondo dove nessuno nomina davvero ciò che accade, sviluppa un bisogno muto ma potentissimo: il bisogno di perdono. Un perdono che non sa chiedere, che non sa nominare, ma che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea.
La vita di Teresa è puntellata da una presenza ricorrente nella storia che è come un’ombra isolata e invisibile al resto del mondo: l’uomo calvo. Appare più volte, in momenti diversi della crescita di Teresa, come un sintomo che ritorna, come un segnale che la realtà sta cedendo sotto il peso del trauma, come una serie di epifanie che preparano il lettore al culmine della rivelazione finale. La figura dell’uomo calvo, ci fa tornare in mente altri personaggi e temi letterari incontrati in Kafka, Morante, la stessa Rosselli e nella scrittura teatrale di Emma Dante: il giudice muto, il trauma che prende corpo, la follia come linguaggio, il sacro inquietante. Lasciamo scoprire ai lettori randagi quali altri significati si concentrano in quella presenza muta e immobile dell’uomo calvo che non assolve e non condanna: esiste.
Il romanzo di Maria La Tela, nella sua inequivocabile ambientazione storico-geografica, dialoga non solo con la tradizione italiana, ma anche con alcune grandi autrici straniere che hanno esplorato il trauma familiare e la trasmissione intergenerazionale del dolore. Pensiamo a Toni Morrison che in Beloved fa prendere corpo al trauma nello spazio domestico; Alice Munro che riduce il dramma ai dettagli minimi e ai gesti quotidiani e domestici; Annie Ernaux la cui lingua è insieme personale e politica. Nel nome tuo è il contenitore parlante di un microcosmo sociale dove il trauma individuale è anche collettivo. E la lingua con cui Maria La Tela rende il suo esordio sorprendente è una lingua che incide e scolpisce le scene sino a farcele sentire respirare. La sua prosa è scarna ma non povera, densa ma non barocca, ritmica ma mai compiaciuta. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima che dalla mente: una lingua che trema, che trattiene il fiato, che si spezza nei punti in cui il dolore non può essere detto. La Tela lavora per sottrazione, eliminando l’ornamento, asciugando il dialogo, lasciando che siano i gesti a parlare. In ogni passaggio costruisce scene come quadri teatrali affidando alla sintassi la tensione emotiva. La paratassi è il tatuaggio delle sue pagine: frasi brevi, giustapposte, subordinazione ridotta al minimo, costruiscono un ritmo che è insieme corporeo e psichico. È una lingua che non spiega, ma espone; che non interpreta, ma mostra; che non consola, ma incide. La sua paratassi non semplifica: intensifica. Ogni frase è plastica come un gesto. Ogni gesto è un taglio sulla pagina, come nelle tele di Lucio Fontana che aprono varchi nello spazio infinito. Ogni taglio è una rivelazione. Quella paratassi nasce anche dall’ambientazione scelta dall’autrice, un Sud dove la parola è scarna, dove il dolore è muto, dove le donne parlano per necessità e non per stile.
Azzardare una previsione sul futuro di un’autrice è sempre rischioso, ma nel caso di Maria La Tela il rischio è minimo. Nel nome tuo non è un esordio promettente, è un esordio compiuto. La sua è una voce che resterà perché ha già tutto ciò che serve per durare: è riconoscibile, è ispirata da un immaginario coerente, è capace di tenere insieme corpo, lingua, dolore e verità, usa una struttura narrativa solida, si alimenta con radici culturali forti ma non folkloristiche, fa risuonare con sensibilità le ferite transgenerazionali.
Se La Tela continuerà a lavorare su questa linea del corpo, della memoria, della casa come teatro del trauma, è molto probabile che diventi una delle voci più interessanti della narrativa italiana dei prossimi anni. Non perché piacerà genericamente, ma perché ha qualcosa da dire. E lo dice con una lingua che non assomiglia a nessun’altra.
Nel nome tuo è un romanzo che non si limita a raccontare. Lo abbiamo letto ascoltando la ferita da cui nasce. Lo fa con una voce nuova, necessaria, capace di trasformare il dolore in forma e spazi riflessivi. È un libro che si sente. In un panorama narrativo spesso dominato dall’urgenza del presente, La Tela sceglie la profondità del passato, la genealogia, la memoria, il corpo. E ci ricorda che la letteratura serve a vedere e a sentire e che queste esperienze sono già una forma di salvezza, per l’autore e per il lettore.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare