Maria Teresa Rovitto: “L’aneddoto dei calchi” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro. 

La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista. 

Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto. 

Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’. 

Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria. 

In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luigi Nacci: “I dieci passi dell’addio” (Einaudi), di Rosanna Pontoriero

Un uomo con il cuore in mano

Gino Paoli, “Un altro amore”, in sottofondo e una lettura che scorre fluida, rapida, si ferma solo qui: «Ma è bastato un tuo piccolo gesto, così logico quando l’ho visto, per capire che, eri proprio tu». Una colonna sonora che si è scelta da sola, per un romanzo di Luigi Nacci, “I dieci passi dell’addio”, edito da Einaudi. Il passo è incalzante, doloroso e asciutto. Non c’è umidità. È una sofferenza sana, di un uomo maturo. Potrebbe sembrare un intreccio asfittico, una apnea continuativa, in realtà, è il racconto di un lutto, in tutte le sue sfumature, paradossalmente, anche in quelle belle. Gli amori finiscono e le case rimangono scarnificate, così come le foto, i bigliettini, le pentole, le voci. Ci si attacca per non perdere, siamo parsimoniosi di vissuto, vorremmo congelare baci e carezze. E così si può scivolare nella nevrosi, perché l’amore, senza che gli si attribuisca definizioni corte, è fisiologia emotiva e spirituale. Ossigena ricordi, traumi, fallimenti, aspirazioni, paure, evita cancrene, setticemie. Quando non lottizza, però, sia chiaro. Quello che racconta Nacci è un amore liberato dal possesso, che rimane saldo, pur nel soffocamento della nostalgia. Nei dolori puri manca la rabbia, c’è il retrogusto della pastiera, guazzabuglio di sapori diversi. E su tutto, il desiderio di amare oltre l’epilogo, la materia, l’esistito. E, per “amare”, si intende il volere la felicità dell’altro, senza ma, però, sebbene, tuttavia, nonostante, che servono a immiserire, incattivire. Roba per edipi zoppi e tardoni, vecchi capricciosi, marionette in teatri scaduti. Di questo romanzo si amano le battute finali: lì dove si comprende la stoffa dell’amore e la ricchezza di emozioni, capaci di combinare le giornate e influenzare persino il meteo. Chi soffre non piange sempre allo stesso modo, cambia a seconda dell’ora, è vero. La notte è sempre micidiale. Un rasoio elettrico dove non ci sono peli. Il protagonista scrive e racconta i tempi supplementari di una relazione. Cronaca di giorni trascorsi a vegetare tra gli scatoloni, in una vita apparentemente profuga, con le quattro frecce.

«L’amore è pronto»

Chi sono gli esuli? Coloro che si trovano lontani dalla patria. E, probabilmente, quando nella vita si cambia sequenza affettiva, ci si sente così: perduti. Si legge nel romanzo: «Nelle sere del disamore devi uscire, devi mettere il tuo corpo fuori. Stenderlo come si stende il bucato. Anche se piove, o si gela». L’addio comporta una sopravvivenza fisica per inerzia, come tutti i lutti, fatta di piatti sporchi e trasandatezza. Si fa i conti con la morte: «Moriremo nel sonno, noi esuli dell’addio? Diventeremo mummie. Faremo la muffa. Chi ci troverà? Tra quanto tempo? Scriveranno un trafiletto di cronaca, scritto male, senza cuore. Bisognerebbe formare i giornalisti dell’addio». Il dispiacere di una fine scuote le viscera, fa venire i capelli bianci: è vecchiaia. Lo dicono sempre le mamme, dinnanzi a qualsiasi amarezza: «Oggi ho perso dieci anni di vita». Il cuore batte, comunque, forte e dentro, si scava un buco nero. E, allora, ci dobbiamo prendere cura. Ma di cosa? «Le stanze di una casa in cui c’è stato un grande amore ricordano tutto. Ci sono le vostre sagome impresse sui muri, sui pavimenti. Sugli asciugamani. Di voi due che agitate le braccia mentre litigate. Di te col dito indice alzato, di lei con i pugni in testa, le mani aperte della desolazione, del non poterci più fare niente, del lascia stare, è finita». 

Un addio per gli altri

La terza parte di un amore interessa tutta una matassa di luoghi e persone, perché una storia è un organismo, in grado di espandersi da solo. Soffre chi ha amato una coppia, una vita, un intreccio di esperienze ed emozioni, legate all’equilibrio di due persone. Ci sono gli amici da informare che, tristi e in apprensione, formulano domande, per le quali non si ha risposta. La bellezza di questo libro è l’accettazione delle non risposte. Non si dice: ci siamo lasciati per i seguenti motivi. Non esistono i due punti. Come per tutti i lutti sani ci sono una sequela di domande, che tali rimarranno, sguazzando in un tempo infinito, quello dell’amore. Esistono anche i familiari, nella fattispecie i genitori, i quali  hanno perso una parte di “figlianza”: «Il dolore che non riesco a superare è il dolore che ho dato ai miei genitori. Li ho privati di una figlia. (…) Vado dai miei e taccio. Non so cosa dire e come dirlo. Mangio e mi angoscio sul divano. Vorrei piangere. Non posso piangere. Aggiungerei dolore al dolore. Sarei meschino».

L’amore è natura

Non esistono le pareti nei sentimenti e neppure le quantità. Chi, quando e cosa si può amare? E a chi spetta stabilirlo? Quando una storia si trasforma in gabbia richiede passi fermi: non fare per salvare, preservare. Tuttavia, l’amore è follia ed essa, comporta passi nel vuoto, sull’onda di folate incredibilmente travolgenti. “Amante” non è affatto una parola brutta, l’hanno censurata i bigotti, i mediocri, gli edipi zoppi, i tiepidi per manifesto, i cretini. «Amante è una epifania», siamo perfettamente d’accordo. Non vi è alcuna motivazione se si ama tanto. Sono i paraocchi culturali che ci acciecano. «Se l’amante arriva è perché hai permesso che arrivasse. Dovevi fermarti un attimo prima. Ma un attimo prima di cosa? Di un bacio? Di uno sguardo. Dovevi fermarti molto prima, dice qualcuno. Non dovevi iscriverti in palestra, non dovevi frequentare quel circolo, non dovevi andare a quel convegno, non dovevi fare quel viaggio, non dovevi fare quella cosa nuova senza di me. Dovevi stare fermo». E, infatti, sono le ammonizioni di quanti, tanti, non conoscono la vita. Esistere è sprazzo, fulgore, abbandono, curiosità, ignoto e per ultimo, dolore. Come si fortifica una relazione? Uno sciocco pericoloso potrebbe pensare di farlo. Niente è evitabile, veramente. Nessun ordine umanamente imposto scandisce gli incontri.

Ma cos’è l’amore?

Una ventata di intestino rumore, naturale, che viaggia sui chilometri orari del vento di tramontana.  «L’amore è radice perché da esso ha origine la vita. Il mondo ha origine dalla follia. L’amore spazza via tutto, se ne frega delle agende. È una rivoluzione. È caos. Come tenere in vita il caos che ci agita in un’organizzazione rigida come quella della famiglia? Si parla troppo di famiglia e troppo poco di amore, cioè di follia. La sacra famiglia, dicono. Ma è sacra la follia». Spesso, però, ci leghiamo ai tabù, confortevoli, familiari, come le stanze di casa, illuminate. Si figlia per legare, a volte, mettendo al mondo «i figli del disamore». Eppure, questa vigliaccheria viene intesa come tentativo, prova. Di cosa? Perseveranza nella infelicità indotta e cronica. Torniamo sempre lì, ce lo insegnano da piccoli: sei bravo se ti sacrifichi e rinunci alla libertà, all’amore, alla follia. 

Si chiude con un sorriso

Il libro ci saluta con un tenero e fragile sorriso. Una fogliolina di fine aprile, grappolo di glicine bagnato. Chi ama desidera la serenità dell’amato, sempre. Non a condizioni, compromessi, convenienze. L’ego è lontano e con esso, i suoi tarli: “Ha un altro? Chissà chi è? Se lo ama? La vedo felice non mi pensa; mi ha subito sostituito”. L’amore sano è impegnativo, ma è svincolato dai filamenti narcisisti. «Però amerai ancora amore mio, e verrai amata, farai l’amore, camminerai lucente in ogni stagione e un giorno ti spunteranno le ali delle scapole». Pensa questo il protagonista nel vedere, tempo dopo la rottura, la sua  ex compagna felice, piena. Si sarebbe fatto curare, se proprio avesse avuto necessità, da un poeta. E sapete perché? «Sanno maneggiare le melanconie, trasformano le croci in mongolfiere». Ma curare cosa, di preciso? Il protagonista ci risponde così:  «La mia malattia è la vita».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Niccolò Ammaniti: “Il custode” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Storia di una mitologia contemporanea

Nilo Vasciaveo ha tredici anni e vive in un paesino della Sicilia, Triscina, che affaccia sul mare. Nella casa sperduta nei campi abita con la madre, Agata, infermiera presso una struttura per anziani, e la zia Rosaria, detta Rosi, corpulenta e piacente donna di mezza età, fissata con il fitness e i centri estetici. La famiglia Vasciaveo è nota in tutta la zona per la produzione di marmo pregiatissimo. Imprenditori, architetti, costruttori, si recano nei loro capannoni per acquistarlo e crearne piani cottura, lastre per i pavimenti, tavoli, per le seconde case di molti turisti e abitanti provenienti dalla città. Anche Agata e la sorella Rosi possiedono un paio di questi appartamenti, proprio a pochi passi dalla spiaggia. In uno di essi, un bilocale mangiato dalla salsedine e dalla taccagneria delle sorelle, un giorno viene ad abitare una straniera con sua figlia, di appena dieci anni. Si chiama Arianna, viene da un non ben definito Nord, e dice di fare la modella. Ha due gambe infinite, un paio di occhi torbidi e una variazione di minigonne che fa girare la testa a tutti i paesani. Con lei, Saskia, un’enorme montatura da vista su un visino vispo, un cerchietto con delle orecchie da volpe, e una erre moscia inconfondibilmente francese. Saskia infatti è figlia della sedicente modella e di un ciclista parigino, troppo impegnato a fare il giro del mondo per farle compagnia. È proprio a Triscina che il padre ha dato appuntamento alla bambina e a sua madre. Arianna suscita da subito l’antipatia di un’altra madre, quella di Nilo. La descrive come una drogata, una “poco di buono”, una scostumata. Nilo però è attratto da quella creatura misteriosa. E così, facendo amicizia con la figlia, e all’insaputa di Agata, inizia a frequentare quell’appartamento diroccato in via Vespucci.

Il tempo pare cadenzato da una lunga attesa, quella del padre di Saskia. È da lì, infatti, che inizia la narrazione delle vicende dei Vasciaveo, e lì sembra continuare a tornare. Il padre. Dov’è? Quello della bambina francese, si intende, ma anche quello dello stesso Nilo. Da questa assenza, da questo buco di trama, si intesse tutto il resto. Davanti al telaio però non c’è Penelope, bensì un’altra figura mitologica: Atena. A-gata, infatti, è custode di un segreto, un segreto così prezioso che viene tramandato di generazione in generazione, di custode in custode. Quel segreto trova collocazione in un punto preciso di casa Vasciaveo: il bagno. Quel bagno, serrato da tre lucchetti, pare essere l’inizio e la fine di chiunque passi per quel paese, per quelle esistenze pietrificate. Tutto ciò che entra in contatto con l’essere custodito in quelle quattro mura di maioliche consumate viene ridotto a pietra, o meglio, a marmo. Come in una moderna versione del mito di Medusa, veniamo a conoscenza del segreto più indicibile di tutta l’Isola.

Niccolò Ammaniti, più che in ogni altro suo lavoro precedente, gioca con la penna come fosse davvero la spola del suo telaio. Ci fa entrare nel cuore della mitologia greca, che spalanca le braccia a Freud, che filtra tutto attraverso gli occhi di un ragazzino di tredici anni. Ci rendiamo conto, più che mai, che se l’origine della psicanalisi è la mitologia, l’origine della mitologia siamo noi: un ragazzino che promette amore eterno a un’incantevole trentenne, una madre gelosa e controllante, una zia pettegola e lussuriosa, una ragazza madre dedita ai social e agli psicofarmaci, un padre disperso, un altro troppo impegnato a fare a gara con il proprio ego. Il tutto confezionato come fosse una fiaba della buonanotte. C’è il mostro, c’è l’eroe, c’è l’antagonista. Non manca proprio niente. Nemmeno un finale degno di un vero scrittore, inaspettato nella sua coerenza.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Monica Acito: “La carità carnale” (Bompiani, 2026), di Martina Ruggiero

Come attraverso uno specchio 

Leggere questo libro è stato per me come guardarmi allo specchio, come riflettersi sulla superficie limpida di un lago, come scorgersi da lontano: un’esperienza esplorativa e intensa. 

La voce di Monica Acito è il canto di una sirena, dolce e spietato, attraverso cui ogni dettaglio, anche quotidiano, diventa motivo di fascino per il modo in cui è descritto. 

Una lingua viva, ricca, intrisa di poesia. 

Una lingua che sembra voler straripare come un fiume in piena dalle pagine, ma che poi resta, assurdamente composta sulla pagina, fiera, nella sua natura antica, campana. 

Un po’ come Marianeve, la protagonista dai capelli bianchi di questo romanzo, che il fuoco ce l’ha dentro, e dall’esterno nessuno lo direbbe mai, nessuno potrebbe saperlo: non si vede ma se ne percepisce l’energia. Una ragazza timida, riservata, priva di malizia, che però nutre dentro di sé un universo di risorse. 

Marianeve ha un dono speciale, custodito in un luogo intimo, quasi indicibile. La sua è la storia di una ragazza che, sin da bambina, deve imparare a convivere con un segreto, quello della “carità carnale” (la stessa che aveva a fine Cinquecento Giulia Di Marco, una religiosa prima definita santa da alcuni e poi accusata di eresia), proteggerlo, poi rivelarlo e poi scoprire la bontà del mondo ma anche la sua indifferenza. 

È la storia di una tenerezza. La tenerezza di un padre, Sarchiapone, nei confronti della figlia. Una tenerezza incommensurabile ed eterna. Cosa penserebbe di questo suo immenso e controverso dono? 

Marianeve può guarire le persone. Può farlo con una parte del corpo che spesso è collegata al sesso e alla vergogna, ma che richiama anche la vita, il grembo materno. Come il grembo di Napoli (nella quale la protagonista si ritroverà a studiare all’università), che accolse anche Giulia Di Marco, di cui conserva i respiri nel mare, di cui reca le tracce, che Marianeve seguirà; perché se è esistita una come Giulia allora anche lei ha il diritto di esistere. 

Ed è proprio lì, in quel grembo, che dovrà imparare a riconoscersi davvero. Non per ciò che crede di essere, ma per ciò che è. 

Marianeve vorrebbe soltanto far felici i suoi, superare gli esami universitari come una ragazza comune, essere “un’artista”, come le diceva sempre il suo papà.  

Scoprirà di esserlo davvero, ma in un modo inatteso, non convenzionale. 

Il punto è proprio questo: accettarsi, accettarsi per la straordinarietà di ciò che si è. E la storia di Marianeve, una storia eccezionale, miracolosa, diventa così la storia di tutti noi, la metafora di ciò che ciascuno di noi vive: lasciarsi conoscere ed amare per la nostra essenza, abbracciarla, rivelarla anche quando è scomoda, perché forse le nostre stranezze, le nostre fragilità, sono quelle parti di noi che possono fare “miracoli” e arricchire il mondo.  

E chi ci ama ci ama così come siamo, come Sarchiapone, che della figlia aveva sempre intuito la natura particolare. Marianeve lo imparerà a sue spese: l’amore vero non si approfitta di nulla, non è sfuggente, non oscura, non ci vuole tenere per sé. L’amore per gli altri potrebbe essere una salvezza, perché l’amore circola, e qualche volta ritorna a noi in modi inaspettati.  

L’amore che diamo rivela molto di noi, molto di più di quel che crediamo. E Marianeve cresce, e quando ritorna in Cilento, il luogo delle sue origini, è ormai una ragazza che è diventata donna e che ora riesce a guardarsi davvero allo specchio. 

Il canto di Monica è fatto della stessa forza che ha la sua protagonista, si tratta di complementarità: Marianeve parla col corpo, agisce senza spiegarsi troppo, la penna di Monica, invece, va veloce come una saetta e colpisce i punti più vulnerabili. 

E forse è proprio questo che incanta: parlare a chi sa di essere, allo stesso tempo, forte e fragile. A chi sa di essere un paradosso vivente. 

In fondo, chi di noi non lo è?

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere.