Li Cunti e le storie sono delle forme letterarie legate alla tradizione orale del racconto epico e drammatico o semplicemente popolare.
In essi storie e canti di lavoro, melodie e balli dell’aia, storie di proteste e ribellione, guerre e sopraffazioni, Janare, stulare e tarantate si sono affiancate ai racconti fantastici popolati di orchi e streghe, principesse e fate, cavalli parlanti, cavalieri generosi e re fetenti, guitti deformi e boschi bui e fitti dove non penetrava luce del sole e splendore di stelle.
Castelli e locande, campagne e piazze, villaggi e città erano i luoghi di aggregazione che richiamavano cantori, menestrelli e cantastorie.
Spesso erano gli stessi protagonisti della vita rurale ad alimentare la tradizione orale e innervare il patrimonio dei canti e dei cunti.
Erano i mietitori e le raccoglitrici di olive nei momenti di pausa e a fine lavoro, la sera intorno all’aia sotto le stelle, con Orione, Sirio e Vega, i Carri e le costellazioni ad osservare, a imbastire canti a cappella e danze al suono dell’organetto o della tammorra napoletana, tamburello messapico, chitarra calabrese, scacciapensieri siciliano, oppure intrecciare storie e racconti che avevano destinatari diversi negli adulti e nei bambini.
Questi ultimi partecipavano alla vita degli adulti sia pure come spettatori in attesa di crescere e diventare grandi a loro volta.
Si raccoglievano intorno alle vecchie zie o nonne, esse pure parti integranti della vita e della comunità arcaica, le quali raccontavano storie e cunti che attingevano alla tradizione fantastica ed immaginifica condita di adrenalina e tensione narrativa sufficiente a tenere desta l’attenzione dei più piccini nel mentre i grandi si scambiavano informazioni ed esperienze nel cuore dell’aia ed i giovani amoreggiavano ai margini di essa.
Poi arrivava il momento corale.
La rievocazione di un ricordo.
Un groviglio di serpi tra stoppie o un grosso ragno, diventavano lo spunto per scavare nella memoria e nella sofferenza, frustrazione e ribellione anche…
Qualcuno narrava la vicenda delle donne Stulare che a sera assumevano forme animalesche, uccelli, serpi, volpi e si davano convegno sotto i carrubi, gli ulivi secolari, i noci ed i lecci dove riprendevano le loro sembianze per dedicarsi a danze sfrenate e liberatorie o raccontava delle streghe e Janare che evocavano le sacerdotesse di Iside ed Osiride, Horus il cui culto era sopravvissuto nei territori dell’impero per molti secoli mischiato con le pratiche cristiane finché non erano state scacciate e si erano trasformate in Janare.
A turno raccontavano le drammatiche epopee delle Tarantate vittime dei morsi dei neri ragni tra le stoppie estive dove le donne cercavano le spighe cadute ed i covoni dimenticati dai mietitori e che, secondo scritture, dovevano essere lasciate a vedove ed orfani, poveri e vittime della miseria…
Le stesse storie in inverno venivano riproposte intorno al camino o nelle osterie dove contadini con un bicchiere di vino in corpo erano pronti a raccontare e cantare sino a notte fonda per il piacere di ragazzi e ragazze, intellettuali, musicisti, poeti e scrittori dediti a estrarre quelle storie dal silenzio che le aveva avvolte, in cerca della memoria antica.
Era la tradizione popolare che assumeva appunto la dimensione corale della memoria collettiva. Essa diventava così patrimonio di etnomusicologi, antropologi, cantori e narratori, autori teatrali, attori e registi.
E si saldava con le epopee cavalleresche, le lotte tra cristiani e saraceni, le imprese di Rolando e dei paladini di Francia, mentre anche i fatti di cronaca legati alle migrazioni di massa sui treni affollati diretti da Sud a Nord e sui piroscafi che a volte affondavano nell’oceano cancellando le speranze di quella povera gente, diventavano storie cantate e tramandate sulle piazze con l’aiuto di grandi pannelli su cui immagini e tragedie trovavano la descrizione visiva del racconto.
E infine vi era la grande eredità aedica che arrivava direttamente dalla tradizione greca e magnocreca di cui la Sicilia era l’epicentro epico oltre che storico cui si affiancavano da protagoniste la Calabria con Crotone e Rhegium Julii, Taranto e Sibari, Metaponto e Cuma con la Sibilla e Megaride e Neapolis, Phitecusa e le terre delle sirene e Circe con il promontorio del Circeo…
Dovunque la civiltà greca aveva messo radici, aveva creato culture che poi sarebbero state assorbite dalla Romanità dopo aver fatto proprie le radici autoctone con le loro divinità ctonie depositarie delle memorie primordiali.
Tutto confluiva nelle rievocazioni delle antiche patrie e delle antiche storie che si mescolavano con le nuove fino ad arrivare all’oggi.
Ed il compito era affidato al canto, al racconto orale, al coro, alle epopee tramandate di voce in voce, alle conquiste e reconquiste, alle gioie ed alle tragedie individuali e collettive.
Le veglie intorno ai morti e le feste nuziali non erano momenti occasionali ma situazioni fondanti della coesione comunitaria e della condivisione sociale affidate alle nenie, ai cori, ai canti che davano continuità alla morte e vita al futuro.
Quelle forme di racconto, di danza, di ballata e di canzone erano la quintessenza della cultura popolare.
Esse progredivano in parallelo con la cultura codificata nella scrittura.
Mentre Giovan Battista Basile scriveva Lu Cunto de li Cunti e in Oriente nasceva l’intreccio delle Mille e Una Notte, sulle aie, sulle piazze, in mare e sui campi la gente continuava ad alimentare la propria cultura ben oltre quanto era stato codificato da poeti e scrittori, potenti e popolani.
Si trattava di una tradizione antica nata per dare consistenza e senso alle comunità che si riconoscevano come tali in un luogo e consacravano i territori come patria.
Le vicende a quelli legate erano rivissute come storia e i loro sogni, le loro sofferenze, le loro battaglie e addirittura le guerre diventavano cultura comune che sedimentava nel senso di appartenenza.
Erano gli Aedi a tessere la trama del tessuto che portava l’umanità a riconoscersi nei popoli.
Gli antichi Aedi furono inventori e cultori di tale straordinaria forma d’arte che era al contempo espressione della storia, della civiltà e della cultura di ciascuno di essi.
In questo caso il popolo greco, magno greco ed ancor prima pelasgico, cretese e miceneo, giunto sino a noi.
Omero ne fu la più alta espressione se non la sintesi ed egli affiderà proprio ad un aedo cieco come lui, Demodoco, il compito di narrare la storia di Odìsseo alla mensa di Alcinoo provocando il pianto dell’eroe che così rivelerà la sua identità.
Sarebbero giunti i grandi tragediografi, Eschilo ed Euripide con Sofocle a dare seguito a quelle epopee, spesso rovesciandone la prospettiva.
Non più gli eroi guerrieri ma i popoli sconfitti ed in fuga, le donne ridotte in schiavitù e costrette a subire la violenza dei vincitori sarebbero state le protagoniste delle scene su cui coro e attore prima da solo e quindi supportato da un secondo, davano voce al dramma sempiterno dell’umanità costretta a inventarsi sentieri e vie tortuose per sopravvivere, riscattarsi e riscattare ogni sconfitta ed ogni violenza.
Il mito a sua volta conservava la sua essenza di filtro e riconoscimento del tempo ancestrale e di metro di misura delle aberrazioni che allontanavano dalla virtù, dal rispetto delle leggi divine e dal senso del limite e della misura che definivano i parametri della virtù individuale e collettiva.
Gli Aedi non verranno comunque mai meno.
Nonostante l’avanzare della poesia e della tragedia, della commedia e delle fiabe che sostanziavano in forma scritta la memoria e la fantasia dei popoli essi sono rimasti i depositari della coscienza collettiva, dei drammi e delle speranze popolari e sono sopravvissuti sino a noi, sebbene, ahimè, confinati in angoli sempre più angusti e lontani dalla ribalta dove tuttavia sopravvive, come lievito a futura memoria, la dimensione ancestrale del mondo.
La trasmissione orale della cultura non poteva morire.
Essa anticipava e alimentava la cultura scritta e ne tracciava i futuri sentieri.
Omero o chi per lui raccolse l’epopea della guerra di Troia che viveva da secoli nei racconti degli Aedi alle corti dei re e nelle agorà.
Quell’epopea continuò ad alimentare la loro fantasia dilatandone le storie, inventando o registrandone di nuove intorno alla prima e scoprendo finali non immaginati e percorsi variegati di dei ed eroi, dee e sacerdotesse, regine e ancelle, re e consigli di re.
Così come intorno all’epopea di Odìsseo gli Aedi avrebbero cantato la volontà umana di non arrendersi nemmeno alle violenze più terribili e ricercare la via della conoscenza sempre, dovunque e comunque.
Saranno gli chansonnier provenzali a recuperare la tradizione aedica.
Essi avrebbero cantato le epopee degli eroi loro contemporanei esattamente come gli Aedi antichi avevano celebrato gli eroi del loro tempo.
Sono stati gli Chansonnier ad aver tramandato le gesta del paladino Rolando a Roncisvalle e il tradimento di Gano di Magonza e l’epopea della conquista saracena della Spagna divenuta Al Andalus e della reconquista cristiana nel nome di Santiago mentre in Sicilia cresceva la storia di Ruggero che sconfiggeva i Saraceni senza tuttavia scacciarli e preparava l’arrivo di Federico, Stupor Mundi.
Saranno trovatori e giullari a tramandare il ciclo di Re Artù ed i menestrelli a cantare e raccontare, inventare, nelle corti e nei palazzi medievali così come saranno uomini e donne del popolo a continuare la tradizione nei campi e sulle aie.
Toccherà a Dante riscrivere il mito di Odìsseo e farne rivivere la tragica epopea finale aperta alla conoscenza ed alla virtù, dandole forma e fama imperitura così come Omero aveva santificato le vecchie.
E sarà Shakespeare a sua volta a dare consistenza alle infinite storie e drammi raccontati da menestrelli e giullari per le corti e le piazze medievali prima e rinascimentali poi.
Il canto popolare giungerà sino a noi negli artisti di strada e nei cantori e improvvisatori teatrali.
Nei tempi recenti Dario Fo riceverà il premio Nobel per le sue creazioni giullaresche che esprimevano in forma teatrale la quintessenza della cultura popolare al pari di Bob Dylan altro epigono dei cantastorie popolari che affidava alla canzone ed alla ballata le proteste e le speranze dell’umanità in cammino tra violenze, sfruttamento, guerre e sopraffazioni e, insieme a Joan Baez, dava voce alla ribellione ed alla vocazione libertaria della stessa.
In Italia Giovanna Marini ridava voce alla tradizione orale e raccontava la fuga dei meridionali dalla povertà e le speranze dei migranti mentre gruppi di musica popolare in tutto il Sud andavano a scoprire quanto la vergogna e la sofferenza avevano per troppo tempo tenuto nascosto.
I Cantastorie erano tornati a girare piazze e paesi esponendo i quadri che illustravano, alla maniera di altrettanti fumetti giganti, le drammatiche vicende della contemporaneità.
Personalmente serbo in fondo ad un ricettacolo della mia memoria bambina la rappresentazione di un cantastorie giunto non si da dove, che raccontava dell’affondamento dell’Andrea Doria, la nave più bella, cantava. Di notte in mezzo all’Oceano e con la voce trasformata in canto notturno evocava la gente partita per l’America e rimasta sepolta in fondo al mare con tutte le sue speranze.
La storia era finita.
Eran tutti andati via.
Ero rimasto io solo incollato a quei quadri a illudermi di consolare la disperazione di quei morti che avevano rivissuto nella voce di quel cantastorie.
Poi, allorquando quello aveva tutto raccolto e mi aveva fatto segno che la storia era finita, misi le mani nelle tasche dei corti calzoni e me ne andai prendendo a calci tutte le pietre, ed eran tante, che comparivano davanti ai miei piedi.
I cantastorie sono stati gli ultimi epigoni della tradizione letteraria orale.
Essa è ovunque ormai tramontata e dimenticata…
Sopravvive, forse sarebbe meglio dire è sopravvissuta, nei teatri d’avanguardia e popolari (il newyorkese Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina o l’Odin Teatret danese del salentino Eugenio Barba ne sono state forme addirittura eccelse quanto isolate) ed in alcune forme di rappresentazione corale.
Nella sua forma aedica e giullaresca continua nella straordinaria esperienza siciliana che recupera il canto ditirambico, la ballata e la canzone e la declamazione popolare.
Salvatore, un mio amico nisseno, dalle spiagge siciliane mi ha inviato, in queste torride ferie augustee, un accenno, solo uno spezzone corredato da suggestive foto notturne, del maestoso canto ditirambico imbastito, sulla spiaggia Giallonardo, da Salvo Piparo con Margherita Riotta voce e lira greca sull’epopea di Odìsseo, l’Ulisse della tradizione latina.
Tra Agrigento e Selinunte ma anche in Puglia, in Messapia dove ho avuto la fortuna di assistere personalmente, Giana Guaiana erede dei cantastorie e interprete del canto popolare ripropone la storia, la vita, le canzoni di Rosa Balistreri, una straordinaria donna siciliana che proprio nel canto popolare cercò e trovò il riscatto personale metafora del riscatto degli ultimi.
Qualche anno addietro a Palermo mi addentrai nei vicoli suggestivi, immaginifici e tracimanti vita da ogni parte.
Cercavo via Bara all’Olivella.
Si, si, proprio via Bara all’Olivella.
A sud nascita e morte sono le due facce della stessa medaglia ossia della vita e quindi bara e fonte battesimale si mischiano e non fanno impressione.
A Via Bara all’Olivella vi era ( e vi è) il Teatro dei Pupi di Santa Rosalia di Mimmo Cuticchio e dell’Associazione “Figli d’arte Cuticchio”.
Ci ero andato perché volevo ascoltare e vedere dal vivo il teatro dei pupi e sentire l’incedere sincopato, melodioso ed affannoso, incalzante incedere, come una cavalcata in mezzo ad una foresta selvaggia e senza sentieri, di Mimmo, l’ultimo Aedo erede di Omero e di quanti hanno attinto alla vocalità popolare per conservare le epopee della storia umana.
I cantastorie e le cantastorie siciliane, a cominciare da Otello Profazio per finire a Mimmo Cuticchio, sono gli ultimi sopravvissuti degli antichi Aedi e dello stesso Omero oltre che dei cantori medievali.
Si tratta, ahimè, di forme letterarie in via di estinzione e, dunque, da salvare, riproporre e proporre come patrimonio dell’umanità, che oggi possono essere arricchite con immagini di straordinaria potenza ed intensità immaginifica come le foto del mio amico che hanno accompagnano il canto di Salvo Piparo ed i dipinti che accompagnano le proposte di Giana Guaiana.
Che la onnivora civiltà contemporanea non le consumi insieme ai riti ferragostani.
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Opere letterarie di riferimento:
Lo Cunto de li Cunti. Giovan Battista Basile. Salerno Editrice, Roma 2013
Le fiabe italiane. Italo Calvino. Mondadori 2019
Lo Cunti de li Cunti. Elio Pecora riscrive Gian Battista Basile. Bibliotheka Edizioni 2025
Odissea. Omero. Einaudi, 2025
Eschilo-Sofocle-Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo,Tonelli. Bompiani, 2011
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
Dobbiamo inventarci un modo nuovo, in questi tempi bui, per appassionare le giovani menti alla Storia. Narrare viene dal latino gnarus, colui che sa, colui che è consapevole. Narrare significa dunque portare a conoscenza di qualcuno ciò che ancora non sa: mettere in comune una conoscenza, trasformare ciò che è stato vissuto o conosciuto in un racconto capace di raggiungere chi ascolta. In questa semplice etimologia si nasconde, forse, uno dei gangli fondamentali della scuola: qualcuno racconta a qualcuno ciò che ancora non sa, affinché possa cominciare a sapere e, soprattutto, a comprendere. È da qui che vorrei partire per ripensare l’insegnamento della Storia. Abbiamo imparato che la Storia inizia con la scrittura, i documenti scritti permettono che venga raccontato e ricordato ciò che è accaduto prima di noi. Ma prima ancora che dalle carte, dagli archivi e dai documenti nasce dagli uomini che si spostano, che attraversano territori, che abbandonano luoghi e ne raggiungono altri, potremmo dire che nasce dall’errare, se intendiamo questa parola nella sua duplice accezione: muoversi senza una direzione già stabilita, ma anche cercare, esplorare, procedere attraversare l’incertezza, è il senso del vero errare che la parola contiene in sé. La storia dei popoli è, in larga misura, storia di migrazioni, di incontri e scontri, di separazioni, di conflitti e di contaminazioni. Si cresce, si evolve, si cambia ci si arricchisce solo incontrando l’altro, accogliendo.
Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più difficili del nostro presente. Come raccontare la Storia a bambini e ragazzi in un tempo nel quale le migrazioni, gli spostamenti e gli incontri fra i popoli sul nostro pianeta sono diventati una delle esperienze più controverse del nostro vivere collettivo? I nostri libri parlano di invasioni barbariche, ma era il tempo dell’impero di Roma, nelle lingue degli altri popoli si parla di migrazioni di popoli, Voelkerwanderung dicono i tedeschi. Riflettere sull’etimologia della parola, sull’uso diverso che chi la usa ne fa, aiuta a guidare il discente nella riflessione attenta del linguaggio, del diverso apporto di significato che l’uso di una parola può avere in soggetti diversi. La Wanderung, migrazione, è la parola tedesca che si usa al posto della nostra invasione. Narrare evita che il racconto storico diventi la rassicurante costruzione di identità immobili, di appartenenze concepite come origini pure e separate, significa, inoltre, dare forma al tempo, significa capire anche il punto di vista dell’altro. Ogni racconto introduce un prima, un dopo e un sarà. Il passato non è semplicemente qualcosa che è finito: entra nel presente, lo attraversa e apre possibilità verso il futuro. La narrazione rende dunque abitabile il tempo, perché stabilisce connessioni tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che ancora può accadere. È qui che torna alla mente l’immagine creata da Paolo Jedlowski nel suo saggio: Il racconto come dimora. Raccontare non significa soltanto trasmettere informazioni: significa offrire un luogo nel quale l’esperienza possa essere raccolta, ordinata, condivisa. Il racconto diventa una dimora temporale, uno spazio nel tempo, un luogo nel quale possiamo sostare per comprendere da dove veniamo e, forse, immaginare dove possiamo andare. Per fare questo si serve del film Heimat, Patria, la parola tedesca contiene in sé la parola Heim, casa e la casa accoglie, è il luogo degli affetti. Una fiction del 1984, diretto dal regista tedesco Edgar Reitz, racconta la storia della famiglia Simon e di Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, la regione della Germania in cui è nato il regista. Le vicende private dei protagonisti si intrecciano con gli avvenimenti della storia della Germania nel periodo che va dal 1919 al 1982. Walter Benjamin ci aiuta nell’interpretazione: un’opera che non mira solo al nudo racconto dei fatti storici, date, guerre, violenze, battaglie, che hanno caratterizzato il secolo, ma anche partenze, separazioni e abbandoni che i protagonisti di quel racconto hanno sperimentato. Un’opera attuale da cui prendere lo spunto affinché il discente impari a conoscere le vicende nel proprio vissuto, di uomo del suo tempo, attraverso la storia di una famiglia che potrebbe essere anche la sua. Essa si realizza nel momento in cui viene raccontata, organizzata in forma grammaticale e sintattica. L’esperienza non è solo il vissuto, ma anche il processo che ha luogo nella memoria, lo lega all’esperienza e gli dà senso. Qualcosa che è andato perduto, ma che abbiamo ritrovato. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi. E’ come se l’accaduto ritornasse per essere raccontato. Un ritorno in ciò che è stato, un tentativo di capirlo, interpretarlo e di decifrarlo. Il racconto diventa una rete di relazioni, luogo dell’anima e del tempo ritrovato. Forse è proprio questa la funzione che dovremmo restituire alla Storia nella scuola: non soltanto far conoscere il passato, ma offrire ai bambini e ai ragazzi una dimora nel tempo. E per farlo, dobbiamo prima insegnare loro che la Storia non è un territorio immobile da attraversare lungo un percorso già tracciato. È un viaggio. Forse nessun termine come narrare contiene in sé i molteplici aspetti del compito che come insegnanti si ha: far sapere, errare sia nel senso di spostarsi, che è un vagare senza meta, che ci pone nel cammino di fronte ad una scelta, sia errore, smarrimento, ricerca. La Storia non è il racconto di chi conosce la strada; è il racconto di uomini che hanno cercato una strada. Ed è proprio attraverso il racconto che chi ancora non sa può cominciare ad abitare ciò che è stato. È proprio questa duplicità che rende errare una parola straordinariamente feconda per l’insegnamento della storia.
Storia e grandi poemi epici – L’Eneide
Nel narrare, nel raccontare bisogna pensare non tanto alla trasmissione di fatti, eventi, personaggi e quadri cronologici del passato, piuttosto ad una conoscenza elementare e correttamente impostata che trasferisca nel discente i processi storici delle epoche più antiche. Ciò vale soprattutto per l’epoca in cui si sviluppò la civiltà greco-italico-romana che costituisce la base della nostra storia nazionale ed anche quella europea, sfuggendo così al pericolo di restare chiusi ed intrappolati in qualcosa che vogliamo far apparire come nuovo. Il ruolo, la libertà dell’insegnante ne stabilirà le priorità valutandone sia la rilevanza epocale, sia l’esemplarità rispetto all’attuale concreta esperienza di vita. È nel nostro passato che ritroviamo le nostre radici. L’accoglienza è alla base della cultura e della storia italiana. La nostra tradizione cristiana, a sua volta radicata nella romanità, è impregnata dell’umanesimo e dell’idea universale di Roma prima, del Cristianesimo dopo. La Civitas romana ha abbandonato l’idea della Polis, per cui il barbaro non farà mai parte della comunità. Al contrario, Roma rende cittadino chi la serve. L’Imperium sine fine nasce con l’immagine di Enea che fugge da Troia portando sulle spalle il padre Anchise e approda nel Lazio: “così dice piangendo ed allenta le briglie alla flotta. E finalmente arriva ai lidi euboici di Cuma” (Eneide libro VI). Enea è il migrante, che fugge dalla sua terra assediata e in fiamme, e fonderà l’Impero. È questo l’atto che “ci impedisce di slegare il sogno dalla realtà, liberandoci dai demoni della chiusura, della xenofobia e del razzismo” perché la nostra è la cultura dell’accoglienza che si è espansa ed ha conquistato il mondo (si veda Accogliere di Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo Piemme, 2023).
L’Eneide: dall’esilio alla fondazione
L’epica è la forma letteraria del racconto. Espone le vicende di uomini e popoli in terza persona, trasformando l’esperienza individuale in memoria collettiva. Virgilio vuole raccontare la storia della nascita di Roma e mostrare come, da una fine, possa aprirsi un nuovo inizio. Enea parte da una città che non esiste più: Troia è stata distrutta e data alle fiamme. Deve lasciare tutto, non può ricostruire la città perduta. Ma nel momento in cui l’abbandona porta con sé il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio, uno sulle spalle e l’altro per mano. Una immagine reale, fisica e potente: uno il peso del passato e l’altro il futuro, la mano che lo stringe forte diventa simbolo di guida, di presenza necessaria: Oh, padre, afferra con la tua mano sacra i tuoi Penati ancestrali; è sacrilego toccarmi, essendo reduce da una guerra così grande e fresca di massacro finché non mi laverò nel vivo fiume. C’è in queste parole la consapevolezza del male della guerra, della violenza e delle atrocità commesse che non si possono facilmente cancellare, le violenze rimangono indelebili. Il vecchio e il nuovo, il passato e il futuro portano con sé la memoria e la responsabilità di ciò che dovrà essere: la distruzione della patria non significa la cancellazione della sua storia e il gesto di accompagnare per mano il figlio ne diventa la conferma. Enea non può ricostruire Troia, ma potrà fondare una nuova patria. Il viaggio diventa così il passaggio necessario tra ciò che è finito e ciò che ancora deve nascere. L’erranza conduce all’approdo; la perdita diventa possibilità di fondazione. Enea non è fondatore perché possiede già una patria, ma l’ha perduta. E’ questo che scardina le certezze di una appartenenza che non può essere per sempre. La sua identità non nasce dalla conservazione di un luogo immobile, ma dal movimento, dalla separazione e dall’incontro con un nuovo luogo. La patria, nell’Eneide, non è soltanto un luogo ricevuto: è anche un luogo che si costruisce. Enea è, nello stesso tempo, profugo, perché ha perduto la propria terra; errante, perché non ha ancora una destinazione; narratore, perché porta con sé la memoria di Troia; fondatore, perché il suo viaggio prepara la nascita di una nuova comunità, dalla quale nascerà Roma, e infine l’Impero. Enea è dunque profugo per destino: il suo destino passa attraverso l’esilio. Scrive Virgilio: Canto le armi e l’uomo che, profugo per destino, per primo dalle coste di Troia giunse in Italia… È quasi un paradosso: il destino del fondatore comincia con l’esilio. Come per dire che ogni cosa e proprio quella più grande nasce da una profonda sofferenza e da un grande travaglio: il nuovo viene dal vecchio e dalla sua perdita.
Mi arresi e, sollevato mio padre, mi diressi verso le montagne…(il monte Ida rifugio dei troiani).
E’ il momento della separazione. La consapevolezza di dover abbandonare tutto e chiudere con il passato. Lo spaesamento rende possibile porre nuove radici per una nuova identità che abitare i nuovi luoghi, condividere gli spazi ed il lavoro cementificheranno. La nuova comunità non nasce semplicemente perché Enea arriva: nasce dall’incontro con chi già abita quella terra. Enea non trova una terra vuota. Trova Latini, Rutuli, Evandro, Turno. Quindi l’approdo non è la semplice sostituzione di una patria con un’altra: è un incontro, ma anche un conflitto, una contaminazione e infine una trasformazione reciproca.
Il racconto prosegue nel dar forma ad una comunità, non cancella il proprio rapporto con il passato, perché su esso si fonda e guarda ai nuovi che incontra e con cui si scontra, ma reciprocamente si contaminano. Enea è un migrante prima ancora di essere un fondatore. La sua storia comincia fuori dalla patria.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Ho percorso, pagina dopo pagina, come fossero esse stesse altrettanti approdi, il “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic alla ricerca delle Civiltà perdute, delle storie aggrovigliate, dei popoli e delle genti che si sono mischiati, combattuti, fusi e confusi, delle coste con spiagge accoglienti e falesie ardite che talora non temono il confronto con l’oceano, e delle terre su di esso adagiate, verdi e rigogliose o arse e pietrose, sempre abitate dall’olivo, punteggiate dal fico, tratteggiate dalla vite, segnate a sud e a oriente dal deserto, a nord da montagne, valli e pianure e ovunque accarezzate dal mare cosparso di pietre che non han visto basse maree e abitato da pescatori, gabbiani e delfini docili e suadenti di giorno ma infidi e nefasti per il notturno, faticoso pescare.
Mi sono perduto più di una volta tra i marosi sollevati dalla tramontana o gonfiati dal libeccio e tra le infinite isole ho dovuto invocare il soccorso di Predrag per indovinarne i nomi, venir fuori dai loro labirinti e ritrovare la strada per l’alto mare aperto.
D’altronde se doveste decidere anche voi di navigare per il Mediterraneo o soltanto di immergervi nel Breviario che tutto lo scandisce non dimenticate che vi trovate a fare i conti con un mare che certo non ha l’immensità geografica degli Oceani ma, per converso, ha l’immensità senza confini dell’Umanità che lo ha attraversato e che tuttora lo abita o lo concupisce sia pure con più di qualche peccato.
Ma Predrag, che i segni di quei peccati aveva sperimentato sulla sua pelle e che nei Balcani aveva registrato l’ultimo smarrimento della Civiltà Mediterranea che mai si pensava avrebbe potuto ancora vacillare, indica proprio nella incommensurabile capacità del Mare di purificare ogni peccato, e nell’antidoto da esso custodito, la risposta a ogni sopraffazione, ogni violenza e ogni bestemmia contro l’Umanità.
…
L’incontro con Predrag Matvejevic
Ho conosciuto Predrag Matvejevic nel 2010. Avevo appena letto il suo “Breviario Mediterraneo” ed, in sequenza, “Danubio” di Claudio Magris che del Breviario aveva scritto la prefazione da cui traspariva non solo l’ammirazione per lo scrittore jugoslavo, come Predrag amava definirsi, ma anche l’amore, lui triestino, per quel mare dei tre continenti che il suo Danubio per tremila chilometri aveva inseguito finendo tuttavia per sfociare nel Mar Nero che del Mediterraneo era comunque parte integrante e che per il tramite dei Dardanelli felicemente ve lo condusse. Nel 2011, allorché egli era ormai naturalizzato italiano avendo ricevuto la cittadinanza italiana nel 2007, invitai Predrag Matvejevic a tenere la prolusione di apertura ad un simposio di studiosi, imprenditori e politici che giungevano da tutta Europa, dal Mediterraneo in particolare ed anche dal resto del mondo per discutere di Mezzogiorno e Mediterraneo in un periodo storico in cui l’uno e l’altro sembravano aver perso l’antica simbiosi. Il primo tutto proteso a settentrione, Mare del Nord e Atlantico, in cerca di qualche spiraglio di sviluppo, il secondo costretto ad un ruolo di piattaforma nelle contese delle potenze a vocazione più o meno imperialista, prima che divenisse, nei tempi recenti, custode di quanti, in fuga da violenze, guerre, fame, vi lasciavano la vita.
Fu una sorpresa, o forse un azzardo calcolato e con lui deciso. Un intellettuale, un letterato, un poeta del Mediterraneo chiamato a indicare possibili alternative e coordinate del progresso europeo da cui dipendeva il futuro anche del Mezzogiorno italiano? Sembrava una stravaganza se non proprio una burla. Non solo per il Mezzogiorno egli avrebbe dovuto tracciare l’orizzonte. Lo avrebbe dovuto fare anche per la Grecia e la stessa Spagna ed anche la ex Jugoslavia di cui Predrag Matvejevic continuava a sentirsi un romantico, sopravvissuto sostenitore non potendone più essere cittadino. Più di qualcuno era scettico. Anzi del tutto ostile. Predrag nel suo intervento introduttivo, raccontò il Mediterraneo. La sua civiltà, la sua cultura, la sua vocazione di Continente oltre i continenti. Il suo essere naturale orizzonte e destino obbligato per l’Europa, innanzitutto. La forza che gli derivava dai tre continenti che su di esso affacciavano avrebbe potuto essere il giusto contrappeso per un equilibrio mondiale capace di favorire pace e progresso contro lo sfruttamento della globalizzazione selvaggia e predatrice. Le reazioni furono, paradossalmente, assai lusinghiere. I presenti sembrò, per un attimo, si fossero specchiati nelle cose che diceva quell’intellettuale un pò scanzonato e controcorrente, la giacca un po’ troppo larga ed il ciuffo ribelle che andava e veniva sulla fronte in quella chioma bianca e fluente che chiedeva continui interventi per tenerla a bada. Le cose, a simposio terminato, seguirono il loro verso. Ovviamente quanto ineluttabilmente. Il Mezzogiorno continuò ad arretrare illudendosi di declinare a proprio vantaggio il paradigma costruito sulle sponde del Mare del Nord e dell’Atlantico. La Grecia continuava a dibattersi tra i marosi della tempesta, le repubbliche ex jugoslave cercavano di ritrovare un qualche equilibrio stabile che facesse dimenticare le aberrazioni ancora troppo recenti, l’Europa imbastiva inutili conferenze sul Mediterraneo e questo languiva incredulo e triste tra le sponde dei suoi tre, un tempo, gloriosi continenti. … La sera, al termine dell’ultima giornata dei lavori del nostro simposio, eravamo ai primi di luglio, Predrag mi prese sottobraccio e mi disse “perché
non ce ne andiamo in un posto sconosciuto sulla costiera Sorrentina a cercarci una piccola trattoria da cui godere il golfo e Napoli con il Vesuvio, tutto insieme? Siamo nella terra delle sirene e magari troveremo una sirena ad affascinarci”.
Così disertammo la cena ufficiale e ce ne andammo per conto nostro. Chiesi lumi in albergo ad una mia amica del ricevimento. Lei capì e mi fece cenno di sì con la testa. Dopo mezz’ora arrivò un pulmino bianco pieno di bernoccoli sui fianchi. Montammo. Con Predrag c’era Emma una sua amica napoletana, una regista teatrale, venuta appositamente per incontrarlo. Con me vi era Miriam che allora non meditava di percorrere altre vie lontano da me. Vi era anche un’altra coppia di amici. Il pulmino si avviò per strade sconosciute lungo la costa che saliva verso nord. Nel buio imboccò una stradina apparentemente impossibile da percorrere, scommettemmo, ed assai preoccupante anche, dati gli scossoni che imprimeva all’interno per gli urti rimediati tra un lato e l’altro del viottolo. Ma l’autista ci tranquillizzava con la sua spensieratezza. Cantava e parlava con un’allegria contagiosa inanellando motivi, ritornelli, frasi e parole in larga misura incomprensibili ma dalla musicalità ammaliante. Il pulmino imboccò infine una discesa a rotta di collo fermandosi davanti ad uno stretto palazzotto a due piani addossato al monte a sua volta dominato in alto da maestosi pini marittimi che si protendevano in avanti. A mezza costa vi erano altre poche case, pure quelle, dio solo sa come, abbarbicate tra le rocce sporgenti. Il pulmino si arrestò di botto sulla piazzola antistante inchiodato dall’autista il quale continuò a canticchiare mentre caracollando sulle anche scompariva all’interno. La costruzione assai essenziale e senza pretese, se si eccettua un piccolo pergolato che anticipava l’ingresso, mostrava a pian terreno i segni di una trattoria, tra questi un’insegna di legno scrostata e quasi illeggibile, dei tavolini anche questi di legno nella prima stanza ed un intenso profumo di mare dappertutto. Dalla cucina arrivavano gli echi di una conversazione a più voci assai melodiosa tra l’ilare, il divertito e il curioso. Di fronte, appena discosta dal pergolato si apriva una piccolissima insenatura ricolma di ciottoli piatti. In fondo il golfo in tutta la sua interezza oltre che magnificenza. Napoli, Il Vesuvio ed il Monte Somma erano lì per noi, si sarebbe detto, oltre che per quanti, fortunati al pari di noi, per caso si fossero imbattuti in un qualche altro angolo simile a quello. Era buio fondo ormai ed il cielo si vestiva a festa con una parata di stelle sterminata. Due ragazzi uscirono dalla trattoria recando con sé un tavolo che andarono a sistemare sul bagnasciuga tra i ciottoli.
Il mare lento e silenzioso sembrava complice. Andava e veniva sotto i nostri piedi. E arrivò la sirena. Era imponente. Aveva fianchi larghi e seno generoso. I capelli tirati sulla nuca intrecciati a crocchia erano neri e lei era ancor giovane seppur, alla maniera delle popolane partenopee, consapevolmente disattenta ad ogni ostentazione pruriginosa o seducente. “Va buò” disse mentre faceva sistemare piatti e stoviglie. “Stasera ci siti sulamente vui”, sottolineò strascicando quel “sulamente” come una nota lunga, lunga e isolata a significare probabilmente che tanto le era stato chiesto e lei volentieri aveva acconsentito. Quanto al pesce, se non avevamo niente in contrario, ci avrebbe pensato lei, annunciò suadente, con i suoi figli che continuavano ad interloquire beatamente tra loro e con lei stessa creando un siparietto straordinario in cui la lingua napoletana ci accarezzava tutti e mandava in estasi Predrag. L’autista doveva aver raccontato la nostra avventura ed anche il terrore che in qualche momento si era disegnato sui nostri volti. Era il terzo fratello e figlio. Di padri non se ne vedevano e non se ne videro quella sera. E noi trascorremmo una serata indimenticabile. Cullati dallo sciabordio del Tirreno che lì abitava il Golfo, eravamo ammaliati dalla meravigliosa musica che animava il discorrere della sirena e dei suoi figli ed affascinati da quel cielo stellato che di più non si sarebbe potuto immaginare. Eravamo prigionieri della fantasmagoria mediterranea. Di fronte a noi le silhouette del Monte Somma e del Vesuvio ammiccavano complici. Quest’ultimo montava la guardia mostrando il suo inconfondibile, meraviglioso profilo mentre il Monte Somma gli faceva il contro canto, poco discosto. Predrag si piegò verso di me, mise mano alla tasca interna dell’ampia giacca estraendone un taccuino con una penna e disse guardandomi quasi in estasi
“Questo è il Mediterraneo. Un Mare che non finirà mai di sorprenderti e che non potrai mai scoprire del tutto, tante sono le sue facce, i suoi approdi, i suoi popoli, le sue lingue, i suoi cieli, i suoi misteri, i suoi segreti. Un’altro breviario dovrò scrivere per raccontare questo angolo, questa sirena, questo monte, quel viottolo impercorribile che si stringeva e si allargava misteriosamente davanti al nostro pulmino. E con esso raccontare di Partenope e di tutte le terre che costellano i mari che danno forma al Mediterraneo.”
Poi mi guardò, tacque e “Anche tu dovrai scrivere del nostro Padre Mediterraneo, non dimenticartene” sillabò. Predrag qualche anno dopo morì. Lui non riuscì a scrivere un nuovo Breviario e a me rimase il suo invito. A cui non posso dare seguito se prima non racconto il suo Mediterraneo.
Il Mediterraneo è come una silloge poetica. Non ti impone un inizio come il romanzo. Ti lascia libero di scegliere da dove, come e quando iniziare. Perché ogni approdo, ogni spigolo, ogni angolo, ogni popolo possiede in sé, tutto intero, il Mediterraneo. Esattamente come la musa a cui Omero chiedeva ispirazione pregandola di manifestarsi in un punto qualsiasi e da lì condurlo alla scoperta del suo universo a lei legato da un filo tenue e leggero eppure impossibile da spezzare.
…
Il Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic
Da dove cominciare dunque? Dal Mare o dalla terra? Dal mare che unisce o dalla terra che divide? Dagli approdi selvaggi o dai moli? Dalle coste o dalle isole? E ancora, quali sono i confini del Mediterraneo? Praga e Salisburgo ne fanno parte o ne sono fuori? E la Baviera, da dove parte il Danubio?
Predrag Matvejevic conosce il Mediterraneo sin nei suoi anfratti più nascosti, eppure quello ancora gli sfugge, si nasconde, gioca a rimpiattino, infine si mostra in una caletta improbabile, in un angolo scoperto per caso dove si annuncia con la musica dei linguaggi e vaga con l’eco portata dal vento lungo le coste per dare loro vita imperitura.
Non sono solamente dialetti quelli che vengono parlati nei villaggi, a ridosso delle torri, dei castelli e delle cattedrali, sulle barche o nelle piazze, da cerchie di gente minuscole eppure capaci di trattenere nelle loro parole la storia del mondo.
Quelle parlate, per quanto lontane e dimesse, sconosciute addirittura al di là dei loro stessi confini, hanno lo spessore della vita e vivificano i territori che le hanno generate, dando senso alla loro esistenza ed evocandone la memoria in un processo osmotico di profonda, intima contaminazione con la storia dei tre continenti disposti intorno al mare comune.
Cos’è dunque il Mediterraneo? Dove comincia? Dove finisce? È solo una distesa di acque marine, un mare da solcare per muoversi e raggiungere terre lontane, tra loro distanti?
Trasportare merci? Oppure è mare e terra allo stesso tempo, un continente terraqueo, liquido e solido, tutto insieme e tutto mischiato?
Ed i suoi confini? Come per gli Oceani anche per esso la sua estensione finisce dove cominciano le coste ed appare la terra ferma? O, per un miracolo unico sul pianeta, si estende oltre, fino a comprendere isole, penisole, promontori, fiumi, laghi, mari interni, lagune, catene montuose, popoli, nazioni, storie, civiltà, miti e religioni, lingue infinite e genti infinite anche queste e porti non solo per le navi da diporto o da trasporto ma anche per i pescatori e moli e golfi e bacini e fari? “Non solo… È tutto questo, ma non solo”. Risponde Predrag Matvejevic. Cos’è allora il Mediterraneo? Una distesa di terre intorno ad un mare incastonato per il capriccio della natura che lo ha lasciato fluire dall’Oceano all’imbocco delle Colonne d’Ercole per instillare negli uomini il desiderio di conoscenza e di avventura? O al contrario sono state le profondità lasciate dalla fine delle glaciazioni tra l’Europa, l’Africa e l’Oriente asiatico a risucchiare l’oceano trasformandolo nel mare che, a differenza di quello, è da esse contenuto e definito? O ancora è il mare che attraversa i continenti e li fa suoi anche quando questi si stendono sino a raggiungere dalla parte opposta gli Oceani immensi? E quali sono queste terre e questi continenti? Dove iniziano e dove finiscono le terre del Mediterraneo? Bisogna penetrarne l’anima, la sua anima poliedrica, multiforme e proteiforme se vuoi davvero conoscerlo il Mediterraneo e predisporti ad un lungo viaggio. Un viaggio lento in cerca della luce e del buio, della luna e del sole, della notte stellata e del giorno che ti acceca e ti sorprende, delle stagioni, tutte, proprio tutte, dalla primavera all’inverno, passando per l’estate e per l’autunno. E magari conoscere i miti che lo hanno abitato, gli dei antichi e quelli più recenti e infine quelli veri e quelli falsi, vecchi e contemporanei. E le scritture, quelle sacre anche, da cui potrai scoprire il rapporto dei popoli con il Mediterraneo o con il mare semplicemente, avverte Predrag. Yahweh aveva aperto le acque davanti al popolo ebreo in fuga dall’Egitto per farli camminare sulla terra ferma e li tenne bloccati per quaranta giorni nel deserto piuttosto che farli andare per mare. (Libro dell’esodo 13:17). Gli stessi discepoli di Cristo pescavano su un lago, il lago di Tiberiade (Luca 4,38), non sul mare. I discorsi il Maestro li teneva sui monti e per sé scelse il Golgotha. Ma gli Apostoli solcarono i mari. Pietro giunse a Roma e Paolo evangelizzò il Mediterraneo, dopo essere naufragato a Malta ( Atti degli Apostoli, 27-28). E Giacomo, dicono abbia raggiunto la Spagna prima di tornare a Gerusalemme ed essere messo a morte, primo fra gli apostoli, da Erode Antipa, erede di Erode detto il grande.
Allah, al contrario, apprezzava il mare ed incoraggiava i credenti a conquistarlo. Nel Corano la salvezza e la prosperità passano attraverso il mare e le navi sono paragonate ai cammelli del deserto ed i venti alle guide. Egli è colui che ha sottomesso il mare, recita il sacro testo dell’Islam (Corano. Sura 16:14) e più avanti afferma che le navi solcano il mare in virtù della grazia e della potenza divina ( Corano. Sura 31:31). Arabi, Berberi, Saraceni e Musulmani sarebbero divenuti in breve dei formidabili navigatori e le loro flotte avrebbero percorso, in lungo ed in largo, il Mediterraneo. Corsari musulmani avrebbero, dal canto loro, in più circostanze tenuto sotto scacco il Mediterraneo. Nel 1565 il corsaro Dragut già viceré di Tunisi assediò Malta e solo il valore e la determinazione dei Cavalieri di San Giovanni che da allora divennero Cavalieri di Malta ne scongiurarono la capitolazione sia pure grazie agli aiuti arrivati dalla Sicilia e dalla Spagna. Ma anche Salomone, nonostante la ritrosia del popolo ebreo, possedeva delle navi mentre gli antichi Egizi avevano costruito una flotta per raggiungere il mare aperto, prima dal Nilo, quindi da Alessandria. Cleopatra da ultimo portò le sue navi sin nell’Egeo, ad Azio, per lo scontro finale tra Augusto e lei stessa con Antonio. In palio il dominio del Mediterraneo e del mondo che intorno ad esso si raccoglieva. L’antica Persia era Mediterraneo. Anelava al Mediterraneo. Ingaggiò guerre su guerre con i Greci per affermare il suo diritto ad essere nel Mediterraneo. Un diritto infine sancito da Alessandro il Macedone. Nessun popolo al mondo fuori dal Mediterraneo ha un rapporto così forte con il mare. Come se nel Mediterraneo vi fosse piantato il loro stesso onphalos.
La scansione del tempo, la luce e il pensiero mediterraneo
Allora non resta che salire a bordo di un peschereccio, di un battello, di un veliero e percorrerlo il Mediterraneo. Prendendosi il tempo che ci vuole. Perché nel Mediterraneo non alberga la fretta e tanto meno la frenesia.
La luce, sottolinea Predrag, lo percorre e lo caratterizza, esaltata dal buio, dalla notte, dall’ombra, dal sole e dalla luna. Dal colore. Artisti e poeti l’hanno cercata da sempre. Hanno intrapreso viaggi lunghissimi per arrivarci.
Il giorno in cui decisi di andare anch’io nel deserto alla ricerca della luce accecante e della notte piena di stella e solcata dalla Via Lattea mi imbattei in Paul Klee giunto dalle montagne svizzere e dalle pianure della Germania. Si era imbarcato a Marsiglia, erano i primi decenni del secolo scorso, aveva attraversato l’intera distesa del mare scoprendo la gradazione della luce
lungo il tragitto che menava a Tunisi. Da qui raggiunse Hammamet e da lì passò nella città santa di Kairouan sempre alla ricerca della quintessenza della luce e dei colori. Ed anche dei confini del Mediterraneo che aveva solcato.
Non lo fece da solo ma con altri compagni e tutti seguendo i tempi mediterranei. Tempi lenti, troppo lenti, se volete raffrontarli con l’approccio del mondo contemporaneo sopraffatto dalla fretta di produrre e consumare.
Ma quelli non sono i tempi della natura. I tempi della natura li trovate qui sul mare e nelle terre mediterranee. I tempi scanditi dalla notte e dal giorno, dal bel tempo e dal maestrale, dal levante e dal libeccio, dalle bufere e dalla bonaccia, dal caldo e dal freddo, dalle stagioni che devono alternarsi tra loro, senza mischiarsi. E se vuoi attraversare il Mediterraneo dovrai entrare in sintonia con i suoi tempi. Li chiamano tempi mediterranei ed il pensiero che li sostiene lo chiamano pensiero meridiano. Al meriggio, in estate, la gente si ferma sulle coste del Mediterraneo. L’aria è calda e consiglia di sostare all’ombra di un olivo, di un fico, di un carrubo, di un noce, della parete di una torre o nell’intimità di una casa. Per lasciar libera la fantasia di vagare. Dare modo al corpo di ritemprarsi. Scambiare le proprie impressioni con il vicino. Ritrovarsi in convivio con tutta la famiglia. Grandi e piccini, giovani e vecchi. Lasciar fluire la memoria da monte a valle e ritrovare le energie per andare avanti. In primavera si attende Persefone, si prega Demetra e si va in processione mostrando, nel prezioso ostensorio, il Corpus Domini, per chiedere di render fertile la terra e abbondanti le messi. In autunno si colgono i frutti e si accudisce l’orto per l’inverno e si semina per l’estate e in inverno si dà mano alle provviste estive e si loda Dio o l’Universo per quanto si è fatto e costruito e ci si prepara ancora una volta al ritorno della bella stagione. E per cogliere tutto questo dovrai addestrarti alla riscoperta del senso del limite e della misura, parametri che definiscono l’armonia universale, indispensabile, come sosteneva Platone, per un corretto vivere ed un efficace operare. Il limite dettato dalla Terra in quel che fai e la misura che dovrai trovare in te per quanto devi consumare evitando sprechi. Le residue putee o putie sulle coste siciliane e della Magna Graecia, l’apothéke in terra greca, i magazzini o makhazin, i Suq o Suk, i Bazar sulle coste arabe, in Persia ed in Turchia e nel deserto del Sahara ti libereranno dall’ansia estraniante dei centri commerciali e degli ipermercati che
accatastano merci in sovrappiù e concentrano consumatori che han smarrito il senso del necessario e del superfluo. È sempre Predrag a parlare. Per quanto mi riguarda non posso che assentire convinto oltre che entusiasta.
Ho incontrato delle putie sui monti Nebrodi in Sicilia e nelle terre di mezzo delle Murge, della Daunia, del Matese, dell’Irpinia, delle Terre Sannitiche e in tutto il Sud. A Fes, in Marocco ho scoperto il fascino religioso della Medina.
Essa, tutta intera, mischiava makhazin e suq o suk, abitazioni, bazar, laboratori e telai, concerie e produttori di babouche, battitori di rame e incisori d’argento, fabbri e fucine che esponevano la loro merce sulle piazze e dappertutto, spezie e agli, cipolle e arance, angurie su banchi e carretti giunti direttamente dalle campagne e, avvicinandosi la festa del sacrificio di Ibrahim, pecore e montoni sulle spalle degli uomini occupavano la Medina custodita da infinite schiere di gatti appartenenti a qualcuno e tutti a ciascuno.
Non c’erano trappole consumistiche e non vi erano sotterfugi o trucchi commerciali. La Medina pullulava di gente ma non vi era alcun segnale di frenesia. Le contrattazioni procedevano intense e puntigliose, appassionate o occasionalmente accese ma sempre al riparo da ogni pressione e tampoco da ogni inganno; il prezzo si formava laddove domanda e offerta si incontravano.
Le voci si alternavano e si sovrapponevano melodiose o sincopate ma si ascoltavano senza sopraffarsi e ciascuno raggiungeva il suo scopo. Era un formicaio caotico appena ci entravi, la Medina, ma essa rivelava la sua natura ordinata ed il suo dispiegarsi efficace e rispettoso delle ragioni e delle esigenze di chi vendeva e di chi comprava lasciando per intero il convincimento di aver conosciuto il senso più profondo ed autentico, ancestrale dell’universo umano.
Predrag mi guarda con occhi soddisfatti. Anche Elias Canetti ne parla nel romanzo “le voci di Marrakech”chiosa entusiasta. Il Corano stesso, aggiunge, incoraggia il commercio (Sura 24, 7) laddove nostro Signore scacciando i venditori dal tempio (Giovanni, 2, 12) ne ha spostato lo sviluppo lontano da Dio. Forse è tutta qui la differenza. Nella Medina, nei bazar e suq che la popolano, ma anche nelle residue putie o putee nostrane tu potrai ritrovare la dimensione ancestrale del rapporto con gli altri.
Limite e misura sono i binari entro i quali è necessario far procedere la propria vita al riparo dagli eccessi e dagli sprechi ma anche al riparo dalla tracotanza verso i propri simili e verso il creato o Dio, se più vi piace. Esse tengono al riparo da ogni tracotanza umana perché le genti del Mediterraneo conoscono la Hybris e sanno cos’è la Nemesis.
Non che nel Mediterraneo non si pecchi e non si bestemmi. Anzi. Ma anche nei peccati, nelle guerre, l’umanità si è sempre ben guardata dall’offendere il divino ed anche le bestemmie, sono sante bestemmie. Non maledizioni contro Dio ma sfogo contro tutto ciò che nega la felicità degli uomini e li costringe alla più nera fatica. Le antiche religioni ed anche le nuove e le loro scritture fustigavano o addirittura spingevano ad incarcerare i bestemmiatori. Nel libro dell’Esodo è scritto che il Signore Dio non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano (Libro dell’Esodo 20:7). Il Corano, dal canto suo, afferma che coloro i quali offendono Allah ed il suo Messaggero vengono condannati. (Corano. Sura 33:57). Ma i bestemmiatori, il più delle volte, erano in pace con Dio e le loro invettive non erano contro Dio ma contro un destino amaro che, ahimè, faticavano ad addomesticare. I pescatori sono i più terribili bestemmiatori ma sono anche i più fedeli adoratori del Dio che bestemmiano e lo invocano nella tempesta e nella notte buia e senza stelle.
La navigazione tra terre, mari e popoli
Resi edotti dello spirito del nostro mare, andremo a navigare verso i confini del Mediterraneo come gli Argonauti di Giasone. Raggiungeremo per primo il Mar Nero e la Tauride sulle tracce di Agamennone e di Ifigenia; attraverseremo il Mare d’Azov e circumnavigheremo la penisola di Crimea, un tempo abitata dai Tauri, dai Dori e dagli Ateniesi che vi fondarono le prime colonie e cercheremo il glorioso Regno del Bosforo prima di spostarci sulle coste dell’Ucraina al confine con la Romania ad incrociare il Delta del Danubio.
Il Mediterraneo non è solo distesa marina e dunque come Odìsseo bisognerà sbarcare nelle terre che lo circondano e, cercarlo, magari seguendo le carte nautiche e geografiche, fin dentro il cuore dell’Europa, nella Foresta Nera seguendo il Danubio che lì nasce, l’Austria e la Pannonia, la Dalmazia e la Slovenia, l’Ungheria, i Balcani e di nuovo la Romania.
Lo sapevano bene i Romani e altrettanto bene lo sapevano i Saraceni che con le loro navi ed i loro eserciti si spinsero sin là, mentre il Conte Vlad Terzo, divenuto l’impalatore nella fantasia popolare e Dracula, signore dei vampiri per la penna dell’irlandese Bram Stoker, li combatteva rifugiandosi nel suo castello di Valacchia sui Monti Karpazi. L’Europa, tutta intera è Mediterranea.
Se voi andate ad Helsinki ci trovate l’Italia futurista e razionalista mentre il museo d’arte Ateneum riecheggia la Grecia e a Stoccolma, nella vecchia città, ci trovate Barcellona, il barocco e la Spagna. Ad Amsterdam ed a Bruges ci trovate Venezia e ad Anversa e Gand le cattedrali della chiesa cristiana nata in Palestina e affermatasi a Roma.
A Londra Shakespeare si nutriva dei miti mediterranei da Cipro a Verona e lord Byron combatteva per la libertà della Grecia e per essa moriva.
L’Oriente dai tempi degli Egizi, di Salomone e della Regina di Saba, dei Romani, dei Greci e dei Persiani, di Dario e Serse, di Alessandro il Macedone, è stato la quintessenza del Mediterraneo. Napoleone, ancora nei tempi moderni, si pose sulle loro orme.
Il paradiso terrestre era tra il Tigri e l’Eufrate. Da lì i progenitori, Adamo ed Eva, popolarono le contrade asiatiche e quelle africane prima che i loro discendenti si spostassero nel resto del mondo allorché questo emerse completamente e gli Oceani si frazionarono.
L’Africa dal canto suo si distende da un capo all’altro sul Mediterraneo. Da Occidente ad Oriente. Non solo i popoli e le nazioni costiere, fossero essi i Lestrigoni o i Ciclopi siciliani, i Lotofagi della Cirenaica, gli abitanti della nobile Libia o della Mauritania, Algerini o Tunisini, Egiziani o Arabi, Berberi o Musulmani, erano parte essenziale del Mediterraneo.
Predrag, mentre l’equipaggio governa il veliero ne parla con trasporto e con dovizia di particolari. Il deserto, il Sahara, la sabbia con il Libeccio e lo Scirocco, con le palme ed i datteri, i laghi prosciugati e le rose calcaree rimaste sul fondo, corrono verso il Mediterraneo e sulle sue sponde si acquietano e da esse le genti partono per solcarlo il Mare, ovunque esso si distenda.
Esattamente allo stesso modo dei popoli e delle nazioni che abitano l’Europa e prima l’intero mondo romano.
Romani e Cartaginesi, Fenici e Greci, e quindi Arabi e Persiani han solcato il Mediterraneo rendendolo casa e patria comune. Certo, guerre, conquiste e reconquiste non sono mancate ma esse hanno consolidato il concetto di Patria comune.
E se tale concetto vien meno non è per volontà, o colpa, del Mediterraneo che lo custodisce nelle profondità delle sue falesie su cui si infrangono oggi i sogni di quanti ad esso accorrono. Predrag discorre, indica un’insenatura, mostra un faro, chiede di raggiungere Malta e di approdare a Gozo, l’isola di Calipso secondo alcuni, quindi invita a puntare su Stromboli, ritenuta anch’essa, da altri studiosi degli itinerari omerici, il rifugio della ninfa che trattenne con il suo amore ed il fior di loto
l’eroe di Itaca per sette lunghi anni prima di lasciarlo andare, per ordine di Zeus a lei giunto per il tramite di Ermes, messaggero degli dei. Anche tra Scilla a Cariddi seguiamo le tracce di Odìsseo e nella terra delle Sirene all’altezza di Capri.
In prossimità della costa Predrag segue il volo di un gabbiano, evoca i delfini, immagina le lampare, chiama le tonnare sfiorando Favignana ed elenca i diversi tipi di pesca praticati al largo delle coste appena superate. Mi racconta la storia ormai conclusa, delle spugne che stazionano in fondo al mare sui banchi di roccia e tra le alghe.
I pescatori di spugne, scendevano in apnea nelle profondità legandosi come zavorra delle pietre in vita e con un lungo arpione usato come un giavellotto infilzavano le spugne, come guerrieri sulla piana di Troia, e le depositavano in un sacco anch’esso legato in vita e salivano e scendevano finché quello non fosse stato riempito. E una volta riemersi tornavano a riva, sui moli, le scogliere, le piazze dei villaggi le lasciavo asciugare ed essiccare.
Le spugne arrivavano così, porose e rugose, docili e sensuali al tatto sui tavoli dei mastri sartori che le usavano per addomesticare le stoffe e dare loro le torsioni necessarie sotto il pesante ferro da stiro ricolmo di carboni ardenti. Io conoscevo bene quelle spugne dalla multiforme struttura. Ovali o tonde, bitorzolute come parallelepipedi sforacchiati, sempre irregolari e mai uguali, bellissime, grigie tendenti al colore della terra con l’uso.
Al largo dell’Adriatico meridionale, sulle coste della Messapia, non era infrequente che i pescatori portassero a riva con il pescato anche un carico di spugne. E quelle spugne le avevo inzuppate e strizzate innumerevoli volte nella bottega del mastro sartore in cui mi recavo bambino, al pomeriggio, dopo la scuola, per evitare pericoli, mi diceva mia madre, ma anche per imparare un mestiere fuori dai campi, non si sa mai, nella vita. E Predrag chiamava in superficie, dopo i pescatori di spugne, quelli di corallo e quelli salivano con interi rami di color rosso, alberi in miniatura addirittura. Niente a che fare con le spugne. Il corallo è un nobile abitante delle profondità marine e diviene nelle mani di artisti, orafi e gioiellieri prezioso monile. Sulle coste della Sicilia, in Sardegna e nel Golfo di Napoli ed anche nel golfo messapico di Gallipoli i pescatori ne raccolgono in quantità e botteghe e atelier lo lavorano e lo vendono ovunque nel mondo. Ancora oggi. Torre del Greco a due passi da Sorrento, Pompei ed Ercolano, da Oplontis anche, dove dimorava la divina Poppea in una villa raffinata e maestosa, è per il corallo quel che Amsterdam è per i diamanti. O, almeno, potrebbe esserlo, commento al termine del mio racconto a beneficio di Predrag. … Intanto l’equipaggio del nostro veliero ha continuato la navigazione. Dopo il Mar Nero, la Tauride e la colta Odessa, avevamo solcato l’Egeo, toccato le sue isole e gli arcipelaghi, i suoi promontori, le sue punte, Capo
Sunio con il tempio di Poseidone, le sue Meteore con gli arditi monasteri vietati al genere femminile per non turbare l’ascesi dei monaci forse o per la troppo ardua fatica necessaria a raggiungerli. Dopo aver rivolto lo sguardo alla Troade che ospitò Ilio, abbiamo puntato verso la Sicilia e la Magna Graecia, Siracusa, Taranto e Crotone, per poi virare verso i Balcani e quindi di nuovo verso la Spagna e la Francia.
Andiamo in cerca dell’ultimo confine segnato dall’olivo, dice Predrag. Lo dobbiamo a Fernand Braudel che indicò appunto nell’olivo il limite del Mediterraneo. Lo abbiamo lasciato sulle sponde dell’Africa e in Oriente, l’Olivo. Lo abbiamo contemplato costeggiando l’Italia, adesso andiamo a trovarlo sulle sponde francesi e spagnole, liguri anche e sarde, ma dovremo attraccare a Barcellona o a Valencia e inoltrarci nel continente a nord ovest. In Portogallo. Crescono ulivi superbi che non temono l’oceano da quelle parti e con essi la macchia mediterranea. Ha ragione Braudel: non esiste Mediterraneo senza l’Olivo. Esso ne disegna i limiti più esterni e i suoi alberi fronzuti, i suoi tronchi centenari, millenari e plurimillenari addirittura, i suoi rami contorti e poderosi delimitano i tre continenti che si dispongono intorno alle sue distese marine, ne rinfrescano i territori e ne insaporiscono le tavole con il fluido delle verdi olive, dopo aver illuminato, sino ad un passato non lontano, con l’olio lampante, le piazze di Venezia ed i viali di San Pietroburgo. Ma anche il fico, dice Predrag, lo segna. Ad Oriente nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva si nutrirono del dolce frutto del fico per la tentazione del demonio e la maledizione di Dio. Ma non basta, sottolinea con una punta di lieve soddisfazione. Anche le nazioni e le genti del deserto, i nomadi esperti conoscitori di oasi, piste e carovane per cammelli e dromedari appartengono al Mediterraneo. Lungi dal definire una cesura, come pure possono indurre a pensare, le immense distese del Sahara ne rappresentano la più ardita estensione, afferma Predrag rivolgendosi al suo amico Fernand Braudel che ci guarda, compiaciuto, da lontano. La sabbia dorata arriva con lo scirocco che attraversa il mare e ne deposita enormi quantità sulle contrade europee. Non è solo questione geografica. Da quelle parti sorgeva il continente di Atlantide che del Mediterraneo era parte fondante, a sentire Platone che ne parla nei suoi dialoghi Timeo e Crizia. Un luogo della cultura primigenia, fonte della civiltà costruita nei millenni passati dentro ai suoi spazi. Ma non è ancora finita. Ci sono le storie, le epopee, le poesie, i venti che quelle portano dappertutto a scandire i confini del Mediterraneo.
Sono le civiltà che su di esso sono nate, si sono scontrate, si sono sovrapposte fino a crearne delle nuove che le prime contenevano e tutte concorrevano ad espanderlo, il Mediterraneo. Sono stati gli dei antichi e quelli più recenti, le religioni nate le une dalle altre, fondendosi magari e che anche quando fan fatica a riconoscersi non possono negare la comune radice.
E con esse sono le lingue, i vocaboli e le parole dalla comune etimologia a portarsi il Mediterraneo in ogni angolo delle coste e dell’entroterra dove non esistono dialetti ma solo nobili linguaggi.
La ricchezza delle diversità. Genti, pietre, asini.
Siam giunti sul Tirreno, nel frattempo. Paestum, Elea e Cuma, l’antro della Sibilla Cumana e Averno, da dove si entrava nel regno dei morti, sfilano all’orizzonte ed anche Capri ed Ischia, l’antica Pithecusa, isola delle scimmie o degli eccelsi maestri vasai, stando al grande storico e naturalista romano Plinio il vecchio che ne parla nella sua Naturalis Historia e che conosceva bene quelle terre essendo la flotta dell’impero posta sotto il suo comando di stanza a Capo Miseno al momento dell’esplosione del Vesuvio-Somma che allora erano una cosa sola e che distrusse tutto il litorale con Pompei ed Ercolano
Predrag ha chiesto di lasciare per ultimo l’Adriatico. Da quelle parti c’è casa sua. O almeno quella che fu casa sua. Nato da padre ucraino ma di etnia russa e da madre croata-bosniaca, a Mostar in Jugoslavia, oggi Bosnia ed Erzegovina, egli sente ancora sulla pelle la ferita dei massacri fratricidi che hanno insanguinato i Balcani e che, per lunghi anni, hanno spento la luce in quelle contrade, eppure proprio in esse il Mediterraneo ha raggiunto uno splendore pari a quello dell’antica Grecia, con Venezia, Ragusa e le città della costa e dell’entroterra che qui saldarono la propria storia con quella di Roma. Dunque il Mediterraneo si estende sin dove cresce l’olivo, come sottolinea Fernand Braudel ma esso, insiste Predrag Matvejevic, va oltre l’olivo e la macchia mediterranea, il clima e la biodiversità che lo accomunano, le storie e le poesie che volano con i venti. Va anche oltre i venti. Sono le diversità che fanno il Mediterraneo. Afferma guardandomi in tralice per difendersi dal sole ormai basso all’orizzonte. E prende a raccontare le infinite sfaccettature di questo mare che arriva dalle glaciazioni primordiali, che è sopravvissuto allo strangolamento delle Colonne d’Ercole ed anche all’assalto degli Oceani. Qualcuno aveva addirittura pensato di prosciugarlo il Mediterraneo, nel secolo appena trascorso, costruendo una diga ciclopica per arrestare l’Oceano tra le Colonne d’Ercole. Avevano pronto anche il nuovo nome per l’Europa: Atlantropa.
Fortunatamente la storia a metà di quel secolo prese un’altra direzione. Con Predrag, felici dello scampato pericolo, riprendiamo la nostra navigazione nel Mediterraneo noto. Tra gli approdi e le isole, i porti e i fari, le coste e le città, le genti e il loro parlato, i canti ed i dialetti, le civiltà e le culture, i cibi e le coltivazioni, i popoli e i solitari asceti che tutto lo circondano. Le guerre anche e le invasioni, le continue contaminazioni, i luoghi, i miti, gli eroi… Le Termopili e Salamina, Leonida, Alessandro e Dario, le nazioni e gli imperi, gli dei dell’Olimpo e il Dio di Abramo, la religione di Cristo e quella di Maometto. Tutto e tutti han tracciato i confini del Mediterraneo.
Le terre che su di esso si affacciavano erano sacre ed il mare stesso provvedeva a sfamare chi non aveva niente. Sulle coste e sulle isole dello Ionio, del Tirreno e dell’Adriatico si combatteva la miseria mettendo a bollire le pietre del mare. Pietre antiche che non avessero conosciuto bassa marea e intrise di segrete, quanto misteriose e miracolose capacità nutritive. E mentre Predrag scandisce le ultime parole riemerge la nenia che mia madre silenziosamente evocava mentre là fuori tirava il vento di tramontana. “Dormite bambini, quando vi sveglierete avrete di che mangiare” cantilenava come in un lamento o in una ninna nanna una donna curva su sé stessa per gli stenti e la fatica mentre i piccoli chiudevano gli occhi e quella riprendeva ad armeggiare intorno alla pentola vuota. Quella storia adesso assumeva un’altro sapore. Nel Mediterraneo tutto si tiene. Non solo i popoli e le storie ma anche i racconti, dai Cunti sull’aia alle storie delle Mille e una notte. Da queste parti il mare era un destino, insieme alla campagna. La notte a pescare e il giorno a zappare, arare, seminare, falciare. E non solo quei pescatori e le loro mogli ma anche la gente del villaggio probabilmente sapeva di quelle proprietà misteriose nascoste nelle pietre di mare che messe a bollire liberavano sostanze imprigionate da sempre tra i loro pori e tali da attutire se non altro i morsi della fame. Non solo le pietre ma anche gli animali sono stati da sempre compagni degli uomini, continua a narrare Predrag . Si, certo i nobili cavalli. Ve ne erano dei superbi che avrebbero potuto gareggiare con i cavalli di Zeus. E vi erano i buoi e le mucche. Le pecore e le capre ed i porci. Odisseo approdò ad Itaca e si fermò proprio dal suo fidato porcaio, Eumeo. Con lui organizzò la liberazione della reggia prima di rivelarsi a Penelope. Ma vi erano anche i muli, testardi e tenaci e soprattutto gli asini, ciuchi o ciucci, tenaci e mansueti e amici degli uomini.
In ogni posto gli asini, sottolinea con grande trasporto Predrag, sono chiamati con nomi diversi, addirittura con nomi familiari. Tutto esprime grande empatia e partecipazione se non affetto per questo quadrupede umile e sempre disponibile a girare le ruote e le macine nei frantoi ipogei, a trasportare carichi che pendono da un lato e dall’altro del bastio, a camminare sempre accanto al suo padrone riconoscendolo e mai mostrandogli segni di stanchezza. Anche nostro Signore volle un asino per il suo trionfo a Gerusalemme prima del Golgotha. Ed un asino fu compagno della sacra Famiglia nella fuga in Egitto intrapresa per sfuggire all’eccidio di Erode, chissà perché chiamato “il grande”.
Sono piccoli di stazza gli asini a cui faceva riferimento Predrag. Li trovi su tutte le coste del Mediterraneo e meritano più di un pensiero riconoscente. Ma quelli delle Murge sono grandi come cavalli, faccio osservare. Nel Mediterraneo la gente conosceva la fatica e il sapore della miseria e quindi coltivava come un premio la presenza di quegli asini, piccoli o grandi che spesso finivano per essere l’unico sostegno ed anche l’unica compagnia e nella loro fatica custodivano come un comandamento religioso anche il senso del limite e della misura.
La Fata Morgana. Le mappe e i glossari
Gli individui e i popoli conoscevano e praticavano, con il senso del limite e della misura, la Pietas e la Compassione. Coltivavano il timore di dio, rifuggivano dalla tracotanza e accoglievano l’ospite e lo straniero sacri agli occhi di Zeus, Padre degli dei e massimo reggitore dei destini degli uomini.
Le guerre non cancellavano il rispetto, e il recupero dei feriti con la sepoltura dei morti interrompevano guerre e battaglie. Non si uccideva per disprezzo dell’altro e non si accumulava per affamarlo e finché lo spirito antico e la legge primordiale hanno scandito la convivenza umana lungo le coste, le terre ed il mare nello spazio mediterraneo, son si praticavano genocidi e nemmeno gli olocausti per nessun motivo.
L’odio e la sopraffazione umana provocava l’intervento divino e la Nemesis avrebbe ricomposto l’armonia a costi drammatici tuttavia per colpevoli ed innocenti. E la gente, potenti e popolani, lo sapeva e coltivava la virtù o comunque si guardava dalla Hybris temendo l’ira divina.
Il Mediterraneo era Patria comune oltre ogni divisione. E chiunque poteva spostarsi da una sponda all’altra sentendosi a casa. Era un po’ soprappensiero Predrag mentre così si esprimeva. Probabilmente aveva negli occhi i genocidi, le guerre e gli eccidi che si sono consumati e si consumavano a Oriente, a Occidente e a Sud oltre che a Nord.
Il Continente Mediterraneo forse non esiste più, ma lui non lo diceva.
Nel suo Breviario egli aveva cantato la storia del mare che fu dei Fenici e dei Cretesi, degli Achei e dei Persiani, dei Romani e dei Cartaginesi, dei Cristiani, degli Ebrei e dei Musulmani. Quel mare non potrà mai essere cancellato, afferma deciso mentre ci rimettiamo in mare, dopo l’ennesima sosta.
Altre coste, gli approdi, i moli scorrono sotto i nostri occhi, isole, golfi, bacini locali che prendono il nome della terra che bagnano. All’orecchio arrivano le conversazioni che si intrecciano e che si manifestano ad ogni approdo con l’eco di alfabeti antichi, le voci di popoli scomparsi, le memorie di migrazioni compiute o naufragate.
E intanto l’aria si intrufola nelle nostre vele, i refoli giocano con esse e ci accompagnano come messaggeri di Eolo incaricati di agevolare la nostra navigazione. “Il Mediterraneo”, afferma Predrag dopo un momento di prolungato silenzio che somigliava ad una tentazione mistica o ad un desiderio di intimità religiosa con l’universo intorno a noi, “nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti. Le correnti lo attraversano. La spuma e le nuvole lo seguono e le albe ed i tramonti lo rendono unico e prezioso.
Non basta una vita a percorrere le rotte del Mediterraneo, a raggiungere la sabbia del deserto. Il miraggio viene in aiuto talora. E la Fata Morgana ti fa vedere ciò che non c’è e ti illude di poter toccare ciò che è lontano. Anche questo è Mediterraneo.”
E se non ce la farai ad attraccare in ogni porto e insenatura, se non ce la farai a passare da uno all’altro tutti i fari che illuminano la costa e indicano il pericolo o al contrario segnalano via libera da secche, scogli affioranti e promontori pericolosi, se non ricorderai tutte le isole, gli arcipelaghi i promontori e le penisole, potrai aprire i vecchi libri dei navigatori-esploratori e cercare sulle carte nautiche quanto non sei riuscito a vedere lungo gli itinerari mediterranei. Troverai carte e pergamene, veri e propri tesori, mappe di un’umanità in cammino che cercava di fissare le sue conoscenze a beneficio di tutti. Potrai osservare il nostro mare guardato da sud. Capovolto rispetto all’idea che ci hanno somministrato nei secoli i colonizzatori del nord. Ci fu un tempo in cui il Sud era la terra del latte e del miele, la terra del sapere e della poesia, della libertà e dell’avventura e le carte mostravano un Mediterraneo capovolto perché allora, a differenza della realtà attuale in cui la gente sale a nord, interi popoli scendevano verso sud. E troverai gli infiniti fari che non hai visto lungo le coste. E se non sei riuscito ad ascoltare le tante lingue, le innumerevoli parole, i termini con cui marinai, pescatori, gente del Mediterraneo nominava venti e barche, posti e approdi, scandiva bestemmie e pronunciava preghiere, chiamava i venti e le bonacce, le burrasche e le mareggiate, i pesci e i
molluschi, beh allora dovrai cercare nei glossari in cui valorosi testimoni con certosina pazienza hanno raccolto ogni vocabolo, ogni bestemmia, ogni preghiera, ogni vento, ogni sponda, ogni angolo, ogni linguaggio declinandoli nella parlata dei tanti, incantevoli posti che incorniciano il Mediterraneo.
Non solo, li ritroverai anche nelle lingue del deserto e delle montagne che ad esso appartengono. Per i secoli dei secoli.
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Testi e autori richiamati
Predrag Matvejevic. Breviario Mediterrano, Garzanti 2010 Claudio Magris. Danubio, Garzanti, 2015 Elias Canetti. Le voci di Marrakech, Adelphi, 2024 Omero. Odissea, Einaudi, 1989 Dante. Divina Commedia. Inferno, Casa Editrice Le Lettere, 1996 Albert Camus. L’Homme Révolté, nella versione di Bompiani, 2009 “L’Uomo in Rivolta Platone. Dialoghi, Einaudi, 2020 Platone. La repubblica, traduzione di F.Sartori. Laterza 1999 Paul Klee. Viaggio in Tunisia. Nuovi equilibri/stampa alternativa,1991 Sacre Scritture. Il rapporto dell’uomo con il mare. Vecchio Testamento. Libro dell’esodo 13:17 Nuovo Testamento. Vangelo di Luca 4,38. Nuovo Testamento. Atti degli Apostoli. 27-28 Corano. Sura 16:14. Sura 31:31 Il Rapporto degli uomini con il mercato. Nuovo testamento. Giovanni 2, 12 Corano. Sura 25:7 Il rapporto degli uomini bestemmiatori con la divinità. Vecchio Testamento. Libro dell’Esodo 20:7 Il Corano. Sura 33:57. Nel testo si fa riferimento ad Atlantropa. Si tratta di un (folle) progetto del 1927 dell’architetto tedesco Herman Sörgel che, attraverso la costruzione di una mastodontica diga sullo stretto di Gibilterra, avrebbe dovuto favorire il prosciugamento di quota parte del Adriatico, del Canale di Sicilia e delle coste mediterranee Tutti i riferimenti sono tratti per diretta citazione, dall’opera di Predrag Matvejevic “Breviario Mediterraneo” o per suggestioni da essa scaturite. I personaggi ed i nomi riportati, Emma e Miriam, sono frutto di fantasia. L’io narrante non coincide con l’autore del saggio.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
Il tipo statuario tradizionalmente identificato con il Doriforo di Policleto è divenuto, nella cultura moderna, uno dei principali paradigmi dell’arte greca classica. Proprio la forza di questa identificazione ha tuttavia finito per condizionare la lettura dei dati materiali. Poiché il nome Doriforo designa un portatore di lancia, la presenza dell’asta è stata generalmente considerata come un dato acquisito, anziché come un’ipotesi da verificare.
La questione può essere posta in termini molto semplici: la mano sinistra della copia pompeiana è realmente conformata per impugnare una lancia?
Da questa domanda ha preso avvio il riesame della statua. Non dalla volontà di proporre una nuova identificazione, né dal desiderio di sostituire alla ricostruzione tradizionale un’immagine più originale, ma dall’osservazione di un’incongruenza materiale. La disposizione delle dita non sembra infatti compatibile con la presa regolare di un’asta cilindrica. Occorreva dunque rovesciare il procedimento seguito abitualmente: non partire dal nome per stabilire quale attributo collocare nella mano, ma partire dalla mano per verificare quale attributo essa potesse effettivamente sostenere.
La copia rinvenuta nel 1797 nella cosiddetta Palestra Sannitica di Pompei fu ricomposta da Angelo Solari fra il 1809 e il 1817. Nel corso del restauro venne inserita nella mano sinistra un’asta. Quando, nel 1863, Karl Friederichs riconobbe nel tipo il Doriforodi Policleto, la figura appariva dunque già come un portatore di lancia. Non è possibile stabilire in quale misura l’integrazione di Solari abbia orientato la sua proposta; resta tuttavia il fatto che l’asta moderna precedette l’identificazione e contribuì a consolidarla. Il restauro offriva un’immagine, il nome sembrava confermarla e l’autorità del nome finì a sua volta per rendere necessaria la lancia, trasformando progressivamente un’ipotesi ottocentesca in un dato apparentemente acquisito.
Osservata senza questo presupposto, la mano sinistra presenta una conformazione diversa da quella richiesta dalla presa di un’asta. Il mignolo e, in misura minore, l’indice avanzano rispetto al medio e all’anulare. Le dita non si chiudono uniformemente intorno a un elemento cilindrico. La loro disposizione è invece coerente con un oggetto arcuato: l’antilabé, la presa anteriore dello scudo oplitico, afferrata dalla mano mentre l’avambraccio passava attraverso il pórpax.
A questa osservazione si aggiungono le tracce conservate sull’avambraccio sinistro, in posizione compatibile con il bracciale dello scudo, e i dati emersi dalle indagini in fluorescenza ultravioletta del progetto MannInColours. Le prove pratiche di inserimento dell’asta hanno inoltre mostrato che, se essa attraversa la cavità della mano, raggiunge la spalla in una posizione innaturale, sulla testa dell’omero; se viene collocata nel punto anatomicamente più plausibile, presso la fossa sovraspinata, non passa al centro del pugno, ma si arresta fra l’anulare e il mignolo.
Le prove pratiche confermano dunque quanto suggerisce la conformazione delle dita: un’asta può essere adattata alla figura soltanto forzando la presa o alterandone la posizione naturale. Il problema non riguarda perciò la lunghezza o il peso dell’attributo, ma la sua forma. La mano sinistra non sembra predisposta a stringere un elemento cilindrico; risulta invece coerente con la presa arcuata dell’antilabé.
Il riesame della sinistra conduce necessariamente alla destra. Il braccio destro non pende inerte lungo il fianco: è leggermente avanzato e scostato; il bicipite e i tendini sono in tensione. La mano conserva una cavità quadrangolare, difficilmente conciliabile con una posizione di riposo e più coerente con una presa. Per dimensioni e orientamento, l’ipotesi più economica è che stringesse l’impugnatura di una spada.
Sulla spalla destra è inoltre visibile un foro rettangolare con tracce di ossidazione, interpretabile come sede di un perno destinato al fissaggio dell’aortér, il balteo che attraversava obliquamente il torace e sosteneva il fodero sul fianco sinistro. Su quest’ultimo si conservano abrasioni compatibili con il contatto del fodero. Scudo, spada e aortér non costituiscono quindi tre aggiunte indipendenti: formano un unico sistema funzionale, nel quale la posizione delle mani, la tensione degli arti e le tracce tecniche si spiegano reciprocamente.
La proposta non dipende da un singolo dettaglio. Le repliche di Berlino e Minneapolis conservano una tensione analoga del braccio destro e una cavità della mano riconducibile a un gesto di impugnatura; sono inoltre presenti, sul fianco sinistro, tracce di puntelli compatibili con il sostegno di un braccio gravato dallo scudo. Nessun elemento, considerato isolatamente, è decisivo. È la loro convergenza entro una ricostruzione meccanicamente coerente a costituire l’argomento.
Questa revisione degli attributi non determina automaticamente il nome del personaggio. A Messene, tuttavia, una replica del tipo fu rinvenuta nel ginnasio insieme con immagini riferibili a Hermes e a Eracle. Pausania ricorda nello stesso edificio una triade composta da Hermes, Eracle e Teseo. La coincidenza fra testimonianza letteraria, contesto e attributi rende plausibile l’identificazione della terza figura con Teseo.
Il 3 agosto 2026 a Pompei è stata presentata una nuova fusione bronzea del tipo. Nella fase preparatoria mi era stato prospettato che essa avrebbe consentito di verificare nello spazio la ricostruzione con scudo, spada e aortér. Il bronzo effettivamente realizzato ha seguito una strada diversa: combina il corpo della copia pompeiana con la testa dell’erma bronzea di Ercolano, colloca un akóntion, ossia un giavellotto, nella mano sinistra, lascia vuota la destra ed è stato presentato con il nome di Canone.
La sostituzione della tradizionale lancia con un giavellotto riduce l’ingombro dell’asta, ma non risponde all’obiezione posta dalla morfologia della mano. L’akóntion è più corto e leggero del dóry, ma rimane un elemento cilindrico. Il problema non consisteva nella lunghezza della lancia, bensì nella compatibilità stessa della presa.
Una fusione moderna può rendere visibile un’ipotesi e permettere di valutarne nello spazio l’equilibrio, gli ingombri e la coerenza. Non può però dimostrare da sola le premesse sulle quali è stata costruita. Il bronzo mostra un akóntion inserito nella mano, ma non prova che la mano antica fosse predisposta a reggerlo; mostra una destra vuota, ma non spiega la tensione dell’arto, la cavità delle dita, il foro sulla spalla e le abrasioni sul fianco.
Anche il nome Canone richiede una dimostrazione autonoma. Le fonti antiche distinguono il Doriforo dal Canone: è dunque legittimo rimettere in discussione l’equazione tradizionale fra le due opere. Ma mostrare che il tipo pompeiano potrebbe non essere il Doriforo non equivale a dimostrare che sia il Canone. La sostituzione di un nome incerto con un altro non elimina l’onere della prova.
Il cosiddetto Doriforo continua a essere una delle immagini più rappresentative dell’arte classica. Proprio la sua celebrità, tuttavia, rischia di nascondere la statua sotto le interpretazioni che si sono accumulate intorno a essa. Tornare davanti al marmo significa allora sottoporre nuovamente i nomi e le ricostruzioni alla verifica delle mani, delle tensioni muscolari, dei fori, delle abrasioni e degli ingombri.
È su questo terreno che, da oltre vent’anni, ho cercato di riaprire la discussione: non sostituendo un’immagine consacrata con un’altra destinata a diventarlo, ma restituendo priorità all’evidenza materiale. La mano sinistra, incompatibile con la presa di un’asta cilindrica, costituisce il punto di partenza di questo riesame. Le risposte possono ancora essere discusse; ciò che non dovrebbe più essere eluso è la domanda posta dalla statua.
Vincenzo Franciosi
Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.
Il mio interesse verso le sorti di donne particolarmente sensibili e creative incomprese, bandite, ristrette, contenute, discriminate in vari modi, fatte oggetto di torto, indirizza spesso le mie letture e mi porta a scoprire, non solo e a malincuore ancora troppe dolorose sorti comuni, ma anche, per fortuna, autrici non esattamente mainstream.
Si tratta di donne private della possibilità di “esistere” nel senso più ampio del termine, a cui è stata sottratta per varie ragioni la parola e che l’hanno conquistata o riconquistata scrivendo.
Si tratta di donne che hanno mostrato forme di inadeguatezza alle norme sociali della propria epoca, di esuberanza, di incapacità di assoggettamento al volerle unicamente madri e spose, di straripante fantasia e creatività, di profondità di sguardo per le quali, ritenute “sbagliate”, l’unico strumento di “correzione” è stato individuato nell’appiccicare loro delle diagnosi, spesso non suffragate da alcun esame oggettivo, e nel rinchiuderle in un ospedale psichiatrico.
Diverse di loro hanno condiviso l’esperienza della contenzione manicomiale per i motivi accennati, hanno però cercato di ricomporre la loro frammentazione, sia durante che in seguito a questa terribile esperienza proprio grazie alla loro urgenza espressiva, alla capacità di affidare alla penna la propria esondante carica emotiva.
Nel mio precedente contributo ho tratteggiato la figura di Mariella Mehr, che ha subito l’internamento in ben quattro diversi ospedali psichiatrici e nel carcere femminile di Hindelbank, nella Svizzera degli anni ’50-’60. (vedi contributo precedente)
Negli stessi anni una poeta italiana, Alda Merini, viveva in Italia, per altri motivi, la stessa esperienza. Ma Alda è diventata, suo malgrado, un’icona pop; di lei è stato scritto e detto così tanto sino a spettacolizzarne l’esperienza dolorosa ed è un esempio che porto intenzionalmente a contrappunto di quello che è accaduto alle autrici che desidero qui ricordare.
Si tratta di altre donne che hanno ricevuto, come Alda, proprio nel secolo dei primi passi verso l’emancipazione, dei primi assaggi di presa di parola e di partecipazione alla vita pubblica, il marchio di “inadatte”, di scomode, di strane, di “incorreggibili” appunto, ma senza mai acquistare la sua popolarità.
I fenomeni di sovraesposizione mediatica rischiano però anche di ridurre la complessità dell’opera alla biografia e/o a leggere la produzione letteraria come semplice testimonianza della patologia, o presunta tale. La costruzione di un personaggio pubblico conduce spesso a stereotipizzare e a considerare in maniera univoca la sua scrittura finendo per oscurarne il valore estetico, culturale e letterario.
L’ appropriazione della narrazione della sofferenza e la sua ridefinizione secondo logiche mediatiche non mette naturalmente in discussione la qualità dell’opera, ma la sua ricezione.
Per contro, in assenza di un discorso pubblico, succede invece che diversi autrici, che hanno condiviso l’esperienza della malattia psichica, reale o ipotizzata, vengano presto dimenticate.
Mi riferisco qui a Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn, autrici uscite dai radar della memoria, o forse mai entrate appieno.
Sono donne che hanno avuto la forza di uscire, attraverso la scrittura, da un doloroso stato di inibizione della propria sensibilità e dei propri talenti a causa di una società incapace di riconoscere loro cifre di anticonformismo, di originalità, di creatività, senza dovere ricorrere a diagnosi psichiatriche e successive terapie violente e disumanizzanti.
Ermenegilda Maria Fuxa, nata ad Alia (Pa) il 12 dicembre del 1913, prima di tre gemelle, sopravviverà insieme alla sorella Nicoletta Ermelinda Maria.
Ermenegilda Maria viene dichiarata negli anni ’50 “incapace di intendere e volere” e internata permanentemente nell’Ospedale Psichiatrico “Pietro Pisani” di Palermo, ex Real Casa dei Matti.
Motivo? Una patologica disperazione e uno stato di prostrazione causato da un evento del tutto inaspettato: la sorella Nicoletta Ermelinda le sottrae il fidanzato.
Questo dolore profondo, l’umiliazione, anche agli occhi di una società che la vuole “accasata”, la conduce ad un tentativo di suicido e, con esso, ad una diagnosi di depressione e schizofrenia.
Ha così inizio un periodo di degenza lungo cinquant’anni, durante il quale Maria subisce e assiste a pratiche spesso disumanizzanti quali l’elettroshock, un trattamento applicato all’epoca nei manicomi senza anestesia e senza il consenso dei pazienti.
Nonostante le sofferenze, Maria scopre però nella scrittura uno strumento di riscatto e di denuncia sociale. I suoi pensieri trovano forma su fogli di carta velina che riesce a reperire negli spogli spazi manicomiali.
Sarà prevalentemente la poesia a dare voce al suo dolore, una poesia per lei taumaturgica, semplice nella forma per cui non c’è bisogno di adottare un apparato critico nel tentativo di analizzarla.
Maria è una donna colta, ma sola nel suo agire artistico, non può fare parte di cenacoli letterari con cui confrontarsi, insaziabile lettrice, ha una “fame” che le deriva da un’astinenza forzata dagli affetti, a lei doppiamente negati, prima dalla sorella e poi dal suo allontanamento dalla vita famigliare.
Nella sua autobiografia, “Nel silenzio della crisalide”, all’interno della raccolta di poesie “Paesaggi d’anima”, parla di sé stessa in terza persona con il nome di Esther e, come per Mariella Mehr (i cui alter ego si chiamano invece Silvia, Silvio e Silvana in“Silviasilviosilvana”), si tratta di personalità lacerate, che la società ha estromesso, alle quali non è stato permesso amare né essere amate.
La razione quotidiana di pillole colorate dovrebbe riuscire a quietare l’ansia –scrive nell’autobiografia- Invece di farla sentire sé stessa, di darle vigore e dignità, invece di aiutarla a capire cosa è avvenuto nel suo intimo, invece di tentare con lei di capire il senso di tante esperienze, la società ha saputo solo darle una “gabbia”. E ad ogni accenno di ribellione la risposta è sempre unica: medicine…
La prima raccolta di poesie esce nel 1980 e si intitola “Voce dei senza voce”, è infatti tra gli anni’ ‘70 e ‘80, superata la fase più dolorosa dei trattamenti, che Maria sperimenta la poesia come via di fuga dalla dura realtà di confinata, anche se suoi scritti risalgono anche ad anni precedenti.
Vedo intorno a me disfarsi/il mondo. Mi resti ancora/tu, dolce poesia, come fresca/sorgiva in torrido deserto./In te ritrovo il mio io/autentico e puro. Per me/sei scintilla di vita/e luce armoniosa…/Con te respiro;/in te scopro un senso/alla mia perduta vita,/per te mi ritrovo amore.
Il messaggio è chiaro, non abbiamo bisogno di cercare significati nascosti, allusioni, non ci sono metafore, ma similitudini: poesia come acqua nel deserto, poesia come luce, poesia come veicolo di salvezza e di riappropriazione di una vita “rubata”.
Maria pubblica i suoi versi nel periodo in cui il dibattito sull’utilità del dispositivo manicomiale è al culmine; Franco Basaglia (psichiatra veneto, divenuto direttore, nel 1961, dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia) è protagonista indiscusso ed è a lui che si deve la famosa Legge 180 del 13 maggio 1978, apripista in Italia per un nuovo concetto di cura e di assistenza alla salute mentale.
L’ospedale “Pisani” in cui è ricoverata Maria rimane però attivo fino al 1998 e a lei, ormai anziana, rimarranno poi solo una manciata di anni da vivere fuori da quella che era diventata, suo malgrado, casa; si spegne infatti nel 2004 lasciando più di 3000 pagine manoscritte.
Maria ha potuto godere di diversi riconoscimenti letterari, ma di notorietà temporalmente e geograficamente piuttosto limitata.
Le sue opere sono state pubblicate grazie all’Accademia Siciliana Letteratura ed Arti, non si reperiscono nei normali circuiti.
AncheJanet Frame nasce in un’isola, della Nuova Zelanda però, a Dunedin nel 1924.
Janet Frame è la figura che meglio rientra nell’idea di equazione fra scrittura e resilienza, ma la cui opera è uscita ormai da decenni dalla divulgazione culturale (se non in Nuova Zelanda), dopo avere goduto di una fama internazionale, sebbene di nicchia, soprattutto grazie al film “Un angelo alla mia tavola” (1990) di Jane Campion, Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che conserva il titolo dell’opera originale di Janet, sua corposa autobiografia.
Il seme della poesia è in lei sin da bambina, da ogni oggetto al suo intorno sgorgano immagini, parole. La madre la sostiene e vede nella figlia lo stesso suo anelito, troppo scomodo per quel luogo e per quell’epoca: l’amore per la parola, per la suggestione evocativa delle cose, la voglia e l’urgenza di esprimersi liberamente.
La famiglia di Janet attraversa dolori profondi, lutti, e lei, appena entra ufficialmente in società con la frequenza della scuola, risulta in tutta la sua sorprendente originalità di rappresentazione e di pensiero. Viene derisa perché povera, additata perché sorella di un bambino con presunti attacchi epilettici, probabilmente autistico, esclusa dai giochi.
Ma il suo mondo è al contempo popolato di storie, canzoni, racconti, fantasiose “avventure”.
Janet è ammaliata dalle parole, dai loro suoni, crea soprannomi, è affascinata dai fiori, dalle piante, dagli uccellini.
La bambina Janet legge, legge e scrive, scrive. Qualche adulto meno giudicante ne intravede il potenziale, la sprona; il padre stesso, sebbene più rustico, e la madre, comunque, più immaginifica e creativa, paiono orgogliosi dei suoi buoni risultati scolastici, anche se le urgenze familiari sono di ordine economico e logistico e queste faranno sentire Janet sempre inadeguata.
I buoni risultati scolastici e la predisposizione per “la parola” convincono i genitori di farla proseguire negli studi per farla diventare maestra. Janet non è esattamente dello stesso parere.
Credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò una poeta.
Fino ai suoi vent’anni trascorre un’infanzia e un’adolescenza in cui tutto ciò che legge, ascolta o carpisce da altri, si trasforma, le genera curiosità, le sollecita immaginazione, voglia di sapere.
Gli oggetti più comuni sono carichi per lei di un fortissimo valore simbolico: una corda dei giochi da cui veniva esclusa, un primo libro vero, il taccuino delle ferrovie regalatole dal padre.
La sua testa è popolata da immagini, associazioni, un fermento continuo, incomprensibile ovviamente ai più, un universo parallelo.
Il confronto con l’esterno è però spesso motivo di preoccupazione, la sensazione di non appartenenza, di lontananza da tutto e da tutti.
Il raggiungimento della maggior età, (21 anni all’epoca) le ricorda di fare parte in qualche modo del mondo. Ma quel momento ineludibile la vede anche chiamata a contegni, atteggiamenti e un ruolo non sentiti.
Avevo tessuto con tanta cura e con una trama così fitta la mia apparenza di “studentessa tranquilla che non dava alcun disturbo, sempre pronta a sorridere, sempre felice”, che neppure io sarei riuscita a lacerare la tela di quel mio inganno.
La frattura fra il sé interiore e il sé pubblico diventa sempre più lacerante e, ben presto, Janet matura pensieri suicidari a cui segue un tentativo un po’ goffo attraverso l’assunzione di aspirine.
Questo episodio inaugura un tragico capitolo che la conduce poco più tardi ad una pesantissima diagnosi di schizofrenia con conseguente internamento al Seacliff Lunatic Asylum con conseguente annullamento del suo essere.
La vita all’interno dell’ospedale viene descritta da Janet come un luogo in cui i pazienti “non avevano alcuna identità esterna, legale o personale; nessun vestito proprio da indossare […] molti non avevano neppure un nome, solo soprannomi, nessun passato, nessun futuro, solo un Adesso di reclusione, un’eterna Isola del Presente senza orizzonti che la accompagnassero, senza appoggi né appigli, e perfino senza il suo cielo mutevole.
Janet subisce così oltre 200 trattamenti di elettroshock, “la cura elettrica” la chiama lei, da cui esce ogni volta più devastata.
Janet Frame condivide con Mariella Mehr una fra le diagnosi probabilmente meno sostenute da evidenze scientifiche e frutto di pregiudizio, di paura del diverso, di resa della società di fronte all’inconsueto: condotte inappropriate e non conformi vanno corrette, con ogni mezzo!
Sapevo di essere timida, timorosa, ancora di più dopo avere trascorso sei settimane in ospedale e avere visto quello che avevo visto intorno a me, sapevo di vivere assorta nel mondo dell’immaginazione, ma sapevo anche di essere totalmente presente nel mondo “reale” e qualsiasi ombra incombesse su di me, incombeva solo nelle parole del certificato medico.
La diagnosi diventa però la persona e la persona si riduce ad una diagnosi.
Libri e scrittura, dolore per le vicende familiari (il fratello malato, due sorelle morte per annegamento) – la morte è una drammatica apoteosi dell’assenza – accompagnano Janet.
Il suo primo libro è “The lagoon and other stories” (1952). Le degenze in ospedale e qualche breve periodo di libertà si susseguono fino al 1954.
Il successo letterario di questi racconti e l’arrivo dalla Scozia di un nuovo medico nella struttura in cui è internata impediscono il già programmato intervento di lobotomia, individuato come unica “soluzione” alla sua schizofrenia.
Ricordiamo che la lobotomia avveniva attraverso barbare pratiche chirurgiche per andare a rimuovere la sostanza bianca presente nei lobi frontali e interrompere le connessioni nervose in arrivo a e in partenza dalla corteccia cerebrale, in posizione frontale.
Dopo nove anni, più o meno continuativi di internamento, Janet torna a casa e trova impiego come cameriera in un albergo.
Dopo essere stata ed essermi sentita un niente, un nessuno, costretta in una continua condizionedi sottomissione fisica ed emotiva, avevo l’impressione che il mondo mi avrebbe sommerso e inghiottito, mentre a me non sarebbe rimasto che accettare e agire secondo i consigli e gli ordini degli altri a causa dell’abituale paura che era cresciuta in me all’ospedale.
Ma le sue opere non passano inosservate a Frank Sargeson, uno scrittore, che le offre un sostegno e grazie al quale, inizia per Janet una nuova vita fatta di soggiorni all’estero, di esperienze, di incontri.
Numerosi i riconoscimenti letterari, fino quasi al Premio Nobel, a cui è candidata per ben due volte, senza però riuscire ad ottenerlo.
Gli scritti che Janet Frame ci lascia sono molti; le versioni in italiano: “La leggenda del fiore della memoria”, “La laguna e altre storie”, “Giardini profumati per i ciechi”, “Un angelo alla mia tavola”, “Vivere nel Maniototo”, “Dentro il muro”, “Gridano i gufi”, “Verso un’altra estate”, “Volti nell’acqua”, “Parleranno le tempeste”.
Janet muore, curiosamente, nello stesso anno di Maria Fuxa, nel 2004 nella sua Dunedin.
“Un angelo alla mia tavola” , definito dal Times Literary Supplement una delle più grandibiografie del Novecento risulta nell’edizione italiana di Neri Pozza del 2010 attualmente non disponibile, quella di Einaudi del 1997 si reperisce solo da pusher.
Unica Zürn nasce a Berlino nel 1916 in una famiglia dell’alta borghesia, ma la separazione dei suoi genitori prima e la sua stessa da un marito a cui la legge affida i due figli, la segnano profondamente.
Anche per Unica la propensione alla scrittura è evidente sin da giovane.
Scrive inizialmente racconti brevi, drammi radiofonici e si avvicina sempre più ai circoli artistici berlinesi; nel 1953, dopo avere conosciuto Hans Bellmer (pittore, scultore, fotografo) lascia la Germania per la Francia, dove abbraccia il Surrealismo entrando in contatto con André Breton, Hans Arp, Man Ray und Marcel Duchamp.
Unica Zürn è una delle figure più originali del surrealismo del secondo Novecento, insieme alla più conosciuta Leonora Carrington (ricordiamo la recente mostra a lei dedicata a Palazzo Reale a Milano); è capace di fondere scrittura, disegno, pensiero critico e sperimentazione linguistica in un’unica ricerca sull’identità e sull’inconscio.
Ne adotta il principio dell’”automatismo psichico”, ovvero il lasciare emergere immagini e parole senza il controllo della razionalità. Per Unica Zürn questo coincide sempre più con un’esperienza esistenziale, segnata dall’alterazione della percezione e dalle crisi psicotiche, che la conducono poi al ricovero in diverse cliniche psichiatriche in Francia (fra il 1961 e il 1963 a Parigi all’Hôpital Sainte-Anne e dal1965 a più riprese fino al 1970 all’Hôpital de Maison-Blanche di Neully-sur-Marne).
È ossessionata da cifre (dal numero 8 ad esempio, sia in verticale che nella sua rappresentazione orizzontale dell’infinito), monogrammi, titoli, parole.
Una tragedia produttiva la sua vita, così l’ha definita qualcuno, in cui metodo e follia convivono.
Nel romanzo autobiografico “Der Mann im Jasmin”, 1977 (in italiano “L’uomo nel gelsomino”, 1980) racconta dall’interno la schizofrenia, i ricoveri e il rapporto tra immaginazione e follia.
Entrambi sono difficilmente reperibili.
La scrittura diventa un tentativo di dare forma a un’esperienza che rischia continuamente di dissolvere il sé.
La frammentazione interiore si rispecchia nella sua pratica linguistica degli anagrammi, solo in parte un esercizio, quello di scomporre e ricomporre parole con il loro significante, ma anche il loro significato, o meglio ciò che per convenzione si attribuisce loro.
La scomposizione e ricomposizione di parole input o di frasi input si rivela come una vera ars combinatoria, che Unica Zürn esercita con metodo e le consente di scoprire nuove verità.
Non disponiamo di traduzione italiana dei suoi anagrammi,ma la sua maestria è forse in qualche modo percepibile anche attraverso una lettura guidata:
Ich weiß nicht, wie man Liebe macht(frasedi partenza) / Wie ich weiss, ‘macht‘ man die Liebe nicht. / Sie weint bei einem Wachslicht im Dach. / Ach sie waechst im Lichten, im Winde bei / Nacht. Sie wacht im weichen Bilde, im Eis / des Niemals, im Bitten: wache, wie ich. Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.
Le prime due frasi paiono conseguenti, plausibili: Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si fa, ma la proteica natura della lingua tedesca le permette poi di comporre sovversivamente nuove frasi in altro ordine e nuove parole in un puzzle generativo di immagini poetiche e di una nuova semantica con il soggetto alla terza persona: Sie weint bei einem Wachslicht im Dach – Lei piange sul tetto (im Dach) alla luce di una candela (bei einem Wachslicht). “Wachs” significa cera, ma è metonimia per “candela”, oppure potrebbe essere una “luce crescente”, dal verbo “wachsen”, per analogia con il termine der “Wachsmond”, “luna crescente”. Infatti, poi troviamo il verbo “wachsen”, cresce nella luce (waechst im Lichten), nel vento (im Winde) di notte” (bei Nacht). Poi ilverbo “wachsen”, crescere, diventa “wachen” e il soggetto ora veglia in un’immagine che è “weich”, tenue, sfumata, sfuocata o forse mossa (wacht im weichen Bilde), (veglia) nel ghiaccio (im Eis), del Mai (des Niemals), nell’Implorare/nella Supplica (im Bitten) e si ritorna infine, allitterando e utilizzando un esortativo “wache” -veglia, indirizzato ad una presunta altra da sé, alla prima persona “wie ich” – come me.
L’epilogo-presa di coscienza chiude con circolarità il componimento anagrammatico: Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.
In italiano si ottiene in traduzione un effetto minore e si perde il gusto delle assonanze, delle allitterazioni, ma si può sentire risuonare il mondo interiore di Unica.
Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si “fa”./Lei piange sul tetto alla luce di una candela/Ah, cresce nella luce, nel vento, di/notte. Veglia nell’immagine sfumata, nel ghiaccio/del mai, nella supplica: veglia, come me. Io/ come me, so, (che) l’amore non si fa.
Ci troviamo di fronte ad una vera pirotecnia linguistica!
La forma dell’anagramma è stata in letteratura considerata poco più che un divertissementbarocco per alleviare la noia della vita di corte, ma Unica Zürn dimostra con la capacità manipolativa della sua lingua di sapere andare oltre.
In questi anagrammi poetici si manifesta, così come rilevato in Mariella Mehr e Janet Frame, la necessità di osservarsi da fuori – perché il dentro comprime e fa esplodere – di affidare ad una terza persona la propria esistenza narrativa.
Unica, un nome bizzarramente antifrastico, se si pensa alla diagnosi ricevuta di “schizofrenia paranoide”, un quadro clinico pesante che si declina in molti comportamenti tutti col comune denominatore della perdita di contatto con la realtà.
La sua produzione, ricca di disegni, liriche, racconti, un romanzo, è stata per lo più dimenticata, insieme alla sua storia, anche dal suo stesso Paese.
Ah, l’anagramma del suo nome, come proposto dal poeta rumeno Oskar Pastior, risulta in francese azur in nuce… curioso, il colore che secondo la cromoterapia favorisce proprio introspezione ed equilibrio, quello che le donne conosciute in questo percorso faticavano a trovare.
Sebbene Mariella Mehr, Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn attribuiscano alla scrittura funzioni differenti – denuncia, sopravvivenza, rivendicazione della propria umanità, esplorazione dell’interiorità –, per tutte loro essa rappresenta uno strumento di resistenza all’annientamento.
La scrittura diventa il luogo in cui trauma, esclusione e sofferenza psichica sono stati trasformati in una occasione di riscatto del soggetto mettendo in discussione le forme di violenza, istituzionale, sociale o interiore, che ne hanno minacciato l’identità dando loro una voce e la possibilità di lasciare una traccia.
Forse attraverso un nuovo interesse verso le loro storie e le loro opere è possibile scostare il velo dell’oblio che è calato su di loro.
Sito– e bibliografia
Maria Fuxa
Fuxa, M., (1980), Voce dei senza voce, ASLA, Palermo;
Fuxa, M., (1990), Paesaggi d’anima, ASLA, Palermo;
Lentini, M.T., (2019), La voce della crisalide, Mohicani Edizioni, Palermo.
Janet Frame
Frame, J., (2010), Un angelo alla mia tavola, Neri Pozza, Milano;
Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.