C’è stato un tempo in cui le genti si muovevano nel Mediterraneo.
Da Oriente verso Occidente.
Dall’Egeo verso il mare grande come Oceano che circondava terre, isole, penisole; mostrava approdi accoglienti ed alte falesie, spiagge e fiumi che su quelle sfociavano e grandi montagne che si innalzavano al cielo superbe come l’Olimpo e belle come il Parnaso. E promontori accoglienti popolati da gente che arava la terra e a sua volta addomesticava il mare per ammansire la vita, questa volta, non per gloria o fuga o ostracismo…
I Fenici arrivavano dappertutto, disseminavano civiltà, raccontavano il mondo dall’altra parte del mare e poi se ne andavano e c’erano i Greci che cercavano nuove patrie, nuove terre.
La civiltà incede attraverso terreni accidentati e percorsi pieni di insidie.
Vi erano guerre e lotte intestine dentro le “Polis” ed esse producevano migranti.
La guerra di Troia disseminò profughi in tutto il Mediterraneo.
Dalle sponde africane alla penisola italica prima ancora che essa divenisse Magna Graecia.
Enea ed i suoi compagni giunsero in terra Messapica.
L’eroe destinato dal fato a creare la storia di Roma proseguì.
Alcuni suoi compagni si fermarono.
A Castro vi era un promontorio che sembrava riproporre i luoghi dei Dardanelli e vi crearono un nuovo Palladio.

Diomede non raggiunse mai Argo, la sua vecchia patria e peregrinò lungo le coste italiche fondando ovunque città e dando il suo nome alle Diomedee, i gabbiani dalle grandi ali posti da Athena, finalmente pietosa, a custodia del suo ricordo lungo le coste garganiche e sulle Isole Tremiti.
Cominciava a diffondersi il mito delle terre d’Occidente dove avevano trovato rifugio gli eroi vittoriosi e vinti della guerra di Troia senza distinzione di appartenenza ormai.
E nei secoli a venire prese forma la Magna Graecia.
Dall’Eubea e dalla penisola attica di Calcide partirono quanti non sopportavano tiranni e confini.
Dall’altra parte del Mare vi era una terra senza confini e tutta girata da esso.
E crearono colonie ovunque e rinominarono quella terra Magna Graecia.
Da Reghion a Ortigia, da Zancle a Taras, a kroton a Pithecusa, a Cuma, a Paestum ed Elea, a Megaride, a Palepolis e Neapolis fu tutto un fiorire di città e di civiltà che avrebbero oscurato la Madre Patria e conquistato il mondo.
Gli Dei antichi avevano assegnato agli Eroi il destino di fecondare il Mediterraneo.
Essi, per un oscuro lascito del destino delle genti, si dimenticarono dei naviganti stanchi, dei guerrieri senza più patria, delle genti fuggite e riparate in luoghi nascosti per ritrovare un pò di pace e continuare a vivere inseguendo la speranza.
E scesero a terra mentre le navi gloriose procedevano la loro navigazione verso Cartagine e verso mari profondi e golfi capienti e fertili pianure dove finalmente fermarsi e creare le loro città orgogliose, cinte di mura e impreziosite da grandi templi e nobilitate da superbe acropoli e agorà e terme e palazzi e ginnasi e accademie.
Costoro portarono con sé la lingua come unico ricordo della madre patria, perché la radice era stata ormai divelta.
E accanto alle gloriose città nacquero piccoli villaggi, isole in terra ferma appena a ridosso della costa ma da essa distanti per non suscitare invidie o desideri di conquista.
E nacquero le isole grecaniche. In Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia.
In terra Messapica, sul versante Adriatico, nacque la Graecia Salentina.
Un frammento di Grecia incuneato tra i Messapi, senza desideri di conquista o di grandezza.
Non grandi città, né mura poderose e templi furono costruiti.
Solo villaggi vennero creati, in pace con la gente del posto con la quale via via si confusero.
Parlavano il Greco.
Nessuno conservò il ricordo da dove fossero arrivati.
Dalla Grecia, dall’Oriente, rispondevano a chi glielo chiedeva. Senza aggiungere altro.
E coltivavano la loro lingua come si coltiva un santuario e la praticavano come si pratica la vita quotidiana e la tramandavano ai loro figli come il patrimonio più prezioso e la proteggevano come si protegge il ricordo di sé.
Vissero in pace con i Messapi e poi con i Latini, i Bizantini, Normanni, Arabi, Spagnoli e Francesi. Divennero cristiani e si riconobbero nell’epopea di Thuria, la città Messapica divenuta Roca. Roca Vecchia. Con tutti si mischiarono ma la loro lingua non la dismisero mai.
“I Greci”, li chiamavano gli altri per sottolineare la loro pervicace volontà di restare ed essere tali, nonostante passassero i secoli ed anche i millenni.
Si erano portata la lingua ma non l’alfabeto, quei profughi, a testimonianza dell’epoca ancestrale in cui essi giunsero.
La sapienza antica, ma anche le storie quotidiane fatte di saggezza, di prudenza, di senso del limite e della misura, tutto racchiuso nella “Sopfrosyne”, si tramandava con la parola. Non c’era bisogno della scrittura e quindi dell’alfabeto che la codificasse.
Gli aedi e cantastorie raccontavano le epopee antiche e tramandavano i ricordi.
Omero stesso era stato un aedo prima di dar forma scritta ai suoi poemi. Il principe degli Aedi.
E Demodoco alla corte di Alcinoo era un vecchio aedo e cieco. Egli raccontava con il miracolo del logos la storia di Troia.
Egli svelò, con l’incedere poetico della sua voce, l’identità di Odisseo, il quale pianse, narrando la storia di Troia e dell’inganno del grande Cavallo che la portò alla distruzione con le tragedie che ne scaturirono per l’ira degli Dei e l’arroganza degli uomini.
Nell’isola grecanica Salentina la lingua greca non morì mai.
Subì contaminazioni con le lingue romanze, come sottolineato da Rina Durante indimenticata interprete della cultura che su di esse era cresciuta.
D’altronde anche i suoi abitanti si mischiarono con quelli del posto.
Nacquero famiglie miste e le storie dei paesi si intrecciarono.
Ma i “Greci” conservarono come un tesoro prezioso la loro lingua e pazienza se quella lingua non aveva l’alfabeto della madre patria.
Gli eredi degli ultimi aedi presero a scrivere quella lingua con l’alfabeto latino, la innervarono con termini giunti dalle lingue romanze eredi della lingua latina ma non rinunciarono mai alla loro lingua.
E come avrebbero potuto?
Era lì l’origine stessa della loro storia.
Tornarono in Grecia.
Nel dopo guerra, a pericolo nazi-fascista scampato, raggiunsero Atene.
Raccontarono ai governanti moderni della nazione ellenica la loro storia.
Lo fecero parlando la loro lingua che era rimasta ancorata ai millenni passati pur se ormai anch’essa zavorrata di termini moderni oltre che innervata di parole romanze.
I greci di Atene li riconobbero come loro fratelli.
Donarono loro delle stele che fissassero in maniera indelebile la loro provenienza.
Ma quel popolo era popolo minuto.
Non vi erano eroi tra di loro e tutti strappavano la vita, che era dura.
Arando e zappando la terra, remando e pescando in mare, inventandosi mestieri e cercando di traghettare le loro comunità verso il progresso che intanto era diventato una specie di moloch che tutto divorava.
Arrivava dall’industria quel progresso.
La gente emigrava, spediva soldi a casa e imparava un mestiere. L’edilizia prosperava e anche l’industria, per quanto asfittica, metteva radici.
I Craunari erano completamente scomparsi.
Erano costoro i custodi dell’arte di creare dalla legna i carboni.
Nelle campagne e nella macchia essi innalzavano delle cataste di legna, come le antiche pire degli eroi omerici, le ricoprivano di terra e mettevano fuoco.
Questo ardeva lento, lento.
La trasformazione della legna in carbone richiedeva settimane, mesi e quegli eredi dei greci sorvegliavano vivendo in ripari di fortuna lontano dalle loro case e dalle loro famiglie. E d’inverno i paesi, tutti i paesi non solo quelli della Graecia Salentina, risuonavano delle voci dei Craunari che passavano vendendo carboni e regalando tepore…
Non c’erano più Craunari. Adesso. Come non c’erano più gli artigiani che ferravano i cavalli. Anche i carretti e gli asini, le greggi e gli aratri erano scomparsi.
I figli di quei Greci non parlavano più la lingua ancestrale.
Il progresso li aveva chiamati lontano da casa.
Bisognava imparare altre lingue.
Intanto avanzava anche un nuovo esperanto che uccideva lingue e culture. Non solo quelle antiche ma anche quelle che su di esse erano cresciute.
Il popolo dalle due lingue, “Diu Glosse”, la lingua grika e il dialetto romanzo, non esisteva più.
Qualche vecchio ne aveva conservato il culto con il ricordo.
Qualche intellettuale custodiva il mistero ed il segreto di quella lingua e di quella storia sperando che magari tornasse il tempo. Chissà.
Il mondo correva.
I pescatori ormai avevano dismesso reti e barche.
I contadini si erano trasformati in manovali e operai.
Le donne avevano abbandonato le fabbriche di tabacco e i campi di olive.
Era un mondo vorticoso, irriconoscibile che correva incontro alla sua rovina pensando di correre incontro alla sua salvezza. Come Candide nell’Eldorado.
Un profeta del mondo finito venne da queste parti.
Era il 1975. Ottobre 1975.
Gli era giunta notizia di una lingua ancestrale in via di estinzione come il mondo contadino che egli aveva celebrato innalzandolo a sacrario dell’Umanità divelta e avviata alla finale consunzione.
Pasolini. Pier Paolo Pasolini, si chiamava ed aveva illuminato il mondo con le sue preveggenze. Anche se nessuno lo aveva ascoltato. Come Cassandra.
Egli venne nella Graecia Salentina a sentire parlare quella lingua.
Ascoltare i canti della gente che conosceva la fatica, la sofferenza, l’emarginazione, ma non la rassegnazione.
E gli raccontarono delle Tarantate e gli fecero ascoltare i canti di lavoro e la musica dei violini, del tamburello, dell’organetto e della chitarra che accompagnavano le danze delle Tarantate che imploravano la guarigione rivolgendosi a San Paolo e a San Pietro.
Quel profeta andò via.
Qualche giorno dopo venne ucciso.
Il mondo davvero sembrava non avere futuro.
E intanto quella Lingua chiedeva di non morire e trovò anch’essa il suo profeta che la codificò, la riassunse la fissò con tutta la civiltà che intorno ad essa si era raccolta. Perché almeno non si perdesse il ricordo e rimanesse vivo il desiderio di essa perché il mondo un bel giorno, anche se Pier Paolo Pasolini non ci credeva più, si sarebbe svegliato ed avrebbe rovistato nelle soffitte e nelle memorie e allora bisognava che tutto fosse ben conservato e riconoscibile. Come l’Odin Teatret di Eugenio Barba, salentino espatriato in Norvegia, che custodiva, interpretava, rigenerava la vita della gente portandone l’essenza sul palcoscenico delle loro case, dei loro paesi, delle loro nazioni e raccontandola con le loro lingue.
Come il Griko.
Fu così che un uomo colto, che conosceva il greco classico e le tragedie antiche e parlava il grecanico abbandonò la strada maestra che portava verso la civiltà dei consumi, verso il capitalismo blasfemo e attraversò il mondo all’incontrario.
Armato della sua macchina fotografica fissò quel mondo prima che scomparisse.
Ne tirò fuori l’anima con il ricordo e la poesia con l’arte.
E ne rappresentò con un punteruolo infuocato l’essenza stessa scavando le rughe sui volti dei contadini scolpiti sul legno esattamente allo stesso mondo i cui il sole e la pioggia, il vento e il freddo scavano i volti dei paesani. E ne fissò la gentilezza e la fierezza con la fatica.
Le pirografie andarono a completare l’opera fotografica.
Ma le sue pirografie non erano sperimentazioni, come quelle di Burri o escrescenze dell’anima come quelle di Settanni, esse erano segno della rivendicazione di quel mondo, create perché quel mondo non finisse e venisse consegnato per domani a quanti sarebbero a lui sopravvissuti.
Come ad essi consegnò il volto i Pasolini e le rappresentazioni dell’Odin Teatret. I canti delle prefiche soppiantati dall’anonima fatica delle fabbriche. E i sogni della festa dei lampioni a celebrare il solstizio d’estate come usavano un tempo i loro padri in Grecia.
Fece tuttavia qualcosa di più.
Racchiuse quel mondo nelle poesie. Poesie testardamente, meravigliosamente in Griko. Esse raccontano quel mondo. La sofferenza, la trasformazione, le lacrime, la speranza, l’amore, la notte e il giorno, la compagnia la ”Getonia” che tutto trasformava in esperienza comunitaria, in riscatto e in speranza per il futuro. Scrisse le ultime poesie anche in italiano ma il senso e il sentimento non erano cambiati.
Antonio Tommasi in “Terre Feconde” vi racconterà tuto questo e vi darà la voglia di andare oltre per ridare consistenza ad un mondo che non può morire perché in esso è custodito l’antidoto per sconfiggere il pessimismo e la decadenza. Magari anche il mondo distopico che incombe su questa umanità.
Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi.
Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.

Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.

