Ahmed Khayri al-‘Umari (Baghdad, 1970) è uno scrittore (e dentista) iracheno molto prolifico, con decine di saggi e romanzi al suo attivo. Conta anche i più alti record di recensioni e stelle di gradimento sui più noti siti, tra cui Goodreads. Nelle sue opere propone il recupero di un Islam riformato in senso spirituale e intimistico e affronta, non senza un tono umoristico, tematiche come l’incontro/scontro di civiltà e le crisi identitarie. Il suo pensiero si riallaccia a quello del famoso filosofo algerino Malik Bennabi (morto nel 1973) che ha cercato di studiare le cause del declino della civiltà islamica, suggerendo modelli di rinascita. Nonostante la sua vastissima popolarità nel mondo arabofono, non è mai stato tradotto in alcuna lingua straniera.
Tra i suoi romanzi di maggiore successo menzioniamo: Christmas alla Mecca (2019), e La casa di mia zia (2020).
Di recente ha pubblicato un romanzo che ripercorre i due attentati di un fanatico estremista in due moschee di Christchurch, Nuova Zelanda: Gli eventi dell’ultimo venerdi’ (2025). Il brano che segue è l’incipit del suo romanzo più letto ed amato dal pubblico Shifrat Bilal (“Il Codice Bilal”, 2016).

Caro Amjad,
Mi chiamo Bilal, ho tredici anni e vivo a Brooklyn, New York.
Ho letto che stai scrivendo la sceneggiatura di un film intitolato Bilal. Non puoi immaginare quanto sarebbe emozionante per me camminare per strada e vedere il mio nome sui cartelloni pubblicitari… , illuminato sullo schermo come titolo del film…, scoprire di più sul perché mio padre (di cui non ho alcun ricordo, dato che se ne è andato quando ero bambino) mi ha messo questo nome.
Purtroppo temo di non riuscire a vedere il film quando uscirà al cinema. Probabilmente non sarò più in questo mondo: ho una rara forma di tumore al cervello… e ho letto su internet che le mie possibilità di sopravvivenza potrebbero non farmi arrivare fino all’uscita del film.
So che la mia richiesta ti può sembrare strana, ma vorrei che mi mandassi la sceneggiatura del film. Non vedo l’ora di immaginare cosa succederà sullo schermo, di saperne di più su Bilal. Mi rendo conto che leggere la sceneggiatura non è la stessa cosa che guardare il film, ma è meglio di niente.
Ti prometto che non la darò a nessuno e che rimarrà un segreto tra me e te.
Attendo la tua risposta…
Grazie.
Bilal
PS. Se per caso dovessi arrivare a conoscere mia madre, non dirle che ti ho parlato delle percentuali di sopravvivenza. Lei non sa che io lo so.
Amjad
Proprio il giorno in cui ho presentato le mie dimissioni dal lavoro sulla sceneggiatura, ho aperto la mia casella di posta elettronica e ho trovato questo messaggio.
A prima vista, non ho capito chi fosse il mittente. L’indirizzo era piuttosto strano, o almeno non sembrava essere tra coloro che mi inviano messaggi a questa email di lavoro, pubblicata sul sito web promozionale del film.
In realtà lì non ricevevo molti messaggi, e la maggior parte di essi proveniva da Abdul, che come al solito mi metteva fretta. Da quando ho iniziato a lavorare a questo progetto due mesi fa, ho ricevuto solo solleciti…
In poche parole, mi trovavo nel posto sbagliato. Lo sapevo fin dall’inizio, ma non avevo altra scelta che accettare il lavoro sul film. Ero bloccato da cinque anni su una tesi di dottorato, senza fare veri progressi. Mi dovevo occupare di un periodo d’oro del Medioevo in Medio Oriente, un periodo trascurato su un argomento che non importava a nessuno. Il professor Miller mi restituiva tutto ciò che scrivevo e raramente trovava il tempo di incontrarmi di persona. Eppoi ‘sto Medio Oriente, che ero condannato a studiare, non mi avrebbe portato nemmeno a diventare un patetico docente di una materia che non importa a nessuno, in un community college nella zona nord dello stato di New York che a malapena ha ottenuto l’accreditamento accademico. Ed io che ancora nutrivo il sogno di diventare una celebrità della Columbia University, come Edward Said.
Ma non c’era solo la questione del dottorato: c’erano da pagare le rate del mutuo sulla casa, il cui valore era crollato dopo la crisi finanziaria, ed anche le tasse universitarie per il master, la mia relazione con Christine, che sapevo benissimo non mi amava quanto io amavo lei, anzi forse non mi amava affatto, ma semplicemente se la spassava con me, e non avrebbe battuto ciglio il giorno in cui avesse deciso di lasciarmi, dopo aver trovato un altro o un lavoro migliore, in un altro stato…
Io l’amavo disperatamente, appassionatamente, come se fosse un tratto genetico tipico dei mediorientali, perché non vivevo lì in Medioriente, per assorbire queste emozioni. Stavo annegando irrimediabilmente nell’amore per una donna che viveva con me, senza amarmi.
Ero sicuro che le cose sarebbero inevitabilmente cambiate una volta conseguito il dottorato; il mio curriculum sarebbe stato più appetibile per farmi candidare a posizioni lavorative presso università migliori… o in centri di ricerca interessati al Medio Oriente.
Ma in quel momento mi sentivo intrappolato e frustrato, e non avevo altra scelta che accettare l’offerta che mi era stata fatta di lavorare a un film d’animazione su Bilal al-Habashi (uno dei compagni del Profeta Muhammad).
Non ricordo esattamente come sia arrivata quell’offerta.
Era l'”happy hour”, quando le bevande sono a prezzi scontati, che spesso coincideva con la fine del mio turno. Andavo in un bar nella zona di Woodbury proprio a quell’ora, anche quando finivo prima il mio turno di lavoro part-time. Ovviamente, lo facevo per motivi economici.
Quel giorno, Abdul mi si avvicinò. Lo chiamavano così, ma il suo vero nome era Abdulaziz o Abdulhakim o qualcosa di simile. Credo che fosse un arabo di un qualche Paese del Golfo, ma il dato era indifferente, perché era ormai di base a New York. Si era laureato alla New York Film Academy e poi aveva continuato a studiare altro. Era un cinefilo; sapeva tutto sul cinema, addirittura fin dal primo film sonoro. All’inizio, quando lo conobbi, la cosa era divertente, ma poi divenne pallosissima. Era bastata la mia risposta alla domanda sull’anno in cui mi ero laureato, il 1997, per fargli esclamare, di botto: “Oh, l’anno di Titanic! Come si può dimenticare?! Quell’anno vinse 11 Oscar, ma secondo me ne meritava 12 o anche 13. Jack Nicholson non meritava nessun premio; Leonardo invece sì: il ruolo di Jack Dawson è stata l’occasione di una vita. Lo stesso dicasi per Helen Hunt. Secondo me, Kate meritava il premio più di tutti. Tu che ne pensi?!”.
Non capivo di cosa stesse parlando. Non sono nemmeno sicuro di aver visto per intero Titanic, e non sapevo chi fossero Kate e Helen. Su Leonardo, ipotizzai che si riferisse a Di Caprio e non a Da Vinci.
Parlava degli Oscar del 1997 come se fosse stato un membro della giuria o quantomeno il presentatore della cerimonia.
Gli chiesi: “Abdul, quanti anni avevi in quell’anno (indimenticabile) di cui parli?”
Rispose timidamente: “Avevo dieci anni! Vidi il film su un video pirata filmato dall’interno di una sala cinematografica, che mostrava i movimenti del pubblico oltre a quelli degli attori… ma ho pianto, e anche mia madre.”
Abdul adorava Coppola e Scorsese e sapeva ripetere a menadito i dialoghi dei loro film. Una volta, durante una sfida con uno, Abdul dimostrò di conoscere a memoria il film Quei bravi ragazzi.
A tarda notte, quando Abdul era già ubriaco fradicio, disse che voleva girare un film sulla grandezza dell’Islam… Ogniqualvolta si ubriacava, se ne usciva con quella tiritera. Una sera gli chiesi, senza aspettarmi una risposta: “Visto che vuoi girare un film su quel tema, allora perché ti ubriachi, considerando che la tua religione ti proibisce l’alcol?”.
Rispose immediatamente, come se la sua ubriachezza fosse d’un tratto evaporata: “Voglio fare un film sulla grandezza dell’Islam, proprio perché mi ubriaco. Voglio che Dio mi perdoni.”
Patetico, ed irredimibile.
Quel giorno Abdul vene a salutarmi con un’esagerazione insolita: “Ti stavo aspettando, ya akhi, fratello mio…”
Il “fratello mio” mi mise in allarme, ma lo ignorai. Non ero abituato al fatto che Abdul mi chiamasse in quel modo, o che qualcun altro mi chiamasse così.
Abdul ordinò una birra per entrambi e disse che voleva parlarmi di una cosa importante.
Con gli occhi che gli brillavano, fece: “L’opportunità è arrivata”.
Non capivo di cosa stesse parlando. Pensavo che si trattasse di una chance lavorativa ad un film o una serie televisiva…
Poi rincarò: ” Finalmente è arrivata la nostra opportunità“
Mi allarmai ancora di più: prima il “fratello mio”, e ora “la nostra opportunità”. Riconosco bene quel tono, soprattutto tra gli arabi. Raramente è di buon auspicio.
Gli chiesi, mentre sorseggiavo la mia birra: “Di cosa stai parlando, Abdul?”
Disse, gli occhi scintillanti: “Un film sulla grandezza dell’Islam”.
Ah, ecco: in quel momento realizzai il senso di “fratello mio” e ” la nostra opportunità”.
Solo perché ero nato da genitori musulmani che in realtà non seguivano molti dei precetti dell’Islam, Abdul pensava che anch’io volessi condividere con lui l’opportunità di mostrare un’immagine gloriosa dell’Islam, forse affinché Dio mi perdonasse per il fatto di bere alcolici.
Non ero (e non sono) semplicemente non religioso, ma un ateo dichiarato in pubblico. E ogni volta che si parlava di religione, passavo dall’essere un ateo freddo, neutrale e indifferente, a uno fortemente antireligioso. Christine diceva che era perché nutrivo un senso di inferiorità a causa delle mie origini musulmane e volevo quindi mostrare alla gente un’immagine contraria allo stereotipo preconfezionato sugli arabi. Mi stuzzicava asserendo che la mia posizione non sarebbe apparsa così estrema se non ci fosse stato l’11 settembre… Forse aveva ragione.
Aldo Nicosia*

* Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi:
1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma
2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma.
3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari.
Recenti volumi di traduzioni:
4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025.
5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026



