Carson McCullers, “Il cuore è un cacciatore solitario”, di Lavinia Capogna

“I’m a stranger in a strange land” 

Esiste un prezioso video su Youtube: cinque minuti di un’intervista del 1951 a Carson McCullers, scrittrice americana di grande talento ancora non abbastanza letta in Italia.

Ella risponde in modo simpatico ed intelligente ad un pressante intervistatore, fumando una sigaretta.

Carson McCullers nacque nel 1917 a Columbus in Georgia. La sua famiglia derivava in parte da irlandesi e da ugonotti francesi e prima della guerra civile del 1865 era stata molto agiata.

Il suo vero nome era Lula Carson Smith.

Gli Smith negli anni Venti erano una famiglia medio borghese ma in difficoltà economica anche se assai rispettata a Columbus.

Carson era una bambina intelligente ed ipersensibile e molto di lei si ritrova in Mick Kelly, l’adolescente del suo splendido romanzo d’esordio “Il cuore è un cacciatore solitario” (The Heart is a Lonely Hunter, 1940) che pubblicò a soli 23 anni e in Frankie Addams, protagonista del suo terzo, commovente romanzo, “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946).

Solitamente Carson viene considerata tra le autrici del Southern Gothic, un genere letterario che narra di persone solitarie, smarrite, talvolta inquietanti che vivono in un ambiente degradato e violento.

Gli autori del genere comprendono scrittori come William Faulkner, Erskine Caldwell, Flannery O’Connor, il commediografo Tennessee Williams, che fu grande amico di Carson, Truman Capote, Harper Lee.

Il suo stile di scrittura bello, scorrevole, intenso, lucido, avvincente si contraddistingue per la profonda umanità, la descrizione spesso di persone emarginate dalla società che lottano, tra grande intuizioni ed errori, per qualcosa di meglio.

Nel 2016 la giornalista Sarah Schulman ha scritto in un articolo sul ‘The New Yorker’: “McCullers aveva una capacità quasi singolare di descrivere l’umanità di qualsiasi tipo di persona, molte delle quali non erano mai apparse nella letteratura americana prima che lei le creasse”.

Ella diede voce e volti ad Afro American, disabili e omosessuali.

“Il cuore è un cacciatore solitario” ebbe immediatamente un grande successo. Carson dovette farsi inviare un anticipo dal suo editore per raggiungere New York dove venne travolta da una celebrità alla quale non era emotivamente preparata.

Oggi il libro è per la rivista “Time” tra i 100 migliori in lingua inglese e per la Modern Library tra i 100 romanzi più belli del Ventesimo secolo.

Lei lo aveva iniziato a soli 19 o 20 anni, il che è sorprendente. 

È romanzo intenso, coinvolgente, perfettamente equilibrato nell’andamento e nella struttura che narra di quattro personaggi che si aprono emotivamente solo con un uomo gentile e garbato, un muto di nome John Singer in una cittadina polverosa del profondo Sud degli States tra il 1938 e il ’39.

Singer diventa involontariamente il catalizzatore di alcune solitudini: Mick, una tredicenne che desidera diventare una musicista (come aveva pensato anche Carson che aveva studiato il pianoforte), ribelle e spericolata. Mick è una sognatrice in un microcosmo senza sogni rigidamente diviso tra la chiesa e il cinema che il sabato sera fa sognare sul grande schermo vite irraggiungibili, nata al tempo del grande crollo economico del 1929 che condusse gli States negli anni della grande Depressione che vennero ben descritti da John Steinbeck in “Furore” (The Grapes of Wrath, 1939).

Con il New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il paese stava lentamente riemergendo dalla crisi mentre in parte d’Europa, prossima alla guerra, infuriava il fascismo.

Mick con i suoi calzoncini corti e le sue T shirt è un tomboy, parola che in italiano viene tradotta con l’aggettivo dispregiativo ‘maschiaccio’ ma che in americano, invece, non ha una valenza negativa.

Ella si perde in fantasticherie mentre la sua indaffarata famiglia è travolta da problemi economici e farà l’amore, per la prima volta, in riva al fiume con un timido coetaneo, Harry, un ragazzino ebreo con gli occhiali che vagheggia di uccidere Adolf Hitler.

Anche Blount, un uomo che ha fatto mille mestieri, che ha visto mille atrocità, che viene da chissà dove, spesso ubriaco nel New York City Cafe di Biff Brannon con la sua tuta jeans da lavoro, i baffi e che lavora come meccanico in una giostra, che cerca vanamente di risvegliare una coscienza sociale nella popolazione addormentata, racconta i suoi dolori al muto che lo accoglie affabilmente.

Blount ha qualche similitudine con i personaggi di Nelson Algren, lo scrittore comunista di Chicago, nel nord del paese che raccontava di una rabbia diffusa dopo la grande Depressione. 

La rabbia domina anche il dottor Copeland, un anziano medico nero che si occupa con grande altruismo dei suoi ammalati.

È un uomo colto che si è allontanato dalla profonda fede cristiana dei neri per diventare marxista (uno dei suoi figli si chiama Karl Marx ma preferisce farsi chiamare Buddy).

Egli detesta ogni frivolezza, le camicie sgargianti, le cravatte eleganti ambite dalla gioventù, la musica sincopata delle sale da ballo, i bianchi (ad eccezione di John Singer) e l’arroganza e violenza di molti di loro. 

La schiavitù era finita ma non la segregazione razziale e il razzismo.

“Essere un nero in questo paese e avere una certa consapevolezza significa essere quasi sempre in preda alla rabbia” ha scritto James Baldwin, scrittore e ammiratore letterario delle opere di Carson.

Fa da contrappunto al dottor Copeland sua figlia Portia che lavora come cameriera nella famiglia di Mick ed è profondamente affezionata ai bambini, una donna dolce che lotta per un futuro migliore ma le cui speranze vengono infrante dalla realtà. 

Scriveva Richard Wright, autore di “Ragazzo nero” (Black Boy, 1945) in una recensione del romanzo sulla rivista ‘The New Republic’ nel 1940: 

“Per me l’aspetto più impressionante de “Il cuore è un cacciatore solitario” è la sorprendente umanità che consente ad una scrittrice bianca, per la prima volta nella narrativa del Sud, di gestire i personaggi neri con la stessa facilità ed equità di quelli della sua etnia. 

Questo non può essere spiegato stilisticamente o politicamente, sembra derivare da un atteggiamento nei confronti della vita che consente a Miss McCullers di superare le convenzioni del suo ambiente e di abbracciare l’umanità bianca e nera in un’unica ondata di comprensione e di tenerezza”. 

Anche Berenice la governante nera di “Invito a nozze” è uno dei migliori personaggi creati dalla scrittrice.

Pure nel romanzo “Orologio senza lancette” (Clock Without Hands) del 1953 c’è un importante personaggio Afro American, Sherman Pew.

Nella vita fu di grande aiuto a Carson Ida Reeder, la sua governante/amica nera, assunta dapprima dalla madre, che si occupò di lei quando la sua salute incominciò a declinare rapidamente.

L’ambiguo, riflessivo Biff Brannon è un altro personaggio che si confida con il muto Singer. Meticoloso, flemmatico gestore di un Caffé sempre affollato e fumoso ha un rapporto complesso con la moglie, un’insegnante di religione indolente e pigra, con la quale l’amore è finito da tempo. 

Egli vuole capire le ragioni delle azioni umane, colleziona vecchie riviste da dieci anni e ha una predilezione sentimentale per Mick che mai oserebbe agire.

Singer non ha parole da offrire loro ma ascolto e comprensione – e loro vogliono bene a Singer. Questo è il nucleo del romanzo in cui c’è un grande, imprevedibile colpo di scena.

Nel profondo legame tra John Singer e il pingue, capriccioso, goloso sordo muto Antonopoulus (il suo opposto) viene delicatamente suggerito un amore omosessuale, tema che Carson riprenderà in un tono cupo nella passione proibita del conformista capitano Penderton per il soldato Williams (che invece è attratto dalla bella moglie di lui, Leonora) in “Riflessi in un occhio d’oro (Reflections in a Golden Eye) del 1941, il suo secondo romanzo.

In “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946), dal quale venne tratta una commedia di successo scritta da lei stessa, Carson descriveva i sentimenti di un’altra adolescente, Frankie, in prossimità del matrimonio del fratello. Anche questo romanzo è bellissimo e struggente e racconta la confusione di Frankie, una dodicenne, che si sente un po’ una ragazza e un po’ un ragazzo e ciò la riempie di dubbi a cui non sa e non può rispondere. (Nota 1)

Il tema dell’amore omosessuale attraverserà la vita di Carson. 

Detto per inciso, il tema verrà solo accennato nella biografia sulla scrittrice di Virginia Spencer Carr (che ha una bella prefazione di Tennessee Williams), quasi negato in quella di Josyane Savigneau e infine dimostrato nell’ultima, pubblicata nel 2024 a New York da Mary V. Dearborn.

In un’America conservatrice, puritana ed omofoba, Carson, adolescente, si era platonicamente innamorata della sua insegnante di pianoforte. 

Verso i 17 anni aveva conosciuto un avvenente, slavato ed enigmatico ex militare, Reeves McCullers (dal quale prenderà il cognome) che aveva quattro anni più di lei. Era nata un’amicizia e poi un amore: nel ’37 si erano sposati.

Lei non aveva ancora compiuto vent’anni.

Reeves era come lei un liberal, che negli Usa significa di sinistra, e sognava di diventare uno scrittore. 

Da chi lo conobbe venne descritto come ‘un gentiluomo del sud’, sempre gentile ma presto entrambi incominceranno a bere troppo.

Nel 1944 Reeves sarà tra i primi americani a sbarcare in Normandia ma dopo la guerra, in parte frustrato dalla mancanza di lavoro, dal grande successo della giovane moglie, dall’alcolismo avrà un grande crollo emotivo.

Il 1 luglio 1940 in un bar di New York Carson aveva conosciuto una scrittrice svizzera trentaduenne che desiderava farle un’intervista: “Sapevo che il suo viso mi avrebbe perseguitato per tutta la vita” scrisse poi Carson.

Era Annemarie Schwarzenbach che le apparve simile al principe Myskin, il protagonista ‘assolutamente buono’ de “L’idiota” di Dostoevskij. 

Annemarie era lesbica, era nata nel 1908 in una delle famiglie più agiate di Zurigo, industriali tessili, ma si era presto scontrata con le loro idee molto conservatrici. Era fuggita nella Berlino della Repubblica di Weimar dove aveva fatto grande amicizia con Erika e Klaus Mann e fu proprio quest’ultimo a presentarla a Carson.

Annemarie non solo era bella ma rappresentava l’Europa ferita. Attivista antifascista aveva finanziato un’ottima rivista letteraria di Klaus Mann, era stata (con grande scandalo della famiglia) al Congresso degli scrittori contro il fascismo a Mosca, aveva viaggiato in Persia (l’attuale Iran), in Afghanistan e in India.

Scriveva libri delicati e visionari che raccontavano di giovani che vanamente cercavano l’amore in donne sfuggenti e di angeli incontrati nei giardini della Persia.

Tra Carson e Annemarie nacque un’amicizia che la seconda non volle trasformare in un amore perché voleva salvaguardare Carson: Annemarie aveva in quel periodo grandi problemi privati.

Le lettere di lei a Carson sono affettuose e premurose anche se non sentimentali.

Reeves fu assai geloso della moglie e giunse a schiaffeggiarla. Il loro matrimonio si disintegrò, lui le rubò anche dei soldi ma poi le chiese scusa.

Carson lo lasciò.

Negli anni ’40 Carson ebbe tre ictus che le procurarono invalidità nella parte sinistra del corpo. Reeves, dal fronte europeo, le scriveva tenere lettere d’amore chiamandola “Darling Girl” e nel 1945 si sposarono di nuovo.

Le cose andarono peggio. Entrambi cercavano sollievo nell’alcool come faceva anche Hemingway ma quando nel 1953 a Parigi Reeves andò fuori di testa e cercò di convincerla a suicidarsi insieme a lui, lei fuggì negli Stati Uniti.

Poco dopo lui si suicidò. Aveva 40 anni.

Nel 1956 lei scrisse un racconto su un uomo distrutto dell’alcool “Who Has Seen the Wind?” (il titolo era preso da un verso di Christina Rossetti) e una commedia teatrale, “The Square Root of Wonderful” (letteralmente, La radice quadrata del meraviglioso – non pubblicata in Italia) dove raccontava la storia di una donna che ama un uomo annientato dal fatto di non essere uno scrittore. 

Nel 1951 aveva invece pubblicato una bellissima raccolta di novelle intitolata “La ballata del caffè triste” (The Ballad of the Sad Cafe”) che narrava anche la storia di una donna forte e schiva che viene plagiata da uno scaltro nano.

Alcuni testi di Carson erano dedicati ad Annemarie che nel 1942 era deceduta in Svizzera a causa di un incidente stradale.

Durante un viaggio a Roma Carson conobbe Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Carlo Levi.

In altri momenti il poeta inglese W.H. Auden, Christopher Isherwood, Rosamond Lehmann, la scrittrice francese Françoise Sagan, Lillian Hellman, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Karen Blixen, aiutò il giovane Truman Capote e altri.

A 40 anni, nel 1957, Carson, che aveva seri problemi di salute e un blocco letterario, su consiglio di alcuni amici si rivolse ad una psicoterapeuta, Mary Mercer.

“Ho perso la mia anima” le disse.

“Nessuno perde la propria anima” le rispose lei.

Incominciò un assiduo lavoro terapeutico e, ad un certo punto, decisero di registrare le sedute – una cosa scorretta professionalmente – perché Carson pensava di scrivere una sua autobiografia che rimase poi incompiuta.

La dottoressa Mercer viene generalmente considerata colei che salvò Carson. Il che è vero ma Carson che era disabile, alcolista e che aveva perso i genitori, Reeves e Annemarie le lasciò gestire tutta la sua vita (forse troppo). 

Oltre che terapeuta (per un anno) fu un’amica, prendeva decisioni per lei, parlava con i medici, fece staccare la spina quando nel 1967 Carson fu in coma per un mese dopo un quarto grave ictus (morì il giorno dopo a 50 anni), fu in parte sua erede. 

Morì a 101 anni nel 2013. Aveva acquistato la villa di Carson a Nyack, vicino New York, e ne aveva fatto un laboratorio per giovani artisti e lasciò le registrazioni e gli appunti della terapia ad una università. 

……

Nota 1) da Lavinia Capogna “Carson McCullers, il genio celato della letteratura americana” (2025)

Carson McCullers ha anche ispirato recentemente i libri: 

Jenn Shapland “My Autobiography of Carson McCullers: A Memoir” (che non è una biografia) e

Daria Gatti “Nantucket. Una storia ispirata alle vite di Carson McCullers, Tennessee Williams e Annemarie Schwarzenbach”.

Sono stati tratti importanti film dai suoi libri diretti da Fred Zinnemann, John Houston, Robert Ellis Miller.

La cantautrice rock folk Suzanne Vega le ha dedicato l’album “Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Napoletano in pillole: Lezione 7, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta!”

Ad litteram suona quasi gentile: “Ho conosciuto anche te, ombrellino di seta.” E invece è una sentenza: ti ho letto, ti ho riconosciuto, la sceneggiata è finita.

L’ombrellino di seta, nella Napoli di un tempo, era un accessorio leggero, raffinato, da tenere in mano come una firma. Ma proprio perché si vedeva da lontano, poteva diventare un dettaglio che serviva a farsi notare più che a ripararsi dal sole. 

E allora “o’mbrellino ’e seta” diventa l’etichetta perfetta per chi si presenta lindo, irreprensibile, pieno di buone maniere. Qualcuno/a che si mette addosso la rispettabilità come un profumo: tanto per coprire qualcos’altro.

Il bello (e il feroce) del detto è che non ti insulta in modo frontale: ti riduce a immagine. Ti trasforma in oggetto da passerella, ti fa piccolo, ornamentale. 

Oggi poi l’ombrellino di seta ha cambiato posto: sta nei feed, nelle stories, nelle bio lucidate a specchio. Stesso principio: confezione impeccabile, contenuto discutibile. E quando qualcuno prova a venderti virtù come fossero merce, Napoli risponde con una frase sola, asciutta e definitiva:

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta.” Puoi luccicare quanto vuoi, ma io ho capito chi sei.

BUONA GIORNATA! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

Per acquistare il libro: https://amzn.to/4p6rF1U 

Per seguire Il Tesoro della Lingua Napoletana su Facebook: https://www.facebook.com/iltesorodellalinguanapoletana?locale=it_IT

su Instagram: http://@iltesorodellalinguanapoletana

su TikTok: http://tiktok.com/@tesoro_lingua_napoletana

Buon divertimento!

Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Taleb al-Rifai: “La telefonata” – racconto inedito, tradotto dall’arabo da Aldo Nicosia

Il 14 giugno 2026 il governo kuwaitiano revoca la cittadinanza allo scrittore Taleb al-Rifa’i, senza indicare le motivazioni del provvedimento.

Taleb al-Rifai è conosciuto dal pubblico italiano solo per alcune novelle, inserite in antologie di letteratura araba, e per il romanzo Al-Najdi, storia di un marinaio (2017, tradotto da A. Esposito). Nel 2002 e 2016 ha vinto due edizioni del Premio di Stato per la Letteratura, riservato esclusivamente ai cittadini kuwaitiani. Ora che non è più kuwaitiano, chissà se gli verranno ritirati anche i premi.

Al-Rifai, laureato in Ingegneria Civile presso l’Università del Kuwait nel 1982, ha sempre permeato la sua fiction di elementi autobiografici. Una lunga esperienza nei cantieri con operai, tecnici di varie nazionalità filtra nel suo primo romanzo, L’ombra del sole (1998). In particolare la sua attenzione si concentra sugli apolidi nella società locale (i cosiddetti bidun), di cui si è anche occupato lo scrittore Saud al-Sanousi, con Canna di Bambù (2013), tradotto anche in italiano da A. Kelany. Oggi, per ironia della sorte, lo scrittore sta quindi sperimentando le disavventure dei suoi personaggi: non è solo la fiction a imitare la vita, ma anche il contrario. 

Nel romanzo Proprio qui (2012), al-Rifai getta luce sulla tragedia vissuta da Kawthar, giovane donna sciita, che si innamora di un uomo sunnita sposato. Il “qui” del titolo rappresenta l’ufficio del narratore, dove la protagonista decide di vivere da sola, dato che la famiglia non accetta la sua relazione e sembra la metafora di un Kuwait vittima delle sue tradizioni.

Nel 2015, insieme ad altri scrittori kuwaitiani, fonda il premio internazionale “Al-Multaqa” per racconti in lingua araba. Con Haby (2019) affronta il calvario di un trans nella società kuwaitiana.

Nel romanzo Il rapimento dell’amato (2021), attraverso la storia di un giovane di una ricca famiglia kuwaitiana che si arruola in un’organizzazione terroristica, analizza l’alienazione delle società del Golfo, in preda al consumismo e priva di riferimenti culturali e spirituali.

Il fatto di esser figlio di padre iracheno e madre kuwaitiana ha sicuramente dato un’apertura di orizzonti a al-Rifai, che è attualmente lo scrittore più rappresentativo e scomodo del suo paese natale.

I suoi romanzi e raccolte di novelle sono stati tradotti in molte lingue straniere. Lo scrittore è impegnato in numerosi laboratori di scrittura creativa. Si può senz’altro affermare che con questo provvedimento, che durante gli ultimi anni ha riguardato numerose altre figure culturali di rilievo, il Kuwait istituzionale abbia realizzato l’autogol più grave degli ultimi decenni.

Qui riportiamo la traduzione inedita in Italiano del recentissimo racconto “La telefonata” (2025), a cura di Aldo Nicosia, che l’ha anche tradotta e pubblicata in inglese sul sito arablit.org.

La telefonata

Oggi il mare è agitato. Parlo da solo ad alta voce, anche se nessuno mi ascolta. Il caffè davanti a me ha un sapore più amaro del solito, quasi non riuscissi più a distinguere i sapori.

***  *** ***

Successe tutto per caso, quasi al termine della mia giornata lavorativa: ero ancora alla mia scrivania, quando la direttrice dell’ufficio di presidenza del consiglio di amministrazione mi chiamò: “Il presidente vuole incontrarla”.

Era raro che lui mi convocasse. Mentre ero diretto verso il suo ufficio, cercavo di ricordarmi se per caso avessi commesso eventuali errori o negligenze.

“Buonasera”, dissi.

Come sempre, appariva calmo, riservato e imperscrutabile: “La prego, si accomodi”. Una cappa di silenzio ci avvolse, poi fece: “Dottor ‘Amer, lei è un impiegato che lavora sodo e ho intenzione di proporla al consiglio di amministrazione come nuovo direttore generale”.

Le sue parole mi sorpresero; avrei voluto sentirmele ripetere. Ma lui cominciò a scrutarmi, così risposi, con gratitudine: “Spero di essere sempre all’altezza delle sue aspettative”.

“Non voglio che qualcuno lo sappia…” mi avvertì: “La contatterò io, personalmente. È tutto”.

Di ritorno nel mio ufficio, tutto cominciò a sembrarmi strano. Mi sentii in preda alle vertigini. Come fa una sola frase a destabilizzare una persona? Non era che stava per cambiare la mia posizione in azienda, né il mio rapporto con gli altri impiegati, né lo stipendio che sarebbe raddoppiato, il bonus annuale e i miei viaggi in giro per il mondo: era che il demone della promozione si era impossessato di me. Tutta la mia vita sarebbe cambiata. Sarei diventato direttore generale di una delle più grandi aziende del paese, di dimensione internazionale. La certezza che la mia vita fosse già cambiata di fatto, ancor prima della mia nomina, era già un macigno. Pensai di chiamare mia moglie, ma mi ricordai dell’avvertimento del presidente e, inoltre, sapevo che mi avrebbe importunato in continuazione, ripetendo: “Cosa è successo?”. Era meglio dunque tenere per me il segreto.

***  *** ***

“Dottor Taleb,  lei è lo scrittore, quello che ha scelto il soggetto del racconto, quindi non mi tenga sulle spine”.

“Signor ‘Amer, io scrivo le scene seguendo la logica del racconto”.

“Ed è altrettanto logico che io soffra? Sicuramente può aiutarmi accelerando il finale”.

“Devo mantenermi fedele al filo del racconto”.

“Sa cosa provoca l’ansia dell’attesa in una persona?”.

“Sì”.

“Allora mi aiuti”.

“Ci proverò”.

“Vediamo dove ci porterà il suo aiuto”.

***  ***

Era come se il mare fosse diventato grigio… il caffè si era raffreddato. Me ne ero dimenticato.

***  *** ***

Quel giorno, non appena misi piede in ufficio, la direttrice dell’ufficio di presidenza mi chiamò, col tono di chi ha una certa urgenza: “Mi mandi subito una copia aggiornata del suo curriculum”.

Nel giro di pochi minuti gliela inviai. Mi parve di capire che la riunione del consiglio di amministrazione fosse imminente e che la mia promozione sarebbe  stata sulla bocca di tutti. Quasi sulla soglia di casa, mi ricordai che sarei dovuto andare al mercato centrale per comprare delle cose che mia moglie mi aveva chiesto.

Durante il pranzo, lei percepì la mia agitazione e mi chiese: “Sei stanco? Perché non hai portato quello che ti avevo chiesto?”

“Me ne sono dimenticato…” dissi, toccandomi le tempie: “Ho un mal di testa…”

Non so come facessi a stare seduto con lei, mentre con la mente e il cuore ero altrove, in trepidante attesa di uno squillo del telefono.

*** *** ***

“Dottor Taleb, sono due settimane che aspetto”.

“Non sono io a gestire le date del consiglio di amministrazione”.

“E’ lei lo scrittore che conosce gli eventi del racconto. Può scrivere una frase e rendermi felice”.

“Rendere felice il protagonista non sempre migliora il racconto”.

“Ma io mi sono stancato di dormire con il cellulare sotto il cuscino, di portarmelo in bagno. Sento gli squilli e invece poi quello non squilla”.

“Può continuare a vivere come se nulla fosse accaduto”.

“E il mio incontro con il presidente?”.

“Lei è il protagonista del racconto e deve viverne gli eventi”.

“Per favore, scriva il finale oppure ammetta di non sapere come…”.

Subito uno strano silenzio calò tra di noi.

***  *** ***

Le onde cominciarono a infrangersi furiosamente, diffondendo in aria una spuma bianca. Ordinerò un caffè bollente.

***  *** ***

Cercai di riprendere la mia vita così com’era prima, ma senza riuscirci. Tante immagini continuavano a frullarmi in testa: ricompense, nuovo trattamento a lavoro, porte che mi si sarebbero spalancate facilmente. Ma ogni pensiero mi riportava al cellulare. Il respiro mi si faceva affannoso, e sprofondavo nell’attesa. Più di una volta mi assicurai che il numero del presidente fosse stato salvato sul mio cellulare.

Ieri persi la pazienza, salii al piano di sopra, senza un valido motivo. La direttrice mi accolse, e al mio saluto, rispose: “Buongiorno, signor ‘Amer”.

Io non sapevo cosa dire, ma lei mi anticipò: “Il presidente è partito ieri”.

Ebbi un sussulto al cuore: non mi aveva detto quando sarebbe tornato, e io me ne tornai, mestamente, nella mia stanza.

***  *** ***

“Dottor Taleb Al-Rifai, non desidero più alcuna promozione”.

“Non può recedere dal suo desiderio”.

“Ma è lei che lo ha creato, inculcandomelo nella mente e nel cuore”.

“E lei ha accettato di recitare la parte”.

“Allora, scriva il finale del racconto…”.

“Ci penserò su”.

“Assurdo”.

Un urlo  acuto mi scosse. Improvvisamente fissai il telefono, incerto se la telefonata fosse terminata o non fosse nemmeno iniziata.

Aldo Nicosia*

* Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua  Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 

1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma 

2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma.

3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari. 

Recenti volumi di traduzioni: 

4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025.

5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026)

 Anna Schirru, con il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz), ci narra uno spaccato del Sulcis-Iglesiente degli anni Novanta, alternando l’ambientazione tra la quotidianità di un condominio a Iglesias e le estati passate sulla spiaggia di Calasetta.

​La trama si sviluppa attraverso i ricordi e gli occhi di una voce narrante bambina, impegnata a decifrare i comportamenti contraddittori degli adulti: un padre instabile, segnato da improvvisi attacchi d’ira e da una profonda tristezza legata al lutto mai superato per il fratello Pietro; una madre infermiera che cerca sui balconi, nel fumo di una sigaretta, una tregua dalla stanchezza quotidiana; una sorella maggiore sonnambula e lunatica, descritta come macca pérdia (matta persa). Infine le due maestre: Mariolina, dolce e protettiva, e Ines, diretta, con un’onestà che rasenta la crudezza.

La routine della protagonista si snoda tra i banchi della scuola elementare, le domeniche al catechismo e i giochi con le amiche. Sotto la superficie di un’infanzia tipica dell’epoca pulsa però un malessere viscerale, la “brutta voglia”: la sensazione fisica di dover vomitare che l’assale ogni volta che si scontra con le bugie, le ipocrisie dei grandi o la violenza invisibile del mondo circostante.

seconda parte

L’elemento caratterizzante dell’opera è la sua cifra stilistica: l’autrice utilizza una focalizzazione interna fissa costruita su una parlata infantile ingenua e involontariamente comica, che contrasta con gli eventi drammatici, i traumi e le crisi familiari che avvolgono i personaggi.

​La prosa è cadenzata da un ritmo incessante, dovuto anche alla costruzione paratattica dei periodi; per rendere maggiormente incalzante la narrazione, la punteggiatura tradizionale viene scardinata in favore di un continuo flusso di pensiero. Si tratta di una mimica perfetta dell’urgenza espressiva della piccola, che descrive dettagli e sensazioni senza soluzione di continuità.

​Il linguaggio rende il testo totalmente immersivo: le espressioni in dialetto sardo e i modi di dire locali sono la lingua della sincerità, della pancia, dello sfogo di un popolo, più che della singola protagonista, in un crescendo che raggiunge il culmine nei capitoli dedicati alle riflessioni sulla terra d’origine.

​In questi passaggi il tono si fa solenne e antropologico, svelando una Sardegna sotterranea e mineraria, legata a credenze antiche come S’Ammutadori (creatura mitologica legata all’oppressione notturna) e a precisi codici di comportamento, dove il dolore spesso si ingoia per fare finta di niente.

Una brutta voglia bilancia perfettamente il dramma dei primi anni di vita e la loro estrema leggerezza, attraverso il racconto di un territorio che, proprio come i bambini, vive con difficoltà il suo cammino di crescita.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.