Giulia Bignami, Con affetto immutato (Voland, 2026)
Dov’è il confine esatto in cui la dedizione si tramuta in arbitrio, e l’amore smette di essere incontro per farsi pretesa di possesso e dominio attraverso la manipolazione emotiva? È questo l’interrogativo che attraversa il dibattito contemporaneo sulla violenza di genere, tragicamente scandito dai numeri: secondo il Dossier del Viminale (fonte: Ministero dell’Interno) relativo al primo semestre del 2026, si registrano in Italia 34 donne vittime di omicidio, di cui 27 consumati in ambito familiare o affettivo e per mano di partner o ex partner (con 8 casi già formalmente rubricati sotto il reato di femminicidio, introdotto con l’art. 577-bis c.p.).
Ma secondo le cronache aggiornate siamo, ad oggi, a ben oltre 40 donne uccise, solo in Italia e solo nel 2026 per mano di un uomo.
seconda parte
Dietro a queste statistiche c’è un fil rouge inquietante: la radice tossica del controllo sistematico scambiato per sentimento, l’incapacità narcisistica e patriarcale di accettare l’autonomia e l’alterità dell’altra persona, affiancate da una fortissima sindrome abbandonica.
In questo scenario, Con affetto immutato di Giulia Bignami (Voland) si rivela come un’operazione letteraria che supera il racconto di trama: l’autrice concentra tutta l’energia drammatica sulla costruzione verbale, ideologica e psicologica con cui chi prevarica giustifica a se stesso e al mondo la propria sopraffazione, a qualsiasi livello.
La forza del romanzo risiede nell’originalità di un congegno stilistico strutturato come un soliloquio difensivo, rivolto a un «Lei» formale seduto dall’altra parte della scrivania: una conversazione che progressivamente svela i contorni di ciò che realmente è, ossia un interrogatorio di polizia.
L’invenzione più riuscita è la totale assenza delle battute dell’interlocutrice. Le contestazioni, i fascicoli aperti sul tavolo e le obiezioni morali di chi ascolta non compaiono mai sulla pagina, ma affiorano riflesse unicamente nelle risposte, nelle giustificazioni stizzite, nei cambi di rotta e nelle difese scomposte della voce narrante. Si crea così un “dialogo fantasma” in cui chi legge è costretto a calarsi nei panni dell’inquirente, misurando la distanza tra la finzione del discorso e la realtà che filtra dalle omissioni.
A rendere l’opera ancora più magnetica è la voce del protagonista, che incarna il manipolatore nella sua declinazione più insidiosa: l’intellettuale raffinato, colto e vanaglorioso. Giulia Bignami dipinge questa figura con un tono paradossalmente esilarante, fondato su un’ironia involontaria e grottesca. Il narratore sfoggia la propria coda da pavone fatta di citazioni letterarie, galateo accademico e superiorità ostentata, convinto di poter sedurre e dominare chiunque attraverso la retorica.
Ed ecco il paradosso: fa ridere per l’iperbole del suo ego smisurato, ma gela il sangue un istante dopo, quando ci si accorge che dietro quel garbo si nasconde la medesima voragine predatoria dei fatti di cronaca, dove la cancellazione dell’identità altrui viene presentata sotto il velo della devozione.
Il romanzo, in conclusione, diventa uno specchio del nostro tempo: Giulia Bignami ci mostra cosa si cela dietro il racconto dei femminicidi e della violenza di genere, smonta la retorica tossica che spesso normalizza la descrizione dell’abuso giustificandolo, scambiandolo per sentimento.
Perché il racconto di cronaca è sempre solo l’ultimo atto di quella violenza, che nasce dalle parole che pian piano diventano armi, usate per recintare e annientare la libertà delle donne.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Edgar Allan Poe (1809-1849), figlio del Romanticismo americano,Dark Romanticism, porta il gotico dentro la mente: l’orrore non è più soltanto nei castelli, nelle cripte e nelle apparizioni, ma nella percezione stessa della realtà, attraverso una sorta di metamorfosi sensoriale. Ne Ilcrollo della casa Usher, pubblicato nel 1839, le parole diventano suono, il suono diventa rumore e il rumore invade la realtà
I libri non sono mai semplicemente il percorso di un lettore, ma si legano inevitabilmente al percorso della nostra vita. Il legame che si crea tra libro e realtà è come quello di un oggetto fisico davanti allo specchio, illuminato da un faro esterno che dispensa la sua luce a entrambi. Perché questo accada è necessario avere un’immaginazione e un temperamento facilmente eccitabili: qualità che, nel tempo, sono state definite sensibilità del genio, particolare propensione alla malinconia, nevrosi. Difficile stabilirne i confini. Le opere di Poe, hanno questa capacità: creano un legame tenace e intricato, dal quale diventa quasi impossibile svincolarsi. Si vaga continuamente tra realtà e immaginazione, tra l’io reale e una percezione più intima e profonda del sé. Avevo già letto altro di Poe, ma questo racconto mi ha particolarmente impressionata.
… poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semi piacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi… contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo.
L’agitazione nervosa con cui Roderick chiedeva al suo più intimo amico di raggiungerlo, nella speranza di trovare sollievo al proprio male, lo spinge a fargli visita senza indugio. È il cuore a guidarlo verso quella casa e verso quell’amico di cui, nonostante l’antica intimità, ricordava ormai ben poco. Insieme iniziano a leggere. La biblioteca degli Usher, va detto, è molto fornita: Si trovano il Belfagor di Machiavelli; Le meraviglie del cielo e dell’inferno di Swedenborg; Il viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm di Holberg e molti altri testi.
Eppure il protagonista sceglie proprio l’unico libro inesistente dell’intera biblioteca:
Era una vecchia edizione del Mad Trist di Sir Launcelot Canning ed io gli avevo attribuito la qualità di libro preferito da Usher più in un attimo di scherzosa malinconia che con intenzione seria; nelle sue scialbe e ridicole lungaggini non vedevo, al momento d’intraprenderne la lettura, che cosa avrebbe potuto interessare l’elevata spiritualità del mio amico?
Si tratta di uno pseudobiblion creato da Poe, ed è ancora più prezioso se si considera quanto questa tecnica fosse allora poco frequentata nella letteratura. È a questo punto che realtà e libro diventano oggetto di riflessione all’interno del libro stesso. La lettura non si limita più a raccontare una storia: ciò che accade nelle pagine sembra uscire dal libro e riversarsi nella realtà. La tetra e cupa atmosfera del Mad Trist, il colpo di mazza con cui Ethelred, un cavaliere che, durante una notte tempestosa, arriva davanti alla dimora di un eremita e chiede ospitalità. Non ricevendo risposta, sfonda la porta con la forza. Da quel momento entra in uno spazio misterioso e soprannaturale, dove affronta un drago, lo abbatte e lo vede stramazzare al suolo con un urlo talmente agghiacciante da costringerlo a tapparsi le orecchie; i rumori si confondono con quelli che provengono dal buio della casa Usher. Il confine tra ciò che viene letto e ciò che realmente accade si fa sempre più sottile. I rumori riportano allora all’immagine della sorella di Roderick, Lady Madeline, rinchiusa viva nella bara:
L’abbattersi dell’uscio dell’eremita, e l’urlo di morte del drago… Vuoi dire piuttosto l’infrangersi della sua bara, il suono stridente dei cardini di ferro della sua prigione, il suo dibattersi entro l’arcata foderata di rame della cripta! Oh, dove fuggirò? Non sarà ella qui tra poco? Non sta forse affrettandosi per rimproverarmi la mia precipitazione?
E poco dopo ciò che sembrava provenire dalle pagine del libro irrompe definitivamente nella realtà:
Fu senza dubbio l’opera dell’uragano infuriante; ma ecco che fuor di quell’uscio SI ERGEVA VERAMENTE l’alta ammantata figura di lady Madeline di Usher.
Il bianco sudario macchiato di sangue, il corpo emaciato, i segni della lotta: Lady Madeline appare come una figura che proviene direttamente dall’immaginazione e insieme dalla materia della casa. Il libro ha ormai dissolto la distanza che lo separava dalla realtà.
Ed è forse proprio qui che Poe mostra tutta la sua modernità: la lettura non è più un’esperienza separata dalla vita, ma un dispositivo capace di alterare ciò che vediamo e persino ciò che crediamo reale. La parola letteraria diventa materia, il racconto diventa esperienza, e il lettore si trova prigioniero di quella stessa ambiguità nella quale sono imprigionati i due fratelli Usher. Quando Lady Madeline, dopo essere rimasta tremante, vacillante sulla soglia, cade sul corpo del fratello e lo trascina con sé nella morte, crolla non soltanto la casa degli Usher, ma anche l’ultimo fragile confine tra immaginazione e realtà.
Forse è proprio questo che mi ha particolarmente impressionata nella lettura di Poe: la sensazione che il libro non rimanga mai davvero dentro il libro. A un certo punto comincia a guardare noi.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne c’insegna a preparare un delizioso sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia ispirato ad un passo de “Il ladro di merendine” di Andrea Camilleri, pubblicato da Sellerio nel ’97.
*** Sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia da Andrea Camilleri ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Testo da “Il ladro di merendine”
““Era in anticipo per l’appuntamento con Valente. Fermò davanti al ristorante dov’era già stato la volta precedente. Si sbafò un sauté di vongole col pangrattato, una porzione abbondante di spaghetti in bianco con le vongole, un rombo al forno con origano e limone caramellato. Completò con uno sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia. Alla fine si susì, andò in cucina e strinse commosso la mano al cuoco, senza dire parola. In macchina, verso l’ufficio di Valente, cantò a gola spiegata. «Guarda come dondolo, guarda come dondolo, col twist…”. (Pag. 193)”
Ricette Letterarie: Sformatino di cioccolato amaro con salsa all’arancia
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
RICETTA
Questa ricetta è senza glutine per l’uso dell’amido di mais e senza lattosio per l’uso del burro chiarificato (o ghee). Puoi preparare gli sformati di cioccolato in anticipo e congelarli per poi cuocerli direttamente da congelati. Si conservano nel freezer per un mese.
Dosi per 4/5 sformati
Ingredienti
Per gli sformati
200 g di cioccolato fondente 70%
100 g di burro chiarificato
3 uova medie
80 g di zucchero di canna
40 g di amido di mais (Maizena)
Per la salsa all’arancia
200 ml di succo d’arancia fresco (il succo di 3 arance)
40 g di zucchero
10 g di amido di mais
Per gli sformati
Imburra leggermente 5 stampini di alluminio e spolverali con poca farina (oppure usa lo spray no-stick che non lascia residui sul tortino).
Fondi il cioccolato fondente insieme al burro chiarificato a bagnomaria, mescolando con la frusta fino a ottenere un composto liscio. Fai fondere prima il cioccolato, poi quando è quasi fuso aggiungi il burro. Quando il composto è pronto spegni il fuoco e lascia raffreddare leggermente.
In una ciotola capiente monta le uova con lo zucchero utilizzando il frustino elettrico. Dovresti ottenere un composto leggermente spumoso.
Incorpora il cioccolato fuso alle uova montate. Poco per volta mescolando bene fra una volta e l’altra.
Aggiungi la maizena setacciata e mescola delicatamente con una spatola di silicone fino a ottenere un impasto omogeneo e consistente.
Distribuisci l’impasto negli stampini, riempiendoli per circa 3/4.
A questo punto puoi cuocerli o disporli su un vassoio, coprirli con la pellicola trasparente e congelarli in freezer per cuocerli quando ti serviranno.
Cuoci gli sformati al cioccolato in forno preriscaldato a 190°C per 15 minuti.
NOTA: attenzione che il cuore del tortino non deve essere liquido, ma morbido. Dovrebbe uscire dal forno alla temperatura di almeno 65°C.
Una volta cotti capovolgili sul piatto e servili con la salsa all’arancia.
Per la salsa all’arancia
Spremi le arance e raccogli il succo in un bicchiere.
Versa due cucchiai di succo sull’amido di mais e forma una pastella.
In un pentolino versa il restante succo di arancia e mescolalo con lo zucchero, poi scaldalo senza portarlo a bollore.
Aggiungi la parte di succo mescolata con l’amido di mais e mescola con la frusta fino a quando la salsa si addensa.
Spegni il fuoco e versa la salsa in una brocca. Puoi conservarla in frigorifero prima di servirla.
Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:
Diego e Margherita
“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“
Prof. Cosmo Mundis
Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!
Vi raccontiamo l’intervista al Signor Riccio!
Frusssss…
Margherita: Diego, hai visto?
Diego: Certo che ho visto! C’è qualcosa lì sotto le foglie secche!
Margherita: Secondo me è un animale.
Diego: Lo credo anch’io… accendiamo il Versoconver!
Margherita: Guarda le foglie si muovono ancora… ed è spuntato un piccolo musetto.
Signor Riccio: Ehm… buongiorno. Posso sapere perché mi state puntando addosso quella strana macchina?
Diego: Salve, Signor Riccio, siamo Diego e Margherita. Siamo amici del professor Mundis e facciamo interviste agli animali per la nostra rubrica.
Signor Riccio: Ah, la famosa rubrica della rivista letteraria Il Randagio! Ne ho sentito parlare da una gazza molto curiosa che passa spesso da queste parti.
Margherita: Allora possiamo farle qualche domanda?
Signor Riccio: Certamente. Ma fate piano, per favore, noi ricci siamo animali piuttosto tranquilli.
Diego: Prima domanda: perché siete pieni di aculei? Non vi danno fastidio?
Signor Riccio: I nostri aculei sono la nostra migliore difesa. Quando ci sentiamo in pericolo ci rannicchiamo e trasformiamo il nostro piccolo corpo in una piccola fortezza.
Margherita: Quindi è per questo che vi arrotolate a pallina?
Signor Riccio: Esattamente! Quando siamo spaventatiabbassiamo la testa, chiudiamo zampe e musetto e cirannicchiamo. Gli aculei diventano una specie di scudo e molti predatori ci pensano due volte prima di avvicinarsi.
Diego: Però non sembrano molto morbidi…
Signor Riccio: Infatti non sono cuscini! Ma non sono neanche così terribili come sembrano. E poi, quando siamotranquilli, possiamo camminare senza tenere gli aculei tutti sollevati.
Margherita: E come fate a trovare il cibo? Avete un naso piccolissimo!
Signor Riccio: Piccolo sì, ma molto importante! Noi ricci abbiamo un olfatto molto sviluppato e usiamo soprattutto il naso per esplorare il mondo. Cerchiamo insetti, larve, lombrichi e altri piccoli animaletti.
Diego: Quindi siete dei grandi esploratori!
Signor Riccio: Eccome! La sera e durante la notte usciamo dalla nostra tana e cominciamo a curiosare. Annusiamo, ascoltiamo e camminiamo… spesso senza farci notare.
Margherita: E quanto camminate?
Signor Riccio: Abbastanza! Possiamo percorrere parecchi chilometri durante la notte. Siamo piccoli, ma abbiamo delle zampette instancabili.
Diego: Wow! Quindi non bisogna mai fidarsi delle dimensioni.
Signor Riccio: Proprio così: essere piccoli non significa essere poco importanti.
Margherita: Questa frase ci piace tantissimo.
Diego: A proposito di essere piccoli… noi abbiamo qualcosa per lei.
Signor Riccio: Per me?
Margherita: Sì! Un libro.
Signor Riccio: Oh, già, mi aveva avvisato la gazza, me ne ero quasi dimenticato. Sapete che noi ricci siamo grandi amanti delle storie?
Diego: Non lo sapevamo!
Signor Riccio: Naturalmente. Soprattutto quelle che raccontano di animali piccoli che combinano grandi cose.
Margherita: Allora abbiamo trovato proprio il libro giusto per lei. Si intitola “25 grammi di felicità. Come un piccolo riccio può cambiare la vita”, scritto da Massimo Vacchetta e Antonella Tomaselli.
Diego: È una storia vera e comincia con un riccetto piccolissimo. Talmente piccolo da pesare soltanto 25 grammi.
Signor Riccio: Venticinque grammi? Ma è davvero pochissimo!
Margherita: Sì. Il riccetto si chiama Ninna ed è una femmina. È ancora molto fragile e ha bisogno di essere aiutata.
Diego: A prendersi cura di lei è Massimo, un veterinario. All’inizio pensa che si occuperà di quel piccolo riccio soltanto per un po’.
Margherita: Ma Ninna piano piano entra nella sua vita e la cambia completamente.
Signor Riccio: In che modo?
Diego: Ninna è curiosa, vivace e anche un po’ combinaguai. Per esempio, si diverte a rovesciare con il naso la ciotola dell’acqua.
Signor Riccio: Ah! Questa cosa mi sembra molto interessante…
Margherita: E poi è affettuosa. Quando Massimo torna dopo essere stato lontano, lei lo accoglie con entusiasmo.
Diego: Ma la cosa più importante è che Ninna gli fa scoprire qualcosa che aveva dimenticato: quanto può essere importante prendersi cura di qualcuno.
Margherita: Massimo capisce che quei piccoli animali, così fragili e spesso invisibili, hanno tantissimo da insegnare.
Diego: E così decide di dedicarsi sempre di più ai ricci in difficoltà, fino a creare un centro per aiutarli.
Signor Riccio: Quindi un riccio di appena 25 grammi è riuscito a cambiare la vita di una persona?
Margherita: Esatto!
Signor Riccio: Mi sembra una cosa meravigliosa.
Diego: Anche a noi. Perché il libro ci ha fatto capire che non bisogna essere grandi per lasciare un segno.
Margherita: E ci ha fatto pensare a quanto sia importante proteggere gli animali selvatici. A volte li vediamo soltanto per pochi secondi, magari attraversare un giardino o una strada, e pensiamo che siano piccoli e indifesi.
Diego: Ma hanno una vita tutta loro, hanno bisogno del loro ambiente e possono avere bisogno del nostro aiuto.
Signor Riccio: Sono molto contento che abbiate scelto proprio questo libro.
Margherita: Noi lo consigliamo a tutti i bambini che amano gli animali e a chi pensa che anche una creatura piccolissima possa fare una grande differenza.
Diego: È una storia tenera, ma anche piena di emozioni, esoprattutto insegna che prendersi cura di qualcuno può cambiare anche noi.
Signor Riccio: Allora prometto che lo leggerò. Anche se…
Margherita: Anche se cosa?
Signor Riccio: Dovrete trovarmi un posto tranquillo dove leggerlo. Io sono un lettore notturno.
Diego: Perfetto! Possiamo sistemare il libro vicino alla sua tana.
Signor Riccio: Affare fatto.
Margherita: E magari ci racconterà cosa ne pensa.
Signor Riccio: Volentieri. Ma adesso avrei una domanda per voi.
Diego: Sentiamo!
Signor Riccio: Se mi vedete attraversare una strada, cosa fate?
Margherita: Aspettiamo che passi in sicurezza?
Signor Riccio: Bravissima, e soprattutto non cercate di prendermi o portarmi a casa. Noi ricci siamo animali selvatici e dobbiamo vivere liberi. Se trovate un riccio in difficoltà, invece, chiedete aiuto a chi se ne occupa.
Diego: Promesso!
Margherita: E adesso dobbiamo lasciarla andare.
Frusssss…
Diego: Margherita?
Margherita: Sì?
Diego: È già sparito.
Margherita: No, Diego. È semplicemente diventato invisibile tra le foglie.
Diego: Hai ragione, alcuni amici non hanno bisogno di stare sempre davanti agli occhi per lasciarti qualcosa nel cuore.
Il rapporto fra cultura materiale e identità collettive costituisce uno dei problemi più complessi dell’interpretazione archeologica. Lo scavo permette di ricostruire sequenze stratigrafiche, trasformazioni degli spazi, attività produttive, pratiche alimentari, rituali funerari, forme del culto e sistemi di scambio. Attraverso l’analisi dei contesti e delle associazioni ricorrenti fra differenti classi di materiali, l’archeologo individua fasi, cesure e persistenze nella storia di un insediamento o di un territorio.
Il passaggio da queste osservazioni all’identificazione di gruppi umani determinati non è però immediato. Una forma ceramica, una tecnica edilizia, un’abitudine alimentare o una pratica funeraria possono avere una distribuzione riconoscibile nello spazio e nel tempo, senza per questo corrispondere a una popolazione omogenea. Possono dipendere dalla circolazione di merci e artigiani, dall’imitazione di modelli, da rapporti politici, da differenze sociali, religiose o funzionali. Una stessa comunità può lasciare tracce materiali eterogenee, mentre comunità differenti possono essere documentate da evidenze archeologiche in larga parte simili.
Neppure la fase archeologica coincide con un soggetto storico depositato nel terreno. È una costruzione interpretativa mediante la quale vengono ordinate unità stratigrafiche, strutture e materiali riferibili a un determinato momento della vita di un sito. La sua definizione dipende dalla qualità della documentazione, dalle cronologie disponibili, dalle domande poste dall’indagine e dalla possibilità di correlare contesti differenti. Il passaggio da una fase all’altra non implica necessariamente un cambiamento della popolazione, così come la continuità della cultura materiale non dimostra di per sé una continuità etnica o politica.
Una delle più note formulazioni della corrispondenza fra cultura archeologica, popolo e territorio fu elaborata, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dall’archeologo preistorico tedesco Gustaf Kossinna. La cosiddetta legge di Kossinna stabiliva una relazione fra aree archeologico-culturali nettamente delimitate e territori occupati da popoli o tribù determinati. La distribuzione spaziale dei tipi e delle associazioni materiali poteva quindi essere impiegata per ricostruire gli spostamenti e l’estensione territoriale delle popolazioni preistoriche.
Il metodo presupponeva che l’omogeneità riconosciuta nella documentazione archeologica riflettesse un’analoga omogeneità etnica. Una variazione significativa della cultura materiale poteva essere interpretata come conseguenza dell’arrivo di una nuova popolazione; la diffusione di determinati tipi come traccia di un’espansione; la loro scomparsa come indizio di arretramento, sostituzione o assimilazione.
Questa impostazione consentiva di trasferire sulla carta geografica moderna le distribuzioni attribuite ai popoli antichi. Kossinna se ne servì per ricostruire la preistoria dei Germani e per sostenere che i territori nei quali fossero documentate culture da lui considerate germaniche appartenessero storicamente alla nazione tedesca. L’archeologia conferiva così profondità cronologica a una rivendicazione politica contemporanea: dalla distribuzione dei materiali si risaliva al popolo; dal popolo al territorio; dal territorio antico a un diritto nazionale moderno.
Criticare la legge di Kossinna non significa sostenere che ogni attribuzione etnica fondata sulla cultura materiale sia impossibile. In determinate condizioni, l’integrazione fra documentazione archeologica, fonti scritte, epigrafia, linguistica, antropologia biologica e analisi del territorio può rendere plausibile il riferimento di una configurazione materiale a una comunità storicamente conosciuta. Il problema risiede nel carattere automatico della corrispondenza e nella tendenza a considerare la cultura archeologica come espressione di un gruppo chiuso, stabile e nettamente separato dagli altri.
La cultura materiale, inoltre, non riflette passivamente l’identità, ma partecipa alla sua costruzione e può esprimerne soltanto alcuni aspetti. Oggetti, pratiche e forme di rappresentazione possono assumere significati differenti all’interno della medesima società. Le appartenenze non sono necessariamente esclusive. Un individuo può condividere pratiche linguistiche, religiose, politiche e materiali con gruppi diversi, senza che tali relazioni debbano essere ricondotte a un’unica identità etnica.
La persistenza della legge di Kossinna non va dunque cercata soltanto nella ripetizione esplicita delle sue tesi. Può essere riconosciuta in una più generale sequenza interpretativa: una configurazione della cultura materiale viene definita come cultura archeologica; la cultura viene attribuita a un popolo; il popolo viene rappresentato come genealogicamente continuo; il territorio nel quale quella cultura è documentata viene infine presentato come spazio storico della comunità contemporanea che se ne considera erede.
È in questo senso che la legge di Kossinna può essere utilizzata per analizzare alcuni aspetti del discorso archeologico israeliano. Non si tratta di affermare una derivazione diretta dalla preistoria nazionalista tedesca, né di assimilare contesti storici e ideologici profondamente differenti. Si tratta di verificare se una struttura analoga operi nel passaggio dalla documentazione delle società antiche del Levante alla costruzione di una continuità nazionale e, successivamente, alla legittimazione territoriale dello Stato moderno.
Occorre anzitutto distinguere la ricerca archeologica condotta in Israele dal suo uso pubblico e politico. L’archeologia israeliana non costituisce una scuola uniforme. Al suo interno si sono sviluppati orientamenti differenti e conflitti molto aspri sulla cronologia dell’età del Ferro, sull’attendibilità storica dei racconti biblici, sulla formazione degli antichi regni di Israele e di Giuda e sull’interpretazione delle trasformazioni insediative. Alcuni archeologi israeliani, a cominciare da Israel Finkelstein, hanno messo in discussione elementi fondamentali della ricostruzione tradizionale, compresa l’immagine di una grande monarchia unita sotto Davide e Salomone. La critica riguarda pertanto un dispositivo selettivo, non l’intera disciplina. Determinati risultati vengono separati dalle discussioni nelle quali sono stati prodotti, semplificati e trasferiti in una narrazione nazionale. Le ipotesi diventano dati acquisiti; le attribuzioni discusse, identificazioni certe; le fasi archeologiche, manifestazioni di un soggetto collettivo che attraverserebbe i secoli conservando la propria unità.
Fin dalla fondazione dello Stato, l’archeologia ha avuto un ruolo rilevante nella costruzione dell’identità israeliana. Le campagne di ricognizione, gli scavi nei grandi siti collegati ai racconti biblici, le esposizioni museali e la divulgazione hanno contribuito a stabilire un rapporto diretto fra la società israeliana contemporanea e le popolazioni dell’antichità. L’archeologia non si limitava a rappresentare un’identità già costituita: contribuiva a renderla visibile, territorialmente localizzata e apparentemente verificabile attraverso l’osservazione scientifica.
La figura di Yigael Yadin mostra con particolare chiarezza l’intreccio fra archeologia, costruzione dello Stato e memoria nazionale. Già capo di stato maggiore dell’esercito israeliano (1949-1952), Yadin diresse importanti campagne a Hazor (1955-1958) e Masada (1963-1965) e divenne uno dei principali protagonisti della divulgazione archeologica del nuovo Stato. A Hazor interpretò la distruzione della città e alcune architetture monumentali alla luce delle narrazioni bibliche della conquista e della monarchia salomonica. Le cronologie e le attribuzioni da lui proposte sarebbero state successivamente rimesse in discussione, in particolare nel dibattito sulle porte monumentali di Hazor, Megiddo e Gezer e sulla consistenza storica del regno di Salomone.
Il problema non consiste nell’impiego della Bibbia come fonte. I testi biblici sono indispensabili per lo studio delle società del Levante antico, purché vengano esaminati nella loro stratificazione letteraria, nella storia della loro formazione e in rapporto con fonti indipendenti. Il problema emerge quando il testo fornisce anticipatamente i soggetti, gli avvenimenti e la periodizzazione entro i quali la documentazione archeologica deve essere ordinata.
L’indagine rischia allora di assumere una struttura circolare. Una fase viene attribuita agli Israeliti perché corrisponde al periodo nel quale il racconto biblico ne colloca l’insediamento; i materiali riferiti a quella fase vengono poi utilizzati per confermare l’insediamento descritto dal testo. L’identificazione acquisisce una forza apparente dalla concordanza fra due serie di dati, benché una delle due sia stata interpretata fin dall’inizio attraverso l’altra.
Nell’archeologia dell’età del Ferro, l’attribuzione etnica di determinate forme insediative, classi ceramiche, architetture domestiche o abitudini alimentari ha prodotto un dibattito molto articolato. Questi indicatori possono contribuire alla ricostruzione delle identità, ma il loro significato dipende dai contesti, dalla cronologia e dalla combinazione con altre evidenze. Nessun carattere isolato permette di distinguere automaticamente un Israelita da un Cananeo, così come la presenza o l’assenza di una determinata pratica non basta a definire l’appartenenza di un’intera comunità.
Anche la categoria di “Israelita” deve essere storicizzata. Può indicare gli abitanti di un regno, gruppi che condividono tradizioni religiose, popolazioni riconosciute attraverso fonti esterne oppure comunità ricostruite sulla base della cultura materiale. Queste definizioni non coincidono necessariamente. La formazione di Israele e di Giuda fu un processo storico, non la manifestazione immediata di un popolo già costituito e dotato fin dall’origine di confini, cultura e coscienza nazionale unitari.
Il discorso nazionale tende invece a proiettare sul passato la forma dello Stato moderno. Gli antichi Israeliti vengono rappresentati come una nazione nel significato contemporaneo del termine; le trasformazioni politiche e culturali vengono ricondotte alla storia di uno stesso soggetto; le discontinuità sono interpretate come esili e le successive riapparizioni come ritorni.
Masada costituisce un caso particolarmente noto della trasformazione di un sito archeologico in luogo della memoria nazionale. Gli scavi diretti da Yadin fra il 1963 e il 1965 contribuirono a diffondere l’immagine della fortezza come ultimo baluardo della resistenza ebraica contro Roma (72-73 d.C.). La narrazione pubblica privilegiò l’eroismo dei difensori e il loro presunto suicidio collettivo, lasciando in secondo piano tanto le caratteristiche dei sicarii descritti da Giuseppe Flavio quanto le incertezze relative alla corrispondenza fra il racconto letterario e la documentazione archeologica. Gli studi successivi hanno distinto con maggiore attenzione la storia del sito, il racconto di Giuseppe e la costruzione moderna del mito di Masada.
Il caso mostra che l’uso nazionale dell’archeologia non dipende necessariamente dall’attribuzione etnica di un’intera cultura archeologica. Può operare anche attraverso la selezione di una fase e la costruzione di una continuità morale. Gli abitanti della fortezza diventano modelli anticipatori del cittadino israeliano: combattenti circondati da nemici, disposti a sacrificarsi pur di non perdere la libertà. La distanza fra la Giudea del I secolo e lo Stato del XX viene ridotta mediante una relazione simbolica che assegna al presente il compito di concludere una vicenda antica.
La struttura riconducibile alla legge di Kossinna appare con maggiore evidenza quando la presenza archeologica viene collegata direttamente al territorio. La documentazione di una fase israelitica o giudaica non viene allora presentata soltanto come parte della storia di un luogo, ma come prova della sua identità essenziale. Le fasi precedenti e successive rimangono documentate, ma non ricevono lo stesso valore nella costruzione pubblica del sito.
Questo processo non richiede necessariamente la distruzione della documentazione relativa alle altre epoche. Può realizzarsi attraverso la selezione dei percorsi di visita, la denominazione degli spazi, la diversa intensità della valorizzazione, la ricostruzione virtuale, la cartellonistica e il rapporto stabilito fra il sito antico e il paesaggio contemporaneo. Una sequenza pluristratificata viene presentata attraverso una fase dominante, alla quale le altre fanno da antecedente, parentesi o sfondo.
Il caso della cosiddetta “Città di David”, nell’area palestinese di Wadi Hilweh a Silwan, è particolarmente significativo. Il sito comprende una documentazione complessa, relativa alle diverse fasi della storia di Gerusalemme. La sua gestione turistica è affidata alla fondazione Elad, organizzazione che associa la valorizzazione dell’antica Gerusalemme al rafforzamento della presenza ebraica nel quartiere. Le ricerche sono condotte con il coinvolgimento dell’Israel Antiquities Authority. Archeologi israeliani come Raphael Greenberg e quelli riuniti nell’associazione Emek Shaveh — fra i quali Yonathan Mizrachi e Gidon Suleimani — hanno criticato il condizionamento politico delle indagini, alcuni metodi di scavo e la rappresentazione selettiva del sito; gli abitanti palestinesi hanno contestato anche la separazione dell’area archeologica dal contesto urbano e sociale di Silwan.
La questione non riguarda l’importanza delle fasi dell’età del Ferro o del periodo del Secondo Tempio, né la legittimità del loro studio. Riguarda la funzione attribuita a tali fasi nel presente. La denominazione “Città di David” introduce già un’identificazione interpretativa e biblica nello spazio contemporaneo di Silwan. Il visitatore non incontra soltanto la storia dell’antica Gerusalemme, ma una sequenza narrativa che tende a collegare direttamente il regno di Giuda, il giudaismo del Secondo Tempio e lo Stato israeliano.
Le fasi intermedie non sono necessariamente cancellate, ma possono risultare subordinate a una continuità principale. La storia romana, bizantina, islamica, crociata e ottomana viene collocata fra due momenti considerati appartenenti allo stesso soggetto: l’antica sovranità ebraica e la sovranità israeliana contemporanea. La lunga durata non coincide più con la trasformazione del territorio, ma con la permanenza di un’identità alla quale il territorio sarebbe originariamente appartenuto.
La valorizzazione della cosiddetta Strada del pellegrinaggio ha reso particolarmente evidente il significato politico attribuito a questa archeologia. La strada antica viene presentata come conferma del legame storico fra il popolo ebraico e Gerusalemme e, per estensione, della sovranità israeliana sulla città. Le contestazioni non riguardano necessariamente l’identificazione o il valore storico del percorso, ma il passaggio mediante il quale una struttura riferibile alla Gerusalemme di età romana viene inserita in una rivendicazione politica contemporanea.
Una strada antica documenta l’organizzazione urbana, la circolazione e le pratiche religiose di una determinata fase. Non stabilisce quale Stato debba esercitare oggi la sovranità sulla città. Questo secondo significato viene prodotto dal contesto istituzionale della presentazione, dalle dichiarazioni politiche e dalla relazione costruita fra gli antichi pellegrini e la nazione contemporanea.
Una dinamica analoga interessa altri siti compresi nei territori palestinesi occupati. A Sebastia, la Samaria biblica, la compresenza di testimonianze dell’età del Ferro, ellenistiche, romane, bizantine e islamiche si inserisce in un conflitto contemporaneo relativo alla gestione, all’accesso e alla definizione del patrimonio. I programmi israeliani di valorizzazione insistono in particolare sulla connessione con il regno biblico di Israele, mentre gli abitanti palestinesi considerano il sito parte del proprio territorio e della propria storia locale. La contesa archeologica si sovrappone così al controllo amministrativo e militare dell’area.
Il riferimento alla legge di Kossinna rende visibile la struttura di questo procedimento: dalla presenza archeologica si risale al popolo, dal popolo a una continuità genealogica e da questa a un diritto sul territorio. Nel discorso archeologico israeliano, continuità religiosa, testuale, culturale, politica e genealogica vengono sovrapposte fino a produrre l’immagine di una comunità che, pur dispersa territorialmente, sarebbe rimasta il soggetto storico della terra. È però necessario distinguere queste continuità. La permanenza di una tradizione religiosa non equivale alla continuità demografica di una popolazione. La trasmissione di una memoria non dimostra una discendenza biologica esclusiva. La conservazione di un nome non implica l’identità fra il gruppo antico e quello moderno. Una comunità contemporanea può riconoscersi legittimamente in una storia antica senza che tale riconoscimento le attribuisca diritti politici superiori a quelli degli altri abitanti del territorio.
Il salto più problematico non è dunque quello dalla cultura materiale all’identità, che può costituire una legittima ipotesi storica, ma quello dall’identità al diritto. Anche qualora fosse possibile dimostrare una continuità fra una popolazione antica e una comunità contemporanea, da essa non deriverebbe automaticamente una sovranità esclusiva sulla terra. L’archeologia ricostruisce presenze e trasformazioni; il diritto politico deve regolare i rapporti fra le persone che vivono nel presente.
Trasformare l’anteriorità archeologica in priorità politica significa adottare un principio difficilmente generalizzabile. Molti territori sono stati abitati nel corso dei secoli da popolazioni differenti, alle quali comunità contemporanee potrebbero collegarsi attraverso memorie, lingue, religioni o genealogie. Se l’attestazione più antica fondasse un diritto superiore, la documentazione archeologica diventerebbe uno strumento per riaprire indefinitamente confini, migrazioni e successioni storiche.
L’archeologia mostra, inoltre, che le società si formano attraverso rapporti, trasformazioni e mescolanze. Anche nei casi in cui le fonti antiche costruiscono opposizioni nette fra popoli, la cultura materiale documenta spesso condivisioni, scambi e continuità regionali. La ricerca delle differenze rimane necessaria, ma tali differenze non devono essere interpretate come confini permanenti fra sostanze etniche immutabili.
La legge di Kossinna appartiene alla storia della disciplina, ma la sequenza concettuale che essa ha formalizzato non è scomparsa: classificare la cultura materiale, attribuirla a un popolo, trasformare il popolo in una genealogia e la genealogia in territorio. Nel discorso archeologico israeliano questa sequenza riemerge quando una fase della storia del Levante viene assunta come origine esclusiva della nazione e utilizzata per collegare direttamente l’antica presenza ebraica alla sovranità dello Stato contemporaneo.
Riconoscere questa persistenza non significa negare la storia ebraica della regione. Significa reinserirla nella stratificazione complessiva del territorio e distinguere il diritto alla conoscenza e alla memoria dalla pretesa di ricavarne un titolo politico esclusivo.
L’archeologia può documentare la presenza di Israeliti e Giudei in una parte del Levante, i loro insediamenti, le forme politiche e religiose che elaborarono e i rapporti che intrattennero con le società circostanti. Può ricostruire, allo stesso modo, le comunità che abitarono quei territori prima della formazione delle società israelitiche e giudaiche, quelle che vissero contemporaneamente a esse e quelle che occuparono e trasformarono successivamente gli stessi luoghi.
La presenza israelitica e giudaica costituisce dunque una delle fasi della storia plurimillenaria del territorio, non la sua origine né il suo significato essenziale. Nessuna fase, considerata isolatamente, esaurisce la storia di uno spazio o conferisce alle comunità che vi si riconoscono una precedenza morale sulle altre. La sequenza archeologica documenta successioni, convivenze, conflitti, scambi e trasformazioni; non stabilisce la gerarchia dei diritti di coloro che oggi abitano quella terra.
Vincenzo Franciosi
Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.