“L’incunabolo partenopeo”, di Antonio Corvino

Era stato Massimo, un poeta matematico ad intervenire presso Marisa ed il dipartimento di studi umanistici della Federico II perché fossi coinvolto nei lavori del congresso su Neapolis Urbs Vergiliana che si teneva a distanza di 12 anni dal primo.

Massimo, come Francesco Saverio egli pure nella lista degli interventi, aveva fatto parte del Cenacolo del Caos Creativo che tra il 2011ed il 2015 aveva tenuto i suoi lavori a Sorrento, con la pretesa di fare il contro canto a Davos. 

Quelli a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’iper capitalismo sempre più  metastasi delle società moderne incamminate senza alcun criterio critico verso la costruzione di un mondo dominato dal cerbero della guerra, della finanza e degli affari, loro a predicare, come profeti disarmati, la felicità dei popoli, il rispetto reciproco delle culture, un mondo aperto e senza padroni che poi era quello che avrebbe voluto J.M.Keynes e che aveva definito nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” (UTET 1971) mica soltanto Marx ed Engels nel loro “Manifesto del partito Comunista” ( Feltrinelli 2017) o Lenin e Mao, in un Mediterraneo capace di essere esso stesso continente tenendo insieme le terre dell’olivo tra Asia, Africa ed Europa, come sosteneva Fernand Braudel nelle sue “Memorie del Mediterraneo” ( Bompiani 2010) che, lui pure, era un uomo pacifico e per nulla rivoluzionario. 

In una edizione del loro appuntamento annuale quegli illusi avevano addirittura affidato a Predrag Matvejvic l’introduzione dei lavori. Un  letterato in un congresso di economisti, disse qualcuno storcendo il naso. Quel letterato peraltro era l’autore di “Breviario Mediterraneo” (Garzanti 2006) una specie di Bibbia del nostro mare che gli era valsa la candidatura al premio Nobel per la letteratura. E il Mediterraneo per quelli del Cenacolo doveva tornare ad essere anche in  Europa il fulcro di ogni progresso condiviso.

Poi era tutto finito. 

I finanziatori, tutti contigui a quel mondo che essi volevano emendare, probabilmente si convinsero che era meglio puntare su qualcosa che somigliasse all’indottrinamento di Davos o che, comunque,  non vi  si contrapponesse apertamente. 

E finì.

Così Massimo mi chiamò nel mio eremo in terra di Messapia. 

“Devi tornare alla Federico II per parlare di Partenope” mi disse. Figurati. 

Ci avevo scritto un romanzo sulla faccia nascosta di  Partenope. 

Ci sarei andato a piedi, se necessario. 

Massimo, essendone felice e consapevole, mi invitò così  a tornare ad Itaka. La mia Itaka, dalle tante partenze ed innumerevoli ritorni accumulatisi da quella notte in cui su un treno di seconda classe raccolsi tutto quello che potevo e me ne andai a studiare il mondo alla Federico II.

Avevamo ragionato per due giorni sulle radici e gli orizzonti  di Neapolis Urbs Vergiliana. 

Avevamo setacciato passato,  presente e futuro, ogni dettaglio, come in un incunabolo prezioso e delicato, per capire cosa era rimasto e soprattutto farci un’idea, ove possibile, su come  il tempo a venire poteva essere immaginato. 

Sarebbe rimasto legato alle radici ricomponendo il tempo circolare o la deriva che lo stava  trascinando sarebbe stata talmente scivolosa da compromettere ogni prospettiva?

Neapolis e Partenope, Virgilio e Leopardi, Odisseo ed Enea, tutte le genti arrivate dal mare e da terra, gli dei antichi ed i più recenti Santi patroni avrebbero custodito l’incunabolo partenopeo che serbava il mistero del destino del mondo? 

E l’uovo virgiliano sepolto in fondo al mare di Megaride a sua volta presidiata da Castel dell’Ovo sarebbe sopravvissuto insieme a Partenope e Neapolis o si sarebbe frantumato e con esso passato, presente e futuro di quel luogo? 

E la social catena immaginata da Leopardi come necessario  confine per la sopravvivenza del genere umano a somiglianza di quanto fanno le ginestre che fioriscono  sulle falde “del formidabile monte Sterminator Vesevo”? ( “La ginestra o il fiore del deserto”  in “Leopardi, vita, poetica, opere scelte”  Il Sole 24 ore-edizione speciale- 2008)

Al termine della due giorni federiciana, a sera, me ne sono andato a passeggiare nel cuore antico dei decumani e dei cardini. 

Magari avrei trovato qualche indicazione nella notte, tra i vicoli dei cardini e le arterie dei decumani, in compagnia delle stelle ed osservando le basiliche chiuse ed i palazzi sprangati, i visi della gente, i segnali dei fantasmi e gli sguardi delle statue che avrei incontrato in cima alle colonne o sui piedistalli delle piazze. 

Anche Orione era già comparso nel cielo. Da oriente saliva a grandi falcate verso lo Zenit con Sirio fedele a due passi.

La serata era mite, il cielo limpido ed anche le vie erano amiche.

Santa Chiara svettava bellissima. Provavo ad immaginarla dal balcone della stanza da studio di Benedetto Croce (“Storie e leggende Napoletane” Adelphi 1990).

Dal portone ancora aperto sgorgavano fiotti di luce sul sagrato.

Un frate vestito di una tunica bianca e avvolto in un ampio mantello anch’esso bianco aveva attraversato con passo leggero ma deciso la zona presbiterale ed era scomparso nei locali retrostanti dove si distendono chiostri e monasteri consacrati a Dio ed alla pace dell’anima oltre che all’arte ed alla bellezza. 

Un giovane frate francescano si aggirava intorno all’altare spegnendo i ceri… aveva una folta barba nera ed era vestito di un pesante saio marrone. Calzava i sandali ed i suoi piedi erano nudi, il viso fresco. Si muoveva in piena confidenza con il suo Dio.

La basilica era ormai deserta. 

É straordinariamente accogliente Santa Chiara. 

Le sue arcate gotiche, l’alto soffitto, l’altare e l’abside, essenziali nella pietra che tutto  scandisce compresi  i due eleganti sarcofagi addossati alla parete absidale in posizione simmetrica rispetto al severo altare centrale dominato da un bel crocifisso ligneo incastonato nel monumento funebre dedicato a Maria di Valois, invitano alla quiete ed al raccoglimento laico oltre che  religioso. 

Il giovane frate si é recato al microfono. “La basilica chiude” ha detto e quindi ha aggiunto un augurio di pace. Mi sono guardato intorno. Ero rimasto da solo e mi sono avviato all’uscita avvertendo un profondo senso di riconoscenza  per quell’augurio di pace in un mondo allo sbando con i dittatori che sono tornati a calpestare la terra e che arruolano dio per consacrare le loro terribili guerre.

All’uscita vi era  un povero che chiedeva qualcosa per andare avanti. Era ancor giovane anch’egli e recava i suoi abiti dimessi con dignità. In un angolo, appena oltre il sagrato, un cumulo di coperte variopinte e forse un qualche vecchio materasso attendevano come casa desiderata.

Sul decumano inferiore, che lì prende il nome del filosofo Benedetto Croce, solo un poco più  in là oltre la basilica, una donna accovacciata sui gradoni del palazzo prospiciente cantava una nenia dolce e disperata al contempo. 

La sua voce era potente e pulita. Trasparente.

Bella e graffiante nel suo tono drammatico. 

Si diffondeva nella sera circostante fino a raggiungere le propaggini più lontane di piazza del Gesù  e le sue note strazianti intrise di tristezza e malinconia riempivano l’aria tutto intorno.

Ai suoi piedi un pezzo di cartone. Vi era scritta una storia di povertà e invocava un aiuto.

Il canto riempiva il decumano deserto a quell’ora, in quel tratto, e correva verso la statua del fiume Nilo e via San Biagio dei Librai. 

Quella voce straniante portava con sé le storie del mondo che a Napoli tutte si incrociano. 

Poteva venire dalla Cordogliera delle Ande, dalla Patagonia  o dalla Terra del Fuoco per come le aveva descritte Bruce Chatwin (“In Patagonia” Adelphi 2012), o da un posto qualsiasi  del continente degli Antipodi o da una qualsiasi terra, dall’Est e dall’Ovest, da Nord e da  Sud per come me le  aveva raccontate il mio amico Christophe De Maitre, un artista fiammingo giramondo senza fissa dimora e che prediligeva i continenti lontani, almeno fin quando era stato un ragazzo.

Poteva venire da uno dei troppi posti di questo mondo che stentano a ritrovarsi o semplicemente a riconoscersi e che qui si incrociano. Magicamente, vien da pensare. 

Nel pomeriggio salendo verso piazza del Gesù avevo incontrato degli altri poveri, bianchi e neri, tutti piuttosto giovani con lo sguardo proteso a chiedere qualcosa. 

Al termine dei lavori della mattinata Francesco Saverio mi aveva condotto in una traversa nei pressi dell’ateneo a ridosso del Rettifilo, Corso Umberto nella toponomastica ufficiale. Vi era una Sirena scolpita nel marmo. Il viso virginale ed i seni acerbi ad esaltare il candore del corpo ornato da angeliche ali. Al posto delle gambe  e dei piedi  gli arti e le zampe di un pennuto,  di un grande pennuto, un’aquila o un’arpia.

La conoscenza è sempre misteriosa, ambivalente e il percorso per raggiungerla o discernerla scabroso, al limite del dolore e della paura ma solo da essa scaturisce la vita ed in essa passato, presente e futuro si ritrovano.

Prima di ritirarmi per la notte ho avvertito forte il desiderio di riprendere la mia passeggiata notturna attraverso SpaccaNapoli. 

Inoltrandomi in direzione est, il decumano si animava amorevolmente. Frotte di ragazzi e ragazze andavano su e giù nella luce fioca dei lampioni. 

Vi erano anche dei turisti, americani per lo più, inglesi, francesi, spagnoli.

Dei musicisti imbastivano un concerto di chitarre ad un crocicchio. 

L’atmosfera era rilassata. Il mondo con le sue guerre lontano, per una volta.

La gente tranquilla respirava la sera a pieni polmoni, mi sembrava.

Ho raggiunto San Domenico, ho attraversato la piazza, uno sguardo alla basilica domenicana chiusa, al monastero che aveva ospitato Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno in secoli diversi.  Federico in quel luogo vi aveva creato la prima Università pubblica d’Europa sulla scia del mondo saraceno.

Per due giorni proprio nell’Università che porta il suo nome avevamo discusso di radici. Del mito che abita Partenope, dei Greci che vi giunsero dall’Egeo, degli Etruschi che fondarono Pompei e della civiltà osca, autoctona, che innervava con i suoi molti popoli il territorio italico e l’intero golfo chiuso da un lato dalla catena dei Monti Lattari, Sorrento e punta Campanella con Capri a due passi e dall’altro dalle colline che, ad ovest, circondano la città: il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, sino a Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Averno, Cuma, Ischia e Procida…

Con il mito, la storia, il sapere, i papiri, le ville e le città, i Girolamini, la biblioteca nazionale, gli incunaboli, Virgilio e Leopardi…Caravaggio, l’arte, il regno, la rivoluzione e la repubblica…i quartieri, la vita ovunque radicata.

Napoli metafora del mondo che non muore. 

Il mondo civile si desertifica, dall’Europa all’Asia, alle Americhe.

Qui no, l’indice di natalità non è mai calato. 

A sedici, diciassette anni i ragazzi sono padri e madri, mi aveva raccontato Vincenzo nelle Catacombe di San Gennaro esaurendo la mia sete di conoscenza sul miracolo della Sanità. In un fazzoletto di area urbana, chiusa tra il ponte di Santa Teresa degli Scalzi e via Foria, vive un’intera città, densità altissima, popolazione giovanissima, roba da far tremare i polsi ma non a questi ragazzi, ad essi   ed all’apostolo della Sanità, don Antonio Loffredo, che ha aperto chiese e catacombe, basiliche e canoniche ed al quale le università conferiscono lauree honoris causa in economia ed architettura perché ha saputo individuare nella felicità degli occhi di quei ragazzi l’obiettivo dell’azione economica e sociale e nel tessuto del loro quartiere la frontiera per esaltarla e farla diventare paradigma per il mondo intero oltre che per il resto della metropoli, quella felicità. 

Una metropoli unica. 

Da queste parti il potere resta sempre defilato anche nei momenti più drammatici e la gente sa di dover fare affidamento su se stessa, la sua forza, la sua fantasia, la sua voglia che sconfina nel piacere di vivere per sé e per gli altri.

La Gentrification qui non può passare. Ed il turismo convive con la città che non rinuncerà mai alla sua essenza.

La Gentrification azzera la storia e la cultura in molti posti, non a Napoli. 

Nella terra di Partenope che custodisce  l’uovo di Virgilio ed il sangue di San Gennaro l’universo ha concentrato le sue energie per riscattare l’umanità nascosta nei pori del suo tessuto urbano per come l’aveva interpretato Walter Benjamin già un secolo fa (Walter Bejamin-Asia Lacis  “Napoli Porosa” Dante & Descartes 2020) ma  soprattutto negli anfratti della sua anima sconfinata. 

Mi aggiro nel decumano come un forestiero che ha ritrovato la sua Itaka.

Osservo il palazzo che fu del principe Gesualdo, di Gesualdo e di Maria d’Avalos.

Tendo l’orecchio a cogliere l’eco di quel misfatto raccontato da Anatole France (Anatole France “ Donna Maria d’Avalos” Edizioni in trentaduesimo Dante & Descartes 2004 ).

Dicono che con la luna piena puoi sentire il sospiro di Donna Maria. Cerco la Luna inseguendo madonna d’Avalos… ma quella é ormai andata. 

Mi riprometto di tornare a cercarla. 

Il suo sospiro è potente quanto magnetico e dicono che abiti tra i crateri lunari dalla notte in cui fu trucidata da Gesualdo. Costui da allora, tormentato dal fantasma della sua sposa, prese ad invocare il perdono componendo i suoi sublimi madrigali per Dio onnipotente. Anche la musica polifonica di Gesualdo, dicono che tu possa ascoltare salendo in cima al suo castello tra le montagne d’Irpinia. Io ci sono salito una notte di luna piena. Era autunno e la sera era fredda, ma mi fermai sull’uscio del castello ad ascoltare le polifonie che si diffondevano in cielo mentre il mio sguardo era concentrato sul disco della bianca luna a cercare il viso di Donna Maria.

A Napoli, non vi è cesura tra passato, presente e futuro. Hanno ragione i relatori del Congresso  che per due giorni han raccontato il mito, le storie, l’archeologia, l’architettura, la poesia, l’arte e la scienza.

Le radici sono profonde ed il respiro ampio attraversa l’orizzonte del tempo senza fratture.

Popoli antichi e contemporanei, autoctoni ed immigrati si tengono insieme. Da sempre.

Napoli ha accolto tutti. Ha cacciato solo i nazisti, e li ha cacciati senza attendere gli alleati, ha sottolineato don Antonio Loffredo, il prete che ha scommesso sui ragazzi della Sanità, nel corso dei lavori sulle radici passate, presenti e future di Partenope.

Partenope e Odisseo, Greci e Troiani, dei e santi la cingono per intero.

Il Mediterraneo la abita e dalle profondità della terra il Vesuvio-Somma ed i Campi Flegrei le ricordano che la vita va arata e coltivata ogni santo giorno…

Il Caos partenopeo non è decadenza ma creazione. Continua creazione. 

Anche nei quartieri, tra i falansteri-ghetti della periferia, nelle catacombe della Sanità, tra le colmate di Bagnoli, nei muri che nascondono il mare alla gente che abita lungo il miglio d’oro e tutta la costa orientale, tra i palazzi nobiliari ed i condomini popolari, zampilla di vita tra fiotti di generosità e compassione universale… 

Mi rendo conto che evocando Partenope sto parlando del Sud, di Palermo e di Catania, di Bari vecchia e della Messapia, di Cagliari e di Sassari, di Scilla e Cariddi, della Majella e del Matese.

Così imbocco vico del Fico al Purgatorio uno dei cardini che legano il decumano inferiore a quello  maggiore.All’angolo, alla confluenza con il  decumano, mi imbatto nel busto bronzeo di Pulcinella. Lo conosco bene. Al punto da potermi considerare suo buon amico.

Ha il grande naso lucido. 

Mi pare che stia sorridendo, sornione, rilassato lui pure. 

I riflessi dei lampioni creano delle ombre leggere, complici. C’è poca  gente questa sera e sembra  felice… di fronte un Maradona ancora ragazzo con l’aureola dei santi lo guarda facendo capolino da un piccolo murale. 

É un cunicolo stretto tra gli alti palazzi che si fronteggiano, Vico del Fico al Purgatorio. 

Mi sembra un antro scavato nella storia di Partenope al pari dell’antro della Sibilla e del tempio del vate Virgilio incuneati  nella roccia tufacea. 

E come Maradona, anche  Pulcinella stasera, in solitudine, sembra voler divinare il futuro di questa città che poi è il futuro di tutta intera l’Umanità…

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“La rivolta iraniana nel mondo distopico”, di Antonio Corvino

Nella realtà rovesciata del mondo distopico nulla è al proprio posto.

Non lo Stato che é organizzato per portare la popolazione a censurarsi da sé e ciascuno a riconoscersi come un buon cittadino o cattivo a seconda della adesione totale o meno alle azioni perseguite dai governi per raggiungere la fedeltà più ampia possibile e addirittura la totale subordinazione alle regole fissate per tutti dal capo supremo che risiede oltre Oceano. 

Conformismo, docilità, dedizione e controllo ne sono i postulati mentre ogni individuo è investito della responsabilità di garantire l’ordinato dispiegarsi della comunità distopica attraverso lo scherno prima e la delazione poi con conseguente irrisione e denuncia di qualsiasi  sospetto di deviazione.

Per i più facinorosi e per quanti non sopportano l’incasellamento, la realtà distopica ha in serbo la lobotomizzazione come via d’uscita dall’infelicità. 

Essa finalmente acquieterà le pulsioni rivoltose e restituirà al soggetto, che volontariamente sarà indotto a sottoporvisi, l’agognata tranquillità.

Il capo supremo tutto vede e controlla attraverso i suoi adepti e con il supporto degli invisibili satelliti che dal cielo osservano e accatastano dati ed informazioni su ogni individuo e le fissano sugli algoritmi a beneficio delle guardie rivoluzionarie ovunque dislocate contro ogni deriva all’assembramento ed alla sedizione che dovesse manifestarsi.

Egli organizza e sollecita la residua volontà  di opposizione incoraggiando quanti sono intimamente insoddisfatti e desiderosi di rovesciare l’ordine costituito. 

Per questo asseconda le loro argomentazioni rivoluzionarie, suggerisce loro luoghi segreti di incontro, spinge quanti si sentono a disagio nel nuovo ordine ad incontrarsi, a riconoscersi, addirittura ad organizzarsi come comunità coesa capace di custodire storie di amicizia e sentimenti amorosi che negano l’ordine generale e alimentano speranze di ritorno alla vita tumultuosa del tempo passato i cui ricordi si vanno spegnendo. 

É il paterno afflato del capo supremo che personalmente si fa carico di mostrare agli ultimi epigoni del vecchio disordine definitivamente archiviato, delle pulsioni libertarie ormai estinte, delle derive che alimentavano gli infiniti, differenti, inutili,  comportamenti, la superiorità del nuovo ordinamento. 

Quel che resta del linguaggio ancora infarcito di parole  ed espressioni che danno senso all’inquietudine interiore potrà così essere catalogato ed eliminato e sostituito dalla nuova lingua priva di asperità e tensioni creative quanto pericolose. 

Anche i sentimenti frutto di passioni non ancora domate finalmente smetteranno di turbare l’animo individuale e intorpidire la coscienza collettiva.

Il capo supremo conosce, per averli veduti nelle rappresentazioni del grande algoritmo, i pericoli del libero pensiero, le distruzioni provocate da una società abbarbicata all’illusione di autogovernarsi, le suggestioni dell’immaginazione senza limiti e confini, il caos creativo generato dalla cultura, dalle arti, i sentimenti e le emozioni capaci di sovvertire ogni regola, i sommovimenti frutto di un’opinione pubblica senza briglie dedita a criticare i governi e addirittura a pretendere il cambiamento delle loro  decisioni se non il loro stesso rovesciamento. 

Era un mondo caotico. 

Impossibile da capire, da incasellare, da incanalare… Era come un mare in tempesta, un fiume in continua esondazione, una burrasca senza freni, incomprensibile quanto ingovernabile.

Vi era stato un lungo periodo di tranquillità precedentemente. 

Il mondo diviso in due. 

Una grande guerra aveva fatto da spartiacque. 

Da una parte e dall’altra la gente correva, smaniosa di ritrovarsi, di conoscersi e riconoscersi. 

Gli eserciti, i carri armati, i missili, gli aerei, le portaerei, i sommergibili e le bombe atomiche  erano  ferme, bloccate ai margini, vittime del loro stesso pregiudizio distruttivo. I militari ridotti all’impotenza. Anche il servizio di leva obbligatorio era stato ovunque abolito.

I popoli avevano conosciuto un vorticoso processo di contaminazione e confusione generale. 

Lo chiamavano progresso. 

Lo indicavano come frutto della liberazione umana dalla schiavitù, dalla  fame, dalla povertà. 

Erano caduti muri dappertutto. 

La gente si muoveva da ogni parte, convulsamente. 

Il mondo era diventato una specie di villaggio. Tutti fratelli… tutti protagonisti di un’umanità consapevole del proprio futuro, dedita ad eliminare incomprensioni e tabù religiosi, sociali, nazionalistici e razziali… anche le ricchezze della terra erano diventate una specie di patrimonio collettivo. 

Avanzava il convincimento che il pianeta fosse la casa comune da custodire. Altro che sfruttamento. 

Un’ubriacatura incomprensibile. 

Un caos rivoltante che poteva compromettere ogni equilibrio. 

Idee come cooperazione e progresso condiviso, umanità senza razze e nazioni ostili, ricchezza diffusa, governi responsabili e sottoposti alle leggi ed agli equilibri dei poteri oltre che alla volontà dei popoli, felicità oltre ogni vincolo di religione, di sfruttamento reciproco, di sopraffazione, tutela del pianeta e salvaguardia della natura, sembravano aver conquistato il mondo. 

Bisognava porre qualche rimedio…

Per fortuna la gente aveva dimenticato in quell’ubriacatura le sofferenze passate… aveva perso la memoria. 

La corsa verso le metropoli aveva favorito l’omologazione dei comportamenti e dei pensieri. 

L’azione silenziosa, puntigliosa e paziente dei detentori delle ricchezze nascoste, delle materie prime sotterrate e non, l’intervento dei controllori degli eserciti e delle bombe atomiche,  la fede dei custodi delle religioni asservite al potere, i miracoli dei detentori delle tecnologie, avevano infine sortito gli effetti desiderati.

Gli Stati e le Nazioni avevano ripreso ad innalzare muri. 

La ricchezza era tornata nelle mani di pochi. 

Il lavoro ed il sapere avevano smesso di essere veicoli di mobilità ed avanzamento sociale. 

La tecnologia aveva raggiunto livelli spaventosi quanto a controllo del mondo. 

E soprattutto essa era nelle mani dei nuovi iper capitalisti che dominavano il pianeta. 

La rinuncia degli Stati alla loro natura di strumenti della felicità dei popoli e la loro trasformazione in agenti asserviti alla potenza ipercapitalista aveva fatto il resto…

Per fortuna, pensava il capo supremo.

Il caos  era finito. 

Il mondo era tornato nella totale disponibilità dei detentori della ricchezza.  

Anche gli eserciti, le risorse naturali, il pianeta stesso era ormai nella loro disponibilità. 

Le armi le producevano nelle loro fabbriche. 

Anche i satelliti per controllare lo spazio interplanetario erano di proprietà di oligarchi, magnati, iper capitalisti. 

Gli stati ed i governi erano ridotti ad esecutori, anch’essi direttamente posseduti da  quelli. 

Restava da convincere il popolo della bellezza e della bontà del nuovo ordine che doveva essere per sempre.

Così ragionava tra sé il capo supremo d’occidente che partecipava alla provvisoria configurazione del cerbero a tre teste, mentre, attraverso gli schermi animati dagli algoritmi guardava il mondo.  

Vi erano ancora delle sacche fuori controllo… delle schegge impazzite arrivate dal vecchio ordine…

Comunisti e ayatollah tuttavia erano ormai alla fine della loro corsa. 

I comunisti un avanzo della storia erano pronti per essere smaltiti in discarica. 

Anche Cuba avrebbe fatto quella fine. 

Era davvero insopportabile la presenza di Cuba a due passi da casa. 

Come avevano fatto i suoi predecessori a tollerare quella protervia era davvero un mistero. Anzi no. Mentecatti, mentecatti e smidollati, ecco cosa  erano stati quelli che erano venuti prima e che avevano consentito quello scempio.

C’era ancora molto da fare per completare il nuovo ordine, rifletteva il capo supremo nel suo studio ovale mentre osservava l’ala est della casa bianca demolita per fare spazio alla sala del trono. Il suo trono. 

L’annessione della Groenlandia, magari anche del Canada, la definitiva sottomissione del Messico e di tutta intera l’America meridionale… e poi l’Europa da smantellare.

Ma adesso c’era l’Iran, l’antico impero persiano, da sistemare. 

Aveva  preso fuoco e non sembrava volersi  spegnere.

Da quelle parti la gente si sentiva ancora popolo. Erano scesi tutti, ma proprio tutti ed in tutte le città, contro i ministri di dio che comandavano da cinquant’anni. 

Roba assurda. 

Veli in testa alle donne, preghiere cinque volte al giorno e la pretesa di dare una lezione anche ad Israele, il suo fedele alleato in quella regione… una pretesa senza senso, da squilibrati. 

Il Capo supremo l’aveva già bastonati più volte gli Ayatollah a suon di bombe ovviamente. Ma quelli non se ne davano per intesi.

Adesso però non era solo questione di bombe atomiche, di religione, di veli e di dominio nelle terre del Medio Oriente.

La gente non ne poteva più. 

Un milione e mezzo di Ryal per un dollaro che rimaneva pur sempre la moneta di riferimento, nonostante fosse ammaccata, e parecchio anche, con tutto quel debito pubblico accumulato da quegli incapaci dei suoi predecessori. 

Insomma da quelle parti erano scesi in piazza tutti, ma proprio tutti…

Stavano lavorando per lui, pensava il capo supremo mentre i guardiani della rivoluzione ammazzavano la gente, ed  il popolo iraniano moriva a centinaia, a migliaia. 

L’amico/nemico/alleato che con gli stormi dei suoi satelliti tiene sotto scacco il mondo intero questa volta si era offerto per aiutare i ribelli. 

Gli Ayatollah avevano spento Internet per impedire al mondo di avere consapevolezza dei loro misfatti. Quello generosamente, quanto furbescamente, si era offerto di accendere l’occhio di Starlink per rimediare…

Intanto il vecchio erede dello scià di Persia era corso da lui, il Capo supremo, per mettersi a disposizione e lui aveva preso tempo…

“Vedremo” aveva sibilato mentre osservava i grandi schermi. “Vedremo. Ti farò sapere”. 

Certo l’occasione è ghiotta per eliminare quella pustola islamica e mandare al macero gli Ayatollah e con  essi il popolo iraniano che pensa di liberarsi  della barbarie che lo affligge, di stracciare veli e tabù, di auto governarsi e di decidere da sé il suo futuro dopo tanto sangue. 

Illusi… 

Benvenuti nel mondo distopico con o senza scià…

A meno che… 

A meno che il mondo finalmente non si ribelli, tutto, ma proprio tutto, a cominciare dagli americani statunitensi, come stanno facendo donne e uomini, ragazze e ragazzi iraniani, dando loro una mano e dandola anche a sé stessi, spegnendo gli schermi e disattivando gli algoritmi del capo supremo e dei suoi accoliti e finalmente mandandolo sotto processo e  rispedendo negli inferi anche  il cerbero con le sue tre teste. 

Rileggendo

Orwell ed il suo “1984”

Nell’edizione che più vi garba.

Zamjatin ed il suo “ Noi” nell’edizione tradotta da Alessandro Niero per Voland 2013

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

“L’educazione sentimentale?” di Antonio Corvino

Si impara a scuola esplorando la grande letteratura, aggirandosi tra la sublime poesia, vivisezionando le passioni di eroi ed eroine, inseguendo i destini di uomini e donne nei tempi della storia e lasciando sedimentare nella propria  coscienza i drammi individuali e collettivi e le lotte tremende di uomini e donne, popoli e individui per abbattere ambiguità ed ipocrisie, fedi ed eresie, violenze ed avidità che tutto hanno avvolto e fatto precipitare verso destini di morte, di rabbia, odio e tuttavia suscitando al contempo un’irrefrenabile voglia di riscatto, evocando la forza del pentimento e del perdono, rivelando i faticosi percorsi di espiazione e rinascita ed alimentando la cultura dell’amore, della pietà, della compassione per liberare tutta intera  l’umanità dall’abbrutimento della violenza.

Prendete l’Orlando Furioso: lasciate andare la fantasia oltre i grovigli della realtà che vi irretisce e provate ad aggirarvi non visti tra i castelli cristiani ed i palazzi saraceni; osservatene la vita, lo sferragliare delle armature, le rudi discussioni e le piacevoli conversazioni, fatevi ammaliare dall’impeto dei sentimenti e seguite, senza farvene travolgere, le guerre ed i duelli che da ogni parte irrompono; e quindi, appena vi passerà accanto, saltate, come un reincarnato Bastiano Baldassarre Bucci, in groppa all’ippogrifo per andare con Astolfo a cercare il cervello smarrito di Orlando divenuto furioso per l’amore non corrisposto della diafana Angelica innamorata del mite Medoro che salverà da morte sicura e condurrà con sé in oriente incoronandolo re del suo bel regno mentre Orlando peregrina, dimentico del suo valore e del suo onore, seminando distruzione, lutti e dolori intorno a lui. 

Astolfo vi chiederà di aguzzare la vista in tanta ardua ricerca e finalmente tra le valli ed i crateri lunari troverete il cervello di Orlando e con esso tornerete solleciti sulla terra a restituire saggezza all’eroe cristiano che a Roncisvalle  assurgerà alla grandezza di eroe immortale.

“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto/ che furo al tempo che passaro i Mori / d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, /seguendo l’ire e i giovenil furori / D’Agramante lor re che si diè vanto / di vendicar la morte di Troiano / sopra re Carlo imperatore romano.

Dirò d’Orlando in un medesimo tratto / cosa non detta in prosa mai né in rima / che per amor venne in furore e matto / d’uom che sì saggio era stimato prima … “

E magari fermatevi, di ritorno, sotto le mura di Gerusalemme … È notte, due cavalieri si affrontano in un duello furibondo. Uno è saraceno e l’altro cristiano. Una nera figura, sconosciuta, si contrappone alla bianca armatura. Cade infine la nera armatura. Il bianco cavaliere vuol conoscere il nome del valoroso guerriero. Il fiato gli muore in gola a quel nome che ella pronuncia morendo… Clorinda. Tancredi vuol morire pur’egli e crolla accanto alla donna da sempre amata oltre la fede e la maledetta guerra che cinge le mura di Gerusalemme.

È nel groviglio delle passioni e dei sentimenti declinati e dipanati da scrittori e poeti in ogni epoca che si nasconde la chiave per mettere ordine nella vita di tutti i giorni di ragazzi e ragazze alle prese con una realtà sempre più difficile da decifrare perché quei ragazzi e ragazze sono privi delle necessarie chiavi per entrarci, camminarci, districarcisi senza farsi male, senza fare male.

Inserire l’insegnamento di una materia specifica che spieghi cosa è, come funziona la sessualità e con quali arcani meccanismi questa interseca pulsioni, passioni e sentimenti magari imbrigliata entro assurdi paletti perbenisti e conformisti?

È la dichiarazione di un fallimento conclamato di una società che ha rinunciato alla cultura e che ha derubricato la scuola e l’università a inutile superfetazione istituzionale la cui gestione va relegata nella sfera manageriale per contenerne i costi e sfornare quel minimo di competenze buone per massimizzare i ricavi delle aziende che penseranno a tutto il resto, che poi, quel resto, attiene sempre alla minimizzazione dei costi ed alla massimizzazione degli utili.

In un contesto degradato in cui si mette in discussione il sapere, si marginalizza lo studio della storia e della filosofia e si derubrica come non necessaria la geografia fisica, umana, mentre si accentua tutto ciò che risponde al computo dei costi e dei benefici e si ignora il faticoso incedere degli individui e dell’umanità, l’inserimento curricolare di una materia che illustri e spieghi sesso e sentimenti è il rimedio necessario immaginato da una società incapace di attivare percorsi esperenziali e di conoscenza che necessariamente devono intersecarsi.

Essa, per la verità può addirittura apparire  indispensabile, magari liberata da inutili e pericolosi orpelli,  laddove non solo i ragazzi ma anche gli adulti non hanno più contezza del valore della parola perché ignorano la bellezza della lingua, da essi stessi massacrata e disseccata da una confortevole  pratica scolastica che ha eliminato ogni sforzo ed ogni esercizio teso ad arricchire il vocabolario e ad allenare la capacità di scandagliare con le parole i propri sentimenti e dare ordine alle proprie idee. 

L’intrattenimento becero ha fatto il resto mentre i nuovi strumenti digitali han finito per assolvere ad una funzione sostitutiva della lingua, dell’eloquio, del confronto. Simboli e faccette, immagini e avatar han sostituito le parole e addirittura quel minimo di ragionamento necessario a mettere in fila qualche frase e costruire un periodo atto ad esprimere un pensiero. Ovvio che in situazioni di stress, allorché  si evidenzia l’incapacità di capire, descrivere, raccontare, semplicemente esprimere una qualsiasi reazione, prevale l’istinto della violenza che poi è la legge della giungla in cui si afferma la prepotenza del più forte in quel momento. 

Insomma siamo al punto in cui è diventato più facile scagliare una pietra, usare un coltello, premere un grilletto, in una parola sopraffare colei che per un rifiuto, è diventata nemica da abbattere, uccidere. 

D’altronde è quel che succede ovunque nel mondo a livello collettivo. 

Il dialogo ed il confronto sono stati ovunque sostituiti dalle armi e dalle guerre. 

Morte e sopraffazione sono i binari che guidano i conflitti tra le nazioni. 

Morte e sopraffazione rappresentano anche le leggi che regolano i conflitti tra i ragazzi, ormai anch’essi, come quelle, privi della capacità di discutere ed accettare il punto di vista degli altri.

In un contesto del genere, insegnare il funzionamento del sesso e le regole dei sentimenti a scuola è come mettere una toppa su un vestito pieno di buchi il cui tessuto è talmente consunto e sfibrato che ad ogni passaggio di ago si rovina ulteriormente.

Essa non serve che a mettere in pace l’anima e la coscienza di quanti, governanti e potenti, da quarant’anni a questa parte non han fatto altro che picconare la cultura, scardinare la lingua, impoverire il linguaggio, disseccare il lessico e atrofizzare ogni capacità di scavo, comprensione e descrizione dei propri sentimenti e degli altrui al pari di quelli collettivi. Di quanti anche, genitori, intellettuali, classi dirigenti, istituzioni, han lasciato che tutto questo avvenisse senza colpo ferire, subendo e ritirandosi magari in uno splendido isolamento o peggio nella difesa del proprio cinico edonismo. Con la conseguenza che adesso si cerca la scorciatoia che ahimè non porterà al traguardo di formare nuove generazioni alla responsabilità fatta di capacità di comprendere, parlare, confrontarsi che certo potrà beneficiare di una maggiore e più sistematica conoscenza del sesso e dei sentimenti ma non potrà fare a meno di una lingua, un linguaggio, un lessico, una sintassi ed una grammatica tutta roba che si apprende giorno dopo giorno, anno dopo anno, sin dall’asilo e fino all’università e per sempre anche dopo l’università, praticando la cultura, imparando a scavare nella storia e nella geografia, nella letteratura, nelle scienze e nelle matematiche, arricchendo il proprio eloquio e la propria capacità di analisi e sintesi ed abituando la propria coscienza al dubbio ed al confronto, alla scoperta, al bello ed al fantastico, al razionale ed al pragmatico. 

Tornando a studiare, a leggere, ad allenare la mente e sviluppare  le proprie capacità di comprensione, confrontandosi e mettendo ordine alle proprie idee e facendo valere i propri punti di vista con le parole scritte e dette non con la violenza.

Si tratta di prendere atto che il vestito di questa società  è logoro e ormai non  rattoppabile e che pertanto va cambiato cercando nuovi tessuti e nuovi sarti che sappiano imbastire, mettere in prova, dare la giusta forma. Vale per i ragazzi, vale per gli adulti, vale per i popoli e le nazioni. L’alternativa in caso contrario è la guerra e la distruzione dell’umanità a livello globale e la violenza gratuita a livello individuale con il destino dei più deboli, ragazze e donne in questo caso, irrimediabilmente segnato.

Ad Assoro un paesino sui monti Erei nel cuore continentale della Sicilia, quella un tempo abitata dai Sicani, vi è una lunghissima scalinata che cuce la parte bassa e la parte alta del paese. Ci arrivai con un gruppo di camminatori siciliani percorrendo il Cammino di San Giacomo.

 Ci eravamo arrivati attraverso il vecchio tratturo che seguiva il tracciato della prima ferrovia a scartamento ridotto che ad inizio novecento provò a dare sollievo a quella gente che scendeva dal monte alla valle a scavare zolfo nei pozzi delle miniere. Su quella scalinata le ragazze ed  i ragazzi di Assoro vi avevano scritto i nomi delle donne vittime di violenza femminicida nella speranza che finisse una volta per tutte quell’elenco. Fu facile per noi notare che quella scalinata pietosa conteneva, ahimè, molti spazi ancora vuoti ed anche noi ci augurammo, salendo uno ad uno quei gradini, che essi potessero rimanere per sempre vuoti e magari abitati  da  poesie. Speranza che quotidianamente viene strozzata. 

E pure è quella la strada. 

“Chiare, fresche et dolci acque, / ove le belle membra / pose colei che sola a me par donna” scriveva Petrarca e Dante  aggiungeva “tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta / ch’ogni lingua devèn tremando muta / e li occhi non l’ardiscon di guardare”…

Di contro Anna Karenina travolta dall’ipocrisia di una società  maschilista in sfacelo poneva fine ai suoi giorni immolandosi in sacrificio magari nella speranza che la sua morte si tramutasse in seme fecondo per un’umanità nuova e capace di innocenza. 

Maria d’Avalos la mattina del 17 ottobre 1590 venne, dal canto suo,  trafitta dalla lama di colui che si proclamava suo sposo mentre con le forze residue difendeva il suo diritto all’amore senza infingimenti ed ipocrisie anche in questo caso subendo la violenza della morte quale prezzo della ribellione al prevaricante dominio di una società sacrilega quanto bigotta. 

Allora è tempo che non si aggiungano altri nomi alle scalinate che contengono gli interminabili elenchi dei femminicidi. 

È tempo che la società ritrovi l’innocenza ed è tempo che finalmente la cultura torni a vestire le coscienze dei ragazzi nella speranza che gli adulti la smettano di cercare inutili toppe e finalmente intraprendano la strada maestra restituendo senso e ruolo alla cultura magari provando a riscoprirla essi pure per esempio lasciando che scuola e università tornino a segnare in autonomia i propri percorsi, liberandole delle assurde ipoteche aziendaliste imposte da un potere economico deviato e lasciando che nuove generazioni crescano e informino di sé la società prossima ventura al riparo da ogni deriva di impoverimento linguistico e culturale. Perché,  parafrasando Orwell, se togliete ad un ragazzo la padronanza della lingua e della cultura che la esprime, gli avrete tolto ogni libertà, prima tra tutte quella di capirsi e di capire e conseguentemente comportarsi nel rispetto di sé e degli altri… Sarebbe un bel passo avanti per cambiare anche il destino della comunità in cui ragazzi e ragazze vivono e della società che la esprime e la contiene. E, perché no, dell’umanità tutta intera.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Referendum: salvare il dissenso dall’estinzione, di Antonio Corvino

 Andare a votare per ridare dignità  al  lavoro ed agli immigrati oltre che all’Italia intera?

Certo. Ma c’è un altro motivo addirittura più pregnante: restituire diritto di cittadinanza al confronto e salvare dall’estinzione il dissenso.

Allora il referendum dell’8/9 giugno 2025 è quel che ci vuole per rimettere in piedi un’Italia rovesciata, se mai i suoi cittadini usciranno dal letargo e ignoreranno gli inviti del governo, della maggioranza che lo sostiene e del Presidente del Senato, a  disertare le urne sventando e magari coprendo di ridicolo il tentativo di svuotare la dialettica democratica cancellando il dissenso, disinformando e limitando le possibilità oltre che la volontà  ad esprimerlo addirittura inibendo gli spazi in cui esso si può e si deve esprimere.

È la risposta necessaria per fermare il declino della nostra democrazia, incamminata a diventare  democratura.

Non è questione da poco. C’è un momento nella vita degli uomini e dei popoli in cui si impone il dovere morale, prima che civile, di negare e contraddire la volontà del potere pena il manifestarsi di una nemesi che potrebbe schiacciarli e condannarli alla assuefazione ad una vita da sudditi.

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Racconta Sofocle che Antigone diede sepoltura al fratello Polinice violando la legge di Creonte. La punizione fu tremenda e le conseguenze deflagranti. 

Antigone venne condannata a morte e murata viva in una tomba.

Il vecchio Tiresia mise però in guardia Creonte contro tanta violenza. 

Antigone aveva obbedito ad una legge morale che andava oltre la legge degli uomini e lo stesso decreto del re, avvertì. 

Lo stesso popolo tebano manifestò pietà e a gran voce chiese clemenza per l’infelice creatura. 

Creonte turbato tornò al fine sui suoi passi ordinando la liberazione di Antigone. 

Troppo tardi. 

La fanciulla si era tolta la vita, impiccandosi.  

Emone figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone non resse al dolore e  pose fine anch’egli ai suoi giorni suicidandosi a sua volta. 

Al re di Tebe non restò che maledirsi per la durezza del suo cuore e la sordità della sua mente che avrebbe attirato su di lui e sulla città la nemesi divina.

I greci escogitarono così l’ostracismo per preservare gli equilibri della Polis ponendola al riparo dalle possibili conseguenze dell’azione degli oppositori.

La tirannide, forma di governo monocratica che non ammetteva dissenso e rendeva il popolo schiavo, secondo la definizione di Erodoto, era sempre in agguato, anche se era al popolo che il tiranno faceva riferimento per avallare o consolidare il proprio potere.

Le polis si trovarono così ad affrontare la questione del cambiamento e  dell’impatto del dissenso rispetto all’azione del governo. 

La democrazia greca doveva fare i conti con un’oligarchia di origine aristocratica spesso rissosa che deteneva ricchezze e potere e decideva le sorti stesse della città ma anche con il popolo che talora si produceva in clamorose sommosse soprattutto quando l’eccessiva concentrazione delle ricchezze negli oligarchi lo estrometteva dalla loro distribuzione, per esempio nel caso di guerre vittoriose allorquando esso rivendicava per sé un’equa ripartizione del bottino. 

Gli imperatori romani risolsero la faccenda elargendo panem et circenses.

Platone nella Repubblica e Aristotele nella Politica intanto avevano definito i confini ed i caratteri del potere democratico e di quello monocratico. In essi la partecipazione dei cittadini rappresentava il discrimine.

Governo e dissenso si ponevano dunque come i poli della vita della polis.

Il potere monocratico prevalse anche a Roma allorquando la Repubblica venne sopraffatta dall’Impero. 

Bisognerà attendere il rinascimento perché  le antiche polis riemergessero nei liberi comuni che tuttavia evolsero anch’essi rapidamente in Signorie quando non confluirono nei recinti di re ed imperatori. 

E bisognerà attendere l’illuminismo, la rivoluzione francese e la guerra civile nordamericana per la definitiva consacrazione del potere del popolo che peraltro dovette sempre fare i conti con le derive monocratiche che intanto nei tempi moderni avrebbero assunto la forma conclamata delle dittature che si appellavano al popolo, salvo privare quest’ultimo di ogni diritto, compreso quello di dissentire. 

La Democrazia, quella nata dall’illuminismo, era l’unica ad aver assunto il dissenso come dato fisiologico del proprio essere,  affermarsi e progredire. 

Emblematica in questo senso l’affermazione della biografa di Voltaire ( Evelyn Beatrice Hall “Gli amici di Voltaire”) tesa a sintetizzare il suo pensiero “disapprovo quel che dite ma difenderò sino alla morte il vostro diritto di dirlo” … ma Voltaire aveva fiducia nella luce della ragione.

Ed arriviamo alla contemporaneità. Alle aberrazioni delle dittature e dei regimi totalitari che negarono il dissenso con ogni forma di violenza sino a quelle più estreme che, come per Antigone, contraddicevano anche la legge morale. 

Servirono guerre estreme anch’esse per venir fuori dalle dittature.

E  servirono sofferenze altrettanto inaudite e lunghe per la consunzione dei regimi totalitari, primo fra tutti quello sovietico che infine implose su sé stesso. 

Le democrazie si diedero delle costituzioni che le avrebbero dovute difendere da ogni recrudescenza violenta. 

Al centro di esse la volontà popolare che, sulla scorta del pensiero degli illuministi e dopo gli olocausti nazifascisti, si pensava fosse ormai per sempre vaccinata contro quelle derive. 

Vi erano parlamenti e governi, istituzioni e magistrature atte a definire e garantire i percorsi dei popoli. E leggi furono varate per regolarne il funzionamento. Tra queste anche le leggi sui referendum che stabilivano la diretta chiamata alle urne del popolo tutto intero e dei singoli cittadini per dirimere dilemmi ed affermare principi fondamentali per essi.

I  mutamenti delle competenze e attribuzioni del governo venivano sottoposti a procedure severe che contemplavano il pronunciamento popolare. I mutamenti epocali del sentire sociale, laico e religioso, vennero sanciti dai referendum e con essi l’allargamento degli spazi di civiltà e di liberazione del popolo.

L’espressione del voto era sale e lievito della democrazia. 

In Italia le percentuali del voto sono state storicamente tra le più alte in Occidente. 

Lo spavento del fascismo aveva fatto scuola.

Anche i referendum avevano un’aura di sacralità che si traduceva in una mobilitazione della gente e dei movimenti e partiti politici che su di essa basavano la propria legittimazione.

Poi il tempo e le incrostazioni della rappresentanza  popolare  cominciarono ad affievolire l’entusiasmo e a ridurre la partecipazione.

I miracoli economici e democratici rivelarono delle lacune da cui presero l’abbrivio derive niente affatto rassicuranti. 

******************************

L’economia prese il sopravvento sulla politica.

Le devianze iper capitalistiche imposero i loro interessi che tracimarono ovunque travolgendo le stesse istituzioni che per sé teorizzarono, al pari delle aziende multinazionali, efficienza di costi ed efficacia di risultati contro ogni idea, ritenuta inutilmente ed assurdamente utopistica, di benessere, felicità e partecipazione collettiva. 

Le privatizzazioni fecero il resto.  Ed anche le istanze democratiche subirono un deciso declino.    

E seguì anche la mutazione genetica dei lavoratori, divenuti “forza lavoro”, “merce” da offrire su un mercato sempre più inflazionato che la pagava sempre meno avendone negato ogni valore umano, culturale ed ogni contenuto di libertà. 

Così la società cominciò ad imbarbarirsi, a negare la cultura ed a deridere ogni espressione di crescita civile, sociale, individuale e collettiva. 

L’imperativo per il potere era perpetuarsi contro ogni dissenso esattamente come era stato sancito da Creonte. 

Per la gente, disillusa, prevalse la necessità di sopravvivere. 

La competizione non lasciava spazi al pensiero, alla solidarietà, alla stessa vita partecipata. 

Il lavoro finì di essere un percorso di affermazione individuale e di liberazione sociale  per assurgere al ruolo di rimedio necessario quanto estemporaneo per tirare avanti alla meno peggio e magari da barattare con qualche bonus.

Niente tutele, niente certezze, niente sicurezze. 

La mancanza di esse faceva il paio con la trasformazione stessa del lavoro in “prestazione d’opera” da offrire in mille modi e tutti precari, inclusa l’iscrizione al registro delle imprese o ad una agenzia di lavoro interinale,  in ossequio all’efficienza delle grandi e meno grandi imprese ed alla loro religione del contenimento dei costi, a prescindere da tutto, sicurezza inclusa.

Piuttosto che ripristinare il primato del lavoro la nuova italica repubblica, sempre più  irretita dai lacci della visione aziendalista e manageriale iniettata dal Club Bilderbeg, fece proprie le derive iper capitaliste. 

Gli ospedali divennero aziende. Anche le scuole divennero aziende e pure le università si adattarono a mettere in cima ai loro obiettivi la competizione che intanto veicolava nei gangli del potere, dal governo al parlamento, alle istituzioni, la cooptazione contrabbandata per meritocrazia, rinunciando al sapere ed alle competenze oltre che alla giustizia sociale e alla crescita civile. 

Le fabbriche erano ridotte a delle isole destinate a sopravvivere nelle attività residuali votate a distruggere l’ambiente circostante e la salute di chi vi abitava in attesa della definitiva consunzione. 

La ricchezza si concentrava senza rimedio, capitalizzando, con  l’innovazione tecnologica, anche le rendite liberate dall’impoverimento del lavoro.

La redistribuzione di essa veniva negata dai nuovi signori e padroni mentre la politica costruiva, in luogo dello Stato Sociale, lo Stato assistenziale che assegnava bonus in cambio di consenso. E mentre ragazzi e ragazze partivano a milioni dall’Italia e soprattutto dal Mezzogiorno con destinazione paesi europei e non, il potere di casa, divenuto schizofrenico, ignorava il fenomeno dello spopolamento e chiudeva verso i migranti che intanto percorrevano deserti e mari in cerca, a casa nostra,  di pace e di quel minimo per sopravvivere. 

La democrazia autoritaria avanzava verso la democratura coltivando il desiderio di trasformarsi, più in là, in dittatura conclamata, magari avallata da periodici successi elettorali costruiti su parole d’ordine e slogan vuoti quanto consunti e irrispettosi  per i propri stessi connazionali nel frattempo espatriati all’estero in massa. 

La difesa dei confini della “patria” contro  “invasori” inermi e disarmati oltre che stanchi ed affamati venne affermata addirittura in termini epici come se dal mare arrivasse un’armata pronta ad oscurare il sole e ad annientare la sopravvivenza stessa della nazione.

Quanti erano, finalmente, entrati furono posti in quarantena decennale per ottenere la residenza per sé ed i propri figli, nel luogo dove vivevano e lavoravano, essendo nel frattempo divenuti parte integrante, e benemerita, insufficiente ahimè, della società italiana in caduta libera quanto a crescita demografica e addirittura quanto a lavoratori, tutti in fuga, quelli italiani, verso l’estero, visto che qui i salari e stipendi crollavano senza posa.

Nel frattempo le elezioni non erano più così importanti. 

La gente prese a non recarsi più alle urne per eleggere rappresentanti che avevano sempre più le stigmate dei predestinati e cooptati. 

La coscienza civile e culturale, dapprima ignorata e poi distorta con somministrazioni di dosi massicce di vuoto edonismo e ignoranza gratuita, era stata ridotta anch’essa ad una dimensione di intorpidimento.

I referendum previsti dalla costituzione, al pari del lavoro, furono svuotati del loro senso e ridotti a superfetazioni istituzionali inutili e fastidiose. 

Di pari passo il dissenso era stato derubricato a rumore di fondo da cancellare per non disturbare i manovratori alla guida del paese. Non era più un diritto sacrosanto ma addirittura un reato dissentire, protestare. Leggi in tal senso venivano varate ed immaginate a spron battuto. 

Tornava di prepotenza  l’era di Antigone. Ancora una volta.

Ecco perché andare a votare assume oggi un valore etico e morale che riempie di contenuto esistenziale l’obiettivo referendario di ripristinare i diritti del lavoro cancellati e di riconoscere quelli ancora negati a quanti, immigrati e figli di immigrati, vivono e lavorano in questo paese.

Esprimersi sui cinque quesiti referendari del 8/9 giugno significa quindi riaffermare il valore costituzionale del lavoro contro la mercificazione di esso e affermare il primato dell’integrazione dei migranti che risponde allo stesso interesse nazionale in un paese in evidente declino demografico ed in affanno addirittura rispetto alle necessità dell’apparato economico-produttivo e alle esigenze del più ampio sistema sociale.

È tempo, dunque, di ribadire nelle urne il valore del lavoro per come esso è declinato dalla Costituzione e di esprimere la volontà inclusiva della nazione per quanti sono arrivati e si sono integrati in essa, secondo lo spirito della  stessa costituzione. 

Ed è anche tempo di fermare il disimpegno prodromo dell’indifferenza che spinge la democrazia verso la democratura che, ahimè, fa rima con dittatura.

Si tratta di  fermare, finché siamo in tempo, ancora una volta, la nemesi della storia… o quella divina se più vi piace.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
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