Se lo scienziato è un artista – sull’Arcibaldone di Edoardo Boncinelli

Ci sarebbe molto da dire sull’arte spesso banalizzata o maltrattata dell’aforismo. Un aforista, credo, è valido se dall’insieme dei suoi aforismi nasce un pensiero, sia pure contraddittorio o paradossale. È il caso di Oscar Wilde, o di Nietzsche, o di Karl Kraus, o di Elias Canetti, o dei nostri Ennio Flaiano e Gesualdo Bufalino, o ancora – e il lettore mi perdonerà l’accostamento ardito – di Edoardo Boncinelli, autore morto l’estate scorsa, i cui numerosi aforismi sono poco conosciuti ma esemplari nella loro dissacrante giustezza.  

Edoardo Boncinelli non era esattamente uno scrittore. Forse. Diciamo che Boncinelli era innanzitutto un genetista e un divulgatore scientifico, non un romanziere o un filosofo come i nomi fatti in precedenza; tuttavia niente impedisce a uno scienziato di essere anche uno scrittore – e non dei meno interessanti.

 

In una prefazione a Frankenstein di Mary Shelley, la scrittrice Chiara Valerio, romanziera che ha per l’appunto una formazione scientifica, osserva che a inizio Ottocento “le discipline scientifiche (e letterarie) non erano divise, venivano studiate, insegnate e spesso capite tutte insieme”, quindi mettere dei paletti fra la filosofia e la scienza e magari pure la letteratura e l’arte può essere non soltanto limitativo ma anche sbagliato. Nell’ultimo quarto di secolo sono tanti gli scienziati che si sono avvicinati alla letteratura e non pochi i romanzieri o i filosofi o i poeti che si sono interessanti attivamente di scienza. Molti grandi romanzi contemporanei trattano argomenti scientifici o fanno della scienza (e conseguentemente della realtà) narrazione e arte. Analogamente, molti saggi scientifici, compresi alcuni libri scritti da Edoardo Boncinelli, sono strutturati come se fossero dei romanzi – raccontano cioè una storia – o comunque pescano a piene mani nei campi dell’arte e della filosofia. Le discipline scientifiche e artistiche si nutrono di continuo vicendevolmente. 

Ma torniamo agli aforismi. Uno degli ultimi libri pubblicati da Boncinelli è una vasta raccolta di aforismi, Arcibaldone (Castelvecchi, 2025), e in esso si trovano tanto il genio arguto degli aforisti più conosciuti quanto, come scrivevo in precedenza, un pensiero originale e dunque un’intelligenza. Boncinelli non scrive aforismi per colpire i propri lettori, o almeno non soltanto per questo. Li scrive per avvicinarsi il più possibile a una certa versione della verità, anche adoperando il paradosso, giacché, come scriveva Ennio Flaiano, in Italia (nel mondo?) la linea più breve tra due punti è l’arabesco. 

L’Arcibaldone di Boncinelli, titolo che richiama lo Zibaldone di Leopardi ma anche il nome “Arcibaldo”, derivante dal nome germanico Erchanbald, che etimologicamente può essere riassunto nelle parole franco e forte, come a dire che i suoi aforismi vogliono essere franchi e diretti, questo Arcibaldone, dunque, è un libro ricco e variegato che presenta la bellezza di 2254 aforismi suddivisi in capitoli, o meglio in temi, con molti rimandi alla filosofia e ovviamente alla scienza. A inizio volume, negli aforismi dedicati proprio all’arte aforistica, Boncinelli avverte: “L’aforisma è un ingegnosissimo piede di porco per scassinare il mondo e lasciarlo esattamente come prima.” E ancora: “Scrivere aforismi è una maniera molto elegante di dichiarare che di più non si può fare.”

L’aforismo come atto di umiltà nei confronti del reale, quindi, però anche come gesto a un tempo artistico e intellettuale. Non è un caso che molti dei nostri pensatori più interessanti e stimolanti si siano rifugiati occasionalmente nell’arte aforistica, ossia nella frase o nel paragrafetto fulminante che riesca per così dire a fare le boccacce alla realtà e magari a gridare che il re è nudo e che un po’, certo, lo siamo pure noi. Quella dell’aforismo infatti è un’arte che bandisce i parrucconi e gli stolti pieni di boria. Non c’è grande aforista che non sappia essere anche autoironico, perché in fin dei conti ridiamo degli altri per sorridere – con tenerezza e goffaggine – di noi. 

Una valida raccolta di aforismi non si finisce mai di leggere. Così, sfogliando questo Arcibaldone, si va avanti e indietro fra le pagine e ci si diletta a trovare qua e là delle frasi prima passate inosservate. Qualche esempio: “Il brutto dei tentativi di ingannare il tempo è che quando ci riesci lo hai perduto”; oppure: “Il tempo mi consuma e io per ripicca lo spreco”; oppure: “Non è difficile ammazzare il tempo, il problema è farne sparire il cadavere”; oppure: “I filosofi dicono di cercare il senso delle cose. Sarà per questo che dicono tante cose prive di senso”; oppure: “La metafisica è per metà fisica e per tre quarti nebbia”; oppure: “La filosofia è come la Nike di Samotracia: ha le ali ma non ha le braccia”; oppure: “La scienza svela l’universo, la filosofia le fa il verso”; oppure: “Se hai un dubbio metafisico, Kant che ti passa”; oppure: “Massimo Recalcati mena Lacan per l’aia”; o ancora: “Molti intellettuali pensano di essere originali semplicemente prendendo alcune frasi che tutti usano e ribaltandole nel loro contrario. Questa non è originalità: è ribaltismo, nella doppia accezione di ribaltare e di imporsi alla ribalta”; oppure: “Il mio televisore è pieno di cuochi e chef”; oppure: “Quando leggo le notizie sui giornali sento la necessità del testo a fronte”; oppure: “Sui diversi social network si possono scorgere i segni del più sconfortante conformismo, spesso travestito da ribellismo velleitario”; oppure: “Tra qualche miliardo di anni il mondo si spegnerà come un teatrino di periferia.” 

Insomma, ne ho riportati a sufficienza, pur prendendoli un po’ a caso, non sempre fra i più significativi; invito il lettore a cercare l’Arcibaldone nelle librerie e a dilettarsi da sé. In esso c’è molto del Boncinelli scienziato professionista e filosofo dilettante, ma anche molto dei suoi malumori, dei suoi sdegni pur mai grandiloquenti o impacciati e delle sue canzonature sempre divertite e eleganti. 

Talvolta, credo, si scrivono aforismi per non scrivere delle opere compiute. Talaltra si scrivono delle opere dalle quali possono essere espunte una quantità considerevole di aforismi; penso ad esempio al teatro di Wilde o alla Recherche di Proust. Edoardo Boncinelli, che non era un drammaturgo né un romanziere, che forse potrebbe essere definito un filosofo e che di certo è stato un grande scienziato, si è dato alla difficile e sottile (difficile perché sottile) arte dell’aforisma per far capire che non poteva “fare di più”, come afferma lui stesso, o di meglio. Un aforisma ben riuscito difatti è un’attenuante nei confronti di una vita che ci annoia o ci spaventa. Ma non è così per ogni scrittura? Si scrive perché non sappiamo fare di meglio, è bene ricordarlo. O, per dirla ancora con Boncinelli, perché “niente ci appartiene fuorché il nostro vissuto”, e allora – dico io – tanto vale fare di questo vissuto un bon mot o un’opera. Boncinelli eccelleva nel bon mot.

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Per tornare a Paolo Maurensig

Alcuni autori ottengono un grande successo con il loro primo libro e poi vi vengono per così dire “incatenati” a vita. Li diamo per scontati, talora non li leggiamo nemmeno più con la dovuta attenzione, ricordando sempre il loro esordio e ignorando o sminuendo il resto, perché se il pubblico non li ha più seguiti deve esserci un motivo. I suddetti scrittori possono provarle tutte: cambiare, evolvere, scrivere libri migliori, ma di loro resterà soltanto quel primo ingombrante successo. I lettori alzano le spalle e dicono: “Il primo libro non era male, ma poi…” Da ultimo lo scrittore muore e gran parte dei suoi libri finiscono fuori catalogo o ripubblicati in sordina, per quei pochi lettori fortunati che hanno invece saputo leggerli e amarli. 

Uno scrittore di grande talento che è stato in parte dannato dal suo esordio è, secondo me, Paolo Maurensig. L’esordio lo conoscono in molti, La variante di Lüneburg, edito da Adelphi nel 1993, bel libro che può essere considerato una riscrittura di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig. D’altra parte, come dice Mario Fortunato in uno dei suoi libri più belli, Noi tre (Bompiani, 2016), forse scrivere “non è altro che imitare”, e imitare in fondo è “un esercizio di umiltà”, perché dopotutto “si imita solo ciò che si ama”. 

In effetti credo ci sia da diffidare più di coloro che si ritengono unici e “inimitabili” e magari nascondono i loro modelli che degli scrittori che invece non negano i debiti nei confronti dei loro maestri. In fin dei conti tutti noi – i migliori, i peggiori – siamo uomini sulle spalle di uomini che non sapevano di essere giganti, o perlomeno scrittori di grande o immenso talento. Niente nasce dal niente, nemmeno Proust, che deve le famose pagine della madeleine e della memoria involontaria al cinguettio di un tordo che incantò lo Chateaubriand delle Memorie d’oltretomba, come ha osservato recentemente Pierluigi Pellini nel suo Schedario francese (Mauvais Livres, 2026), anche se Pellini scrive che Proust “ammette” il debito e invece nel Tempo ritrovato egli si limita a rimarcare la bellezza di due brani di Chateaubriand. Non credo peraltro che Proust dovesse “ammettere” alcunché. 

Ma torniamo a Paolo Maurensig. A essere precisi non si può dire che egli sia stato del tutto “incatenato” al suo esordio, visto che il suo secondo romanzo, Canone inverso, pubblicato nel 1996 da Mondadori, ottenne un discreto successo. Ciononostante dopo di esso Maurensig è rimasto per molti lettori soltanto l’autore di La variante di Lüneburg e tutt’al più, appunto, di questo Canone inverso. I suoi libri successivi sono stati trascurati sia dal pubblico che – colpevolmente – dalla critica. Li conoscono in pochi e li leggono in pochissimi. Sembra che pian piano stiano scomparendo dalle librerie. 

Ciò non è giusto, perché Maurensig ha scritto – secondo me – le sue cose più belle in seguito, nel nuovo secolo, quando ormai aveva un pubblico più ridotto. L’uomo scarlattoIl guardiano dei sogniVukovladTeoria delle ombreIl diavolo nel cassettoIl gioco degli dèiPimpernel… Questi libri sono caratterizzati da un’eccellenza stilistica e narrativa che a tratti è anche estremamente intelligente e originale, per non parlare delle strutture romanzesche, perché Maurensig è un maestro del “racconto nel racconto”, con cornici narrative che si sovrappongono sottilmente alle voci dei narratori iniziali, come già accadeva ne La variante di Lüneburg e in Canone inverso. 

Dopo Mondadori, Einaudi ha dato alle stampe alcuni libri di Paolo Maurensig che il lettore di buon gusto non può non amare; penso in particolare a Pimpernel, meraviglioso omaggio a Henry James, o a Il diavolo nel cassetto, che consiglierei a qualunque aspirante scrittore perché fa capire che scrivere significa anche avere a che fare con le ombre e occasionalmente con il male; oppure penso al postumo Il quartetto Razumovsky, anch’esso indimenticabile, che conduce ancora a Canone inverso, perché in Maurensig “tout se tient”, e che ci ricorda che la musica, come la scrittura, non è estranea ai demoni… “La letteratura è la più grande delle arti, ma è anche un campo pericoloso” dice padre Cornelius in Il diavolo nel cassetto. Chiunque scriva seriamente non può che confermare. 

Paolo Maurensig è uno scrittore minore? Forse. Sono quasi certo che lui stesso sarebbe voluto essere definito così. La grandezza: ecco un’altra trappola in cui i lettori e i critici cadono sovente. In certi ambienti vengono considerati “grandi” alcuni autori che di fatto nelle opere non sempre si reggono in piedi e che talora sono perfino maldestri; tuttavia sono – o sono stati – molto abili nel tener su le loro pose “gradasse” (Busi) o “grandiloquenti” (Moresco) o “maledette” (Carmelo Bene), al punto da essere poco letti ma molto considerati dalla critica o dai lettori comuni o anche e soprattutto – e purtroppo – dai colleghi scrittori spesso troppo osannanti. Non che le loro opere non siano valide e talora, sì, forse “grandi”, se non altro nelle intenzioni, ma il bagliore delle loro pose può spesso esaltare e quindi traviare il giudizio di chi legge. Molte supposte grandezze sono in realtà un inganno. Bisogna tenere da conto Proust, o meglio il signor de Norpois, quando dice, nella Recherche: “Per qualche fuoco d’artificio lanciato con grazia da uno scrittore, subito si grida al capolavoro. I capolavori non sono così numerosi!” (da All’ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni). 

I capolavori non sono così numerosi, ma nemmeno gli scrittori di talento come Paolo Maurensig. A molti supposti e tracotanti “grandi scrittori” contemporanei io preferisco i minori come lui, coloro che si rifugiano nell’ombra e che magari non le sparano grosse nelle interviste ma che sanno che scrivere è anche, per riprendere le parole di Mario Fortunato, un esercizio di umiltà. “I grandi scrittori sono in continuo aumento” osservava anni fa Giuseppe Pontiggia, uno dei primi lettori di Maurensig. “Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Paolo Maurensig lo era, scrittore. Di questi tempi non è poco. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Le vite sprecate di Marco Lodoli – Leggendo “Solo un giorno” (Einaudi, 2026)

Sono anni che Marco Lodoli ha trovato la sua forma ideale, cioè il romanzo breve. Questo mese è uscito Solo un giorno, un romanzo o racconto di un’ottantina di pagine che secondo me è fra i suoi libri più riusciti. Racconta la storia di un giovane uomo, Scipione, e di quello che dovrebbe essere il giorno della sua laurea, a trent’anni. I genitori si sono indebitati con uno strozzino – il famigerato Zio Porco – per farlo studiare, ma la verità è che Scipione non ha dato nemmeno un esame. Ha studiato, sì, i suoi libri sono “sottolineati da cima a fondo” e i suoi quaderni pieni di appunti, però non ha mai sopportato il giudizio altrui e così ha preferito, dice, “non valere niente”, cioè non laurearsi. Solo che i suoi genitori non lo sanno. 

Qui il lettore affezionato di Lodoli ricorderà forse una comparsa di un altro suo romanzo, Il preside (Einaudi, 2020), nel quale un preside si barrica dentro la propria scuola armato di fucile. La comparsa è un “uomo orrendo” che dà un esame per diventare preside di una scuola ma che poi dice che non intende farsi giudicare “da quattro idioti” e perciò se ne va senza firmare né consegnare i fogli. Il protagonista del libro, il futuro preside in rivolta, prende quindi i fogli al posto suo e li consegna appuntandovi il proprio nome. Lo fa per caso, per gioco, forse per destino, sbadatamente, e così vivrà la propria esistenza, come molti malinconici personaggi di Lodoli che sembrano sempre un po’ fuori posto nella realtà che li circonda, in questo terzo millennio che fugge. 

Nel romanzo precedente a Solo un giorno e successivo a Il presideTanto poco (Einaudi, 2024), Lodoli raccontava dell’ossessione di una bidella per uno scrittore e insegnante che a tratti sembrava assomigliargli. La donna scrive: “Ogni due anni Matteo pubblicava un breve romanzo, storie evanescenti di gente scombinata che forse lo facevano sentire un po’ più libero, un dente fuori dall’ingranaggio. Ma ormai il suo momento d’oro era passato, c’erano altri scrittori, molto più giovani di lui, che sapevano raccontare le sciagure del presente nel modo che piaceva ai giornali, alle televisioni, ai giurati dei premi importanti.” 

Lo scrittore, Matteo, in qualche modo lo stesso Marco Lodoli, continua però a scrivere e a pubblicare, malgrado le recensioni “rare e pallide” ai suoi libri, scritte “per segnalare l’ennesimo velleitario tentativo di raggiungere ciò che non esiste, un viaggio in punta di piedi verso il nulla, angeli balordi, visioni sfocate e una poesia un po’ appiccicosa”, dice la bidella. 

Qui Lodoli scrive davvero di se stesso. E sì, la sua poesia è “un po’ appiccicosa” e forse ci piace proprio per questo, perché nei suoi romanzi ci sono delle metafore che non troviamo altrove e che possono appartenere soltanto ai suoi personaggi – questa, ad esempio, per tornare a Solo un giorno:  “Un dolce tepore mi invade il corpo, come se ogni fibra, dopo essere stata tesa come la corda che solleva il secchio dal fondo del pozzo, ora si rilassasse.” Nei libri di Lodoli ci sono molti come, perfino nella stessa frase, tuttavia la cosa non disturba affatto. Anche questo significa saper scrivere, saper raccontare. 

Scipione dunque non si è laureato e i suoi genitori non lo sanno. Vaga per la città di Roma insieme a Cecilia, d’un tratto diventata la sua ragazza, in un giorno che è anche una finestra aperta sul suo futuro e dunque il suo futuro stesso, una vita vissuta con il passo sciancato di quei fragili malinconici che non si rassegnano a odiare il mondo e chi lo abita, come tanti personaggi inquieti di Marco Lodoli – che scrive romanzi che ci consolano, che sono belli perché ci consolano. 

C’è un brano di Tanto poco che mi è rimasto impresso. Lo scrive la bidella innamorata dello scrittore, e riguarda Rimbaud. Eccolo: “Ricordo un verso, ogni tanto me lo ripeto in francese, alle medie ho studiato proprio questa lingua e la professoressa diceva che me la cavavo benino, ma temo che la mia pronuncia non sia perfetta: «Par délicatesse / j’ ai perdu ma vie». Che meraviglia perdere la propria vita per delicatezza, infinite volte meglio che salvarla con l’arroganza e la volgarità.”

Ebbene, neanche noi intendiamo salvare a tutti i costi le nostre vite, ci sembra molto meglio sprecarle e perderle per delicatezza, in questi tempi volgari in cui regnano dei gradassi che vogliono solo vincere e osannare se stessi. I romanzi di Marco Lodoli sono atti di resistenza umana; sono libri belli e originali che grondano di malinconia e amore. Leggiamoli e commuoviamoci. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

“A proposito di un libro che non è stato scritto”

Depressione” di Massimiliano Parente (La nave di Teseo)

Si parla sempre di libri appena usciti e invece oggi voglio parlare di un libro che a quanto pare non uscirà mai. Mi riferisco a un titolo che sarebbe dovuto uscire con La Nave di Teseo, Depressione. Avrebbe dovuto pubblicarlo Massimiliano Parente: il contratto era firmato, la copertina era pronta. Sarebbe dovuto uscire a inizio 2026 e invece non uscirà mai. Parente ha pubblicato i primi due capitoli online ma poi ha aggiunto che non lo porterà a termine. La cosa non gli interessa, dice. Ha già scritto ciò che doveva e non intende ripetersi. 

Massimiliano Parente è depresso, da anni: e lo dice pubblicamente. Chi lo legge o lo conosce sa che non esce mai di casa, che si imbottisce di psicofarmaci e che ha smesso di scrivere in modo serio. Ogni tanto chiama qualche amico al telefono, ma prima, sostiene, deve bere, ubriacarsi: non ne può più della vita. Ogni tanto riceve qualche visita, nella sua casa di Roma, e la sua stanza ha le sbarre alla finestra e sembra quasi una gabbia nella quale lui stesso abbia voluto rinchiudersi, il che fa pensare al protagonista de La macinatrice, Andrea, che va allo zoo “alla ricerca di un certo tipo di malinconia, non tanto la malinconia ispirata dagli animali in gabbia, quanto la malinconia degli umani condannati a restarne fuori”, lui che tanto ama le scimmie, oppure a un’altra frase dello stesso romanzo: “La libertà massima della libertà era essere liberi di farne a meno.” Ma uno scrittore può fare a meno di scrivere? 

Le opere di Massimiliano Parente possono essere insopportabili quanto e più del suo autore, che poi è pure il suo personaggio più riuscito. La sua è una visione del mondo e dell’uomo che non lascia scampo, terribile ma affascinante e che tuttavia si salva sempre – quasi sempre: non nell’ultimo volume della Trilogia dell’inumano – grazie a un certo modo di essere romantici e a un’irresistibile comicità. A ciò bisogna aggiungere che Parente si è spinto al limite estremo non soltanto delle sue opere – cioè della sua insopportabile visione del mondo – ma anche di se stesso. Forse per questo pensava di scrivere un libro intitolato Depressione.  

Il libro non esisterà: Parente non può e non vuole scriverlo. In un appunto compreso nel secondo Meridiano a lui dedicato, Claudio Magris afferma che si può capire un suicidio solo “fino al penultimo gradino”, cioè non appieno, non profondamente. Penso che valga lo stesso per le depressioni altrui, perché a una persona depressa non si sa mai cosa dire se non delle frasi stupide o di poco conto. Chi è depresso non filosofeggia; lo sguardo del malato è vuoto come la vita che è costretto a vivere. Nella persona depressa non c’è alcuna salvezza possibile né alcun istinto di ribellione. Il depresso anela al nulla, cioè alla morte. Il depresso tace. 

In una delle sue celebri Stanze Indro Montanelli scrisse che delle crisi depressive ci si può intendere solo fra sofferenti. Montanelli si riferiva a Vittorio Gassman, che come lui soffriva di depressione. Una canzone recente dedicata a questa stessa malattia, Svegliami, del rapper Danno, parla invece della difficoltà di “raggiungere” suo padre malato, di comunicare con lui. E il problema è proprio questo: come si può raggiungere nel male – e salvare dal male – chi si è spinto al punto estremo della depressione? Come si può salvare un amico o un parente da ciò che a stento riusciamo a capire? Sarebbe come parlare una lingua senza conoscerla; sarebbe come insegnare a nuotare restando fuori dall’acqua. 

Massimiliano Parente ha scritto i romanzi che voleva scrivere e non ne scriverà più: così dice. Bene. Male. Mi dispiace per un libro di cui restano una decina di pagine online e una bella copertina che non verrà stampata. Ma la letteratura va avanti, non bada ai mali che soffriamo e devasta e dimentica ogni cosa, compresi i nostri piccoli destini umani e i nostri tempi tristi o lieti, compresi i nostri malumori e le nostre gioie. Talvolta si salvano le opere. 

Edoardo Pisani

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.