“A proposito di un libro che non è stato scritto”

Depressione” di Massimiliano Parente (La nave di Teseo)

Si parla sempre di libri appena usciti e invece oggi voglio parlare di un libro che a quanto pare non uscirà mai. Mi riferisco a un titolo che sarebbe dovuto uscire con La Nave di Teseo, Depressione. Avrebbe dovuto pubblicarlo Massimiliano Parente: il contratto era firmato, la copertina era pronta. Sarebbe dovuto uscire a inizio 2026 e invece non uscirà mai. Parente ha pubblicato i primi due capitoli online ma poi ha aggiunto che non lo porterà a termine. La cosa non gli interessa, dice. Ha già scritto ciò che doveva e non intende ripetersi. 

Massimiliano Parente è depresso, da anni: e lo dice pubblicamente. Chi lo legge o lo conosce sa che non esce mai di casa, che si imbottisce di psicofarmaci e che ha smesso di scrivere in modo serio. Ogni tanto chiama qualche amico al telefono, ma prima, sostiene, deve bere, ubriacarsi: non ne può più della vita. Ogni tanto riceve qualche visita, nella sua casa di Roma, e la sua stanza ha le sbarre alla finestra e sembra quasi una gabbia nella quale lui stesso abbia voluto rinchiudersi, il che fa pensare al protagonista de La macinatrice, Andrea, che va allo zoo “alla ricerca di un certo tipo di malinconia, non tanto la malinconia ispirata dagli animali in gabbia, quanto la malinconia degli umani condannati a restarne fuori”, lui che tanto ama le scimmie, oppure a un’altra frase dello stesso romanzo: “La libertà massima della libertà era essere liberi di farne a meno.” Ma uno scrittore può fare a meno di scrivere? 

Le opere di Massimiliano Parente possono essere insopportabili quanto e più del suo autore, che poi è pure il suo personaggio più riuscito. La sua è una visione del mondo e dell’uomo che non lascia scampo, terribile ma affascinante e che tuttavia si salva sempre – quasi sempre: non nell’ultimo volume della Trilogia dell’inumano – grazie a un certo modo di essere romantici e a un’irresistibile comicità. A ciò bisogna aggiungere che Parente si è spinto al limite estremo non soltanto delle sue opere – cioè della sua insopportabile visione del mondo – ma anche di se stesso. Forse per questo pensava di scrivere un libro intitolato Depressione.  

Il libro non esisterà: Parente non può e non vuole scriverlo. In un appunto compreso nel secondo Meridiano a lui dedicato, Claudio Magris afferma che si può capire un suicidio solo “fino al penultimo gradino”, cioè non appieno, non profondamente. Penso che valga lo stesso per le depressioni altrui, perché a una persona depressa non si sa mai cosa dire se non delle frasi stupide o di poco conto. Chi è depresso non filosofeggia; lo sguardo del malato è vuoto come la vita che è costretto a vivere. Nella persona depressa non c’è alcuna salvezza possibile né alcun istinto di ribellione. Il depresso anela al nulla, cioè alla morte. Il depresso tace. 

In una delle sue celebri Stanze Indro Montanelli scrisse che delle crisi depressive ci si può intendere solo fra sofferenti. Montanelli si riferiva a Vittorio Gassman, che come lui soffriva di depressione. Una canzone recente dedicata a questa stessa malattia, Svegliami, del rapper Danno, parla invece della difficoltà di “raggiungere” suo padre malato, di comunicare con lui. E il problema è proprio questo: come si può raggiungere nel male – e salvare dal male – chi si è spinto al punto estremo della depressione? Come si può salvare un amico o un parente da ciò che a stento riusciamo a capire? Sarebbe come parlare una lingua senza conoscerla; sarebbe come insegnare a nuotare restando fuori dall’acqua. 

Massimiliano Parente ha scritto i romanzi che voleva scrivere e non ne scriverà più: così dice. Bene. Male. Mi dispiace per un libro di cui restano una decina di pagine online e una bella copertina che non verrà stampata. Ma la letteratura va avanti, non bada ai mali che soffriamo e devasta e dimentica ogni cosa, compresi i nostri piccoli destini umani e i nostri tempi tristi o lieti, compresi i nostri malumori e le nostre gioie. Talvolta si salvano le opere. 

Edoardo Pisani

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Pablo Echaurren: “Il mio Baruchello” (Mauvais livres, 2025), di Edoardo Pisani

Vita da Echaurren

La biografia di un artista può anche essere la storia dei suoi maestri. Infatti si diventa artisti pure per tentativi falliti, per errori, per imitazioni ostinate ma sempre attente e rispettose, per frequentazioni e per ammirazioni. La biografia di Pablo Echaurren, uno degli artisti italiani più originali e eclettici, di un eclettismo che sa anche essere rivoluzionario, è intitolata al suo primo maestro, Gianfranco Baruchello (Il mio Baruchello, Mauvais livres, 2025). 

Tuttavia il Baruchello di Echaurren non può appartenere a tutti. Lo dice lui stesso: “Il mio Baruchello non sarà mai il vostro Baruchello. Questa è una certezza, una ricchezza.” E poco dopo aggiunge: “Non mi sono mai messo a fare ‘il pittore’. Non ho elaborato uno stile immutabile, un codice di riconoscimento immediato, una cifra da ripetere e replicare, da registrare come marchio di fabbrica. Non ho mai voluto essere inscatolato o imbarattolato per finire sullo scaffale del super-mercato estrogenato.” Sono parole forti, in un mondo nel quale gli artisti sogliono inchiodarsi alle croci delle loro supposte cifre stilistiche per essere accettati da un mercato spesso sordo e cieco ma sempre imperante.

Pablo Echaurren non è mai sceso a patti con i mercanti. La sua arte fugge da un capo all’altro di quell’immensa tela che è il suo estro: è libera e viva e perciò indomabile e mutabile. Il suo stile è sempre stato in rivolta (perfino contro se stesso) e non si è mai lasciato etichettare – e dunque abbindolare – da chicchessia. L’arte di Pablo Echaurren non può essere racchiusa in un barattolo, davvero: non è un passatempo per nababbi bramosi di innocue stravaganze da esporre nei loro salotti come fedeli cani tenuti al guinzaglio. 

Pablo Echaurren è anche uno scrittore di talento. I suoi libri sono pieni di giochi di parole, di calembour, di pernacchie al potere costituito, di prese per i fondelli di un certo modo di fare arte fin troppo ingessato e innocuo. Ciononostante finora – fino a questo libro: Il mio Baruchello – non aveva mai raccontato di come è diventato l’artista che è. Per la prima volta quindi abbandona il tono guascone e scanzonato dei libri precedenti e fa un omaggio al suo maestro, Gianfranco Baruchello, scrivendo anche un sentito memoir sulla propria gioventù artistica. 

In Il mio Baruchello Echaurren ci racconta degli anni Settanta, dei suoi capelloni, di Duchamp, delle sue letture caotiche e appassionate, di un padre che non è mai stato tale, del suo padre sostitutivo (Baruchello), degli indiani metropolitani, dei tanti fumetti che ha disegnato (strepitosi!), in definitiva del suo essere un artista emarginato e inclassificabile in un mondo culturale che tenta invece di etichettare e classificare ogni cosa al fine di addomesticare – peggio: di corrompere – l’arte e gli artisti. Ecco, la sua arte non si addomestica né si disinnesca: quelle di Pablo Echaurren sono bombe punk che non possono fare a meno di esplodere in faccia all’osservatore. Forse per questo i critici non amano parlarne.

Gianfranco Baruchello aveva uno studio nel quartiere di Monte Sacro, a Roma, che è stato anche il quartiere di Ennio Flaiano, “padre” di quel marziano che atterra a Roma con grandi clamori ma viene poi ignorato o deriso da tutti. Echaurren scrive: “Per non essere scambiato con un pittore consacrato, tutto basco e tavolozza, per sentirmi un marziano flaianeo rispetto a quei colleghi sempre preoccupati di non apparire abbastanza ispirati, per uscire dal recinto e non cadere nella trappola dello stile e della ripetizione, a un certo punto mi sono dato all’illustrazione e al fumetto. Quasi fosse uno sfregio all’onorabilità della casta.” E a pensarci è sempre in questa guisa, fuori dagli schemi e dalle caste, fugando la vacuità della ripetizione e l’ampollosità di ogni riconoscenza “critica”, che Pablo Echaurren è stato e rimane ciò che è: un ribelle, un punk, talora un irregolare arrabbiato, comunque un vero artista non da catturare ma da salvaguardare. Lasciamolo libero, quindi, pur tenendocelo stretto. Nell’arte i veri ribelli sono rari. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Un ladro sotto il segno di Hugo Pratt – sull’ultima avventura di Lele Vianello, di Edoardo Pisani

Lele Vianello disegna e racconta dei ladri meravigliosi. Veneziano, classe 1951, grande fumettista e illustratore, inizialmente collaboratore di Hugo Pratt, da tempo ormai Vianello ha un’opera propria che merita di essere scoperta e ammirata. Gran parte dei suoi lavori sono pubblicati da Segni d’Autore, compreso il suo ultimo albo, Egizianaintrigo a Suez (2025), sceneggiato dall’esordiente Federico Semenzato.

Dicevo di ladri. I suoi fumetti che amo di più sono infatti Ladrimaschere e cose turche (Segni d’Autore, 2013) e Dick Turpin (Segni d’Autore, 2014), ed entrambi hanno per eroi dei ladri gentiluomini che di sicuro sarebbero piaciuti al suo amico e maestro Hugo Pratt. Tuttavia Vianello, pur essendo un fumettista orgogliosamente “prattiano”, non deve essere ridotto a un altro autore, sia pure un gigante quale il creatore di Corto Maltese, perché ha ormai un tratto e uno stile particolari e immediatamente riconoscibili. 

Egiziana è uno dei suoi fumetti migliori. Il merito, occorre dirlo, va anche allo sceneggiatore dell’albo, Federico Semenzato, qui al suo primo lavoro, che ci ha offerto una storia avventurosa eppure non ingarbugliata, semplicemente bella, lasciando spazio anche a quei silenzi che in fondo fanno la cifra stilistica e le atmosfere del segno di Vianello. 

Il protagonista dell’albo, Jean Dampier, altrimenti detto “Il gatto nero”, è un ladro gentiluomo, un personaggio complesso, con una dignità e un’integrità proprie, come è solito dei grandi avventurieri dei fumetti che più amiamo. In Egiziana c’è una contessa affascinante; ci sono delle lettere d’amore rubate; c’è la Storia, con il Canale di Suez ancora in costruzione; c’è un ricatto internazionale che il nostro eroe, giustiziere suo malgrado, dovrà dissipare; c’è insomma molta inventiva e di conseguenza molta avventura. La trama diletta e ammalia, e vi troviamo diversi personaggi o battute divertenti o memorabili, come quando Hassan, un complice del ladro Jean Dampier, uccide un uomo in casa propria e dice: “Amin! Fallo portare via! Mi sta sporcando il tappeto persiano di sangue!”, o come il personaggio Barkuk, un “dannato brigante” che è un chiaro omaggio al Rasputin di Hugo Pratt e che difatti ride nello stesso sguaiato modo: “Haw! Haw!” 

La bellezza dell’albo però risiede soprattutto nel suo protagonista, Jean Dampier, uno di quegli eroi complessi ma solidi, e poi, certamente, nel segno di Vianello, sempre a suo agio fra i personaggi e i paesaggi esotici, come già dimostrava in Sertao (Segni d’Autore, 2015) o nel dittico di Mongolia (2023, finora pubblicato solo in francese, da Mosquito). Si spera che il ladro Dumpier possa regalarci altre avventure. 

Negli ultimi anni gli appassionati di Hugo Pratt hanno avuto qualche bella sorpresa e alcune delusioni. Le sorprese, almeno per quanto mi riguarda, sono i nuovi albi di Corto Maltese portati in libreria da Rizzoli Lizard, con la firma di Juan Díaz Canales e Rubén Pellejero, sempre ben scritti e ben disegnati e talora perfino esaltanti. Quanto alle delusioni, mi duole scriverlo, sono le storie di Martin Quenehen e Bastien Vives edite con gran clamore da Cong, che mostrano un Corto Maltese nel mondo contemporaneo e che mi paiono davvero non indimenticabili, per non dire malriuscite, specie in materia di scrittura. Chi voglia consolarsi dalle delusioni o magari rinnovare le sorprese e la meraviglia può dunque scoprire il magnifico segno di Lele Vianello, quei suoi eroi talmente romantici e profondi che ci riportano a Hugo Pratt pur non pasticciandone le opere né banalizzandone il pensiero o lo stile. Dei ladri gentiluomini. Degli eroi complessi, veri. Quindi manna per gli appassionati. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.