Sui thriller di Claudia Piñeiro

Nel 2005 Claudia Piñeiro pubblicava un romanzo memorabile, Tua, libro che sovvertiva con intelligenza e genio le regole del genere noir. Si trattava della storia di Inés, moglie di Ernesto, che scopriva di essere tradita dal marito e che poi assisteva a un omicidio commesso proprio da lui, ma si trattava anche della storia della loro figlia, Lali, rimasta incinta a sedici anni. Era il racconto di un assassinio e di un aborto mancato. Quasi vent’anni dopo, nel 2022, Piñeiro ha dato alle stampe il seguito, Il tempo delle mosche, con Inés che è uscita dal carcere (spoiler, come suol dirsi) e ha aperto una ditta di disinfettazione domestica e investigazioni private.

Il tempo delle mosche è un grande romanzo, molto diverso da Tua e probabilmente migliore, più ricco. È un libro – qui passerò alla prima persona – che mi ha fatto piangere, cosa rarissima per un “noir”, posto che le catalogazioni valgano per la narrativa di Piñeiro.

Nei romanzi di Claudia Piñeiro le trame sono importanti, come è naturale per un’autrice di “thriller”, ma non quanto le sue strutture narrative. Se in Tua si procedeva alternando i capitoli della figlia incinta a quelli allucinati e incalzanti di Inés che vuole vendicarsi, in Il tempo delle mosche i punti di vista si moltiplicano, da Inés alla sua ex compagna di carcere Monca alla figlia di Inés e alla misteriosa e terribile Bonar, fino a un coro di voci che si rifà alla Medea di Euripide e che spazia fra il saggio e il pamphlet e – appunto – a un coro che è quasi teatrale. Tuttavia ciò che più mi ha colpito in questo romanzo, oltre alla bellezza e al pathos di una storia che è anche commovente, è la capacità a un tempo artistica e politica di Piñeiro di affrontare i grandi temi culturali e sociologici dei nostri tempi, ossia, principalmente, le battaglie femministe che si sono imposte in occidente negli ultimi decenni.

Ho sempre creduto, con la ferma convinzione dei testardi, che ciò non potesse essere fatto, almeno non ancora, che un romanzo che si spinge addirittura ad affrontare il tema dello schwa non potesse che essere un fallimento, perché la letteratura ha spesso bisogno del “senno del poi” per raccontare efficacemente il proprio tempo. Invece Inés Pereira – divenuta ormai Inés Experey, essendosi rivoltata al proprio cognome di moglie – mi ha commosso, lo ripeto.

Inés è una donna che ha sbagliato ma che ha mantenuto intatta la propria dignità, o che ha saputa ricostruirsela. È una ex galeotta, e, come pensa a un certo punto Guillermina, la sua giovane nipote (nella traduzione di Michela Finassi Parolo; tutti i libri di Piñeiro sono pubblicati in Italia da Feltrinelli), “se dopo avere scontato la pena non hanno diritto a una nuova vita, il sistema carcerario è una bufala, perché la pena sarebbe per sempre”. Chi ha sbagliato e pagato per i propri errori sa quanto possono valere queste parole.

Scrivere può essere anche un atto politico; Il tempo delle mosche insegna anche questo. Chi, come me, è talora refrattario ad ammetterlo sarà lieto di ricredersi con un romanzo che è innanzitutto una grande avventura narrativa e – sì – poetica. Il titolo nasce da una frase di Marguerite Duras e da un’altra di Augusto Monterroso, oltre che, come spiega Inés nel finale, dal fatto che per le mosche il tempo passi più lentamente che per noi. Duras diceva che “la morte di una mosca è la morte”, ma Inés Experey ribatte che non dovremmo ucciderle né guardarle morire, le mosche. Probabilmente ha ragione. I grandi romanzi sono quasi sempre storie di pietà e perciò hanno molto da insegnarci. Forse persino commuoversi può essere un atto politico; di certo può esserlo leggere, come (talvolta) lo è scrivere.

Edoardo Pisani*

 

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Samhain. Il fuoco dei druidi e la notte dell’Altromondo, di Irene Finco (Libreria di Anya)

Sulla collina di Tlachtga, i druidi si radunavano alla vigilia di Samhain per offrire sacrifici agli dèi e celebrare il rito del fuoco. Tutti i focolari d’Irlanda dovevano essere spenti: soltanto da quella fiamma avrebbero potuto essere riaccesi.

È la cerimonia descritta dallo storico Geoffrey Keating nella sua storia d’Irlanda, scritta nel Seicento. Tlachtga, oggi conosciuta come Hill of Ward, nella contea di Meath, appare nel suo racconto al centro di un territorio immerso nell’oscurità. Il raduno dei druidi lega la collina a Samhain, uno dei grandi passaggi del calendario gaelico, celebrato all’ingresso di novembre.

Molti secoli dopo l’epoca precristiana, Keating tramanda una cerimonia della quale non possiamo ricostruire con certezza lo svolgimento. Rimane la forza di un’immagine in cui un’intera comunità attende la stessa fiamma prima di ritrovare la luce.

Anche il nome della collina custodisce una leggenda. Tlachtga sarebbe stata una druidessa, figlia del potente Mog Ruith. Insieme al padre avrebbe viaggiato per apprendere le arti magiche da Simon Mago, il personaggio biblico che il racconto irlandese trasforma nel loro maestro. La vicenda è tramandata nei Dindshenchas, raccolte di storie sui luoghi d’Irlanda elaborate in diverse forme fra l’XI e il XIII secolo.

I tre costruiscono la Roth Rámach, una ruota capace di trasportarli nell’aria e dotata di poteri distruttivi: secondo la leggenda, chi la guardava rimaneva accecato e chi la toccava moriva.

Durante il viaggio, i tre figli di Simon Mago violentano Tlachtga, che rimane incinta. Tornata in Irlanda, la druidessa muore dando alla luce tre bambini sulla collina che prenderà il suo nome. Il monumento viene così associato alla sua sepoltura e a una festa celebrata in suo onore. Il luogo custodisce la memoria della donna, della sua conoscenza magica e della violenza subita.

Nel paesaggio della leggenda rimangono le tracce di una lunga frequentazione umana. Gli scavi archeologici hanno restituito ossa animali, carbone e segni di grandi fuochi. Questi ritrovamenti non consentono di confermare il rito narrato da Keating: la collina conserva una storia che conosciamo soltanto in parte.

Il legame fra luoghi e presenze soprannaturali attraversa le narrazioni di Samhain. Un tumulo può rivelare l’ingresso di un síd, una dimora degli esseri dell’Altromondo, e aprirsi al passaggio degli uomini.

L’Altromondo irlandese non coincide semplicemente con il regno dei morti. È una realtà soprannaturale vicina a quella umana, nella quale il tempo e le stagioni possono seguire un corso diverso. L’espressione oggi familiare del «velo fra i mondi che si assottiglia» rende questa vicinanza. Nei racconti essa prende la forma concreta di dimore che si aprono e presenze che diventano visibili.

Una delle narrazioni più inquietanti è l’Avventura di Nera, racconto medievale ambientato alla corte di re Ailill e della regina Medb, a Cruachan. Durante il banchetto di Samhain, il re promette una ricompensa a chi avrà il coraggio di uscire nella notte e legare un ramoscello al piede di un impiccato.

Nera accetta la sfida. Raggiunto il patibolo, tenta di fissare il ramoscello, ma il cadavere prende la parola e gli spiega come riuscirci. Gli chiede poi di essere trasportato fino a una casa per bere. Nera asseconda la richiesta e infine riporta il morto al suo posto.

Tornando verso la corte, vede la fortezza in fiamme e incontra una schiera di esseri soprannaturali, che segue dentro un síd. Qui una donna gli rivela che la distruzione alla quale ha assistito è una visione di ciò che accadrà al Samhain successivo, se nessuno interverrà. Nera torna quindi ad avvertire Ailill e Medb, portando frutti estivi come prova del viaggio compiuto durante l’inverno. Alla corte, intanto, il banchetto non è ancora terminato.

Il racconto rende incerti persino il tempo dell’esperienza e quello dell’attesa. Per incontrare il soprannaturale è bastato uscire dalla sala: la strada conduce ancora al patibolo e alle case vicine, ma può diventare anche il percorso verso un mondo del quale gli uomini ignorano le leggi.

Chi legge fantasy riconoscerà le dimore sotterranee, i passaggi nascosti, gli esseri fatati affascinanti e minacciosi, il tempo che trascorre diversamente da quello umano. Dalla tradizione scozzese provengono anche i nomi Seelie e Unseelie, ripresi dalla narrativa contemporanea per le sue corti fae. Seelie richiama la buona sorte e la benedizione; Unseelie il loro contrario. Le denominazioni distinguono esseri più favorevoli agli uomini da presenze ostili, senza garantire che i primi siano innocui.

Le tradizioni irlandesi e scozzesi hanno caratteristiche proprie. Il fantasy le accosta e le rielabora, organizzando spesso in regni e gerarchie ciò che il folklore lascia più incerto. Dietro quelle costruzioni letterarie sopravvive il rischio dell’incontro con esseri che non condividono le regole umane.

Anche la ricorrenza ha attraversato trasformazioni e sovrapposizioni. La storia di Halloween intreccia tradizioni gaeliche, usanze popolari e celebrazioni cristiane. Non possiamo seguirla come se un’unica cerimonia fosse rimasta identica dall’antichità a oggi.

Nell’Ottocento gli emigranti irlandesi e scozzesi portarono negli Stati Uniti le proprie consuetudini. Anche le lanterne cambiarono aspetto: le zucche americane, più facili da lavorare delle rape, finirono per diventare il simbolo della festa. Nei decenni successivi Halloween assunse progressivamente, attraverso ulteriori adattamenti, la veste commerciale oggi diffusa anche fuori dagli Stati Uniti.

Una tradizione cambia insieme alle persone che la celebrano. La banalizzazione comincia quando la sua dimensione commerciale occupa tutto lo spazio, lasciando nell’ombra i racconti e i significati che l’hanno attraversata.

Su questo concordo con il giornalista Donald Clarke, che sull’Irish Times ha criticato il modo in cui gli Stati Uniti hanno assorbito la festa irlandese, trasformandola in un’impresa commerciale per poi rivenderla agli stessi irlandesi.

La tradizione attraversa l’oceano e ritorna sotto forma di costumi confezionati, dal cowboy al personaggio di un film horror, decorazioni e «trick or treat». Nel suo allestimento commerciale, il confine incerto fra il mondo umano e l’Altromondo diventa una scenografia da acquistare e riporre dopo la festa.

Si può amare Halloween, divertirsi con i suoi eccessi e voler conoscere ciò che rimane dietro la vetrina di un negozio. A me interessano ancora il fuoco di Tlachtga, la druidessa della leggenda e le colline dell’Altromondo.

Le ragnatele sintetiche si rimettono in una scatola. Quelle storie continuano a inquietare anche quando ottobre è finito.

Irene Finco (Libreria di Anya)*

Fonti principali:

– Anthony Murphy, Tlachtga: mythology and archaeology of Ireland’s most important Samhain fire festival site, Mythical Ireland, 2025.

– Neil Jackman, articoli sugli scavi di Tlachtga, TheJournal.ie, 2014.

– From Ancient Samhain to Modern Halloween, Ireland’s Folklore and Traditions, 2018.

– Donald Clarke, Halloween is American?, The Irish Times, 2024.

*Irene Finco: Laureata in Lettere moderne a Ca’ Foscari, curo Libreria di Anya (@anya_books_), un progetto dedicato alla lettura e alla critica letteraria, con particolare interesse per il gotico, il fantastico e il perturbante.

La salute della critica letteraria

La salute della critica letteraria è ottima. Non di rado sui social network capita di imbattersi nei post di giovani critici che ringraziano pubblicamente il tale editore per aver spedito loro un libro. Il post è spesso corredato di cuoricini palpitanti ed è in tutto e per tutto simile a una pubblicità, come se il volume ricevuto in dono non possa non piacere: d’altronde ricevere un regalo e dar mostra di non apprezzarlo è da maleducati. Segue, a qualche giorno o settimana di distanza, un articolo su qualche rivista letteraria (o un altro post sui social network) in cui il suddetto libro è debitamente incensato.

La salute della critica letteraria è ottima e per ogni stroncatore morto nascerà un book-influencer osannante. Riceviamo libri gratuitamente e li pubblicizziamo online: cosa c’è di male? Se poi il tale libro lo leggono in pochi, o nessuno, e se ciò che diciamo sul tale autore è scontato o ridondante, non importa: ciò che conta davvero è non mettere in pericolo il traballante sistema editoriale. Già i libri vendono male: ci manca solo che i critici rompano le scatole con le loro rimostranze!

La salute della critica letteraria è ottima e chi osa scrivere male di un libro che vende o di un autore à la page va emarginato. D’altra parte, e purtroppo, chi stronca spesso non sa farlo, o meglio stronca per mettere se stesso in vetrina e quindi dà l’impressione di essere un re nudo che dileggia le vesti invisibili di un altro re nudo per essere alla ribalta. Forse un critico letterario dovrebbe scomparire, cioè non firmare i propri articoli, tuttavia, in questo caso, se l’anonimo recensore scrivesse male di un libro che non ha amato, sarebbe tacciato, oltre che di essere invidioso, di viltà.

In ogni caso la salute della critica letteraria (e conseguentemente della
letteratura italiana) è ottima e chiunque abbia qualcosa da obiettare al riguardo la pagherà cara. Ma qualcuno resiste. Ogni tanto spunta fuori una piccola lettura attenta e cólta in un mare di articoli superficiali che muoiono “in odore di pubblicità”, per usare un’espressione* di Ennio Flaiano. Non stroncature per promuoversi sui social network, non lodi esagerate per ingraziarsi autori o editori, bensì vere e appassionate letture critiche che passano perlopiù inosservate. Confidiamo che prima o poi scompariranno del tutto.

Edoardo Pisani*

  • “Mai epoca fu come questa tanto favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità.”
    Ennio Flaiano.
  • L’immagine è tratta da un’opera di Pablo Echaurren dal titolo “Dammi retta” (2012, acrilico su tela)

 

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Erode nel regno del male – su “Erode amore”, di Valerio Ragazzini

“Quando si accorgono di quante delusioni porta loro l’amore, si buttano anima e corpo nell’odio.”

La frase è fulminante, e la pensa Nicola di Damasco a proposito di chi congiura contro il Re dei Giudei ormai prossimo alla morte, Erode il Grande, di cui è il consigliere. Ogni cosa intorno al Re è odio e attesa di una morte che però non è la fine del male, dello spavento in cui ormai rovina il mondo. Il vecchio Erode ha visioni, sente voci, tenta il suicidio, sa di essere spacciato. La gente che gli sta accanto assiste famelica al maestoso crollo del male che ha rappresentato. E tuttavia la fine del male, laddove il male regna, nei meandri non solo delle nostre paure ma anche dei nostri cuori, non porta né salvezza né giustizia ma soltanto altro male. Non c’è redenzione né compassione negli ultimi giorni di vita di Erode.  

Eppure Erode Amore, il primo romanzo di Valerio Ragazzini, pubblicato l’anno scorso dall’editore Tracce e Ombre, non è specificatamente un libro sul male; non indulge cioè negli stilemi della rappresentazione di un male truculento per colpire o épater il lettore con delle tinte forti ma in fondo innocue e fasulle. No, Erode Amore è un libro sul potere e sul rimorso e la fragilità di chi ha dovuto detenerlo con la violenza. È quindi un romanzo a tratti filosofico e certo storico, che rappresenta al meglio la Giudea di Erode e le congiure che precedettero la sua morte; un antenato di questo libro – in uno specchio convesso – potrebbe essere Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar. 

Il Re è un uomo solo, lo è sempre stato. Ha fatto il vuoto intorno a sé, arrivando a uccidere anche chi avrebbe dovuto amare. Parla ormai la lingua dei morti, come pensa Uri, il suo servo, colui che “deve accompagnarlo per questo lungo trascinarsi verso la morte”, tra follie e spaventi, perché pur nella solitudine la mente del Re e i luoghi in cui giace sono infestati di fantasmi. L’Erode di Valerio Ragazzini è un Re Lear che non sa abdicare alla propria ferocia. Anche quando è in punto di morte fa uccidere il figlio, Antipatro, reo di aver congiurato contro di lui. 

“Morirai comunque, Erode” lo avverte lo spettro di Mariamne, la moglie che pure ha mandato a morte. “Sta a te scegliere se uscire o no dalla grotta in cui ti nascondi da più di trent’anni.” La grotta è il male, ma anche il potere. È il male come unica forma di potere possibile, che non può dunque sopravvivere a se stesso. 

Il Re della Giudea morirà. Tutto è già scritto e in qualche modo già compiuto, come nelle tragedie greche. La scrittura di Ragazzini è stilisticamente impeccabile e, vale la pena ripeterlo, non indulge mai nell’orrore per impressionare chi legge. Il male di Erode è malinconico; la morte del potere è malinconica oltre che spaventosa. È la fine non solo di un uomo ma anche di un regno e quindi del mondo che ha rappresentato, fra vermi e ratti e galere della mente. Tutto volge alla derelizione. Il Re sta impazzendo e pertanto morirà. Sceglierà di morire, roso dal suo male. 

C’è un libriccino di Anatole France amato e tradotto da Leonardo Sciascia che racconta dell’ormai anziano Ponzio Pilato, Il procuratore della Giudea (Sellerio, 1980); anche il Pilato di Anatole France si interroga su se stesso e sulla propria fine, solo che lui non ricorda di aver fatto crocifiggere Gesù il Nazareno, cioè il male che ha compiuto, e pensa invece che passerà alla storia per altro. Lucio Elio Lamia gli dice: “Che ci importa di quello che gli uomini penseranno di noi? Non abbiamo altri giudici e testimoni che noi stessi.” Ma Ponzio Pilato continua a tormentarsi. 

Anche l’Erode di Erode amore si tormenta, tuttavia lui sa che nel suo caso non c’è alcun riscatto né alcuna pietà possibili; non li merita, non li avrà. “Un conto è quando ti condanna il popolo, un conto è quando ti condanna Dio. Ma il peggio è venire condannati da se stessi” dice Nicola di Damasco, guardando il sovrano. Uri, il servo, sentendo queste parole vorrebbe urlare: “Ma cosa hai fatto tu, cosa hai fatto per evitare al tuo Re un simile sfacelo?” Invece tace. 

Tutto è silenzio intorno al Re tranne le voci che lo terrorizzano e lo riconducono al male che ha fatto nel corso della sua esistenza, voci che sono a un tempo follia e verità e che in effetti più che portarlo alla morte lo strappano a una vita demoniaca. In questo senso – come evidenzia il finale, un incubo che procura quel frisson di emozione mista a spavento che soltanto la vera letteratura sa procurare – Erode amore è innanzitutto una storia di fantasmi. Di come si convive con essi. Di come alla fine a causa dei fantasmi si può morire. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Il virus prima del virus – su Necropolis, di Giordano Tedoldi

Necropolis comincia come un libro di visite ai morti e di monologhi. Il Maresciallo Yarden, l’eroe, deve scegliere il luogo della sua sepoltura fra la Necropoli Est e la Necropoli Ovest, ovvero fra due maniere distinte e quasi opposte di considerare non soltanto la morte ma anche la vita che l’ha preceduta. Nel suo viaggio fra le necropoli lo accompagnano l’androide Pierre, il negromante Max e soprattutto il giovane Rama, suo nipote. Nel corso del romanzo faranno diversi incontri e qualcuno morirà. 

Quando si scrive di un libro che si è amato e che conoscono in pochi si è spesso portati, per renderlo più accessibile al lettore di passaggio, ad avvicinarlo a un altro libro più conosciuto, magari un classico: è un trucco che anche la buona critica talvolta si concede. Peccato che nel caso di Necropolis, il terzo romanzo di Giordano Tedoldi, pubblicato un po’ in sordina dall’editore Chiarelettere nel 2019, ciò sia molto difficile, perché ci si muove in un universo narrativo in cui nessun altro autore si è mai avventurato. 

Potremmo dire che Necropolis è un romanzo filosofico, ma la definizione sarebbe fuorviante. Potremmo dire che è un romanzo di fantascienza, ma anche in questo caso sarebbe limitativo. Potremmo perfino spingerci a scrivere che è un romanzo profetico, o comunque, per usare un termine meno grandiloquente, “anticipatorio”, visto che tratta pure di un virus, la “cosiddetta influenza spaziale”, come spiega un dottore nel diciassettesimo capitolo, aggiungendo che la Necropoli Ovest ha voluto imporre alla Necropoli Est la produzione di un vaccino – e pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo, come sappiamo, il mondo intero è stato funestato dalla tragedia del Covid. Da allora sembra essere passato molto tempo. 

A un certo punto Yarden dice: “C’è un uomo sulla Terra, che conosco da molti anni, e al quale sono sottomesso, che ora mi dà ordini per salvare il suo aleatorio mondo da un’epidemia bizzarra e aberrante, che ristagna nei cessi di questa Necropoli, un virus alieno che ha trovato casa nei nostri umani scarti e, in uno stadio successivo, nelle nostre vie respiratorie.” Eppure anche la definizione di romanzo anticipatorio mi sembra sbagliata o in ogni caso non soddisfacente: vorrei saper dire di più, e meglio. 

Non riesco a scrivere come vorrei di Necropolis, che per me è uno dei pochi libri anche tecnicamente impeccabili della letteratura italiana contemporanea, perché Tedoldi lo scrive in terza persona, con un distacco sia stilistico che emotivo, e tuttavia nei dialoghi – che spesso, ripeto, divengono dei monologhi – riesce a essere non soltanto poetico fino all’incanto ma anche turbante e illuminante. Necropolis è un’opera di distruzione e di ricreazione, di rinnovamento. Ci sono alcuni libri sui quali vorremmo essere giudicati in quanto lettori e per me Necropolis è uno di essi. 

Il romanzo tratta diversi temi: ovviamente la morte, poi la poesia, l’arte, l’amore, il sesso, la diversità, la scienza, la tecnologia, il suicidio, la sconfitta, la bellezza, la possibilità di scegliere. Ci sono molti personaggi indimenticabili:innanzitutto il Maresciallo Yarden e suo nipote Rama, un ragazzino che in un’ode finale eseguirà uno scavalcamento del tempo e delle età molto commovente, ma anche delle comparse minori come il poeta Konrad Jung, uccisosi a trentadue anni, sepolto nella Necropoli Ovest, al quale Yarden chiede se il mondo abbia ancora delle bellezza da offrire – e il poeta risponde: “Il mondo ha l’amore e la fedeltà, che non si possono disgiungere. Ma bisogna riportarli al primitivo grado di spavento.” 

E poco dopo il poeta aggiunge: “Tutto l’organismo che, oggi, porta su di sé l’amore, va distrutto. Gli amanti di oggi andrebbero tutti arsi vivi. Per me, all’amore, è accaduta la stessa cosa che è accaduta ai libri. È una questione di contesto, se vuoi. Un certo libro sepolto in una ricca biblioteca non ha lo stesso valore e significato, per un lettore accanito, che avrebbe se fosse l’unico libro disponibile in un’isola deserta. E non solo perché nella libreria rischia di non essere mai visto, sepolto tra centinaia di migliaia, mentre il lettore girando l’isola lo scoprirebbe, ma anche per questo. Dov’è oggi l’isola? Così la mia ultima e definitiva presa di posizione politica puoi averla intuita: ripercorrere da cima a fondo tutta la storia degli uomini amando una donna, solo lei, con un’aderenza assoluta, incondizionata e una fedeltà eterna perché appartenente a tutto il passato e tutto il futuro. In una donna ci sono anche tutti i popoli, di ogni luogo e tempo.”

Sono parole postume, cioè dette dopo la morte ai visitatori della Necropoli, i nostri eroi. Il poeta Konrad Jung amava Maddalena, che è stata assassinata dal fratello. Forse l’amore può essere più grande della morte, ho pensato ricopiando il brano, anche se non so se il poeta Konrad Jung e il Maresciallo Yarden sarebbero d’accordo. A ogni modo è così che concludo questo mio imperfetto articolo su Necropolis, con l’amore e con la morte, per invitare alla lettura di un romanzo che amo molto. Cercate di recuperarlo.

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.