Antonio Tommasi: Terre feconde (Les Flaneurs Edizioni, 2026), di Antonio Corvino

C’è stato un tempo in cui le genti si muovevano nel Mediterraneo.

Da Oriente verso Occidente.

Dall’Egeo verso il mare grande come Oceano che circondava terre, isole, penisole; mostrava approdi accoglienti ed alte falesie, spiagge e fiumi che su quelle sfociavano e grandi montagne che si innalzavano al cielo superbe come l’Olimpo e belle come il Parnaso. E promontori accoglienti popolati da gente che arava la terra e a sua volta addomesticava il mare per ammansire la vita, questa volta, non per gloria o fuga o ostracismo…

I Fenici arrivavano dappertutto, disseminavano civiltà, raccontavano il mondo dall’altra parte del mare e poi se ne andavano e c’erano i Greci che cercavano nuove patrie, nuove terre.

La civiltà incede attraverso terreni accidentati e percorsi pieni di insidie.

Vi erano guerre e lotte intestine dentro le “Polis” ed esse producevano migranti.

La guerra di Troia disseminò profughi in tutto il Mediterraneo.

Dalle sponde africane alla penisola italica prima ancora che essa divenisse Magna Graecia.

Enea ed i suoi compagni giunsero in terra Messapica.

L’eroe destinato dal fato a creare la storia di Roma proseguì.

Alcuni suoi compagni si fermarono.

A Castro vi era un promontorio che sembrava riproporre i luoghi dei Dardanelli e vi  crearono un nuovo Palladio.

Diomede non raggiunse mai Argo, la sua vecchia patria e peregrinò lungo le coste italiche fondando ovunque città e dando il suo nome alle Diomedee, i gabbiani dalle grandi ali posti da Athena, finalmente pietosa, a custodia del suo ricordo lungo le coste garganiche e sulle Isole Tremiti.

Cominciava a diffondersi il mito delle terre d’Occidente dove avevano trovato rifugio gli eroi vittoriosi e vinti della guerra di Troia senza distinzione di appartenenza ormai.

E nei secoli a venire prese forma la Magna Graecia.

Dall’Eubea e dalla penisola attica di Calcide partirono quanti non sopportavano tiranni e confini.

Dall’altra parte del Mare vi era una terra senza confini e tutta girata da esso.

E crearono colonie ovunque e rinominarono quella terra Magna Graecia.

Da Reghion a Ortigia, da Zancle a Taras, a kroton a Pithecusa, a Cuma, a Paestum ed Elea, a Megaride, a Palepolis e Neapolis fu tutto un fiorire di città e di civiltà che avrebbero oscurato la Madre Patria e conquistato il mondo.

Gli Dei antichi avevano assegnato agli Eroi il destino di fecondare il Mediterraneo.

Essi, per un oscuro lascito del destino delle genti, si dimenticarono dei naviganti stanchi, dei guerrieri senza più patria, delle genti fuggite e riparate in luoghi nascosti per ritrovare un pò di pace e continuare a vivere inseguendo la speranza.

E scesero a terra mentre le navi gloriose procedevano la loro navigazione verso Cartagine e verso mari profondi e golfi capienti e fertili pianure dove finalmente fermarsi e creare le loro città orgogliose, cinte di mura e impreziosite da grandi templi e nobilitate da superbe acropoli e agorà e terme e palazzi e ginnasi e accademie.

Costoro portarono con sé la lingua come unico ricordo della madre patria, perché la radice era stata ormai divelta.

E accanto alle gloriose città nacquero piccoli villaggi, isole in terra ferma appena a ridosso della costa ma da essa distanti per non suscitare invidie o desideri di conquista.

E nacquero le isole grecaniche. In Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia.

In terra Messapica, sul versante Adriatico, nacque la Graecia Salentina.

Un frammento di Grecia incuneato tra i Messapi, senza desideri di conquista o di grandezza.

Non grandi città, né mura poderose e templi furono costruiti.

Solo villaggi vennero creati, in pace con la gente del posto con la quale via via si confusero.

Parlavano il Greco.

Nessuno conservò il ricordo da dove fossero arrivati.

Dalla Grecia, dall’Oriente, rispondevano a chi glielo chiedeva. Senza aggiungere altro.

E coltivavano la loro lingua come si coltiva un santuario e la praticavano come si pratica la vita quotidiana e la tramandavano ai loro figli come il patrimonio più prezioso e la proteggevano come si protegge il ricordo di sé.

Vissero in pace con i Messapi e poi con i Latini, i Bizantini, Normanni, Arabi, Spagnoli e Francesi. Divennero cristiani e si riconobbero nell’epopea di Thuria, la città Messapica divenuta Roca. Roca Vecchia. Con tutti si mischiarono ma la loro lingua non la dismisero mai.

“I Greci”, li chiamavano gli altri per sottolineare la loro pervicace volontà di restare ed essere tali, nonostante passassero i secoli ed anche i millenni.

Si erano portata la lingua ma non l’alfabeto, quei profughi, a testimonianza dell’epoca ancestrale in cui essi giunsero.

La sapienza antica, ma anche le storie quotidiane fatte di saggezza, di prudenza, di senso del limite e della misura, tutto racchiuso nella “Sopfrosyne”, si tramandava con la parola. Non c’era bisogno della scrittura e quindi dell’alfabeto che la codificasse.

Gli aedi e cantastorie raccontavano le epopee antiche e tramandavano i ricordi.

Omero stesso era stato un aedo prima di dar forma scritta ai suoi poemi. Il principe degli Aedi.

E Demodoco alla corte di Alcinoo era un vecchio aedo e cieco. Egli raccontava con il miracolo del logos la storia di Troia.

Egli svelò, con l’incedere poetico della sua voce, l’identità di Odisseo, il quale pianse, narrando la storia di Troia e dell’inganno del grande Cavallo che la portò alla distruzione con le tragedie che ne scaturirono per l’ira degli Dei e l’arroganza degli uomini.

Nell’isola grecanica Salentina la lingua greca non morì mai.

Subì contaminazioni con le lingue romanze, come sottolineato da Rina Durante indimenticata interprete della cultura che su di esse era cresciuta.

D’altronde anche i suoi abitanti si mischiarono con quelli del posto.

Nacquero famiglie miste e le storie dei paesi si intrecciarono.

Ma i “Greci” conservarono come un tesoro prezioso la loro lingua e pazienza se quella lingua non aveva l’alfabeto della madre patria.

Gli eredi degli ultimi aedi presero a scrivere quella lingua con l’alfabeto latino, la innervarono con termini giunti dalle lingue romanze eredi della lingua latina ma non rinunciarono mai alla loro lingua.

E come avrebbero potuto?

Era lì l’origine stessa della loro storia.

Tornarono in Grecia.

Nel dopo guerra, a pericolo nazi-fascista scampato, raggiunsero Atene.

Raccontarono ai governanti moderni della nazione ellenica la loro storia.

Lo fecero parlando la loro lingua che era rimasta ancorata ai millenni passati pur se ormai anch’essa zavorrata di termini moderni oltre che innervata di parole romanze.

I greci di Atene li riconobbero come loro fratelli.

Donarono loro delle stele che fissassero in maniera indelebile la loro provenienza.

Ma quel popolo era popolo minuto.

Non vi erano eroi tra di loro e tutti strappavano la vita, che era dura.

Arando e zappando la terra, remando e pescando in mare, inventandosi mestieri e cercando di traghettare le loro comunità verso il progresso che intanto era diventato una specie di moloch che tutto divorava.

Arrivava dall’industria quel progresso.

La gente emigrava, spediva soldi a casa e imparava un mestiere. L’edilizia prosperava e anche l’industria, per quanto asfittica, metteva radici.

I Craunari erano completamente scomparsi.

Erano costoro i custodi dell’arte di creare dalla legna i carboni.

Nelle campagne e nella macchia essi innalzavano delle cataste di legna, come le antiche pire degli eroi omerici, le ricoprivano di terra e mettevano fuoco.

Questo ardeva lento, lento.

La trasformazione della legna in carbone richiedeva settimane, mesi e quegli eredi dei greci sorvegliavano vivendo in ripari di fortuna lontano dalle loro case e dalle loro famiglie. E d’inverno i paesi, tutti i paesi non solo quelli della Graecia Salentina, risuonavano delle voci dei Craunari che passavano vendendo carboni e regalando tepore…

Non c’erano più Craunari. Adesso. Come non c’erano più gli artigiani che ferravano i cavalli. Anche i carretti e gli asini, le greggi e gli aratri erano scomparsi.

I figli di quei Greci non parlavano più la lingua ancestrale.

Il progresso li aveva chiamati lontano da casa.

Bisognava imparare altre lingue.

Intanto avanzava anche un nuovo esperanto che uccideva lingue e culture. Non solo quelle antiche ma anche quelle che su di esse erano cresciute.

Il popolo dalle due lingue, “Diu Glosse”, la lingua grika e il dialetto romanzo, non esisteva più.

Qualche vecchio ne aveva conservato il culto con il ricordo.

Qualche intellettuale custodiva il mistero ed il segreto di quella lingua e di quella storia sperando che magari tornasse il tempo. Chissà.

Il mondo correva.

I pescatori ormai avevano dismesso reti e barche.

I contadini si erano trasformati in manovali e operai.

Le donne avevano abbandonato le fabbriche di tabacco e i campi di olive.

Era un mondo vorticoso, irriconoscibile che correva incontro alla sua rovina pensando di correre incontro alla sua  salvezza. Come Candide nell’Eldorado.

Un profeta del mondo finito venne da queste parti.

Era il 1975. Ottobre 1975.

Gli era giunta notizia di una lingua ancestrale in via di estinzione come il mondo contadino che egli aveva celebrato innalzandolo a sacrario dell’Umanità divelta e avviata alla finale consunzione.

Pasolini. Pier Paolo Pasolini, si chiamava ed aveva illuminato il mondo con le sue preveggenze. Anche se nessuno lo aveva ascoltato. Come Cassandra.

Egli venne nella Graecia Salentina a sentire parlare quella lingua.

Ascoltare i canti della gente che conosceva la fatica, la sofferenza, l’emarginazione, ma non la rassegnazione.

E gli raccontarono delle Tarantate e gli fecero ascoltare i canti di lavoro e la musica dei violini, del tamburello, dell’organetto e della chitarra che accompagnavano le danze delle Tarantate che imploravano la guarigione rivolgendosi a San Paolo e a San Pietro.

Quel profeta andò via.

Qualche giorno dopo venne ucciso.

Il mondo davvero sembrava non avere futuro.

E intanto  quella Lingua chiedeva di non morire e trovò anch’essa il suo profeta che la codificò, la riassunse la fissò con tutta la civiltà che intorno ad essa si era raccolta. Perché almeno non si perdesse il ricordo e rimanesse vivo il desiderio di essa perché il mondo un bel giorno, anche se Pier Paolo Pasolini non ci credeva più, si sarebbe svegliato ed avrebbe rovistato nelle soffitte e nelle memorie e allora bisognava che tutto fosse ben conservato e riconoscibile. Come l’Odin Teatret di Eugenio Barba, salentino espatriato in Norvegia, che custodiva, interpretava, rigenerava la vita della gente portandone l’essenza sul palcoscenico delle loro case, dei loro paesi, delle loro nazioni e raccontandola con le loro lingue.

Come il Griko.

Fu così che un uomo colto, che conosceva il greco classico e le tragedie antiche e parlava il grecanico abbandonò la strada maestra che portava verso la civiltà dei consumi, verso il capitalismo blasfemo e attraversò il mondo all’incontrario.

Armato della sua macchina fotografica fissò quel mondo prima che scomparisse.

Ne tirò fuori l’anima con il ricordo e la poesia con l’arte.

E ne rappresentò con un punteruolo infuocato l’essenza stessa scavando le rughe sui volti dei contadini scolpiti sul legno esattamente allo stesso mondo i cui il sole e la pioggia, il vento e il freddo scavano i volti dei paesani. E ne fissò la gentilezza e la fierezza con la fatica.

Le pirografie andarono a completare l’opera fotografica.

Ma le sue pirografie non erano sperimentazioni, come quelle di Burri o escrescenze dell’anima come quelle di Settanni, esse erano segno della rivendicazione di quel mondo, create perché quel mondo non finisse e venisse consegnato per domani a quanti sarebbero a lui sopravvissuti.

Come ad essi consegnò il volto i Pasolini e le rappresentazioni dell’Odin Teatret. I canti delle prefiche soppiantati dall’anonima fatica delle fabbriche. E i sogni della festa dei lampioni a celebrare il solstizio d’estate come usavano un tempo i loro padri in Grecia.

Fece tuttavia qualcosa di più.

Racchiuse quel mondo nelle poesie. Poesie  testardamente, meravigliosamente in Griko. Esse raccontano quel mondo. La sofferenza, la trasformazione, le lacrime, la speranza, l’amore, la notte e il giorno, la compagnia la ”Getonia” che tutto trasformava in esperienza comunitaria, in riscatto e in speranza per il futuro. Scrisse le ultime poesie anche in italiano ma il senso e il sentimento non erano cambiati.

Antonio Tommasi in “Terre Feconde” vi racconterà tuto questo e vi darà la voglia di andare oltre per ridare consistenza ad un mondo che non può morire perché in esso è custodito l’antidoto per sconfiggere il pessimismo e la decadenza. Magari anche il mondo distopico che incombe su questa umanità.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Adriana Mastropasqua: “Keira la prediletta” (Marlin, 2026), di Mariateresa Iannuzzo

Quando il fantasy parla italiano (e napoletano è il suo cuore)

Chi mi conosce sa che con il fantasy ho un rapporto serio, quasi esigente. Sono cresciuta con Tolkien, ho attraversato le cronache spietate di Martin, e quando apro un romanzo di regni e profezie lo faccio con la severità affettuosa di chi in quei mondi ci ha abitato davvero. Ma amo anche l’altra faccia del genere, quella più intima e romantica, che negli ultimi anni ha riportato tantissimi lettori – e soprattutto lettrici – alle storie fantastiche. È con questo doppio sguardo che quest’estate ho letto Keira la prediletta di Adriana Mastropasqua, pubblicato da Marlin Editore nella collana Mondi sommersi, e voglio parlarvene perché mi ha regalato una gioia che non provavo da tempo: quella di leggere un fantasy scritto direttamente in italiano.

Non è un dettaglio, e chi frequenta questo genere lo sa bene. Siamo abituati alle traduzioni: alcune ottime, altre frettolose, tutte comunque figlie di una lingua altrui. Qui invece la lingua è nostra, ed è una lingua curata, elegante, con una vena poetica che non stona mai e non appesantisce. Non è un caso: Adriana Mastropasqua, napoletana, classe 1997, avvocato nella vita di tutti i giorni, arriva alla narrativa dalla poesia e dal mito – è cofondatrice del salotto letterario “Il Velo di Maya” e anima un progetto di divulgazione letteraria sui social – e la sua formazione si sente in ogni pagina. Certe immagini restano addosso anche a libro chiuso. … un solo movimento e tutto sarebbe cambiato. Pensò a Nahla. A Vis bambina che rideva tra i fiori del giardino. E poi a lui. A Nasser. Inspirò a fondo, trattenendo il fiato. Non ci pensò due volte a sfilare la boccetta dal telo… si chinò accanto a lui, le dita che tremavano, e nel gesto, c’erano tenerezza e condanna insieme. Poi versò nell’acqua l’intero contenuto dell’ampolla. Un odore nuovo si levava dal vapore; ferro, sangue, morte. Una promessa mantenuta. 

E mi piace, lo confesso con un pizzico di orgoglio, che questa voce nuova del fantasy italiano arrivi da Napoli: il romanzo, uscito il 19 giugno, è stato presentato in anteprima nazionale al Salerno Letteratura Festival, ed è già approdato a Napoli e Milano.

Poi c’è la scelta della protagonista, che ho trovato coraggiosa e controcorrente. Non il solito eroe predestinato con la spada e il lignaggio segreto, ma una balia: Keira, nata nella povertà, cresciuta ai margini del potere, che ha allevato come figlia la principessa Vis di casa Fytrall. Vis non è per lei soltanto una fanciulla da proteggere: è l’unica ragione di vita rimasta dopo un passato di lutti e violenze. Quando la principessa viene rapita nel cuore della notte e scortata a Zrantit per onorare un antico patto di sangue, Keira non accetta l’ordine delle cose: comincia a indagare sul potere che governa il regno di Fytris, e le sue ricerche la conducono a una verità capace di sovvertire l’equilibrio dei regni. Intanto Vis scopre a Zrantit un mondo intriso di magia arcaica e un destino che dovrà imparare ad accettare, mentre Nahla, guerriera nomade e amica indissolubile della principessa, affronta prove pericolose e brutali pur di ritrovarla.

Tre donne, tre fili narrativi che si alternano con buon senso del ritmo, una storia corale in cui la maternità elettiva, la lealtà e la memoria non fanno da cornice sentimentale ma sono il motore stesso dell’azione: gesti di resistenza capaci di cambiare il corso del mondo. Da donna, e da lettrice, questo mi ha conquistata. In un genere che troppo spesso relega le figure femminili al ruolo di premio o di vittima, qui sono loro a decidere che volto avrà il mondo – a partire da quella che, per nascita e condizione, avrebbe dovuto contare meno di tutte. Salivano la rampa di scale che pareva non finire mai. Keira controllava la principessa poteggendole le spalle. Quante gliene avrebbe suonate se fosse stata sua figlia! Cercò di distogliere i pensieri dall’accaduto. “In fondo è ancora viva, ma per quanto ancora?”.

La trama corre, tra intrighi politici, profezie dimenticate e colpi di scena: le sue circa duecento pagine le ho lette rapidamente in un paio di sere. Il mondo di Fytris e Zrantit è raccontato per suggestioni più che per mappe ed enciclopedie: Mastropasqua predilige l’essenzialità, sfronda, allude, lascia volutamente in penombra. Io, che vengo dalle battaglie campali e dagli alberi genealogici sterminati, in qualche momento avrei voluto di più: più spazio, più respiro, personaggi e angoli di questo mondo che avrebbero meritato luce piena. Ma è la sensazione – bella, in fondo – che si prova davanti a un esordio ricco di promesse: si intuisce che l’universo immaginato dall’autrice è molto più vasto di quello che ha scelto di mostrarci, e si chiude il libro con il desiderio sincero che Adriana ci torni presto, e ci riporti Keira, Vis e Nahla.

Un esordio fresco ed elegante, con una lingua già matura e uno sguardo tutto suo. La dimostrazione che il fantasy in italiano non solo si può fare: si può fare bene, con voce propria, senza scimmiottare i modelli d’oltreoceano. 

Mariateresa Iannuzzo

 

Mariateresa Iannuzzo: faccio il medico da trent’anni e da sempre leggo. Da quando poi lavoro in ospedale, i miei preferiti sono diventati i fantasy, aiuto quotidiano a fuggire la realtà ed a immergersi in mondi lontani impossibili irreali.

Lettera a Antonio Corvino per “La solitudine del cormorano” (‘round Midnight), di Carlo Petrachi

Caro Antonio,

dopo aver letto «Cammini a Sud» e «L’altra faccia di Partenope», credevo che con «La solitudine del cormorano» non saresti più riuscito a sorprendermi. 

L’hai fatto!

Anche se la narrazione si dipana tra prosa e versi in un’apparenza di diario a balzi, in realtà, per me, l’opera è tutta Poesia d’una organicità davvero sorprendente. 

Nell’originalità della tua Poesia sei riuscito a fondere, in compiuto amalgama, il mondo omerico-mediterraneo e il mondo contadino, mettendo in evidenza senza alcuna enfasi il suo modus vivendi, la sua filosofia di vita, a volte spicciola, che si esprimeva succintamente e senza logorroici ragionamenti con i “proverbi-sentenza senza appello”, ma non per questo meno saggia e, pur senza citarla in modo esplicito, tale saggezza l’hai trasmessa anche nei tuoi versi.

Quelle rime ricercate con determinazione, quei verbi latinamente messi a fine periodo, a me è sembrato ripercorressero, nel costrutto e nei ritmi, le poesie del mondo contadino come quelle dimenticate del nostro Cosimo Sindaco, una delle quali appresa dalla viva voce di Vito Carrozzo, ultimo depositario della nostra oralità contadina che con lui se n’è andata.

Ecco, la tua Poesia, sia pure in italiano, recupera musicalità e ritmi – all’occorrenza sincopati – e fa intuire siano frutto di una ricerca certosina che altri hanno solo cercato di imitare, ma che tu hai saputo, assorbire, facendola propria per poi estrinsecarla nella tua opera che va non tanto sulla nostalgica onda del ricordo, quanto invece su un percorso alla ricerca di se stessi.

Tra tutte le poesie, mi hanno colpito alcuni versi di “Novembre”:

«Orsù preparate la tavola

per i defunti di casa

cercate la tovaglia più bella

in fondo alla cassa panca

che custodisce ancora il corredo di mamma»

Mi è sembrato quasi di riudire il vecchio detto, secondo il quale le persone amate, anche se vanno via, continuano a vivere nella memoria e nel cuore di chi resta. Dunque non un pranzo funebre (lu cùnsulu), ma una festa nella quale il defunto sembra presenziare con i commensali e si inneggia alla vita.

Da quello che si percepisce, l’opera non è nostalgia del vecchiomondo bucolico-georgico, ma la presa di coscienza di ciò che la Scuola di Stato ha insistentemente cercato cancellare sin dalle elementari, rendendoci tutti degli innaturali borghesi piccoli-piccoli o aspiranti tali, combattendo in modo spietato i dialetti e cercando di uniformare le diversità culturali e anche colturali, trasformandoci da produttori in consumatori, che è il modo più efficace per renderci eternamente dipendenti da un potere assolutoche ci concede la sopravvivenza se vuole, quando vuole e come vuole e, se ha difficoltà, s’inventa un nemico e ci manda in guerra.

Le tue opere vanno certamente in direzione dell’onesto recupero di un’eredità culturale che è stata tralasciata in cambio di un nuovismo, spesso fatto di vuoto, se non di degenerazione deivalori sociali, colonna portante delle comunità produttive.

Con la contestazione globale del ’68 si è andati alla riscoperta della cultura di un mondo perduto, ma alla fine, tutto (o nella maggior parte dei casi) si è risolto in folklore spettacolare di cassetta, impegnando anche grandi e strapagati nomi. “La notte della taranta” ne è un esempio.

Non voglio aggiungere nulla oltre quello già acutamente detto in prefazione e in postfazione, rischierei di ripetere inutilmente ciò che è stato già detto da altri.

Con affetto e ammirazione.

Carlo

Carlo Petrachi

Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.

 

Rosaria De Meo: “La ladra” (Barta, 2026), di Rita Mele

Se si scegliesse di leggere un libro lasciandosi attirare dalla copertina, La ladra, romanzo d’esordio di Rosaria De Meo pubblicato dalle edizioni Barta, offrirebbe un esempio appropriato. L’illustrazione al tratto di Luca Ralli ci appare come una vera e propria icona visiva dell’intera narrazione: un bacio appassionato che illumina il buio dell’androne, forse di un castello, in cui si nascondono due sagome maschili armate di spade.

La forza evocatrice dell’immagine fa fare un salto nella storia dell’arte italiana: vi si riconosce, infatti, un esplicito riferimento al celebre capolavoro di Francesco Hayez, Il bacio, presentato nel 1859 all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Il dipinto ottenne la sua fortuna popolare in un contesto segnato da istanze risorgimentali e politiche. Come la copertina del libro, richiamando un’ambientazione medievale, descrive la dinamica del bacio nella sua valenza universale senza tempo. Il bacio, come gesto privato e sentimentale, si sovrappone a dinamiche di coraggio, ribellione, inganno e idealismi, fissando nell’istante la svolta delle esistenze che si fondono in esso. È questo il nucleo tematico che l’illustrazione di Ralli anticipa, ammiccando alle atmosfere, ai conflitti e alle passioni che costellano l’opera prima di Rosaria De Meo.

Entrare nel romanzo attraverso il passaggio di luce della copertina rivela un’architettura editoriale pensata, evocativa di uno stile e di atmosfere che la storia della carta stampata e dell’arte libraria hanno regalato in passato. Sfogliando le prime pagine alla ricerca di un esergo o di una dedica se ne scopre con sorpresa l’assenza, ma si viene subito spiazzati e premiati dalla bandella anteriore, che ospita la chiave d’accesso biografica al libro. Scritta dall’esordiente Rosaria De Meo, suona come una dedica a sé stessa e alla genesi sedimentata de La ladra, innescata da una passione immaginativa letteraria iniziata all’età di tredici anni e giunta oggi alle oltre cinquecento pagine della sua opera prima.

Come scrive l’autrice, questa passione per le storie si radica nell’infanzia, alimentata dai racconti orali delle nonne e da una precoce pratica di lettura e di scrittura intrecciata di appunti generativi. La nota autobiografica descrive il romanzo non come un risultato estemporaneo, ma come una narrazione dotata di una propria persistenza nel tempo, capace di rimanere sospesa durante i mutamenti dell’esistenza e forte di riemergere successivamente con una richiesta di attenzione esclusiva. Nelle parole dell’autrice, la transizione da storia a libro compiuto ricalca una duplice dinamica relazionale: dapprima vissuta come un’amica paziente e ostinata nell’attendere il momento della conclusione, e infine, con la pubblicazione, congedata come una figlia ormai adulta che intraprende un percorso autonomo. Una messa a dimora di fatti, storie e appunti che oggi, dopo l’affinamento, come per un buon vino, permette di degustare la complessità, la densità e i sentori più fini della narrazione.

Le lancette della storia sono fissate sul 1799, al tramonto del Settecento, tra le speranze della neonata Repubblica Napoletana e la restaurazione borbonica. Pagina dopo pagina, si scopre uno sviluppo interno che, come una fisarmonica, amplia queste premesse ed espande le storie dei personaggi e dei luoghi attraverso una ricca forza descrittiva, potenziata dalle quattordici illustrazioni di Luca Ralli. I suoi disegni non sono mero ornamento, ma risuonano come controcanto emotivo e dinamico. Il tratto dell’illustratore e fumettista – già noto per l’incontro letterario con Stefano Benni e per le collaborazioni con le riviste Linus, Carta e Cuore –  accompagna le oscillazioni del racconto, alternando l’intensità drammatica ai momenti di grande vivacità espressiva. Dalla convergenza tra il riferimento artistico della copertina, la memoria biografica dell’autrice, la parola scritta e l’apparato grafico si sprigiona una struttura narrativa che si snoda recuperando i moduli del romanzo d’appendice e del feuilleton, sottoponendoli a una rigorosa ricomposizione attualizzata.

Colpisce la maturità con cui De Meo governa un’architettura complessa, che nell’indice è divisa in 22 capitoli e scandita dal ritmo delle quattro sezioni intitolate alle stagioni. L’autrice rigenera i codici del genere senza temere l’esplosione dei sentimenti: l’odio viscerale, il desiderio di vendetta e il peso dei segreti di sangue sono i veri motori del racconto. Tuttavia, la scrittura si smarca dalle ingenuità del feuilleton grazie a una cura attenta della parola e a una lucidità descrittiva dei tratti psicologici. La grande Storia del 1799 si intreccia così alle vicende intime della nobile famiglia Santacroce, dimostrando un lavoro d’archivio meticoloso che l’autrice rende naturalmente solubile nell’invenzione narrativa.

La struttura del romanzo è ricca di tensione e forti contrasti ambientali. La narrazione compie un viaggio che porta il lettore da Roma a Napoli durante la rivoluzione lampo della Repubblica partenopea, bagliore di una democrazia spenta dalla restaurazione borbonica in sei mesi. Ci si sposta dalle prigioni di Castel Sant’Angelo – da cui evade rocambolescamente il protagonista Cristiano Santacroce, pronto a tornare a Napoli per sposare la marchesa Colonnesi pur di tornare libero in patria – ai salotti dorati dell’aristocrazia napoletana, fino all’umanità vibrante dei vicoli popolari.

Rosaria De Meo lavora con ritmo su questo movimento tra l’alto e il basso della società. Usa il suo stile come una lente adatta a spogliare i personaggi dalle loro maschere sociali, costringendoli a confrontarsi con la nuda sopravvivenza: è nella contaminazione con il basso che i nobili scoprono la propria miseria, ed è nella solidarietà della strada che gli ultimi rivelano una dignità inaspettata.

Il profilo della protagonista, Alba, inserisce La ladra in una genealogia di riscritture storiche che ce la fa accostare a figure femminili generatrici di forti e sofferti cambiamenti personali dalle profonde ricadute sociali. Il tratteggio che ne fa l’autrice ci ha ricordato la Fanny di Erica Jong (1980): una donna che abita il Settecento usando l’astuzia, l’espediente e l’arte del camuffamento come unici strumenti di difesa possibili in un mondo governato da logiche maschili e barriere di classe. Per la densità dell’intrigo e i continui giochi di specchi sull’identità, richiama le atmosfere neo-dickensiane di Ladra di Sarah Waters. Evocando questi personaggi letterari nei suoi, De Meo dimostra la disinvoltura con cui, attingendo a un genere d’annata come il picaresco o il thriller d’epoca e conservando intatta la cornice storica, riesce a farne un palcoscenico di emancipazione moderno in cui trasporre figure e conflitti della contemporaneità.

Per i lettori più attenti, l’analisi del testo riserva una scoperta interessante: la parola occhi ricorre circa trecento volte. Non si tratta di una frequenza casuale. De Meo isola l’organo della vista dal resto del volto per descrivere i personaggi, i loro pensieri e le loro emozioni ricorrendo alla sineddoche. Il corpo fa da sfondo e la dimensione emotiva si concentra negli sguardi, eletti a principali indicatori delle relazioni. Non meraviglierebbe se uno storico confermasse che nella Napoli del 1799 la condotta dei singoli era regolata da una costante vigilanza ottica; in ogni caso, Rosaria De Meo ne fa un tratto distintivo del suo racconto. Gli occhi rappresentano l’elemento che resiste alla falsificazione delle identità: se i nomi e gli abiti possono essere alterati, lo sguardo rivela la reale condizione psicologica e può essere utilizzato persino come difesa passiva, uno scudo per negare il riconoscimento all’interlocutore.

La ladra si offre così a un pubblico stratificato: intercetta gli amanti del romanzo storico d’atmosfera che cercano la precisione nei dettagli d’ambiente; conquista i cultori del noir psicologico e dei giochi di potere, attratti da personaggi grigi e manipolatori dove la vera battaglia si combatte con i silenzi, i ricatti economici, i falsi gioielli e i sussurri nei corridoi; accoglie, infine, chi cerca nell’azione una catarsi emotiva profonda, un dramma familiare in cui la commozione autentica nasce dal contrappunto tra lutto e rinascita.

La ladra si presenta come un esordio letterario ambizioso, liberamente ispirato a storie vere di dinastie aristocratiche partenopee colpite al cuore da intrighi familiari, dove la grande Storia fa da eco e amplificatore alle tragedie private. Rosaria De Meo porta a compimento il suo progetto di scrittura ponendosi al confine tra la ricostruzione d’epoca e il raffinato melò settecentesco. Al lettore randagio non resta che accettare la sfida: incrociare lo sguardo di Alba e Cristiano e scoprire quanto si sia disposti a perdere pur di decidere, finalmente, del proprio destino.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Cristiana Buccarelli: “I falò nel bosco” (Edizioni IOD), di Lavinia Capogna

“Se ti piacciono le erbe e vuoi imparare a guarire ti mostrerò l’arte antica delle mie ave, ti insegnerò a curare con l’ortica, il finocchio, la menta, la malva, la betonica, l’iperico. Ti spiegherò come si può viaggiare con la mente e il corpo grazie al papavero, alla mandragora o al giusquiamo… Posso anche trasmetterti, se hai pazienza e concentrazione, i gesti e i rituali con cui si tolgono i mali dell’anima e tutto ciò che aiuta la buona sorte. (…) “È questo il mestiere di una guaritrice?” domandai (…)”.

1560, in un paese della Tuscia due donne conversano nel bosco, la giovane Fulvia e l’anziana Fausta che l’ha soccorsa.  

Siamo quasi all’inizio di ‘I falò nel bosco” (IOD editore 2021), bel romanzo di Cristiana Buccarelli che si svolge tra la metà del 1500 e il 1630, utilizzando anche, sapientemente, flashback cinematografici.

Cristiana Buccarelli è una scrittrice calabrese nata a Vibo Valentia che abita a Napoli e che ha già un ampio curriculum letterario. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano e, circa dieci anni fa, ha esordito con una raccolta di racconti “Gli spazi invisibili” a cui sono seguiti i romanzi “Il punto Zenit” ,”Eco del Mediterraneo”, “Un tempo di mezzo secolo”, “Taccuini di viaggio”.

Ha vinto prestigiosi premi e ha insegnato in laboratori e stage di scrittura a Napoli e in Calabria. Da quasi tre anni collabora stabilmente con la nostra rivista letteraria Il Randagio, diventata recentemente anche cartacea.

È un romanzo avvincente, perfettamente equilibrato che mescola armoniosamente fantasia ed elementi storici, personaggi immaginari e personaggi reali o ispirati ad essi.

Si sente alle spalle un’accurata ricerca storica.

Ma soprattutto è un libro che racconta la storia di una liberazione, una sete di conoscenza, quella di Fulvia, vittima di un vile abbandono e di un’abietta violenza che sceglie di guarire e recare conforto attraverso il suo sapere a molti poveri, di placare mali fisici e mentali, smarrimenti e fratture in un mondo dove medicina e magia ancora si intrecciano. Anche il grande Paracelso che scoprì il potere curativo della chimica era del resto un alchimista e Nostradamus un medico che curò la peste e che vedeva oltre i confini del tempo.

Anche la capacità di leggere e di scrivere di Fulvia diventano uno strumento di emancipazione in una società in gran parte illetterata e, ancora di più, per una donna.

Il 1500 e il 1600 sono, in un certo senso, i secoli più misteriosi: miscuglio di vecchio e nuovo, di conoscenze arcaiche andate ormai perdute e di fanatismo, di svelamento di sé e di mascheramento, di trompe-l’œil ma anche dell’ansia di Amleto, principe di Danimarca, che deve fingersi pazzo per scoprire il vero.

Di Don Chisciotte che tutti credono pazzo ed è invece l’unico savio nella polverosa Mancha.

“La vita è sogno” scriveva Calderón de la Barca.

Secoli di grandi scoperte scientifiche con Galileo ma anche marittime (la scoperta dell’America) che cambiarono la storia del mondo e di furiose guerre di religione.

Tra i due secoli vive Fulvia, una ragazza assai graziosa con i capelli rossi, ignara di ciò che accade altrove ma non del potere curativo delle piante, degli impiastri, di incantesimi che non hanno nulla di demoniaco. La sua acuta percezione della natura e la sua complicità con essa ci parlano di un mondo ancora in armonia con gli alberi, le piante, le montagne, i mari, i fiumi, i ruscelli cristallini, con gli aromi, le erbe, le fragranze, a volte salvifiche, a volte potenzialmente mortali, per lenire dolori e malinconie ma anche per obliare o far innamorare.

La libertà di Fulvia, il suo essere sola e capace di provvedere a sé stessa, l’essere chiamata da un gruppo di donne che nei boschi rendono omaggio ad una dea, la rendono sospetta.

Romanzo di una vita, “I falò nel bosco” racconta anche un percorso sentimentale: tre uomini amati e profondamente diversi per carattere, classe sociale, interessi. 

Cristiana Buccarelli riesce in questo libro, di cui non anticipiamo la trama non priva di colpi di scena, a non cadere in nessun stereotipo o banalità, scegliendo uno stile letterario colto e scorrevole al tempo stesso, ben leggibile, che descrive stati d’animo ed emozioni, pervase anche da una raffinata sensualità.

Vari i richiami citati in una nota finale: da Carlo Ginzburg con la sua microstoria a Bianca Pitzorno, molto apprezzata dall’autrice.

In questo periodo Cristiana Buccarelli è immersa nella scrittura di un nuovo romanzo che attendiamo, quando sarà finito, in libreria.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.