Adriana Mastropasqua: “Keira la prediletta” (Marlin, 2026), di Mariateresa Iannuzzo

Quando il fantasy parla italiano (e napoletano è il suo cuore)

Chi mi conosce sa che con il fantasy ho un rapporto serio, quasi esigente. Sono cresciuta con Tolkien, ho attraversato le cronache spietate di Martin, e quando apro un romanzo di regni e profezie lo faccio con la severità affettuosa di chi in quei mondi ci ha abitato davvero. Ma amo anche l’altra faccia del genere, quella più intima e romantica, che negli ultimi anni ha riportato tantissimi lettori – e soprattutto lettrici – alle storie fantastiche. È con questo doppio sguardo che quest’estate ho letto Keira la prediletta di Adriana Mastropasqua, pubblicato da Marlin Editore nella collana Mondi sommersi, e voglio parlarvene perché mi ha regalato una gioia che non provavo da tempo: quella di leggere un fantasy scritto direttamente in italiano.

Non è un dettaglio, e chi frequenta questo genere lo sa bene. Siamo abituati alle traduzioni: alcune ottime, altre frettolose, tutte comunque figlie di una lingua altrui. Qui invece la lingua è nostra, ed è una lingua curata, elegante, con una vena poetica che non stona mai e non appesantisce. Non è un caso: Adriana Mastropasqua, napoletana, classe 1997, avvocato nella vita di tutti i giorni, arriva alla narrativa dalla poesia e dal mito – è cofondatrice del salotto letterario “Il Velo di Maya” e anima un progetto di divulgazione letteraria sui social – e la sua formazione si sente in ogni pagina. Certe immagini restano addosso anche a libro chiuso. … un solo movimento e tutto sarebbe cambiato. Pensò a Nahla. A Vis bambina che rideva tra i fiori del giardino. E poi a lui. A Nasser. Inspirò a fondo, trattenendo il fiato. Non ci pensò due volte a sfilare la boccetta dal telo… si chinò accanto a lui, le dita che tremavano, e nel gesto, c’erano tenerezza e condanna insieme. Poi versò nell’acqua l’intero contenuto dell’ampolla. Un odore nuovo si levava dal vapore; ferro, sangue, morte. Una promessa mantenuta

E mi piace, lo confesso con un pizzico di orgoglio, che questa voce nuova del fantasy italiano arrivi da Napoli: il romanzo, uscito il 19 giugno, è stato presentato in anteprima nazionale al Salerno Letteratura Festival, ed è già approdato a Napoli e Milano.

Poi c’è la scelta della protagonista, che ho trovato coraggiosa e controcorrente. Non il solito eroe predestinato con la spada e il lignaggio segreto, ma una balia: Keira, nata nella povertà, cresciuta ai margini del potere, che ha allevato come figlia la principessa Vis di casa Fytrall. Vis non è per lei soltanto una fanciulla da proteggere: è l’unica ragione di vita rimasta dopo un passato di lutti e violenze. Quando la principessa viene rapita nel cuore della notte e scortata a Zrantit per onorare un antico patto di sangue, Keira non accetta l’ordine delle cose: comincia a indagare sul potere che governa il regno di Fytris, e le sue ricerche la conducono a una verità capace di sovvertire l’equilibrio dei regni. Intanto Vis scopre a Zrantit un mondo intriso di magia arcaica e un destino che dovrà imparare ad accettare, mentre Nahla, guerriera nomade e amica indissolubile della principessa, affronta prove pericolose e brutali pur di ritrovarla.

Tre donne, tre fili narrativi che si alternano con buon senso del ritmo, una storia corale in cui la maternità elettiva, la lealtà e la memoria non fanno da cornice sentimentale ma sono il motore stesso dell’azione: gesti di resistenza capaci di cambiare il corso del mondo. Da donna, e da lettrice, questo mi ha conquistata. In un genere che troppo spesso relega le figure femminili al ruolo di premio o di vittima, qui sono loro a decidere che volto avrà il mondo – a partire da quella che, per nascita e condizione, avrebbe dovuto contare meno di tutte. Salivano la rampa di scale che pareva non finire mai. Keira controllava la principessa poteggendole le spalle. Quante gliene avrebbe suonate se fosse stata sua figlia! Cercò di distogliere i pensieri dall’accaduto. “In fondo è ancora viva, ma per quanto ancora?”.

La trama corre, tra intrighi politici, profezie dimenticate e colpi di scena: le sue circa duecento pagine le ho lette rapidamente in un paio di sere. Il mondo di Fytris e Zrantit è raccontato per suggestioni più che per mappe ed enciclopedie: Mastropasqua predilige l’essenzialità, sfronda, allude, lascia volutamente in penombra. Io, che vengo dalle battaglie campali e dagli alberi genealogici sterminati, in qualche momento avrei voluto di più: più spazio, più respiro, personaggi e angoli di questo mondo che avrebbero meritato luce piena. Ma è la sensazione – bella, in fondo – che si prova davanti a un esordio ricco di promesse: si intuisce che l’universo immaginato dall’autrice è molto più vasto di quello che ha scelto di mostrarci, e si chiude il libro con il desiderio sincero che Adriana ci torni presto, e ci riporti Keira, Vis e Nahla.

Un esordio fresco ed elegante, con una lingua già matura e uno sguardo tutto suo. La dimostrazione che il fantasy in italiano non solo si può fare: si può fare bene, con voce propria, senza scimmiottare i modelli d’oltreoceano. 

Mariateresa Iannuzzo

 

Mariateresa Iannuzzo: faccio il medico da trent’anni e da sempre leggo. Da quando poi lavoro in ospedale, i miei preferiti sono diventati i fantasy, aiuto quotidiano a fuggire la realtà ed a immergersi in mondi lontani impossibili irreali.

Lettera a Antonio Corvino per “La solitudine del cormorano” (‘round Midnight), di Carlo Petrachi

Caro Antonio,

dopo aver letto «Cammini a Sud» e «L’altra faccia di Partenope», credevo che con «La solitudine del cormorano» non saresti più riuscito a sorprendermi. 

L’hai fatto!

Anche se la narrazione si dipana tra prosa e versi in un’apparenza di diario a balzi, in realtà, per me, l’opera è tutta Poesia d’una organicità davvero sorprendente. 

Nell’originalità della tua Poesia sei riuscito a fondere, in compiuto amalgama, il mondo omerico-mediterraneo e il mondo contadino, mettendo in evidenza senza alcuna enfasi il suo modus vivendi, la sua filosofia di vita, a volte spicciola, che si esprimeva succintamente e senza logorroici ragionamenti con i “proverbi-sentenza senza appello”, ma non per questo meno saggia e, pur senza citarla in modo esplicito, tale saggezza l’hai trasmessa anche nei tuoi versi.

Quelle rime ricercate con determinazione, quei verbi latinamente messi a fine periodo, a me è sembrato ripercorressero, nel costrutto e nei ritmi, le poesie del mondo contadino come quelle dimenticate del nostro Cosimo Sindaco, una delle quali appresa dalla viva voce di Vito Carrozzo, ultimo depositario della nostra oralità contadina che con lui se n’è andata.

Ecco, la tua Poesia, sia pure in italiano, recupera musicalità e ritmi – all’occorrenza sincopati – e fa intuire siano frutto di una ricerca certosina che altri hanno solo cercato di imitare, ma che tu hai saputo, assorbire, facendola propria per poi estrinsecarla nella tua opera che va non tanto sulla nostalgica onda del ricordo, quanto invece su un percorso alla ricerca di se stessi.

Tra tutte le poesie, mi hanno colpito alcuni versi di “Novembre”:

«Orsù preparate la tavola

per i defunti di casa

cercate la tovaglia più bella

in fondo alla cassa panca

che custodisce ancora il corredo di mamma»

Mi è sembrato quasi di riudire il vecchio detto, secondo il quale le persone amate, anche se vanno via, continuano a vivere nella memoria e nel cuore di chi resta. Dunque non un pranzo funebre (lu cùnsulu), ma una festa nella quale il defunto sembra presenziare con i commensali e si inneggia alla vita.

Da quello che si percepisce, l’opera non è nostalgia del vecchiomondo bucolico-georgico, ma la presa di coscienza di ciò che la Scuola di Stato ha insistentemente cercato cancellare sin dalle elementari, rendendoci tutti degli innaturali borghesi piccoli-piccoli o aspiranti tali, combattendo in modo spietato i dialetti e cercando di uniformare le diversità culturali e anche colturali, trasformandoci da produttori in consumatori, che è il modo più efficace per renderci eternamente dipendenti da un potere assolutoche ci concede la sopravvivenza se vuole, quando vuole e come vuole e, se ha difficoltà, s’inventa un nemico e ci manda in guerra.

Le tue opere vanno certamente in direzione dell’onesto recupero di un’eredità culturale che è stata tralasciata in cambio di un nuovismo, spesso fatto di vuoto, se non di degenerazione deivalori sociali, colonna portante delle comunità produttive.

Con la contestazione globale del ’68 si è andati alla riscoperta della cultura di un mondo perduto, ma alla fine, tutto (o nella maggior parte dei casi) si è risolto in folklore spettacolare di cassetta, impegnando anche grandi e strapagati nomi. “La notte della taranta” ne è un esempio.

Non voglio aggiungere nulla oltre quello già acutamente detto in prefazione e in postfazione, rischierei di ripetere inutilmente ciò che è stato già detto da altri.

Con affetto e ammirazione.

Carlo

Carlo Petrachi

Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.

 

Rosaria De Meo: “La ladra” (Barta, 2026), di Rita Mele

Se si scegliesse di leggere un libro lasciandosi attirare dalla copertina, La ladra, romanzo d’esordio di Rosaria De Meo pubblicato dalle edizioni Barta, offrirebbe un esempio appropriato. L’illustrazione al tratto di Luca Ralli ci appare come una vera e propria icona visiva dell’intera narrazione: un bacio appassionato che illumina il buio dell’androne, forse di un castello, in cui si nascondono due sagome maschili armate di spade.

La forza evocatrice dell’immagine fa fare un salto nella storia dell’arte italiana: vi si riconosce, infatti, un esplicito riferimento al celebre capolavoro di Francesco Hayez, Il bacio, presentato nel 1859 all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Il dipinto ottenne la sua fortuna popolare in un contesto segnato da istanze risorgimentali e politiche. Come la copertina del libro, richiamando un’ambientazione medievale, descrive la dinamica del bacio nella sua valenza universale senza tempo. Il bacio, come gesto privato e sentimentale, si sovrappone a dinamiche di coraggio, ribellione, inganno e idealismi, fissando nell’istante la svolta delle esistenze che si fondono in esso. È questo il nucleo tematico che l’illustrazione di Ralli anticipa, ammiccando alle atmosfere, ai conflitti e alle passioni che costellano l’opera prima di Rosaria De Meo.

Entrare nel romanzo attraverso il passaggio di luce della copertina rivela un’architettura editoriale pensata, evocativa di uno stile e di atmosfere che la storia della carta stampata e dell’arte libraria hanno regalato in passato. Sfogliando le prime pagine alla ricerca di un esergo o di una dedica se ne scopre con sorpresa l’assenza, ma si viene subito spiazzati e premiati dalla bandella anteriore, che ospita la chiave d’accesso biografica al libro. Scritta dall’esordiente Rosaria De Meo, suona come una dedica a sé stessa e alla genesi sedimentata de La ladra, innescata da una passione immaginativa letteraria iniziata all’età di tredici anni e giunta oggi alle oltre cinquecento pagine della sua opera prima.

Come scrive l’autrice, questa passione per le storie si radica nell’infanzia, alimentata dai racconti orali delle nonne e da una precoce pratica di lettura e di scrittura intrecciata di appunti generativi. La nota autobiografica descrive il romanzo non come un risultato estemporaneo, ma come una narrazione dotata di una propria persistenza nel tempo, capace di rimanere sospesa durante i mutamenti dell’esistenza e forte di riemergere successivamente con una richiesta di attenzione esclusiva. Nelle parole dell’autrice, la transizione da storia a libro compiuto ricalca una duplice dinamica relazionale: dapprima vissuta come un’amica paziente e ostinata nell’attendere il momento della conclusione, e infine, con la pubblicazione, congedata come una figlia ormai adulta che intraprende un percorso autonomo. Una messa a dimora di fatti, storie e appunti che oggi, dopo l’affinamento, come per un buon vino, permette di degustare la complessità, la densità e i sentori più fini della narrazione.

Le lancette della storia sono fissate sul 1799, al tramonto del Settecento, tra le speranze della neonata Repubblica Napoletana e la restaurazione borbonica. Pagina dopo pagina, si scopre uno sviluppo interno che, come una fisarmonica, amplia queste premesse ed espande le storie dei personaggi e dei luoghi attraverso una ricca forza descrittiva, potenziata dalle quattordici illustrazioni di Luca Ralli. I suoi disegni non sono mero ornamento, ma risuonano come controcanto emotivo e dinamico. Il tratto dell’illustratore e fumettista – già noto per l’incontro letterario con Stefano Benni e per le collaborazioni con le riviste LinusCarta e Cuore –  accompagna le oscillazioni del racconto, alternando l’intensità drammatica ai momenti di grande vivacità espressiva. Dalla convergenza tra il riferimento artistico della copertina, la memoria biografica dell’autrice, la parola scritta e l’apparato grafico si sprigiona una struttura narrativa che si snoda recuperando i moduli del romanzo d’appendice e del feuilleton, sottoponendoli a una rigorosa ricomposizione attualizzata.

Colpisce la maturità con cui De Meo governa un’architettura complessa, che nell’indice è divisa in 22 capitoli e scandita dal ritmo delle quattro sezioni intitolate alle stagioni. L’autrice rigenera i codici del genere senza temere l’esplosione dei sentimenti: l’odio viscerale, il desiderio di vendetta e il peso dei segreti di sangue sono i veri motori del racconto. Tuttavia, la scrittura si smarca dalle ingenuità del feuilleton grazie a una cura attenta della parola e a una lucidità descrittiva dei tratti psicologici. La grande Storia del 1799 si intreccia così alle vicende intime della nobile famiglia Santacroce, dimostrando un lavoro d’archivio meticoloso che l’autrice rende naturalmente solubile nell’invenzione narrativa.

La struttura del romanzo è ricca di tensione e forti contrasti ambientali. La narrazione compie un viaggio che porta il lettore da Roma a Napoli durante la rivoluzione lampo della Repubblica partenopea, bagliore di una democrazia spenta dalla restaurazione borbonica in sei mesi. Ci si sposta dalle prigioni di Castel Sant’Angelo – da cui evade rocambolescamente il protagonista Cristiano Santacroce, pronto a tornare a Napoli per sposare la marchesa Colonnesi pur di tornare libero in patria – ai salotti dorati dell’aristocrazia napoletana, fino all’umanità vibrante dei vicoli popolari.

Rosaria De Meo lavora con ritmo su questo movimento tra l’alto e il basso della società. Usa il suo stile come una lente adatta a spogliare i personaggi dalle loro maschere sociali, costringendoli a confrontarsi con la nuda sopravvivenza: è nella contaminazione con il basso che i nobili scoprono la propria miseria, ed è nella solidarietà della strada che gli ultimi rivelano una dignità inaspettata.

Il profilo della protagonista, Alba, inserisce La ladra in una genealogia di riscritture storiche che ce la fa accostare a figure femminili generatrici di forti e sofferti cambiamenti personali dalle profonde ricadute sociali. Il tratteggio che ne fa l’autrice ci ha ricordato la Fanny di Erica Jong (1980): una donna che abita il Settecento usando l’astuzia, l’espediente e l’arte del camuffamento come unici strumenti di difesa possibili in un mondo governato da logiche maschili e barriere di classe. Per la densità dell’intrigo e i continui giochi di specchi sull’identità, richiama le atmosfere neo-dickensiane di Ladra di Sarah Waters. Evocando questi personaggi letterari nei suoi, De Meo dimostra la disinvoltura con cui, attingendo a un genere d’annata come il picaresco o il thriller d’epoca e conservando intatta la cornice storica, riesce a farne un palcoscenico di emancipazione moderno in cui trasporre figure e conflitti della contemporaneità.

Per i lettori più attenti, l’analisi del testo riserva una scoperta interessante: la parola occhi ricorre circa trecento volte. Non si tratta di una frequenza casuale. De Meo isola l’organo della vista dal resto del volto per descrivere i personaggi, i loro pensieri e le loro emozioni ricorrendo alla sineddoche. Il corpo fa da sfondo e la dimensione emotiva si concentra negli sguardi, eletti a principali indicatori delle relazioni. Non meraviglierebbe se uno storico confermasse che nella Napoli del 1799 la condotta dei singoli era regolata da una costante vigilanza ottica; in ogni caso, Rosaria De Meo ne fa un tratto distintivo del suo racconto. Gli occhi rappresentano l’elemento che resiste alla falsificazione delle identità: se i nomi e gli abiti possono essere alterati, lo sguardo rivela la reale condizione psicologica e può essere utilizzato persino come difesa passiva, uno scudo per negare il riconoscimento all’interlocutore.

La ladra si offre così a un pubblico stratificato: intercetta gli amanti del romanzo storico d’atmosfera che cercano la precisione nei dettagli d’ambiente; conquista i cultori del noir psicologico e dei giochi di potere, attratti da personaggi grigi e manipolatori dove la vera battaglia si combatte con i silenzi, i ricatti economici, i falsi gioielli e i sussurri nei corridoi; accoglie, infine, chi cerca nell’azione una catarsi emotiva profonda, un dramma familiare in cui la commozione autentica nasce dal contrappunto tra lutto e rinascita.

La ladra si presenta come un esordio letterario ambizioso, liberamente ispirato a storie vere di dinastie aristocratiche partenopee colpite al cuore da intrighi familiari, dove la grande Storia fa da eco e amplificatore alle tragedie private. Rosaria De Meo porta a compimento il suo progetto di scrittura ponendosi al confine tra la ricostruzione d’epoca e il raffinato melò settecentesco. Al lettore randagio non resta che accettare la sfida: incrociare lo sguardo di Alba e Cristiano e scoprire quanto si sia disposti a perdere pur di decidere, finalmente, del proprio destino.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Cristiana Buccarelli: “I falò nel bosco” (Edizioni IOD), di Lavinia Capogna

“Se ti piacciono le erbe e vuoi imparare a guarire ti mostrerò l’arte antica delle mie ave, ti insegnerò a curare con l’ortica, il finocchio, la menta, la malva, la betonica, l’iperico. Ti spiegherò come si può viaggiare con la mente e il corpo grazie al papavero, alla mandragora o al giusquiamo… Posso anche trasmetterti, se hai pazienza e concentrazione, i gesti e i rituali con cui si tolgono i mali dell’anima e tutto ciò che aiuta la buona sorte. (…) “È questo il mestiere di una guaritrice?” domandai (…)”.

1560, in un paese della Tuscia due donne conversano nel bosco, la giovane Fulvia e l’anziana Fausta che l’ha soccorsa.  

Siamo quasi all’inizio di ‘I falò nel bosco” (IOD editore 2021), bel romanzo di Cristiana Buccarelli che si svolge tra la metà del 1500 e il 1630, utilizzando anche, sapientemente, flashback cinematografici.

Cristiana Buccarelli è una scrittrice calabrese nata a Vibo Valentia che abita a Napoli e che ha già un ampio curriculum letterario. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano e, circa dieci anni fa, ha esordito con una raccolta di racconti “Gli spazi invisibili” a cui sono seguiti i romanzi “Il punto Zenit” ,”Eco del Mediterraneo”, “Un tempo di mezzo secolo”, “Taccuini di viaggio”.

Ha vinto prestigiosi premi e ha insegnato in laboratori e stage di scrittura a Napoli e in Calabria. Da quasi tre anni collabora stabilmente con la nostra rivista letteraria Il Randagio, diventata recentemente anche cartacea.

È un romanzo avvincente, perfettamente equilibrato che mescola armoniosamente fantasia ed elementi storici, personaggi immaginari e personaggi reali o ispirati ad essi.

Si sente alle spalle un’accurata ricerca storica.

Ma soprattutto è un libro che racconta la storia di una liberazione, una sete di conoscenza, quella di Fulvia, vittima di un vile abbandono e di un’abietta violenza che sceglie di guarire e recare conforto attraverso il suo sapere a molti poveri, di placare mali fisici e mentali, smarrimenti e fratture in un mondo dove medicina e magia ancora si intrecciano. Anche il grande Paracelso che scoprì il potere curativo della chimica era del resto un alchimista e Nostradamus un medico che curò la peste e che vedeva oltre i confini del tempo.

Anche la capacità di leggere e di scrivere di Fulvia diventano uno strumento di emancipazione in una società in gran parte illetterata e, ancora di più, per una donna.

Il 1500 e il 1600 sono, in un certo senso, i secoli più misteriosi: miscuglio di vecchio e nuovo, di conoscenze arcaiche andate ormai perdute e di fanatismo, di svelamento di sé e di mascheramento, di trompe-l’œil ma anche dell’ansia di Amleto, principe di Danimarca, che deve fingersi pazzo per scoprire il vero.

Di Don Chisciotte che tutti credono pazzo ed è invece l’unico savio nella polverosa Mancha.

“La vita è sogno” scriveva Calderón de la Barca.

Secoli di grandi scoperte scientifiche con Galileo ma anche marittime (la scoperta dell’America) che cambiarono la storia del mondo e di furiose guerre di religione.

Tra i due secoli vive Fulvia, una ragazza assai graziosa con i capelli rossi, ignara di ciò che accade altrove ma non del potere curativo delle piante, degli impiastri, di incantesimi che non hanno nulla di demoniaco. La sua acuta percezione della natura e la sua complicità con essa ci parlano di un mondo ancora in armonia con gli alberi, le piante, le montagne, i mari, i fiumi, i ruscelli cristallini, con gli aromi, le erbe, le fragranze, a volte salvifiche, a volte potenzialmente mortali, per lenire dolori e malinconie ma anche per obliare o far innamorare.

La libertà di Fulvia, il suo essere sola e capace di provvedere a sé stessa, l’essere chiamata da un gruppo di donne che nei boschi rendono omaggio ad una dea, la rendono sospetta.

Romanzo di una vita, “I falò nel bosco” racconta anche un percorso sentimentale: tre uomini amati e profondamente diversi per carattere, classe sociale, interessi. 

Cristiana Buccarelli riesce in questo libro, di cui non anticipiamo la trama non priva di colpi di scena, a non cadere in nessun stereotipo o banalità, scegliendo uno stile letterario colto e scorrevole al tempo stesso, ben leggibile, che descrive stati d’animo ed emozioni, pervase anche da una raffinata sensualità.

Vari i richiami citati in una nota finale: da Carlo Ginzburg con la sua microstoria a Bianca Pitzorno, molto apprezzata dall’autrice.

In questo periodo Cristiana Buccarelli è immersa nella scrittura di un nuovo romanzo che attendiamo, quando sarà finito, in libreria.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

“L’incunabolo partenopeo”, di Antonio Corvino

Era stato Massimo, un poeta matematico ad intervenire presso Marisa ed il dipartimento di studi umanistici della Federico II perché fossi coinvolto nei lavori del congresso su Neapolis Urbs Vergiliana che si teneva a distanza di 12 anni dal primo.

Massimo, come Francesco Saverio egli pure nella lista degli interventi, aveva fatto parte del Cenacolo del Caos Creativo che tra il 2011ed il 2015 aveva tenuto i suoi lavori a Sorrento, con la pretesa di fare il contro canto a Davos. 

Quelli a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’iper capitalismo sempre più  metastasi delle società moderne incamminate senza alcun criterio critico verso la costruzione di un mondo dominato dal cerbero della guerra, della finanza e degli affari, loro a predicare, come profeti disarmati, la felicità dei popoli, il rispetto reciproco delle culture, un mondo aperto e senza padroni che poi era quello che avrebbe voluto J.M.Keynes e che aveva definito nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” (UTET 1971) mica soltanto Marx ed Engels nel loro “Manifesto del partito Comunista” ( Feltrinelli 2017) o Lenin e Mao, in un Mediterraneo capace di essere esso stesso continente tenendo insieme le terre dell’olivo tra Asia, Africa ed Europa, come sosteneva Fernand Braudel nelle sue “Memorie del Mediterraneo” ( Bompiani 2010) che, lui pure, era un uomo pacifico e per nulla rivoluzionario. 

In una edizione del loro appuntamento annuale quegli illusi avevano addirittura affidato a Predrag Matvejvic l’introduzione dei lavori. Un  letterato in un congresso di economisti, disse qualcuno storcendo il naso. Quel letterato peraltro era l’autore di “Breviario Mediterraneo” (Garzanti 2006) una specie di Bibbia del nostro mare che gli era valsa la candidatura al premio Nobel per la letteratura. E il Mediterraneo per quelli del Cenacolo doveva tornare ad essere anche in  Europa il fulcro di ogni progresso condiviso.

Poi era tutto finito. 

I finanziatori, tutti contigui a quel mondo che essi volevano emendare, probabilmente si convinsero che era meglio puntare su qualcosa che somigliasse all’indottrinamento di Davos o che, comunque,  non vi  si contrapponesse apertamente. 

E finì.

Così Massimo mi chiamò nel mio eremo in terra di Messapia. 

“Devi tornare alla Federico II per parlare di Partenope” mi disse. Figurati. 

Ci avevo scritto un romanzo sulla faccia nascosta di  Partenope. 

Ci sarei andato a piedi, se necessario. 

Massimo, essendone felice e consapevole, mi invitò così  a tornare ad Itaka. La mia Itaka, dalle tante partenze ed innumerevoli ritorni accumulatisi da quella notte in cui su un treno di seconda classe raccolsi tutto quello che potevo e me ne andai a studiare il mondo alla Federico II.

Avevamo ragionato per due giorni sulle radici e gli orizzonti  di Neapolis Urbs Vergiliana. 

Avevamo setacciato passato,  presente e futuro, ogni dettaglio, come in un incunabolo prezioso e delicato, per capire cosa era rimasto e soprattutto farci un’idea, ove possibile, su come  il tempo a venire poteva essere immaginato. 

Sarebbe rimasto legato alle radici ricomponendo il tempo circolare o la deriva che lo stava  trascinando sarebbe stata talmente scivolosa da compromettere ogni prospettiva?

Neapolis e Partenope, Virgilio e Leopardi, Odisseo ed Enea, tutte le genti arrivate dal mare e da terra, gli dei antichi ed i più recenti Santi patroni avrebbero custodito l’incunabolo partenopeo che serbava il mistero del destino del mondo? 

E l’uovo virgiliano sepolto in fondo al mare di Megaride a sua volta presidiata da Castel dell’Ovo sarebbe sopravvissuto insieme a Partenope e Neapolis o si sarebbe frantumato e con esso passato, presente e futuro di quel luogo? 

E la social catena immaginata da Leopardi come necessario  confine per la sopravvivenza del genere umano a somiglianza di quanto fanno le ginestre che fioriscono  sulle falde “del formidabile monte Sterminator Vesevo”? ( “La ginestra o il fiore del deserto”  in “Leopardi, vita, poetica, opere scelte”  Il Sole 24 ore-edizione speciale- 2008)

Al termine della due giorni federiciana, a sera, me ne sono andato a passeggiare nel cuore antico dei decumani e dei cardini. 

Magari avrei trovato qualche indicazione nella notte, tra i vicoli dei cardini e le arterie dei decumani, in compagnia delle stelle ed osservando le basiliche chiuse ed i palazzi sprangati, i visi della gente, i segnali dei fantasmi e gli sguardi delle statue che avrei incontrato in cima alle colonne o sui piedistalli delle piazze. 

Anche Orione era già comparso nel cielo. Da oriente saliva a grandi falcate verso lo Zenit con Sirio fedele a due passi.

La serata era mite, il cielo limpido ed anche le vie erano amiche.

Santa Chiara svettava bellissima. Provavo ad immaginarla dal balcone della stanza da studio di Benedetto Croce (“Storie e leggende Napoletane” Adelphi 1990).

Dal portone ancora aperto sgorgavano fiotti di luce sul sagrato.

Un frate vestito di una tunica bianca e avvolto in un ampio mantello anch’esso bianco aveva attraversato con passo leggero ma deciso la zona presbiterale ed era scomparso nei locali retrostanti dove si distendono chiostri e monasteri consacrati a Dio ed alla pace dell’anima oltre che all’arte ed alla bellezza. 

Un giovane frate francescano si aggirava intorno all’altare spegnendo i ceri… aveva una folta barba nera ed era vestito di un pesante saio marrone. Calzava i sandali ed i suoi piedi erano nudi, il viso fresco. Si muoveva in piena confidenza con il suo Dio.

La basilica era ormai deserta. 

É straordinariamente accogliente Santa Chiara. 

Le sue arcate gotiche, l’alto soffitto, l’altare e l’abside, essenziali nella pietra che tutto  scandisce compresi  i due eleganti sarcofagi addossati alla parete absidale in posizione simmetrica rispetto al severo altare centrale dominato da un bel crocifisso ligneo incastonato nel monumento funebre dedicato a Maria di Valois, invitano alla quiete ed al raccoglimento laico oltre che  religioso. 

Il giovane frate si é recato al microfono. “La basilica chiude” ha detto e quindi ha aggiunto un augurio di pace. Mi sono guardato intorno. Ero rimasto da solo e mi sono avviato all’uscita avvertendo un profondo senso di riconoscenza  per quell’augurio di pace in un mondo allo sbando con i dittatori che sono tornati a calpestare la terra e che arruolano dio per consacrare le loro terribili guerre.

All’uscita vi era  un povero che chiedeva qualcosa per andare avanti. Era ancor giovane anch’egli e recava i suoi abiti dimessi con dignità. In un angolo, appena oltre il sagrato, un cumulo di coperte variopinte e forse un qualche vecchio materasso attendevano come casa desiderata.

Sul decumano inferiore, che lì prende il nome del filosofo Benedetto Croce, solo un poco più  in là oltre la basilica, una donna accovacciata sui gradoni del palazzo prospiciente cantava una nenia dolce e disperata al contempo. 

La sua voce era potente e pulita. Trasparente.

Bella e graffiante nel suo tono drammatico. 

Si diffondeva nella sera circostante fino a raggiungere le propaggini più lontane di piazza del Gesù  e le sue note strazianti intrise di tristezza e malinconia riempivano l’aria tutto intorno.

Ai suoi piedi un pezzo di cartone. Vi era scritta una storia di povertà e invocava un aiuto.

Il canto riempiva il decumano deserto a quell’ora, in quel tratto, e correva verso la statua del fiume Nilo e via San Biagio dei Librai. 

Quella voce straniante portava con sé le storie del mondo che a Napoli tutte si incrociano. 

Poteva venire dalla Cordogliera delle Ande, dalla Patagonia  o dalla Terra del Fuoco per come le aveva descritte Bruce Chatwin (“In Patagonia” Adelphi 2012), o da un posto qualsiasi  del continente degli Antipodi o da una qualsiasi terra, dall’Est e dall’Ovest, da Nord e da  Sud per come me le  aveva raccontate il mio amico Christophe De Maitre, un artista fiammingo giramondo senza fissa dimora e che prediligeva i continenti lontani, almeno fin quando era stato un ragazzo.

Poteva venire da uno dei troppi posti di questo mondo che stentano a ritrovarsi o semplicemente a riconoscersi e che qui si incrociano. Magicamente, vien da pensare. 

Nel pomeriggio salendo verso piazza del Gesù avevo incontrato degli altri poveri, bianchi e neri, tutti piuttosto giovani con lo sguardo proteso a chiedere qualcosa. 

Al termine dei lavori della mattinata Francesco Saverio mi aveva condotto in una traversa nei pressi dell’ateneo a ridosso del Rettifilo, Corso Umberto nella toponomastica ufficiale. Vi era una Sirena scolpita nel marmo. Il viso virginale ed i seni acerbi ad esaltare il candore del corpo ornato da angeliche ali. Al posto delle gambe  e dei piedi  gli arti e le zampe di un pennuto,  di un grande pennuto, un’aquila o un’arpia.

La conoscenza è sempre misteriosa, ambivalente e il percorso per raggiungerla o discernerla scabroso, al limite del dolore e della paura ma solo da essa scaturisce la vita ed in essa passato, presente e futuro si ritrovano.

Prima di ritirarmi per la notte ho avvertito forte il desiderio di riprendere la mia passeggiata notturna attraverso SpaccaNapoli. 

Inoltrandomi in direzione est, il decumano si animava amorevolmente. Frotte di ragazzi e ragazze andavano su e giù nella luce fioca dei lampioni. 

Vi erano anche dei turisti, americani per lo più, inglesi, francesi, spagnoli.

Dei musicisti imbastivano un concerto di chitarre ad un crocicchio. 

L’atmosfera era rilassata. Il mondo con le sue guerre lontano, per una volta.

La gente tranquilla respirava la sera a pieni polmoni, mi sembrava.

Ho raggiunto San Domenico, ho attraversato la piazza, uno sguardo alla basilica domenicana chiusa, al monastero che aveva ospitato Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno in secoli diversi.  Federico in quel luogo vi aveva creato la prima Università pubblica d’Europa sulla scia del mondo saraceno.

Per due giorni proprio nell’Università che porta il suo nome avevamo discusso di radici. Del mito che abita Partenope, dei Greci che vi giunsero dall’Egeo, degli Etruschi che fondarono Pompei e della civiltà osca, autoctona, che innervava con i suoi molti popoli il territorio italico e l’intero golfo chiuso da un lato dalla catena dei Monti Lattari, Sorrento e punta Campanella con Capri a due passi e dall’altro dalle colline che, ad ovest, circondano la città: il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, sino a Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Averno, Cuma, Ischia e Procida…

Con il mito, la storia, il sapere, i papiri, le ville e le città, i Girolamini, la biblioteca nazionale, gli incunaboli, Virgilio e Leopardi…Caravaggio, l’arte, il regno, la rivoluzione e la repubblica…i quartieri, la vita ovunque radicata.

Napoli metafora del mondo che non muore. 

Il mondo civile si desertifica, dall’Europa all’Asia, alle Americhe.

Qui no, l’indice di natalità non è mai calato. 

A sedici, diciassette anni i ragazzi sono padri e madri, mi aveva raccontato Vincenzo nelle Catacombe di San Gennaro esaurendo la mia sete di conoscenza sul miracolo della Sanità. In un fazzoletto di area urbana, chiusa tra il ponte di Santa Teresa degli Scalzi e via Foria, vive un’intera città, densità altissima, popolazione giovanissima, roba da far tremare i polsi ma non a questi ragazzi, ad essi   ed all’apostolo della Sanità, don Antonio Loffredo, che ha aperto chiese e catacombe, basiliche e canoniche ed al quale le università conferiscono lauree honoris causa in economia ed architettura perché ha saputo individuare nella felicità degli occhi di quei ragazzi l’obiettivo dell’azione economica e sociale e nel tessuto del loro quartiere la frontiera per esaltarla e farla diventare paradigma per il mondo intero oltre che per il resto della metropoli, quella felicità. 

Una metropoli unica. 

Da queste parti il potere resta sempre defilato anche nei momenti più drammatici e la gente sa di dover fare affidamento su se stessa, la sua forza, la sua fantasia, la sua voglia che sconfina nel piacere di vivere per sé e per gli altri.

La Gentrification qui non può passare. Ed il turismo convive con la città che non rinuncerà mai alla sua essenza.

La Gentrification azzera la storia e la cultura in molti posti, non a Napoli. 

Nella terra di Partenope che custodisce  l’uovo di Virgilio ed il sangue di San Gennaro l’universo ha concentrato le sue energie per riscattare l’umanità nascosta nei pori del suo tessuto urbano per come l’aveva interpretato Walter Benjamin già un secolo fa (Walter Bejamin-Asia Lacis  “Napoli Porosa” Dante & Descartes 2020) ma  soprattutto negli anfratti della sua anima sconfinata. 

Mi aggiro nel decumano come un forestiero che ha ritrovato la sua Itaka.

Osservo il palazzo che fu del principe Gesualdo, di Gesualdo e di Maria d’Avalos.

Tendo l’orecchio a cogliere l’eco di quel misfatto raccontato da Anatole France (Anatole France “ Donna Maria d’Avalos” Edizioni in trentaduesimo Dante & Descartes 2004 ).

Dicono che con la luna piena puoi sentire il sospiro di Donna Maria. Cerco la Luna inseguendo madonna d’Avalos… ma quella é ormai andata. 

Mi riprometto di tornare a cercarla. 

Il suo sospiro è potente quanto magnetico e dicono che abiti tra i crateri lunari dalla notte in cui fu trucidata da Gesualdo. Costui da allora, tormentato dal fantasma della sua sposa, prese ad invocare il perdono componendo i suoi sublimi madrigali per Dio onnipotente. Anche la musica polifonica di Gesualdo, dicono che tu possa ascoltare salendo in cima al suo castello tra le montagne d’Irpinia. Io ci sono salito una notte di luna piena. Era autunno e la sera era fredda, ma mi fermai sull’uscio del castello ad ascoltare le polifonie che si diffondevano in cielo mentre il mio sguardo era concentrato sul disco della bianca luna a cercare il viso di Donna Maria.

A Napoli, non vi è cesura tra passato, presente e futuro. Hanno ragione i relatori del Congresso  che per due giorni han raccontato il mito, le storie, l’archeologia, l’architettura, la poesia, l’arte e la scienza.

Le radici sono profonde ed il respiro ampio attraversa l’orizzonte del tempo senza fratture.

Popoli antichi e contemporanei, autoctoni ed immigrati si tengono insieme. Da sempre.

Napoli ha accolto tutti. Ha cacciato solo i nazisti, e li ha cacciati senza attendere gli alleati, ha sottolineato don Antonio Loffredo, il prete che ha scommesso sui ragazzi della Sanità, nel corso dei lavori sulle radici passate, presenti e future di Partenope.

Partenope e Odisseo, Greci e Troiani, dei e santi la cingono per intero.

Il Mediterraneo la abita e dalle profondità della terra il Vesuvio-Somma ed i Campi Flegrei le ricordano che la vita va arata e coltivata ogni santo giorno…

Il Caos partenopeo non è decadenza ma creazione. Continua creazione. 

Anche nei quartieri, tra i falansteri-ghetti della periferia, nelle catacombe della Sanità, tra le colmate di Bagnoli, nei muri che nascondono il mare alla gente che abita lungo il miglio d’oro e tutta la costa orientale, tra i palazzi nobiliari ed i condomini popolari, zampilla di vita tra fiotti di generosità e compassione universale… 

Mi rendo conto che evocando Partenope sto parlando del Sud, di Palermo e di Catania, di Bari vecchia e della Messapia, di Cagliari e di Sassari, di Scilla e Cariddi, della Majella e del Matese.

Così imbocco vico del Fico al Purgatorio uno dei cardini che legano il decumano inferiore a quello  maggiore.All’angolo, alla confluenza con il  decumano, mi imbatto nel busto bronzeo di Pulcinella. Lo conosco bene. Al punto da potermi considerare suo buon amico.

Ha il grande naso lucido. 

Mi pare che stia sorridendo, sornione, rilassato lui pure. 

I riflessi dei lampioni creano delle ombre leggere, complici. C’è poca  gente questa sera e sembra  felice… di fronte un Maradona ancora ragazzo con l’aureola dei santi lo guarda facendo capolino da un piccolo murale. 

É un cunicolo stretto tra gli alti palazzi che si fronteggiano, Vico del Fico al Purgatorio. 

Mi sembra un antro scavato nella storia di Partenope al pari dell’antro della Sibilla e del tempio del vate Virgilio incuneati  nella roccia tufacea. 

E come Maradona, anche  Pulcinella stasera, in solitudine, sembra voler divinare il futuro di questa città che poi è il futuro di tutta intera l’Umanità…

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.