Ivan Cotroneo, Grande (La nave di Teseo, 2026)
Nietzsche sosteneva che il corpo non è un mero contenitore, ma possiede un’intelligenza profonda, istintiva e vitale, e che la nostra mente e i nostri pensieri sono semplici strumenti messi al servizio di questa forza straordinaria. Sovvertendo secoli di tradizione filosofica che vedeva la fisicità su un gradino inferiore rispetto all’intelletto, il filosofo poneva al centro le sensazioni, o meglio i sensi, come unica vera via di accesso alla realtà.
”Grande” (La nave di Teseo), il nuovo lavoro letterario di Ivan Cotroneo, sceneggiatore e regista per cinema, teatro e tv, ci pone proprio al cospetto di un mondo fatto di corpi, di sensi, di tutto ciò che si tocca, che si percepisce con le mani, la bocca, la lingua, la pelle. È la storia di Ernesto, regista e sceneggiatore napoletano che, per alleviare una caldissima estate alla sorella e permetterle di godersi una vacanza, ritorna a Napoli per accudire i genitori anziani, affrontando una fase delicata della senilità della madre, affetta da Alzheimer degenerativo.
Uno dei punti più toccanti della vicenda, di natura apertamente autobiografica, è la trasformazione di ciò che accade intorno al malato: tutto assume una prospettiva inaspettata. Le persone provano un senso di colpa per il semplice fatto di essere sane, cercano di curare con le parole una condizione in cui si può alleggerire ben poco, e tentano in tutti i modi di affermare che la vita, nonostante la fine inesorabile, debba andare avanti così com’è.
Ernesto, alla soglia dei cinquant’anni, affronta una sorta di cammino silenzioso: spinge il cibo in gola alla madre per impedirle di deperire, le canta canzoni napoletane, le sussurra il proprio nome nel tentativo di farsi riconoscere. La adora, la veste e le pettina i capelli in un esercizio quotidiano in continuo equilibrio fra un profondo senso di responsabilità e l’istinto di sopravvivenza.
È proprio in questo tentativo di sopravvivere che si apre la parte più consistente della narrazione, quella più spiccatamente sensoriale: Ernesto esce tutte le sere e va a caccia di storie evanescenti con uomini sconosciuti, spesso celati dal buio di una stanza, rifiutando categoricamente la schiavitù del legame, del rapporto a specchio, della ricerca della consolazione amorosa. Ciò che avviene la notte è l’esatta antitesi di ciò che avviene durante il giorno: Ernesto cerca le sensazioni ruvide di rapporti sessuali a volte brutali, che fanno da contraltare al grande amore viscerale che invece occupa le sue giornate. Il corpo della madre è il tempio accudito dai sentimenti; il suo corpo e quello degli uomini che incontra sono invece il puro sfogo di un’anima ferita.
Lo stile letterario richiama alla mente gli stacchi cinematografici: capitoli brevi e visivi si alternano a riflessioni personali, ricordi e scene del quotidiano, in una narrazione dal fortissimo impatto immaginifico.
Nella parte finale del romanzo i sensi si fanno da protagonisti assoluti, così l’autore chiude il cerchio di quell’intuizione nietzschiana originaria: quando la mente cede all’oblio e i ricordi svaniscono, è il corpo a farsi ultimo e disperato baluardo della nostra presenza nel mondo. Ernesto cerca nella carne cruda della notte l’antidoto allo svanire della carne amata diurna, dimostrando che il corpo non è mai un docile involucro, ma il campo di battaglia dove amore e dolore si fondono, tenendoci brutalmente, ostinatamente vivi.
Abbiamo incontrato Ivan Cotroneo al Rainbook Festival di Cagliari e abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata riguardo al suo libro.
Loredana Cefalo*

* * Loredana Cefalo, è stata imprenditrice e organizzatrice di eventi, per poi approdare in radio e TV come produttrice e redattrice. Per Il Randagio si occupa dell’ufficio stampa, legge, scrive e crea contenuti social di cui è molto appassionata.

