Caterina Villa per “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Caterina Villa, “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026)

Dalle sponde nebbiose del Lago Trasimeno Caterina Villa ci racconta “Misurare il vuoto” (Lindau), dove una roulotte abusiva e scrostata smette di essere un semplice relitto della periferia rurale per diventare confessionale discreto e rifugio per le anime tormentate. 

Il romanzo è un labirinto sotterraneo, fatto di tratti poetici e onirici attraverso i quali si attraversa il vuoto esistenziale, inteso non come assenza, ma come l’ingombro pesante di ciò che non è stato vissuto, che ci rende bloccati e sopraffatti da una vita più forte e più audace di noi. 

Lo stile di Caterina Villa è molto sensoriale, e trasforma sentimenti astratti attraverso immagini concrete: il dolore è “un seme duro che scheggia i denti” e la solitudine si fa materia attraverso l’uso delle molte metafore che richiamano gli odori e i rumori del lago, creando un’atmosfera sospesa.

Al centro della vicenda troviamo tre solitudini che si incrociano attorno a questo “purgatorio di lamiera”. Nicola, il custode, è un uomo che vive nell’arrendevolezza della fine vita; pervaso da una malattia gravissima, ha scelto di lasciarsi morire, così come in passato ha lasciato andare il suo grande amore. 

seconda parte

Accanto a lui si muove Ofelia, una ragazza rimasta immobile per anni, orfana di una madre che le ha negato l’affetto e terrorizzata dall’idea di compiere anche un solo passo verso il futuro. 

A scuoterla dal torpore è l’incontro con Simone, un ragazzo segnato dall’autolesionismo e dall’abbandono dei genitori, il cui rancore sembra condensarsi tutto nel ricordo di una vecchia vestaglia a pois.

​Il ritmo del romanzo riflette perfettamente l’evoluzione dei protagonisti: inizialmente lento e meditativo, segue l’inerzia e il torpore di Nicola e Ofelia. Tuttavia, con l’emergere della componente thriller e lo scorrere del tempo, il tempo viene scandito da un’accelerazione progressiva. 

A rompere l’equilibrio arrivano un biglietto firmato da “T.”, lasciato proprio nella roulotte e l’imminente inesorabile rimozione del mezzo abusivo da parte del comune. Questi elementi introducono da un lato un mistero macabro, che agisce da catalizzatore, e dall’altro l’urgenza del ritrovamento del proprietario del mezzo, che costringono i tre personaggi a trasformare la propria mancanza di coraggio in una forza inaspettata e a affrontare finalmente una introspezione rimasta sempre sulla superficie, come a galleggiare sulle acque scure e inerti del lago.

L’intreccio finale fa affondare e riemergere mostri, fantasmi, paure, ricordi che vorticosamente portano il lettore verso una domanda conclusiva: quanto può essere salvifico misurare il proprio vuoto con lo spettrometro della razionalità?

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Danilo Chirico per “La figlia del clan” (Piemme, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Danilo Chirico, “La figlia del clan: un cognome da nascondere un destino da riscrivere” (Piemme, 2026)

“Dormi dormi tu che puoi,

Io cerco una risposta a questi errori miei.

Timida la luce che mi fa compagnia

è stanca anche lei in questa vita mia

vuota, triste e amara,

se non fosse per il tuo sorriso che di giorno la rischiara.

Dormi dormi tu che puoi,

non voglio che conosci i pensieri miei.”

La scrittura di Danilo Chirico in La figlia del clan (Piemme Edizioni) si muove con un rigore documentale che non cede mai alle lusinghe della narrativa di genere, preferendo farsi testimonianza civile. Al centro dell’opera troviamo il racconto del crimine, ma soprattutto quello di un destino imposto: quello di Giuseppina Pesce, nata a Rosarno in una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta mondiale.

L’autore sceglie una strada complessa, rinunciando alla struttura classica del romanzo per affidarsi alla nuda cronaca dei fatti e alla precisione degli atti processuali. Ne emerge la dimensione claustrofobica di una realtà in cui il controllo del territorio avviene attraverso un “metodo quasi democratico”, basato sul consenso sociale prima ancora che sulla violenza manifesta.

Il libro esplora con crudezza il paradosso di un’educazione costruita su codici arcaici e distorsioni valoriali, dipingendo un ritratto familiare intricato, dove il boss Salvatore Pesce non ricalca il cliché cinematografico del padre padrone, ma si rivela un uomo capace di delegare il comando domestico alle donne, di coltivare la fede religiosa attraverso una Bibbia rilegata in oro e di gestire il potere mafioso tra processioni, partite di calcio e l’amore per la radio.

Chirico, descrivendo questa quotidianità, ci mostra come la ’ndrangheta non sia un’entità esterna, bensì una realtà che si mimetizza nella normalità. In questo contesto, la ribellione di Giuseppina diventa un atto di rottura quasi inconcepibile, dove il tradimento del legame matrimoniale è considerato persino più grave della collaborazione con la giustizia.

seconda parte

“Io ho denunciato, ho cambiato vita, ma io sono una Pesce e quindi devo buttare sangue fino a quando muoio.”

Il mondo fatto di violenze subite, matrimoni forzati e segregazione si intreccia indissolubilmente con la cronaca giudiziaria guidata dalla magistrata Alessandra Cerreti. Tuttavia, la storia di Giuseppina Pesce non è lineare, ma colma di contraddizioni: è la storia di una donna che, pur avendo cambiato vita, sente ancora il peso di un cognome che definisce come una “tara nel DNA”.

Il legame con la famiglia appare indissolubile nonostante le minacce, le menzogne, l’indifferenza e l’inasprimento e i maltrattamenti subiti anche dai suoi figli, per via della collaborazione con i magistrati. E risulta paradossale che Giuseppina arrivi a considerare che la sua forza nel testimoniare contro la sua famiglia derivi proprio dai valori trasmessi da suo padre, un uomo su cui pesa una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, che non ha mai mostrato segni di pentimento e che si è sempre rifiutato di collaborare con la giustizia. 

La vera riflessione che il libro ci offre è quella sulla libertà. Giuseppina non sceglie la magistratura solo per il bene dei figli o per un avvenire che, dopo quindici anni di fughe e sotterfugi, appare ancora minato. Denuncia perché le è stata tolta la cosa più preziosa: la possibilità di scegliere.

Il suo percorso non è immediato: inizialmente non regge al peso dell’arresto, decide di collaborare, poi torna indietro, ritratta e rinnega le sue confessioni, mettendo in crisi un sistema costruito in settimane di interrogatori. Solo quando realizza che il prezzo da pagare sarebbe la perdita del rapporto con i figli e il loro giudizio morale, decide di ricominciare. 

“Mamma, io voglio stare con te, io non voglio vivere con gli altri. Tu sei la mia mamma e senza di te non sono niente, qualsiasi scelta farai ti seguirò.”

In questa altalena emotiva, è il sostegno della figlia Chiara a fare la differenza: di fronte alla prospettiva di una costrizione ancora più feroce di quella vissuta da fuggiasche, Giuseppina trova finalmente la forza per non tornare più sui suoi passi.

La figlia del clan è un’analisi sulla capacità di trasformare il “buio” in luce. Attraverso l’uso delle fonti e del dialogo diretto, Chirico documenta come la vera sfida al potere mafioso non passi solo dalle aule di tribunale, ma dalla volontà di una madre di spezzare la catena di un destino già scritto.

Si evidenzia il grande potere femminile, lo stesso che come buio tramanda valori distorti e non mostra alcuna solidarietà con le altre donne, ma impone una stretta gerarchia basata sull’accettazione e sul silenzio, ma che si fa luce proprio quando “come nella primavera araba” le donne come Giuseppina Pesce diventano motori di una rivoluzione.

La figlia del clan è un libro che non cerca di intrattenere, ma di svelare la verità, elevando la cronaca a strumento nobile per comprendere la realtà ancora oscura del nostro Paese, puntando l’occhio di bue su questo incredibile potere, che trasforma la coscienza civile, o parte di essa, in quei territori che sembrano dormienti, arrendevoli e destinati a finire nel dimenticatoio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Andrea Sceresini per “Di guerra e di altre schifezze” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Andrea Sceresini, “Di guerra e di altre schifezze – Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina” (Minimum Fax, 2026).

prima parte

​«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura. Invece bisogna immaginare che un conflitto è come una vena d’oro e i reporter saltano su carri e cavalli correndo a cercare la pepita più grossa.»

​Il libro di Andrea Sceresini, Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina (Minimum Fax), fa a pezzi l’immagine idealizzata dell’inviato in prima linea attraverso una cronaca che pone al centro sia i protagonisti, sia il sistema informativo che li nutre. L’autore descrive il giornalismo nelle zone di conflitto non come una missione umanitaria, ma come una ricerca di profitto e visibilità, facendo emergere l’egoismo che muove parte del mondo dell’informazione, dove il dolore altrui diventa il «mascara della tragedia» utile a rendere lo sguardo del cronista più magnetico per il pubblico dei talk show.

​In questo contesto, l’Ucraina non appare come la democrazia specchiata descritta dalla propaganda occidentale, ma come un sistema politico ed economico molto simile a quello russo, dove gli undici partiti di opposizione sono fuorilegge e l’informazione è concentrata in un unico canale governativo.

seconda parte

​Al centro del racconto c’è il meccanismo con cui la politica e la geopolitica soffocano l’informazione attraverso la censura preventiva e l’uso punitivo degli accrediti militari. Ed ecco servito il paradosso: un sistema che, per difendere i propri valori, adotta metodi repressivi che rendono invisibili i dissidenti, i renitenti o chiunque non si allinei alla narrazione del popolo eroico in armi.

​Proprio l’estetica del combattente — con il suo bagaglio di valori, che imbraccia il kalashnikov in virtù di un’ideologia di libertà e difesa della patria contro il nemico — viene messa totalmente in discussione. Sceresini narra diverse avventure (o disavventure) di guerra nella Repubblica Ucraina, fra aggressioni, interrogatori, blocchi alla frontiera e piogge di bombe; è proprio durante una di queste incursioni che si accorge di quanto la guerra, quella iniziale di posizione e di trincea con i suoi racconti dalla prima linea, sia cambiata.

​L’incontro con un’unità di dronisti ucraini — che «più che a dei normali soldati, in effetti, assomigliavano a una brigata di nerd, e senza troppe difficoltà ci confessarono che la loro grande passione comune consisteva nell’organizzare lunghi tornei di Call of Duty alla playstation» — illustra l’assurdità di un conflitto combattuto con i joystick da chi è distante chilometri dal fuoco. Per il resto della popolazione, invece, la guerra rimane una trappola fisica da subire: c’è chi non si arrende e resta a presidiare un territorio martoriato solo per una questione di mera appartenenza, e chi cerca di fuggire a ogni costo.

​Il libro documenta, da un lato, la guerra degli ultimi: anziani che scrivono su biglietti improvvisati messaggi per i propri cari, sapendo che con molta probabilità non li rivedranno più, affidandoli ai giornalisti perché li recapitino via WhatsApp; volontari in ricoveri d’urgenza senza medici, dove i pazienti vengono accolti fra le macerie con poche garze e disinfettante. Dall’altro lato, emerge l’imponente fenomeno della resistenza alla leva, riportando che «circa ottocentomila giovani ucraini si erano dati alla macchia per evitare di finire sotto le armi».

Il fenomeno della diserzione si unisce a doppio filo con quello della corruzione: «o ti nascondevi a tempo indeterminato sperando di non farti beccare, oppure pagavi una mazzetta all’ufficiale di turno per farti esentare». Ne deriva una frattura sociale netta, dove chi ha i mezzi corrompe gli ufficiali o scappa all’estero, mentre chi non li ha finisce al macello in quello che un fuggiasco definisce uno «scannamento tra pezzenti e morti di fame».

​In questo scenario claustrofobico, dopo dieci anni di racconti da tutti i fronti — russo, ucraino e separatista — ad Andrea Sceresini, come ad altri giornalisti e fotografi italiani e internazionali, è stato negato il pass stampa. Non possono più fare ritorno formalmente in Ucraina e, informalmente, nemmeno in Russia. Resta l’interrogativo sul perché, domanda alla quale nessun governo, servizio segreto o ambasciata — men che meno quelli 

italiani — ha voluto rispondere.

​Così come ai tempi della Seconda guerra mondiale, pur con i dovuti correttivi della modernità tra email, Telegram, selfie stick e reel sui social, l’informazione rimane un’arma vera e propria. È manipolata dal potere per raccontare una verità che copre anziché svelare, infiltrandosi fra le case bombardate senza guardare davvero: un mondo fatto della solita propaganda da «lavaggio del cervello» in base alla quale ci si schiera per i «buoni» o per i «cattivi». Un conflitto dove molti guadagnano e dove gli interessi economici, come al solito, forniscono l’alibi perfetto per giustificare la profonda sofferenza di chi la guerra la prova sulla propria pelle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Antonella Lattanzi per “Chiara” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 10 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 10 Antonella Lattanzi, “Chiara” (Einaudi)

Chi ha paura di diventare il lupo cattivo?

Chiara (Einaudi) di Antonella Lattanzi è un’autentica storia d’amore, ma non ha affatto i lineamenti del romanticismo classico: è un’immersione nel territorio di confine dell’adolescenza, dove i sentimenti non sono carezze, ma ferite che restano aperte e aspettano di infettarsi solo quando si è adulti; un romanzo di formazione che sa di asfalto, di sigarette fumate sui muretti di una Bari negli anni ’80 e ’90, e di quella sessualità scoperta per sentirsi vivi.

La voce narrante è quella di Marianna, detta Mary. Da adulta, quarantenne tormentata da attacchi di panico e rimorsi, ci conduce a ritroso nel tempo. La sua è la storia di una fragilità nata da un paradosso: il sentirsi non amata pur essendo immersa in un amore infinito e zoppicante.

Attorno a lei, sole che si oscura, si muovono vari pianeti che sembrano rotti: il padre, Luca, un uomo che soffre del disturbo borderline della personalità e autolesionismo, con “eccessi” e esplosioni che lasciano segni fatti di sangue vero e che trasformano la casa e l’esistenza di chi la vive in un campo minato; la madre, figura drammatica che doma la propria voglia di fuggire sacrificando se stessa per preservare un equilibrio domestico precario; Leonardo, il ragazzo che la circonda di attenzioni, ma di fronte alla verità familiare fa finta di nulla per evitare di soffrire e far soffrire.

E, infine, c’è Chiara, unico grande amore della protagonista, che come una calamita la attrae e la respinge dolcemente, condividendo con lei il “Terrore” della sua vita, ma negandosi fortemente quando è il momento di mostrarsi: esce da una casa dove la violenza è pane quotidiano, ma sceglie la pazienza, il silenzio e la sottomissione come mantello dell’invisibilità.

Il tema centrale della Lattanzi è lo sguardo. C’è lo sguardo che cambia degli adulti, quando l’aria diventa elettrica e sta per accadere un episodio di ordinaria violenza, quello dei compagni che restano ciechi anche di fronte all’evidenza; quello aperto al mondo e alle esperienze della protagonista Marianna, che vive nell’urgenza di essere vista ma soffre per quella che le sembra indifferenza generale, la stessa indifferenza che Chiara anela sotto uno strato di lividi ben nascosti.

Si apre il grande interrogativo nelle vite di tutti i coinvolti, sia di chi guarda, sia di chi fa finta di non vedere: perché nelle famiglie che oggi definiremmo genericamente disfunzionali si ha paura di diventare ciò che si respinge, di trasformarsi a propria volta nel lupo cattivo? L’identificazione con l’aggressore, fortunatamente, non è un meccanismo comune, ma genera nelle vittime di violenza il timore di sovrapporsi al mostro.

La sensazione di inadeguatezza che Mary si porta addosso anche a quarant’anni è il segno di una guarigione mai avvenuta, di una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata tra gli sballi e le fughe da casa. Forse è questo che chiedono i ragazzi: di non essere guardati senza essere visti. Chiedono che il problema si affronti, che la loro condizione di adolescenti sia rispettata e non solo sopportata.

Antonella Lattanzi scrive una storia che colpisce l’adulto in modo diretto, costringendolo a ricordare la propria pubertà non come un’età dorata, ma come un campo di battaglia. “Chiara” parla della fame di essere amati con tutto il cuore e del vuoto che resta quando quell’amore è sporcato dalla malattia e dal silenzio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.