Stephen King: “Cose preziose” (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner), di Loredana Cefalo

Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.

​Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.

Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.

Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.

​Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.

​Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”. ​

Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.

​L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.

La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.

​Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Luisa Pessina, “Perché gli ulivi sono storti” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Luisa Pessina, Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax, 2026)

 La Legge Basaglia del 1978 viene spesso celebrata come lo spartiacque che ha aperto i cancelli dei manicomi italiani, svelandone l’orrore istituzionalizzato. In questo scenario di normalizzata crudeltà si colloca Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax), il romanzo d’esordio di Luisa Pessina. Ambientato nella Volterra del dopoguerra, terra in cui il gigantesco ospedale psichiatrico contava quasi più della popolazione stessa, il libro solleva il velo sulle vite di malati veri o presunti, bambini abbandonati e donne “scandalose”.

seconda parte

Il testo indaga la normalità attraverso una galleria di destini: c’è chi, una volta “guarito”, trova lavoro proprio all’interno della struttura; chi ci è nato e vi termina l’esistenza; e chi tenta, attraverso l’arte, di sovvertire un ordine automatico e violento. Lo stile della giovane Pessina è asciutto, privo di giudizi personali sia sugli orrori della contenzione sia sulla cappa di perbenismo e pettegolezzi che ricopre il paese. Fuori e dentro le mura, le vite dei protagonisti sono segnate dalle storture della storia e della scienza, proprio come gli ulivi della terra toscana.

​Volterra viene così descritta nella sua doppia anima: la bellezza del teatro romano appena scoperto fa da contraltare a una coercizione sistematica, spesso basata non su diagnosi cliniche, ma su superstizioni, apparenze e su un’assurda moralità che mette in crisi anche le anime più pure.

​Viene da chiedersi: dove risiede il confine che separa la normalità dalla follia? Luisa Pessina delinea una risposta estremamente lucida: a tracciare questa linea sottile non è quasi mai una reale patologia medica, ma la violenza di un giudizio sociale e istituzionale che si fa strumento di standardizzazione. Il “matto” è spesso semplicemente chi devia dai binari di un’ipocrita rispettabilità o chi è sprovvisto dei mezzi economici per difendersi dalla macchina amministrativa dell’epoca.

​Questo schema repressivo investe con forza anche l’autonomia di genere. Attraverso la figura di Vira, una talentuosa scultrice che lavora l’alabastro firmandosi con il nome del padre, Pessina mostra come la comunità esterna sia mossa dalle stesse logiche del manicomio. Quando il suo rifiuto di conformarsi ai parametri tradizionali femminili emerge pubblicamente, la reazione immediata della società è il tentativo di neutralizzarla attraverso il ricovero forzato per “devianza”.

​La prosa adotta una crudezza visiva e sensoriale notevole, alternando la freddezza nel descrivere le brutalità quotidiane dell’elettroshock e dell’idroterapia a un lirismo visionario e grottesco che scaturisce dal vernacolo toscano e dai deliri dei pazienti.

​Grande forza del romanzo è la prospettiva artistica: per i tre protagonisti l’arte, il mito e il delirio si configurano come gli unici codici rimasti per evadere da una realtà intollerabile. Che si tratti delle mappe di Guglielmo o della Via Cava etrusca cercata da Tosca nel sottosuolo, la dimensione artistica diventa un atto di resistenza contro un mondo che spezza i corpi.

​E da questa forza scaturisce la gloria dell’arte che va oltre la vita e la morte, che vince contro il tempo e contro gli uomini, ridando luce ed energia a chi ha vissuto nelle tenebre, che sia sopravvissuto o meno.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

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Arkadij e Boris Strugatskij: “Lunedì inizia sabato” (Ronzani), di Loredana Cefalo

Che cos’è l’IA e quanto inciderà davvero sul nostro futuro? Oggi il web pullula di corsi su come “diventare qualcuno” nell’era dell’intelligenza artificiale e di profezie catastrofiche su come la tecnologia cambierà le nostre vite. A guardarla con un briciolo di cinismo, sembra quasi il tentativo di fare l’ultimo strappo ai nostri portafogli prima che arrivi l’Apocalisse.

​Ma se vi dicessi che negli anni ’60 qualcuno aveva scritto un libro sagace, ironico e profondamente vero, capace di predire, anzi pre-scrivere, proprio quello che stiamo vivendo in questa nostra epoca di disintermediazione tecnologica, dubbio e incertezza?

Lunedì inizia sabato è un romanzo in tre parti pubblicato nel 1965 da Boris e Arkadij Strugatskij. I due fratelli avevano intuito una grande verità: il vero rischio non sono i robot, ma la burocrazia, l’ego e la stupidità umana applicati alle tecnologie.

​Spesso considerato un Harry Potter in versione russa per via della magia e dei relativi cavilli burocratici, il libro in realtà è molto più vicino al capolavoro di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggero come una fiaba e tagliente come una satira, il romanzo inizia con Sasha, un programmatore di Leningrado, che raccoglie due autostoppisti e finisce a lavorare al NIITsHAM: l’Istituto di Ricerca Scientifica per la Magia e la Stregoneria, gestito esattamente come un vero ente sovietico.

​Le figure emblematiche del nonsense che pervade il libro si sprecano: un pesce seduto su un albero, un divano che traduce le fiabe in realtà, un gatto che ricorda solo l’inizio delle storie. Tutto, però, viene rigorosamente trattato con moduli da compilare, relazioni e turni di notte. È l’assurdità di Carroll avvolta nella burocrazia di Kafka.

La cosa più folle è quanto questo testo sia attuale. Quel NIITsHAM sembra un laboratorio di IA dei giorni nostri: cluster che non si spengono mai, modelli che “allucinano”, dipartimenti assurdi nati quasi per gioco (come Predizione e ProfeziaMaternità o Modelli Computazionali di Fiabe). L’Istituto è una parodia diretta dell’Accademgorodok di Novosibirsk, la “Cittadella della scienza” fondata nel 1957; un modo giocoso per prendere in giro l’ossessione burocratica sovietica.

​Al suo interno troviamo personaggi che oggi ci sembrano fin troppo familiari. C’è il professor Vybegallo, la caricatura del ricercatore cialtrone che promette miracoli senza alcuna base scientifica. Oggi lo ritroviamo in chi vende “l’AGI tra sei mesi” o 

profetizza che “l’IA sostituirà tutti i lavori domani”, senza nemmeno capire come funzioni un algoritmo. Gli Strugackij stessi dichiararono che Vybegallo era un demagogo ignorante, modellato su Trofim Lysenko, il padre della pseudoscienza staliniana. E poi c’è Janus Bifronte, che con una faccia rivolta al passato e una al futuro incarna perfettamente il dilemma moderno dell’allineamento delle IA, ovvero la gestione di un’intelligenza di cui non conosciamo ancora gli esiti finali.

​In un saggio che accompagna le edizioni recenti, Boris Strugatskij racconta che il libro è nato per puro divertimento. Lui lanciava le idee più assurde, Arkadij le metteva in ordine incanalandole in uno stile preciso, e poi si riscrivevano a vicenda i testi finché l’opera non parlava con una voce sola.

​Il romanzo è pervaso da un’aura fiabesca di schietto ottimismo e comicità. Sono trecento pagine che scorrono con zero fatica e il cervello sempre acceso, gravide di un’ironia accattivante. Dopotutto, negli anni del “disgelo” post-staliniano, gli artisti potevano finalmente permettersi il lusso della parodia.

​La chiave di volta del libro sta in una frase precisa:

​”Diventi un vero mago quando pensi meno a te stesso e di più agli altri e al lavoro.”

​Tradotto ai giorni nostri: la vera magia non sta nel delegare tutto passivamente all’IA, ma nell’usarla come uno strumento per esplorare il futuro insieme.

E se questo testo fosse scritto oggi? Ho provato a porre quattro domande immaginarie a Boris Strugatskij in un’intervista che definirei magica.

Boris, se riscrivessi Lunedì inizia sabato oggi, il NIITsHAM come cambierebbe?

B.: Ah, sarebbe lo stesso istituto, solo con più cavi. Al posto del divano che traduce fiabe avremmo un server che genera immagini da prompt. Al posto di Vybegallo avremmo un “influencer della scienza” con un corso online su “Come diventare mago in 7 giorni con l’IA”. La burocrazia, le commissioni, i turni di notte? Identici. La tecnologia cambia, la stupidità istituzionale no. Sarebbe solo più rumoroso.

Molti lettori oggi dicono che il libro ricorda più Alice nel Paese delle Meraviglie che Harry Potter. Tu cosa ne pensi? 

B: Sono d’accordo. Con Arkadij non volevamo fare una scuola. Volevamo prendere un uomo normale, Sasha, e buttarlo in un mondo dove le regole della logica sono piegate. Alice cade nella tana, Sasha raccoglie due autostoppisti. Stesso meccanismo. Harry Potter è un prescelto. Sasha è un dipendente. Preferisco di gran lunga Sasha.

Janus Bifronte, con A-Janus e U-Janus, oggi viene letto come una metafora dell’IA: addestrata sul passato ma proiettata sul futuro. Ci avevate pensato?

B: Non in quei termini, no. Nel ‘64 l’IA non esisteva neanche come parola. Janus era una battuta su noi stessi: noi scrittori siamo sempre divisi tra guardare indietro alla letteratura e guardare avanti a cosa inventarci. Ma mi fa piacere se funziona anche così. È il bello dei libri: vivono dopo di te e trovano significati che tu non avevi messo. Se Janus serve a parlare di allineamento, ben venga.

L’ultima domanda è la frase del libro: “Si diventa maghi quando si pensa meno a sé e più al lavoro e agli altri”. Con l’IA che fa tutto al posto nostro, è ancora vera?

B: Ancora di più. La vera magia del NIITsHAM non erano gli incantesimi. Era la passione per la ricerca fatta insieme, anche se assurda. Oggi l’IA può scrivere, disegnare, calcolare. Benissimo. Ma se la usi solo per non pensare, resti un babbano con uno strumento caro. Se la usi per farti domande più grandi, allora sì, diventi mago. Lo strumento è cambiato. La regola, no.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Francesca G. Marone, “Le custodi dell’anima” (Salani, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Francesca G. Marone, Le custodi dell’anima (Salani, 2026)

 Con Le custodi dell’anima, Francesca G. Marone firma un romanzo storico di profondo respiro, capace di far dialogare epoche lontane attraverso una suggestiva struttura a specchio. Ambientata nello scenario solenne dell’abbazia di Cava de’ Tirreni, la narrazione intreccia i destini di due donne distanti nei secoli ma unite dalla medesima sofferenza: Sibilla, nobile borgognona del XII secolo data in sposa al potente re Ruggero II di Sicilia, e Luigia, detta Gina, una ragazzina degli anni Cinquanta del Novecento che tenta di sfuggire a una realtà contadina misera e violenta. La forza del genere storico, in quest’opera sta, in primis, nella meticolosa ricostruzione di ambienti e usanze (dalle tecniche di levigatura della pergamena nello scriptorium medievale alle atmosfere del cimitero longobardo), ma anche nella capacità di dimostrare come il dolore, l’aspirazione alla libertà e la memoria si tramandino, immutati, di donna in donna.

seconda parte

Il principale motore di questo legame è la denuncia della gabbia del patriarcato: nel Medioevo come nel Novecento, le protagoniste si scontrano con un mondo dominato da logiche maschili prevaricatrici. Sibilla subisce la i soprusi sessuali di un marito che la considera un mero strumento dinastico, un ventre cavo da cui pretendere un erede, mentre la corte giustifica I comportamenti violenti e isola la sua identità. Gina viene ripetutamente picchiata da suo padre e i suoi fratelli rivendicano la propria superiorità per il solo fatto di essere maschi, assecondati dal silenzio rassegnato delle figure femminili. 

In entrambi i mondi, alle donne è precluso l’accesso alla cultura e allo studio, ritenuti inutili o pericolosi.

La risposta a questa oppressione però  è la 

ribellione clandestina: Gina arriva a bendarsi il petto e a tagliarsi i capelli per travestirsi da ragazzo, pur di essere accolta come sguattero nel convitto monastico e attingere al sapere, mentre Sibilla sfida i divieti regali per rifugiarsi tra gli scaffali profumati di cedro della biblioteca.

In entrambi i mondi, il corpo femminile non appartiene alle donne, ma è territorio di conquista, sottomissione e violenza e in questo contesto di privazione, la scrittura e la parola scritta diventano salvifiche. 

Il libro diventa un oggetto sacro, una chiave magica capace di scardinare le porte della prigione patriarcale. Se Sibilla trova la luce decifrando gli arabeschi dorati dei manoscritti, Gina sperimenta lo stesso miracolo studiando di nascosto i quaderni donatile da un vecchio maestro.

Dalla mortificazione sorge un potere 

femminile sotterraneo: le protagoniste scoprono che l’emancipazione non passa attraverso la forza fisica dei maschi, ma attraverso la mente e la parola.

L’emblema di questo enigma è un volume di poesie di Emily Dickinson che attraversa letteralmente le generazioni: stretto al petto come uno scudo contro le scosse del terremoto e della vita, scompare e riappare fino a viaggiare su un aereo verso l’Afghanistan, nelle mani di una bambina in cerca di riscatto.

Con una prosa lirica e un pizzico di mistero, Francesca G. Marone ci ricorda che se gli uomini possono incatenare i corpi, non possono nulla contro il volo dello spirito. 

Le custodi dell’anima è, in definitiva, una celebrazione della cultura come prima e più potente arma di emancipazione femminile, un romanzo che dimostra come i libri siano i veri, eterni custodi della nostra libertà.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

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Caterina Battilocchio, “La guardiana” (Garzanti, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Caterina Battilocchio, “La guardiana” (Garzanti, 2026)

 La guardiana, romanzo d’esordio di Caterina Battilocchio pubblicato da Garzanti, si apre sul profondo senso di smarrimento di Mora Bensanti. A trentatré anni, la protagonista si ritrova in un vero e proprio limbo esistenziale: ha perso il lavoro come educatrice a Roma, la sua relazione storica è in crisi e, soprattutto, è venuta a mancare sua nonna Tita, da sempre la sua bussola emotiva. Schiacciata dal lutto, Mora decide di rifugiarsi a Rocca, il paese della Maremma Laziale dove trascorreva le estati da bambina. Lì inizia a lavorare in una residenza per anziani circondata da roseti.

Spinta dall’istinto e dalla sua sensibilità professionale, comincia a raccogliere le storie e i vissuti dei residenti, scrivendoli per sottrarli all’oblio del tempo. Tuttavia, l’addio a nonna Tita porta con sé un’ombra: una frase misteriosa pronunciata al funerale insinua il dubbio che la donna nascondesse un passato tormentato. Aiutata da un amico d’infanzia, Mora inizia così a scavare tra i ricordi di Rocca, riportando alla luce una storia taciuta che risale al secondo dopoguerra e che si intreccia profondamente con la figura di una bambina di nome Margherita e con i segreti celati nel roseto della casa.

seconda parte

L’autrice dimostra una notevole maturità espressiva nel gestire una struttura narrativa complessa, che si muove su due binari temporali distinti. Lo stile si adatta perfettamente a questa alternanza, mostrandosi moderno, psicologico e fortemente attento alla dimensione corporea ed emotiva nel presente di Mora, per poi farsi più intimo, lirico e cadenzato da espressioni della tradizione popolare nei capitoli dedicati ai ricordi d’infanzia e di giovinezza della nonna. La scrittura diventa così un esercizio di ascolto accurato, capace di dare voce ai silenzi, ai dettagli minimi della quotidianità e alla consistenza fisica della memoria.

​Il tono della narrazione si mantiene in un delicato equilibrio tra la malinconia legata alla perdita e una persistente urgenza vitale. Nonostante i temi del lutto e della vecchiaia siano centrali, il racconto si muover in un’atmosfera di dolcezza. Questo clima emotivo è alimentato dai piccoli gesti di cura e dalla spontanea ironia degli anziani della struttura, che alleggerisce il dramma senza mai privare i personaggi della loro dignità.

​La vera particolarità dell’opera risiede nella sua raffinata costruzione strutturale e metaforica. Ogni snodo del presente è preceduto dal richiamo a una specifica varietà di rosa, le cui caratteristiche botaniche e simboliche anticipano lo stato d’animo dei protagonisti, creando una suggestiva corrispondenza tra la natura e i sentimenti umani. Inoltre, il romanzo si configura come un vero e proprio specchio generazionale, in cui la protagonista scopre le fragilità, i desideri e le scelte dolorose della nonna, scoprendola non solo come un punto di riferimento incrollabile, ma come una donna autentica e complessa. In quest’ottica, la scrittura e il racconto orale emergono come gli unici strumenti capaci di curare le ferite del tempo, trasformando la memoria in un atto di protezione e di profondo amore.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

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