Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?
Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.
In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).
Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.
A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.
Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.
Buona lettura.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026)
Anna Schirru, con il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz), ci narra uno spaccato del Sulcis-Iglesiente degli anni Novanta, alternando l’ambientazione tra la quotidianità di un condominio a Iglesias e le estati passate sulla spiaggia di Calasetta.
La trama si sviluppa attraverso i ricordi e gli occhi di una voce narrante bambina, impegnata a decifrare i comportamenti contraddittori degli adulti: un padre instabile, segnato da improvvisi attacchi d’ira e da una profonda tristezza legata al lutto mai superato per il fratello Pietro; una madre infermiera che cerca sui balconi, nel fumo di una sigaretta, una tregua dalla stanchezza quotidiana; una sorella maggiore sonnambula e lunatica, descritta come macca pérdia (matta persa). Infine le due maestre: Mariolina, dolce e protettiva, e Ines, diretta, con un’onestà che rasenta la crudezza.
La routine della protagonista si snoda tra i banchi della scuola elementare, le domeniche al catechismo e i giochi con le amiche. Sotto la superficie di un’infanzia tipica dell’epoca pulsa però un malessere viscerale, la “brutta voglia”: la sensazione fisica di dover vomitare che l’assale ogni volta che si scontra con le bugie, le ipocrisie dei grandi o la violenza invisibile del mondo circostante.
seconda parte
L’elemento caratterizzante dell’opera è la sua cifra stilistica: l’autrice utilizza una focalizzazione interna fissa costruita su una parlata infantile ingenua e involontariamente comica, che contrasta con gli eventi drammatici, i traumi e le crisi familiari che avvolgono i personaggi.
La prosa è cadenzata da un ritmo incessante, dovuto anche alla costruzione paratattica dei periodi; per rendere maggiormente incalzante la narrazione, la punteggiatura tradizionale viene scardinata in favore di un continuo flusso di pensiero. Si tratta di una mimica perfetta dell’urgenza espressiva della piccola, che descrive dettagli e sensazioni senza soluzione di continuità.
Il linguaggio rende il testo totalmente immersivo: le espressioni in dialetto sardo e i modi di dire locali sono la lingua della sincerità, della pancia, dello sfogo di un popolo, più che della singola protagonista, in un crescendo che raggiunge il culmine nei capitoli dedicati alle riflessioni sulla terra d’origine.
In questi passaggi il tono si fa solenne e antropologico, svelando una Sardegna sotterranea e mineraria, legata a credenze antiche come S’Ammutadori (creatura mitologica legata all’oppressione notturna) e a precisi codici di comportamento, dove il dolore spesso si ingoia per fare finta di niente.
Una brutta voglia bilancia perfettamente il dramma dei primi anni di vita e la loro estrema leggerezza, attraverso il racconto di un territorio che, proprio come i bambini, vive con difficoltà il suo cammino di crescita.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
L’antologia “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax), nata dalla sinergia tra le Ferrovie dello Stato Italiane e il Salone Internazionale del Libro di Torino, si presenta come un affascinante mosaico letterario in cui il movimento fisico e quello mentale si fondono in un’unica traiettoria narrativa. La scrittura si fa un’andata leggera verso il mondo complesso delle vite umane, ma non è una fuga: prevede il ritorno al presente con una solida presa di coscienza sulla vita e le sue imprevedibili sfumature.
Le voci della raccolta sono varie, eterogenee: sei autori affermati (Simona Vinci, Nadeesha Uyangoda, Antonella Lattanzi, Matteo Nucci, Guido Catalano, Lorenza Pieri) e quattro esordienti vincitori del concorso letterario indetto da Ferrovie dello Stato e Il Salone del libro. Tutti ci dimostrano che viaggiare e leggere sono, in fondo, due declinazioni dello stesso bisogno umano di orientamento.
Il fulcro emotivo e concettuale dell’intera raccolta è la contemporaneità di due viaggi: quello in treno e il viaggio della mente, dove la carrozza ferroviaria non è un semplice mezzo di trasporto, ma uno spazio in cui il finestrino si trasforma in una pagina bianca e la pagina scritta diventa un finestrino aperto sul mondo. Questo legame si palesa in modo letterale nel racconto Il segnalibro di Franco Revello, dove la voce narrante è una foglia trasformata in segnalibro che viaggia nel tempo e nello spazio muovendosi tra i volumi e i capolavori della letteratura. In Caporale Express di Riccardo Grasso, lo sfondo drammatico del caporalato nei campi viene squarciato proprio dalla lettura di un libro, che innesca nella mente della moglie del bracciante Morfeno la consapevolezza che esiste un mondo intero oltre la durezza di quella campagna, spingendo la famiglia a desiderare la fuga verso la città. Dal canto suo, Guido Catalano esplora la poesia come una vera e propria macchina del tempo: rileggere un vecchio testo d’amore o un ricordo d’infanzia ambientato a Mantova permette alla mente di compiere un salto temporale istantaneo, riattivando emozioni e nostalgie felici che si credevano perdute. Nel racconto di Lorenza Pieri, Railroad to Freedom, il viaggio locale in treno di una donna attraverso il Massachusetts si intreccia con la riflessione sulla vita e sulle opere di Louisa May Alcott, trasformando il tragitto fisico e lo spazio d’attesa della carrozza nello strumento per elaborare il trauma del proprio divorzio e ritrovare il coraggio della propria indipendenza. In definitiva il percorso di questa antologia è quasi sempre un viaggio di andata e ritorno in cui si parte per un ritorno alla memoria, all’origine e a ciò che resiste al logorio del tempo.
Lo si percepisce con forza in Mare more di Maurizia Di Stefano, dove la protagonista Nadiya, ex bambina di Chernobyl, compie da adulta lo stesso viaggio in treno verso l’Italia intrapreso nell’adolescenza, come anche ne L’uomo in fuga di Edoardo Maresca, incentrato sugli ultimi giorni di Lev Tolstoj, durante i quali il treno e la stazione di Astàpovo diventano il luogo ultimo in cui tutte le identità dell’uomo si ricompongono, e dove il viaggio della mente trova la sua pace definitiva; e infine in Treni di Antonella Lattanzi, nel quale il treno e la banchina si trasformano da non luoghi in spazi di dolcezza, solitudine e malinconia, e il viaggio diventa lo specchio per guardarsi dentro prima di ripartire.
In cosa consiste, dunque, la leggerezza? Non di certo nell’assenza di peso, piuttosto nella capacità di portarlo con sé senza smettere di guardare fuori dal finestrino e ricordandoci che, finché ci si muove tra le righe o sulle rotaie, da qualche parte una storia comincia sempre.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026)
“Il secondo anno di elementari fu istituita una vera e propria competizione tra i bambini delle tre classi che studiavano in canonica, una competizione carbonara con un nome che non necessitava di molte spiegazioni: Lupo giù per terra”.
Francesca è affetta da irsutismo, il segnale di una disfunzione ormonale che porta le donne a ricoprirsi di peli scuri e duri in posti tipicamente maschili.
Cresce come una bambina forte e circondata da un amore potente, ma con un limite invalicabile: in casa non esistono gli specchi.
“Lupo giù per terra” (Bompiani ) esordio narrativo di Barbara D’Acierno, è un romanzo che segna il limite tra l’accoglienza e l’esclusione, ambientato in una campagna irpina che fa da contrasto a una Roma notturna e carica di tensioni politiche.
seconda parte
La narrazione attraversa vent’anni di storia italiana, legando a doppio filo il trauma collettivo del terremoto dell’Irpinia del 1980 alla crescita di Francesca, una bambina nata durante la storica nevicata del ’73 e segnata da una evidente “diversità” fisica che la trasforma presto agli occhi di chiunque la guardi, in un lupo.
Il tono del romanzo è intimista e crudo, capace di cogliere il disagio di chi, come i genitori di Francesca negli anni ’80 e ’90, insegue il mito americano del self-made man, prestando maggiore attenzione a ciò che si possiede rispetto a ciò che si è, mentre tra le mura domestiche coltiva un’emancipazione femminile di facciata e una finta tolleranza.
Raffaella, la madre, emerge come figura fondamentale: il suo conflitto con la figlia è un groviglio di insicurezze che tenta di sanare con gli strumenti di una cultura contadina che protegge nascondendo, proibendo gli specchi per non mostrare alla figlia la propria immagine atipica e tentando con tutte le proprie forze di preservarla da un dolore certo, quello in cui saranno gli altri, non più la famiglia, a farle da contorno.
Emblematico è il passaggio fra il prima e il dopo gli specchi, attraverso i quali la Francesca-lupo a sei anni scopre la sua diversità come affacciandosi da una finestra per vedere una realtà che sua madre, per anni, aveva tentato di nascondere, quasi per sanare una ferita di nascita.
Lo stile della D’Acierno è molto immersivo grazie a una stimolazione sensoriale che predilige gli odori: il profumo del pane caldo e della legna ardente quasi pizzica il naso, l’odore acre del sugo cotto col lardo fa venire fame, la lavanda rallegra l’animo di chi legge e l’umido dei prefabbricati in amianto appesantisce, poiché lì intere generazioni sono rimaste sospese dopo il sisma per più di vent’anni. Questi dettagli sensoriali delineano il contesto storico e fanno perfettamente da contorno all’atmosfera della provincia irpina, fatta di silenzi e scuorno (vergogna), dove il diverso è guardato con un timore che ricorda antiche lebbre.
La vera bellezza del romanzo sta nello scontro generazionale, che monta dalle prime luci accese sull’adolescenza di Francesca e si fa fuoco nel passaggio a Roma, negli anni ’90, tra la caduta del muro di Berlino e l’ombra cupa dell’AIDS e dell’eroina.
Nella capitale il lupo scopre una comunità di invisibili che in qualche modo le assomigliano, un popolo di studenti, attivisti, trans e gay che al Pigneto e nei centri sociali come il Forte preneste, tentano di trasformarsi in invincibili attraverso la lotta politica e la visibilità ostentata.
“Diverso, per voi giovani è sempre tutto diverso. Non vi accorgete che è sempre lo stesso. Io una cosa sola so: andarsene via per restare là non serve a niente.”
Qui è Maria, lontana parente della famiglia Spagnuolo e anziana mentore di Francesca, che accende un faro sulle possibilità alternative per la ragazza, che le mostra con schiettezza il suo punto di rinascita e che la sua diversità può trasformarsi in un’opportunità di condivisione e di speranza.
Ed grazie a questo personaggio, presente nella vita romana della protagonista, che in alcuni tratti il libro diventa una favola moderna, dove l’anziana diventa una sorta di fata madrina con una bacchetta magica che non scintilla, ma sicuramente elargisce verità e saggezza.
Il personaggio di Marta/Fabio, moderno Virgilio per la protagonista attraverso i gironi infernali dei disadattati e reietti, di una società romana colma di finto perbenismo e immobilità politica, e la tragica figura di Livia, musa ispiratrice che cela una enorme fragilità interiore dietro la maschera della spavalderia, ci parlano invece della freddezza di quegli anni, dove la scoperta di sé passa per baci che sanno di tabacco e la consapevolezza che le cose belle durano poco.
“Puoi cercare di trasformare un sampietrino in una pietra di fiume, ma sempre sampietrino resta. Se non smetti di essere lupo dentro, come fanno gli altri a vedere Francesca?”
Con Lupo giù per terra, Barbara D’Acierno indaga con ritmo avvincente il disagio
esistenziale del diverso, in una comunità che lo vuole come mostro, chiudendosi sul primo Pride nazionale del 1994 e l’inizio dell’era del berlusconismo.
Il racconto delle vicissitudini di Francesca esegue un’indagine sociale accurata ma soprattutto la storia di un ritorno fisico, di una rinascita interiore e ci lascia una verità dolorosa: se siamo noi i primi a non amarci, come potranno mai farlo gli altri?
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Il romanzo Anni di pietra, una storia greca (Voland) di Diego Zandel è un’opera che intreccia la memoria personale dell’autore con la tormentata storia della Grecia del Novecento.
Al centro della narrazione troviamo la figura di Manolis Fourtounis (1926-2019), poeta e combattente per la libertà, la cui tomba nel cimitero di Kefalos diventa il punto di partenza per un viaggio a ritroso nel tempo.
Zandel rende la cronaca storica un vero e proprio mosaico di eventi, esplorando la storia moderna del popolo greco dall’occupazione italiana e nazista di Kos alla brutale guerra civile, fino alla dittatura dei colonnelli.
seconda parte
Attraverso le testimonianze dei protagonisti, come l’anziana danzatrice Arghirò o il professore Antonio Balbo, il testo ci porta a una riflessione universale sulla coerenza morale, mettendo in luce la complessità del periodo bellico, dove l’umanità emerge anche tra le divise nemiche.
Il comunista tedesco Rudi, arruolato a forza dalla Wehrmacht dopo anni di lager, diventa il mentore politico di Manolis e il protettore della famiglia di Antonio contro la brutalità dei suoi stessi commilitoni.
Parallelamente, il Tenente Killmayer è presentato come un ufficiale tedesco e musicista, che vive con orrore le pratiche naziste e si innamora di Arghirò e della cultura greca attraverso la danza, dimostrando che l’anima può restare libera anche sotto un regime oppressivo.
La figura di Manolis è il fulcro di un’epoca che i greci definiscono “anni di pietra” per la durezza del regime carcerario ma anche per la fermezza dei principi dei combattenti. Il testo analizza con crudezza il trauma del confino a Makronissos e Aghios Efstratios, dove la tortura non mirava solo al dolore fisico, ma all’abbattimento della dignità attraverso la richiesta di abiura.
Zandel sottolinea a più riprese il profondo conflitto interiore di Manolis: la sua resistenza non è solo contro i carcerieri, ma anche contro il dogmatismo cieco del suo stesso partito, che lo isolerà per le sue posizioni critiche e per la sua difesa della libertà di dissentire.
I dialoghi sono vere e proprie lezioni di storia vissuta. L’ambientazione di Kos, descritta con minuzia e grande partecipazione emotiva, oscilla tra la bellezza paradisiaca del paesaggio e l’eco degli eccidi, come quello dei 103 ufficiali italiani a Linopoti, o le impiccagioni pubbliche di civili innocenti.
In conclusione, con Anni di pietra, una storia greca, Diego Zandel, nato in un campo profughi da genitori esuli fiumani, riversa la sua sensibilità di uomo di frontiera, rendendo omaggio a Manolis Fourtounis, amico e maestro di vita e contemporaneamente al popolo greco, disegnandone una biografia pregna di dignità e incrollabile rigore morale.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.