Giulia Bignami, “Con affetto immutato” (Voland, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giulia Bignami, Con affetto immutato (Voland, 2026)

 Dov’è il confine esatto in cui la dedizione si tramuta in arbitrio, e l’amore smette di essere incontro per farsi pretesa di possesso e dominio attraverso la manipolazione emotiva? È questo l’interrogativo che attraversa il dibattito contemporaneo sulla violenza di genere, tragicamente scandito dai numeri: secondo il Dossier del Viminale (fonte: Ministero dell’Interno) relativo al primo semestre del 2026, si registrano in Italia 34 donne vittime di omicidio, di cui 27 consumati in ambito familiare o affettivo e per mano di partner o ex partner (con 8 casi già formalmente rubricati sotto il reato di femminicidio, introdotto con l’art. 577-bis c.p.).

Ma secondo le cronache aggiornate siamo, ad oggi, a ben oltre 40 donne uccise, solo in Italia e solo nel 2026 per mano di un uomo.

seconda parte

Dietro a queste statistiche c’è un fil rouge inquietante: la radice tossica del controllo sistematico scambiato per sentimento, l’incapacità narcisistica e patriarcale di accettare l’autonomia e l’alterità dell’altra persona, affiancate da una fortissima sindrome abbandonica.

In questo scenario, Con affetto immutato di Giulia Bignami (Voland) si rivela come un’operazione letteraria che supera il racconto di trama: l’autrice concentra tutta l’energia drammatica sulla costruzione verbale, ideologica e psicologica con cui chi prevarica giustifica a se stesso e al mondo la propria sopraffazione, a qualsiasi livello.

La forza del romanzo risiede nell’originalità di un congegno stilistico strutturato come un soliloquio difensivo, rivolto a un «Lei» formale seduto dall’altra parte della scrivania: una conversazione che  progressivamente svela i contorni di ciò che realmente è, ossia un interrogatorio di polizia. 

L’invenzione più riuscita è la totale assenza delle battute dell’interlocutrice. Le contestazioni, i fascicoli aperti sul tavolo e le obiezioni morali di chi ascolta non compaiono mai sulla pagina, ma affiorano riflesse unicamente nelle risposte, nelle giustificazioni stizzite, nei cambi di rotta e nelle difese scomposte della voce narrante. Si crea così un “dialogo fantasma” in cui chi legge è costretto a calarsi nei panni dell’inquirente, misurando la distanza tra la finzione del discorso e la realtà che filtra dalle omissioni.

A rendere l’opera ancora più magnetica è la voce del protagonista, che incarna il manipolatore nella sua declinazione più insidiosa: l’intellettuale raffinato, colto e vanaglorioso. Giulia Bignami dipinge questa figura con un tono paradossalmente esilarante, fondato su un’ironia involontaria e grottesca. Il narratore sfoggia la propria coda da pavone fatta di citazioni letterarie, galateo accademico e superiorità ostentata, convinto di poter sedurre e dominare chiunque attraverso la retorica.

Ed ecco il paradosso: fa ridere per l’iperbole del suo ego smisurato, ma gela il sangue un istante dopo, quando ci si accorge che dietro quel garbo si nasconde la medesima voragine predatoria dei fatti di cronaca, dove la cancellazione dell’identità altrui viene presentata sotto il velo della devozione.

Il romanzo, in conclusione, diventa uno specchio del nostro tempo: Giulia Bignami ci mostra cosa si cela dietro il racconto dei femminicidi e della violenza di genere, smonta la retorica tossica che spesso normalizza la descrizione dell’abuso giustificandolo, scambiandolo per sentimento.

Perché il racconto di cronaca è sempre solo l’ultimo atto di quella violenza, che nasce dalle parole che pian piano diventano armi, usate per recintare e annientare la libertà delle donne.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Joseph Roth: “La milleduesima notte” (Adelphi, trad. Ugo Gimmelli), di Loredana Cefalo

Cosa rimane degli esseri umani quando crollano le certezze, le gerarchie e le rassicuranti finzioni di un intero mondo? E quanto quel vuoto morale somiglia alle contraddizioni del nostro presente?

​Se rileggiamo oggi La milleduesima notte di Joseph Roth ne cogliamo una sconcertante profezia: il crepuscolo dell’Impero Asburgico parla direttamente alle democrazie contemporanee, sistemi complessi e formalmente inappuntabili, ma pervasi da inerzia, cinismo diplomatico verso i regimi autoritari e una spietata mercificazione dei più deboli.

​Scritto nel 1939 dall’esilio parigino, mentre l’Europa scivolava nel baratro totalitario, il romanzo risponde a questi interrogativi presentandosi solo in apparenza come una raffinata commedia mitteleuropea dal sapore orientale. Sotto la superficie del racconto si cela una spietata anatomia morale del collasso asburgico, orchestrata come un catalogo dei vizi capitali.

​La trama, incentrata sulla sostituzione della contessa Wurmbrandt con Mizzi Schinagl nel letto dello Scià di Persia in visita a Vienna, è solo un pretesto per mostrare come, nel microcosmo viennese, i peccati siano gli ingranaggi su cui poggia l’intero ordine sociale.

​La bellissima contessa Wurmbrandt, di cui lo Scià si invaghisce al primo sguardo, incarna la superbia aristocratica: è disposta a sacrificare un’altra donna pur di salvare le apparenze di casta.

​Dal canto suo, il barone Taittinger rappresenta la paralisi etica e spirituale di un impero al tramonto; la sua colpa capitale è un’accidia pervasiva e claustrofobica. Chiuso in un individualismo estremo, il barone non ascolta altra voce al di fuori della propria e ignora i bisogni altrui, etichettando tutto e tutti come noiosi. La sua vita è dominata da un’apatia cronica, una vacuità in cui ogni cosa svanisce; incapace di prendere posizione o di provare autentica empatia, Taittinger si lascia scivolare addosso il destino dell’amante e del figlio illegittimo con un’indifferenza disarmante. Solo per un breve istante la sua inerzia si incrina: sopraffatto dallo scandalo e dall’impossibilità di rientrare nei ranghi dell’esercito, manifesta un barlume di compassione, dettato soprattutto dal terrore della solitudine nella morte.

​Accanto a lui, la lussuria capricciosa dello Scià, disabituato a porre freni al desiderio, riduce l’essere umano a pura merce. Una ricerca talmente cieca del piacere carnale da non fargli notare lo scambio: dopo la notte trascorsa con Mizzi, creduta la contessa W. concessagli dal marito, cade in un profondo sconforto, deluso dall’abisso tra la realtà e la grandiosità delle proprie aspettative.

​Sottile, invece, è l’invidia corrosiva dell’eunuco, che osserva con sordo risentimento l’ipocrisia degli occidentali, compiacendosi della loro degradazione.

​A chiudere il cerchio è l’avarizia spietata di Frau Matzner, maîtresse di una nota casa d’appuntamenti dell’alta società viennese, legata al denaro a tal punto da non volersene separare neppure di fronte alla morte.

​Al centro di questa ragnatela spicca Mizzi Schinagl, l’unica figura priva di malizia. La sua colpa tragica è una radicale ingenuità infantile: si fida ciecamente di tutti, firma contratti senza leggerli e subisce passivamente il proprio destino. La sua purezza non è però priva di lacerazioni interiori: schiacciata dall’abiezione della prostituzione in cui è sprofondata, Mizzi va incontro a un corto circuito emotivo. Travolta dall’angoscia e da un dolore insostenibile per la sua immaturità, arriva a picchiare senza motivo e ad abbandonare il figlio, per poi piombare in un pentimento tanto straziante quanto impotente. L’incapacità cronica di difendersi ne fa la preda ideale di una società corrotta, trascinandola fino alla rovina giudiziaria e al carcere.

​La grandezza dell’opera risiede nella maestria con cui Roth governa stile, ritmo e registri narrativi. Il romanzo si apre con l’andamento brillante, leggero e quasi musicale di un’operetta viennese, sostenuto da un’ironia sottile e da periodi armoniosi. Con il procedere degli eventi, tuttavia, il testo muta progressivamente: il tono scivola dalla satira di costume al dramma sociale, fino a farsi tragedia. Anche il ritmo asseconda questa metamorfosi, accelerando nella spirale caotica di truffe, debiti e processi, per poi rallentare e quasi congelarsi in una marcia funebre, segnata dall’angoscia per il declino senile e la morte.

​Questa parabola si apre e si chiude con una meditazione sulla natura umana e sulla sua fragilità di fronte alla storia. Roth incornicia la narrazione interrogandosi su cosa resti degli individui quando l’impero, le corti e le certezze borghesi si sgretolano: creature fragili e incostanti, incapaci di governare i propri impulsi o di resistere al corso degli eventi, ridotte a marionette manovrate da forze superiori. All’inizio le loro esistenze brillano di un fasto vano; alla fine si dissolvono, svuotate di ogni sostanza, lasciando dietro di sé soltanto macerie morali.

​L’epilogo di Mizzi rappresenta il vertice di questo pessimismo, una salvezza a metà. Sopravvissuta al carcere e alla rovina economica, è condannata a farsi parodia di sé stessa: un’attrazione da baraccone che esibisce ai curiosi la memoria del suo antico scandalo con lo Scià. Per non morire fuori, è costretta a morire dentro, ridotta alla cartolina imbalsamata di un passato irrecuperabile.

​Nell’intera produzione di Roth, La milleduesima notte si colloca come l’ultimo, amaro testamento narrativo insieme a La leggenda del santo bevitore. Pubblicato dalla casa editrice d’esilio De Gemeenschap a ridosso della morte dell’autore e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il libro non conobbe all’epoca la risonanza dei capolavori precedenti, quali La marcia di Radetzky o Giobbe. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie a un’ampia riscoperta critica internazionale, l’opera ha ottenuto il dovuto riconoscimento, imponendosi come uno dei vertici più complessi della prosa rothiana.

​Roth firma così una favola amara sul crollo dell’Austria-Ungheria e della società che la componeva, in cui l’innocenza disarmata e la stessa essenza umana vengono divorate dall’ipocrisia del potere e dal cinismo del denaro.

​Cosa resta, dunque, dell’uomo una volta spogliato di ogni certezza istituzionale? Resta una fragilità senza tempo, agghindata con una preziosa collana di perle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Stephen King: “Cose preziose” (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner), di Loredana Cefalo

Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.

​Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.

Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.

Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.

​Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.

​Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”. ​

Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.

​L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.

La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.

​Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Luisa Pessina, “Perché gli ulivi sono storti” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Luisa Pessina, Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax, 2026)

 La Legge Basaglia del 1978 viene spesso celebrata come lo spartiacque che ha aperto i cancelli dei manicomi italiani, svelandone l’orrore istituzionalizzato. In questo scenario di normalizzata crudeltà si colloca Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax), il romanzo d’esordio di Luisa Pessina. Ambientato nella Volterra del dopoguerra, terra in cui il gigantesco ospedale psichiatrico contava quasi più della popolazione stessa, il libro solleva il velo sulle vite di malati veri o presunti, bambini abbandonati e donne “scandalose”.

seconda parte

Il testo indaga la normalità attraverso una galleria di destini: c’è chi, una volta “guarito”, trova lavoro proprio all’interno della struttura; chi ci è nato e vi termina l’esistenza; e chi tenta, attraverso l’arte, di sovvertire un ordine automatico e violento. Lo stile della giovane Pessina è asciutto, privo di giudizi personali sia sugli orrori della contenzione sia sulla cappa di perbenismo e pettegolezzi che ricopre il paese. Fuori e dentro le mura, le vite dei protagonisti sono segnate dalle storture della storia e della scienza, proprio come gli ulivi della terra toscana.

​Volterra viene così descritta nella sua doppia anima: la bellezza del teatro romano appena scoperto fa da contraltare a una coercizione sistematica, spesso basata non su diagnosi cliniche, ma su superstizioni, apparenze e su un’assurda moralità che mette in crisi anche le anime più pure.

​Viene da chiedersi: dove risiede il confine che separa la normalità dalla follia? Luisa Pessina delinea una risposta estremamente lucida: a tracciare questa linea sottile non è quasi mai una reale patologia medica, ma la violenza di un giudizio sociale e istituzionale che si fa strumento di standardizzazione. Il “matto” è spesso semplicemente chi devia dai binari di un’ipocrita rispettabilità o chi è sprovvisto dei mezzi economici per difendersi dalla macchina amministrativa dell’epoca.

​Questo schema repressivo investe con forza anche l’autonomia di genere. Attraverso la figura di Vira, una talentuosa scultrice che lavora l’alabastro firmandosi con il nome del padre, Pessina mostra come la comunità esterna sia mossa dalle stesse logiche del manicomio. Quando il suo rifiuto di conformarsi ai parametri tradizionali femminili emerge pubblicamente, la reazione immediata della società è il tentativo di neutralizzarla attraverso il ricovero forzato per “devianza”.

​La prosa adotta una crudezza visiva e sensoriale notevole, alternando la freddezza nel descrivere le brutalità quotidiane dell’elettroshock e dell’idroterapia a un lirismo visionario e grottesco che scaturisce dal vernacolo toscano e dai deliri dei pazienti.

​Grande forza del romanzo è la prospettiva artistica: per i tre protagonisti l’arte, il mito e il delirio si configurano come gli unici codici rimasti per evadere da una realtà intollerabile. Che si tratti delle mappe di Guglielmo o della Via Cava etrusca cercata da Tosca nel sottosuolo, la dimensione artistica diventa un atto di resistenza contro un mondo che spezza i corpi.

​E da questa forza scaturisce la gloria dell’arte che va oltre la vita e la morte, che vince contro il tempo e contro gli uomini, ridando luce ed energia a chi ha vissuto nelle tenebre, che sia sopravvissuto o meno.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Arkadij e Boris Strugatskij: “Lunedì inizia sabato” (Ronzani), di Loredana Cefalo

Che cos’è l’IA e quanto inciderà davvero sul nostro futuro? Oggi il web pullula di corsi su come “diventare qualcuno” nell’era dell’intelligenza artificiale e di profezie catastrofiche su come la tecnologia cambierà le nostre vite. A guardarla con un briciolo di cinismo, sembra quasi il tentativo di fare l’ultimo strappo ai nostri portafogli prima che arrivi l’Apocalisse.

​Ma se vi dicessi che negli anni ’60 qualcuno aveva scritto un libro sagace, ironico e profondamente vero, capace di predire, anzi pre-scrivere, proprio quello che stiamo vivendo in questa nostra epoca di disintermediazione tecnologica, dubbio e incertezza?

Lunedì inizia sabato è un romanzo in tre parti pubblicato nel 1965 da Boris e Arkadij Strugatskij. I due fratelli avevano intuito una grande verità: il vero rischio non sono i robot, ma la burocrazia, l’ego e la stupidità umana applicati alle tecnologie.

​Spesso considerato un Harry Potter in versione russa per via della magia e dei relativi cavilli burocratici, il libro in realtà è molto più vicino al capolavoro di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggero come una fiaba e tagliente come una satira, il romanzo inizia con Sasha, un programmatore di Leningrado, che raccoglie due autostoppisti e finisce a lavorare al NIITsHAM: l’Istituto di Ricerca Scientifica per la Magia e la Stregoneria, gestito esattamente come un vero ente sovietico.

​Le figure emblematiche del nonsense che pervade il libro si sprecano: un pesce seduto su un albero, un divano che traduce le fiabe in realtà, un gatto che ricorda solo l’inizio delle storie. Tutto, però, viene rigorosamente trattato con moduli da compilare, relazioni e turni di notte. È l’assurdità di Carroll avvolta nella burocrazia di Kafka.

La cosa più folle è quanto questo testo sia attuale. Quel NIITsHAM sembra un laboratorio di IA dei giorni nostri: cluster che non si spengono mai, modelli che “allucinano”, dipartimenti assurdi nati quasi per gioco (come Predizione e ProfeziaMaternità o Modelli Computazionali di Fiabe). L’Istituto è una parodia diretta dell’Accademgorodok di Novosibirsk, la “Cittadella della scienza” fondata nel 1957; un modo giocoso per prendere in giro l’ossessione burocratica sovietica.

​Al suo interno troviamo personaggi che oggi ci sembrano fin troppo familiari. C’è il professor Vybegallo, la caricatura del ricercatore cialtrone che promette miracoli senza alcuna base scientifica. Oggi lo ritroviamo in chi vende “l’AGI tra sei mesi” o 

profetizza che “l’IA sostituirà tutti i lavori domani”, senza nemmeno capire come funzioni un algoritmo. Gli Strugackij stessi dichiararono che Vybegallo era un demagogo ignorante, modellato su Trofim Lysenko, il padre della pseudoscienza staliniana. E poi c’è Janus Bifronte, che con una faccia rivolta al passato e una al futuro incarna perfettamente il dilemma moderno dell’allineamento delle IA, ovvero la gestione di un’intelligenza di cui non conosciamo ancora gli esiti finali.

​In un saggio che accompagna le edizioni recenti, Boris Strugatskij racconta che il libro è nato per puro divertimento. Lui lanciava le idee più assurde, Arkadij le metteva in ordine incanalandole in uno stile preciso, e poi si riscrivevano a vicenda i testi finché l’opera non parlava con una voce sola.

​Il romanzo è pervaso da un’aura fiabesca di schietto ottimismo e comicità. Sono trecento pagine che scorrono con zero fatica e il cervello sempre acceso, gravide di un’ironia accattivante. Dopotutto, negli anni del “disgelo” post-staliniano, gli artisti potevano finalmente permettersi il lusso della parodia.

​La chiave di volta del libro sta in una frase precisa:

​”Diventi un vero mago quando pensi meno a te stesso e di più agli altri e al lavoro.”

​Tradotto ai giorni nostri: la vera magia non sta nel delegare tutto passivamente all’IA, ma nell’usarla come uno strumento per esplorare il futuro insieme.

E se questo testo fosse scritto oggi? Ho provato a porre quattro domande immaginarie a Boris Strugatskij in un’intervista che definirei magica.

Boris, se riscrivessi Lunedì inizia sabato oggi, il NIITsHAM come cambierebbe?

B.: Ah, sarebbe lo stesso istituto, solo con più cavi. Al posto del divano che traduce fiabe avremmo un server che genera immagini da prompt. Al posto di Vybegallo avremmo un “influencer della scienza” con un corso online su “Come diventare mago in 7 giorni con l’IA”. La burocrazia, le commissioni, i turni di notte? Identici. La tecnologia cambia, la stupidità istituzionale no. Sarebbe solo più rumoroso.

Molti lettori oggi dicono che il libro ricorda più Alice nel Paese delle Meraviglie che Harry Potter. Tu cosa ne pensi? 

B: Sono d’accordo. Con Arkadij non volevamo fare una scuola. Volevamo prendere un uomo normale, Sasha, e buttarlo in un mondo dove le regole della logica sono piegate. Alice cade nella tana, Sasha raccoglie due autostoppisti. Stesso meccanismo. Harry Potter è un prescelto. Sasha è un dipendente. Preferisco di gran lunga Sasha.

Janus Bifronte, con A-Janus e U-Janus, oggi viene letto come una metafora dell’IA: addestrata sul passato ma proiettata sul futuro. Ci avevate pensato?

B: Non in quei termini, no. Nel ‘64 l’IA non esisteva neanche come parola. Janus era una battuta su noi stessi: noi scrittori siamo sempre divisi tra guardare indietro alla letteratura e guardare avanti a cosa inventarci. Ma mi fa piacere se funziona anche così. È il bello dei libri: vivono dopo di te e trovano significati che tu non avevi messo. Se Janus serve a parlare di allineamento, ben venga.

L’ultima domanda è la frase del libro: “Si diventa maghi quando si pensa meno a sé e più al lavoro e agli altri”. Con l’IA che fa tutto al posto nostro, è ancora vera?

B: Ancora di più. La vera magia del NIITsHAM non erano gli incantesimi. Era la passione per la ricerca fatta insieme, anche se assurda. Oggi l’IA può scrivere, disegnare, calcolare. Benissimo. Ma se la usi solo per non pensare, resti un babbano con uno strumento caro. Se la usi per farti domande più grandi, allora sì, diventi mago. Lo strumento è cambiato. La regola, no.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.