Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.
Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.
“Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.
Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.
Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.
Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”.
Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.
L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.
La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.
Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.






