Molti genitori – per la verità, sempre meno – si prodigano con sforzi titanici perché i figli leggano. Credono, a ragione, che i libri li migliorino, li armino per la vita, arricchiscano il loro vocabolario e affilino la capacità di argomentare un pensiero, una tesi. E i risultati balzano agli occhi: chi ha “studiato” sfoggia un’eloquenza trionfante, che trasmette sicurezza e contagia. Pendiamo dalle labbra di chi articola alla perfezione una riflessione che noi non avremmo mai saputo esprimere così bene. Sono coloro che, qualunque cosa dicano, la dicono in modo impeccabile. E più il ragazzo proviene da un retroterra svantaggiato, più la nostra ammirazione cresce. Giustamente.
Eppure, a me i libri – la narrativa in particolare – hanno insegnato a balbettare. Ho sviluppato una balbuzie interiore, un’incertezza cronica: non riesco a enunciare un concetto senza dubitarne, senza vacillare. Per certi versi, credo che i libri mi abbiano nuociuto più che giovato, rendendomi “un insicuro della madonna”, come dice un amico. E più invecchio, più leggo, più peggioro. Mi conforta però scoprire, anche attraverso l’esperienza di questa piccola ma onesta rivista, che questa balbuzie è una modalità profonda della letteratura. Un’esitazione che non è solo stilistica, che frammenta il discorso, che ripete, dubita e che molto spesso tace. È la cifra di autori che non raccontano per risolvere, ma per scavare nel silenzio, in quel vuoto dove il linguaggio si perde.
Uno dei motivi per cui amiamo Calvino – abbiamo dato il via al Randagio il 15 ottobre 2023, giorno del centenario della sua nascita – è anche per il suo “pensiero balbuziente”. Palomar vorrebbe “guardare un’onda e basta”, ma il mare ne produce infinite varianti, obbligandolo a un’osservazione che si corregge continuamente, come il balbuziente esausto che riavvia la frase. Antonino Paraggi in “L’avventura di un fotografo” (di cui parla Dino Montanino in questo volume) ripete: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. Ci piacciono autori senza sguardo predatorio sulla realtà, che si perdono nel caos, indecisi, balbuzienti, con il pudore di tornare sul già detto.
Così Beckett con i suoi loop ossessivi, Kafka arrovellato su accuse mai chiarite, Virginia Woolf nei flussi impetuosi, ma anche nei singhiozzi e nelle esitazioni, Celan che frammenta la sintassi di una lingua non sua, o, per arrivare ai giorni nostri, la protagonista muta di Lezioni di greco di Han Kang, i monologhi sospesi di Jon Fosse in Vaim (si veda l’articolo).

In troppi romanzi del nostro tempo, chi scrive pretende di “dare voce” a migranti, emarginati, vittime di traumi e violenze, di consegnare un “messaggio” di diverse centinaia di pagine ai posteri, laddove basterebbe un post, uno slogan o un whatsapp. È ammirevole – non si discute -, ma lo scrittore raramente prova davvero la sofferenza dell’altro; spesso parla da estraneo, con l’eloquenza fluida di chi osserva da troppo lontano, imponendo narrazioni che “risolvono” il dolore e alleviano la coscienza del lettore. Il mercato, per esempio, inonda gli scaffali di doppioni seriali di dame dolenti ma emancipate dell’800, di romanzi storici confusi e deludenti sia nella fiction come nella parte storica, biografie imbarazzanti, con copertine clonate e trame omologate da editori aggressivi, che privilegiano il conformismo commerciale. Preferiamo chi nelle storie entra in punta di piedi, chiedendo scusa e permesso ai protagonisti: chi non risolve casi, chi pone domande anziché dare risposte, chi balbetta il limite della propria voce, esita, tace, lascia crepe perché sia l’altro a parlare. O rallenta i tempi narrativi contro i ritmi roboanti da serie TV o social (leggi Edoardo Pisani sull’ultimo McEwan).
Nell’autofiction imperante, che ibrida privato e pubblico, amiamo Didier Eribon (articolo di Francesco Ferrari) – nato in condizioni di disagio economico e culturale nella classe operaia francese, estraneo al suo ambiente – e il suo sentire “altro, diverso”. O l’ultimo Gospodinov de Il giardiniere e la morte, che tratta la scomparsa del padre con poesia autentica, senza cliché sdolcinati (vedi la recensione).
Sono solo pochi esempi della letteratura che ci piace e che proviamo a proporre in questo volume: voci balbettanti, eticamente umili, che dubitano e tacciono per rivelare l’essenziale. Non ci accontentiamo di storie interessanti: pretendiamo libri che durante la lettura ci rendano attivi, che stimolino la fantasia anche a vagare in pensieri diversi e lontani da quelli della pagina. Siamo devoti e grati ai libri in quanto cantieri di visioni e leggiamo per passione, non per vincere dibattiti, ma per educarci al dubbio e alla balbuzie.
Questo anima il primo numero cartaceo de Il Randagio: uno spazio per profili esitanti, narrazioni frammentate, silenzi condivisi. Qui, la balbuzie non è inciampo, ma essenza genuina di una letteratura che entra piano e ascolta i vuoti, che, farfugliando, incespicando sulle sue stesse parole, costruisce mondi autentici per quanto immaginati. Buona lettura
Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

