Ladislao Mittner nella sua monumentale Storia della letteratura tedesca definì i Buddenbrook una “armonia della dissonanza”. Sarà questa la parabola che, dal capostipite Johann Buddenbrook il vecchio, passando per le generazioni di Johann (Jean) e Thomas, condurrà fino a Hanno.
Se il romanzo di formazione classico aveva rappresentato l’esaltazione dell’epopea borghese, di quell’io lirico-epico che affronta il mondo, lo plasma e trova infine un equilibrio tra interiorità, aspirazioni individuali e realtà esteriore, nei Buddenbrook questa traiettoria si rovescia. Pubblicato nel 1901, quando Mann aveva appena ventisei anni, il romanzo narra la storia di una famiglia di commercianti di Lubecca attraverso quattro generazioni e ne ripercorre tutte le tappe: splendore, decadenza e tramonto, dal 1835 al 1877. Il sottotitolo, Decadenza di una famiglia, ci mostra dove conduce la tensione artistica quando entra in conflitto con il dovere e con la dignità che esso conferisce. La sensibilità artistica non è semplicemente una vocazione alternativa a quella commerciale, ma una forza che mette in crisi la disciplina, la continuità e l’identità sulle quali si fonda la famiglia borghese. È proprio in questa contraddizione che la formula di Mittner acquista tutto il suo significato paradossale. La debolezza non è soltanto perdita di energia vitale; è anche un accrescimento della coscienza, una sensibilità più acuta che rende visibili le contraddizioni di un’esistenza prima sostenuta da certezze condivise. Thomas ne incarna il conflitto, Hanno il suo esito estremo. Il benessere materiale della famiglia si contrae mentre i suoi membri, un tempo forti e determinati, diventano progressivamente più sensibili e inclini all’arte. La loro sensibilità si affina fino a renderli sempre meno capaci di vivere nel mondo reale.

Se il Wilhelm Meister di Goethe si apre, negli Anni di peregrinazione, alla prospettiva di una neues Land, una nuova terra, l’America, spazio simbolico di un possibile ricominciamento, il percorso di Wilhelm approda a una nuova concezione della propria esistenza, orientata verso l’azione e il servizio agli altri. La lunga ricerca di un senso per la propria vita trova così uno sbocco: il cammino che, dalla ribellione alla famiglia, la quale lo avrebbe voluto commerciante, lo aveva condotto al teatro attraverso delusioni, illusioni e inganni, si trasforma infine nel superamento delle ambizioni individuali, aprendosi a una prospettiva più ampia di responsabilità sociale e di educazione. Il progetto di Friedrich Schiller sull’educazione estetica dell’uomo era un progetto di riconciliazione, un contributo dell’arte alla formazione etica dell’individuo, che in Goethe diventa itinerario di formazione e in Thomas Mann si trasforma in una frattura. Hanno è il punto in cui l’educazione estetica non forma più l’uomo per la vita, ma lo espone all’impossibilità di viverla secondo le forme della società che lo ha generato. L’arte, nata come promessa di armonia, può diventare il segno della disgregazione di quella stessa armonia.
Hanno aveva compiuto da poco otto anni quando, vedendo dispiegato sul tavolo del padre, patrizio di Lubecca e direttore di un’importante ditta commerciale, un grande foglio con l’albero genealogico della famiglia, che terminava con il suo nome, vi tracciò due linee trasversali. Lo fece con precisione, senza pensarci, con un atteggiamento meccanico e trasognato. Al padre, che gli chiese spiegazione di quel gesto incomprensibile, rispose balbettando: Credevo… credevo… che non dovesse più venire altro (VIII, 7).
Lo stesso Thomas Mann, dopo la morte del padre, avvenuta nel 1891 e seguita dalla liquidazione della ditta familiare, avrebbe avvertito un senso di colpa, quasi inconsapevole, e si sarebbe proposto di narrare la storia della propria famiglia, volgendola nel segno della decadenza e della morte, quasi fosse un atto di penitenza. Non intendeva identificarsi con Hanno Buddenbrook, eppure era dominato da una particolare simpatia per la morte. Lo incuriosivano gli aspetti patologici dell’esistenza, soprattutto i processi che conducono alla decadenza fisica. Hanno, destinato a essere l’erede della solidità borghese, manifesta invece una progressiva estraneità al mondo che dovrebbe accoglierlo. Tutto sembra consumarsi nella fragilità dell’individuo, fino a trasformare la conquista della sensibilità in una perdita della capacità di vivere.
Gerda, moglie di Thomas, dai bellissimi capelli rossi, che contribuivano al suo fascino e ne sottolineavano la personalità, coltivava una grande passione per la musica, a lui estranea. Thomas aveva cominciato a notare che quella passione si stava impadronendo del figlio, così presto e così profondamente da diventare una potenza ostile, che si frappone tra lui e il ragazzo nel quale sperava di vedere crescere un uomo forte e pratico, un vero Buddenbrook, animato dalla volontà di potere e di conquista. Gli sembrava che quella potenza minacciasse di fare di Hanno un estraneo nella propria casa.
Thomas non era capace di avvicinarsi alla musica come facevano Gerda e il suo amico Pfühl. Anche suo nonno amava la musica e suonava il flauto; ma Gerda gli faceva comprendere che essa non era un semplice passatempo da consumare dopo i pasti, bensì un autentico godimento dell’orecchio. In musica, non si possiede il senso del volgare, non ci si può identificare con un insipido ottimismo che, se lo trovassimo nei libri, ci indignerebbe. E ancora: L’andamento del mondo è forse come una bella melodia? Codesto è idealismo melenso. Thomas non riusciva a capire perché le melodie che lo rallegravano dovessero essere spregevoli e prive di valore, mentre quei brani che gli apparivano acerbi e confusi avessero un così grande valore musicale. Era davanti a un tempio, sulla cui soglia Gerda lo respingeva, mentre la vedeva entrare portando con sé suo figlio.
Thomas sente ancora di appartenere alla borghesia e riconosce nell’arte una forza capace di educarlo alla gentilezza, di affinare i suoi modi e di renderlo più consapevole di sé. Eppure, proprio questa sensibilità, che avrebbe dovuto arricchirlo, finisce per destabilizzarlo: Thomas si scopre un borghese incapace di aderire pienamente al proprio mondo, di conciliare quello dell’arte con quello degli affari, di trovare valori capaci di ricomporre la contraddizione tra arte e vita e, soprattutto, di esercitare sulla propria esistenza quel controllo che il suo ruolo sociale gli imporrebbe. È qui che la sua crisi individuale rivela una crisi storica più profonda: quella di un ordine borghese che sembra aver smarrito la capacità di produrre una cultura autenticamente formativa, riducendosi a una civiltà efficiente sul piano materiale, ma sempre più incapace di sostenere la vita interiore degli individui.
È la distinzione tra Kultur e Zivilisation, centrale nella riflessione di Thomas Mann: la prima intesa come profondità spirituale, formazione interiore e produzione di valori; la seconda come organizzazione razionale ed esteriore della vita, fondata sull’ordine, sull’efficienza e sul progresso materiale. La contrapposizione non significa che la civiltà sia di per sé sterile o che la cultura debba necessariamente opporvisi. Il problema emerge quando l’ordine sociale conserva la propria efficienza, ma non riesce più a tradursi in una forma di vita capace di integrare interiorità e azione, sensibilità e responsabilità. Thomas incarna tragicamente questa frattura: vuole continuare a essere il rappresentante della solidità borghese, ma la sua raffinata sensibilità gli impedisce di aderirvi senza riserve. Non riesce né a sottrarsi al proprio ruolo né a riconoscersi pienamente in esso. La sua debolezza non è dunque soltanto personale: è il segno di una contraddizione che attraversa la stessa civiltà borghese.
Già dalle prime pagine, i protagonisti vengono tratteggiati con un’accuratezza mai invasiva, attraverso dettagli che delineano le differenze tra le generazioni e lasciano emergere, quasi impercettibilmente, il loro diverso modo di approcciarsi alla vita. La descrizione evidenzia sempre un particolare che sembra custodire qualcosa che oltrepassa la sua evidenza immediata. Gli oggetti, gli ambienti, gli abiti, i gesti e i tratti fisionomici concorrono a delineare una sorta di correlativo oggettivo della personalità dei protagonisti: rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto, traducono in forme concrete temperamenti, aspirazioni, inquietudini e contraddizioni. La descrizione diventa così uno strumento di conoscenza, una modalità indiretta attraverso cui Mann ci permette di penetrare nella psicologia dei suoi personaggi, senza ricorrere necessariamente all’analisi esplicita.
È soprattutto attraverso le figure femminili che questa capacità di costruire un’identità per mezzo dei dettagli si manifesta con particolare evidenza. Le donne dei Buddenbrook non sono soltanto presenze nella storia della famiglia: ciascuna porta con sé un diverso modo di abitare il mondo, un diverso rapporto con la tradizione, con il desiderio, con la sensibilità e con le convenzioni borghesi. Anche il loro aspetto, il modo di vestire, i gesti e le posture diventano indizi di una più profonda differenza. Sono le diverse forme di sensibilità, di desiderio e di estraneità che si delineano nel tempo a rivelare le contraddizioni del mondo borghese e a metterne in discussione i valori.
Antonie (Tony), otto anni, figlia di Johann e sorella di Thomas, ha una corporatura delicata e una graziosa testa bionda, leggermente girata dall’altra parte rispetto al volto del nonno. I suoi occhi grigio-azzurri fissano intensamente la stanza, apparentemente ignari di tutto. Alla domanda del catechismo, ripete ancora una volta: Cos’è? Poi, lentamente, risponde: Credo che Dio mi abbia creata e, illuminandosi in volto, aggiunge rapidamente: insieme a tutte le creature. Ha imparato fedelmente la lezione secondo il catechismo appena rivisto e pubblicato nel 1835, con l’approvazione di un senato alto e saggio.
A queste parole, il vecchio Johann Buddenbrook scoppia a ridere. È una risata squillante e insieme flebile, il riso compiaciuto di chi trova nel catechismo un’occasione per esercitare la propria ironia, come se avesse sostenuto quel breve esame soltanto per potersene prendere gioco. Johann il Vecchio non sembra avere bisogno delle certezze della dottrina religiosa: la sua fede, se così possiamo chiamarla, riposa interamente nella vita concreta, nell’esperienza e nella capacità di agire. È un homo faber, un uomo per il quale il mondo si offre anzitutto come realtà da conoscere e governare, fino alla domanda, apparentemente prosaica, su quanto costi un sacco di grano. La descrizione fisica è già pronta a definirne il carattere. Il viso rotondo, dalle guance rosee e dall’aria benevola, incorniciato da capelli bianchi come la neve e incipriati, non sembra conoscere la malizia. Una treccia appena accennata ricade sull’ampio colletto. A settant’anni, Johann non ha rinunciato alle mode della giovinezza: ha abbandonato soltanto la treccia tra i bottoni e le ampie tasche, ma non ha mai indossato pantaloni lunghi.
L’abbigliamento, il corpo, il riso e persino l’interesse per il prezzo del grano compongono così una sorta di correlativo oggettivo della sua personalità. La solidità del personaggio si manifesta attraverso ciò che lo circonda e i gesti che lo definiscono: Johann il Vecchio appare come l’incarnazione di un ordine nel quale pensiero e azione, valori e vita concreta non sono ancora entrati in contraddizione. La sua sicurezza non ha bisogno di essere dichiarata, perché si esprime spontaneamente nel modo in cui abita il mondo. È una forma di fiducia priva di esitazioni, che sembra coincidere con la vita stessa. La stessa Madame Antoinette Buddenbrook, sua moglie, nata Duchamp, proveniva da una famiglia franco-svizzera ed era originaria di Amburgo. Era una donna robusta, con folti riccioli bianchi che le ricadevano sulle orecchie, un abito a righe nere e grigio chiaro, privo di ornamenti, che trasmetteva semplicità e modestia, e mani ancora belle e candide… Con il passare degli anni, i suoi lineamenti erano diventati stranamente simili a quelli del marito. La somiglianza fisica, maturata nel corso degli anni, sembra tradurre una consonanza più profonda, una comunanza di vita che il tempo ha impresso persino nei volti. Antoinette appare così legata al marito non soltanto dalla condizione coniugale, ma da una progressiva assimilazione, quasi che la loro vita condivisa avesse finito per conferire ai due una stessa fisionomia.
Elisabeth, moglie di Johann (Jean), presenta invece una figura composta e contenuta. Non è una bellezza, ma è estremamente elegante: ha una voce brillante e composta, movimenti sicuri e delicati e la tipica risata dei Kröger, durante la quale preme il mento contro il petto. La sua immagine è racchiusa nella cornice dei capelli rossastri, raccolti in una piccola corona sulla sommità del capo e acconciati in ampi riccioli artificiali sulle orecchie, che esaltavano una carnagione bianca, straordinariamente delicata, punteggiata da poche lentiggini. Tutto sembra concorrere a restituire un’impressione di armonia, eleganza e controllo: anche in lei, il corpo e i gesti diventano espressione di un’identità familiare e sociale.
La forma che nelle donne sembra ancora custodire un’identità, negli uomini finirà progressivamente per diventare una costrizione. In Johann il Vecchio la forma coincide con la naturale sicurezza dell’esistenza; in Thomas diventa una disciplina faticosa, una rappresentazione di sé da mantenere; in Hanno, infine, non trova più alcuna possibilità di continuazione.
La morte di Thomas Buddenbrook ci pone di fronte a una dissonanza che non è più soltanto estetica, ma esistenziale. Il corpo riverso sul selciato, il sangue che si allarga nella pozzanghera, il cappotto imbrattato di sterco e neve sciolta, le mani abbandonate nell’acqua sporca: la scrittura di Mann restituisce il brutto nella sua crudezza, senza sottrarlo allo sguardo e senza ricomporlo in un’immagine consolatoria. Thomas è come un oggetto. La precisione della descrizione conferisce a quel corpo, che ha perduto ogni controllo e ogni dignità sociale, una forma narrativa di straordinaria potenza. La sublimazione artistica mette insieme l’abisso malato della creazione artistica e l’etica del contegno borghese; il corpo di Thomas diventa così il correlativo concreto del fallimento di quell’ordine. L’arte non risolve i contrasti esistenziali, ma li trattiene in una composizione che ne rende ancora più evidente la lacerazione.
Il romanzo di Mann non è un’elegia della borghesia, ma una delle più alte meditazioni letterarie sulla debolezza. La sua forza sta proprio nell’aver trasformato ciò che la famiglia Buddenbrook non poteva ammettere — la fine, la frattura, l’inadeguatezza della propria eredità — nella materia stessa di un’opera d’arte.
Bibliografia
Ladislao Mittner, Storia della letteratura tedesca, Dal realismo alla sperimentazione (1820 -1970)
Giulio Einaudi Editore 1971
Carlo Alessandro Landini, L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroestetica musicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali, Edizioni LIM, 2021
I Buddenbrook – Decadenza di una famiglia, Oscar Mondadori Editore 1975
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.












