Luisa Pessina, “Perché gli ulivi sono storti” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Luisa Pessina, Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax, 2026)

 La Legge Basaglia del 1978 viene spesso celebrata come lo spartiacque che ha aperto i cancelli dei manicomi italiani, svelandone l’orrore istituzionalizzato. In questo scenario di normalizzata crudeltà si colloca Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax), il romanzo d’esordio di Luisa Pessina. Ambientato nella Volterra del dopoguerra, terra in cui il gigantesco ospedale psichiatrico contava quasi più della popolazione stessa, il libro solleva il velo sulle vite di malati veri o presunti, bambini abbandonati e donne “scandalose”.

seconda parte

Il testo indaga la normalità attraverso una galleria di destini: c’è chi, una volta “guarito”, trova lavoro proprio all’interno della struttura; chi ci è nato e vi termina l’esistenza; e chi tenta, attraverso l’arte, di sovvertire un ordine automatico e violento. Lo stile della giovane Pessina è asciutto, privo di giudizi personali sia sugli orrori della contenzione sia sulla cappa di perbenismo e pettegolezzi che ricopre il paese. Fuori e dentro le mura, le vite dei protagonisti sono segnate dalle storture della storia e della scienza, proprio come gli ulivi della terra toscana.

​Volterra viene così descritta nella sua doppia anima: la bellezza del teatro romano appena scoperto fa da contraltare a una coercizione sistematica, spesso basata non su diagnosi cliniche, ma su superstizioni, apparenze e su un’assurda moralità che mette in crisi anche le anime più pure.

​Viene da chiedersi: dove risiede il confine che separa la normalità dalla follia? Luisa Pessina delinea una risposta estremamente lucida: a tracciare questa linea sottile non è quasi mai una reale patologia medica, ma la violenza di un giudizio sociale e istituzionale che si fa strumento di standardizzazione. Il “matto” è spesso semplicemente chi devia dai binari di un’ipocrita rispettabilità o chi è sprovvisto dei mezzi economici per difendersi dalla macchina amministrativa dell’epoca.

​Questo schema repressivo investe con forza anche l’autonomia di genere. Attraverso la figura di Vira, una talentuosa scultrice che lavora l’alabastro firmandosi con il nome del padre, Pessina mostra come la comunità esterna sia mossa dalle stesse logiche del manicomio. Quando il suo rifiuto di conformarsi ai parametri tradizionali femminili emerge pubblicamente, la reazione immediata della società è il tentativo di neutralizzarla attraverso il ricovero forzato per “devianza”.

​La prosa adotta una crudezza visiva e sensoriale notevole, alternando la freddezza nel descrivere le brutalità quotidiane dell’elettroshock e dell’idroterapia a un lirismo visionario e grottesco che scaturisce dal vernacolo toscano e dai deliri dei pazienti.

​Grande forza del romanzo è la prospettiva artistica: per i tre protagonisti l’arte, il mito e il delirio si configurano come gli unici codici rimasti per evadere da una realtà intollerabile. Che si tratti delle mappe di Guglielmo o della Via Cava etrusca cercata da Tosca nel sottosuolo, la dimensione artistica diventa un atto di resistenza contro un mondo che spezza i corpi.

​E da questa forza scaturisce la gloria dell’arte che va oltre la vita e la morte, che vince contro il tempo e contro gli uomini, ridando luce ed energia a chi ha vissuto nelle tenebre, che sia sopravvissuto o meno.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

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Francesca G. Marone, “Le custodi dell’anima” (Salani, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Francesca G. Marone, Le custodi dell’anima (Salani, 2026)

 Con Le custodi dell’anima, Francesca G. Marone firma un romanzo storico di profondo respiro, capace di far dialogare epoche lontane attraverso una suggestiva struttura a specchio. Ambientata nello scenario solenne dell’abbazia di Cava de’ Tirreni, la narrazione intreccia i destini di due donne distanti nei secoli ma unite dalla medesima sofferenza: Sibilla, nobile borgognona del XII secolo data in sposa al potente re Ruggero II di Sicilia, e Luigia, detta Gina, una ragazzina degli anni Cinquanta del Novecento che tenta di sfuggire a una realtà contadina misera e violenta. La forza del genere storico, in quest’opera sta, in primis, nella meticolosa ricostruzione di ambienti e usanze (dalle tecniche di levigatura della pergamena nello scriptorium medievale alle atmosfere del cimitero longobardo), ma anche nella capacità di dimostrare come il dolore, l’aspirazione alla libertà e la memoria si tramandino, immutati, di donna in donna.

seconda parte

Il principale motore di questo legame è la denuncia della gabbia del patriarcato: nel Medioevo come nel Novecento, le protagoniste si scontrano con un mondo dominato da logiche maschili prevaricatrici. Sibilla subisce la i soprusi sessuali di un marito che la considera un mero strumento dinastico, un ventre cavo da cui pretendere un erede, mentre la corte giustifica I comportamenti violenti e isola la sua identità. Gina viene ripetutamente picchiata da suo padre e i suoi fratelli rivendicano la propria superiorità per il solo fatto di essere maschi, assecondati dal silenzio rassegnato delle figure femminili. 

In entrambi i mondi, alle donne è precluso l’accesso alla cultura e allo studio, ritenuti inutili o pericolosi.

La risposta a questa oppressione però  è la 

ribellione clandestina: Gina arriva a bendarsi il petto e a tagliarsi i capelli per travestirsi da ragazzo, pur di essere accolta come sguattero nel convitto monastico e attingere al sapere, mentre Sibilla sfida i divieti regali per rifugiarsi tra gli scaffali profumati di cedro della biblioteca.

In entrambi i mondi, il corpo femminile non appartiene alle donne, ma è territorio di conquista, sottomissione e violenza e in questo contesto di privazione, la scrittura e la parola scritta diventano salvifiche. 

Il libro diventa un oggetto sacro, una chiave magica capace di scardinare le porte della prigione patriarcale. Se Sibilla trova la luce decifrando gli arabeschi dorati dei manoscritti, Gina sperimenta lo stesso miracolo studiando di nascosto i quaderni donatile da un vecchio maestro.

Dalla mortificazione sorge un potere 

femminile sotterraneo: le protagoniste scoprono che l’emancipazione non passa attraverso la forza fisica dei maschi, ma attraverso la mente e la parola.

L’emblema di questo enigma è un volume di poesie di Emily Dickinson che attraversa letteralmente le generazioni: stretto al petto come uno scudo contro le scosse del terremoto e della vita, scompare e riappare fino a viaggiare su un aereo verso l’Afghanistan, nelle mani di una bambina in cerca di riscatto.

Con una prosa lirica e un pizzico di mistero, Francesca G. Marone ci ricorda che se gli uomini possono incatenare i corpi, non possono nulla contro il volo dello spirito. 

Le custodi dell’anima è, in definitiva, una celebrazione della cultura come prima e più potente arma di emancipazione femminile, un romanzo che dimostra come i libri siano i veri, eterni custodi della nostra libertà.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Caterina Battilocchio, “La guardiana” (Garzanti, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Caterina Battilocchio, “La guardiana” (Garzanti, 2026)

 La guardiana, romanzo d’esordio di Caterina Battilocchio pubblicato da Garzanti, si apre sul profondo senso di smarrimento di Mora Bensanti. A trentatré anni, la protagonista si ritrova in un vero e proprio limbo esistenziale: ha perso il lavoro come educatrice a Roma, la sua relazione storica è in crisi e, soprattutto, è venuta a mancare sua nonna Tita, da sempre la sua bussola emotiva. Schiacciata dal lutto, Mora decide di rifugiarsi a Rocca, il paese della Maremma Laziale dove trascorreva le estati da bambina. Lì inizia a lavorare in una residenza per anziani circondata da roseti.

Spinta dall’istinto e dalla sua sensibilità professionale, comincia a raccogliere le storie e i vissuti dei residenti, scrivendoli per sottrarli all’oblio del tempo. Tuttavia, l’addio a nonna Tita porta con sé un’ombra: una frase misteriosa pronunciata al funerale insinua il dubbio che la donna nascondesse un passato tormentato. Aiutata da un amico d’infanzia, Mora inizia così a scavare tra i ricordi di Rocca, riportando alla luce una storia taciuta che risale al secondo dopoguerra e che si intreccia profondamente con la figura di una bambina di nome Margherita e con i segreti celati nel roseto della casa.

seconda parte

L’autrice dimostra una notevole maturità espressiva nel gestire una struttura narrativa complessa, che si muove su due binari temporali distinti. Lo stile si adatta perfettamente a questa alternanza, mostrandosi moderno, psicologico e fortemente attento alla dimensione corporea ed emotiva nel presente di Mora, per poi farsi più intimo, lirico e cadenzato da espressioni della tradizione popolare nei capitoli dedicati ai ricordi d’infanzia e di giovinezza della nonna. La scrittura diventa così un esercizio di ascolto accurato, capace di dare voce ai silenzi, ai dettagli minimi della quotidianità e alla consistenza fisica della memoria.

​Il tono della narrazione si mantiene in un delicato equilibrio tra la malinconia legata alla perdita e una persistente urgenza vitale. Nonostante i temi del lutto e della vecchiaia siano centrali, il racconto si muover in un’atmosfera di dolcezza. Questo clima emotivo è alimentato dai piccoli gesti di cura e dalla spontanea ironia degli anziani della struttura, che alleggerisce il dramma senza mai privare i personaggi della loro dignità.

​La vera particolarità dell’opera risiede nella sua raffinata costruzione strutturale e metaforica. Ogni snodo del presente è preceduto dal richiamo a una specifica varietà di rosa, le cui caratteristiche botaniche e simboliche anticipano lo stato d’animo dei protagonisti, creando una suggestiva corrispondenza tra la natura e i sentimenti umani. Inoltre, il romanzo si configura come un vero e proprio specchio generazionale, in cui la protagonista scopre le fragilità, i desideri e le scelte dolorose della nonna, scoprendola non solo come un punto di riferimento incrollabile, ma come una donna autentica e complessa. In quest’ottica, la scrittura e il racconto orale emergono come gli unici strumenti capaci di curare le ferite del tempo, trasformando la memoria in un atto di protezione e di profondo amore.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

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Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026)

 Anna Schirru, con il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz), ci narra uno spaccato del Sulcis-Iglesiente degli anni Novanta, alternando l’ambientazione tra la quotidianità di un condominio a Iglesias e le estati passate sulla spiaggia di Calasetta.

​La trama si sviluppa attraverso i ricordi e gli occhi di una voce narrante bambina, impegnata a decifrare i comportamenti contraddittori degli adulti: un padre instabile, segnato da improvvisi attacchi d’ira e da una profonda tristezza legata al lutto mai superato per il fratello Pietro; una madre infermiera che cerca sui balconi, nel fumo di una sigaretta, una tregua dalla stanchezza quotidiana; una sorella maggiore sonnambula e lunatica, descritta come macca pérdia (matta persa). Infine le due maestre: Mariolina, dolce e protettiva, e Ines, diretta, con un’onestà che rasenta la crudezza.

La routine della protagonista si snoda tra i banchi della scuola elementare, le domeniche al catechismo e i giochi con le amiche. Sotto la superficie di un’infanzia tipica dell’epoca pulsa però un malessere viscerale, la “brutta voglia”: la sensazione fisica di dover vomitare che l’assale ogni volta che si scontra con le bugie, le ipocrisie dei grandi o la violenza invisibile del mondo circostante.

seconda parte

L’elemento caratterizzante dell’opera è la sua cifra stilistica: l’autrice utilizza una focalizzazione interna fissa costruita su una parlata infantile ingenua e involontariamente comica, che contrasta con gli eventi drammatici, i traumi e le crisi familiari che avvolgono i personaggi.

​La prosa è cadenzata da un ritmo incessante, dovuto anche alla costruzione paratattica dei periodi; per rendere maggiormente incalzante la narrazione, la punteggiatura tradizionale viene scardinata in favore di un continuo flusso di pensiero. Si tratta di una mimica perfetta dell’urgenza espressiva della piccola, che descrive dettagli e sensazioni senza soluzione di continuità.

​Il linguaggio rende il testo totalmente immersivo: le espressioni in dialetto sardo e i modi di dire locali sono la lingua della sincerità, della pancia, dello sfogo di un popolo, più che della singola protagonista, in un crescendo che raggiunge il culmine nei capitoli dedicati alle riflessioni sulla terra d’origine.

​In questi passaggi il tono si fa solenne e antropologico, svelando una Sardegna sotterranea e mineraria, legata a credenze antiche come S’Ammutadori (creatura mitologica legata all’oppressione notturna) e a precisi codici di comportamento, dove il dolore spesso si ingoia per fare finta di niente.

Una brutta voglia bilancia perfettamente il dramma dei primi anni di vita e la loro estrema leggerezza, attraverso il racconto di un territorio che, proprio come i bambini, vive con difficoltà il suo cammino di crescita.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026)

Il secondo anno di elementari fu istituita una vera e propria competizione tra i bambini delle tre classi che studiavano in canonica, una competizione carbonara con un nome che non necessitava di molte spiegazioni: Lupo giù per terra”.

Francesca è affetta da irsutismo, il segnale di una disfunzione ormonale che porta le donne a ricoprirsi di peli scuri e duri in posti tipicamente maschili.

Cresce come una bambina forte e circondata da un amore potente, ma con un limite invalicabile: in casa non esistono gli specchi.

“Lupo giù per terra” (Bompiani ) esordio narrativo di Barbara D’Acierno, è un romanzo che segna il limite tra l’accoglienza e l’esclusione, ambientato in una campagna irpina che fa da contrasto a una Roma notturna e carica di tensioni politiche. 

seconda parte

La narrazione attraversa vent’anni di storia italiana, legando a doppio filo il trauma collettivo del terremoto dell’Irpinia del 1980 alla crescita di Francesca, una bambina nata durante la storica nevicata del ’73 e segnata da una evidente “diversità” fisica che la trasforma presto agli occhi di chiunque la guardi, in un lupo.

​Il tono del romanzo è intimista e crudo, capace di cogliere il disagio di chi, come i genitori di Francesca negli anni ’80 e ’90, insegue il mito americano del self-made man, prestando maggiore attenzione a ciò che si possiede rispetto a ciò che si è, mentre tra le mura domestiche coltiva un’emancipazione femminile di facciata e una finta tolleranza. 

Raffaella, la madre, emerge come figura fondamentale: il suo conflitto con la figlia è un groviglio di insicurezze che tenta di sanare con gli strumenti di una cultura contadina che protegge nascondendo, proibendo gli specchi per non mostrare alla figlia la propria immagine atipica e tentando con tutte le proprie forze di preservarla da un dolore certo, quello in cui saranno gli altri, non più la famiglia, a farle da contorno.

Emblematico è il passaggio fra il prima e il dopo gli specchi, attraverso i quali la Francesca-lupo a sei anni scopre la sua diversità come affacciandosi da una finestra per vedere una realtà che sua madre, per anni, aveva tentato di nascondere, quasi per sanare una ferita di nascita.

​Lo stile della D’Acierno è molto immersivo grazie a una stimolazione sensoriale che predilige gli odori: il profumo del pane caldo e della legna ardente quasi pizzica il naso, l’odore acre del sugo cotto col lardo fa venire fame, la lavanda rallegra l’animo di chi legge e l’umido dei prefabbricati in amianto appesantisce, poiché lì intere generazioni sono rimaste sospese dopo il sisma per più di vent’anni. Questi dettagli sensoriali delineano il contesto storico e fanno perfettamente da contorno all’atmosfera della provincia irpina, fatta di silenzi e scuorno (vergogna), dove il diverso è guardato con un timore che ricorda antiche lebbre. 

​La vera bellezza del romanzo sta nello scontro generazionale, che monta dalle prime luci accese sull’adolescenza di Francesca e si fa fuoco nel passaggio a Roma, negli anni ’90, tra la caduta del muro di Berlino e l’ombra cupa dell’AIDS e dell’eroina. 

Nella capitale il lupo scopre una comunità di invisibili che in qualche modo le assomigliano, un popolo di studenti, attivisti, trans e gay che al Pigneto e nei centri sociali come il Forte preneste, tentano di trasformarsi in invincibili attraverso la lotta politica e la visibilità ostentata. 

“Diverso, per voi giovani è sempre tutto diverso. Non vi accorgete che è sempre lo stesso. Io una cosa sola so: andarsene via per restare là non serve a niente.” 

Qui è Maria, lontana parente della famiglia Spagnuolo e anziana mentore di Francesca, che accende un faro sulle possibilità alternative per la ragazza, che le mostra con schiettezza il suo punto di rinascita e che la sua diversità può trasformarsi in un’opportunità di condivisione e di speranza.

Ed grazie a questo personaggio, presente nella vita romana della protagonista, che in alcuni tratti il libro diventa una favola moderna, dove l’anziana diventa una sorta di fata madrina con una bacchetta magica che non scintilla, ma sicuramente elargisce verità e saggezza.

Il personaggio di Marta/Fabio, moderno Virgilio per la protagonista attraverso i gironi infernali dei disadattati e reietti, di una società romana colma di finto perbenismo e immobilità politica, e la tragica figura di Livia, musa ispiratrice che cela una enorme fragilità interiore dietro la maschera della spavalderia, ci parlano invece della freddezza di quegli anni, dove la scoperta di sé passa per baci che sanno di tabacco e la consapevolezza che le cose belle durano poco.

“Puoi cercare di trasformare un sampietrino in una pietra di fiume, ma sempre sampietrino resta. Se non smetti di essere lupo dentro, come fanno gli altri a vedere Francesca?”

​Con Lupo giù per terra, Barbara D’Acierno indaga con ritmo avvincente il disagio 

esistenziale del diverso, in una comunità che lo vuole come mostro, chiudendosi sul primo Pride nazionale del 1994 e l’inizio dell’era del berlusconismo. 

Il racconto delle vicissitudini di Francesca esegue un’indagine sociale accurata ma soprattutto la storia di un ritorno fisico, di una rinascita interiore e ci lascia una verità dolorosa: se siamo noi i primi a non amarci, come potranno mai farlo gli altri? 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.