Johann Wolfgang Goethe: “Il divano Occidentale – Orientale”, di Maurizia Maiano

Gingo Biloba

La foglia di quest’albero,

venuto dall’oriente al mio giardino,

consente di gustare sensi occulti,

edificando il saggio.

Sarà un essere vivo,

che sè in se medesimo ha spartito?

Oppure saran due,

che vollero apparire come uno?

Per dare alla domanda una risposta,

il senso giusto trovo:

non senti, nei miei canti,

che sono uno e insieme sono doppio?

Il Ginkgo biloba è per Goethe un potente simbolo poetico di unità nella dualità, la foglia dell’albero ha una forma bilobata, metafora di due amanti che sono una cosa sola. Regalò una foglia a Marianne Jung von Willemer come simbolo di amicizia e amore. Un episodio nella vita onnivera di Goethe, ma vicenda centrale nell’esistenza della giovane Marianne che si scoprì poetessa, ma non ha saputo o potuto continuare ad esserlo. Marianne, sposata con un vecchio amico d’infanzia di Goethe, sarà il suo ultimo amore, presentata come Pflegetochter, figlia adottiva, sarà a lei che Goethe donerà una copia del suo Divan. Marianne aveva l’empatia dell’amante e dell’artista. Era stata cresciuta ed educata all’arte da una madre attrice ed un patrigno regista, di cui porta il nome. Goethe è attratto dalla sua bellezza e lei lo segue nel suo mondo poetico dove insieme si rispecchiano nel loro amore. E’ uno di quegli amori che vanno al di là del tempo. Sulla lapide di Marianne al Frankfurter Hauptfriedhof si legge: “Die Liebe höret nimmer auf” – L’amore non finisce mai. Solo Marianne e Goethe sono testimoni del loro sentimento, che diverrà noto, dopo la morte di lei nel 1869.

Nel West-östlicher Divan, scritto tra il 1814 e il 1819, e ispirato ai versi del poeta persiano Hafez, Goethe cerca di stabilire un punto di incontro tra Occidente e Oriente. In sintesi, Goethe non solo esplora il mondo, ma lo trasforma attraverso la poesia facendo sì che Occidente e Oriente diventino una ricerca di unità e comprensione profonda. La sua opera continua a sfidare le divisioni, cerca ciò che  unisce, non ciò che separa. E’ l’idea latente, in tutti i suoi scritti della vecchiaia, di utopica armonia tra freie Völker auf freiem Grund, popoli liberi su un suolo libero, una terra che va oltre ogni confine, fisico, linguistico, culturale, politico.

Il termine ‘divan‘ si riferisce, nel contesto poetico, a una raccolta di poesie della tradizione persiana, araba e turca. Una collezione antologica di un singolo poeta o di più poeti, per tramandare l’arte poetica ai posteri.

Viviamo un’epoca in cui la lotta di civiltà e di religione sono scontro reale e violento, rifarsi a Goethe e al suo West-östlicher Divan (Divano Occidentale-Orientale) è trattenere il respiro per ricomporre l’armonia. Due mondi lontani sulla mappa geografica, ma uniti da un sentire profondo e comune. Goethe (1748-1832) e Hafez (1315-1390), il celebre poeta mistico persiano, rappresentano in questo dialogo poetico due voci lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da una visione universale. Hafez, Shams o-Dīn Moḥammad, è noto per il suo Divān,  che intreccia tematiche mistiche e amorose. Il suo nome stesso, che in arabo significa “colui che conosce a memoria il Corano“, rimanda alla profondità spirituale delle sue poesie; egli esplora l’amore umano e divino, fondendo passione e mistica in un linguaggio simbolico ricco di sfumature. Goethe ritrova in Hafez una affinità elettiva, fatta di simboli che cercano di spiegare e risolvere il reale, non vuole imitare la tradizione orientale, ma si lascia pervadere dal suo spirito, ritrovando in Hafez quella capacità di abbandonarsi all’insondabile e di cercare nel simbolo la chiave per comprendere l’universo. In questo incontro tra Occidente e Oriente, Goethe costruisce un’opera che è più di un semplice dialogo letterario: è un viaggio poetico che esplora l’amore, la spiritualità e il desiderio di un’unione che trascende le barriere culturali. Due coppie innamorate in simbiosi Hatem e Suleika, Goethe e Marianne. Oriente ed Occidente  si incontrano nello spazio poetico, unite dal comune desiderio di conoscersi e di riconoscersi.

L’opera è una meditazione sull’amore universale, che non conosce confini geografici e religiosi, ma cerca una connessione profonda tra le persone e le tradizioni. La sintesi tra le due visioni del mondo, Occidente razionale e Oriente mistico, si fonde in un linguaggio allusivo e simbolico, come quello di Hafez, ma anche estremamente elegante e raffinato.

Nell’opera del poeta persiano Jami, l’amore è casto eppure ardente e conduce all’amore verso Dio. Yusuf diventa lo shahid di cui Suleikha ha bisogno nel suo percorso verso la spiritualità. La Beatrice dantesca, la Sulamita del Cantico dei Cantici e la Laura del Petrarca appartengono a tre diversi mondi: al mondo cristiano – medievale, alla tradizione ebraica dell’Antico-Testamento, alla tradizione umanistica occidentale che, pur aderendo ciascuno a diversi caratteri, inventano l’arte di mettere insieme singoli versi delle liriche orientali di Hafez per comunicare tra loro in maniera cifrata.

La Suleika del Divan è una figura letteraria: esprime la sua passione liberamente. L’amore è  relazione con l’altro, non è possedere ma condividere, dedicare, donare. La separazione è legge inesorabile degli amanti. La poesia unisce gli amanti in maniera spirituale: nel ricordo. Come in Goethe matura l’idea di rinunciare a Marianne, così accade ad HatemSuleika, i quali non si ritroveranno più insieme nel senso fisico della parola. Lo scambio di liriche tra Hatem e Suleikaè l’essenza del loro amore: Hauchsoffio, è la parola poetica che gli amanti si donano reciprocamente. Essi sono poli contrapposti e riescono a convergere tra loro per una sorta di equilibrio dinamico, il cui andamento armonico si basa sull’unità nella dualità. Hatem e Suleika rappresentano un dialogo tra il sé ed il diverso da sé, per comprendere l’altro e se stesso – da due soggetti dissimili ed eterogenei si delinea un unico soggetto – così come si parla di una unica letteratura mondiale dall’incontro tra le varie letterature.

Johann Wolfgang von Goethe è stato una delle menti più poliedriche e profonde della storia della cultura occidentale. Non solo un poeta straordinario, ma un intellettuale che ha esplorato e tradotto in letteratura ogni ambito del sapere umano. La sua capacità di scrutare il thauma, la meraviglia e il mistero che ci circondano, si riflette in ogni aspetto della sua opera.

Il guscio esplode

e si libera gioisamente

cosi cadono le mie poesie

sul tuo grembo.

I versi confrontano la creazione delle poesie con la maturazione del frutto e del seme, tramite il cui immaginario entrano nel poema le associazioni di fecondazione e procreazione, secondo cui le parole alimentano l’immaginario fino a fecondare e a creare mondi in una continua metamorfosi

Ho provato a scrivere perché dal passato mi giungono voci dell’assurdità della guerra.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

L’inquietudine giovanile in De Carlo, Tondelli, Busi e Brizzi, di Sonia Di Furia

Un motivo che ricorre frequentemente nella letteratura degli ultimi decenni è il conflitto del giovane con la società degli adulti, che dà origine a insofferenza, rabbia, rivolta. Si riflette nella letteratura un dato storico oggettivo: l’inquietudine giovanile che si è manifestata in modo esplosivo a partire dalla “contestazione” del Sessantotto e che si è prolungata in varie forme nelle generazioni a seguire. 

Un precursore di queste tematiche è il Salinger del “Giovane Holden”, che non a caso resterà un libro di culto per le giovani generazioni anche nei decenni successivi. In Holden Caulfield si può ravvisare una curiosa contraddizione: da un lato c’è in lui un disperato bisogno di essere considerato “grande”, dall’altro si manifesta il rifiuto totale del mondo adulto, dei suoi falsi valori e dei suoi riti vuoti.  Però egli resta un adolescente, con tutta la sua disarmata fragilità: la sua rivolta non consiste che in una breve fuga, che si concluderà puntualmente con un rientro in seno alla famiglia. Salinger coglie con acutezza le ragioni e le manifestazioni del disagio, ma contempla anche con superiore ironia il velleitarismo di una rivolta impossibile, più immaginata che reale, destinata perciò a un inevitabile fallimento. 

In Italia negli anni Ottanta, dopo una crisi della narrativa innescata negli anni Sessanta-Settanta dalla neo- avanguardia, che aveva smantellato le forme espressive tradizionali, si assiste all’affermarsi di una narrativa di giovani, che dà voce alle tendenze e ai problemi presenti nelle nuove generazioni. 

Con “Due di due”, (1989), libro del quale si è letta e si prende in considerazione l’edizione del 2019, La nave di Teseo, Andrea De Carlo tenta l’opera ambiziosa, il romanzo di formazione, il ritratto generazionale, il quadro della società e delle ideologie dell’Italia fra il ’68 e la fine del secolo scorso. Se il libro può costituire una testimonianza preziosa, d’altro lato però vanno in esso perdute le interessanti novità di impostazione e di tecnica narrativa dei primi romanzi: l’impianto infatti torna ad essere molto tradizionale e si viene a configurare un’opera facilmente leggibile e consumabile. L’autore si concentra sulla condizione giovanile, ma in termini molto diversi dagli sfoghi tumultuosi e magmatici e dai drammi esistenziali offerti negli stessi anni da Tondelli o Busi: egli sceglie la fredda oggettività dello sguardo, che registra minuziosamente le superfici della realtà, elencando oggetti e percezioni, rigorosamente dall’esterno. Il senso di spaesamento, di estraneità al mondo sociale, di rifiuto, che accomuna i protagonisti di De Carlo ad altri personaggi giovanili della narrativa di questi anni, non si esprime in modo diretto e aperto, ma indirettamente, attraverso la registrazione impassibile, che riesce egualmente a comunicare l’estraneità e il tormento segreto, magari inconsapevole (come ebbe modo di osservare Italo Calvino, che patrocinò le prime prove dello scrittore).

Come si è accennato, il romanzo “Due di due” è un ritratto generazionale collocato sullo sfondo della storia italiana dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta. È la vicenda di due amici, conosciutisi sui banchi di un liceo milanese, accomunati dall’insofferenza per il clima chiuso e opprimente di una società conformista e immobile. Il rifiuto della scuola, in cui si proietta il peggio di quella società, li spinge a partecipare alla rivolta studentesca del ’68, da cui però si ritraggono delusi per l’involuzione dogmatica, autoritaria e intollerante dei gruppuscoli. Passano allora attraverso le esperienze tipiche dei giovani di quegli anni, vita irregolare e bohémienne, viaggi, droga. Dei due amici, la personalità più spiccata è quella di Guido Lareni, intelligentissimo, estroso, ribelle, ma anche dominato da una carica autodistruttiva, nella sua incapacità di sopportare il mondo com’è; più incolore invece è la personalità del narratore, che subisce il fascino prepotente di Guido e lo prende a modello. I percorsi dei due amici, comuni sino a un certo punto, si dividono poi nettamente: il narratore si salva dallo sbocco autodistruttivo di una vita sregolata, che lo conduce quasi in fin di vita, si ritira a vivere in una fattoria in Umbria, dedicandosi all’agricoltura e alla confezione di prodotti ecologici, e approda così a una vita sempre fuori dagli schemi borghesi, ma regolata ed equilibrata, anche affettivamente. Guido, invece, sempre eroso dalla sua inquietudine ribelle, ottiene un grande successo con un romanzo in cui ha scaricato la sua rabbia, ma finisce per compiere fino in fondo la sua parabola autodistruttiva. 

Le pagine iniziali restituiscono l’immagine di una scuola vecchia e asfittica, basata sulla ripetizione acritica di programmi superati, incapace di modificarsi, di cogliere le trasformazioni in atto nella società e nella cultura e di rispondervi adeguatamente. Anche se con una certa esasperazione caricaturale e schematica (ma non si dimentichi che il racconto è filtrato attraverso la prospettiva di un ginnasiale quindicenne, attraverso le sue inquietudini e le sue insofferenze), emerge poi la fisionomia delle insegnanti, che non sono in grado di motivare l’apprendimento, di stabilire una comunicazione con gli studenti, e si trincerano dietro il loro rigido autoritarismo. Anche la società è sentita dal ragazzo come immobile e oppressiva: il suo disgusto si rovescia contro la città brutta, caotica, inquinata e invivibile, i mass-media invadenti, il conformismo di massa, la classe politica mummificata. Il giovane avverte una forma di esclusione dalla vera vita, che sembra pulsare altrove, e un senso di esilio. 

Entrano come casualmente in scena le prime avvisaglie della contestazione, che intervengono improvvisamente a rompere quell’atmosfera con le manifestazioni in strada e le assemblee a scuola. L’assemblea è determinante per i due amici: rappresenta un’esperienza inedita ed eccitante, la trasgressione che riesce a mettere in questione un sistema che sembrava intangibile, rappresentato dall’ordine e dai rituali della scuola, e prospetta nuove possibilità vitali, nuovi rapporti tra le persone. L’esperienza dei due studenti registra poi l’involuzione del movimento, la formazione dei gruppuscoli e il loro chiudersi nel settarismo dogmatico e nell’autoritarismo intollerante. Il narratore e Guido, nella loro inquieta ansia di liberazione, sono respinti da questi atteggiamenti e vengono attratti piuttosto dall’anarchismo. Nella sua fertile e generosa vivacità intellettuale, ma anche nella sua ingenuità ancora infantile, Guido si abbandona a vagheggiare forme utopistiche di società, dove viene negata la civiltà industriale moderna, con il suo sistema consumistico, e viene proposta una regressione verso la civiltà agricola pre-moderna, organizzata in piccoli villaggi e sognata come idillicamente felice (effettivamente il movimento hippy americano cercò di realizzare comunità del genere). 

Nell’ultimo romanzo di De Carlo, “Di noi tre” (1997), vengono riprese le ambizioni di “Due di due”, l’intento di tracciare un quadro generazionale e sociale, dal 1978 al 1995 circa, attraverso la storia di due giovani, innamorati della stessa ragazza, Misia, volubile e inafferrabile. Di nuovo l’operazione offre un interessante documento delle aspirazioni e dei fallimenti di una generazione: Livio è un pittore che rifiuta il mercato ma si imborghesisce nel matrimonio, perdendo la forza dell’ispirazione, Marco è un regista d’avanguardia costretto a piegarsi a girare film di cassetta, Misia ha un eccezionale talento di attrice, che spreca con la sua continua instabilità e inquietudine. Se dei protagonisti di “Due di due” l’uno si salvava e l’altro si autodistruggeva, qui tutti e tre trovano una forma di salvezza, recuperando gli slanci giovanili dopo compromessi, cedimenti, nevrosi, degradazioni. 

Se De Carlo analizza i fenomeni con la freddezza distaccata del referto storico e sociologico, Pier Vittorio Tondelli, in “Altri libertini”, rovescia invece sulla pagina tutta la visceralità immediata del vissuto. La condizione rappresentata è quella di un’altra delusione, il contraccolpo psicologico seguito all’ultima ventata di rivolta giovanile, verificatasi nel 1977. In chi, come il soggetto monologante, un giovane intellettuale “alternativo”, deve avervi partecipato (lo si può intuire dal testo, anche se non viene detto esplicitamente), si genera un senso di soffocamento, di depressione mista a insofferenza rabbiosa. Il rifiuto si manifesta in un moto di fuga verso un “altrove” mitico e utopico, in cerca di libertà, autenticità, pienezza vitale, e si esprime in un monologo senza freni, che fluisce magmatico riproducendo tutte le caratteristiche del “parlato” giovanile. Il racconto ha la forma di un monologo, in cui il narratore parla di sé a ruota libera. Il linguaggio presenta perciò le caratteristiche del parlato, riprodotto nella sua immediatezza: un parlato molto estroso e colorito, che mescola espressioni gergali, anche crude, e riferimenti arditamente colti (chi parla è evidentemente un giovane intellettuale, proiezione dell’autore). L’inizio descrive uno stato di depressione e angoscia. I motivi che vengono addotti sembrano riferirsi a una condizione puramente esistenziale, ma se si colloca il racconto nel suo contesto si possono ricondurre agevolmente al clima della fine degli anni Settanta, gli anni del cosiddetto “riflusso”, in cui si esaurisce lo slancio che aveva caratterizzato le rivolte giovanili del decennio precedente e, in chi vi aveva partecipato, si genera un senso di soffocamento, di insofferenza rabbiosa. Sono anche gli anni del consumismo sfrenato, del carrierismo, della ricerca della ricchezza e del successo a ogni prezzo. Il giovane narratore, che rifiuta quel clima sentendone in modo intollerabile l’oppressione, cerca rifugio nella trasgressione (alcol, droga), che cela un fondo autodistruttivo. 

Una fuga è anche quella rappresentata dal giovane protagonista del “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi, che negli anni Sessanta-Settanta vagabonda per l’Europa conducendo una vita irregolare e precaria. Il rifiuto del mondo adulto qui si manifesta soprattutto attraverso la trasgressione sessuale. L’omosessualità è un modo per far emergere tutta l’ipocrisia che si nasconde dietro la pretesa solidità del mondo borghese, tutta la bestialità celata dietro le apparenze del perbenismo. A sua volta il protagonista rifiuta di farsi fissare in un’immagine, in un ruolo, vuole mantenersi infinitamente disponibile nella propria mutevolezza, che è garanzia di libertà. La figura del protagonista-narratore offre, qui, l’immagine di una gioventù inquieta, che rifiuta gli schemi di vita e i valori ritenuti comunemente “normali”, un’immagine legata al clima dei ribelli anni Sessanta-Settanta, in cui si svolgono i fatti narrati.

Dall’analisi-confessione del giovane emerge un bisogno assoluto di libertà, che si manifesta come odio e rancore, come volontà di sfida e di vendetta verso una società borghese irrigidita nella sua ricerca di solidità e sicurezza, peraltro ipocrita. ll ragazzo accetta di prostituirsi, ma così facendo smaschera la falsità di quelle persone “normali”, le denuda di fronte a se stesse e alla società e fa loro toccare il fondo della loro bestialità accuratamente rimossa. A differenza di esse il protagonista è infinitamente mutevole, rifiuta di farsi fissare in un ruolo, in una parte (ad esempio si sente estraneo all’interpretazione che gli studenti delle Belle Arti vogliono imporre di lui). Si definisce “specchio mobile” in cui si riflette la molteplice fisionomia della società. Verso la normalità borghese prova un sentimento ambivalente, fatto di odio ma anche in un certo modo di amore: essa lo attira perché vi trova molto da distruggere.

Comunque, in tutti questi eroi giovanili, dietro a così diverse manifestazioni di rifiuto, dietro agli impulsi aggressivi rivolti contro il mondo esterno, si rivela una forte componente autodistruttiva. Il protagonista di De Carlo, Guido Lareni, si schianta con la sua auto contro un palo, una fine in un certo modo voluta e cercata; quello di Tondelli, oltre a esprimere la sua ricerca di libertà con la corsa folle nella notte, si distrugge con droghe e alcol; quello di Busi, che si analizza con elegante lucidità, definisce la sua vita errabonda come un “disperatamente frivolo cupio dissolvi“. In questi eroi si può quindi riconoscere una carica tragica, che manca invece totalmente al ginnasiale di Enrico Brizzi. Sono passati due decenni quindi la società rappresentata in “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è ben diversa. Se vi è ancora confitto tra il giovane e la famiglia, la scuola, la società, esso si risolve in forme ludiche, giocose e lievi. Il ragazzo protagonista è ben lontano dal mettere in questione la propria esistenza abituale con il rifiuto. La sua è piuttosto un’estraneità irridente, un chiudersi compiaciuto nel bozzolo protettivo dell’adolescenza, con i suoi feticci (dischi, libri, capi di abbigliamento) e con i suoi riti (le corse in bicicletta, il casto amore per la coetanea). Del tutto superato è anche il sesso come strumento di contestazione dei tabù sociali e di libera autorealizzazione, che era stato uno dei motivi centrali della rivolta giovanile. Se l’atteggiamento dell’eroe non è veramente critico verso la realtà in cui è immerso, anche lo sguardo con cui l’autore contempla il suo personaggio non è critico, ma più che altro impostato su una benevola ironia che tradisce una sostanziale complicità. In definitiva, se negli altri eroi giovanili si manifesta una tensione apocalittica, un rifiuto totale che rientrava ancora nelle coordinate del “moderno”, in Jack Frusciante trionfa ormai il clima del “post-moderno”. 

Si può concludere con un’osservazione generale. Tutti questi eroi giovanili sono in certo modo degli intellettuali, per lo meno in embrione: al disagio che nasce dal fatto che i giovani col loro bisogno di libertà e di immediata autenticità vitale si sentono estranei alla società consumistica e omologante, ipocrita e sclerotizzata, si unisce un disagio addizionale che deriva dalla loro condizione di intellettuali.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Guzel’ Jachina: “Zuleika apre gli occhi” (TEA), di Cristi Marcì

Romanzo d’esordio della scrittrice russa Guzel’ Jachina (Kazan, 1 giugno 1977), “Zuleika apre gli occhi” si svolge nell’Unione Sovietica di Stalin durante la campagna di “dekulakizzazione”, che vide un ampio ricorso ai campi di lavoro forzato tristemente noti come Gulag.

Per il regime, infatti, negli anni trenta del secolo scorso, la classe dei contadini benestanti, i Kulaki appunto, andava eliminata attraverso la deportazione in zone remote della Siberia e la confisca dei beni, per garantire la riuscita del processo di collettivizzazione delle terre e di industrializzazione del Paese.

Il romanzo, che riflette un crocevia di storie e vicende familiari, ha per protagonista la giovane e minuta Zuleika, succube di un marito brutale e di una suocera dispotica e prepotente in un remoto villaggio del Tatarstan.

Nonostante la sua esistenza meschina sia scandita dalle richieste insistenti del marito e dagli obblighi imposti dalla “Vampira”, le sue giornate subiscono un improvviso e radicale cambiamento: attraverso un interminabile viaggio in un treno merci, negli spazi angusti di un vagone, Zuleika si trova costretta a fare i conti con la povertà e la miseria più assolute, a salvaguardare il proprio corpo da sguardi indiscreti e ad alimentare una speranza che ad ogni stazione ferroviaria lascia un vuoto che neanche la più fervida immaginazione sembra in grado di colmare.

Circondata da prigionieri politici, detenuti per reati minori, artisti e intellettuali d’ogni sorta provenienti da Leningrado, la giovane tatara scoprirà piano piano che proprio l’amore verso qualsivoglia forma di espressione culturale sarà l’antidoto contro quel lento e inesorabile declino identitario che il regime inietta a piccole dosi giorno dopo giorno.

Saranno così proprio le passioni e le esperienze di alcuni dei personaggi con cui stringerà solidi legami che col passare del tempo si riveleranno uno dei rimedi principali grazie ai quali salvaguardare un sempre più imprecisato futuro.

Tra questi il professore emerito di ginecologia Wolf Karlovic Leibe dell’Università di Kazan’, il famigerato e malinconico artista Ikonnikov Il’ja Petrovic dalle dita macchiate del colore dei suoi dipinti ricolmi di ricordi e non ultima la spudorata e irriverente Isabella, accompagnata dal marito Konstantin Arnol’dovic, fervente sostenitore della letteratura quale assoluto medicamento contro un diffuso decadimento dell’intelletto. 

Eppure, nonostante le pagine di questa storia si impregnino riga dopo riga di una speranza difficile da estirpare, l’amore rispecchia quel motore antico in grado di lenire quella corruzione dell’anima che nei pressi del villaggio di Semruk in Siberia viene alimentata sotto lo sguardo imperante e beffardo di Zinovij Kuzneck: responsabile agli Incarichi speciali per la GPU (Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie, Direttorato Politico dello Stato).

In concomitanza con la tematica principale fin qui descritta, c’è poi quella della maternità che emerge delicatamente man mano che il viaggio della protagonista si districa tra colpi di scena del tutto inaspettati.

Tra questi la gravidanza improvvisa di un figlio che sarà costretto a crescere in un luogo dove il rispetto per la vita viene inesorabilmente soppiantato dalla fatica e dal sudore dei lavori forzati.

La psicologia della maternità rispecchia uno dei temi centrali del racconto, dove la perdita di più figli alimenta sempre più il desiderio di dare alla luce una nuova vita da proteggere dagli orrori di una propaganda politica sempre più insidiosa.

Quella che viene narrata dunque non è una storia semplice ma, al contrario, un insieme di vicende che, sotto il comune denominatore di una cruda e folle dittatura, tenta a più riprese di annichilire le speranze di chi confida in un possibile lieto fine.

L’aspetto oltremodo interessante, come rilasciato in un’intervista dalla stessa autrice, risiede proprio nel connubio sottile tra i fatti storici realmente accaduti e il tentativo, a volte faticoso, di riuscire a narrare un periodo che, seppur lontano, rischia di manifestarsi nel mondo odierno in modi differenti ma non per questo meno crudeli.

Va detto che la storia di Zuleika prende spunto dalle vicende realmente vissute dalla nonna materna dell’autrice, che durante quei terribili anni ha conosciuto la pena della deportazione nei campi di lavoro.     

Riprendendo quei racconti, l’autrice russa offre uno spaccato storico e politico capace di insinuarsi nelle vite quotidiane e nel modo di pensare della gente dell’epoca, soffocata da un regime che non lasciava spazio ai sogni e alle passioni.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Caterina Villa per “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Caterina Villa, “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026)

Dalle sponde nebbiose del Lago Trasimeno Caterina Villa ci racconta “Misurare il vuoto” (Lindau), dove una roulotte abusiva e scrostata smette di essere un semplice relitto della periferia rurale per diventare confessionale discreto e rifugio per le anime tormentate. 

Il romanzo è un labirinto sotterraneo, fatto di tratti poetici e onirici attraverso i quali si attraversa il vuoto esistenziale, inteso non come assenza, ma come l’ingombro pesante di ciò che non è stato vissuto, che ci rende bloccati e sopraffatti da una vita più forte e più audace di noi. 

Lo stile di Caterina Villa è molto sensoriale, e trasforma sentimenti astratti attraverso immagini concrete: il dolore è “un seme duro che scheggia i denti” e la solitudine si fa materia attraverso l’uso delle molte metafore che richiamano gli odori e i rumori del lago, creando un’atmosfera sospesa.

Al centro della vicenda troviamo tre solitudini che si incrociano attorno a questo “purgatorio di lamiera”. Nicola, il custode, è un uomo che vive nell’arrendevolezza della fine vita; pervaso da una malattia gravissima, ha scelto di lasciarsi morire, così come in passato ha lasciato andare il suo grande amore. 

seconda parte

Accanto a lui si muove Ofelia, una ragazza rimasta immobile per anni, orfana di una madre che le ha negato l’affetto e terrorizzata dall’idea di compiere anche un solo passo verso il futuro. 

A scuoterla dal torpore è l’incontro con Simone, un ragazzo segnato dall’autolesionismo e dall’abbandono dei genitori, il cui rancore sembra condensarsi tutto nel ricordo di una vecchia vestaglia a pois.

​Il ritmo del romanzo riflette perfettamente l’evoluzione dei protagonisti: inizialmente lento e meditativo, segue l’inerzia e il torpore di Nicola e Ofelia. Tuttavia, con l’emergere della componente thriller e lo scorrere del tempo, il tempo viene scandito da un’accelerazione progressiva. 

A rompere l’equilibrio arrivano un biglietto firmato da “T.”, lasciato proprio nella roulotte e l’imminente inesorabile rimozione del mezzo abusivo da parte del comune. Questi elementi introducono da un lato un mistero macabro, che agisce da catalizzatore, e dall’altro l’urgenza del ritrovamento del proprietario del mezzo, che costringono i tre personaggi a trasformare la propria mancanza di coraggio in una forza inaspettata e a affrontare finalmente una introspezione rimasta sempre sulla superficie, come a galleggiare sulle acque scure e inerti del lago.

L’intreccio finale fa affondare e riemergere mostri, fantasmi, paure, ricordi che vorticosamente portano il lettore verso una domanda conclusiva: quanto può essere salvifico misurare il proprio vuoto con lo spettrometro della razionalità?

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Global Sumud Flotilla: chiamare le cose con il loro nome, di Vincenzo Franciosi

Partiamo dai fatti più recenti, perché è sempre lì che il linguaggio viene messo alla prova: nella contemporaneità, non nelle astrazioni, non nei grandi sistemi teorici, ma nel punto esatto in cui ciò che accade e ciò che viene detto che accade entrano in collisione.

Partiamo da qui, non per scelta retorica ma per necessità: dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla. Un’azione civile, dichiarata, pubblica, che tenta di raggiungere Gaza via mare e che viene intercettata in acque internazionali dalla marina militare israeliana. Non siamo davanti a un incidente, né a un’operazione opaca: siamo davanti a un atto deliberato di interdizione che si colloca fuori da qualsiasi quadro ordinario di diritto internazionale, e che proprio per questo viene immediatamente ricondotto, nel linguaggio ufficiale, a una formula legittimante — sicurezza, prevenzione, autodifesa.

È qui che il problema si pone con la massima evidenza. Non nel fatto in sé, che è visibile, documentato, ripetuto. Ma nel modo in cui viene nominato. O meglio: nel modo in cui il linguaggio interviene per assorbire l’evento, neutralizzarlo, renderlo accettabile.

La vicenda della Global Sumud Flotilla non è un episodio marginale. È uno di quei momenti in cui la distanza tra realtà e narrazione diventa insostenibile, in cui il dispositivo si mostra senza più bisogno di essere smascherato, perché è già esposto.

Da questo punto in poi, il problema non è più vedere ciò che accade. È accettare che le parole vengano svuotate fino a significare il contrario di ciò che dicono.

Chiamo le cose con il loro nome: genocidio. Non come parola d’ordine, ma come necessità del linguaggio. Se un’azione sistematica colpisce una popolazione civile in quanto tale, se ne distrugge le condizioni materiali di esistenza — acqua, cibo, spazio, mobilità — e se questa distruzione viene giustificata come inevitabile, allora il problema non è più trovare un termine prudente, ma evitare l’eufemismo. In questo senso, la parola non è un eccesso: è ciò che resta quando tutte le attenuazioni hanno già fatto il loro lavoro. E insieme a questa parola, chiamo per nome il sistema che la rende possibile: apartheid, quando il diritto separa e gerarchizza le vite; colonialismo, quando la terra viene sottratta e amministrata come spazio disponibile; disumanizzazione, quando un popolo viene ridotto a minaccia biologica, demografica, militare; impunità, quando tutto questo può ripetersi senza conseguenze.

Questo slittamento del linguaggio non riguarda solo gli eventi, ma anche le identità. La sovrapposizione tra Stato di Israele e popolo ebraico è uno dei meccanismi più efficaci e più perversi di questo processo. Israele si definisce Stato ebraico; ampi settori della diaspora assumono questa definizione come naturale, come dato identitario, come continuità storica. Ma nel momento in cui un goy, un gentile, un non ebreo prende sul serio quella stessa identificazione, la assume come premessa e ne trae conseguenze critiche, viene accusato di antisemitismo.

È qui che il dispositivo si chiude. Quando serve a proteggere Israele, l’identificazione è sacra, indiscutibile, necessaria. Quando serve a criticarlo, diventa improvvisamente intollerabile, trasformata in odio razziale. Non è una contraddizione: è una tecnica. Una forma di immunizzazione morale che impedisce qualsiasi presa di posizione esterna. Se separi, neghi; se colleghi, odi. Non esiste una via che non sia già prevista dal sistema, perché ogni posizione si trasforma in colpa prima ancora di essere ascoltata.

Non è un caso isolato. I fatti continuano a imporsi con una ostinazione che nessun linguaggio riesce davvero a cancellare.

Resta la torta di compleanno di Itamar Ben-Gvir, pubblicata e mostrata in video, con un cappio come decorazione. E qui non si tratta di fermarsi all’aneddoto, alla curiosità morbosa o al cattivo gusto. Il punto è il simbolo. Il cappio non è un dettaglio ornamentale. È un segno storico della morte pubblica, della punizione esemplare, del corpo esposto come avvertimento. Se quel segno viene associato ai palestinesi e trasformato in immagine celebrativa, non siamo più davanti al cattivo gusto: siamo davanti alla normalizzazione simbolica dell’eliminazione.

Restano Thiago Ávila e Saif Abukeshek, fermati dopo l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, accusati pretestuosamente con formule che pretendono di trasformare un’azione civile in terrorismo, e sottoposti a ciò che, al di là di ogni cautela lessicale, deve essere chiamato con il suo nome: tortura. Non esiste un linguaggio neutro per descrivere un corpo piegato, isolato, costretto, sottoposto a violenza sistematica. Ogni eufemismo è già una forma di complicità.

Resta Eithan Bondì, arrestato dopo aver sparato contro manifestanti dell’ANPI il 25 aprile. Anche qui, la tentazione è quella di archiviare il fatto come episodio isolato, deviazione individuale, anomalia. Ma il problema non è più il gesto singolo: è il contesto che lo rende possibile, pensabile, quasi inevitabile. Singoli, ormai, sono quelli che si oppongono.

E tuttavia, tutto questo non è comprensibile se lo si riduce solo al piano politico o militare. C’è una radice più profonda, che attraversa i secoli e riemerge oggi sotto forma di linguaggio. È la radice teologica dell’elezione, dell’appartenenza, della separazione.

L’idea di “popolo eletto” non è una semplice categoria religiosa. È una struttura mentale, una forma di organizzazione del mondo. Implica un “noi” e un “loro”, una promessa esclusiva, una legittimazione dello spazio e, inevitabilmente, la costruzione del nemico. All’interno di questa struttura si colloca anche il concetto di kherem, la consacrazione allo sterminio, la distruzione totale del nemico come atto non solo permesso, ma sacralizzato.

I testi lo dicono con una chiarezza che oggi imbarazza: nel Deuteronomio si ordina di non lasciare in vita nulla che respiri; nel libro di Giosuè la conquista si compie nello sterminio integrale; nel Primo libro di Samuele l’ordine contro Amalek include uomini, donne, bambini, lattanti e animali. Non sono margini, non sono eccezioni: sono parte di una grammatica.

Quando Benyamin Netanyahu richiama Amalek, non sta facendo una citazione erudita. Sta attivando questa grammatica. Sta trasportando nel presente un immaginario di annientamento che, una volta riattivato, non resta simbolico.

È qui che la formula delle “radici giudaico-cristiane” rivela la sua funzione ideologica. Le radici cristiane non proseguono quelle giudaiche: le mettono in crisi. Il Nuovo Testamento spezza la linearità di questa logica: la salvezza non coincide più con l’appartenenza, e l’universalizzazione rompe il legame tra identità e redenzione. “Amate i vostri nemici” non è una variazione: è una frattura. Ridurre tutto a continuità serve a costruire un’identità politica, non a descrivere una realtà storica. E mentre si parla di radici, la realtà continua a prodursi.

Il colonialismo israeliano non è solo militare. È linguistico, teologico, mediatico. È un sistema che non si limita a esercitare la forza, ma pretende di stabilire anche i limiti del linguaggio — e del diritto — con cui quella forza può essere nominata. Bombarda e poi disciplina le parole. Distrugge e poi definisce cosa è lecito dire della distruzione.

A questo punto, il problema non è più complesso. È semplicemente evidente.

Nessuno Stato è sacro. Nessuno Stato è intoccabile. Nessuna memoria, nemmeno la Shoah, può diventare licenza per uccidere, opprimere, affamare, sequestrare, torturare, umiliare, distruggere.

Chi chiama tutto questo autodifesa non è neutrale. Chi invoca prudenza davanti al genocidio non è prudente. Chi tace non è fuori dal crimine. Gli sta facendo spazio.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.