Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026)

 Anna Schirru, con il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz), ci narra uno spaccato del Sulcis-Iglesiente degli anni Novanta, alternando l’ambientazione tra la quotidianità di un condominio a Iglesias e le estati passate sulla spiaggia di Calasetta.

​La trama si sviluppa attraverso i ricordi e gli occhi di una voce narrante bambina, impegnata a decifrare i comportamenti contraddittori degli adulti: un padre instabile, segnato da improvvisi attacchi d’ira e da una profonda tristezza legata al lutto mai superato per il fratello Pietro; una madre infermiera che cerca sui balconi, nel fumo di una sigaretta, una tregua dalla stanchezza quotidiana; una sorella maggiore sonnambula e lunatica, descritta come macca pérdia (matta persa). Infine le due maestre: Mariolina, dolce e protettiva, e Ines, diretta, con un’onestà che rasenta la crudezza.

La routine della protagonista si snoda tra i banchi della scuola elementare, le domeniche al catechismo e i giochi con le amiche. Sotto la superficie di un’infanzia tipica dell’epoca pulsa però un malessere viscerale, la “brutta voglia”: la sensazione fisica di dover vomitare che l’assale ogni volta che si scontra con le bugie, le ipocrisie dei grandi o la violenza invisibile del mondo circostante.

seconda parte

L’elemento caratterizzante dell’opera è la sua cifra stilistica: l’autrice utilizza una focalizzazione interna fissa costruita su una parlata infantile ingenua e involontariamente comica, che contrasta con gli eventi drammatici, i traumi e le crisi familiari che avvolgono i personaggi.

​La prosa è cadenzata da un ritmo incessante, dovuto anche alla costruzione paratattica dei periodi; per rendere maggiormente incalzante la narrazione, la punteggiatura tradizionale viene scardinata in favore di un continuo flusso di pensiero. Si tratta di una mimica perfetta dell’urgenza espressiva della piccola, che descrive dettagli e sensazioni senza soluzione di continuità.

​Il linguaggio rende il testo totalmente immersivo: le espressioni in dialetto sardo e i modi di dire locali sono la lingua della sincerità, della pancia, dello sfogo di un popolo, più che della singola protagonista, in un crescendo che raggiunge il culmine nei capitoli dedicati alle riflessioni sulla terra d’origine.

​In questi passaggi il tono si fa solenne e antropologico, svelando una Sardegna sotterranea e mineraria, legata a credenze antiche come S’Ammutadori (creatura mitologica legata all’oppressione notturna) e a precisi codici di comportamento, dove il dolore spesso si ingoia per fare finta di niente.

Una brutta voglia bilancia perfettamente il dramma dei primi anni di vita e la loro estrema leggerezza, attraverso il racconto di un territorio che, proprio come i bambini, vive con difficoltà il suo cammino di crescita.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026)

Il secondo anno di elementari fu istituita una vera e propria competizione tra i bambini delle tre classi che studiavano in canonica, una competizione carbonara con un nome che non necessitava di molte spiegazioni: Lupo giù per terra”.

Francesca è affetta da irsutismo, il segnale di una disfunzione ormonale che porta le donne a ricoprirsi di peli scuri e duri in posti tipicamente maschili.

Cresce come una bambina forte e circondata da un amore potente, ma con un limite invalicabile: in casa non esistono gli specchi.

“Lupo giù per terra” (Bompiani ) esordio narrativo di Barbara D’Acierno, è un romanzo che segna il limite tra l’accoglienza e l’esclusione, ambientato in una campagna irpina che fa da contrasto a una Roma notturna e carica di tensioni politiche. 

seconda parte

La narrazione attraversa vent’anni di storia italiana, legando a doppio filo il trauma collettivo del terremoto dell’Irpinia del 1980 alla crescita di Francesca, una bambina nata durante la storica nevicata del ’73 e segnata da una evidente “diversità” fisica che la trasforma presto agli occhi di chiunque la guardi, in un lupo.

​Il tono del romanzo è intimista e crudo, capace di cogliere il disagio di chi, come i genitori di Francesca negli anni ’80 e ’90, insegue il mito americano del self-made man, prestando maggiore attenzione a ciò che si possiede rispetto a ciò che si è, mentre tra le mura domestiche coltiva un’emancipazione femminile di facciata e una finta tolleranza. 

Raffaella, la madre, emerge come figura fondamentale: il suo conflitto con la figlia è un groviglio di insicurezze che tenta di sanare con gli strumenti di una cultura contadina che protegge nascondendo, proibendo gli specchi per non mostrare alla figlia la propria immagine atipica e tentando con tutte le proprie forze di preservarla da un dolore certo, quello in cui saranno gli altri, non più la famiglia, a farle da contorno.

Emblematico è il passaggio fra il prima e il dopo gli specchi, attraverso i quali la Francesca-lupo a sei anni scopre la sua diversità come affacciandosi da una finestra per vedere una realtà che sua madre, per anni, aveva tentato di nascondere, quasi per sanare una ferita di nascita.

​Lo stile della D’Acierno è molto immersivo grazie a una stimolazione sensoriale che predilige gli odori: il profumo del pane caldo e della legna ardente quasi pizzica il naso, l’odore acre del sugo cotto col lardo fa venire fame, la lavanda rallegra l’animo di chi legge e l’umido dei prefabbricati in amianto appesantisce, poiché lì intere generazioni sono rimaste sospese dopo il sisma per più di vent’anni. Questi dettagli sensoriali delineano il contesto storico e fanno perfettamente da contorno all’atmosfera della provincia irpina, fatta di silenzi e scuorno (vergogna), dove il diverso è guardato con un timore che ricorda antiche lebbre. 

​La vera bellezza del romanzo sta nello scontro generazionale, che monta dalle prime luci accese sull’adolescenza di Francesca e si fa fuoco nel passaggio a Roma, negli anni ’90, tra la caduta del muro di Berlino e l’ombra cupa dell’AIDS e dell’eroina. 

Nella capitale il lupo scopre una comunità di invisibili che in qualche modo le assomigliano, un popolo di studenti, attivisti, trans e gay che al Pigneto e nei centri sociali come il Forte preneste, tentano di trasformarsi in invincibili attraverso la lotta politica e la visibilità ostentata. 

“Diverso, per voi giovani è sempre tutto diverso. Non vi accorgete che è sempre lo stesso. Io una cosa sola so: andarsene via per restare là non serve a niente.” 

Qui è Maria, lontana parente della famiglia Spagnuolo e anziana mentore di Francesca, che accende un faro sulle possibilità alternative per la ragazza, che le mostra con schiettezza il suo punto di rinascita e che la sua diversità può trasformarsi in un’opportunità di condivisione e di speranza.

Ed grazie a questo personaggio, presente nella vita romana della protagonista, che in alcuni tratti il libro diventa una favola moderna, dove l’anziana diventa una sorta di fata madrina con una bacchetta magica che non scintilla, ma sicuramente elargisce verità e saggezza.

Il personaggio di Marta/Fabio, moderno Virgilio per la protagonista attraverso i gironi infernali dei disadattati e reietti, di una società romana colma di finto perbenismo e immobilità politica, e la tragica figura di Livia, musa ispiratrice che cela una enorme fragilità interiore dietro la maschera della spavalderia, ci parlano invece della freddezza di quegli anni, dove la scoperta di sé passa per baci che sanno di tabacco e la consapevolezza che le cose belle durano poco.

“Puoi cercare di trasformare un sampietrino in una pietra di fiume, ma sempre sampietrino resta. Se non smetti di essere lupo dentro, come fanno gli altri a vedere Francesca?”

​Con Lupo giù per terra, Barbara D’Acierno indaga con ritmo avvincente il disagio 

esistenziale del diverso, in una comunità che lo vuole come mostro, chiudendosi sul primo Pride nazionale del 1994 e l’inizio dell’era del berlusconismo. 

Il racconto delle vicissitudini di Francesca esegue un’indagine sociale accurata ma soprattutto la storia di un ritorno fisico, di una rinascita interiore e ci lascia una verità dolorosa: se siamo noi i primi a non amarci, come potranno mai farlo gli altri? 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Mattia Corrente e Nikolai Prestia per l’ep.1 di “Preliminari”, il videopodcast a cura di Maddalena Crepet

Il video podcast di cui la letteratura italiana non aveva bisogno

Ep. 1: Mattia Corrente per “La fuga di Anna” (Sellerio) e Nikolai Prestia per “La coscienza delle piante” (Marsilio)

Mattia Corrente nasce nel 1987 in terra siciliana, precisamente in un paese in provincia di Messina, che abbraccia l’incantevole vista delle isole Eolie. Lavora come ghostwriter ed editor, oltre che, ebbene sì è un lavoro, come scrittore. Nel 2022, pubblica il romanzo La fuga di Anna sotto la casa editrice Sellerio. Il valore dell’opera viene riconosciuto e premiato in diversi contesti letterari, e il testo viene tradotto in ceco, polacco e francese. Nel mentre, nella primavera del 2024, esordisce nel mondo della letteratura per ragazzi con Cronache dell’Ade, edito da Salani Editore. 

Nikolai Prestia nasce nel 1990 a Nizhny Novgorod, in Russia. A otto anni viene adottato, insieme a sua sorella, da una coppia italiana che vive in Sicilia. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena; attualmente vive a Roma. Con Marsilio ha esordito nel 2021 con Dasvidania, romanzo che si è aggiudicato il Premio letterario Massarosa nel 2022. Nel 2024 pubblica con la stessa casa editrice La coscienza delle piante

Questi i due protagonisti della prima puntata di Preliminari, il video podcast della rivista letteraria Il RandagioPreliminari è, già dal titolo-manifesto, un video podcast fuori dagli schemi “classici” della letteratura nostrana. Nel realizzarlo, infatti, abbiamo cercato di eliminare tutto ciò che fa parte della superficie, della forma, andando a scavare nel contenuto, fino ad arrivare all’indicibile. In fondo, non è questo quello che dovrebbe fare la scrittura? Non c’è nulla di più inconfessabile di ciò che precede l’atto di scrittura. In esso, nei preliminari, si annidano le più balzane ritualità, i tic letterari, le micro ossessioni, le intime scaramanzie di ogni autore; in altre parole, la struttura. Attraverso un taglio volutamente ironico, scanzonato, e forse anche irriverente, vogliamo proporvi questa lettura della scrittura, vogliamo farvi vedere l’errore nella perfezione perché è proprio da lì che si innesca il processo di produzione letteraria, è da lì che nasce uno scrittore. 

Preliminari è un confronto attivo fra, di volta in volta, due giovani scrittori nel nostro panorama contemporaneo. Non ci sono tempi morti, davvero, se non i discutibili interventi di Maddalena Crepet.

Nel dialogo di oggi, Mattia e Nikolai, partendo dai loro romanzi La fuga di Anna La coscienza delle piante, si interrogheranno su alcune tematiche centrali nei loro romanzi, e, più in generale, viscerali per la loro conformazione di autori. Parleranno del rapporto fra generazioni, fra genitori e figli, fra la figura ansiosa di una madre e quella soffocante di un padre; indagheranno quanto e in che misura una certa cultura del sud Italia sia ancora radicata in quel pezzo di mondo, e quanto questa possa aver inciso sulle inquietudini dei protagonisti dei loro libri. Last but not least, sveleranno il dietro le quinte della loro, personale scrittura, le loro abitudini, i loro preliminari.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Diego Zandel, “Anni di pietra” (Voland, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Diego Zandel, “Anni di pietra” (Voland, 2026)

Il romanzo Anni di pietra, una storia greca (Voland) di Diego Zandel è un’opera che intreccia la memoria personale dell’autore con la tormentata storia della Grecia del Novecento. 

Al centro della narrazione troviamo la figura di Manolis Fourtounis (1926-2019), poeta e combattente per la libertà, la cui tomba nel cimitero di Kefalos diventa il punto di partenza per un viaggio a ritroso nel tempo.

Zandel rende la cronaca storica un vero e proprio mosaico di eventi, esplorando la storia moderna del popolo greco dall’occupazione italiana e nazista di Kos alla brutale guerra civile, fino alla dittatura dei colonnelli. 

seconda parte

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, come l’anziana danzatrice Arghirò o il professore Antonio Balbo, il testo ci porta a una riflessione universale sulla coerenza morale, mettendo in luce la complessità del periodo bellico, dove l’umanità emerge anche tra le divise nemiche. 

Il comunista tedesco Rudi, arruolato a forza dalla Wehrmacht dopo anni di lager, diventa il mentore politico di Manolis e il protettore della famiglia di Antonio contro la brutalità dei suoi stessi commilitoni. 

Parallelamente, il Tenente Killmayer è presentato come un ufficiale tedesco e musicista, che vive con orrore le pratiche naziste e si innamora di Arghirò e della cultura greca attraverso la danza, dimostrando che l’anima può restare libera anche sotto un regime oppressivo.

La figura di Manolis è il fulcro di un’epoca che i greci definiscono “anni di pietra” per la durezza del regime carcerario ma anche per la fermezza dei principi dei combattenti. Il testo analizza con crudezza il trauma del confino a Makronissos e Aghios Efstratios, dove la tortura non mirava solo al dolore fisico, ma all’abbattimento della dignità attraverso la richiesta di abiura.

Zandel sottolinea a più riprese il profondo conflitto interiore di Manolis: la sua resistenza non è solo contro i carcerieri, ma anche contro il dogmatismo cieco del suo stesso partito, che lo isolerà per le sue posizioni critiche e per la sua difesa della libertà di dissentire.

I dialoghi sono vere e proprie lezioni di storia vissuta. L’ambientazione di Kos, descritta con minuzia e grande partecipazione emotiva, oscilla tra la bellezza paradisiaca del paesaggio e l’eco degli eccidi, come quello dei 103 ufficiali italiani a Linopoti, o le impiccagioni pubbliche di civili innocenti.

In conclusione, con Anni di pietra, una storia greca, Diego Zandel, nato in un campo profughi da genitori esuli fiumani, riversa la sua sensibilità di uomo di frontiera, rendendo omaggio a Manolis Fourtounis, amico e maestro di vita e contemporaneamente al popolo greco, disegnandone una biografia pregna di dignità e incrollabile rigore morale.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026)

L’opera di Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax) è un vero e proprio manifesto utile per capire e affrontare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Come sottolinea Tomaso Montanari nell’introduzione, il libro ruota attorno alla riscoperta della densità semantica della parola “cura”, intesa non solo come rimedio terapeutico, ma come assistenza premurosa, protezione sollecita e custodia attiva della nostra casa comune.
Montanari evidenzia inoltre come l’umanità abbia dimenticato questa dimensione, abbandonando la fraternità sia tra gli uomini che nei confronti della natura, finendo per considerare il “progresso” ciò che in realtà conduce verso la morte del pianeta e della giustizia.

In questo scenario, il libro di De Marzo aiuta a tornare a vedere le cose per quello che sono, indicando la strada di una fraternità universale in nome della liberazione della Terra.
Il testo denuncia con forza il fallimento del modello economico tecnocapitalista fondato sull’idea della crescita economica infinita, definendolo una minaccia diretta alla nostra esistenza perché ignora i limiti del pianeta. De Marzo argomenta che non vi sono due crisi distinte, una sociale e una ambientale, ma un’unica crisi originata da una visione sbagliata che promuove modelli coloniali, patriarcali e specisti.
L’autore invita a un cambiamento culturale per trasformare la crisi in un’occasione di sovvertimento della realtà odierna, partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro del tutto, ma una parte di una rete di vite interconnesse in cui ogni entità vivente ha il diritto di esistere e rappresenta un fine in sé.

seconda parte

Uno dei punti cardine del libro è la critica all’attuale governance politica, accusata di ignavia e di aver tradito gli impegni presi per contrastare il collasso climatico. De Marzo mette in luce come il potere di pochissimi super-ricchi sia diventato illimitato, mentre quello dei cittadini viene costretto entro margini sempre più angusti, alimentando disuguaglianze e ingiustizie ambientali che sono oggi la prima causa di povertà ed esclusione sociale. L’autore denuncia inoltre la tendenza a normalizzare il fascismo e a utilizzare la guerra come strumento politico, investendo somme enormi nel riarmo, a scapito delle politiche sociali e della riconversione ecologica.
Nonostante il quadro drammatico, il libro apre a una soluzione attraverso quella che definisce la “geografia della speranza”. Questa si manifesta nelle lotte dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, che dai territori propongono alternative concrete basate sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento dei limiti planetari. L’Internazionale della Terra è dunque l’unione di questi mondi che si battono per cambiare i sistemi di governo, riconvertire le attività produttive e ricondurre l’essere umano all’interno della comunità della vita.
Con L’internazionale della terra De Marzo ci ricorda che la salvezza non verrà dall’alto o dalla semplice tecnica, ma dalla nostra capacità di ricostruire relazioni inseparabili, adattandoci alla logica della Terra per diventare, finalmente, parte della cura e non più del problema.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.