“A proposito di un libro che non è stato scritto”

Depressione” di Massimiliano Parente (La nave di Teseo)

Si parla sempre di libri appena usciti e invece oggi voglio parlare di un libro che a quanto pare non uscirà mai. Mi riferisco a un titolo che sarebbe dovuto uscire con La Nave di Teseo, Depressione. Avrebbe dovuto pubblicarlo Massimiliano Parente: il contratto era firmato, la copertina era pronta. Sarebbe dovuto uscire a inizio 2026 e invece non uscirà mai. Parente ha pubblicato i primi due capitoli online ma poi ha aggiunto che non lo porterà a termine. La cosa non gli interessa, dice. Ha già scritto ciò che doveva e non intende ripetersi. 

Massimiliano Parente è depresso, da anni: e lo dice pubblicamente. Chi lo legge o lo conosce sa che non esce mai di casa, che si imbottisce di psicofarmaci e che ha smesso di scrivere in modo serio. Ogni tanto chiama qualche amico al telefono, ma prima, sostiene, deve bere, ubriacarsi: non ne può più della vita. Ogni tanto riceve qualche visita, nella sua casa di Roma, e la sua stanza ha le sbarre alla finestra e sembra quasi una gabbia nella quale lui stesso abbia voluto rinchiudersi, il che fa pensare al protagonista de La macinatrice, Andrea, che va allo zoo “alla ricerca di un certo tipo di malinconia, non tanto la malinconia ispirata dagli animali in gabbia, quanto la malinconia degli umani condannati a restarne fuori”, lui che tanto ama le scimmie, oppure a un’altra frase dello stesso romanzo: “La libertà massima della libertà era essere liberi di farne a meno.” Ma uno scrittore può fare a meno di scrivere? 

Le opere di Massimiliano Parente possono essere insopportabili quanto e più del suo autore, che poi è pure il suo personaggio più riuscito. La sua è una visione del mondo e dell’uomo che non lascia scampo, terribile ma affascinante e che tuttavia si salva sempre – quasi sempre: non nell’ultimo volume della Trilogia dell’inumano – grazie a un certo modo di essere romantici e a un’irresistibile comicità. A ciò bisogna aggiungere che Parente si è spinto al limite estremo non soltanto delle sue opere – cioè della sua insopportabile visione del mondo – ma anche di se stesso. Forse per questo pensava di scrivere un libro intitolato Depressione.  

Il libro non esisterà: Parente non può e non vuole scriverlo. In un appunto compreso nel secondo Meridiano a lui dedicato, Claudio Magris afferma che si può capire un suicidio solo “fino al penultimo gradino”, cioè non appieno, non profondamente. Penso che valga lo stesso per le depressioni altrui, perché a una persona depressa non si sa mai cosa dire se non delle frasi stupide o di poco conto. Chi è depresso non filosofeggia; lo sguardo del malato è vuoto come la vita che è costretto a vivere. Nella persona depressa non c’è alcuna salvezza possibile né alcun istinto di ribellione. Il depresso anela al nulla, cioè alla morte. Il depresso tace. 

In una delle sue celebri Stanze Indro Montanelli scrisse che delle crisi depressive ci si può intendere solo fra sofferenti. Montanelli si riferiva a Vittorio Gassman, che come lui soffriva di depressione. Una canzone recente dedicata a questa stessa malattia, Svegliami, del rapper Danno, parla invece della difficoltà di “raggiungere” suo padre malato, di comunicare con lui. E il problema è proprio questo: come si può raggiungere nel male – e salvare dal male – chi si è spinto al punto estremo della depressione? Come si può salvare un amico o un parente da ciò che a stento riusciamo a capire? Sarebbe come parlare una lingua senza conoscerla; sarebbe come insegnare a nuotare restando fuori dall’acqua. 

Massimiliano Parente ha scritto i romanzi che voleva scrivere e non ne scriverà più: così dice. Bene. Male. Mi dispiace per un libro di cui restano una decina di pagine online e una bella copertina che non verrà stampata. Ma la letteratura va avanti, non bada ai mali che soffriamo e devasta e dimentica ogni cosa, compresi i nostri piccoli destini umani e i nostri tempi tristi o lieti, compresi i nostri malumori e le nostre gioie. Talvolta si salvano le opere. 

Edoardo Pisani

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Cristina Battocletti: “Epigenetica” (La nave di Teseo), di Rosanna Pontoriero

“Epigenetica”: la corsa liberatoria di una donna

Scientifico, minuzioso, organolettico. “Epigenetica” è un romanzo intenso, quanto spalancato, smanettato e trascinante. I traumi si raccontano con naturalezza e argomentazione tecnica. L’autrice, Cristina Battocletti, non edulcora, non fa sconti e neppure giustifica o tenta di riequilibrare fatti ed intenzioni. Il dolore comunica con tutta la sua carica batterica, la quale entra, di prepotenza, nella gola di chi legge. Senza nessuna lagnanza. Il pietismo non esiste. È un romanzo puro, nudo, che rivela, tramortisce, provoca un leggerissimo disgusto. Il lettore consapevole ne fa tesoro. Siamo traumi, feti sgangherati, galleggianti in pozzanghere meravigliosamente putride. Latrine parlanti. Soffochiamo tra mille cordoni, da ingenui portatori di ferite, atavicamente aperte e purulenti, endemicamente infette. Generazioni di sentimenti, emozioni, abusi, censure, fallimenti, lutti, nostalgie e soprattutto abbandoni, ci schiacciano. Il respiro viene fuori a fatica. La fecondazione è trasmigrazione di vissuti, più o meno consumati, che destina, condiziona, condanna, senza misericordia alcuna. “Epigenetica”, edito da La Nave di Teseo, è il romanzo per chi volesse coraggiosamente sapere, senza l’insopportabile danza delle banalità, del posizionamento convenzionale, del come amare. Ne viene fuori la corsa liberatoria di una donna, che ha patito e fatto patire, ma non vuole pena né redenzione. Una narrazione architettata tra passato e presente. Chi eravamo e chi sono. 

Cos’è l’epigenetica

Afferma, con tono cordiale e autorevole, il professore Carlo Vendramini: «Si chiama epigenetica e studia le modificazioni che non riguardano direttamente la sequenza del DNA ma la sua struttura, cioè la sua forma tridimensionale, il modo in cui i geni si esprimono (…) È una disciplina che studia le interazioni – si legge più avanti – tra fattori genetici e sviluppo embriologico. I processi epigenetici non avvengono solo durante la gestazione, ma anche nel corso della vita adulta, e su di essi hanno influenza il caso, l’ambiente e crediamo, la volontà del singolo». Esiste, come era ovvio supporre, una eredità emotiva: la capacità di assorbire un dolore non diretto, ma remoto, magari neanche mai esplicitamente espresso. Le esperienze che viviamo lasciano una traccia scritta in chi viene dopo, è successo con i nostri progenitori. Maria, saluta Vendramini sbattendo la porta. Vuole cercare il figlio che ha abbandonato e che adesso, vive per strada. Tuttavia, quanto segue è la dimostrazione laboratoriale di quanto questa teoria sia vera. 

Maria: una vita di morsi

La protagonista è stata sbranata da lupi e vita tante volte. Nessun giudizio, riserva un racconto lontano dalle valutazioni di comodo. I morsi sono lì, si possono vedere. Di sua madre, agli occhi del mondo eretica e irresponsabile, ci racconta: «La mamma era eccezionale, estrema, speciale, tremenda, straordinaria. In una parola, terrificante». Eppure, nonostante gli allontanamenti istituzionali e la comparsa di nuove e più accudenti figure, per Maria la madre, nel suo disordine, rimane: «La più soffice forma di tenerezza». Le riserva questi aggettivi: «Vera, innocente, lucida, setosa, tragica». Quella che si abbatte, di pagina in pagina, è la scomunica delle madri, che sanno amare, ma naufragano. Ci confida la protagonista, ormai mamma di Emanuele: «Sentivo in me il fuoco della maledizione della mamma, la figlia di una mamma che non può abbandonare i suoi figli e li abbandona a sua volta». Il guaio è sempre uno, la nota dolente di tutti gli umani: avvertire di essere stati cuccioli non voluti. L’indesiderato ci dispera, come anime purganti. Ed ecco che l’erotismo può diventare conseguenza di tutto questo: «Facevo sesso all’ingrosso per trattenere in mezzo alle gambe tutti quelli che conoscevo, perché nessun organismo vivente mi abbandonasse più». Riflettiamo: sono dinamiche che si fiutano, talvolta a pelle, in milioni di persone. 

Amo chi mi abbandona

La ferita d’abbandono è un puparo, si diventa marionette e si finisce per amare quanti hanno l’aria di allontanare, ignorare. La celebre rincorsa verso un traguardo che, continuamente, si sposta, facendoci battere con la testa in avanti. «Amavo follemente quel ragazzo perché la vita mi aveva insegnato ad amare solo chi mi abbandonava e mi sviliva. (…) – È la protagonista giovane che parla, alla sua prima volta – Gli bastò prendermi due volte i fianchi e far salire le dita all’altezza del seno. Mi bastò pensare che fosse amore. Mi bastò così poco». E il sesso con Giovanni diventa il nutrimento di una ferita, dalla quale esce un bel po’ di pus: «Perché alla fine dei nostri rapporti mi prendeva la vertigine di un lattante che finisce la poppata, sazia di tutto, senza pensieri e senza malanimi». La sazietà dura molto poco, poiché il puparo, la ferita, ha sentenziato: in pace non si può stare. E l’eczema, come lo definisce Maria, ricompare. Esistono, poi, scene di sesso narrate come fossero resoconti scientifici.

Le parti

Quello che attira di “Epigenetica” è il racconto della maternità, ancora oggi trattata con poca lucidità. L’amore per i figli non si scansa dai traumi e dalle mancanze, spesso rimarca tutti i rigetti ricevuti. «La mamma – questo Maria lo afferma con nettezza – è l’unica creatura che io abbia mai amato fino in fondo. Ha fatto dei figli perché il fisico non gliel’ha impedito, rispondendo all’impulso di uno spermatozoo, al sussulto di un ovulo». Ce la ritrae con una delicatezza artistica. Il lettore immagina una principessa orientale. Emanuele, invece, il figlio che Maria, scrittrice nella vita, ha volutamente perso di vista, le dice, alle battute finali: «Tu sei una donna con tante difficoltà, che ha avuto un figlio e che non è riuscita a governare. E io sono questo figlio. Ognuno nella vita riveste una sua parte». È vero, sembra una risposta anonima, suggerita dallo psicologo. Eppure, annuncia l’esplosione di un “Mamma”! Sonoro. Emanuele è un poeta. I suoi aquiloni sono letteratura. Pura epigenetica.

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Jon Fosse: “Vaim” (trad. Margherita Podestà Heir, La nave di Teseo, 2025), di Gigi Agnano

Jon Fosse e la poetica del silenzio

Ci sono lettori che, finché non incontrano le pagine di un determinato autore, avvertono come una mancanza sottile ma insistente. Nonostante il Nobel del 2023, ero tra quelli che non avevano avuto il coraggio di affrontare il norvegese Jon Fosse, intimorito dalla sua fama di scrittore metafisico, “sacrale”, criptico e dalla mole piuttosto impegnativa del suo capolavoro, “Settologia”, articolato in sette parti e uscito in tre volumi. Negli ultimi tempi sto recuperando il ritardo e l’esperienza diretta della pagina mi conferma quanto sia elettrizzante la letteratura quando non ha neanche più bisogno delle parole e arriva alla sua essenza silenziosa. Così sono approdato a “Vaim”. Pubblicato ad ottobre scorso in Italia da La nave di Teseo e concepito per essere la prima tessera di una trilogia ambientata in un paese immaginario della Norvegia, “Vaim” è un romanzo breve, perfetto per un primo approccio alla poetica fossiana. 

Come scrive Fosse? Proviamo a farcene un’idea dall’incipit:

“E così, ho detto, eccoci qua, ho detto accarezzandomi la barba, questa barba ormai ingrigita, giovane non lo ero più da un pezzo ma neppure anziano, in là con gli anni si sarebbe potuto dire, sì, un uomo in là con gli anni, né più né meno, e tra non molto sarebbero finiti anche questi viaggetti a far baldoria a Bjørgvin, tanto che senso aveva andarci, restare ormeggiati alla banchina del Molo di Bjørgvin, passare il tempo seduto nei bar e nei caffè, sì, soprattutto al Pennuto, come chiamavano il locale, ma anche al Mercato Coperto e all’Ultima Barca, e alla Caffetteria – senza mai fare nient’altro se non bazzicare posti come quelli o restarmene chiuso nella cabina della barca, […]”

Inizia così il primo di tre monologhi interiori, che si dilatano su poco più di cento pagine prive della macchia di un punto. Sono tre modulazioni diverse di un solo brano di musica iterativa che si diffonde rarefatto ipnotizzando l’ascoltatore. Le ripetizioni, le pause, i silenzi, ereditati dal Fosse drammaturgo e poeta, sono l’anima del testo, hanno uno spazio narrativo immenso e più efficacia delle parole stesse. Il lettore si abbandona al fluire della frase come i protagonisti si consegnano al destino delle loro coscienze flebili. Se in Settologia c’è un’unica voce narrante, qui i narratori sono tre, uno per ciascuna delle parti di cui si compone il romanzo; tre esistenze alterate, ferite e scosse dal passaggio di una donna, Eline, imprevedibile e determinata, vero fulcro dei loro racconti.

Nella prima parte parla Jatgeir, un pescatore solitario che da quand’era ragazzo non ha mai smesso di amare Eline senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Ha chiamato “Eline” anche la barca dove passa gran parte della sua vita. Lo seguiamo mentre attracca nel porto della città di Bjørgvin (Bergen) per comprare, a un prezzo che si rivelerà esorbitante, un ago e una spoletta di filo nero. Decide quindi di spostarsi verso il porticciolo di Sund, dove, dopo essere stato fregato una seconda volta, pensa di passare la notte a bordo. E, mentre sta per addormentarsi, nel buio, si sente chiamare dalla banchina proprio da Eline, l’amore mai dimenticato della sua vita che non vede da anni. Ha con sé una valigia e vuole andarsene subito via con lui per allontanarsi definitivamente dal marito. I due salpano la sera stessa e andranno a vivere insieme a Vaim. Potrebbe sembrare una storia d’amore a lieto fine e invece l’uomo è confuso da mille dubbi…

Il secondo capitolo tocca a Elias, l’unico amico di Jatgeir. È passato molto tempo dall’arrivo di Eline a Vaim e, dall’inizio della convivenza con il pescatore, i due amici non riescono più a incontrarsi. Elias può solo limitarsi ad osservare da lontano i cambiamenti nella vita di Jatgeir a causa della presenza della donna. Un giorno Elias sente bussare alla porta. Apre, gli sembra che non ci sia nessuno, finché ad un tratto gli appare Jatgeir, cosa che in seguito si rivelerà impossibile perché l’uomo è stato trovato annegato ben prima della sua apparizione. C’è un che di spettrale e di inquietante come in un racconto di Poe, un’eco delle storie di fantasmi – M. R. James o Edith Wharton – che sarebbe piaciuta a Borges…

Elias saluta l’amico morto:

“e alzo il braccio e lo saluto con un cenno della mano e lui alza a sua volta il braccio e ricambia il saluto e quasi con gioia mi dice che adesso sta bene e io, mentre cammino lungo la strada di Vaim, alzo la mano e faccio un saluto rivolto al cielo, verso il punto dove sento che si trova Jatgeir, e tutto mi sembra così giusto, chissà cosa penserà chi mi vede compiere quel gesto, ma tanto non c’è nessuno che sta guardando, be’, sì, a parte Jatgeir

Allora addio, Jatgeir, dico

E grazie per tutti i momenti che abbiamo trascorso insieme, dico

e vedo Jatgeir, vedo la sua mano e il suo braccio dissolversi nel cielo scuro”

Nella terza e ultima parte è Olav, il marito abbandonato nel primo capitolo, che ricorda l’incontro anni prima in una taverna con Eline (che in realtà si chiama Josefine e che comincerà a chiamarlo Frank… tutti i nomi in Fosse sono incerti come riflesso di personalità labili). Quell’incontro gli ha cambiato la vita perché la donna prima lo ha convinto a sposarla, poi lo ha lasciato per andare a vivere a Vaim con Jatgeir, salvo ritornare infine a casa da lui alla morte dell’uomo con cui era fuggita. Nel repertorio dei ricordi di Olav/Frank, l’immagine del peschereccio che si stacca dolcemente dalla terraferma e comincia a navigare nel mare calmo – “come se una pace si posasse su tutto” – è pura poesia. Prima di morire Josefine/Eline gli ha lasciato l’impegno di seppellirla accanto a Jatgeir ed Elias…

Fosse maneggia la realtà – la realtà che “galleggia su un mare di sogni” – con una delicatezza singolare. Non la aggredisce, non la seziona, non si arma di forchetta e coltello per nutrirsene. È un ascoltatore discreto che si fa da parte per liberarsi dei suoi personaggi, indietreggia e aspetta che emergano attraverso la scrittura. Scrittura che è come l’amore raccontato in queste pagine: funziona meglio con la distanza (una forma dell’impersonalità teorizzata da T. S. Eliot?). Siamo agli antipodi dell’autofiction, tendenza imperante della narrativa contemporanea e terreno di coltura di un’altra colonna della letteratura norvegese, quel Karl Ove Knausgård dall’io invadente, che peraltro è stato suo allievo.

Sono piccole storie evanescenti, intrise di quotidianità e di solitudine, scritte in una lingua, il nynorsk, parlato da poco più di mezzo milione di norvegesi. Racconti ambientati in microcosmi sperduti nella natura, come in una sorta di wilderness norvegese alla Faulkner: “Quel suono, quel ritmo della natura lo incarno in qualche modo in tutto ciò che scrivo. La musica della mia prosa e delle mie poesie è collegata a quel paesaggio”, ha detto in un’intervista. Narrazioni abitate da uomini sfocati e silenziosi, vittime impotenti del destino; personaggi avvolti nelle brume di un fiordo dove sotto la superficie di un mare apparentemente calmo si agitano correnti insidiose e imprevedibili. Storie narrate con una prosa bisbigliata, minimalista, decisamente beckettiana, con un timbro da dormiveglia, capace di incantare e travolgere il lettore con la sua vena misteriosa e melanconica. Se “assurdo” è l’attributo dell’opera di Beckett, nell’universo di Fosse la  parola ricorrente è “strano”: “tutto era strano, sì, e sulla mia lapide, se dovessi riassumere la mia vita, potrebbe essere inciso proprio questo, sì, tutto era strano”. Tutto pare insolito anche al lettore al termine di “Vaim”; quella “strana” bellezza dà un brivido alla schiena, ti resta sul groppone ed è solo uno degli aspetti della rara grandezza di Fosse.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Ivan Sergeevic Turgenev: “Fumo” (Casa Editrice Sonzogno, 1918, trad. G.Bisi), di Valeria Jacobacci

“C’era folla, il 4 agosto 1862, alle quattro, davanti alla famosa Conversationhaus di Baden Baden. Il tempo era magnifico, gli alberi verdi, le case bianche della città civettuola, le montagne che la circondano, tutto spirava aria di festa e fioriva ai raggi di uno splendido sole; tutto sorrideva, ed un riflesso di quel vago piacevole sorriso errava sui volti, vecchi e giovani, belli e brutti.”

Un’anima slava, quella di Grigorij Litvinov, si aggira nella cittadina termale di Baden Baden, assorta nella percezione di ogni sensazione, attenta a ogni sfumatura di colore che cala in prospettiva su abiti e acconciature, vincendo su ogni possibile imperfezione dello spirito o della materia. Una folla elegante passeggia in attesa del concerto. Ma l’incanto dura pochi istanti, l’immagine svapora, una nota falsa s’insinua nel mezzo della rappresentazione e non abbandona più la scena. Uno spirito critico, non più un’anima, muove il protagonista, da ora fino alla conclusione del romanzo. Che cosa tormenta questo raffinato, giovane gentiluomo? Una delusione. Forse la stessa del suo creatore, l’autore del libro, Ivan Sergeevic Turgenev ( 1818-1883). 

“Madame Bovary c’est moi”, dice Gustave Flaubert (1821-1880), suo contemporaneo. Che cosa ci sfugge di questo malessere che intorbida la società del tempo? O, invece, che cosa illumina il passato alla luce del presente o viceversa? Se Ivan Sergeevic “è” il suo personaggio, lo troviamo senz’altro immerso in una profonda malinconia, in un momento della sua vita in cui nessun successo letterario lo convince o soddisfa e un acre sentimento di sconfitta lo spinge nelle braccia di un personaggio intrinsecamente fragile, che gli procurerà il biasimo dei lettori, soprattutto in patria. Ma procediamo con ordine, come scrivono nel suo secolo.  L’edizione di “Fumo” qui presa in considerazione è quella di Sonzogno del 1918. Perché? 

Il libro che è in mio possesso, scovato per caso un pomeriggio uggioso, in uno scaffale della libreria (quando l’ultimo romanzo era stato letto, il cellulare era scarico e non potevo leggere su kindle) è appartenuto al mio zio materno, Luigi Medina. E’ segnato a penna il suo nome sul frontespizio della prima pagina, come si usava all’epoca, ed è annotata la data: “novembre – anno 2 dell’era fascista”. Le iniziali del nome appaiono con lettera minuscola:  “gino medina”, come “novembre”, al rigo di sotto. Deduco che siamo nel 1924 e che mio zio è un ginnasiale fra i quattordici e i quindici anni.  Non mi stupisce l’età precoce, anch’io leggevo i classici a quell’età, noto altre cose in questa pagina ingiallita dal tempo. Innanzitutto, il nome dell’autore, stampato come si pronuncia in italiano: “Turghenieff”, più rilevante è il nome proprio: una G. Una G. ? Il nome completo dell’autore è Ivan Sergeevic^ Turgenev. Non mi riesce di trovarne altri, da dove viene “G. Turghenieff”?  Il libro è evidentemente una ristampa dell’edizione Sonzogno del ’18, oppure la data indica semplicemente l’acquisto, la prima edizione italiana risale infatti al 1889, ed è per Treves, Milano. Nel testo di mio zio la casa editrice Sonzogno non pone data. Sul dorso, molto rovinato, si legge, in verticale, Linea CC, IL MONDO, Pampar. La traduzione è di G. Bisi. Dunque, un errore? La G. del traduttore è passata all’autore? Non è dato sapere. Intervengono però altre considerazioni. Il romanzo è stato composto a Baden Baden nel 1865, completato nel 1867, pubblicato a San Pietroburgo, solo in seguito tradotto in altre lingue. 

Quali erano nel 1924 i rapporti fra il regime fascista e la letteratura russa? Perché mio zio si firma con le iniziali minuscole? 

Quando quell’anno fu rimandato in Greco, quel ginnasiale lettore di romanzi vestiva alla marinara e con quell’abito di lana fu costretto a studiare in città per tutta l’estate, mentre la famiglia era a Castellammare per la villeggiatura. L’aura romantica restava in qualche modo  nell’aria, ancora vivi certi ideali risorgimentali, molta severità negli studi; dall’altra parte, un’avanzata dei modi della propaganda fascista. Quell’uso della minuscola si può spiegare come una ribellione futurista. E quella data? Anno 2 dell’era fascista… era così che scrivevano a scuola? Nonostante l’antibolscevismo della politica mussoliniana, tutta presa nel combattere il comunismo, nei primi decenni del ‘900 i rapporti fra la Russia e l’Italia  erano di collaborazione economica e diplomatica, nella speranza di un appoggio sovietico nell’occupazione dei Balcani. La letteratura russa, e quella straniera in genere, erano accettate, la censura nell’editoria era piuttosto blanda. Per vari motivi la restrizione arrivò più tardi, quando i romanzi russi, grazie anche alla loro traduzione in italiano dal francese, erano già stati diffusi con discreto successo. L’anima slava aveva avuto il tempo di essere conosciuta. Alcuni editori andavano controcorrente, nonostante il divieto per i giornali di pubblicare letteratura straniera in terza pagina. Ovviamente i motivi delle restrizioni avevano diverse motivazioni e andavano dai modelli dei personaggi femminili, contrari agli ideali fascisti, alle ideologie politiche di autori seguaci di Lenin o Trotsky, fino a ragioni di natura razziale con il diffondersi dell’antisemitismo.  Tuttavia, l’editore Polledro esaltava “Il genio russo” , la casa editrice Slavia valorizzava il testo di partenza contro il “principio di italianità”.  Proprio in virtù di questo principio infatti i nomi stranieri erano italianizzati o scritti come sono pronunciati, come appunto “Turghenieff” nel libro di mio zio. Resisteva, comunque, una certa considerazione, fino a quando la rivista “Il popolo di Roma” pubblicò un articolo titolato  “Che c’importa del genio slavo”? 

Torniamo così a Grigorij Litvinov, il protagonista di FUMO, e alla crisi sentimentale, psicologica e morale  che travolge il giovane uomo nell’inebriante aria primaverile della cittadina termale di Baden Baden, nella Foresta Nera, al confine fra la Germania e la vicinissima Francia, affollata soprattutto dall’alta società pietroburghese. La descrizione dei personaggi che popolano le scene del romanzo richiama i dipinti dei pittori impressionisti. Come in quei dipinti, la leggiadria e l’eleganza delle signore sono in perfetta armonia con la bellezza della stagione e del paesaggio; queste donne appaiono molto lontane da una perfezione di maniera, sembrano però fluide, in evanescente movimento di sentimenti destinati a svaporare.  Accanto alla purezza della forma si fa subito strada la presenza di elementi discordanti: “… le facce imbellettate ed incipriate delle mondane parigine  riuscivano a distruggere quest’impressione generale d’allegrezza… gli accenti striduli del loro gergo francese nulla avevano di comune col cinguettio degli uccelli.”   Questa descrizione ci riporta immediatamente al tema del disinganno, oltre che a una dichiarazione d’insofferenza verso i modi e le mode specificamente “occidentali”, in particolare verso l’ineludibile dipendenza dalla cultura francese.  Al di là di questa istintiva avversione per le apparenze, Grigorij cade nel più comune degli inganni che il potere femminile e le tentazioni del garbo e della bellezza possano riservare. Non resiste al fascino di una donna.

Accade  che in attesa della cugina Tatiana, che dovrebbe sposare, Grigorij incontra Irina Paulovna, sua fidanzata dieci anni prima.  Il fidanzamento era andato in fumo perché la fanciulla, alla vigilia delle nozze, gli aveva preferito un generale fornito di un ottimo patrimonio, in grado di riscattare la sua pur nobile famiglia dal dissesto finanziario e garantire a lei una vita piena di agi nel cuore della buona società. La scelta era avvenuta non senza lacrime e sofferenze anche da parte della ragazza, costretta a scegliere secondo “ragione” calpestando il “sentimento” (parafrasando Austen, che si muove in un ben diverso contesto sociale e ambientale). La fascinazione che travolge i due a Baden Baden è potente, in grado di trasformare le loro vite. Grigorij è pronto a cedere pur sentendosi estraneo a qualunque influenza romantica: “Byronismo, romanticismo del 1830!” esclama in una conversazione, mentre dichiara il suo scetticismo in ogni campo, e mentre osserva con disgusto la sala da gioco, i personaggi corrotti, vuoti e falsi che l’affollano. Il casinò era stato costruito a imitazione di Versailles, troppa ostentazione di lusso! Da autentico romantico e malgrado l’ironico distacco, Grigorij si abbandona a una storia d’amore “degna di Anna Karenina” come osserverà Piero Citati ai nostri giorni, quando lo spirito slavo, a fondo studiato da Ettore Lo Gatto, titolare fino al 1965 di letteratura russa all’Università di Roma, è stato finalmente rivalutato nella sua pienezza. Citati, sensibile alla lettura diretta dei testi molto di più che all’esegesi,  coglie il senso attualizzante dell’autore. 

Grigorij e Irina si amano di nascosto, all’insaputa del marito di lei, fin quando non progettano di fuggire insieme. Per andare dove? A Grigorij non importa, ma a Irina, sì! Sul binario del treno che dovrebbe portarli lontano, la donna è immobile, attonita e affranta, seduta sulla panchina desolata della stazione. A lui non resta che recuperare la cugina, sposarla e ricominciare la vita borghese nella “madre Russia”, momentaneamente abbandonata per un’indimenticabile stagione a Baden Baden. 

Questo finale non piacque a nessuno. Chissà, poteva forse piacere proprio a quell’ideale fascista che voleva la donna angelo del focolare domestico. L’impeto e la passione romantici avrebbero voluto un’eroina suicida e un amante disperato. Neanche l’ideale patriottico ottocentesco si salva in quest’opera che vede solo “Fumo” nelle prospettive umane. C’è chi vi ha visto perfino la satira di Herzen, l’intellettuale russo che si era opposto all’autoritarismo della Russia zarista ed era stato seguace di Bakunin.

Torno alla torrida estate del 1924, quando un ginnasiale leggeva “FUMO” fra una traduzione dal greco e una lista di verbi irregolari da mandare a memoria. Che idea si fece dell’amore? E della patria? Il fascismo accompagnò la sua giovinezza. Riuscì a influenzarlo? Per quanto ne so, fu capitano nella seconda guerra mondiale, tornò con una gamba invalida. La fidanzata non l’aveva aspettato, essendo molto bella, sposò durante la guerra un uomo ricco più anziano di lei di parecchi anni. Lui svolazzò da una relazione all’altra. Non si sposò. Forse perché pensava che il suo patrimonio, o meglio, i guadagni della professione di avvocato, non sarebbero stati sufficienti, non potevano bastare per mantenere quella posizione agiata che una moglie degna delle sue aspettative avrebbe meritato. 

Su Amazon sono in vendita libri usati. Fra questi ho visto anche un’antica edizione di “FUMO”. Costa sei euro!  Che vergogna! Chi può desiderare di venderla? Le anime non sono in vendita. Esistono edizioni nuove in ottimo stato, la vera letteratura non smette di essere pubblicata! Io pertanto vado a conservare il mio vecchio e buon esemplare!

p. s. Dovevo immaginarlo che G. era Giovanni! Ivan è Giovanni, ecco spiegata la G. davanti a Turghenieff. Eppure Ivan era tutt’altro che insolito! All’epoca in Italia il nome Ivan era di moda, il ragazzino, in villeggiatura a Castellammare, che piaceva moltissimo a mia madre, si chiamava Ivan. Mia madre aveva sette o otto anni, il nonno prendeva per l’estate una bella villa in collina, nel verde. Al mare si andava giù in carrozza (anche se le auto erano in uso) nel pomeriggio andavano a fare passeggiate nei boschi. Passarono alcuni anni, ogni estate erano lì. Una volta i ragazzi andarono giù su un calessino, un gruppetto di quattro o cinque, a una svolta il calesse sbandò e finirono gli uni sugli altri, Ivan ne approfittò e baciò mia madre. Primo bacio. Era l’ultima estate, l’anno dopo Ivan non venne e neanche i seguenti, forse veniva da una città del nord. Mio zio andò all’Università e mia madre incominciò il ginnasio.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Amin Maalouf: “Il periplo di Baldassarre” (La nave di Teseo, trad. Egi Volterrani), di Valeria Jacobacci

Libri ancora libri sempre libri. È per un libro che inizia la ricerca ossia Il periplo di Baldassarre.

Si tratta di un libro speciale, quello che contiene il “centesimo” nome. Il nome di chi? Di Dio. Da premettere che Baldassarre è un libraio, l’anno è il 1666, da molti a suo tempo indicato come l’anno della “bestia”, quello in cui dovrebbe verificarsi l’apocalisse e arrivare la fine del mondo. Sono molteplici le chiavi di lettura, tutto si riduce a un immenso libro, grande almeno quanto l’universo, tutto va letto e interpretato ma prima ancora scritto: se chi ha scritto per primo è dio stesso, bisogna dire che ha usato molti pseudonimi, almeno novantanove, mentre il centesimo ci sfugge, perciò “fuori l’autore!” Sarà  quell’inconoscibile nome a salvare l’umanità dall’anno della bestia! 

Questo è almeno quello che pensa Baldassarre allontanandosi dalla borgata di Gibelleto.    

Qui sono approdati i crociati genovesi della sua famiglia e qui hanno prosperato senza mai far ritorno a Genova, neanche quando è ormai l’impero ottomano a possedere terre e uomini, schiavi o liberi. Nessuno ama Genova quanto i genovesi d’oriente! Non è per far ritorno a Genova che inizia il viaggio e Baldassarre non viaggia da solo. Con lui partono due nipoti, figli di sua sorella, il suo segretario e una donna! Di lei si è innamorato quando aveva undici anni e si aggirava leggiadra nella bottega di suo padre, il barbiere. Non è destinata a Baldassarre ma a un bruto che l’abbandona dopo le nozze e le impedisce così di avere una famiglia e una vita.

Tuttavia la ragazza è sveglia e pur di non restare prigioniera  della famiglia del marito, che aspetta lo sposo fuggito chissà dove, decide di partire per la sua personale ricerca del coniuge, che sospetta, e spera, morto. Baldassarre non esita a portarsela con sé per deserti e per mari, incontro a mille avventure.

Viaggio anche metaforico alla ricerca di dio, della salvezza, dell’amore e della morte, o solo del destino che contiene tutto: un viaggio obbligato che tocca anche a chi non vuole partire. Ovvio che i due diventano amanti, ovvio che il marito non si trova.

Intanto il 1666 davvero sembra l’anno dell’anticristo, o dell’infedele, dipende dai punti di vista e dalle diverse fedi, che si somigliano tutte, nella paura dell’incognito, della catastrofe imminente.

Così le catastrofi non tardano a verificarsi. Molti incendi, a Istanbul come a Londra, dove nel panico della fuga tutti scappano da tutto e lottano ciecamente nelle mischie dove i nemici sono quelli diversi perché vestono panni diversi, parlano lingue diverse e pregano preghiere diverse.

Però parlano anche molte lingue, si aiutano, si blandiscono, si ricoprono di gentilezze e si avviluppano negli inganni.  Di fuga in fuga baldassarre perde il suo seguito, a ogni imbarco per una meta diversa, dietro il “centesimo nome”, scompaiono i nipoti, il segretario e la sua donna con in grembo suo figlio. Un marito, fantomatico e malfidato, assassino e furfante, è pur sempre un marito, una moglie gli appartiene, è la legge. Baldassarre non si oppone. Un capitano folle lo trascina per tutti i mari fino a Genova.

Ecco la terra dei padri, dove tutti lo riconoscono perché è un Embriaco, appartenente a una delle più importanti famiglie genovesi, partito qualche secolo prima alla conquista della Terra Santa. Di questa famiglia e del suo nome resta una torre, ed è quanto basta. Il genovese veste finalmente i panni giusti e parla la lingua giusta, che non ha mai abbandonato. Un ricco commerciante lo ospita, lo salva, gli offre in sposa la figlia tredicenne.

Tutto perfetto ma Baldassarre non crede di aver trovato quello che cercava, il libro contenente il “centesimo nome” è finalmente nelle sue mani, ma la donna che ama è rimasta prigioniera e con lei il suo stesso figlio, perciò riparte. Dove lo porteranno le tempeste e il capitano pazzo?

A Londra, è lì che deve andare.  In tempo per incontrare Bess, la locandiera (non quella di Goldoni) e per assistere da protagonista al grande incendio che distrugge la città con i suoi pub e i suoi teatri. Quanto è diversa questa locandiera dalla figlia del barbiere! Lei gli serve birra, lo abbraccia, gli parla e lo salva guidandolo verso il Tamigi da dove riprenderà il suo viaggio. Bess, libera, generosa e padrona di sé. L’onore prevale su tutto, sulle malattie, sulla paura stessa e anche sul “centesimo nome”.

Ogni volta che Baldassarre ( fortunosamente venuto in possesso del volume, che si trova nelle mani di persone che ne ignorano il contenuto e il valore) prova a leggerne le pagine per riferire il suo segreto, la cecità scende sui suoi occhi costringendolo a inventare ogni parola.

L’amore vince tutto, come si sa, l’unica cosa da fare è raggiungere e mettere finalmente in salvo la donna che ama e il bambino. Non è destino che il periplo finisca qui. La donna ritrovata in modo pericoloso e drammatico sceglie di restare con il marito e dichiara che non c’è mai stato un bambino: tutto inventato. Crederle? Pensare che menta per salvare il figlio in qualche modo in pericolo? Non è dato sapere.

Il periplo si chiude, Baldassarre torna a Genova da dove secoli prima la sua famiglia era partita, Gibelleto resterà, come Bess, uno splendido ricordo. Il Mediterraneo ha offerto le sue avventure, da est a ovest e da nord a sud. E viceversa. Come succede anche oggi, in mezzo alle guerre, alle politiche e alle religioni.  Il 1666, l’anno della bestia, è finito. La storia di Baldassarre è nei diari di bordo della sua vita. E la chiave? Per lui come per noi : il “centesimo nome”.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.