Sei racconti da Gaza di Duaa Sa’id – 3 Le lacrime del cielo sono un dono. Maria nell’abbraccio di una nuvola, traduzione dall’arabo di Laura Tribuzio

Sei racconti da Gaza ci arrivano dalla penna di Duaa Sa’id, per il tramite della traduttrice Laura Tribuzio, arabista e persianista dell’Université Catholique di Lovanio (Belgio) e Aldo Nicosia, arabista dell’Università di Bari.

Sei racconti come frammenti di luce dalle macerie, che pubblicheremo uno alla volta, ogni mercoledì delle prossime settimane, perché ci sono parole che meritano più attenzione di altre e hanno bisogno di tempo per restare.

Duaa Sa’id, come avete modo di leggere nella bio a corredo, è poco più che trentenne e attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.

Khan Yunis

Sei racconti da Gaza, di Duaa Sa‘id

3

Le lacrime del cielo sono un dono

Maria nell’abbraccio di una nuvola

Maria si svegliò con un dolore al collo e sentì che il cuscino non la faceva stare comoda. Si alzò con fatica dal suo posto, in cerca di qualcosa di morbido da usare come cuscino per tornare a dormire.

Scorse una nuvola bianca, vicina, che si stendeva lungo l’orizzonte, e sussurrò a bassa voce: «Ah, se potessi fare un cuscino con la nuvola!»

Maria sentì la nuvola avvicinarsi. Pensò di sognare e si stropicciò gli occhi, e rimase sorpresa nel vedere che la nuvola era ormai così vicina da sfiorarla.

Maria tese la mano con cautela e stupore e sentì la nuvola muoversi dolcemente verso di lei per toccarle la mano. Il tocco della nuvola la lasciò incantata. Disse: «Oh! È morbida e soffice come il cotone, e calda come il sole.»

La nuvola rise e disse: «Proprio così, piccola mia. Sono qui per essere il cuscino dei tuoi sogni e per portare via ogni tuo dolore.»

Maria sorrise stupita e felice e disse: «Davvero?!»

La nuvola rispose: «Certo, piccola mia.»

Maria si distese sulla nuvola e sentì che era come un abbraccio celeste, e con esso ogni dolore scomparve. Ma subito dopo sentì arrivare la tristezza, e la nuvola avvertì il peso di quel sentimento e le chiese: «Che cosa c’è, piccola? Dimmelo.»

Maria rispose con tristezza: «Sei bella, morbida e calda. Ma presto arriverà l’inverno, verrà la pioggia, e allagherai le tende.»

La nuvola si rattristò e il suo bianco diventò grigio. Disse: «Ah, piccola mia, mi dispiace, ma non dipende da me: la pioggia fa parte della mia vita e della tua. Quando il sole si sveglia sopra la terra, i mari e i fiumi, le leggere particelle d’acqua salgono nel cielo come piccoli sogni, e io le raccolgo con dolcezza nel mio abbraccio. Più particelle d’acqua si riuniscono, più diventiamo pesanti, e sentiamo di non poter restare in alto. Allora cominciamo a cadere in forma di gocce di pioggia, come se mandassimo baci freddi alla terra, agli alberi e ai fiori, e dissetiamo i semi che dormono sotto il suolo, perché crescano e diventino grandi. La pioggia è il modo in cui le nuvole donano di nuovo la vita: a te, alla terra e a tutte le creature.»

Maria notò la tristezza della nuvola e disse: «A me la pioggia piace.»

La nuvola si rasserenò e tornò bianca.

Maria continuò: «Una volta, quando avevamo una casa, la pioggia era bellissima. Ricordo che la mamma mi prendeva in braccio per farmi guardare la pioggia dalla finestra, e mi faceva tendere la mano per prendere qualche goccia. Io gridavo per la gioia e per le risate. Ma adesso è diverso. La guerra ha distrutto le case, e nella nostra zona non è rimasta nemmeno una casa. E le tende si allagano facilmente con la pioggia: non sono come le case.»

La nuvola disse con sconforto: «Anch’io odio la guerra. Tutta questa polvere, le macerie e la polvere da sparo mi fanno male e mi fanno tossire pioggia in posti dove non vorrei.»

Maria disse: «Io non ce l’ho con te. Il problema è la guerra. Anche tu ci porti l’acqua quando manca, e siamo stati molto felici quando è successo. La pioggia è importante per noi, lo dice la mamma. In un mondo migliore l’acqua è il segreto della vita.»

La nuvola disse: «Anche in questo mondo, piccola mia. Non preoccuparti, presto le cose andranno meglio. Ora riposa.»

Maria chiuse gli occhi e sognò una foresta piena di colori, nuvole colorate nel cielo, fiori che ondeggiavano nella brezza e uccelli che cantavano sopra gli alberi.

Quando aprì gli occhi, la nuvola non c’era più, ma sentì qualcosa di diverso: uno strano calore nel cuore, una piccola speranza che le sorrideva, e nessun dolore al collo. Sentì di non essere sola in quel mondo immenso.

Si guardò intorno, vicino alla sua tenda, e vide le tracce dei piccoli semi che aveva piantato qualche giorno prima, e pensò che la pioggia avrebbe potuto aiutarli a crescere.

Così Maria imparò che la speranza può comparire dove meno ce lo si aspetta, e che la vita trova sempre la sua strada per seminare calore in mezzo alla distruzione.

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Biografia dell’autrice

Duaa Sa’id (1995), nata a Gaza (Khan Younes), laureata in lingua inglese, dal 2024 al 2025 ha seguito un corso di infermieristica. Attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, sempre nella zona di Khan Yunis.

Alcune sue poesie sono state tradotte da Aldo Nicosia nel volume La rosa di Gaza (Les Flaneurs, Bari, 2026), in cui ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Vorrei che la mia parola testimoniasse che la poesia palestinese può parlare dell’occupazione, ma non solo del genocidio, ma non solo. Perché non siamo solo vittime schiacciate dai traumi dell’occupazione, ma anche e ancora esseri sognanti che si affaticano per cercare di dare un senso all’esistenza e si interrogano sul bisogno di avere bellezza” (p. 121).

I sei racconti qui tradotti, tratti da una raccolta inedita (“Piccole cose che sognano”) sono stati ispirati da una bambina reale, di nome Maria: “Attraverso la sua curiosità infantile e le sue conversazioni con le stelle, gli uccelli e le piccole cose intorno a lei, essi aprono spazi di magia e di riflessione sulla vita, sul lutto, la speranza, il coraggio. La guerra è solo un fievole retroscena rispetto alla fantasia di Maria, che cerca di comprenderla, alla sua maniera, con l’ascolto di ciò che dicono le cose silenti”.

Vista dall’alto del campo di al-Mawasi

Bionota della traduttrice:

Laura Tribuzio è arabista e persianista, ricercatrice presso l’Université catholique de Louvain (Belgio), dove si occupa della trasmissione dei saperi scientifici e occulti nelle tradizioni araba e persiana. Ha insegnato lingua araba in ambito universitario e scolastico e ha lavorato nella mediazione culturale, collaborando con ONG ed enti pubblici. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e sta preparando una monografia dedicata ai rapporti tra sapere e autorità nelmondo arabo-persiano premoderno.

Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua  Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma: 2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma; 3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari.  Recenti volumi di traduzioni: 4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025; 5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026

Sei racconti da Gaza di Duaa Sa’id – 2 La memoria della terra. Maria e le storie del tronco, traduzione dall’arabo di Laura Tribuzio

Sei racconti da Gaza ci arrivano dalla penna di Duaa Sa’id, per il tramite della traduttrice Laura Tribuzio, arabista e persianista dell’Université Catholique di Lovanio (Belgio) e Aldo Nicosia, arabista dell’Università di Bari.

Sei racconti come frammenti di luce dalle macerie, che pubblicheremo uno alla volta, ogni mercoledì delle prossime settimane, perché ci sono parole che meritano più attenzione di altre e hanno bisogno di tempo per restare.

Duaa Sa’id, come avete modo di leggere nella bio a corredo, è poco più che trentenne e attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.

Khan Yunis

Sei racconti da Gaza, di Duaa Sa‘id

2

La memoria della terra

Maria e le storie del tronco

Maria camminava annoiata intorno alla sua tenda, su una terra che la guerra aveva lasciato triste e desolata, in cerca di un angolo dove stare all’ombra, al riparo dal caldo. In un canto del terreno scorse un vecchio tronco d’albero, mezzo sepolto e triste, che le ricordava le macerie della sua casa.

Gli si avvicinò, spostò la sabbia dai suoi lati, sistemò un po’ il terreno attorno e si sedette a riposare un momento. D’un tratto, mentre si sedeva, sentì un lamento sommesso.

Balzò in piedi e disse stupita: «Oh, scusa! Ti ho fatto male?»

Il tronco rispose: «No, piccola. Ma sono triste. Ero un grande fico e donavo i miei frutti agli altri, e adesso sono soltanto un pezzo di legno su cui ci si siede. Questa guerra ha distrutto ciò che ero davvero.»

Maria si sentì triste, toccò il tronco con tenerezza e disse: «No. Il legno non dimentica di essere stato un albero. La guerra ha distrutto ogni cosa, ma tu sei ancora qui e custodisci il segreto di questa terra.»

Il tronco si sentì pieno di fierezza e disse: «È vero. Ogni albero ha una storia, e io conservo le storie di questa terra da molto tempo. Ma sono solo.»

«Non è vero» disse Maria. «Torno subito.»

Corse alla tenda e prese i suoi nastri colorati, i suoi piccoli fiori secchi, i suoi giochi e alcuni semi che suo padre aveva comprato due giorni prima, con l’intenzione di piantarli. Tornò dal tronco e cominciò a decorarlo.

Legò i nastri colorati alle sue estremità, posò i fiori sui suoi bordi e gli chiese se permetteva a lei e ai suoi giochi di sedersi.

Il tronco si illuminò di gioia e disse: «Certamente! Sedetevi.»

Maria si sedette e notò che anche un uccello si era posato sull’estremità del tronco, e un altro poco lontano, mentre una brezza leggera soffiava intorno a loro. Disse: «Vedi? Non sei solo, hai tanti amici intorno. E io ho qui dei semi: li pianteremo vicino a te.»

Il tronco sorrise e disse con una voce piena di nostalgia:

«Un tempo ero un grande fico. Le mie radici affondavano nella terra, assorbivano acqua e nutrimento, e io davo vita alle piante intorno a me. Il padrone della terra era un uomo anziano che si prendeva cura di me ogni mattina: osservava la mia crescita e guardava le mie foglie. Aveva una nipotina bellissima, che si arrampicava sul mio tronco e si sedeva fra i miei rami. Il nonno le spiegava come io traessi vantaggio dal sole e dall’acqua: il sole mi rendeva felice, mi aiutava a fabbricare un cibo squisito e mi dava l’energia di cui avevo bisogno per crescere. E l’acqua era come una bevanda magica! Le mie radici la bevevano dalla terra, e con sé portava tutte le cose buone che mi rendevano forte. Il nonno le insegnava a osservare la mia crescita; io le regalavo i miei frutti dolci, e lei mi regalava le sue piccole canzoni. Cantava per me mentre io ondeggiavo nella brezza, e io la proteggevo con la mia ombra quando giocava sotto le mie foglie.»

Il tronco sospirò e continuò: «Ero la casa degli uccelli, l’ombra dei passanti, l’amico di quella bella bambina. Poi venne il giorno della guerra, e la distruzione mi strappò dal mio posto. E non so che ne sia stato dei miei amici.»

Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime. Disse: «Non essere triste, siamo tutti tuoi amici. Canteremo per te tutte le canzoni e pianteremo moltissimi semi accanto a te.»

Il tronco sorrise con dolcezza e disse: «Sei una bambina coraggiosa, Maria. Crei speranza in mezzo alla distruzione.»

Maria sorrise con tristezza e disse: «Le piante danno vita a tutto ciò che hanno intorno. Mi sembra che in un certo modo la pianta somigli all’essere umano, anche se in questa guerra a uccidere la vita è un essere umano.»

Il tronco sospirò e disse: «Le piante non conoscono la guerra né l’uccisione, Maria. Sanno soltanto come crescere. Se l’essere umano avesse imparato dalle piante, il mondo sarebbe un giardino e non un campo di rovine.»

Maria sospirò e disse: «Ah, vorrei essere una pianta, per riempire la terra di vita!» Poi cominciò a cantare con la sua voce di bambina e intanto piantava i semi intorno al tronco: semi di rucola, di ravanello e di pomodoro. Portava l’acqua per annaffiarli. Gli uccelli volavano sopra di loro, i nastri colorati ondeggiavano nella brezza, e sembrava che il luogo si fosse trasformato in una piccola festa di colori.

Il tronco sorrise e sentì di essere tornato un albero verde. Disse:

«La vita torna sempre, quando il cuore trova qualcuno che canta per lui. Domani i semi cresceranno, e tu scoprirai, Maria, che ogni parte di una pianta è importante per la sua vita.»

Maria chiuse gli occhi e sentì che il luogo intorno a lei non era più un cumulo di rovine, ma un piccolo giardino di speranza.

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Biografia dell’autrice

Duaa Sa’id (1995), nata a Gaza (Khan Younes), laureata in lingua inglese, dal 2024 al 2025 ha seguito un corso di infermieristica. Attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, sempre nella zona di Khan Yunis.

Alcune sue poesie sono state tradotte da Aldo Nicosia nel volume La rosa di Gaza (Les Flaneurs, Bari, 2026), in cui ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Vorrei che la mia parola testimoniasse che la poesia palestinese può parlare dell’occupazione, ma non solo del genocidio, ma non solo. Perché non siamo solo vittime schiacciate dai traumi dell’occupazione, ma anche e ancora esseri sognanti che si affaticano per cercare di dare un senso all’esistenza e si interrogano sul bisogno di avere bellezza” (p. 121).

I sei racconti qui tradotti, tratti da una raccolta inedita (“Piccole cose che sognano”) sono stati ispirati da una bambina reale, di nome Maria: “Attraverso la sua curiosità infantile e le sue conversazioni con le stelle, gli uccelli e le piccole cose intorno a lei, essi aprono spazi di magia e di riflessione sulla vita, sul lutto, la speranza, il coraggio. La guerra è solo un fievole retroscena rispetto alla fantasia di Maria, che cerca di comprenderla, alla sua maniera, con l’ascolto di ciò che dicono le cose silenti”.

Vista dall’alto del campo di al-Mawasi

Bionota della traduttrice:

Laura Tribuzio è arabista e persianista, ricercatrice presso l’Université catholique de Louvain (Belgio), dove si occupa della trasmissione dei saperi scientifici e occulti nelle tradizioni araba e persiana. Ha insegnato lingua araba in ambito universitario e scolastico e ha lavorato nella mediazione culturale, collaborando con ONG ed enti pubblici. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e sta preparando una monografia dedicata ai rapporti tra sapere e autorità nelmondo arabo-persiano premoderno.

Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua  Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma: 2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma; 3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari.  Recenti volumi di traduzioni: 4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025; 5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026

Sei racconti da Gaza di Duaa Sa’id – 1 L’inizio della speranza. Maria e il palpito delle stelle, traduzione dall’arabo di Laura Tribuzio

Sei racconti da Gaza ci arrivano dalla penna di Duaa Sa’id, per il tramite della traduttrice Laura Tribuzio, arabista e persianista dell’Université Catholique di Lovanio (Belgio) e Aldo Nicosia, arabista dell’Università di Bari.

Sei racconti come frammenti di luce dalle macerie, che pubblicheremo uno alla volta, ogni mercoledì delle prossime settimane, perché ci sono parole che meritano più attenzione di altre e hanno bisogno di tempo per restare.

Duaa Sa’id, come avete modo di leggere nella bio a corredo, è poco più che trentenne e attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, nella zona di Khan Yunis.

Khan Yunis

Sei racconti da Gaza, di Duaa Sa‘id

1

L’inizio della speranza

Maria e il palpito delle stelle

La notte era immobile, finché tutto tremò.

Maria si svegliò di soprassalto, spaventata, al suono di una forte esplosione, molto vicina, e di una luce abbagliante che invase ogni angolo della tenda.

Tremò e si alzò per svegliare la mamma, ma dalla finestra della tenda scorse qualcosa di strano e luminoso. Rimase stupita nel vedere una piccola stella splendente così vicina, come se fosse venuta per lei.

La stella la scorse e le disse: «Non avere paura, piccola. Ti ha svegliata l’esplosione? Come ti chiami?»

Maria rispose: «Sì! Mi chiamo Maria, ma mi chiamano Mimi. Come sei arrivata fin qui?»

La stella rispose: «Ho sentito l’eco di un’esplosione diffondersi nell’universo e sono venuta a vedere che cosa fosse successo. Sai, Maria, anche noi stelle a volte esplodiamo.»

Maria domandò spaventata: «C’è una guerra anche in cielo?»

La stella disse tristemente: «No. Ma quando la vita di una stella giunge alla fine, il suo cuore esplode e illumina l’universo.»

Maria disse, mentre le lacrime le brillavano negli occhi come stelle: «Anche le stelle muoiono?»

La stella rispose: «No, Mimi. La loro vita finisce, ma non muoiono: è piuttosto una nuova nascita. Le nostre esplosioni non fanno male: riempiono invece l’universo di luce, e restano nel cielo sotto forma di polvere, come minuscoli granelli che brillano. Riesci a vedere quella polvere sparsa nello spazio?»

Maria disse: «Ah! Pensavo che fossero le anime delle persone morte e salite in cielo. Tante persone sono morte nella guerra.» E le lacrime le scesero dagli occhi.

La stella disse: «Non piangere, Mimi. Forse è davvero così. C’è chi dice che l’essere umano è fatto di polvere di stelle.»

Gli occhi di Maria si illuminarono, e lei disse: «Allora vuol dire che sono una stella? Come?»

La stella disse: «Certo. Tutto ha origine dalla luce. Le stelle non muoiono, ma si trasformano in nuove forme.»

Maria chiese: «Vuol dire che quando una stella muore diventa qualcos’altro?»

La stella rispose: «Sì. Una stella è composta da parti diverse e, quando cresce e la sua vita giunge alla fine, il suo cuore esplode e queste parti si disperdono nello spazio come polvere. Il tuo corpo contiene alcune di queste parti. Sei una stella luminosa, Mimi.»

Maria rispose: «È meraviglioso. Ma le esplosioni della guerra non assomigliano a quelle delle stelle. La guerra fa paura: distrugge ogni cosa e uccide tutto ciò che amiamo.»

La stella disse: «Purtroppo, Maria. Vorrei che tutte le esplosioni fossero come quelle delle stelle, capaci di creare la vita.»

Maria sbadigliò assonnata e disse: «Ah, se solo la guerra finisse.»

La stella le disse: «Non avere paura. Ogni cosa ha una fine, e anche la guerra finirà. Su, a dormire, Mimi. Io resterò qui a vegliare sul tuo sonno.»

Maria annuì e disse: «Buonanotte, stella mia.»

Mimi chiuse gli occhi, rasserenata, mentre la stella continuava a brillare sopra la tenda, come un caldo abbraccio in mezzo alla notte.

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Biografia dell’autrice

Duaa Sa’id (1995), nata a Gaza (Khan Younes), laureata in lingua inglese, dal 2024 al 2025 ha seguito un corso di infermieristica. Attualmente vive in una tendopoli nel campo di al-Mawasi, sempre nella zona di Khan Yunis.

Alcune sue poesie sono state tradotte da Aldo Nicosia nel volume La rosa di Gaza (Les Flaneurs, Bari, 2026), in cui ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Vorrei che la mia parola testimoniasse che la poesia palestinese può parlare dell’occupazione, ma non solo del genocidio, ma non solo. Perché non siamo solo vittime schiacciate dai traumi dell’occupazione, ma anche e ancora esseri sognanti che si affaticano per cercare di dare un senso all’esistenza e si interrogano sul bisogno di avere bellezza” (p. 121).

I sei racconti qui tradotti, tratti da una raccolta inedita (“Piccole cose che sognano”) sono stati ispirati da una bambina reale, di nome Maria: “Attraverso la sua curiosità infantile e le sue conversazioni con le stelle, gli uccelli e le piccole cose intorno a lei, essi aprono spazi di magia e di riflessione sulla vita, sul lutto, la speranza, il coraggio. La guerra è solo un fievole retroscena rispetto alla fantasia di Maria, che cerca di comprenderla, alla sua maniera, con l’ascolto di ciò che dicono le cose silenti”.

Vista dall’alto del campo di al-Mawasi

Bionota della traduttrice:

Laura Tribuzio è arabista e persianista, ricercatrice presso l’Université catholique de Louvain (Belgio), dove si occupa della trasmissione dei saperi scientifici e occulti nelle tradizioni araba e persiana. Ha insegnato lingua araba in ambito universitario e scolastico e ha lavorato nella mediazione culturale, collaborando con ONG ed enti pubblici. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e sta preparando una monografia dedicata ai rapporti tra sapere e autorità nelmondo arabo-persiano premoderno.

Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua  Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma: 2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma; 3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari.  Recenti volumi di traduzioni: 4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025; 5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026

Tradurre Amalek, di Vincenzo Franciosi

Erri De Luca ha dedicato una parte importante del suo lavoro alla lettura della Bibbia ebraica. Da anni invita i lettori a tornare al testo originale, alla lingua, alle parole prima che vengano filtrate dalle traduzioni e dalle interpretazioni. È un invito che condivido. Ogni documento storico dovrebbe essere affrontato, per quanto possibile, nella sua forma originaria.

Proprio per questo mi risultano difficili da comprendere le sue posizioni sulla Palestina.

La questione non riguarda semplicemente il fatto che De Luca continui a negare che a Gaza sia in atto un genocidio. Riguarda il rapporto tra i testi che legge e la realtà contemporanea.

La domanda che mi pongo è la seguente: quando De Luca traduce la Bibbia, traduce anche Amalek?

Mi riferisco al passo del Primo libro di Samuele nel quale Saul riceve da YHWH (Yahweh) l’ordine di sterminare gli Amaleciti:

«Ora va’, colpisci Amalek e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene: non risparmiarli, ma uccidi uomini, donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini».

Questo testo viene spesso presentato come una pagina imbarazzante, una sopravvivenza arcaica all’interno di una tradizione che avrebbe progressivamente elaborato forme più elevate di coscienza morale. 

A me sembra vero il contrario. Amalek non rappresenta un’anomalia. Rappresenta una delle espressioni più coerenti dell’universo mentale biblico. L’idea che Israele sia un popolo eletto. L’idea che una determinata terra sia stata promessa da YHWH a quel popolo. L’idea che il possesso di quella terra costituisca un diritto sacro. L’idea che lo sterminio del nemico (inclusi i lattanti) sia comandato da YHWH. Questi temi non occupano una posizione marginale nel testo. Ne costituiscono una parte essenziale.

Per questa ragione mi appare singolare il processo attraverso cui la Bibbia è stata progressivamente trasformata da libro storico del popolo di Israele in patrimonio spirituale dell’umanità. La si interpreta come una riflessione sull’uomo in generale. Il testo parla invece di un popolo particolare, della sua alleanza con YHWH (un dio etnico, superiore agli altri dèi, ma non unico), della terra che gli è stata promessa e dei nemici che ne ostacolano il possesso.

Per comprendere il carattere aristocratico e guerriero dell’Iliade basta leggerla. Nessuno si scandalizza se uno storico osserva che il poema omerico riflette i valori di una società fondata sulla guerra, sull’onore militare e sul prestigio delle aristocrazie combattenti. È semplicemente ciò che il testo mostra.

Nel caso della Bibbia accade qualcosa di diverso. L’elezione viene trasformata in metafora. La promessa della terra in simbolo. Il kherem (l’annientamento totale come forma di consacrazione distruttiva) in allegoria. Lo sterminio viene confinato nelle zone d’ombra del testo. Il risultato è una Bibbia profondamente diversa da quella che abbiamo davanti.

La trasformazione della Bibbia da libro storico di Israele in patrimonio spirituale universale costituisce una delle più straordinarie operazioni ideologiche della storia occidentale. Da questo punto di vista, il caso di Erri De Luca è esemplare. Da anni egli invita i lettori a tornare alle parole della Bibbia ebraica, alla loro concretezza linguistica, alla loro forza originaria. Eppure, quando alcune delle categorie fondamentali di quel testo riappaiono nella storia contemporanea, il nesso sembra spezzarsi.

Le categorie bibliche costituiscono una componente strutturale del linguaggio politico israeliano e del sionismo (non solo religioso). Elezione, promessa, possesso della terra, separazione dagli altri popoli, legittimazione religiosa della conquista appartengono contemporaneamente al racconto biblico e all’universo ideologico nel quale si è formato il sionismo moderno. Quando Netanyahu richiama Amalek non introduce nel discorso politico israeliano un elemento estraneo. Rende esplicito ciò che normalmente rimane implicito. Quando i coloni rivendicano la terra promessa non stanno ricorrendo a una metafora. Stanno utilizzando una categoria politica e territoriale che continua a svolgere una funzione di legittimazione. Quando lo Stato di Israele definisce se stesso come Stato ebraico non parla il linguaggio dell’universalismo moderno. Attinge a una tradizione che continua a operare nel presente, fondata sull’idea di elezione, sulla promessa divina della terra e sulla distinzione razzistica tra Israele e gli altri popoli.

È precisamente questo nesso che non riesco a trovare nelle riflessioni di Erri De Luca.

Eppure proprio lui dovrebbe essere tra i primi a riconoscerlo. Conosce il testo. Conosce Amalek. Conosce il kherem. Conosce la promessa della terra. Conosce la logica dell’elezione. Ma quando si passa dalla filologia alla storia, quel nesso sembra scomparire.

Se le categorie dell’elezione, della promessa divina della terra e della separazione continuano a svolgere una funzione politica reale, allora ciò che accade in Palestina non può essere interpretato come un semplice conflitto territoriale. Da quasi ottant’anni assistiamo all’espansione di uno Stato che rivendica una terra in nome di una promessa divina, all’espulsione della popolazione indigena, alla colonizzazione sistematica dei territori occupati e alla progressiva riduzione dei Palestinesi a una presenza da contenere, frammentare, rimuovere attraverso lo sterminio.

Gaza non rappresenta una parentesi all’interno di questa storia. Ne rappresenta l’esito più estremo.

Per questa ragione rifiuto la definizione di guerra. La parola guerra rinvia a uno scontro tra contendenti. Gaza mostra altro: una popolazione assediata, privata dell’acqua, del cibo, delle cure mediche e delle condizioni minime di sopravvivenza, sottoposta alla potenza militare di uno degli eserciti più forti del mondo.

L’ultimo rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati afferma che Israele ha deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi e collega queste condotte al genocidio in corso a Gaza.

A questo punto la questione non riguarda più soltanto l’interpretazione dei testi. Riguarda le conseguenze storiche delle categorie che quei testi hanno trasmesso.

Per troppo tempo Amalek è stato trattato come una pagina marginale, una sopravvivenza arcaica, un episodio imbarazzante da allegorizzare o dimenticare. Forse è giunto il momento di leggerlo per ciò che è: la radice teologica dell’attuale genocidio in Palestina.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Tomaso Montanari: “Per Gaza” (Feltrinelli), di Amedeo Borzillo

Un libro che commuove.
Un libro per Gaza.
Non solo perchè i ricavi delle vendite saranno devoluti ad ONG palestinesi, ma perchè serve a tenere acceso il riflettore sul genocidio, che continua seppur rallentato.
La Palestina non è diventata una causa centrale solo per compassione per le sofferenze del suo popolo. È diventata la bussola morale del mondo perché il mondo comprende che ciò che accade in Palestina non è affatto limitato ai suoi confini. Se i leader globali permettono che un genocidio trasmesso in diretta streaming avvenga senza conseguenze, allora non c’è motivo di aspettarsi che i diritti umani vengano rispettati in nessun’altra parte del mondo.
Montanari in questo piccolo libro sensibilizza, richiama la nostra attenzione sia con le parole sia con gli splendidi disegni di Marco Sauro, che vien voglia di ritagliare e farne quadri.


Questi libro è l’ideale strenna natalizia, per chi crede che un certo Gesù nacque in Palestina e per chi vuole che cessi la strage di civili e vinca la pace in quella terra martoriata.
“Chi potrà perdonarci di avere vissuto in questo tempo? Come è possibile pensare che un bambino debba vivere o morire a seconda della nazione a cui appartiene?
Norberto Bobbio ci insegna: non lasciamo il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza.”

Se Gaza muore, muore l’umanità. Per questo dobbiamo salvare Gaza. Perchè è Gaza che salva noi.

Tomaso Montanari (Firenze, 15 ottobre 1971) è uno storico dell’arte e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena dal 2021.

Amedeo Borzillo