Pier Lorenzo Pisano: “La somma delle cose” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Non dovrebbero esistere i grandi amori

E nemmeno gli amori grandi

Ma quanto ci costa innamorarci? Quanto costa un amore? Voglio dire, non un amore qualsiasi, un’infatuazione di passaggio, poco più di un passatempo. No, no, intendo quegli amori da film, da romanzo. Pier Lorenzo Pisano nel suo romanzo sembra riportarci proprio al centro della questione, al suo cuore. E il cuore, quante ferite ha, dopo? Sono risarcibili? 

Una volta una mia amica evidentemente provata dalla forza abbrutente della fine di una storia, mi ha detto, “Non dovrebbero esistere i grandi amori, e nemmeno gli amori grandi. Sarebbe meglio se ci fossero tutte storielle, almeno quelle non lasciano il segno”. 

Un grande amore, o un amore grande, è una sottrazione. È una lista che viene meno. Sono caselle spuntate, come i prodotti da comprare al supermercato, quelli che alla fine non comprerai mai. 

Ci sono cose che nessuno di noi vorrebbe ricordare, alla fine di un grande amore. Eppure sono le stesse a cui la mente torna, ossessivamente. L’inizio, il durante, la fine. Ma cosa è andato storto? Cerchiamo segnali, indizi che non abbiamo colto, e intanto capiamo che quella canzone non la ascolteremo più, che quel film non lo guarderemo più, che quel romanzo con tanto di dedica – dell’autore, dell’innamorato? – non lo toccheremo più. Che quel mobile ci ricorda il giorno in cui facevano trentamila gradi e per sfuggire dal caldo ci siamo rinchiusi all’Ikea, tanto dovevamo acquistare quel comodino! Ma certo, che grande idea stare tre ore a girare per un centro commerciale con meno venti. E poi l’influenza, il raffreddore, le cure che ci siamo scambiati. No, tu non eri poi così ammalato. Quel mobile su cui hai appoggiato i tuoi libri, i tuoi occhiali, la tua abat-jour, nemmeno quella la riesco più a vedere. Il pigiama sotto al cuscino, i vestiti sparsi per la camera, in bagno, il tuo spazzolino. La fine di un grande amore è come ricostruire la scena del crimine. E, in effetti, è un po’ come morire. 

La conseguenza di tutto ciò è fare i conti, letteralmente, con quella lista. Tirare una linea. Capire che, al di là di essa, non esiste più niente. Non c’è un “noi”, non c’è quel bar in cui ci si è conosciuti la prima volta davanti a un caffè, non c’è soprattutto l’ultimo caffè. Il cerchio non si chiude, la storia è difettosa, è scritta male. Nulla di più oltraggioso per uno scrittore. E questo è lo scontro con la realtà. Fuori dalle parole scritte, da quelle appuntate, fuori dalle liste c’è esattamente quel “noi”, quella polaroid sbiadita, la stessa che forse butterai, o magari conserverai in un cassetto per i momenti nostalgici. È un anfratto, un’intercapedine fra una parete e l’altra, fra il tuo ricordo e quello dell’altro. 

Pisano ne La somma delle cose non solo racconta quell’anfratto buio che, eppure, vorremmo ancora vedere illuminato – un po’ come dice Gazzelle, E non è colpa mia se tutta questa luce non ti illumina più dentro casa mia, no? –, ma, soprattutto, mette in scena la parete, e quindi la separazione, ne descrive l’atto, le fasi. E allora non leggiamo più solo la versione di lui, ma anche quella di lei. La descrizione diventa un dialogo, proprio come l’inizio di un amore, di un grande amore, che coincide con la sua fine. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Johann Wolfgang Goethe: “I dolori del giovane Werther”, di Claudio Aorta

Un classico che brucia ancora: leggere oggi “I dolori del giovane Werther”

Ci sono libri che non invecchiano perché restano uguali, altri che non invecchiano perché siamo noi a cambiare. “I dolori del giovane Werther” appartiene alla seconda specie: lo si può trovare ovunque, è un classico pienamente reperibile, ma soprattutto funziona anche oggi. Non perché racconti “solo” un amore infelice, quello lo sappiamo da sempre, ma perché mostra con lucidità il momento in cui una persona va in crisi di fronte al mondo, rivelando come la sensibilità individuale diventa sia verità che abbaglio, e la società svela i suoi limiti soffocanti.

Pubblicato nel 1774, Werther segna subito una svolta: non è un capriccio letterario, ma il racconto di un cambiamento profondo nel modo di sentire. Alla fiducia nella ragione, tipica dell’illuminismo dominante dell’epoca, si contrappone una forza nuova e inquieta: la vita interiore, il desiderio, il bisogno di essere autentici. Un conflitto che non riguarda solo i libri, ma le persone e la società del tempo.

La vicenda, in superficie, è lineare. Nella Renania settecentesca, Werther è un giovane spontaneo, istintivo, lontano dagli schemi; un ragazzo che sente troppo e che non riesce a stare dentro le regole del mondo in cui vive. Nel villaggio di Wahlheim incontra Lotte, bellissima, colta, perspicace; ma Lotte è promessa a un altro uomo, Albert. Eppure Werther se ne innamora perdutamente, fino a perdere la stabilità. 

Albert non è un “cattivo”. È, piuttosto, l’altra metà del problema: razionale, pacato, affidabile, perfino un po’ noioso. Non è il rivale di un melodramma: è la personificazione del mondo che funziona, dell’uomo che gode di approvazione sociale. Mentre Werther è l’eccezione, Albert è la regola. Il disagio del lettore nasce dal fatto che, pur simpatizzando per il fuoco di Werther, sa che la società sopravvive grazie alla solidità (forse tediosa, ma necessaria) degli uomini come Albert.

E Lotte, che non è una semplice figura angelica, vive e ascolta il confronto tra “l’uomo razionale-posato” e l’“artista-sognatore”. La protagonista del romanzo viene spesso letta come vittima o musa passiva; in realtà porta con sé una responsabilità emotiva precisa: continua ad alimentare il fuoco di Werther pur sapendo di non poter ricambiare il suo desiderio. 

In questo triangolo non c’è solo un amore che non può compiersi, ma la storia di tre modi diversi di stare al mondo: chi sente senza misura, chi vive di regole e stabilità, e chi deve scegliere tra ciò che prova e ciò che la realtà le permette.

Werther è un individuo che non si riconosce più nelle regole sociali. Sente che i modi normali di vivere — lavorare, parlare, comportarsi, progettare il futuro — non gli bastano, non lo fanno sentire a casa. È l’“esiliato” nella propria comunità che non riesce a respirare. Questa condizione di estraneità non è un vezzo romantico: è una ferita moderna, attualissima, che molti lettori riconoscono senza bisogno di vivere nel Settecento.

Qui sta il punto più delicato del romanzo: Werther non “ha ragione” contro il mondo, né vuole insegnare qualcosa. La sua forza è mostrare quanto possa far male sentire troppo. La tristezza cresce piano, prende spazio, consuma le energie, fino a spegnere anche la sua creatività. Il romanzo non celebra il tormento: racconta come il dolore, lentamente, diventi una condizione stabile.

Qui l’amore non è moderato né rassicurante: travolge. È ciò che dà senso alla vita del protagonista, ma anche ciò che finisce per chiuderlo in sé stesso. Ma per il cristianesimo il vero amore non era apertura, anziché chiusura? La distorsione avviene perché Werther trasforma Lotte in un idolo pagano, agendo con l’idolatria che lo isola da Dio e dagli uomini. Di fatto il romanzo non offre soluzioni: mostra cosa succede quando un sentimento diventa tutto, e il mondo comincia a far male.

Goethe lascia intravedere un atteggiamento critico verso la società del suo tempo, mettendo in evidenza i pregiudizi, le inconsistenze nelle relazioni sociali e quella rete di convenzioni che spesso si chiama “buon senso” e che, qualche volta, è semplicemente paura di ciò che non si controlla. In altre parole, la società a volte è un giudice. E Werther, che non sa adeguarsi, diventa un problema non perché sia malvagio, ma perché è troppo sensibile per le regole e i limiti accettati dal mondo.

La leggenda intorno a Werther è parte della sua storia: il romanzo fu percepito come un libro “pericoloso”, proibito da molti per il timore che inducesse i giovani al suicidio — il cosiddetto “effetto Werther”. Questo dato, al di là della cronaca, dice qualcosa di importante: un’opera letteraria può diventare un qualcosa su cui identificarsi, può entrare nella vita delle persone non come intrattenimento, ma come specchio. È un rischio e, insieme, una prova del suo valore: la letteratura conta quando non è più innocua.

C’è poi un aspetto spesso trascurato: il modo in cui il libro è scritto. Werther è un romanzo epistolare, e questo cambia tutto. Scrivere lettere significa parlare senza difese, dire una cosa e subito dopo il suo contrario, affidare a qualcuno ciò che non si riesce a tenere dentro. Werther scrive perché ne ha bisogno, per non crollare, per dare una forma a ciò che sente. Werther scrive a Wilhelm, ma in fondo scrive per auto-analizzarsi. Le sue lettere sono i suoi “post”, il suo tentativo di dare una narrazione coerente al suo caos interiore.

È lo stesso bisogno che lo porta ad aggrapparsi alla natura e all’arte, che nel romanzo non sono semplici comprimari. Per Werther sono il tramite più immediato per entrare in contatto con il mondo: un paesaggio, un colore, una musica lo colpiscono nel profondo, a volte più delle persone. Ma proprio perché la sua percezione passa attraverso questi filtri sensibili, la natura cambia insieme a lui: all’inizio è un giardino dell’Eden, alla fine diventa un mostro che inghiotte tutto. È il segno più evidente della sua discesa nella depressione, quando la realtà smette di essere oggettiva e si trasforma in una proiezione del suo animo distrutto.

Storicamente, I dolori del giovane Werther è stato un testo “spartiacque”: ha dato un taglio netto all’Illuminismo e ha innescato, con i suoi temi cupi e irrazionali e il suo esito tragico, un nuovo modo di intendere la letteratura che esploderà nel Romanticismo. È, in sostanza, l’affermazione che l’uomo non è riducibile a ciò che è utile, ordinato, spiegabile; che esiste una zona dell’esperienza — l’anima romantica dello Sturm und Drang — che richiede attenzione, anche quando fa paura.

Ma questa dignità non è un inno all’eccesso: è una domanda aperta. Goethe non risolve il conflitto; lo mette in scena fino alle conseguenze estreme. Leggere Werther oggi significa riconoscere una forma di alienazione che è tipica dell’uomo del ventunesimo secolo. Werther è un uomo che non riesce a sentirsi al suo posto nel mondo: non perché lo rifiuti, ma perché non riesce ad abitarlo fino in fondo. Ama, lavora, osserva, ma resta sempre come un passo indietro, o un passo troppo avanti. È una distanza sottile, dolorosa, che molti conoscono ancora oggi.

È per questo che I dolori del giovane Werther continua a essere un libro necessario: non perché offre risposte, ma perché dà voce a una domanda che, ancora oggi, non smette di far male

Claudio Aorta*

*Claudio Aorta (Napoli, 1972) vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, affianca al lavoro una lunga passione per la scrittura. Nel 2025 ha pubblicato Il tempo del girasole (Balzano Editore), romanzo che intreccia viaggio nel tempo, introspezione e storia della Napoli del 1799. Collabora con la rivista Pagina Tre, per cui cura articoli e recensioni letterarie, musicali e cinematografiche, e ha scritto per diverse testate tra cui Eroica Fenice, Storie di Napoli, Glicine e Booksworld. Nei suoi lavori esplora il rapporto tra storia, fede e tempo, considerando la scrittura come uno strumento di ascolto e ricerca, oltre che di narrazione.

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026)

L’opera di Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax) è un vero e proprio manifesto utile per capire e affrontare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Come sottolinea Tomaso Montanari nell’introduzione, il libro ruota attorno alla riscoperta della densità semantica della parola “cura”, intesa non solo come rimedio terapeutico, ma come assistenza premurosa, protezione sollecita e custodia attiva della nostra casa comune.
Montanari evidenzia inoltre come l’umanità abbia dimenticato questa dimensione, abbandonando la fraternità sia tra gli uomini che nei confronti della natura, finendo per considerare il “progresso” ciò che in realtà conduce verso la morte del pianeta e della giustizia.

In questo scenario, il libro di De Marzo aiuta a tornare a vedere le cose per quello che sono, indicando la strada di una fraternità universale in nome della liberazione della Terra.
Il testo denuncia con forza il fallimento del modello economico tecnocapitalista fondato sull’idea della crescita economica infinita, definendolo una minaccia diretta alla nostra esistenza perché ignora i limiti del pianeta. De Marzo argomenta che non vi sono due crisi distinte, una sociale e una ambientale, ma un’unica crisi originata da una visione sbagliata che promuove modelli coloniali, patriarcali e specisti.
L’autore invita a un cambiamento culturale per trasformare la crisi in un’occasione di sovvertimento della realtà odierna, partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro del tutto, ma una parte di una rete di vite interconnesse in cui ogni entità vivente ha il diritto di esistere e rappresenta un fine in sé.

seconda parte

Uno dei punti cardine del libro è la critica all’attuale governance politica, accusata di ignavia e di aver tradito gli impegni presi per contrastare il collasso climatico. De Marzo mette in luce come il potere di pochissimi super-ricchi sia diventato illimitato, mentre quello dei cittadini viene costretto entro margini sempre più angusti, alimentando disuguaglianze e ingiustizie ambientali che sono oggi la prima causa di povertà ed esclusione sociale. L’autore denuncia inoltre la tendenza a normalizzare il fascismo e a utilizzare la guerra come strumento politico, investendo somme enormi nel riarmo, a scapito delle politiche sociali e della riconversione ecologica.
Nonostante il quadro drammatico, il libro apre a una soluzione attraverso quella che definisce la “geografia della speranza”. Questa si manifesta nelle lotte dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, che dai territori propongono alternative concrete basate sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento dei limiti planetari. L’Internazionale della Terra è dunque l’unione di questi mondi che si battono per cambiare i sistemi di governo, riconvertire le attività produttive e ricondurre l’essere umano all’interno della comunità della vita.
Con L’internazionale della terra De Marzo ci ricorda che la salvezza non verrà dall’alto o dalla semplice tecnica, ma dalla nostra capacità di ricostruire relazioni inseparabili, adattandoci alla logica della Terra per diventare, finalmente, parte della cura e non più del problema.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

John Keats: “Lucente stella. Poesie scelte” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

John Keats, Oh, se potessi vivere una vita fatta di sensazioni piuttosto che di pensieri!

Nel settembre 1820 due ragazzi inglesi lasciarono Londra per imbarcarsi a Gravesend su un brigantino per raggiungere Napoli. La loro meta era stata suggerita da un medico per via del clima mite, Roma.

Uno dei due infatti, 25 anni, era gravemente ammalato e i suoi amici avevano fatto una colletta per sostenere le spese del viaggio, l’altro era un suo conoscente, un bravo pittore e pianista, 27 anni, che si era offerto di accompagnarlo.

John Keats, ammalato di tubercolosi, era un poeta che aveva pubblicato tre libri, aveva avuto alcuni elogi ma anche stroncature. Le sue opere non avevano venduto pressoché nulla. Già nel 1818 aveva scritto in una lettera ad un amico: “Ho capito che i tempi della giovinezza spensierata sono finiti. Ho capito che non c’è altro da perseguire se non l’idea di fare del bene al mondo – l’idea di fare del bene in questo mondo – alcuni lo fanno con la loro compagnia- altri grazie alla loro intelligenza – altri con la loro benevolenza”.

La nave sfuggì ad una tempesta e a fine ottobre raggiunse il porto di Napoli dove rimase in quarantena per dieci giorni perché a Londra era scoppiato il colera. Keats poteva scrivere pochissimo (“Che racconto potrei farle della Baia di Napoli se fossi ancora un abitante di questa Terra!”).

Shelley lo aveva invitato a casa sua a Pisa ma Keats non volle o non poté proseguire il viaggio fino in Toscana.

A novembre arrivò a Roma dove andò ad abitare con Joseph Severn, il pittore, in una pensione gestita da una donna al numero 26 della splendida e settecentesca Piazza di Spagna (oggi Keats and Shelley Museum). 

Stavano al terzo piano. Dalle finestre si vedevano meravigliosi scorci della scalinata di Trinità dei Monti ma Keats poté apprezzare ben poco della città eterna.

Raramente riuscì ad uscire e a fare una cavalcata al Pincio, si ordinavano i pasti in una trattoria ma presto non poté quasi mangiare: oltre a sbocchi di sangue in cui rischiava di soffocare aveva terribili attacchi di mal di stomaco.

Lo seguiva un dottore inglese che faceva parte della cosiddetta colonia britannica tra Roma e Firenze, il dottor Clark (o Clarke). Un vicino di casa benestante, Giorgio Rea, offrì generosamente supporto economico ai due ragazzi che erano al verde.

Keats alternava momenti di disperazione, ad altri più quieti. Severn nascose la bottiglia di laudano per timore che ne ingerisse troppo.

Non scriveva più lettere, non leggeva le lettere di Fanny Brawne e chiese a Severn di distruggere tutte quelle che aveva ricevuto da lei nel tempo per rispettare la privacy. 

Il medico gli aveva vietato emozioni.

Pochi giorni prima del suo decesso un critico stroncò il suo terzo libro in una gazzetta letteraria – è universalmente riconosciuto come un capolavoro. 

Per lui fu un colpo durissimo. 

Lord Byron, al quale Keats aveva dedicato un poema ma con cui non c’era reciproca simpatia, scriverà sprezzantemente che Keats era stato “annientato da un articolo” e compose una piccola poesia in cui ripeteva la frase “Chi ha ucciso John Keats?” e citava i nomi delle riviste letterarie.

In una lettera del 1820 lo aveva definito “quel piccolo sporco mascalzone di Keates”, storpiando il cognome.

Shelley invece aveva opinioni discontinue sull’opera del poeta ma gli era amico seppure a distanza e gli dedicherà il bel poema “Adonais”. 

Più tardi Oscar Wilde, che ammirava postumamente Keats, visitò la sua tomba nel cimitero degli Inglesi all’ombra della Piramide Cestia a Roma e gli dedicò un Sonetto, conobbe la nipote del poeta e quando nel 1885 il figlio di Fanny Brawne, Herbert Lindo, mise all’asta trentacinque lettere d’amore di Keats scrisse un poema che iniziava cosi: 

“Queste sono le lettere che Endimione scrisse a colei che amava in segreto e a distanza.

E ora i chiassosi del mercato d’asta

contrattano e fanno offerte per ogni povero biglietto macchiato di inchiostro.

Sì! Per ogni singolo battito di passione

fissano il prezzo del mercante. 

Penso che non amino l’arte

coloro che infrangono il cuore di cristallo di un poeta”.

John Keats era nato a Londra il 31 ottobre 1795. Suo padre, Thomas Keats, era venuto dal nord del paese, dal Devonshire o dal Cornwall, e lavorava in una scuderia di un piccolo proprietario. Lui e la figlia del suo datore di lavoro, Frances Jennings, si sposarono ed ebbero cinque figli, uno morì in tenera età, gli altri, furono John, George, Tom e Fanny. 

L’inghilterra era allora alle soglie della rivoluzione industriale che avrebbe sconvolto tutto il mondo settecentesco, cancellando molti lavori che si potevano svolgere a casa, come i tessitori e i filatori a mano, gli artigiani di cose minute e provocò una grossa migrazione verso le cupe fabbriche di Londra e altre città industriali. Non fu solo un grande cambiamento economico ma di vita quotidiana: scompariva una società settecentesca che seppur dura era per certi versi più umana di quella capitalista.

Charles Dickens avrebbe ben descritto il nascente capitalismo nei suoi romanzi.

Tra la fine del 1700 e il 1805 ci furono anche le guerre con la Francia rivoluzionaria e poi bonapartista. 

Nel 1804 quando John Keats non aveva ancora compiuto nove anni suo padre morì per un incidente mentre stava rincasando a cavallo di sera tardi. Sua madre, sola con quattro bambini, si risposò ma fu un matrimonio fallimentare. Si ammalò di reumatismi che le causarono invalidità e nel 1810, amorevolmente assistita da John, morì di tubercolosi che era allora la malattia più diffusa e contagiosa.

John Keats a scuola da un reverendo era un bambino vivace, amante della giustizia e pronto a difendere gli inermi. Il suo primo biografo racconta come una volta, adolescente, vide un rozzo macellaio maltrattare un bambino e lo prese a pugni.

Verso i sedici anni incominciò ad interessarsi di letteratura e a diventare un lettore appassionato. Tra i suoi libri,  da adulto, vennero trovati Dante, raccolte di poesia, opere in italiano, una grammatica di francese e italiano.

Era appassionato dell’antica Grecia ma anche del Medioevo.

In campo religioso Keats era un agnostico rispettoso della fede cristiana.

Incominciò a far pratica da studente di medicina per diventare dottore, come era stato anche il poeta e commediografo tedesco Friedrich Schiller.

La medicina era allora agli esordi e si sapeva ben poco del corpo umano. Anche l’apprendistato per diventare medico o assistente chirurgo, come divenne Keats, appare oggi bizzarro.

Un suo biografo di fine ‘800 riporta che uno studente lo ricordava, anni dopo, come “un fannullone che bighellonava, sempre intento a scrivere poesie”.

Tuttavia quando ebbe il diploma di una delle poche professioni accessibili alla sua classe sociale Keats la abbandonò per dedicarsi alla poesia e perché temeva di compiere errori durante le operazioni.

L’Inghilterra stava vivendo uno dei suoi periodi più rigogliosi per l’arte poetica: Wordsworth e Coleridge avevano pubblicato le due versioni delle “Lyrical Ballads”, il libro che aveva dato l’avvio al Romanticismo. 

Keats incominciò a frequentare giovani poeti e letterati come Leigh Hunt (che molti anni dopo Dickens avrebbe ritratto nel discutibile personaggio di Harold Skimpole di “Casa desolata”) che gli fece conoscere Shelley.

Quando Shelley naufragò con una goletta tra Lerici e Viareggio nel 1822 gli venne trovato in tasca un volume di poesie di Keats.

Nel 1817, a soli 22 anni, Keats pubblicò la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Poems”. Aveva già pubblicato qualche poesia su delle riviste.

Essa venne ignorata dal pubblico e dalla critica eccetto una recensione positiva.

Nonostante ciò non si arrese e incominciò a scrivere “Endimione”, un poema in quattro parti che venne stroncato.

Fu un critico che coniò il termine diffamatorio ‘Scuola Cockney’ (cioè il dialetto di Londra) per indicare Leigh Hunt e la sua cerchia di cui faceva parte Keats. “Tale etichetta” scrisse uno dei primi biografi di Keats a fine 1800 “costituiva un attacco politico, rivolto a giovani scrittori ritenuti rozzi a causa della loro scarsa istruzione e dell’uso informale della rima. Non avendo frequentato Eton, Harrow o le università di Oxford e Cambridge, venivano giudicati incapaci di scrivere poesia di qualità”.

L’attacco quindi al libro di Keats era anche classista e politico. Keats e i suoi amici avevano idee politiche radical – il che potrebbe tradursi come di sinistra.

Anche la sua vita non era facile: il fratello Tom, un giovane alto, emaciato e biondo a differenza di lui che era bassino, con riccioli tra il castano e il rosso e bei occhi scuri, era gravemente ammalato di tubercolosi. Lui lo assistette a lungo e uscì stremato dalla morte di Tom. 

Aveva debiti, una situazione economica drammatica ma sentiva che sarebbe diventato un celebre poeta.

Keats, come era d’uso all’epoca, riuscì con un amico a fare un viaggio a piedi in Scozia, in Irlanda e un altro nel Lake District in Cumbria nel Northwest dell’Inghilterra dove cercò Wordsworth che abitava lì con la sorella Dorothy e che aveva già incontrato a Londra ma il celebre poeta non era in casa. 

Keats gli lasciò un gentile biglietto.

Era infatti un temperamento amabile e di buone maniere, molto legato al fratello George che nel frattempo era emigrato in cerca di fortuna in America e a sua sorella Fanny che viveva sotto la custodia di un tutore. 

Era molto attento ai piccoli dettagli, osservatore di ciò che gli altri non notavano e, a volte, si diceva, diventava improvvisamente taciturno e meditabondo.

Keats aveva scritto poco prima di andare a coabitare con un amico poeta, Brown: “Sono abbastanza sicuro che, se lo volessi, potrei diventare uno scrittore di successo; che non lo farò mai; ma, qualunque cosa accada, mi guadagnerò da vivere: detesto il favore del pubblico tanto quanto l’amore di una donna; entrambi sono melassa stucchevole che appesantiscono le ali dell’indipendenza”.

E come tutti i giovani che deridono l’amore era destinato ad incontrarlo.

Fanny Brawne è il grande e, per quanto si sappia, unico amore di Keats.

Lei e il poeta si incontrarono nel 1818. Da una prima descrizione che lui fece di lei non sembra che fosse rimasto particolarmente colpito tuttavia si dilungava un po’ troppo.

Fanny apparteva ad una famiglia borghese, non ricca ma neppure povera. Suo padre era deceduto quando lei era bambina, sua madre era una donna gentile e premurosa.

Amava vestirsi bene (era imparentata con l’uomo più elegante di Londra, Lord Brummel), disegnava e cuciva i suoi abiti da sola, suonava il piano, le piaceva leggere romanzi, andava alle feste, l’unico luogo dove una ragazza distinta potesse allora ballare e incontrare garbati ammiratori.

Keats detestava la vita mondana, i corteggiatori galanti, i modi affettati e manierati.

Lui era anche a disagio con le donne. Aveva scritto in una lettera che con gli uomini era disinvolto e a suo agio ma con le donne molto imbarazzato e desideroso di fuggire.

Ma con Fanny fu diverso perché Keats si innamorò perdutamente di lei e lei di lui.

Non sono rimaste le lettere di Fanny a Keats, come abbiamo detto, ma quelle di lui a lei (scritte durante un viaggio e poi come biglietti) e sono considerate il più importante carteggio sentimentale nella storia della poesia.

Anche quando Keats era più passionale restava sempre delicato.

Essi abitavano in due case adiacenti con un giardino in comune poi, dopo il terribile primo attacco di tubercolosi di lui, per un breve periodo nella stessa casa ma potevano vedersi, a causa del pericolo del contagio, solo pochi minuti o dalla finestra (Keats era preoccupato che Fanny potesse prendere freddo nella neve) o scambiare furtivi biglietti.

Gli amici di Keats prima e i critici (uomini) dopo che le lettere vennero pubblicate postumamente si scagliarono contro Fanny manifestando il più bieco maschilismo: Fanny non poteva essere la donna eletta amata da un poeta che gli aveva dedicato liriche meravigliose come “Lucente stella” (Bright Star), “I cry your mercy, pity, love – ay, love!’”, e le lettere….

Ecco alcuni brani: “Mia dolce ragazza, oggi vivo nel ricordo di ieri: sono rimasto completamente incantato per tutto il giorno. Mi sento in balia di te. Scrivimi anche solo due righe e dimmi che non sarai mai, mai meno gentile con me di quanto lo sei stata ieri. Mi hai stordito. Non c’è nulla al mondo di così luminoso e delicato”. 

E anche: “Il mio amore mi ha reso egoista. Non posso vivere senza di te”.

I rimproveri maschilisti di amici e critici verso Fanny erano:

1) Lei era una diciassette/diciottenne non particolarmente bella o attraente (secondo i canoni maschili). 

Fanny era una ragazza bruna, bassina, esile, con il naso aquilino ed uno sguardo intenso.

2) Fanny sapeva che Keats non avrebbe potuto sposarla perché lui era povero, pieno di debiti, con una assai incerta carriera di poeta ma non lo aveva respinto. 

In più lo aveva fatto ingelosire andando ai balli e avendo scambiato due parole innocenti con qualche militare galante che non mancavano mai ai balli (come ci racconta anche Jane Austen nei suoi romanzi) cosa che Keats, assai geloso, le rimprovò e di cui poi si pentì.

3) Eccetto qualche bacio il loro amore rimase casto. A Fanny venne rimproverato di essere stata virtuosa da una società in cui esserlo era la prima qualità di una fanciulla.

In realtà Fanny era innamorata di Keats, gli scriveva, gli fece dei piccoli doni, accettò l’anello che lui le aveva donato, sopportò i pettegolezzi e soprattutto voleva a tutti i costi partire con lui per Roma ma non le venne concesso.

Se Keats non fosse deceduto si sarebbero sposati.

Quando seppe della sua morte si tagliò i capelli (segno di rinuncia al mondo e della femminilità) e portò il lutto per anni.

Si sposerà solo parecchi anni dopo e avrà tre figli.

Anche nel bel film “Bright Star” diretto da Jane Campion che ha una accuratissima sceneggiatura e ricostruzione d’ambiente, Fanny viene tratteggiata come irritante e dispettosa anche se in realtà non possediamo elementi certi relativi al suo carattere.

Non essendo bellissima come Beatrice e Laura è stata situata tra le donne senza cuore come “La Belle Dame Sans Merci”, una ballata/poesia di Keats ispirata alla leggenda di Loreley sulla quale anche Heinrich Heine scriverà una lirica.

Vi sono, certo, donne così ma non sembra essere stata lei.

Nel 1925 la poeta e saggista americana Amy Lowell pubblicò una biografia su Keats con alcune lettere di un carteggio tra Fanny Brawne trentenne e Fanny Keats. Fanny Brawne sembra essere stata una donna gentile ed intelligente e non la volubile ed insignificante ragazza che era stata descritta dagli amici di Keats con cui egli si era infuriato per le loro insinuazioni.

Keats fu uno dei più grandi poeti mai apparsi in questo mondo. Il suo riconoscimento fu postumo e assai tardivo come sovente accade.

Oggi si associano al suo nome le parole “sensazione”, “sensualità”, “malinconia”, sì, questo c’è in Keats ma anche una profonda ispirazione poetica come in Hölderlin, acute intuizioni, una maturità sorprendente per i suoi verdi anni che condivide, seppure in modo assai differente, con il ribelle Rimbaud, poeta dai 17 ai 19 anni.

“Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” aveva scritto in una lettera.

Per Keats la poesia si sente attraverso i sensi, la poesia è esperienza.

da “Ode a un usignolo”:

“(…) Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi

Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:

La stanchezza, la malattia, l’ansia

Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,

Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,

Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,

Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore, (…)”.

Da “Isabella”:

“(….) Ed ella dimenticò le stelle, la luna e il sole,

dimenticò l’azzurro al di sopra degli alberi,

dimenticò la valli dove scorrono le acque,

dimenticò la fresca brezza autunnale;

ella non sapeva quando il giorno tramontava,

il nuovo mattino non vedeva

(…)”.

da “Endimione”:

“Una cosa bella è una gioia per sempre:

si accresce il suo fascino e mai nel nulla si perderà; sempre per noi sarà quieto rifugio e sonno pieno di dolci sogni e tranquillo respiro e salvezza (…)”.

da “Solitudine”

“(…) ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio (…)”.

Da “Ode su un’urna Greca”

“(…) Bellezza è verità, verità bellezza – questo solo

sulla terra sapete, ed è quanto basta”.

Il 1819, l’anno in cui il poeta era innamorato di Fanny, fu quello in cui compose i suoi capolavori. In una recente biografia Nicholas Roe sostiene che egli fosse allora dipendente dall’oppio (usato da poeti come De Quincey, Coleridge, Shelley).

Sir Andrew Motion, autore di un’altra biografia, sostiene che è una “ipotesi senza alcun fondamento” (The Guardian 2012).

Keats ha anche involontariamente influenzato la psicoanalisi: Wilfred Bion, noto psicoanalista, ha maturato la teoria e il nome della Negative Capability (Capacità Negativa) che sarebbe, sintetizzando, l’attitudine dello psicoanalista verso il paziente da una lettera di Keats ai suoi fratelli su Shakespeare. Egli scriveva: “L’eccellenza di ogni arte sta nella sua intensità, capace di far svanire ogni cosa sgradevole, poiché è in stretta relazione con la Bellezza e la Verità; la ‘capacità negativa’, ovvero quando l’uomo è capace di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza cercare con impazienza fatti e ragioni…”.

Nel 1820 egli pubblicò il suo terzo ed ultimo libro intitolato “Lamia, Isabella, The Eve of St. Agnes e altri poemi”.

Negli stessi anni anche un altro grande, misconosciuto poeta italiano scriveva in una provincia delle Marche le sue meravigliose liriche, Giacomo Leopardi.

Keats morì a 25 anni a tarda sera del 23 febbraio 1821 assistito da Joseph Severn.

Sulla sua tomba venne scritto: 

“Questa tomba racchiude tutto ciò che era mortale di un giovane poeta inglese,

il quale, sul letto di morte,

nell’amarezza del suo cuore,

di fronte al potere malvagio dei suoi nemici,

desiderò che queste parole fossero incise sulla sua lapide:

Qui giace colui il cui nome era scritto sull’acqua (Here Lies One Whose Name Was Writ In Water)”.

……..

Bibliografia:

Opere di Keats:

• Lucente stella. Poesie scelte

di John Keats (Feltrinelli, 2022)

• Poesie (Einaudi)

• Lettere sulla poesia, con una prefazione di Nadia Fusini (Oscar Mondadori)

• La valle dell’anima: Lettere scelte 1815-1820 (Adelphi)

• So Bright and Delicate: Love Letters and Poems of John Keats to Fanny Brawne (Penguin Classics) prefazione di Jane Campion

• Complete Works of John Keats (Delphi Poets) 

Suzie Grogan John Keats: Poetry, Life & Landscapes 

Esistono varie biografie sul poeta in lingua inglese. 

Secondo un articolo su The Telegraph (2024) Keats, Wordsworth e Shelley sono stati accusati di misoginia nelle loro opere da una università inglese. Keats per la poesia “La Belle Dame Sans Merci” che, a mio parere, non contiene nulla del genere. 

Egli è stato amato da Yeats, Borges e Julio Cortázar ha scritto un libro particolare intitolato “A passeggio con Keats”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Festival “Il libro possibile” – XXV edizione Luglio 2026: intervista alla Direttrice Artistica Rosella Santoro, di Rita Mele

Verso un nuovo Umanesimo: i 25 anni del Libro Possibile

Un quarto di secolo tra dialogo, libertà e la bellezza di una casa comune

Esistono luoghi dove la parola scritta non resta confinata tra le pagine, ma si fa vento, mare e comunità. Il Festival Il Libro Possibile taglia il prestigioso traguardo del quarto di secolo, confermandosi non solo come uno degli appuntamenti culturali più attesi del panorama italiano, ma come un vero e proprio laboratorio di pensiero mediterraneo.

Nato nel cuore della Puglia e capace di espandersi fino alle capitali europee, il Festival ha saputo mantenere intatta una rara virtù: la capacità di coniugare il rigore della riflessione con la solarità dell’incontro. In occasione della presentazione della XXV edizione, ospitata al Circolo della Vela di Bari, abbiamo incontrato la direttrice artistica Rosella Santoro. Tra le righe di questo fuori onda, emerge la visione di un evento che sceglie la via della leggerezza calviniana per solcare le acque agitate della complessità contemporanea, ricordandoci che restare umani, oggi, è l’impresa più coraggiosa e possibile che ci sia rimasta.

La direttrice artistica ha ripercorso con noi rapidamente la storia di un festival che ha saputo contribuire a trasformare il territorio pugliese in un epicentro culturale internazionale, senza mai perdere di vista la sua missione originaria: rimettere l’uomo al centro del dialogo.

Venticinque anni e non li dimostra. Come descriverebbe oggi Il Libro Possibile? Un festival ancora giovane o una realtà ormai matura?

Più che giovane, direi che è un festival maturo. Un quarto di secolo è un traguardo importante: rappresenta una storia densa, fatta di evoluzione culturale e territoriale. Il Libro Possibile ha accompagnato e sostenuto l’affermazione della Puglia, dimostrando che la nostra regione non è solo una meta turistica per le bellezze paesaggistiche, ma una fucina di proposte culturali di rilievo. La nostra tappa consolidata a Londra, alla seconda edizione,  in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la London Book Fair, sottolinea proprio questa proiezione internazionale: siamo un ponte tra il Mediterraneo e le grandi capitali europee della cultura.

Il Festival sembra vivere ben oltre i giorni della rassegna. Qual è il segreto di questo legame costante con il pubblico, specialmente quello più giovane?

Il nostro è un percorso convinto e continuo. Lavoriamo undici mesi l’anno con attività che coinvolgono tutti, dai bambini agli adulti. Il segreto risiede nel clima culturale che creiamo: cerchiamo di affrontare i grandi temi del presente con quella leggerezza di matrice calviniana, che non è superficialità ma capacità di planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore. Offriamo spunti di riflessione eterogenei, accogliendo punti di vista anche molto distanti tra loro. In un momento storico difficile come quello attuale, crediamo fermamente che per affrontare la complessità del presente servano dialogo, lettura e riflessione.

Parole come pace, libertà e umanesimo ricorrono spesso nel vostro manifesto. In che modo il libro può ancora farsi portavoce di questi valori?

Il nostro obiettivo è la costruzione di una comunità che cammini insieme verso valori condivisi: la dignità della persona, la pace e un nuovo umanesimo. Per noi del Libro Possibile il nuovo umanesimo è tale se sa abbracciare il progresso economico, tecnologico e scientifico, mantenendo però il focus sull’essere umano. Un uomo che non deve esercitare una posizione di dominio — né sull’ambiente, né sulla natura, né sulle altre popolazioni — ma che impari finalmente ad abitare la nostra casa comune.

La XXV edizione si preannuncia ricchissima. Come stimoliamo i lettori de Il Randagio a raggiungervi quest’anno nelle attraenti tradizionali località pugliesi di Polignano e Vieste, e nella tappa new entry di Irsina?

Con oltre 300 ospiti nazionali e internazionali, il palinsesto è un ecosistema di stimoli. Tra gli autori bestseller internazionali e nazionali si avvicenderanno Javier Castillo, Geoff Dyer, Eshkol Nevo, Stefania Auci, Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni. E siamo pronti a dedicare uno degli eventi in programma all’atteso Premio Strega 2026. L’invito che rivolgo ai lettori de Il Randagio è quello di consultare il programma non come un calendario di eventi, ma come una mappa di navigazione. Ognuno può e deve crearsi un percorso di lettura personalizzato in base alle proprie curiosità, o lasciarsi provocare da argomenti nuovi e posizioni inedite ascoltando autori distanti dal proprio sentire.

In fondo, il Libro Possibile è tale perché permette a ogni lettore di diventare, idealmente, l’autore del proprio libro esistenziale.

Esattamente. Ognuno diventa autore della propria formazione, dei propri interessi e delle proprie possibilità. Il libro è lo strumento, ma il fine resta sempre la libertà di pensiero del singolo all’interno della comunità.

In bocca al lupo al Libro Possibile e buona lettura

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare