Sono del Sud, ma lo conosco, il Sud?
È un interrogativo che sento scorrere dentro di me. Io, figlia di baresi con una nonna materna salentina, un nonno materno napoletano, una nonna paterna foggiana e un nonno paterno barese, porto questo intero arcipelago di geografie nel sangue, un incrocio di lingue, accenti e parlate diverse. Eppure, proprio io che in questa terra affondo radici così ramificate, mi sono posta questa domanda continuamente, pagina dopo pagina, durante tutta la lettura de La fabbricante di isole. Con questo romanzo, Antonella Cilento — scrittrice, drammaturga e insegnante, il cui cammino letterario è iniziato come finalista al Premio Italo Calvino per gli esordienti nel 1997 con il romanzo inedito Ora d’aria — torna a occuparsi di isole dopo Isole senza mare del 2009. E ci torna in veste di ‘fabbricante’, accogliendo l’invito dell’editore, Mauro Daltin: ‘Perché non scrivi un libro sull’anima del Sud?’. È da questo input che prende corpo La fabbricante di isole. Viaggio dentro l’immaginario del Sud, pubblicato da Bottega Errante Edizioni il 26 agosto scorso. Un’opera che scopriamo organizzarsi attorno a una partitura scenica: il testo segue un andamento teatrale, dove l’indice si fa mappa della rappresentazione. C’è un antefatto e una conclusione, un prologo e un epilogo che sulla pagina assumono i nomi nudi e netti di ‘PRIMA’ e ‘DOPO’, intervallati da 15 scene o meglio itinerari attraverso il Sud.
Un attimo prima che il sipario si alzi e che il viaggio dell’autrice con noi lettori da un angolo all’altro del Sud inizi, la Cilento si confessa con una lucidità disarmante e si sbilancia con una promessa che manterrà sino alla fine del libro: ‘Insomma, mi sono cacciata, come spesso mi capita, in un guaio: ho accettato l’invito di Mauro e non mi resta che evocare il mio Sud. Se non sarà un’oleografia fra tante, una fake news, sarà forse poesia’.
Ed è proprio dentro le maglie di questo ‘guaio’ poetico che la richiesta iniziale — lo conosco davvero, il Sud? — si trasforma in un dubbio pervasivo che accompagna, immutato, lo spettatore-lettore dall’apertura del sipario fino al suo congedo. Un tarlo che rievoca un Mezzogiorno profondo anche in quei lettori che sono del Sud ma scoprono di non conoscerlo, proprio come me, e che fa risuonare nella memoria il verso di un altro figlio della stessa terra, Vittorio Bodini, quando ammoniva: ‘Tu non conosci il Sud, le case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia d’un dado’. Il margine di fantasticheria della ‘fabbricante di isole’ è ridotto all’essenziale: la cruda realtà del Meridione supera qualunque idealizzazione. Non basta vedere le isole e riconoscerle sulle mappe; la Cilento ricorre alle sue arti letterarie per compilare un atlante vivente, in cui alla forma geografica delle coste e delle terre aggiunge lo spessore dell’antropologia, dei costumi, della psicologia e della sociologia. Tutto quello che rende queste isole viventi al di sopra di tutto. Un’operazione, quella della Cilento, che riscatta il Mezzogiorno restituendogli – per usare le parole del sociologo barese Franco Cassano nel suo manifesto Il pensiero meridiano – ‘l’antica dignità di soggetto di pensiero’, interrompendo finalmente la lunga sequenza in cui il Sud è stato soltanto narrato da sguardi esterni.
Attraversare con l’autrice l’arcipelago che rivela i contorni sotto la sua penna è come guardarlo attraverso un caleidoscopio, un cosmorama. Lo strumento ottico ‘fabbricato’ dall’autrice mostra le forme cangianti che il Mezzogiorno assume sotto i nostri occhi: geometrie, luci, sfumature, sovrapposizioni e intarsi.

Uno spettro infinito che si compone di parola in parola. Che dire poi delle atmosfere, degli spazi emotivi, delle memorie personali che scopriamo essere condivise? Che dire dei sapori, degli odori, delle storie, dell’arte e delle musiche che condiscono questa narrazione esperta e appassionata? Più volte, nel corso della lettura, viene da dirsi con slancio: questo è un manuale di educazione civica. Un’opera civile, uno strumento necessario per i giovani e fondamentale per i non più giovani, utile a prendere le misure e conoscere la consistenza di una comunità che continua a rendere possibile l’Italia per differenza. La differenza tra un Nord che si affanna ad esserlo e un Sud che non sa pienamente di esserlo. Ci ritroviamo tra le mani un romanzo sui generis che è un libro pop-up: fabbrica elementi tridimensionali pronti ad alzarsi e conformarsi sfogliando le pagine. È abitato da mirabili visioni come un imaginarium, un libro ottico che, pagina dopo pagina, chiede ai lettori di confermare la propria umanità. Come quando sulle pagine virtuali appare il Captcha ‘Confirm humanity / Non sono un robot’ — quel controllo che serve a verificare se a navigare sia un utente in carne e ossa oppure un software automatico — le pagine della Cilento fanno esattamente lo stesso. Esige da noi lettori il superamento di un test biologico e spirituale, costringendoci a guardare attraverso il suo taumatropio per vedere girare le meraviglie del Sud. Dove le meraviglie sono belle, ma sanno essere anche crude e dolorose. E dove ai sogni sognati si accompagnano sogni ancora sognabili anche da chi credeva di non poterlo fare più.
Leggiamo e scopriamo che la Cilento ha ‘fabbricato’ una guida per viaggiatori nel tempo e nello spazio di questo arcipelago, mai una guida turistica o commerciale. Una guida alternativa che filtra la realtà attraverso il mito: non dice dove mangiare la migliore mozzarella o a che ora aprono i musei, ma racconta l’archetipo dietro un muretto a secco della Puglia, il silenzio immobile dei calanchi lucani o la stratificazione di un vicolo di Napoli. Mette al centro le persone e le loro storie, le arti e gli artisti, la storia, i riti religiosi e sociali e, all’estremo Sud del libro fabbrica persino un’Isola bibliografica che riprendendo i fili snodati nelle 230 pagine precedenti, li riannoda per ricostituire trama e ordito nell’infinito ramificarsi di informazioni incrociate sul Sud e i suoi numerosi e variegati interpreti. Quello che arriva a noi lettori è una insolita e inaspettata mappa del Sud che in filigrana ci fa vedere l’invisibile: un eserciziario per gli occhi che spinge a perdersi, a decifrare la luce accecante e a capire che il Sud non si visita, si ‘sente’. Antonella Cilento moltiplica la sua voce e ci fa dislocare, imponendo salti mentali ed emozionali. Saltella da un angolo di Sud all’altro, ci spianta per ripiantarci altrove e poi farci tornare lì da dove eravamo partiti. Apre i cassetti della memoria di uomini e donne del Sud, compresi i suoi familiari, e ci trova dentro poesie, arti, storia e ricordi che erano rimasti custoditi nel buio, esattamente come l’intero universo poetico chiuso nella casa rifugio di Emily Dickinson. E le donne appunto, quelle del Sud, sono l’epicentro di questa ricognizione: donne che hanno abitato in un ingiusto esilio narrativo e che ora, grazie alla fabbricante di isole, si riprendono lo spazio.
Certo, camminando a Napoli con l’autrice per via Orazio a Posillipo sperimentiamo lo sconcerto di una ‘bellezza inutile’, quella di appartamenti super panoramici con le imposte sbarrate, laddove la bellezza dovrebbe scuotere fin nel midollo, come l’Amore. E non possiamo nemmeno sottrarci al caos napoletano che scopriamo essere in realtà regola. E l’autrice lo fa dire da Quirante Rives che ci si trova davanti a ‘una Napoli perfettamente assestata e geometrica, esatta e necessaria come una proporzione di Spinoza’.
La Cilento butta giù false credenze e finzioni sul Sud sotto i nostri occhi e ci fa sognare insieme a lei di rifabbricare il vero Sud, anche quello più nascosto e misconosciuto. Dopotutto, com’è che non ce ne siamo accorti prima? La fabbricante di isole è un sogno e l’autrice non lo nasconde. Lo dice, lo ripete, scrivendo una sceneggiatura in cui le parole ‘isola’ e ‘sogno’ ritornano come battiti di un metronomo invisibile. E forse solo per differenza, alla fine di questo viaggio onirico, eppure sinestetico, a romper il velo di Maya è il suo Easter Egg finale che svela la sorpresa più paradossale del romanzo. Un errore volontario, un depistamento, proprio come nei sogni: qualcosa che non c’entra niente con la realtà descritta sin lì, eppure è tutt’uno con l’identità dell’autrice e del suo Sud fabbricato. Funziona come l’esodo della tragedia greca, il deus ex machina che cala sulla scena quando i personaggi non hanno più vie d’uscita.
In questa architettura teatrale di scatole cinesi, itinerari e illusioni, che ci ha portati sin qui, la Cilento chiude il sipario con una visione che evoca potentemente la giovinezza mitica di Parthenope vista recentemente nella versione cinematografica di Paolo Sorrentino, ma la declina in un bizzarro, quotidiano calembour: la sirena non abita più i flutti di Posillipo, ma è una ‘creatura reale e incongrua che abita nel cassetto delle mutande e dei calzini di Marina, nutrita a formaggini e barrette energetiche’. Una ‘cosa che sa ogni storia, la brutta gallina che puzza di pesce e ha la faccia da vecchia barbuta’. Attraversare questo cortocircuito ironico significa scoprire che se il Sud è storicamente ‘il cimitero delle sirene’, a volte la meraviglia esce dalle uova del supermercato. È l’epifania di un Mezzogiorno surreale in cui d’ora in avanti ‘il mondo sorride in ogni lingua e con tutti i sogni che è capace di sognare’.
Nell’ultimo capitolo del romanzo, nel DOPO a solo trenta pagine prima dell’Easter egg, l’autrice ci ha fatto sentire quanto al Sud la spietatezza si fa totale: ‘Intorno a noi l’inferno, spesso colorito, arde. Ci sono ossesse, indemoniati, diavoli di seconda mano e disgraziati privi d’anima. Il Mediterraneo, che pare una scodella, è immenso, illusorio e abitato’. La Cilento lo scrive con durezza, ma per puro contrappunto si salva e salva noi lettori ricordandoci il potere del sogno. Ci esorta a cercare il Sud lì dove siamo e, come scrive Giuseppe Montesano, a restare vive, restare vivi.
Ed è qui che le parole dell’autrice sigillano la fine del percorso: ‘Dunque, anche queste pagine sono un’isola. Il tempo per leggerle è un’isola, un piccolo arcipelago rubato, ora dopo ora, a giorni distratti e affollati. Stanotte, se sognando il Sud capiteremo su un’isola, saremo gentili con il mare e con le piante, con gli animali e con la terra: siamo solo un sogno di questo azzurro pianeta’.
Davanti a questo congedo, a noi lettori monta dentro l’onda. Un’onda che lambisce l’isola della nostra memoria, il cui vento favorevole evoca, inevitabilmente, quel duca di Milano esiliato su un’isola abitata da spiriti. Proprio lì, sulla soglia di quella grotta in cui riunisce tutti i personaggi della storia per l’atto conclusivo, Prospero pronuncia il suo monologo più celebre nel grande dramma shakespeariano La tempesta. Non è un caso che quel dramma seicentesco che ci sovviene sia ambientato su un’imprecisata isola del Mediterraneo, lo stesso specchio d’acqua illusorio navigato dalla Cilento e da noi lettori. Risvegliati dal taumatropio della scrittura, scopriamo che ‘siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita’.
Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare









