Maria La Tela: “Nel nome tuo” (Ventanas, 2026), di Rita Mele

 L’esordio che porta la ferita transgenerazionale nella lingua

Cosa abbiamo in comune noi de Il Randagio con l’autrice Maria La Tela? La passione per i libri e la letteratura? Sì, e poi cos’altro? L’amore per Napoli, ma certo. Può bastare? No, perché il forte anello di congiunzione è Italo Calvino. Se il 15 ottobre 2023, a cento anni dalla nascita dello “scrittore invisibile”, nasceva la nostra rivista letteraria, pochi mesi dopo, a giugno del 2024, il romanzo inedito Nel nome tuo di Maria La Tela viene scelto come finalista della XXXVII edizione del Premio Calvino.  

Oggi, dopo aver letto in un crescendo di trasporto emotivo le 324 pagine scandite da Maria La Tela nella sua lingua matura, incandescente e lavica, cerchiamo le parole che siano capaci di portare ai nostri lettori randagi la ricchezza narrativa del romanzo appena pubblicato nella collana Parole, da Ventanas, l’editrice indipendente, con il debole per gli argomenti forti e originali di prove letterarie moderne e di classici dimenticati. 

Il romanzo si apre al lettore con un esergo di Amelia Rosselli, ‘Poeta della ricerca’ che ha inventato la lingua nuova del dolore. Per noi ha funzionato come una dichiarazione della poetica intima che percorre l’intero romanzo: Lo scritto che in me è folle risponde a tutto questo dolore con parole sempre spero sempre vere. Suona come un avvertimento: la lingua di Maria La Tela che incontreremo nella concatenazione di storie sarà una lingua ferita, una lingua che tenta di dire ciò che non si può dire, una lingua che non consola ma rivela. Come Rosselli, La Tela sembra scrivere dal margine della coscienza, dove il trauma esistenziale non è un tema ma una forma, un abito, della vita stessa.

E come Tolstoj, che in apertura di Anna Karenina scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, La Tela ci porta dentro un’infelicità familiare che non è mai generica, mai astratta: è un dolore incarnato, genealogico, irripetibile, che si trasmette come un’eredità emotiva.

In questa spaziatura trova posto naturale il titolo, Nel nome tuo, che ha l’impronta e la forza di una formula liturgica rovesciata. Non invoca il divino – i lettori se ne accorgeranno – ma la genealogia ferita da cui Teresa, la protagonista, proviene. È un titolo che suona come un atto d’accusa e insieme come una preghiera: tutto ciò che Teresa vive, lo vive nel nome di chi l’ha preceduta. È un titolo che, come il romanzo tutto, parla di colpa, di eredità, di un perdono impossibile. E che restituisce alla storia narrata, la sua natura più profonda: un rito di passaggio in cui la protagonista tenta — lasciamo a voi scoprire se ci riuscirà — di sciogliere il nodo che la lega alla sua linea femminile di discendenza: la madre, la nonna, la balia, e tutte le donne che l’hanno generata, affiancata e ferita.

Il romanzo che ci ha avvinti alle pagine è costruito come un rito a cui non è facile sottrarsi. Nell’architettura tripartita dell’indice, i titoli non sono semplici etichette, ma categorie di una liturgia morale che i lettori seguiranno e ritroveranno espanse nel testo — dell’odio, della purezza, del suo stesso sangue. 
Essenziale e spoglio, suggerisce che il romanzo non è una sequenza di capitoli, ma un unico movimento emotivo in tre tempi: come una tragedia antica o una partitura teatrale.

La Tela costruisce un mondo narrativo che procede per accumulo di tensioni, come se la casa gialla, scenario campano isolato in un Sud arcaico dove la storia si dipana tra gli anni Venti e il Secondo Dopoguerra, trattenesse il fiato insieme ai suoi personaggi. La struttura è compatta, coerente, necessaria: ogni scena è un tassello di un destino che si va compiendo.

La costellazione dei personaggi gravita in ambientazioni meridionali riconoscibili, ma nominate con fantasia come a tracciare una mappa di non luoghi, eppure autenticamente connotati da povertà, religiosità, rigidità.

La casa gialla è un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove il mondo esterno entra solo come eco o minaccia.

Tra i personaggi e i protagonisti del romanzo prevale la componente femminile, come se la genealogia del trauma transgenerazionale che percorre la storia, potesse trasmettersi solo attraverso i corpi delle donne:

Maria, la madre morta di Teresa e Amalia, origine della ferita; Teresa, la protagonista; Amalia, la sorella minore; Erminia, la nonna materna; Luciè, la balia e altre numerose donne tutte egualmente cruciali nei diversi snodi temporali e narrativi del romanzo.

Accanto a loro, non mancano le figure maschili, ridimensionate per lo più in profili marginali o prepotenti: Salvatore, il padre, un uomo che sopravvive più che vivere; l’uomo calvo, presenza simbolica, più sintomo che personaggio, Rafele, Michele, David, Domenico, Gaetano.

La Tela costruisce con metodo un universo in cui la trasmissione del dolore è un fatto materno, mentre gli uomini restano ai margini, incapaci di interrompere o comprendere il ciclo di colpa e ripetizione.

La Tela costruisce un romanzo che sembra ispirarsi direttamente al lessico psicoanalitico, pur senza mai dichiararlo o indugiare in esso. La casa gialla la racconta appunto come il luogo della scena primaria, dove il trauma originario — la morte della madre — si imprime nel corpo di Teresa prima ancora che nella sua memoria.
L’odio verso la sorellina Amalia, più piccola di lei di cinque anni, si può leggere come una forma di spostamento, un modo per colpire ciò che resta quando l’oggetto d’amore è perduto.
Luciè, la balia incarna il meccanismo della ripetizione del trauma: ciò che non è stato elaborato ritorna, si reincarna, si trasmette.

La lingua di Maria La Tela, spezzata, giustapposta, non subordinata, è la lingua di chi cresce in un Sud dove non si parla, dove il dolore non si elabora, dove le donne tramandano ferite più che parole.
È la lingua di Teresa, che non ha accesso alla complessità dell’ipotassi; la lingua delle donne della casa gialla, che parlano per sopravvivere più che per comprendere; la lingua del trauma, che procede per lampi e non per spiegazioni. E Teresa, che vive in un mondo dove nessuno nomina davvero ciò che accade, sviluppa un bisogno muto ma potentissimo: il bisogno di perdono. Un perdono che non sa chiedere, che non sa nominare, ma che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea.

La vita di Teresa è puntellata da una presenza ricorrente nella storia che è come un’ombra isolata e invisibile al resto del mondo: l’uomo calvo. Appare più volte, in momenti diversi della crescita di Teresa, come un sintomo che ritorna, come un segnale che la realtà sta cedendo sotto il peso del trauma, come una serie di epifanie che preparano il lettore al culmine della rivelazione finale. La figura dell’uomo calvo, ci fa tornare in mente altri personaggi e temi letterari incontrati in Kafka, Morante, la stessa Rosselli e nella scrittura teatrale di Emma Dante: il giudice muto, il trauma che prende corpo, la follia come linguaggio, il sacro inquietante. Lasciamo scoprire ai lettori randagi quali altri significati si concentrano in quella presenza muta e immobile dell’uomo calvo che non assolve e non condanna: esiste.

Il romanzo di Maria La Tela, nella sua inequivocabile ambientazione storico-geografica, dialoga non solo con la tradizione italiana, ma anche con alcune grandi autrici straniere che hanno esplorato il trauma familiare e la trasmissione intergenerazionale del dolore. Pensiamo a Toni Morrison che in Beloved fa prendere corpo al trauma nello spazio domestico; Alice Munro che riduce il dramma ai dettagli minimi e ai gesti quotidiani e domestici; Annie Ernaux la cui lingua è insieme personale e politica. Nel nome tuo è il contenitore parlante di un microcosmo sociale dove il trauma individuale è anche collettivo. E la lingua con cui Maria La Tela rende il suo esordio sorprendente è una lingua che incide e scolpisce le scene sino a farcele sentire respirare. La sua prosa è scarna ma non povera, densa ma non barocca, ritmica ma mai compiaciuta. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima che dalla mente: una lingua che trema, che trattiene il fiato, che si spezza nei punti in cui il dolore non può essere detto. La Tela lavora per sottrazione, eliminando l’ornamento, asciugando il dialogo, lasciando che siano i gesti a parlare. In ogni passaggio costruisce scene come quadri teatrali affidando alla sintassi la tensione emotiva. La paratassi è il tatuaggio delle sue pagine: frasi brevi, giustapposte, subordinazione ridotta al minimo, costruiscono un ritmo che è insieme corporeo e psichico. È una lingua che non spiega, ma espone; che non interpreta, ma mostra; che non consola, ma incide.
La sua paratassi non semplifica: intensifica. Ogni frase è plastica come un gesto. Ogni gesto è un taglio sulla pagina, come nelle tele di Lucio Fontana che aprono varchi nello spazio infinito. Ogni taglio è una rivelazione. Quella paratassi nasce anche dall’ambientazione scelta dall’autrice, un Sud dove la parola è scarna, dove il dolore è muto, dove le donne parlano per necessità e non per stile.

Azzardare una previsione sul futuro di un’autrice è sempre rischioso, ma nel caso di Maria La Tela il rischio è minimo. Nel nome tuo non è un esordio promettente, è un esordio compiuto. La sua è una voce che resterà perché ha già tutto ciò che serve per durare: è riconoscibile, è ispirata da un immaginario coerente, è capace di tenere insieme corpo, lingua, dolore e verità, usa una struttura narrativa solida, si alimenta con radici culturali forti ma non folkloristiche, fa risuonare con sensibilità le ferite transgenerazionali.

Se La Tela continuerà a lavorare su questa linea del corpo, della memoria, della casa come teatro del trauma, è molto probabile che diventi una delle voci più interessanti della narrativa italiana dei prossimi anni. Non perché piacerà genericamente, ma perché ha qualcosa da dire. E lo dice con una lingua che non assomiglia a nessun’altra.

Nel nome tuo è un romanzo che non si limita a raccontare. Lo abbiamo letto ascoltando la ferita da cui nasce. Lo fa con una voce nuova, necessaria, capace di trasformare il dolore in forma e spazi riflessivi. È un libro che si sente. In un panorama narrativo spesso dominato dall’urgenza del presente, La Tela sceglie la profondità del passato, la genealogia, la memoria, il corpo. E ci ricorda che la letteratura serve a vedere e a sentire e che queste esperienze sono già una forma di salvezza, per l’autore e per il lettore.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Festival “Il libro possibile” – XXV edizione Luglio 2026: intervista alla Direttrice Artistica Rosella Santoro, di Rita Mele

Verso un nuovo Umanesimo: i 25 anni del Libro Possibile

Un quarto di secolo tra dialogo, libertà e la bellezza di una casa comune

Esistono luoghi dove la parola scritta non resta confinata tra le pagine, ma si fa vento, mare e comunità. Il Festival Il Libro Possibile taglia il prestigioso traguardo del quarto di secolo, confermandosi non solo come uno degli appuntamenti culturali più attesi del panorama italiano, ma come un vero e proprio laboratorio di pensiero mediterraneo.

Nato nel cuore della Puglia e capace di espandersi fino alle capitali europee, il Festival ha saputo mantenere intatta una rara virtù: la capacità di coniugare il rigore della riflessione con la solarità dell’incontro. In occasione della presentazione della XXV edizione, ospitata al Circolo della Vela di Bari, abbiamo incontrato la direttrice artistica Rosella Santoro. Tra le righe di questo fuori onda, emerge la visione di un evento che sceglie la via della leggerezza calviniana per solcare le acque agitate della complessità contemporanea, ricordandoci che restare umani, oggi, è l’impresa più coraggiosa e possibile che ci sia rimasta.

La direttrice artistica ha ripercorso con noi rapidamente la storia di un festival che ha saputo contribuire a trasformare il territorio pugliese in un epicentro culturale internazionale, senza mai perdere di vista la sua missione originaria: rimettere l’uomo al centro del dialogo.

Venticinque anni e non li dimostra. Come descriverebbe oggi Il Libro Possibile? Un festival ancora giovane o una realtà ormai matura?

Più che giovane, direi che è un festival maturo. Un quarto di secolo è un traguardo importante: rappresenta una storia densa, fatta di evoluzione culturale e territoriale. Il Libro Possibile ha accompagnato e sostenuto l’affermazione della Puglia, dimostrando che la nostra regione non è solo una meta turistica per le bellezze paesaggistiche, ma una fucina di proposte culturali di rilievo. La nostra tappa consolidata a Londra, alla seconda edizione,  in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la London Book Fair, sottolinea proprio questa proiezione internazionale: siamo un ponte tra il Mediterraneo e le grandi capitali europee della cultura.

Il Festival sembra vivere ben oltre i giorni della rassegna. Qual è il segreto di questo legame costante con il pubblico, specialmente quello più giovane?

Il nostro è un percorso convinto e continuo. Lavoriamo undici mesi l’anno con attività che coinvolgono tutti, dai bambini agli adulti. Il segreto risiede nel clima culturale che creiamo: cerchiamo di affrontare i grandi temi del presente con quella leggerezza di matrice calviniana, che non è superficialità ma capacità di planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore. Offriamo spunti di riflessione eterogenei, accogliendo punti di vista anche molto distanti tra loro. In un momento storico difficile come quello attuale, crediamo fermamente che per affrontare la complessità del presente servano dialogo, lettura e riflessione.

Parole come pace, libertà e umanesimo ricorrono spesso nel vostro manifesto. In che modo il libro può ancora farsi portavoce di questi valori?

Il nostro obiettivo è la costruzione di una comunità che cammini insieme verso valori condivisi: la dignità della persona, la pace e un nuovo umanesimo. Per noi del Libro Possibile il nuovo umanesimo è tale se sa abbracciare il progresso economico, tecnologico e scientifico, mantenendo però il focus sull’essere umano. Un uomo che non deve esercitare una posizione di dominio — né sull’ambiente, né sulla natura, né sulle altre popolazioni — ma che impari finalmente ad abitare la nostra casa comune.

La XXV edizione si preannuncia ricchissima. Come stimoliamo i lettori de Il Randagio a raggiungervi quest’anno nelle attraenti tradizionali località pugliesi di Polignano e Vieste, e nella tappa new entry di Irsina?

Con oltre 300 ospiti nazionali e internazionali, il palinsesto è un ecosistema di stimoli. Tra gli autori bestseller internazionali e nazionali si avvicenderanno Javier Castillo, Geoff Dyer, Eshkol Nevo, Stefania Auci, Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni. E siamo pronti a dedicare uno degli eventi in programma all’atteso Premio Strega 2026. L’invito che rivolgo ai lettori de Il Randagio è quello di consultare il programma non come un calendario di eventi, ma come una mappa di navigazione. Ognuno può e deve crearsi un percorso di lettura personalizzato in base alle proprie curiosità, o lasciarsi provocare da argomenti nuovi e posizioni inedite ascoltando autori distanti dal proprio sentire.

In fondo, il Libro Possibile è tale perché permette a ogni lettore di diventare, idealmente, l’autore del proprio libro esistenziale.

Esattamente. Ognuno diventa autore della propria formazione, dei propri interessi e delle proprie possibilità. Il libro è lo strumento, ma il fine resta sempre la libertà di pensiero del singolo all’interno della comunità.

In bocca al lupo al Libro Possibile e buona lettura

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Maria Teresa Rovitto: “L’aneddoto dei calchi” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro. 

La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista. 

Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto. 

Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’. 

Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria. 

In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

L’autore sul lettino: Leonardo Mendolicchio per “Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità” (Mondadori, 2026), di Rita Mele

L’AUTORE SUL LETTINO

Sostare tra le parole.

Esistono libri che leggiamo per trovare conferme e libri che, invece, agiscono come atti analitici: ci pongono domande che non sapevamo di avere. La rubrica de Il Randagio nasce per accogliere gli Autori con le loro opere su un metaforico ‘lettino analitico’ in uno spazio di sospensione e ascolto. Non una recensione quella che proponiamo ai nostri lettori, ma una scansione: un modo per guardare tra le righe, oltre la trama.

Cercando cosa?

Vogliamo rintracciare il desiderio che pulsa sulla pagina, nella scrittura dell’autore. Un libro, per noi, non è un oggetto inerte ma un corpo vivo. Sotto la superficie della carta e l’eleganza della forma, batte la spinta vitale che ha portato l’autore a scrivere: quel misto di urgenza, paura e speranza che spesso sfugge persino a chi tiene la penna in mano o usa la tastiera. Noi de Il Randagio cerchiamo quel battito, il punto in cui la scrittura smette di essere mestiere e diventa ‘esserci’, ‘raccontarsi’.

In questo spazio randagio, l’Autore non viene per spiegare, ma per testimoniare. Lo invitiamo ad accomodarsi e a rallentare, lasciando che le parole emergano con il loro peso autentico. A seconda del libro e dell’autore che presenteremo, cambieremo la lente della nostra indagine — oggi cominciamo col prendere in prestito quella di Lacan, domani ricorreremo a quella Freud, poi di Jung e via così — perché ogni verità raccontata richiede lo strumento di analisi più appropriato.

L’AUTORE

Leonardo Mendolicchio è medico psichiatra e psicoanalista di orientamento lacaniano. Membro della Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP) e della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP), è attualmente Direttore dell’Unità Operativa Complessa per la Riabilitazione dei DCA presso l’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo. Noto al grande pubblico per la sua partecipazione alla docuserie di Rai3 Fame d’amore, ha saputo portare la profondità del pensiero analitico nel cuore del dibattito sociale contemporaneo.

Percorso Bibliografico:

La produzione di Mendolicchio traccia un movimento preciso: parte dall’indagine sull’Amore e sul Corpo per approdare oggi alla questione della Legge e della Parola. Sposta cioè il focus dalla cura del “guasto” fisico alla ricostruzione del legame simbolico: indagare come il limite posto dalle figure genitoriali (la Legge) permetta al figlio di smettere di subire il proprio corpo e iniziare finalmente ad abitare il proprio desiderio.

  1. Il resto dell’amore (2010)
  2. Bisogna pur mangiare (2017)
  3. Prima di aprire bocca (2018)
  4. Il peso dell’amore (2021)
  5. Nella tana del coniglio. Quando la lotta con il cibo diventa un’ossessione (2023)
  6. Fragili. I nostri figli, generazione tradita (2023)
  7. L’amore è un sintomo (2024)

Perché abbiamo scelto di ricevere sul nostro lettino Leonardo Mendolicchio:

In questa prima scansione della nostra rubrica ‘L’Autore sul lettino’ analizziamo l’opera n. 8, Diventerai uomoCrescere un figlio oltre il mito della virilità (Mondadori, 2026). È il libro della maturità clinica e paterna, dove lo sguardo si sposta dal corpo sintomatico alla parola che fonda l’identità dell’individuo. Qui l’autore interroga la possibilità di una ricostruzione, cercando nel rapporto tra padri e figli quella bussola simbolica che sembra essersi smarrita nel caos della contemporaneità.

Seduta n. 1: Leonardo Mendolicchio

Il caso: DIVENTERAI UOMO

L’atmosfera di oggi: L’ascolto del limite e della legge sotto la lente Lacaniana

Si accomodi.

Lasciamo fuori il rumore delle presentazioni ufficiali e della saggistica clinica. 

Partiamo da un titolo che è un’ingiunzione, ma che è insieme una promessa e un confine: Diventerai uomo.

Sostiamo un momento tra queste parole. Come unica regola, la invitiamo a dire tutto ciò che le passa per la testa in libera associazione con le nostre domande suggestive, lasciando emergere il ‘discorso profondo’ che percorre la sua nuova prova di scrittura.

I. Il Tempo del Vedere: Il “No” che fonda l’uomo

In ottica lacaniana, la funzione del padre è quella di introdurre un “No” necessario, quella Legge che separa il figlio dalla simbiosi totale per proiettarlo nel mondo del linguaggio. Dicendo a un ragazzo “Diventerai uomo”, non si corre il rischio di offrirgli un comando del Super-io, una corazza per coprire un vuoto che invece andrebbe abitato? Diventare uomini oggi significa imparare a obbedire a una legge o avere il coraggio di tradirla per incontrare sé stessi?

Mendolicchio:

Il titolo Diventerai uomo può sembrare un’imposizione, quasi una formula scolpita su una lapide o su una targa appesa in salotto accanto alla foto del nonno in divisa. In realtà, se lo si guarda bene, è una frase fragile. È al futuro. Non dice “Sei un uomo”, ma “Diventerai”. E il futuro, si sa, è sempre un po’ tremolante. Quando parlo del “No” paterno, non penso a un padre con il sopracciglio alzato e la cintura pronta — quella è caricatura pedagogica, non funzione simbolica. Il “No” lacaniano non è una punizione morale, è un atto di separazione. È ciò che permette al figlio di non restare incollato al desiderio materno come una figurina mal attaccata. Oggi però accade qualcosa di curioso: abbiamo meno Legge e più Super-io. Meno parola che orienta e più comando invisibile che incalza. Non c’è più il padre che dice “Non puoi”, ma c’è l’algoritmo che sussurra “Devi essere perfetto, performante, desiderabile, possibilmente addominali compresi”. Allora il rischio non è che “Diventerai uomo” sia troppo severo. Il rischio è che sia l’unica frase che ancora prova a indicare un orizzonte in un mondo dove tutti ti chiedono di essere tutto, subito e senza crepe. Diventare uomini, oggi, significa accettare che non saremo mai tutto. E sembra poco sexy, lo so. Ma è strutturalmente liberatorio.

II. Il desiderio della Madre e l’ombra del “femminile”

Nella clinica lacaniana, la Madre è il primo Altro, il luogo dove il bambino cerca il segno del proprio valore. Crescere davvero significa però scoprire che la Madre non è “tutta” per il figlio, che lei ha un desiderio che punta altrove. In un’epoca in cui la fragilità maschile è così esposta, come può una madre oggi sostenere la crescita di un figlio maschio senza castrarne l’aggressività vitale, ma aiutandolo a trasformarla in forza creativa?

Mendolicchio:

Quando parliamo della madre, dobbiamo stare attenti: non è un individuo in carne e ossa con grembiule e senso di colpa incorporato. È una funzione. È il primo specchio in cui il bambino cerca di capire se esiste davvero o se è solo un accessorio del soggiorno. Il problema non nasce dall’amore materno, ma dalla sua eventuale totalità. Se la madre è “tutta” per il figlio, il figlio rischia di non trovare mai un altrove. E senza altrove non c’è desiderio, c’è solo simbiosi. Che poeticamente suona bene, ma clinicamente produce disastri. In un’epoca in cui la fragilità maschile viene esibita, discussa, analizzata, medicalizzata e talvolta anche spettacolarizzata, il punto non è “rendere i maschi più forti” o “più sensibili”. Il punto è permettere loro di attraversare la separazione senza viverla come una mutilazione. L’aggressività, ad esempio, non è il demonio né la soluzione. È energia. Senza parola diventa violenza. Con la parola può diventare iniziativa, creatività, capacità di costruire. Il problema non è che i ragazzi sentano pulsioni. Il problema è che spesso non hanno un linguaggio per abitarle. E qui la madre non deve castrare né idolatrare. Deve accettare che il figlio non le appartiene. E credimi, questa è la vera rivoluzione silenziosa.

III. Il Tempo del Comprendere: La violenza come fallimento del Simbolico

Sostiamo ora su una parola dura: violenza. Assistiamo a un’aggressività maschile che sembra un urlo senza sintassi. Se il “No” del Padre è evaporato, il vuoto non è stato riempito dalla libertà, ma da un’onnipotenza fragile. La violenza verso le donne è forse il segno che noi adulti abbiamo fallito nel trasmettere che essere uomini significa, prima di tutto, accettare di non poter possedere l’Altro? Che la virilità non è dominio, ma accettazione della propria “mancanza”?

Mendolicchio:

Quando assistiamo a episodi di violenza maschile, la tentazione è sempre quella di cercare una spiegazione rapida: cultura patriarcale, repressione emotiva, testosterone impazzito. Tutto vero, in parte. Ma rischiamo di fermarci alla superficie. La violenza è spesso il segno di un’incapacità di tollerare la mancanza. Un ragazzo che non accetta il rifiuto non è un tiranno in miniatura: è qualcuno che non ha mai imparato che l’Altro non è un oggetto a disposizione. Se il “No” paterno evapora, non nasce la libertà. Nasce l’onnipotenza fragile. E l’onnipotenza fragile è pericolosa: perché basta un rifiuto, un “non ti amo più”, un “non ti voglio”, per far crollare l’intero edificio narcisistico. Essere uomini — parola pericolosa, lo so — non significa dominare, ma sopportare di non possedere. Accettare che l’Altro abbia un desiderio che non coincide con il nostro. E questo, nel tempo dell’iperconsumo

IV. Il Tempo del Concludere: L’uomo come resto incalcolabile

Spesso i ragazzi che incontra cercano il “niente” per sfuggire a una società che li vuole sempre pieni e performanti. Arrivati all’ultima pagina del percorso che propone, cosa resta a quel figlio? Una rassicurante mappa su come stare al mondo o il coraggio di accettare che essere uomini significa essere, fondamentalmente, irrisolti? E cosa trovano i padri e le madri nel suo libro che possa divenire, da subito, attrezzo per crescere il proprio figlio?

Mendolicchio:

Molti ragazzi oggi oscillano tra il tutto e il niente. O performano fino allo sfinimento o si ritirano in un “non me ne importa nulla” che è spesso una difesa elegante contro l’angoscia. Viviamo in una società che chiede pienezza continua: devi essere motivato, realizzato, appagato, possibilmente felice e fotografabile. Chi non regge questo ritmo cerca il “niente” come anestesia. Nel libro non offro mappe rassicuranti — non sono un navigatore satellitare simbolico. Offro una postura. Restituire alla parola il suo peso, al limite la sua dignità, al tempo la sua lentezza. Diventare uomini, forse, significa accettare di restare un po’ irrisolti. Non come fallimento, ma come condizione umana. Spinoza direbbe che comprendere è meglio che giudicare. Lacan aggiungerebbe che il desiderio nasce dalla mancanza. Pasolini probabilmente ci guarderebbe storto e direbbe che abbiamo già perso qualcosa di essenziale. Io, più modestamente, penso che il compito degli adulti non sia produrre figli perfetti, ma figli capaci di stare al mondo senza doversi mascherare da supereroi o da vittime permanenti.

Il Taglio della Seduta

(Note di redazione)

La seduta con Leonardo Mendolicchio si ferma qui. Non perché non ci sia altro da dire, ma perché il senso abita proprio in questo silenzio finale. Diventerai uomo ci suggerisce che la nuova virilità non risiede nel mito della forza, né nel rifugio materno, ma nella capacità di restare umani laddove il linguaggio vacilla, nell’educare e educarsi a “saperci fare” con i propri sintomi e con la propria esistenza, trasformandoli in qualcosa di creativo e personale.

La seduta è tolta.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Hugo Bertello: “Notturno elettronico” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

È un’esperienza singolare quella dell’autore di un’opera prima che accoglie il lettore con un esergo firmato da un Premio Nobel della letteratura. In quattro righe, Halldór Laxness scioglie il nodo del “mai” e del “sempre”, lasciando intendere che, a partire da lì, le pagine saranno intrise di dilemmi e scelte, ma anche di imprevedibili soluzioni e inaspettati colpi di scena. È esattamente ciò che è accaduto a noi de Il Randagio, catturati da Hugo Bertello sin dalla copertina del suo Notturno elettronico, fresco di stampa per i tipi di TerraRossa Edizioni. Il volume entra di diritto nella collana “Sperimentali”, dedicata a quegli autori che si distinguono per ‘solidità narrativa e originalità stilistica’. L’esordiente romanziere — già noto a lettori esigenti e postmoderni per le sue prove narrative e giornalistiche, traduttore, critico, cinefilo e cosmonauta — prima ancora che si inneschi tra lui e noi l’interazione uomo-libro ci accoglie in compagnia del Nobel islandese che nel 1968, in Sotto il ghiacciaio, formulò la frase-formula del mai-sempre. Non a caso parliamo di “formule”: Bertello si approccia alla scrittura del suo primo romanzo senza dimenticare di essere uno scienziato, fisico e cosmologo. È di questa sua anima matematica che Notturno elettronico è intriso; una narrazione che trasfigura numeri e linguaggi di programmazione per avvicinare natura e cultura in una dialettica fondativa dell’umano nell’era digitale.

L’illustrazione di copertina è la sintesi perfetta di questo mondo: un livido paesaggio notturno innevato su cui si staglia un cervo che respira nell’aria fredda, sotto un manto di stelle che altro non è se non il circuito stilizzato di una scheda madre. In questo impatto visivo trovano combinazione simbolica gli elementi naturali e tecnologici della dialettica moderna, dove realtà parallele coesistono e le distanze tendono asintoticamente a zero.

Lo stile di Bertello si riconosce fin dalla prima pagina. Nella voce del protagonista, un ricercatore universitario precario, avvertiamo il tono asciutto e analitico di chi è abituato a filtrare il mondo attraverso la logica, ma si ritrova a subire l’irrazionalità della vita. È un “realismo algoritmico”: nessun aggettivo enfatico, ma termini prossimi al lessico funzionale che disegnano scene drammatiche, taglienti come un report scientifico. Eppure, qui scorgiamo l’anima poetica dell’autore: nella cadenza binaria delle frasi esplode dirompente l’equivalenza tra il battito d’ali di una farfalla e un’email aperta o cestinata, coniugando tecnica e astrazione, teoria e pratica, caso e necessità, rovelli matematici e dilemmi esistenziali che contrappuntano le centosettanta pagine del romanzo. Notturno elettronico induce un attaccamento profondo ai personaggi, una curiosità alimentata dai “camei informatici” in caratteri monospazio DOS che puntellano la storia fino a un cliffhanger finale che spinge a desiderarne subito il seguito. Bertello ci dice che la vita non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli impulsi elettronici e coincidenze banali. Il suo è un minimalismo introspettivo che esplora le alienazioni moderne con meno cinismo e più umanità. Il protagonista Ricardo cerca un ordine che la matematica non gli ha saputo dare; parla di uomini e donne che tentano di riprogrammare l’esistenza mentre tutto intorno diventa buio. Così come il linguaggio booleano, basato sull’algebra di George Boole, è un sistema logico-matematico che utilizza solo due valori di verità: vero (1) o falso (0), così il linguaggio della narrazione umanista-digitale di Hugo Bertello non è solo tecnica, ma è anche sacralità e magia, l’esistenza umana non equivale alla programmazione fatta di silicio e cavi, ma piuttosto al bisogno di affermare ‘Hello world, io ci sono’, di essere riconosciuti, di lasciare un segno e di sentire di esistere. Il linguaggio di Bertello è pulito, essenziale, senza fronzoli, ma con una intrinseca potenza filosofica, propria di chi ha una mente scientifica immersa in una fluida sensibilità poetica.

Notturno elettronico sembra scritto non con l’inchiostro, ma con impulsi elettromagnetici e polvere di stelle. È un romanzo singolare perché si lascia definire attraverso tre coordinate emotive e intellettuali precise: è un’opera siderale, lisergica e sinergica.

Siderale è lo sguardo che Bertello posa sull’esistenza. La metamorfosi finale della coscienza di Ricardo in una “piccola terra” (omaggio colto a M.P. Shiel) non è un dramma, ma un ritorno alla magnifica solitudine delle leggi fisiche. L’universo è un copione matematico troppo vasto per le nostre piccole ambizioni.

Lisergica è la deriva onirica che attraversa le pagine di Notturno elettronico. Bertello usa la psicoanalisi di Freud come un acido che scioglie la realtà: i desideri si frammentano e si proiettano in persone estranee. La realtà diventa fluida, e la tecnologia, seguendo la Terza Legge di Clarke, si manifesta come pura magia, un’illusione che confonde i confini tra il sé e il mondo.

Sinergica è l’anima del racconto, incarnata nel simbolismo del numero 5. Il collettivo di hacker-filosofi che accoglie Ricardo rappresenta la quintessenza dell’agire umano. Il 5, numero dell’uomo e della mano che opera sulla tastiera e sulla materia, è la forza che si oppone alla dilapidazione delle risorse per hackerare il sistema dei bisogni futili e restituire agli uomini il prometeico fuoco della curiosità. Affrontando con coraggio scientifico l’irrisolta Ipotesi di Riemann e l’ultimo Teorema di Fermat come metafore del limite, Bertello tesse l’elogio dell’interferenza e dell’imponderabile. Compie la sua magia letteraria tratteggiando quella che per noi lettori randagi somiglia a un’Etica del Forse: l’idea che la curiosità non possa essere “installata” da un codice, ma debba restare un’aspirazione libera, un segreto non risolto che brilla nell’ombra. Bertello e Terrarossa Edizioni ci consegnano un libro che è un trattato di sopravvivenza spirituale. Ci insegna che, in un mondo che vuole misurare ogni nostro respiro, restare “incalcolabili” — restare un “forse” — è l’unico modo per rispondere al caso e alla necessità ‘Hello world, io ci sono’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare