Antonella Cilento: “La fabbricante di isole – Viaggio dentro l’immaginario del Sud” (BEE, 2026), di Rita Mele

Sono del Sud, ma lo conosco, il Sud?

È un interrogativo che sento scorrere dentro di me. Io, figlia di baresi con una nonna materna salentina, un nonno materno napoletano, una nonna paterna foggiana e un nonno paterno barese, porto questo intero arcipelago di geografie nel sangue, un incrocio di lingue, accenti e parlate diverse. Eppure, proprio io che in questa terra affondo radici così ramificate, mi sono posta questa domanda continuamente, pagina dopo pagina, durante tutta la lettura de La fabbricante di isole. Con questo romanzo, Antonella Cilento — scrittrice, drammaturga e insegnante, il cui cammino letterario è iniziato come finalista al Premio Italo Calvino per gli esordienti nel 1997 con il romanzo inedito Ora d’aria — torna a occuparsi di isole dopo Isole senza mare del 2009. E ci torna in veste di ‘fabbricante’, accogliendo l’invito dell’editore, Mauro Daltin: ‘Perché non scrivi un libro sull’anima del Sud?’. È da questo input che prende corpo La fabbricante di isole. Viaggio dentro l’immaginario del Sud, pubblicato da Bottega Errante Edizioni il 26 agosto scorso. Un’opera che scopriamo organizzarsi attorno a una partitura scenica: il testo segue un andamento teatrale, dove l’indice si fa mappa della rappresentazione. C’è un antefatto e una conclusione, un prologo e un epilogo che sulla pagina assumono i nomi nudi e netti di ‘PRIMA’ e ‘DOPO’, intervallati da 15 scene o meglio itinerari attraverso il Sud.
Un attimo prima che il sipario si alzi e che il viaggio dell’autrice con noi lettori da un angolo all’altro del Sud inizi, la Cilento si confessa con una lucidità disarmante e si sbilancia con una promessa che manterrà sino alla fine del libro: ‘Insomma, mi sono cacciata, come spesso mi capita, in un guaio: ho accettato l’invito di Mauro e non mi resta che evocare il mio Sud. Se non sarà un’oleografia fra tante, una fake news, sarà forse poesia’.
Ed è proprio dentro le maglie di questo ‘guaio’ poetico che la richiesta iniziale — lo conosco davvero, il Sud? — si trasforma in un dubbio pervasivo che accompagna, immutato, lo spettatore-lettore dall’apertura del sipario fino al suo congedo. Un tarlo che rievoca un Mezzogiorno profondo anche in quei lettori che sono del Sud ma scoprono di non conoscerlo, proprio come me, e che fa risuonare nella memoria il verso di un altro figlio della stessa terra, Vittorio Bodini, quando ammoniva: ‘Tu non conosci il Sud, le case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia d’un dado’. Il margine di fantasticheria della ‘fabbricante di isole’ è ridotto all’essenziale: la cruda realtà del Meridione supera qualunque idealizzazione. Non basta vedere le isole e riconoscerle sulle mappe; la Cilento ricorre alle sue arti letterarie per compilare un atlante vivente, in cui alla forma geografica delle coste e delle terre aggiunge lo spessore dell’antropologia, dei costumi, della psicologia e della sociologia. Tutto quello che rende queste isole viventi al di sopra di tutto. Un’operazione, quella della Cilento, che riscatta il Mezzogiorno restituendogli – per usare le parole del sociologo barese Franco Cassano nel suo manifesto Il pensiero meridiano – ‘l’antica dignità di soggetto di pensiero’, interrompendo finalmente la lunga sequenza in cui il Sud è stato soltanto narrato da sguardi esterni.
Attraversare con l’autrice l’arcipelago che rivela i contorni sotto la sua penna è come guardarlo attraverso un caleidoscopio, un cosmorama. Lo strumento ottico ‘fabbricato’ dall’autrice mostra le forme cangianti che il Mezzogiorno assume sotto i nostri occhi: geometrie, luci, sfumature, sovrapposizioni e intarsi. 

Uno spettro infinito che si compone di parola in parola. Che dire poi delle atmosfere, degli spazi emotivi, delle memorie personali che scopriamo essere condivise? Che dire dei sapori, degli odori, delle storie, dell’arte e delle musiche che condiscono questa narrazione esperta e appassionata? Più volte, nel corso della lettura, viene da dirsi con slancio: questo è un manuale di educazione civica. Un’opera civile, uno strumento necessario per i giovani e fondamentale per i non più giovani, utile a prendere le misure e conoscere la consistenza di una comunità che continua a rendere possibile l’Italia per differenza. La differenza tra un Nord che si affanna ad esserlo e un Sud che non sa pienamente di esserlo. Ci ritroviamo tra le mani un romanzo sui generis che è un libro pop-up: fabbrica elementi tridimensionali pronti ad alzarsi e conformarsi sfogliando le pagine. È abitato da mirabili visioni come un imaginarium, un libro ottico che, pagina dopo pagina, chiede ai lettori di confermare la propria umanità. Come quando sulle pagine virtuali appare il Captcha ‘Confirm humanity / Non sono un robot’ — quel controllo che serve a verificare se a navigare sia un utente in carne e ossa oppure un software automatico — le pagine della Cilento fanno esattamente lo stesso. Esige da noi lettori il superamento di un test biologico e spirituale, costringendoci a guardare attraverso il suo taumatropio per vedere girare le meraviglie del Sud. Dove le meraviglie sono belle, ma sanno essere anche crude e dolorose. E dove ai sogni sognati si accompagnano sogni ancora sognabili anche da chi credeva di non poterlo fare più.
Leggiamo e scopriamo che la Cilento ha ‘fabbricato’ una guida per viaggiatori nel tempo e nello spazio di questo arcipelago, mai una guida turistica o commerciale. Una guida alternativa che filtra la realtà attraverso il mito: non dice dove mangiare la migliore mozzarella o a che ora aprono i musei, ma racconta l’archetipo dietro un muretto a secco della Puglia, il silenzio immobile dei calanchi lucani o la stratificazione di un vicolo di Napoli. Mette al centro le persone e le loro storie, le arti e gli artisti, la storia, i riti religiosi e sociali e, all’estremo Sud del libro fabbrica persino un’Isola bibliografica che riprendendo i fili snodati nelle 230 pagine precedenti, li riannoda per ricostituire trama e ordito nell’infinito ramificarsi di informazioni incrociate sul Sud e i suoi numerosi e variegati interpreti. Quello che arriva a noi lettori è una insolita e inaspettata mappa del Sud che in filigrana ci fa vedere l’invisibile: un eserciziario per gli occhi che spinge a perdersi, a decifrare la luce accecante e a capire che il Sud non si visita, si ‘sente’. Antonella Cilento moltiplica la sua voce e ci fa dislocare, imponendo salti mentali ed emozionali. Saltella da un angolo di Sud all’altro, ci spianta per ripiantarci altrove e poi farci tornare lì da dove eravamo partiti. Apre i cassetti della memoria di uomini e donne del Sud, compresi i suoi familiari, e ci trova dentro poesie, arti, storia e ricordi che erano rimasti custoditi nel buio, esattamente come l’intero universo poetico chiuso nella casa rifugio di Emily Dickinson. E le donne appunto, quelle del Sud, sono l’epicentro di questa ricognizione: donne che hanno abitato in un ingiusto esilio narrativo e che ora, grazie alla fabbricante di isole, si riprendono lo spazio.
Certo, camminando a Napoli con l’autrice per via Orazio a Posillipo sperimentiamo lo sconcerto di una ‘bellezza inutile’, quella di appartamenti super panoramici con le imposte sbarrate, laddove la bellezza dovrebbe scuotere fin nel midollo, come l’Amore. E non possiamo nemmeno sottrarci al caos napoletano che scopriamo essere in realtà regola. E l’autrice lo fa dire da Quirante Rives che ci si trova davanti a ‘una Napoli perfettamente assestata e geometrica, esatta e necessaria come una proporzione di Spinoza’.
La Cilento butta giù false credenze e finzioni sul Sud sotto i nostri occhi e ci fa sognare insieme a lei di rifabbricare il vero Sud, anche quello più nascosto e misconosciuto. Dopotutto, com’è che non ce ne siamo accorti prima? La fabbricante di isole è un sogno e l’autrice non lo nasconde. Lo dice, lo ripete, scrivendo una sceneggiatura in cui le parole ‘isola’ e ‘sogno’ ritornano come battiti di un metronomo invisibile. E forse solo per differenza, alla fine di questo viaggio onirico, eppure sinestetico, a romper il velo di Maya è il suo Easter Egg finale che svela la sorpresa più paradossale del romanzo. Un errore volontario, un depistamento, proprio come nei sogni: qualcosa che non c’entra niente con la realtà descritta sin lì, eppure è tutt’uno con l’identità dell’autrice e del suo Sud fabbricato. Funziona come l’esodo della tragedia greca, il deus ex machina che cala sulla scena quando i personaggi non hanno più vie d’uscita.

In questa architettura teatrale di scatole cinesi, itinerari e illusioni, che ci ha portati sin qui, la Cilento chiude il sipario con una visione che evoca potentemente la giovinezza mitica di Parthenope vista recentemente nella versione cinematografica di Paolo Sorrentino, ma la declina in un bizzarro, quotidiano calembour: la sirena non abita più i flutti di Posillipo, ma è una ‘creatura reale e incongrua che abita nel cassetto delle mutande e dei calzini di Marina, nutrita a formaggini e barrette energetiche’. Una ‘cosa che sa ogni storia, la brutta gallina che puzza di pesce e ha la faccia da vecchia barbuta’. Attraversare questo cortocircuito ironico significa scoprire che se il Sud è storicamente ‘il cimitero delle sirene’, a volte la meraviglia esce dalle uova del supermercato. È l’epifania di un Mezzogiorno surreale in cui d’ora in avanti ‘il mondo sorride in ogni lingua e con tutti i sogni che è capace di sognare’.

Nell’ultimo capitolo del romanzo, nel DOPO a solo trenta pagine prima dell’Easter egg, l’autrice ci ha fatto sentire quanto al Sud la spietatezza si fa totale: ‘Intorno a noi l’inferno, spesso colorito, arde. Ci sono ossesse, indemoniati, diavoli di seconda mano e disgraziati privi d’anima. Il Mediterraneo, che pare una scodella, è immenso, illusorio e abitato’. La Cilento lo scrive con durezza, ma per puro contrappunto si salva e salva noi lettori ricordandoci il potere del sogno. Ci esorta a cercare il Sud lì dove siamo e, come scrive Giuseppe Montesano, a restare vive, restare vivi.

Ed è qui che le parole dell’autrice sigillano la fine del percorso: ‘Dunque, anche queste pagine sono un’isola. Il tempo per leggerle è un’isola, un piccolo arcipelago rubato, ora dopo ora, a giorni distratti e affollati. Stanotte, se sognando il Sud capiteremo su un’isola, saremo gentili con il mare e con le piante, con gli animali e con la terra: siamo solo un sogno di questo azzurro pianeta’.

Davanti a questo congedo, a noi lettori monta dentro l’onda. Un’onda che lambisce l’isola della nostra memoria, il cui vento favorevole evoca, inevitabilmente, quel duca di Milano esiliato su un’isola abitata da spiriti. Proprio lì, sulla soglia di quella grotta in cui riunisce tutti i personaggi della storia per l’atto conclusivo, Prospero pronuncia il suo monologo più celebre nel grande dramma shakespeariano La tempesta. Non è un caso che quel dramma seicentesco che ci sovviene sia ambientato su un’imprecisata isola del Mediterraneo, lo stesso specchio d’acqua illusorio navigato dalla Cilento e da noi lettori. Risvegliati dal taumatropio della scrittura, scopriamo che ‘siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Eminé Sadk: “Carovana per corvi – Il miracoloso viaggio del professor Todorov” (BEE, 2026, trad. Giorgia Spadoni), di Rita Mele

In un ottobre convintamente tiepido, nella regione della Foresta pazza — per i turchi Deliorman e per i bulgari Ludogorie —, dentro una città talmente piccola che certe persone erano dappertutto e in cui non puoi manco morire in pace, Nikolay Todorov pensa e spegne il televisore. Si apre così Carovana per corvi (Керван за гарвани), romanzo d’esordio della scrittrice, attivista culturale e giornalista bulgara di origine turca Eminé Sadk, oggi trentenne, nata nella Bulgaria nordorientale a Dúlovo— in turco ‘la città delle donne bianche’, appena pubblicato in Italia da Bottega Errante Edizioni (BEE) nella traduzione di Giorgia Spadoni.

Todorov è un professore di geografia che in una cittadina della Dobrugia trascina un’esistenza sommessa, fatta di piccole abitudini e silenzi, invisibile agli altri e persino a se stesso. Un giorno, quasi a sua insaputa, ottiene un finanziamento europeo per ammodernare le aule della scuola. Il Sindaco e il Preside decidono di celebrare il successo con un banchetto nel pieno rispetto delle tradizioni locali, sino a trascinare il Professore sul palco per un discorso ufficiale. Ma proprio mentre dovrebbe pronunciare le sue parole di circostanza di fronte alle autorità e ai suoi colleghi, sopraffatto da un senso improvviso di estraneità e soffocamento, Todorov — fattosi verde — finisce per vomitare sul bianco delle tovaglie e della camicia del Preside.

Quel momento imbarazzante si trasforma istantaneamente in uno scandalo, tanto da fargli desiderare disperatamente di poter riavvolgere il nastro e sperare che si sia trattato solo di un brutto sogno. Ubriaco senza aver bevuto niente, stordito e sprofondato in una crisi esistenziale, Todorov raccoglie il consiglio di lasciare la città datogli dalla proprietaria del Casinò, oramai insignita del distintivo da Sceriffa: passa da casa, infila qualche straccio in una vecchia sacca militare e corre verso la stazione. Di fronte all’assurda paralisi dei trasporti locali — con autobus e treni fermi per ore e diretti nello stesso identico posto a pochi chilometri di distanza — inveisce contro la nazione ed esce dalla mappa ufficiale nell’unico modo possibile per un eroe picaresco: mettendosi in cammino e alzando il pollice per l’autostop.

Queste le coordinate geografiche della fuga esistenziale di Todorov; questa la stazione di testa della Carovana per corvi, dove inizia il miracoloso viaggio del professore; questo il punto geografico da dove parte, per la fuga verso il successo, l’esordiente Eminé Sadk. Uno scenario geografico condiviso da autrice e personaggi che nella vita e nel romanzo si muovono attraverso paesaggi urbani, naturali e umani della Bulgaria nord-orientale: ancora oggi crocevia multiculturale d’enclave dove convivono da secoli bulgari, turchi, rom, armeni ed ebrei come i tasselli di un antico impero dissolto, in una regione felicemente isolata dal resto del Paese.

Questa è la terra dove radica la Carovana per corvi che da pochi giorni è arrivata a noi lettori italiani, dopo le edizioni di successo in varie lingue. Sadk scrive fin da bambina. Formata in Relazioni Pubbliche e Sociologia tra l’Università di Veliko Tărnovo e quella di Toruń in Polonia, animatrice di festival culturali nell’Europa centrale, Sadk ha esperienze giovanili di lavoro nella ristorazione e ha dedicato anni al volontariato in spazi rurali, trasformando il patrimonio storico bulgaro in palcoscenici per l’arte contemporanea, mossa dal desiderio di promuovere il decentramento della cultura e la parità di accesso all’istruzione nelle periferie. Nel 2019, al quarto anno di università, a soli 23 anni, vince il Concorso Letterario Nazionale Boyan Penev all’Università di Shumen con il manoscritto del romanzo. Quando la pandemia di Covid-19 paralizza il mondo, Sadk fa ritorno nella sua terra rurale. Lì ritrova gli amici nati negli anni ’70 — ventenni alla caduta del Muro di Berlino, illusi da una promessa di cambiamento mai arrivata e delusi dalle trasformazioni del Paese negli anni ’90.

Per dare voce a quel senso di attesa e sospensione, Sadk sceglie il villaggio di Garvan (letteralmente Corvo), sulle sponde del Danubio, per farne il suo buen retiro. Lì trasporta pietre per vivere, riflette e scrive per ricomporre la propria vita e mettere in bella il manoscritto per la pubblicazione. Lì avviene l’incipit fatale della sua vita letteraria: una conversazione sblocca la trama dell’intero romanzo, che restava ancora imprigionata dentro di lei. Un suo vicino, stranito dal vedere apparire all’improvviso in un villaggio in mezzo al nulla una ragazza di 24 anni con la testa rasata, le chiede cosa stia facendo e lei risponde che trasporta pietre. Non contento, lui le domanda cosa faccia nella vita e lei, per essere credibile, gli dice: Sto scrivendo un libro su un uomo come te, che non ha mai lasciato il suo villaggio. E lui risponde: Questo libro lo leggerei. Purtroppo, quell’uomo non è sopravvissuto al Covid. Nel 2020 ne è nata un’opera fresca ed eversiva, andata subito esaurita nelle prime edizioni autoprodotte in patria, prima di essere candidata a diversi premi nazionali e apprezzata da lettori di diverse latitudini.

In alcune interviste rilasciate nei paesi europei che hanno già letto Carovana per corvi, Sadk ha rivendicato il rifiuto di «ripulire» la sua prosa su consiglio degli editor per non ingannare i suoi lettori della prim’ora. E ha svelato anche la geometria segreta del titolo: l’intreccio tra la dinamica orizzontale della carovana (il viaggio, la scoperta dell’altro) e quella verticale dei corvi (il radicamento e la memoria della terra) che finisce per generare una vera e propria patria tridimensionale, sferica e accogliente.

Le 228 pagine della scrittura di Eminé Sadk confermano tutte il rifiuto delle compostezze accademiche mitteleuropee e si accordano a una frequenza musicale sincopata e pluritonale. Per leggere questo libro basta accenderlo, proprio come girare la manopola di un’autoradio in cerca della sintonia, senza mai perdere il segnale lungo il viaggio attraverso strade di campagna: vi si incrociano le linee di basso storte dei Morphine, la satira spietata di Frank Zappa, la rabbia da marciapiede dei Clash e di Iggy Pop, il suono dei clarinetti nelle feste gitane, ripiegando improvvisamente nel chiaroscuro goth dei Cure e dei DepecheMode. World In My Eyes e Perfect Day espandono e contraddicono al tempo stesso il paesaggio umano e ambientale della pagina. Sadk destina un ruolo centrale ai Pink Floyd e a Wish You Were Here, quasi a ricordarci che la sua scelta non è casuale, ma radicata nella negazione di quella musica imposta nei paesi dell’ex blocco sovietico. L’ascolto del rock occidentale proibito non è un mero fatto estetico, ma l’incarnazione stessa dell’ideale di libertà e di resistenza al totalitarismo che ha segnato le generazioni cresciute all’ombra del regime.

La musicalità della prosa ironica al limite del buon cinismo di Sadk trascende il realismo per sconfinare in un Realismo magico orientale, imparentato con il cinema visionario e scatenato di Emir Kusturica (Gatto nero, gatto bianco) e la tradizione fiabesca di Yordan Radichkov. Torna in mente una delle scene più folgoranti del romanzo quando, nel secondo capitolo, Mila (potrebbe essere l’alter ego dell’Autrice? Il lato B di Todorov? Lasciamo a voi lettori randagi queste supposizioni…) si mette a suonare un pianoforte rotto all’interno di una casa abbandonata:

Diverse colombe che sonnecchiavano sulle vecchie travi si alzarono in volo e si posarono sul pianoforte. Formavano una specie di ronzio. Giravano in cerchio perfetto, come fan dell’heavy metal, dondolando la testa avanti e indietro, avanti e indietro.

Un esempio che non ci toglie dall’imbarazzo della scelta che a ogni pagina della Carovana ci proponiamo di compiere, restando avviluppati da un registro linguistico fuso tra alta poesia e cultura pop, imbevuto di termini in lingua turca presenti nel testo originale bulgaro, che restituiscono la porosità identitaria di questa terra di confine e che la traduzione italiana di Giorgia Spadoni restituisce con felice aderenza cromatica.

Quanti cuori ha questo libro? Non si riesce a contarli. Come nella canzone Cara di Lucio Dalla, il lettore della Carovana va a cercarli, sfoglia le pagine per guardare se è proprio vero che ci siano così tanti cuori nel romanzo esordiente e maturo di Eminé Sadk, e scopre che è tutto vero e anche di più. Uno di questi cuori sta proprio nell’equivoco nominale che l’Autrice ordisce al centro della trama: il professor Nikolay Todorov è un chiaro, ironico omaggio al celebre studioso e teorico bulgaro Tzvetan Todorov, che ha consacrato la propria vita allo studio dei formalisti russi, della filosofia del linguaggio, dell’alterità (La conquista dell’America) e della responsabilità del singolo nella Storia.

Il Todorov di Eminé Sadk, al contrario, incarna l’archetipo dostoevskiano del burocrate e del piccolo funzionario risentito e disilluso. È un insegnante di geografia incapace di applicare le mappe alla propria esistenza. Cosa sa un professore di geografia? Cosa non sa Todorov? Sa decodificare i segni e il linguaggio della burocrazia, ma non sa orientarsi nel dolore, nella solitudine e nell’amore.

Un altro cuore a cui, durante la lettura, non abbiamo potuto rinunciare è quello dell’applicazione de La letteratura fantastica dell’altro Todorov, Tzvetan, al romanzo di Sadk. Nella sua struttura si riconosce emergere la dinamica del fantastico che dura il tempo di un’esitazione tra due esiti: se le leggi della realtà rimangono intatte, l’opera appartiene allo Strano; se si ammettono nuove leggi di natura, entriamo nel Meraviglioso.

Quando nel finale del romanzo il protagonista diviene traslucido (non possiamo anticipare altro senza togliere pathos al lettore), Sadk ci mantiene esattamente in questa esitazione, nella zona d’ombra di transizione tra lo strano e il meraviglioso. È l’allucinazione di un uomo provato dal suo viaggio esistenziale o il suo accesso a un nuovo ordine di realtà?

Durante il meraviglioso viaggio che compiamo insieme al professore e a tutti gli altri passeggeri della Carovana, abbiamo avuto la netta sensazione che Sadk imbracciasse con maestria la penna (e la tastiera) come un revolver o un microfono da performance eversiva. È un viaggio costellato di digressioni memorabili, come quando, lungo la strada per Garvan, il chiacchierone Kadifè:

raccontò della vita di Mark Sandman, facendo attenzione a non menzionare la sua morte improvvisa. In qualche modo fece un collegamento e buttò dentro a tutta la faccenda anche i triops. Creature le cui uova erano abbastanza adattabili da poter vivere diecimila anni. Parlò anche dei tipi di polpo, del loro intelletto. Poi del silenzio nei film di Paolo Sorrentino e Sergej Paradžanov… E quant’altro.

Un passaggio da incorniciare, in cui l’estetica del silenzio cinematografico di Sorrentino e Paradžanov dialoga con la resistenza biologica dei triops e il rock dei Morphine, svelando la trama di un’autrice capace di far convivere l’alto e il basso, la scienza e la poesia.

La sua narrazione affronta con franchezza una verità mediatica spietata: ‘la periferia diventa rilevante per i media solo quando si comporta in modo aggressivo o banale’. Sino a consegnare proprio un revolver a Todorov per ogni evenienza, facendo diventare questo il pretesto grottesco per parlare, ribellarsi e ‘litigare per la bellezza del mondo’.

Todorov, nelle sue strambe mutazioni, si trasforma anche in un eroe virale che nelle sue apparizioni TV scatena una reazione anarchica, catartica, fino alla manifestazione popolare al Ponte delle Aquile a Sofia che spinge a ubriacarsi, piangere e ‘fare l’amore fino al mattino. Come scrive Sadk: ‘Quando non c’è logica, c’è arte, improvvisazione. Ognuno aspetta il proprio Godot sotto il proprio albero, scoprendo che la risata è l’unica arma in grado di seppellire la disumanità delle decisioni politiche.

Sullo sfondo di questa scorribanda picaresca si sente nettamente che l’Autrice richiama la memoria personale e familiare della ferita non rimarginata del Văzroditelen proces — il ‘Processo di Rinascita’, la violenta campagna di assimilazione e bulgarizzazione forzata imposta alle minoranze turco-musulmane dal regime socialista negli anni ’80.

Sadk rifugge però dalla trappola del pamphlet ideologico: racconta con dolcezza e ironia le sofferenze e la dignità degli ‘invisibili’ — una donna rom innamorata, un ex detenuto che legge Kafka, una zia guaritrice —, mostrando come la vita dei margini segua un ritmo ancestrale e comunitario capace di resistere all’oppressione. Come ha osservato l’Autrice nel corso di un’intervista, citando una rilettura popolare del nome Balcani (Bal, miele; Kan, sangue): Il sangue è già stato versato; ora passeremo al tempo del miele’.

Leggendo le rocambolesche avventure che dettano il ritmo del romanzo, ci siamo chiesti dove peschino le radici letterarie di Sadk: azzardiamo che le riconosca nell’assurdo eversivo di Daniil Charms e del gruppo letterario russo degli Oberiu — convinti del potere magico e surreale dell’Abracadabra: io creo mentre parlo, che non descrive la realtà, ma la inventa, la domina o la fa a pezzi — ma non meno nella carica picaresca di John Kennedy Toole in Una banda di idioti. Nel suo stile non si tradiscono ingenuità giovanili: anzi, ogni sua pagina afferma che valeva la pena provarci e che questo esordio è già carburante per riprendere il viaggio letterario. Si avverte che Eminé Sadk si sente parte della Carovana che con lei sta inventando un nuovo mondo, e che è più importante partecipare a questa nuova creazione che sapere come andrà a finire.

Carovana per corvi è una rivelazione letteraria e una precisa dichiarazione di ‘guerra culturale’. Con lo spirito combattivo che anima la nuova generazione di scrittori bulgari, Sadk rifiuta le categorie geopolitiche tradizionali con la consapevolezza che nessuno sta regalando nulla alla sua generazione, e che la nuova letteratura sta nascendo nel punto cieco della provincia inascoltata dove il cartografo ufficiale si è dimenticato di guardare.

A proposito di come va a finire il romanzo che ci ha portato fin qui, possiamo solo dirvi che Todorov arriva sulla sponda del Danubio con la Mini Cooper del chiacchierone Kadifè, affida una barchetta di carta ai versi del poeta marocchino Abdellatif Laâbi — Steso nel mezzo del cammino, con la testa rivolta verso l’Oriente, aspetto la carovana dei pazzi — e poi apre il finale con un respiro profondo. Fa partire nella nostra mente il ricordo di Frank Zappa che, nelle note di copertina di Freak Out! (1966), ci spiega che il ‘diventare matto’ è il processo cosciente con cui l’individuo si spoglia del passato e rinasce all’esistenza, battezzandosi a nuova vita.

Seguendo la Carovana insieme alle figure memorabili che incontriamo con Todorov, e arrivando alle ultime pagine, verrà da chiedersi a cosa serva l’amore se non si può salvare se stessi. Troveremo la risposta. Ognuno troverà la sua. Ma non trascuriamo la risposta di Sadk, che ci fa guardare alla forza trasformativa dell’amore e alla rinascita del sé.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Rosaria De Meo: “La ladra” (Barta, 2026), di Rita Mele

Se si scegliesse di leggere un libro lasciandosi attirare dalla copertina, La ladra, romanzo d’esordio di Rosaria De Meo pubblicato dalle edizioni Barta, offrirebbe un esempio appropriato. L’illustrazione al tratto di Luca Ralli ci appare come una vera e propria icona visiva dell’intera narrazione: un bacio appassionato che illumina il buio dell’androne, forse di un castello, in cui si nascondono due sagome maschili armate di spade.

La forza evocatrice dell’immagine fa fare un salto nella storia dell’arte italiana: vi si riconosce, infatti, un esplicito riferimento al celebre capolavoro di Francesco Hayez, Il bacio, presentato nel 1859 all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Il dipinto ottenne la sua fortuna popolare in un contesto segnato da istanze risorgimentali e politiche. Come la copertina del libro, richiamando un’ambientazione medievale, descrive la dinamica del bacio nella sua valenza universale senza tempo. Il bacio, come gesto privato e sentimentale, si sovrappone a dinamiche di coraggio, ribellione, inganno e idealismi, fissando nell’istante la svolta delle esistenze che si fondono in esso. È questo il nucleo tematico che l’illustrazione di Ralli anticipa, ammiccando alle atmosfere, ai conflitti e alle passioni che costellano l’opera prima di Rosaria De Meo.

Entrare nel romanzo attraverso il passaggio di luce della copertina rivela un’architettura editoriale pensata, evocativa di uno stile e di atmosfere che la storia della carta stampata e dell’arte libraria hanno regalato in passato. Sfogliando le prime pagine alla ricerca di un esergo o di una dedica se ne scopre con sorpresa l’assenza, ma si viene subito spiazzati e premiati dalla bandella anteriore, che ospita la chiave d’accesso biografica al libro. Scritta dall’esordiente Rosaria De Meo, suona come una dedica a sé stessa e alla genesi sedimentata de La ladra, innescata da una passione immaginativa letteraria iniziata all’età di tredici anni e giunta oggi alle oltre cinquecento pagine della sua opera prima.

Come scrive l’autrice, questa passione per le storie si radica nell’infanzia, alimentata dai racconti orali delle nonne e da una precoce pratica di lettura e di scrittura intrecciata di appunti generativi. La nota autobiografica descrive il romanzo non come un risultato estemporaneo, ma come una narrazione dotata di una propria persistenza nel tempo, capace di rimanere sospesa durante i mutamenti dell’esistenza e forte di riemergere successivamente con una richiesta di attenzione esclusiva. Nelle parole dell’autrice, la transizione da storia a libro compiuto ricalca una duplice dinamica relazionale: dapprima vissuta come un’amica paziente e ostinata nell’attendere il momento della conclusione, e infine, con la pubblicazione, congedata come una figlia ormai adulta che intraprende un percorso autonomo. Una messa a dimora di fatti, storie e appunti che oggi, dopo l’affinamento, come per un buon vino, permette di degustare la complessità, la densità e i sentori più fini della narrazione.

Le lancette della storia sono fissate sul 1799, al tramonto del Settecento, tra le speranze della neonata Repubblica Napoletana e la restaurazione borbonica. Pagina dopo pagina, si scopre uno sviluppo interno che, come una fisarmonica, amplia queste premesse ed espande le storie dei personaggi e dei luoghi attraverso una ricca forza descrittiva, potenziata dalle quattordici illustrazioni di Luca Ralli. I suoi disegni non sono mero ornamento, ma risuonano come controcanto emotivo e dinamico. Il tratto dell’illustratore e fumettista – già noto per l’incontro letterario con Stefano Benni e per le collaborazioni con le riviste LinusCarta e Cuore –  accompagna le oscillazioni del racconto, alternando l’intensità drammatica ai momenti di grande vivacità espressiva. Dalla convergenza tra il riferimento artistico della copertina, la memoria biografica dell’autrice, la parola scritta e l’apparato grafico si sprigiona una struttura narrativa che si snoda recuperando i moduli del romanzo d’appendice e del feuilleton, sottoponendoli a una rigorosa ricomposizione attualizzata.

Colpisce la maturità con cui De Meo governa un’architettura complessa, che nell’indice è divisa in 22 capitoli e scandita dal ritmo delle quattro sezioni intitolate alle stagioni. L’autrice rigenera i codici del genere senza temere l’esplosione dei sentimenti: l’odio viscerale, il desiderio di vendetta e il peso dei segreti di sangue sono i veri motori del racconto. Tuttavia, la scrittura si smarca dalle ingenuità del feuilleton grazie a una cura attenta della parola e a una lucidità descrittiva dei tratti psicologici. La grande Storia del 1799 si intreccia così alle vicende intime della nobile famiglia Santacroce, dimostrando un lavoro d’archivio meticoloso che l’autrice rende naturalmente solubile nell’invenzione narrativa.

La struttura del romanzo è ricca di tensione e forti contrasti ambientali. La narrazione compie un viaggio che porta il lettore da Roma a Napoli durante la rivoluzione lampo della Repubblica partenopea, bagliore di una democrazia spenta dalla restaurazione borbonica in sei mesi. Ci si sposta dalle prigioni di Castel Sant’Angelo – da cui evade rocambolescamente il protagonista Cristiano Santacroce, pronto a tornare a Napoli per sposare la marchesa Colonnesi pur di tornare libero in patria – ai salotti dorati dell’aristocrazia napoletana, fino all’umanità vibrante dei vicoli popolari.

Rosaria De Meo lavora con ritmo su questo movimento tra l’alto e il basso della società. Usa il suo stile come una lente adatta a spogliare i personaggi dalle loro maschere sociali, costringendoli a confrontarsi con la nuda sopravvivenza: è nella contaminazione con il basso che i nobili scoprono la propria miseria, ed è nella solidarietà della strada che gli ultimi rivelano una dignità inaspettata.

Il profilo della protagonista, Alba, inserisce La ladra in una genealogia di riscritture storiche che ce la fa accostare a figure femminili generatrici di forti e sofferti cambiamenti personali dalle profonde ricadute sociali. Il tratteggio che ne fa l’autrice ci ha ricordato la Fanny di Erica Jong (1980): una donna che abita il Settecento usando l’astuzia, l’espediente e l’arte del camuffamento come unici strumenti di difesa possibili in un mondo governato da logiche maschili e barriere di classe. Per la densità dell’intrigo e i continui giochi di specchi sull’identità, richiama le atmosfere neo-dickensiane di Ladra di Sarah Waters. Evocando questi personaggi letterari nei suoi, De Meo dimostra la disinvoltura con cui, attingendo a un genere d’annata come il picaresco o il thriller d’epoca e conservando intatta la cornice storica, riesce a farne un palcoscenico di emancipazione moderno in cui trasporre figure e conflitti della contemporaneità.

Per i lettori più attenti, l’analisi del testo riserva una scoperta interessante: la parola occhi ricorre circa trecento volte. Non si tratta di una frequenza casuale. De Meo isola l’organo della vista dal resto del volto per descrivere i personaggi, i loro pensieri e le loro emozioni ricorrendo alla sineddoche. Il corpo fa da sfondo e la dimensione emotiva si concentra negli sguardi, eletti a principali indicatori delle relazioni. Non meraviglierebbe se uno storico confermasse che nella Napoli del 1799 la condotta dei singoli era regolata da una costante vigilanza ottica; in ogni caso, Rosaria De Meo ne fa un tratto distintivo del suo racconto. Gli occhi rappresentano l’elemento che resiste alla falsificazione delle identità: se i nomi e gli abiti possono essere alterati, lo sguardo rivela la reale condizione psicologica e può essere utilizzato persino come difesa passiva, uno scudo per negare il riconoscimento all’interlocutore.

La ladra si offre così a un pubblico stratificato: intercetta gli amanti del romanzo storico d’atmosfera che cercano la precisione nei dettagli d’ambiente; conquista i cultori del noir psicologico e dei giochi di potere, attratti da personaggi grigi e manipolatori dove la vera battaglia si combatte con i silenzi, i ricatti economici, i falsi gioielli e i sussurri nei corridoi; accoglie, infine, chi cerca nell’azione una catarsi emotiva profonda, un dramma familiare in cui la commozione autentica nasce dal contrappunto tra lutto e rinascita.

La ladra si presenta come un esordio letterario ambizioso, liberamente ispirato a storie vere di dinastie aristocratiche partenopee colpite al cuore da intrighi familiari, dove la grande Storia fa da eco e amplificatore alle tragedie private. Rosaria De Meo porta a compimento il suo progetto di scrittura ponendosi al confine tra la ricostruzione d’epoca e il raffinato melò settecentesco. Al lettore randagio non resta che accettare la sfida: incrociare lo sguardo di Alba e Cristiano e scoprire quanto si sia disposti a perdere pur di decidere, finalmente, del proprio destino.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Linguaggi del potere, dei media e degli stereotipi di genere – intervista a Graziella Priulla, di Rita Mele

‘Prendere parola è ancora la cosa più sovversiva che le donne possano fare’, scriveva Michela Murgia, nel suo saggio postumo del 2024, Dare la vita. Graziella Priulla — sociologa, saggista e voce storica della formazione universitaria — questa sovversione la pratica da decenni attraverso la ricerca, l’insegnamento e una saggistica fondamentale per chiunque voglia decifrare i linguaggi del potere e smantellare gli stereotipi che condizionano la nostra quotidianità. Tra i suoi saggi ricordiamo: Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori Edizioni, 2020); Viaggio nel paese degli stereotipi. Lettera a una venusiana sul sessismo (Villaggio Maori Edizioni, 2018); La libertà difficile delle donne. Ragionando di corpi e di poteri (Settenove, 2016); C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (Franco Angeli, 2015); Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014); L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese (Franco Angeli, 2012); e la Voce “Media” all’interno del Dizionario di genere (a cura di A. Di Giorgio, Il Mulino, 2023), il volume collettivo citato nell’intervista, che mappa attraverso 2417 lemmi le disparità e le resistenze del nostro vocabolario.

Ci siamo incontrate a Taranto in occasione della giornata di studio ‘Comprendere la violenza maschile contro le donne’. Da quel rapido scambio di idee, che non potevano certo esaurirsi nello spazio di un saluto, è nata questa intervista per Il Randagio.

Ne scaturisce un dialogo vero e intenso. Priulla guarda al passato con l’orgoglio delle conquiste ottenute e al futuro con la lucidità di chi sa che nulla è garantito, specie in un presente tecnologicamente avanzato ma orfano di educazione relazionale ed emotiva, dove le donne restano il bersaglio privilegiato della violenza, anche verbale. Le sue risposte arrivano come una boccata d’aria fresca: un invito a disarmare il pensiero rigido per pretendere legami autentici e sostenibili. Per riuscire a costruire una nuova civiltà delle relazioni, Graziella ci regala una formula preziosa: ‘Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri’. Per noi Randagi, non potrebbe esserci mantra migliore.

Guardando indietro alla tua ampia produzione saggistica, c’è un libro che oggi avresti l’urgenza di aggiornare o riscrivere completamente alla luce dei rapidissimi mutamenti sociali e linguistici di questi ultimi anni? Se sì, perché?

Probabilmente “Parole tossiche”: non per riscriverlo (i punti di partenza e gli assunti mi paiono tuttora condivisibili) ma per aggiungere considerazioni che prendano in esame l’esasperazione della tossicità (verbale e non) nel mondo contemporaneo. 

C’è una cartina di tornasole, il cui grado di negatività viene costantemente monitorato. I social, come tutte le reti, hanno un grande potenziale di relazionalità e di allargamento, ma vengono usati soprattutto in maniera individualistica e hanno aumentato a dismisura la quota di aggressività e di cattiveria nei discorsi che circolano. Le donne ne sono il bersaglio preferito. Le nuove generazioni vi sono completamente immerse, e trovano “naturale” questo clima malato perché non ne hanno conosciuto un altro. Le premesse però c’erano già tutte, e ne rintracciavo le responsabilità anche in quel mio libro di dodici anni fa.

A quasi un anno dall’uscita del Dizionario di genere, per cui hai curato il lemma Media, la cronaca continua a registrare violenze sistemiche contro le soggettività marginalizzate. Se il volume andasse in ristampa domani, quale parola aggiungeresti o modificheresti con più urgenza per descrivere il nostro presente?

Forse ‘discriminazione’, che ne contiene tante altre come ‘stereotipi’, ‘pregiudizi’, ‘disuguaglianza’, ‘deumanizzazione’, ‘violenza’ … La stessa (a mio avviso fuorviante) idea di ‘inclusione’, seppure con intenti positivi obbedisce a un ordine gerarchico di definizioni che contiene in sé la logica della subordinazione. 

Non modificherei questa voce ma vorrei render chiaro il percorso che ha visto e vede il privilegio di genere come matrice originaria di tutti gli altri, impronta originaria di suprematismo su cui si è ricalcato ogni altro modello, da quelli hard a quelli soft. Vorrei parlarne così nelle scuole, vorrei comparare le storie di ieri e di oggi, i miti di ieri e di oggi per ricavarne il senso comune. 

Tra i 2417 lemmi del Dizionario che mappano le nostre disparità, quale suggeriresti di ‘adottare’ a chi legge Il Randagio? Quale parola dovremmo far nostra per usarla come strumento di consapevolezza e resistenza quotidiana?

Non sono originale se dico ‘femminismi’. 

Intanto al plurale, perché si tratta di un insieme molto vasto e variegato di teorie e di pratiche di analisi, di critica, di denuncia, di azione – nel personale e nel politico. Intanto per tutto il ventaglio di storie e di considerazioni, dall’emancipazione alla liberazione, che offre e che pretende ma che in blocco vengono ignorate.

È stato un termine che il potere ha spesso dileggiato, demonizzato, ridicolizzato; sempre è stato incompreso dal senso comune. Quando insegnavo ragazzi e ragazze dichiaravano apertamente il loro stupore che io così tranquilla, gentile, educata, “normale” insomma, fossi femminista. I loro manuali riportavano ogni genere di -ismo, ma questo no.

In ogni sede possibile, in ogni incontro di persone sarebbe necessario ribaltare l’immagine, dimostrare che se i progetti femministi diventassero realtà tutti e tutte se ne avvantaggerebbero, donne e uomini.

Dopo decenni dedicati alla ricerca sociologica, alla scrittura e all’insegnamento, ti chiedo di guardare al nostro futuro: qual è oggi la ‘libertà più difficile’ che noi donne in Italia dobbiamo ancora riuscire a conquistare?

Prima di tutto io penso che dovremmo essere orgogliose delle libertà che già abbiamo conquistato, dal voto allo studio, dal lavoro alla famiglia; dobbiamo ricordarne la storia recente e tenercele strette, perché rischiano ad ogni svolta di essere messe a rischio. Niente è per sempre, se non lo si difende.

Oggi viene messa in crisi soprattutto la nostra libertà e possibilità di espressione, conquista coraggiosa del ‘900. Ricordo Michela Murgia: “Di tutte le cose che le donne possono fare, prendere parola è ancora la più sovversiva”.

Poche nei media e con poco potere; oggetti di odio e di ostracismo nei social; minoritarie nei convegni e nei panel (si è coniata l’espressione manel!); presenti in pubblicità solo come corpi mercificati; tacitate dal potere politico, che ora ci vuole silenziare anche nelle scuole … eppure siamo la maggioranza del Paese!

Spesso le libertà più difficili da conquistare sono quelle che non riusciamo nemmeno a concepire, semplicemente perché ci mancano i modelli o le parole per nominarle. In che modo l’atto di leggere – esplorando altre vite e altre prospettive – può colmare questo vuoto? Come può un libro aiutarci non solo a decifrare il presente, ma ad allargare l’immaginazione per costruire, nel nostro quotidiano, una libertà nuova?

Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri. Non in un canale, ma in una molteplicità di canali. Non in una sede, ma in tutte le sedi possibili. Non in un discorso, ma in migliaia di discorsi diffusi. Non in un modello rigido, ma nella costruzione di modelli duttili. 

È possibile uscire dalla rigidità del pensiero dicotomico.

Le nuove generazioni cercano come l’aria alimentazione per l’immaginazione, per i progetti di vita e prima ancora per la coscienza di sé: hanno bisogno di senso. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato ma in molti punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei generi. Viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma troppi sono ancora analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale. 

Questo è il terreno in cui si gioca – nell’infinita varietà dei percorsi individuali – la qualità della vita degli uomini e delle donne: l’affermarsi di una nuova civiltà delle relazioni nella vita quotidiana, lontana per ambedue tanto dalla logica antica del patriarcato quanto da quella recente del mercato; una società con pari opportunità e pari diritti, modalità sentimentali sostenibili, nuovi modelli genitoriali.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Jan Brokken: “La malinconia del viaggiatore” (Iperborea, 2026, trad. Claudia Cozzi), di Rita Mele

Esiste un libro-mondo in grado di farci compiere un viaggio letterario, artistico e musicale in quattordici tappe restando comodamente seduti in poltrona? Ed è possibile che a guidarci sia un autore che ha viaggiato così tanto nella sua vita da aver trasformato la malinconia in una precisa postura dello sguardo?

Questo libro si chiama La malinconia del viaggiatore (De weemoed van de reiziger), il nuovo volume di Jan Brokken pubblicato nella prestigiosa collana Gli Iperborei. Se vi recaste in una biblioteca pubblica e chiedeste la sua esatta collocazione in catalogo secondo la Classificazione Decimale Dewey, sullo schermo comparirebbe una sequenza che per i catalogatori significa una cosa sola: Storia e critica della letteratura incentrata sul tema del viaggio.

Ma un volume del genere è per sua natura ‘multicatalogabile’: sfugge ai codici rigidi per oscillare con grazia tra la saggistica letteraria, la storia dell’arte, la biografia musicale e il reportage geopolitico. Se la rigidità della classificazione prova a metterlo in gabbia una volta per tutte, la scrittura di Brokken — sempre generosa di storia e di cultura — lo trasforma immediatamente in un crocevia dinamico tra letteratura, geografia e partitura musicale. Leggere questo libro, fin dalle prime pagine, è come salire a bordo di una nave e farsi guidare dal suo Capitano alla scoperta di luoghi e persone custodi di memoria. L’itinerario di quattordici capitoli tocca architetture interiori che spaziano dai tormenti sinfonici di Gustav Mahler alla luce mistica sprigionata dalle tele e dalle vetrate di Henri Matisse, fino alla poesia dolente e perseguitata di Osip Mandel’štam.

L’autore ha un’incredibile carriera alle spalle: trentuno opere dal debutto nel 1975 con l’inchiesta d’archivio Mata Hari: la verità dietro una leggenda fino a La scoperta dell’Olanda del 2024, passando per dieci titoli di successo pubblicati con Iperborea dal 2011. Pur non essendo nuovo alla scrittura di viaggio, qui adotta la postura decisa del ‘viaggiatore detective’ della memoria. Brokken, che ha festeggiato da poco il suo settantesettesimo compleanno, si rivela come un investigatore storico e letterario che non si accontenta delle biografie accademiche: sente il bisogno fisico di recarsi sul posto, di misurare lo spazio con i propri passi, di abitare le stanze in cui i protagonisti della cultura hanno generato le loro opere o consumato i loro drammi personali. Se nel 1975 svelava la tragica fine di Margaretha Zelle nelle reti dei servizi segreti della Prima Guerra Mondiale, oggi quella stessa precisione chirurgica da reporter e la sensibilità amplificata del romanziere si fondono nel suo stile per raccontare i luoghi e chi li ha animati o continua a frequentarli. Un approccio incarnato il suo — una vera e propria embodied cognition — che persiste in ogni pagina e che affonda le radici nella sua stessa storia personale, essendo l’autore nato a Leida da padre olandese e madre russa, Han e Olga che nel 1935 partono per Giava per una missione colonizzatrice.

Questa volta Brokken ha scritto, a tutti gli effetti, un libro ubiquo. La sua narrazione si snoda in poco più di quattrocento pagine e abita contemporaneamente ogni meandro della mente del lettore, chiamandolo a una performance sinestesica che impegna visione, linguaggio, intuizione, spazialità, memoria e sensorialità. È un’opera polimorfa che cambia pelle a seconda della pagina che si sfoglia: a tratti è una galleria d’arte, un museo dalle pareti altissime e silenziose; un attimo dopo si trasforma in una soffitta polverosa piena di oggetti ritrovati, o in un cimitero di campagna dove i grandi spiriti riposano sotto una pioggia sottile.

Pagina dopo pagina abbiamo seguito l’autore nel suo libro-mosaico, un’immensa geografia fisica e interiore tenuta insieme da uno sguardo impressionista: Brokken non cattura la realtà nella sua fredda cronaca, ma si posa sui mondi che incontra e va a cercare come la luce sulle cose. Il suo occhio si ferma sulle pieghe di un tessuto o su un oggetto dimenticato in un cassetto. Ed è qui che quel frammento, apparentemente minimo, viene scritto e trasformato in un’enciclopedia di rimandi culturali. La malinconia del viaggiatore si legge cogliendo continui collegamenti sentimentali e ideali tra l’Europa e il Nuovo Mondo. I quattordici capitoli non sono compartimenti stagni, né tappe lineari di un banale itinerario turistico: funzionano piuttosto come porte d’accesso a un immenso condominio della memoria in cui i corridoi del tempo si incrociano e più figure storiche coabitano nello stesso spazio emotivo. I luoghi e le vicende umane, descritti con passione, diventano per noi lettori pretesti per meditare sulle vite degli altri e sulla nostra, in un gioco di specchi e di rincorse. La geografia si dissolve per farsi mappa della mente di chi legge. Storia, arte, letteratura e giornalismo si fondono in un unico itinerario tenuto insieme da una rete invisibile tessuta dal ricordo e dall’emozione.

La malinconia del viaggiatore racchiude nel titolo stesso la sua chiave di volta. La malinconia non viene mai intesa come una passiva tristezza o un semplice rimpianto. Al contrario, a noi lettori randagi arriva come una forza generativa e dinamica, strettamente legata al concetto di weemoed nordica: una malinconia attiva che spinge a cercare e proteggere la bellezza laddove l’uomo rischia di dimenticarla sotto le macerie della Storia.

Questa tonalità emotiva tocca l’apice in quattro momenti topici della narrazione, a cui facciamo solo un cenno per non privarvi del piacere della scoperta personale: la malinconia dello sradicamento di Béla Bartók e Antonín Dvořák; la malinconia della reclusione di Franz Kafka; la malinconia del tempo che consuma i corpi, nello straziante contrasto tra l’immobilità fisica di un Matisse anziano sulla sedia a rotelle e l’esplosione di luce delle vetrate della cappella progettata a Vence per Sœur Jacques-Marie; e infine la malinconia dell’oblio storico e dell’esilio civile, ambientata a Collioure sulla tomba del poeta Antonio Machado, che ha lottato per difendere il valore della parola sotto la dittatura.

Il viaggio letterario di Brokken spazia dal Nord Europa alla Loira Atlantica, fino alle Americhe, ma trova un approdo fondamentale in Italia. L’autore attraversa la penisola passando da Rovereto, richiamato dalla figura di Fortunato Depero e dalla sua ossessione futurista per la macchina e la velocità; scende nei corridoi di Palazzo Ducale a Mantova sulle tracce del Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi, evocando il fantasma degli spartiti perduti nel tragico sacco della città del 1630; si ferma a Roma, nella casa di Via del Corso, per rileggere il Viaggio in Italia di Goethe attraverso la lente della grande tradizione filologica, accostandovi il moderno reportage fotografico; infine approda a Napoli, lasciandosi ammaliare dalla sensualità melodica del Teatro San Carlo.

Per gli osservatori stranieri, scrivere di Italia è uno degli esercizi letterari più scivolosi. Il rischio è quello di cadere nella trappola del Grand Tour da cartolina o di indulgere nello sguardo superficiale del turista ammaliato. Eppure, questo libro disinnesca ogni diffidenza: Brokken non scrive sull’Italia, ma attraverso l’Italia, usandola come cassa di risonanza per sentimenti universali. La nostra penisola non ne esce come un semplice souvenir da esibire. Per noi lettori randagi queste pagine risuonano autentiche e prive di retorica perché l’autore si accosta ai luoghi, agli uomini e alle donne della nostra storia culturale con uno sguardo pulito, commosso e mai predatorio.

Il libro ha anche una sua colonna sonora, percorso com’è da una profonda sensibilità musicale. Brokken sa che la musica è l’arte spaziale per eccellenza, capace di viaggiare nel tempo anche quando i corpi sono immobili nello spazio. Nel capitolo Addio a Budapest, lo scrittore ricostruisce con uno scavo bibliografico l’ultimo, disperato concerto ungherese di Béla Bartók prima della fuga transatlantica, ossessionato dal salvataggio dei canti popolari magiari mentre il nazismo cancella i confini d’Europa. Nelle pagine successive segue la spinta creativa che portò Dvořák a comporre la sua celebre sinfonia Dal Nuovo Mondo partendo dai moli di Ellis Island.

Brokken affronta i quattordici capitoli della sua ultima opera come traversate in cui sa farsi da parte per dare la precedenza alle storie: azzera il proprio rumore di fondo da narratore e lascia che a parlare siano i vuoti, i silenzi, le assenze. È una scelta che trova il suo culmine nella destinazione finale del viaggio. L’autore decide infatti di chiudere il cerchio tornando in Europa, conducendoci verso un traguardo ad alta tensione etica e poetica: Tirana.

Nell’ultimo capitolo, ‘Io la invidio’, Brokken bussa alla porta del gigante della letteratura albanese Ismail Kadare, in un incontro di bruciante intensità avvenuto a ridosso della sua scomparsa, nell’estate del 2024. Al centro del dialogo si riverberano i temi dell’ultimo capolavoro-inchiesta di Kadare, Quando un dittatore chiama, interamente dedicato alla storica e ambigua telefonata del 1934 tra Stalin e Boris Pasternak sul destino del poeta dissidente Osip Mandel’štam. Davanti al tiranno che chiama al telefono, la parola del letterato si fa spietata e affilata come una spada per squarciare la cortina dei regimi totalitari.

Jan Brokken ha firmato un’opera che per stile, ritmo, passione, e per un bagaglio di testimonianze di più 78 fonti uniche e 80 volumi esaminati, va ben oltre il reportage di viaggio. 

Se in questi giorni state scegliendo quale libro vi accompagnerà nei mesi estivi, fate spazio in valigia per La malinconia del viaggiatore. Finché ci sarà uno scrittore disposto a entrare nelle stanze e nelle vite degli artisti e salvarne dall’oblio i carteggi, nessuna di queste voci si spegnerà, e i lettori continueranno ad appassionarsi nello scoprirle.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare