Spesso canta il lupo nel mio sangue – scrivere per vivere: Mariella Mehr e il dramma del popolo Jenisch, di Barbara Gramegna

Approcciai diversi anni fa la scrittura di Mariella Mehr e di lei mi restò forte la metafora del lupo, titolo ad esempio di una sua raccolta di poesia, Das Sternbild des Wolfes (“La costellazione del lupo”, opera però non tradotta in italiano) e utilizzata in diversi passaggi dei suoi versi, come:

[…] Lo ha imparato dai lupi che non c’è pietà dove scorre il sangue. (“Labambina”, 2019, a cura di Anna Ruchat, Fandango Libri)

[…] Spesso canta il lupo nel mio sangue/e allora l’anima mia si apre/in una lingua straniera.//Luce, dico allora, luce di lupo,/dico, e che non venga nessuno/a tagliarmi i capelli. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, a cura di Anna Ruchat, Einaudi)

Lasciai che il testo mi parlasse, così che l’immediato sentire non venisse influenzato da un apparato informativo intorno alla biografia dell’autrice.

La associai immediatamente al testo-culto “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, in cui l’archetipo del lupo viene impiegato come veicolo di comprensione del femminile: un’immagine di forza interiore, protezione e intelligenza, di inequivocabile fascinazione; un’immagine che richiama la saggezza intuitiva e la capacità di camminare da soli, in libertà, ma anche la lealtà verso il branco e la ferina brutalità, qualora una minaccia lo richieda.

Lessi i versi come scritti da una donna per tutte, con richiami ancestrali alla capacità delle donne di diventare, per necessità, altro da sé, per cui il potere della parola, pur se in altra circostanza e in altra lingua, rimane come alternativa ad un silenzio ancora più insopportabile. [1]

Vi scorsi l’universalità legata, ad esempio, alla simbologia dei capelli, il cui taglio ha rappresentato, nella storia e nelle diverse culture, un momento di violenza, di umiliazione, se operato da altri, di sacrificio, se agito su di sé e che ha sancito, e sancisce comunque, anche tutt’oggi un cambiamento, non solo di ordine estetico.

La ricerca della luce, come fortissima carica simbolica e richiamo inevitabile alle parole attribuite a Goethe in punto di morte: “Mehr Licht!”, più luce, appunto, quale anelito forse e ultimo desiderio di chi ancora non ha perso la speranza di qualcosa di meglio.

Per Mariella, nella sua inesauribile capacità di ricomporre le parole, si tratta di una “luce di lupo”, Wolfslicht, una sua invenzione linguistica, un gioco con la proteiforme lingua tedesca, che consente la composizione di infiniti nuovi sostantivi da due, tre, quattro, cinque già singolarmente esistenti e di senso compiuto.

Lessi quindi questa “luce di lupo” come una capacità di rinascita insita nella natura zoomorfa di Mariella, in quella forza che si può ritrovare, anche dove tutte le risorse parrebbero ormai esaurite.

Trovo alcune assonanze, in una sorta di ideale sorellanza, in Goliarda Sapienza: 

Non sapevo che il buio/non è nero/che il giorno/non è bianco/che la luce/acceca/e il fermarsi/è correre/ancora/di più. (da “Ancestrale”, 2013, La Vita Felice)

Gli ossimori, le soglie, le linee di demarcazione fra vivere e morire, provare a vivere o arrendersi alla sopravvivenza, mi paiono rilevanti analogie.

Ritorno oggi a Mariella Mehr e, per diverse ragioni, la leggo indagando anche la sua vicenda umana, la sua origine Jenisch e l’ignobile operazione “Kinder der Landstrasse”, messa in atto dal governo svizzero a partire dal 1926 per circa cinquant’anni con l’intento, se non di eliminare, di indebolire in maniera determinante l’etnia Jenisch, un popolo nomade di probabile origine celtica sparso per diversi paesi europei, soprattutto tedescofoni.

Mariella nasce a Zurigo nel 1947 in una nazione che per la maggior parte di noi viene stereotipizzata in contenitore ordinato, asettico e, per questo, che si difende da pericolose contaminazioni, se non di carattere finanziario.

Emblematici a proposito di luoghi comuni sulla Svizzera gli ironici versi della canzone “Angeli” di Lucio Dalla: 

[…] Ci sono tante banche, serve un samba, una strega, una fattura/Le tre di notte non so dove sputare/È così pulito che non si può sporcare […]

Una guardia o un generale, non si capisce bene/Mi guarda male butto via la cicca e quello sviene/Sta per farmi la morale ma mi faccio perdonare/Perché raccolgo la cicca appena accesa/La metto in tasca e comincio a fischiare […]

Mariella e la sua famiglia sono cittadini svizzeri, ma nomadi, e questo non li risparmia dal rientrare in quella che Alfred Siegfried identifica come patologia:

Il nomadismo, come la maggior parte delle malattie ereditarie, viene trasmesso principalmente dalle donne, chi vuole vincere sugli Jenisch deve spezzare i legami famigliari. Non esiste altro modo.

Queste sono le sue parole da medico, docente e fondatore dell’Opera Pro Juventute, una società filantropica dietro cui si nasconde un movimento antitziganista responsabile della ideazione e della gestione in Svizzera, dal 1926, appunto, al 1973, del programma “Kinder der Landstrasse”. 

Attraverso questo sistema vengono strappati alle loro famiglie circa 700 bambini Jenisch, rinchiusi in orfanatrofi o consegnati a famiglie affidatarie, operando la sterilizzazione delle donne, inviandole a istituti psichiatrici o in prigione, isolando gli uomini in carcere, nel tentativo di eliminare la cultura zingara in nome del miglioramento della società locale.

La Svizzera aveva, a dire il vero, manifestato ben prima la sua insofferenza alla presenza degli Jenisch. Già nel 1825, viene attestato il fatto che a Lucerna un gruppo di Jenisch fu processato per crimini contro la società. Furono comminate loro pene detentive, sottratti i figli con l’intenzione di spezzare i legami familiari e contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine di quel Paese soprattutto a quell’epoca. Essere cittadini svizzeri non proteggeva infatti gli Jenisch dal disprezzo e dall’ostilità. A occuparsi di loro, fino agli anni ’20 del ‘900 sono stati i Comuni e i Cantoni.

Ma dal momento in cui, anche in Svizzera, spirano più forti i venti della cultura eugenetica, si pensa in maniera più organizzata e sistematica alla “soluzione” del problema nomadismo a livello nazionale.

La vicenda umana di Mariella Mehr e della sua famiglia rimane irrimediabilmente segnata dal programma “Kinder der Landstrasse”, che la strappa già dalla nascita alla madre venendo assegnata,  ancora neonata, ad una coppia di genitori affidatari.

Il rischio di morire soffocata con il suo stesso cordone ombelicale dalla madre naturale in pieno delirio schizofrenico a poche ore dal parto offrì un’ulteriore indiscutibile motivazione a privarla del contatto con i genitori naturali.

Incapace di parlare fino ai cinque anni a causa dei traumi subiti, priva di qualunque tipo di affetto, senza una vera figura protettiva, è alla costante ricerca di qualche riferimento. 

Il rapporto difficile e l’assenza di comunicazione con il padre e la madre adottivi costituiscono un grande ostacolo alla sua apertura verso il mondo e alla coscienza di sé, segnando in modo indelebile la sua infanzia e pregiudicando il suo futuro. 

Riconosciuta come estranea nel paese in cui si ritrova suo malgrado a vivere, da lei denominato, non a caso, “Zero”, viene trattata con sospetto e diffidenza. 

La provenienza etnica Jenisch, associata a inaccettabili costumi e condotte di vita, la portano a essere considerata come un essere inferiore, immeritevole di affetto e di qualsivoglia tipo di considerazione. Trascorre così i suoi primi vent’anni tra istituti e cliniche psichiatriche con lo scopo di essere studiata come caso scientifico al fine di estirpare la “follia” tramandatale dalla madre.

L’assenza di protezione la lascia in balia di tutori e medici, i quali non si sono fatti scrupolo, nel corso degli anni, di approfittare di una bambina indifesa, prima, e di una ragazza indegna di rispetto, poi. 

Niente,/nessun luogo.//C’è ancora rumore di sventura nella testa,/e sulla mappa del cielo/io non sono presente.//Mai è stata primavera,/sussurrano le voci di cenere, /sulla bilancia del linguaggio/sono una parola senza peso/e trafiggo il tempo/con occhi armati.//Futuro?/Non assolve/me, nata sghemba./Vieni, dice,/la morte è un ciglio/sulla palpebra della luce. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)

I continui abusi, le violenze sessuali, gli inganni e i soprusi hanno fatto precipitare Mariella in una crisi schizofrenica, rendendo la sua realtà ancora più complicata e difficile da accettare.

Trattata come un soggetto pericoloso, come “caso incurabile”, viene sottoposta a trattamenti inumani e a elettroshock.

Non ancora diciottenne Mariella diviene madre e, per la seconda volta, la storia si ripete: le viene sottratto il figlio e affidato a terzi, lei internata a Hindelbank, un carcere femminile. 

A dolore si aggiunge dolore: la lacerazione per l’allontanamento del figlioletto e la contenzione per 19 mesi. All’uscita dal carcere nessun paracadute, nessuna sponda: la disperazione e il rifugio nell’alcol, l’unico antidoto sin dalla prima adolescenza.

Le ci vorranno diversi anni per risalire la china e mettere a frutto la sua curiosità per le parole, per la lettura, vorace, praticata da ragazzina nei pochi mesi di frequenza scolastica e successivamente in autonomia.

A partire dal 1975, raggiunta l’età adulta, Mariella traduce soprusi e sofferenze in scrittura, prima come giornalista, poi come autrice di opere di denuncia, spettacoli teatrali e quindi di poesie e romanzi.

Le sue opere contengono potenziali soggetti cinematografici, i luoghi che l’hanno vista contenuta, umiliata e più volte confinata sono ad esempio gli scenari, pur in un libero adattamento, proposti da Valentina Pedicini nel film del 2017 “Dove cadono le ombre”, una pellicola cupa e di impatto che ci consegna forse solo in misura minore una rappresentazione di quel dolore che Mariella Mehr deve avere provato.

Opere come “Steinzeit” del 1981 (“Silviasilviosilvana”), la sua autobiografia, “Daskind” del 1995 (“Labambina”) e tra le sue più celebri raccolte di poesia, “Nachrichten aus dem Exil” del 1998 (“Notizie dall’esilio”) sono solo alcuni esempi della sua produzione letteraria. 

La sua lingua è un flusso magmatico che non risponde a regole sintattiche, è lava incandescente che travolge e si riversa sul lettore e l’orrore vibra in ogni parola: l’orrore dei trattamenti chimici, delle sevizie, degli esperimenti, delle punizioni.

[…] silvia si vergogna, umiliata, irata, intimidita, buttata là davanti a venti paia di occhi inquisitori: sei come tua madre silvia, sei pazza, pazza come quel mostro che ti ha messo al mondo. sei pazza silvia, perduta in una follia che tu stessa non comprendi. Credilo silvia, finalmente, credi a loro, agli dèi bianchi, credili. tu sei colpevole, silvia, colpevole di essere pazza come tua madre. non puoi sfuggire al tuo essere pazza, ti murano nella tua follia, silvia […] (da “Silviasilviosilvana”, 1995, Aiep Editore, San Marino)

Silvia è l’alter ego di Mariella bambina, Silvio è il suo trasgredire, che si declina al maschile – l’alcol, l’oblio – e Silvana è Mariella quasi adulta; una tripartizione che non rende ancora pienamente giustizia alla frammentazione che il suo io ha dovuto subire per anni.

La prosa di Mariella Mehr è bisturi, selce tagliente; la sua poesia cerca invece una luce di rinascita, ma è ferita ancora aperta, i cui lembi sono crinali fra tenebre e radura.

Una ferita che ci richiama un’altra grande figura della poesia del ´900, Alda Merini: stessa sorte di internamento in età giovanile, di allontanamento dalla prole, analoga sensibilità e capacità di utilizzare le parole come armi. Anche Alda Merini denuncia e accusa le società che vedono nella diversità un pericolo, una minaccia (vedi “L’altra verità. Diario di una diversa” del 1986).

Le denunce di Mariella Mehr trovano pubblicamente un epilogo in due momenti:

  • la chiusura nel 1987 della causa legale intentata contro il governo svizzero dall’associazione confondata da Mariella per la tutela del popolo Jenisch, a cui Mariella può assistere;
  • Il 19 febbraio 2025, quando il Consiglio federale svizzero riconosce come crimini contro l’umanità le passate persecuzioni subite dalle popolazioni nomadi, di cui Mariella non verrà mai a conoscenza perché scomparsa nel 2022.

Mariella aveva forse presagito una possibilità di riscatto quando ha sentito di dovere consegnare alla parola il compito taumaturgico di tenere sempre traccia della ferita, sua e di tutti i “soccombenti”, per poterla un giorno vedere guarita.

Stiamo separati di fronte al mondo,/ognuno incatenato alla sua ora,/i nostri cani vanno a toccare un ieri, quante volte e senza conseguenze?//Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde/nebbia si appoggia sulla mia spalla,/diventa pesante, più pesante, diventa pietra.//C’è una sola parola captata origliando/che voglio cavare fuori e conservare,/perché resti indietro una ferita aperta,/a mia consolazione, una via nel domani. //Bastava la speranza? Allora sperate con me,/tutti voi soccombenti.//Spera anche tu,/mio cuore,/un’ultima volta. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)

Mariella ci lascia nel 2022, la sua opera in italiano è curata dall’ottima Anna Ruchat.


[1]Ricordo a questo proposito, pur con i debiti distinguo, quanto considerato a proposito di Forough Farrokhzad in https://ilrandagiorivista.com/2026/03/19/resistere-attraverso-la-poesia-forough-farrokhzad-teheran-1934-1967-di-barbara-gramegna/

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Antonia Pozzi, l’amore infranto, di Lavinia Capogna

“J’avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie”.

(Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita)

Paul Nizan, incipit del romanzo “Aden Arabie” (1932).

“Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia (…)”

Antonia Pozzi 

Dalle foto scolorite in bianco e nero ci giunge l’immagine di Antonia Pozzi come quella di una ragazza delicata, dal sorriso gentile, in alcune foto molto intensa, possiamo quasi immaginarci la sua voce (flebile? sonora?) con un leggero accento milanese.

Poi apriamo il suo libro, postumamente intitolato “Parole” e leggiamo:

12 maggio 1933

“Ciascuno la propria tristezza se la compra dove vuole

anche in una bottega nera austera 

tra libri impolverati 

che si liquidano a prezzi dimezzati 

libri inutili 

tutti i TRAGICI GRECI 

ma se il greco non lo sai più 

mi sai dire perché li hai comprati? 

libri inutili 

POESIE PER I BAMBINI 

coi fantoccini colorati 

ma se non hai bambini 

tu mi sai dire perché li hai comprati? 

se non avrai dei bimbi mai più 

mi sai dire per chi li hai sciupati i tuoi soldi.

Ciascuno la propria tristezza 

se la compra dove vuole,

come vuole 

anche qui.”

Antonia Pozzi aveva solo 21 anni quando compose questa splendida poesia così matura e perfetta nello stile e nel significato.

Scriveva poesie a mano in quei quaderni con le copertine nere e la carta un po’ ruvida del tempo in una chiara calligrafia. E così scopriamo che quella signorina spersa per le vie di Milano – una Milano con vecchi negozi, botteghe, vetrate appannate, lampioni, una folla che camminava, quasi nessuna macchina, un’intensa vita laboriosa, con la sua luce grigia e la nebbia sui Navigli ancora non interrati dal fascismo – era una grande poeta.

Chi avrebbe potuto sospettarlo? 

Le prime liriche conosciute risalgono al 1929 quando aveva soli 17 anni ma già si ritrova una forza poetica, un pathos e una malinconia che li percorre, una descrizione mai scontata della natura. 

Anche io avevo notato ciò che la poeta Antonella Anedda ha saputo esprimere acutamente: “Raramente Pozzi dice genericamente “alberi”, scrive invece: pioppi, olmi, pini, tigli, larici, faggi”.

In numerose poesie vi sono descrizioni della natura con una percezione sottile, non le solite liriche campestri intrise di retorica ma quelle di ampi spazi quasi selvaggi, imprevedibili, che nella luce della sera diventano quasi inquietanti come la brughiera di Emily Brontë. 

Antonia fu anche appassionata di alpinismo e raccontò di una scalata notturna in cui aveva visto l’alba da una vetta.

La sua è una poesia in antitesi con quella in voga all’epoca. Persino il suo professore universitario, lo stimato Antonio Banfi (con cui si era laureata con il massimo dei voti con una tesi su Flaubert) al quale aveva sottoposto alcune liriche le sconsigliò di dedicarsi alla poesia e altrettanto fece il filosofo Enzo Paci.

Nonostante la grande delusione e le lacrime Antonia non si lasciò depistare. Pensò, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi anche alla prosa componendo abbozzi di un romanzo storico, ambientato nella seconda metà del 1800 nella campagna lombarda ispirato all’amata nonna.

Per quanto Antonia provenisse da una famiglia benestante, il che le diede la possibilità di studiare, di avere un palco alla Scala e l’educazione di una ragazza di “buona famiglia”: lo studio del pianoforte (amava molto la musica), il francese, l’equitazione non era una famiglia veramente felice: il padre, ex reduce, avvocato, podestà fascista nella cittadina di Pasturo, vicino Lecco, dove avevano una villa fu un genitore autoritario ed ebbe un grosso peso sulla sua vita (come vedremo), la madre era un’aristocratica proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, di cui rimane un’immagine un po’ vaga.

Non era facile essere ventenni negli anni Trenta in quell’Italia grigia, nella violenza quotidiana del fascismo al massimo del suo consenso e pronto ad un colonialismo brutale. La popolazione, tutta sotto controllo, doveva solo ubbidire e tacere.

Il fascismo fu anche il trionfo del maschilismo. Le donne non contavano nulla, era mal visto che una borghese lavorasse eccetto che non fosse maestra. Gran parte delle professioni erano inaccessibili alle ragazze. Vi erano regole sociali ben precise. Era raccomandata la modestia, il bon ton, l’obbedienza al padre, la castità, sposarsi era la massima aspirazione, quasi un dovere.

Le donne erano viste come emotive, infantili, incapaci di badare a sé stesse, bisognose della guida di un “uomo forte”.

Nel famigerato Codice Rocco approvato nel 1930 divennero legge il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

L’analfabetismo era altissimo sia tra donne che uomini, il paese era prevalentamente agricolo, andavano in città balie, sartine, ricamatrici, pettinatrici, cameriere. 

Milano e Torino erano le due città più industrializzate: c’erano le ditte Caproni e Breda, specializzate in materiale ferroviario, l’Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo per le macchine che facevano concorrenza alla Fiat ed infine la Pirelli. Vi era dunque un alto numero di operai e storici quartieri “rossi” seppure obbligati, per il momento, al silenzio, come Porta Romana e Lambrate.

Venne modificata la città, costruita la Stazione Centrale e alcuni palazzi, buttati giù storici vicoli.

“ll vero amore è dei poveri” scriveva Vasco Pratolini. Le ragazze del popolo potevano infatti sposare un ragazzo di cui erano innamorate, il che purtroppo era meno frequente nella media o alta borghesia dove si combinavano matrimoni basati prevalentemente sul censo e sulla classe sociale.

Persino una donna emancipata come Maria Montessori, medica e grande pedagogista, trent’anni prima (ma in questo la società non era cambiata) aveva dovuto celare di essere una madre nubile.

Nel 1927, a 15 anni, Antonia si iscrisse al liceo Manzoni. In una lettera descriveva alla nonna, nel suo stile colto ed immediato, vivace e affettuoso, inframmezzato da qualche parola in dialetto, il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Un docente di Sassari di 34 anni che insegnava a Milano. Una piccola foto lo ritrae con un’aria seria e distinta, era un entusiasta che sapeva conquistare l’attenzione degli allievi, prestava o regalava loro libri, stimolava la riflessione.

In questo primo accenno lei lo definiva “un topo di biblioteca” ma traspare ammirazione e simpatia.

Nel 1928 egli sarà trasferito a Roma dove insegnerà in altri licei. Per Antonia il suo trasferimento fu una notizia devastante. Lui aveva alimentato la passione di Antonia per la letteratura. Più tardi lei si occuperà anche di un autore ribelle come Aldous Huxley.

Lei e Cervi rimasero in cortese contatto epistolare, dandosi del lei, lui diceva che lei avrebbe sempre potuto contare sul suo fraterno aiuto ma nel 1929 si innamorarono.

Si vedevano raramente ma Antonia, 17 anni, scriveva: “Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te”.

Naturalmente il loro amore non poteva andare oltre qualche bacio, un vagheggiato più che reale fidanzamento (che allora voleva dire un impegno matrimoniale), il desiderio di un figlio.

Il tema del figlio tornerà in modo struggente in varie sue poesie e molte liriche sono dedicate al suo ex professore.

Era abbastanza frequente che una adolescente si invaghisse di un docente e, non a caso, nel 1941 verrà realizzato un film di gran successo, interpretato da Alida Valli, su una situazione analoga, “Ore 9, lezione di chimica”.

Ma quando nel 1931 il padre di Antonia scoprì questa “relazione” si infuriò: Cervi non solo era molto più grande di sua figlia ma soprattutto era povero e meridionale (andava in giro con un cappotto leggero con le tasche rotte sotto la neve – raccontava Antonia in una lettera).

Per separarli convinse Antonia a fare un lungo viaggio a Londra e dintorni per studiare l’inglese.

Tuttavia lui la raggiunse brevemente a Londra.

Nel 1933 lei scrisse a Cervi: “(…) di nuovo mio padre minacciava di venirti a cercare a Roma, di sfidarti a duello e tante mai altre cose spaventose – ed io vi credetti, povera, stupida bambina, vi credetti come l’altra volta – e fu per paura, per paura soltanto che pensai di cedere… Parole, parole, parole – tante parole grandi e belle – per coprire tante meschinità ignobili (…) la rinuncia, sì – la rinuncia (…)”.

Cervi ne fu risentito, l’accusava di non essere stata sincera, trovava un divario tra lui, cattolico fervente, e lei che non pensava a questioni religiose.

Per Antonia la separazione definitiva fu un grande dolore, aveva amici, faceva vita mondana, nuotava, giocava a tennis, viaggiava all’estero (cosa insolita allora), frequentava Grand Hotel, località di gran moda come Viareggio, studiava molto ma nelle poesie ricorreva il tema della morte come quiete, oblio, pace.

La futura scrittrice Maria Corti che l’aveva conosciuta all’università la descrisse poi come sensibile e con una intelligenza filosofica.

Ho il dubbio che sensibile stia per ipersensibile.

Aveva trovato lavoro come insegnante di materie letterarie in una scuola e faceva volontariato per aiutare le persone indigenti.

Nell’autunno del 1938 vennero promulgate le leggi contro gli ebrei. Antonia ne restò scioccata ed era assai preoccupata per Paolo Treves, un suo buon amico, figlio di un ex deputato socialista e di madre ebrea.

Dal 1937 aveva fatto amicizia con un ragazzo completamente diverso da Cervi, di nome Dino Formaggio, che in seguito avrebbe partecipato alla Resistenza e sarebbe diventato un noto critico d’arte

Di famiglia contadina, adolescente era andato a lavorare in fabbrica, aveva dato in un anno l’esame di cinque anni di liceo!

Si conobbero all’università. Come si legge in una delle ultime lettere lei si sentiva trattata alla pari da lui. 

Andavano in bicicletta, facevano lunghe passeggiate, si scrivevano.

Antonia fotografava, con talento, contadini, povera gente, paesaggi e gli donò numerose foto.

Dino rappresentava l’avvenire, il futuro, il mondo nuovo.

Antonia si innamorò di lui.

La sera prima del suo suicidio, ad un concerto, avvenne tra di loro una discussione, probabilmente lei gli rivelò il suo sentimento ma lui le fece capire che non era reciproco.

Il giorno dopo, il 2 dicembre 1938, si recò alla scuola per tener lezione. Ad alcuni allievi parve turbata. Poi chiese di uscire prima dell’orario perché non si sentiva bene 

Raggiunse l’abbazia di Chiaravalle dove era stata un giorno con Dino.

Si distese sul campo pieno di neve e ingerì un’alta dose di barbiturici.

Dopo un po’ un contadino la vide, venne portata in ospedale ma le sue condizioni erano disperate. Il 3 dicembre morì a casa sua. Aveva solo 26 anni.

Il suo fu un atto forse impulsivo ma anche premeditato perché lasciò tre biglietti:

“Dino caro, sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un’ora: giugno, mezzogiorno, abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore. 

Chiudo gli occhi con quell’immagine stretta al cuore – Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio.”

Ufficialmente venne detto che fosse deceduta per una polmonite. Furono pubblicati trafiletti che menzionavano “una straziante malattia”.

Durante il ventennio era proibito pubblicare articoli sui suicidi. 

Venne sepolta a Pasturo. La villa di famiglia è oggi un museo.

Nel 1939 il padre fece pubblicare un’edizione fuori commercio, intitolata “Parole”, con 91 poesie delle circa 300 scritte dalla figlia.

Alcuni versi vennero tagliati o modificati da lui così come lettere e diari.

Nel 1943 venne edita una nuova edizione Mondadori con 157 liriche, nel 1948 una terza con una Prefazione di Eugenio Montale.

Tuttavia si dovette attendere l’edizione Garzanti del 1989 per averne una fedele ai testi originali.

Dagli anni ’80 Antonia Pozzi è stata riscoperta, numerose le opere su di lei tra le quali la biografia di Graziella Bernabò, i testi di Alessandra Cenni, Paolo Cognetti, le parole accorate di Eugenio Borgna. Sono stati realizzati anche un film e un paio di documentari sulla sua vita.

Antonia Pozzi fa parte del numero non piccolo di poete che si sono suicidate tra le quali Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Karin Boye, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Anne Sexton, Amelia Rosselli (che, detto per inciso, ho conosciuto) – solo per citare le più famose.

Ciò che conquista è la sua incredibile modernità e il suo talento. Ciò che addolora è la sua morte e i suoi sentimenti mandati in frantumi dai tre uomini della sua vita: il padre che temeva l’opinione pubblica e che le impedì di essere libera, il professore che non ebbe il coraggio di proporle una scandalosa ma liberatoria fuga, l’amico che non vide in lei una compagna.

…….

Nota:

Ringrazio Mara Mattavelli, poeta lombarda, per la sua collaborazione nel ricercare informazioni sulla Milano dell’epoca.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

John Keats: “Lucente stella. Poesie scelte” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

John Keats, Oh, se potessi vivere una vita fatta di sensazioni piuttosto che di pensieri!

Nel settembre 1820 due ragazzi inglesi lasciarono Londra per imbarcarsi a Gravesend su un brigantino per raggiungere Napoli. La loro meta era stata suggerita da un medico per via del clima mite, Roma.

Uno dei due infatti, 25 anni, era gravemente ammalato e i suoi amici avevano fatto una colletta per sostenere le spese del viaggio, l’altro era un suo conoscente, un bravo pittore e pianista, 27 anni, che si era offerto di accompagnarlo.

John Keats, ammalato di tubercolosi, era un poeta che aveva pubblicato tre libri, aveva avuto alcuni elogi ma anche stroncature. Le sue opere non avevano venduto pressoché nulla. Già nel 1818 aveva scritto in una lettera ad un amico: “Ho capito che i tempi della giovinezza spensierata sono finiti. Ho capito che non c’è altro da perseguire se non l’idea di fare del bene al mondo – l’idea di fare del bene in questo mondo – alcuni lo fanno con la loro compagnia- altri grazie alla loro intelligenza – altri con la loro benevolenza”.

La nave sfuggì ad una tempesta e a fine ottobre raggiunse il porto di Napoli dove rimase in quarantena per dieci giorni perché a Londra era scoppiato il colera. Keats poteva scrivere pochissimo (“Che racconto potrei farle della Baia di Napoli se fossi ancora un abitante di questa Terra!”).

Shelley lo aveva invitato a casa sua a Pisa ma Keats non volle o non poté proseguire il viaggio fino in Toscana.

A novembre arrivò a Roma dove andò ad abitare con Joseph Severn, il pittore, in una pensione gestita da una donna al numero 26 della splendida e settecentesca Piazza di Spagna (oggi Keats and Shelley Museum). 

Stavano al terzo piano. Dalle finestre si vedevano meravigliosi scorci della scalinata di Trinità dei Monti ma Keats poté apprezzare ben poco della città eterna.

Raramente riuscì ad uscire e a fare una cavalcata al Pincio, si ordinavano i pasti in una trattoria ma presto non poté quasi mangiare: oltre a sbocchi di sangue in cui rischiava di soffocare aveva terribili attacchi di mal di stomaco.

Lo seguiva un dottore inglese che faceva parte della cosiddetta colonia britannica tra Roma e Firenze, il dottor Clark (o Clarke). Un vicino di casa benestante, Giorgio Rea, offrì generosamente supporto economico ai due ragazzi che erano al verde.

Keats alternava momenti di disperazione, ad altri più quieti. Severn nascose la bottiglia di laudano per timore che ne ingerisse troppo.

Non scriveva più lettere, non leggeva le lettere di Fanny Brawne e chiese a Severn di distruggere tutte quelle che aveva ricevuto da lei nel tempo per rispettare la privacy. 

Il medico gli aveva vietato emozioni.

Pochi giorni prima del suo decesso un critico stroncò il suo terzo libro in una gazzetta letteraria – è universalmente riconosciuto come un capolavoro. 

Per lui fu un colpo durissimo. 

Lord Byron, al quale Keats aveva dedicato un poema ma con cui non c’era reciproca simpatia, scriverà sprezzantemente che Keats era stato “annientato da un articolo” e compose una piccola poesia in cui ripeteva la frase “Chi ha ucciso John Keats?” e citava i nomi delle riviste letterarie.

In una lettera del 1820 lo aveva definito “quel piccolo sporco mascalzone di Keates”, storpiando il cognome.

Shelley invece aveva opinioni discontinue sull’opera del poeta ma gli era amico seppure a distanza e gli dedicherà il bel poema “Adonais”. 

Più tardi Oscar Wilde, che ammirava postumamente Keats, visitò la sua tomba nel cimitero degli Inglesi all’ombra della Piramide Cestia a Roma e gli dedicò un Sonetto, conobbe la nipote del poeta e quando nel 1885 il figlio di Fanny Brawne, Herbert Lindo, mise all’asta trentacinque lettere d’amore di Keats scrisse un poema che iniziava cosi: 

“Queste sono le lettere che Endimione scrisse a colei che amava in segreto e a distanza.

E ora i chiassosi del mercato d’asta

contrattano e fanno offerte per ogni povero biglietto macchiato di inchiostro.

Sì! Per ogni singolo battito di passione

fissano il prezzo del mercante. 

Penso che non amino l’arte

coloro che infrangono il cuore di cristallo di un poeta”.

John Keats era nato a Londra il 31 ottobre 1795. Suo padre, Thomas Keats, era venuto dal nord del paese, dal Devonshire o dal Cornwall, e lavorava in una scuderia di un piccolo proprietario. Lui e la figlia del suo datore di lavoro, Frances Jennings, si sposarono ed ebbero cinque figli, uno morì in tenera età, gli altri, furono John, George, Tom e Fanny. 

L’inghilterra era allora alle soglie della rivoluzione industriale che avrebbe sconvolto tutto il mondo settecentesco, cancellando molti lavori che si potevano svolgere a casa, come i tessitori e i filatori a mano, gli artigiani di cose minute e provocò una grossa migrazione verso le cupe fabbriche di Londra e altre città industriali. Non fu solo un grande cambiamento economico ma di vita quotidiana: scompariva una società settecentesca che seppur dura era per certi versi più umana di quella capitalista.

Charles Dickens avrebbe ben descritto il nascente capitalismo nei suoi romanzi.

Tra la fine del 1700 e il 1805 ci furono anche le guerre con la Francia rivoluzionaria e poi bonapartista. 

Nel 1804 quando John Keats non aveva ancora compiuto nove anni suo padre morì per un incidente mentre stava rincasando a cavallo di sera tardi. Sua madre, sola con quattro bambini, si risposò ma fu un matrimonio fallimentare. Si ammalò di reumatismi che le causarono invalidità e nel 1810, amorevolmente assistita da John, morì di tubercolosi che era allora la malattia più diffusa e contagiosa.

John Keats a scuola da un reverendo era un bambino vivace, amante della giustizia e pronto a difendere gli inermi. Il suo primo biografo racconta come una volta, adolescente, vide un rozzo macellaio maltrattare un bambino e lo prese a pugni.

Verso i sedici anni incominciò ad interessarsi di letteratura e a diventare un lettore appassionato. Tra i suoi libri,  da adulto, vennero trovati Dante, raccolte di poesia, opere in italiano, una grammatica di francese e italiano.

Era appassionato dell’antica Grecia ma anche del Medioevo.

In campo religioso Keats era un agnostico rispettoso della fede cristiana.

Incominciò a far pratica da studente di medicina per diventare dottore, come era stato anche il poeta e commediografo tedesco Friedrich Schiller.

La medicina era allora agli esordi e si sapeva ben poco del corpo umano. Anche l’apprendistato per diventare medico o assistente chirurgo, come divenne Keats, appare oggi bizzarro.

Un suo biografo di fine ‘800 riporta che uno studente lo ricordava, anni dopo, come “un fannullone che bighellonava, sempre intento a scrivere poesie”.

Tuttavia quando ebbe il diploma di una delle poche professioni accessibili alla sua classe sociale Keats la abbandonò per dedicarsi alla poesia e perché temeva di compiere errori durante le operazioni.

L’Inghilterra stava vivendo uno dei suoi periodi più rigogliosi per l’arte poetica: Wordsworth e Coleridge avevano pubblicato le due versioni delle “Lyrical Ballads”, il libro che aveva dato l’avvio al Romanticismo. 

Keats incominciò a frequentare giovani poeti e letterati come Leigh Hunt (che molti anni dopo Dickens avrebbe ritratto nel discutibile personaggio di Harold Skimpole di “Casa desolata”) che gli fece conoscere Shelley.

Quando Shelley naufragò con una goletta tra Lerici e Viareggio nel 1822 gli venne trovato in tasca un volume di poesie di Keats.

Nel 1817, a soli 22 anni, Keats pubblicò la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Poems”. Aveva già pubblicato qualche poesia su delle riviste.

Essa venne ignorata dal pubblico e dalla critica eccetto una recensione positiva.

Nonostante ciò non si arrese e incominciò a scrivere “Endimione”, un poema in quattro parti che venne stroncato.

Fu un critico che coniò il termine diffamatorio ‘Scuola Cockney’ (cioè il dialetto di Londra) per indicare Leigh Hunt e la sua cerchia di cui faceva parte Keats. “Tale etichetta” scrisse uno dei primi biografi di Keats a fine 1800 “costituiva un attacco politico, rivolto a giovani scrittori ritenuti rozzi a causa della loro scarsa istruzione e dell’uso informale della rima. Non avendo frequentato Eton, Harrow o le università di Oxford e Cambridge, venivano giudicati incapaci di scrivere poesia di qualità”.

L’attacco quindi al libro di Keats era anche classista e politico. Keats e i suoi amici avevano idee politiche radical – il che potrebbe tradursi come di sinistra.

Anche la sua vita non era facile: il fratello Tom, un giovane alto, emaciato e biondo a differenza di lui che era bassino, con riccioli tra il castano e il rosso e bei occhi scuri, era gravemente ammalato di tubercolosi. Lui lo assistette a lungo e uscì stremato dalla morte di Tom. 

Aveva debiti, una situazione economica drammatica ma sentiva che sarebbe diventato un celebre poeta.

Keats, come era d’uso all’epoca, riuscì con un amico a fare un viaggio a piedi in Scozia, in Irlanda e un altro nel Lake District in Cumbria nel Northwest dell’Inghilterra dove cercò Wordsworth che abitava lì con la sorella Dorothy e che aveva già incontrato a Londra ma il celebre poeta non era in casa. 

Keats gli lasciò un gentile biglietto.

Era infatti un temperamento amabile e di buone maniere, molto legato al fratello George che nel frattempo era emigrato in cerca di fortuna in America e a sua sorella Fanny che viveva sotto la custodia di un tutore. 

Era molto attento ai piccoli dettagli, osservatore di ciò che gli altri non notavano e, a volte, si diceva, diventava improvvisamente taciturno e meditabondo.

Keats aveva scritto poco prima di andare a coabitare con un amico poeta, Brown: “Sono abbastanza sicuro che, se lo volessi, potrei diventare uno scrittore di successo; che non lo farò mai; ma, qualunque cosa accada, mi guadagnerò da vivere: detesto il favore del pubblico tanto quanto l’amore di una donna; entrambi sono melassa stucchevole che appesantiscono le ali dell’indipendenza”.

E come tutti i giovani che deridono l’amore era destinato ad incontrarlo.

Fanny Brawne è il grande e, per quanto si sappia, unico amore di Keats.

Lei e il poeta si incontrarono nel 1818. Da una prima descrizione che lui fece di lei non sembra che fosse rimasto particolarmente colpito tuttavia si dilungava un po’ troppo.

Fanny apparteva ad una famiglia borghese, non ricca ma neppure povera. Suo padre era deceduto quando lei era bambina, sua madre era una donna gentile e premurosa.

Amava vestirsi bene (era imparentata con l’uomo più elegante di Londra, Lord Brummel), disegnava e cuciva i suoi abiti da sola, suonava il piano, le piaceva leggere romanzi, andava alle feste, l’unico luogo dove una ragazza distinta potesse allora ballare e incontrare garbati ammiratori.

Keats detestava la vita mondana, i corteggiatori galanti, i modi affettati e manierati.

Lui era anche a disagio con le donne. Aveva scritto in una lettera che con gli uomini era disinvolto e a suo agio ma con le donne molto imbarazzato e desideroso di fuggire.

Ma con Fanny fu diverso perché Keats si innamorò perdutamente di lei e lei di lui.

Non sono rimaste le lettere di Fanny a Keats, come abbiamo detto, ma quelle di lui a lei (scritte durante un viaggio e poi come biglietti) e sono considerate il più importante carteggio sentimentale nella storia della poesia.

Anche quando Keats era più passionale restava sempre delicato.

Essi abitavano in due case adiacenti con un giardino in comune poi, dopo il terribile primo attacco di tubercolosi di lui, per un breve periodo nella stessa casa ma potevano vedersi, a causa del pericolo del contagio, solo pochi minuti o dalla finestra (Keats era preoccupato che Fanny potesse prendere freddo nella neve) o scambiare furtivi biglietti.

Gli amici di Keats prima e i critici (uomini) dopo che le lettere vennero pubblicate postumamente si scagliarono contro Fanny manifestando il più bieco maschilismo: Fanny non poteva essere la donna eletta amata da un poeta che gli aveva dedicato liriche meravigliose come “Lucente stella” (Bright Star), “I cry your mercy, pity, love – ay, love!’”, e le lettere….

Ecco alcuni brani: “Mia dolce ragazza, oggi vivo nel ricordo di ieri: sono rimasto completamente incantato per tutto il giorno. Mi sento in balia di te. Scrivimi anche solo due righe e dimmi che non sarai mai, mai meno gentile con me di quanto lo sei stata ieri. Mi hai stordito. Non c’è nulla al mondo di così luminoso e delicato”. 

E anche: “Il mio amore mi ha reso egoista. Non posso vivere senza di te”.

I rimproveri maschilisti di amici e critici verso Fanny erano:

1) Lei era una diciassette/diciottenne non particolarmente bella o attraente (secondo i canoni maschili). 

Fanny era una ragazza bruna, bassina, esile, con il naso aquilino ed uno sguardo intenso.

2) Fanny sapeva che Keats non avrebbe potuto sposarla perché lui era povero, pieno di debiti, con una assai incerta carriera di poeta ma non lo aveva respinto. 

In più lo aveva fatto ingelosire andando ai balli e avendo scambiato due parole innocenti con qualche militare galante che non mancavano mai ai balli (come ci racconta anche Jane Austen nei suoi romanzi) cosa che Keats, assai geloso, le rimprovò e di cui poi si pentì.

3) Eccetto qualche bacio il loro amore rimase casto. A Fanny venne rimproverato di essere stata virtuosa da una società in cui esserlo era la prima qualità di una fanciulla.

In realtà Fanny era innamorata di Keats, gli scriveva, gli fece dei piccoli doni, accettò l’anello che lui le aveva donato, sopportò i pettegolezzi e soprattutto voleva a tutti i costi partire con lui per Roma ma non le venne concesso.

Se Keats non fosse deceduto si sarebbero sposati.

Quando seppe della sua morte si tagliò i capelli (segno di rinuncia al mondo e della femminilità) e portò il lutto per anni.

Si sposerà solo parecchi anni dopo e avrà tre figli.

Anche nel bel film “Bright Star” diretto da Jane Campion che ha una accuratissima sceneggiatura e ricostruzione d’ambiente, Fanny viene tratteggiata come irritante e dispettosa anche se in realtà non possediamo elementi certi relativi al suo carattere.

Non essendo bellissima come Beatrice e Laura è stata situata tra le donne senza cuore come “La Belle Dame Sans Merci”, una ballata/poesia di Keats ispirata alla leggenda di Loreley sulla quale anche Heinrich Heine scriverà una lirica.

Vi sono, certo, donne così ma non sembra essere stata lei.

Nel 1925 la poeta e saggista americana Amy Lowell pubblicò una biografia su Keats con alcune lettere di un carteggio tra Fanny Brawne trentenne e Fanny Keats. Fanny Brawne sembra essere stata una donna gentile ed intelligente e non la volubile ed insignificante ragazza che era stata descritta dagli amici di Keats con cui egli si era infuriato per le loro insinuazioni.

Keats fu uno dei più grandi poeti mai apparsi in questo mondo. Il suo riconoscimento fu postumo e assai tardivo come sovente accade.

Oggi si associano al suo nome le parole “sensazione”, “sensualità”, “malinconia”, sì, questo c’è in Keats ma anche una profonda ispirazione poetica come in Hölderlin, acute intuizioni, una maturità sorprendente per i suoi verdi anni che condivide, seppure in modo assai differente, con il ribelle Rimbaud, poeta dai 17 ai 19 anni.

“Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” aveva scritto in una lettera.

Per Keats la poesia si sente attraverso i sensi, la poesia è esperienza.

da “Ode a un usignolo”:

“(…) Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi

Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:

La stanchezza, la malattia, l’ansia

Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,

Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,

Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,

Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore, (…)”.

Da “Isabella”:

“(….) Ed ella dimenticò le stelle, la luna e il sole,

dimenticò l’azzurro al di sopra degli alberi,

dimenticò la valli dove scorrono le acque,

dimenticò la fresca brezza autunnale;

ella non sapeva quando il giorno tramontava,

il nuovo mattino non vedeva

(…)”.

da “Endimione”:

“Una cosa bella è una gioia per sempre:

si accresce il suo fascino e mai nel nulla si perderà; sempre per noi sarà quieto rifugio e sonno pieno di dolci sogni e tranquillo respiro e salvezza (…)”.

da “Solitudine”

“(…) ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio (…)”.

Da “Ode su un’urna Greca”

“(…) Bellezza è verità, verità bellezza – questo solo

sulla terra sapete, ed è quanto basta”.

Il 1819, l’anno in cui il poeta era innamorato di Fanny, fu quello in cui compose i suoi capolavori. In una recente biografia Nicholas Roe sostiene che egli fosse allora dipendente dall’oppio (usato da poeti come De Quincey, Coleridge, Shelley).

Sir Andrew Motion, autore di un’altra biografia, sostiene che è una “ipotesi senza alcun fondamento” (The Guardian 2012).

Keats ha anche involontariamente influenzato la psicoanalisi: Wilfred Bion, noto psicoanalista, ha maturato la teoria e il nome della Negative Capability (Capacità Negativa) che sarebbe, sintetizzando, l’attitudine dello psicoanalista verso il paziente da una lettera di Keats ai suoi fratelli su Shakespeare. Egli scriveva: “L’eccellenza di ogni arte sta nella sua intensità, capace di far svanire ogni cosa sgradevole, poiché è in stretta relazione con la Bellezza e la Verità; la ‘capacità negativa’, ovvero quando l’uomo è capace di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza cercare con impazienza fatti e ragioni…”.

Nel 1820 egli pubblicò il suo terzo ed ultimo libro intitolato “Lamia, Isabella, The Eve of St. Agnes e altri poemi”.

Negli stessi anni anche un altro grande, misconosciuto poeta italiano scriveva in una provincia delle Marche le sue meravigliose liriche, Giacomo Leopardi.

Keats morì a 25 anni a tarda sera del 23 febbraio 1821 assistito da Joseph Severn.

Sulla sua tomba venne scritto: 

“Questa tomba racchiude tutto ciò che era mortale di un giovane poeta inglese,

il quale, sul letto di morte,

nell’amarezza del suo cuore,

di fronte al potere malvagio dei suoi nemici,

desiderò che queste parole fossero incise sulla sua lapide:

Qui giace colui il cui nome era scritto sull’acqua (Here Lies One Whose Name Was Writ In Water)”.

……..

Bibliografia:

Opere di Keats:

• Lucente stella. Poesie scelte

di John Keats (Feltrinelli, 2022)

• Poesie (Einaudi)

• Lettere sulla poesia, con una prefazione di Nadia Fusini (Oscar Mondadori)

• La valle dell’anima: Lettere scelte 1815-1820 (Adelphi)

• So Bright and Delicate: Love Letters and Poems of John Keats to Fanny Brawne (Penguin Classics) prefazione di Jane Campion

• Complete Works of John Keats (Delphi Poets) 

Suzie Grogan John Keats: Poetry, Life & Landscapes 

Esistono varie biografie sul poeta in lingua inglese. 

Secondo un articolo su The Telegraph (2024) Keats, Wordsworth e Shelley sono stati accusati di misoginia nelle loro opere da una università inglese. Keats per la poesia “La Belle Dame Sans Merci” che, a mio parere, non contiene nulla del genere. 

Egli è stato amato da Yeats, Borges e Julio Cortázar ha scritto un libro particolare intitolato “A passeggio con Keats”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Carlo Alessandro Landini: “with each gust of wind ad ogni colpo di vento – poesie” (Fara editore), di Maurizia Maiano

Don’t ask the poets

non chiedere ai poeti non domandare loro perché mai

tutto questo accada senza che un solo gesto inane

vada a scombinare l’abaco delle nostre sventure

al dio non importa di nulla e di nessuno

la ragione di ciò è ignota a tutti

non interrogare il poeta non saprebbe risponderti   

essi farfugliano incespicano sulle loro stesse parole

Siamo posti subito di fronte al mistero. Vano il nostro tentativo di trovare risposte. Possiamo chiederle ai poeti, possiamo chiederle alla scienza che inizia ad affannarsi  nel dispiegare le intuizioni, formula numeri e teoremi e quando pensa di aver spiegato, ricomincia proprio da lì, non era che un limite la certezza a cui era arrivata.

I versi di Landini ci accompagnano in questo cammino,  osservano, si meravigliano e si interrogano, in un fluire continuo, sempre uguale eppure sempre diverso: scorrono come l’acqua del fiume di Hesse, come il Danubio di Magris a Krems: il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde. Come la Morava di Handke: dove tutto vive come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente in quella notte in cui tutto ritorna. Come nell’eterna ghirlanda brillante di Gödel, Escher, Bach. È un movimento circolare, non progressivo: non conduce a una verità finale, ma a un ritorno incessante dello stupore.

Ma questa è l’Arte, è la sua capacità di imbrigliare in una combinazione alchemica sostantivi, verbi, aggettivi legati insieme da punti, virgole, punti esclamativi, interrogativi che vorrebbero guidarci per interpretare il mondo: ci indicano quando dobbiamo meravigliarci, manifestare disappunto, interrogarci, dubitare, metterci in pausa, aprirci a tante possibilità, dire punto e a capo o mettere semplicemente un punto? Landini mette da parte la punteggiatura lascia che tutto scorra senza inciampare, senza sollevare dubbi, tutto avvolto nella meraviglia. Nulla solleva dubbi perché nulla pretende di risolverli; nulla impone una direzione perché il movimento è già dato. Tutto è avvolto nel thauma  che si rinnova ad ogni colpo di vento, quel primo stupore  che precede la domanda stessa e che, come in Florenskij, non chiede di essere sciolto, ma custodito. 

È precisamente qui che si colloca il gesto di Landini. La rinuncia quasi totale alla punteggiatura non è sottrazione formale, ma scelta ontologica: il verso non vuole delimitare, non vuole chiudere, non vuole decidere per il lettore. Troviamo un punto solo alla fine di ogni paragrafo, ma il successivo non inizia con la lettera maiuscola, non vuole essere una interruzione e o un nuovo inizio, perché semplicemente niente si può interrompere, tutto si muove e si agita, si incontra, si scontra e si allontana, si ritrova e rimbalza per ritornare o per andare altrove. Il senso non è guidato, ma affidato; non è scandito, ma lasciato scorrere. Il testo non procede per fratture, ma per continuità, come un respiro che non conosce apnee. Come nella pratica della meditazione Vipassana osserva il respiro e le sensazioni corporee senza reagire o giudicare e sviluppare distacco e se il pensiero vaga si ritorna al respiro per calmare la mente e comprendere l’impermanenza di ogni esperienza.

In Landini la parola non comanda il mondo, lo accompagna. I segni che tradizionalmente orientano, chiariscono, disciplinano il discorso, perché ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza. La poesia non spiega il mistero: lo abita. E nel farlo sospende il tempo logico, restituendoci a un tempo originario.

La poesia di Landini non risponde: espone. Non argomenta: lascia accadere.

Non si tratta di prosa, ma di una poesia discorsiva. Potremmo definirla una epica lirica, il protagonista è l’Io senza legami storici ma eterni. I vincoli storici si metamorfizzano assumono nuove vesti e ornamenti e custodiscono anche quel nocciolo duro che è dell’umanità tutta, seguiamo quel fluire empatico dell’esistenza che rende la poesia universale, diventando Erlebnis, esperienza vissuta, incarnata che le parole riattivano in ogni lettore. Non descrive un’epoca ma le epoche tutte ricompaiono nei segni e nei nomi, simboli radicati di un disagio esistenziale mai spentosi, ma anche di energia vitale e rinascita. Un teatro di poesia  per usare una espressione di Maria Luisa Spaziani, un poeta-narratore di una endless story che si rinnova ad ogni colpo di vento.

Singolare la premiazione di With Each Gust of Wind – Ad ogni colpo di vento di Carlo Alessandro Landini a Porto Venere, luogo sospeso tra roccia e mare che conserva ancora l’eco romantica di Lord Byron, il vento non è solo un fenomeno naturale ma diventa una figura dello spirito. Non è casuale che proprio qui nasca il Premio intitolato al poeta inglese e che la sua prima assegnazione nel 2025 abbia premiato Carlo Alessandro Landini. Artista ecclettico e capace di rievocare e far rivivere, sia nella musica che nella scrittura, la memoria culturale e artistica del passato. Niente è mai completamente nuovo.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione di critica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.