Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Francesco Piccolo per “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026) – Capitolo Zero: Ep. 12 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 12 Francesco Piccolo, “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026)

Francesco Piccolo, Premio Strega 2014 per “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi), sceneggiatore vincitore di tre David di Donatello e due Nastri d’argento, autore di fiction di grande successo, noto per la sua capacità di radiografare i sentimenti minimi e le piccole sfumature del quotidiano, con questo testo ci conduce in un’operazione di profonda umanità sia letteraria che biografica.

“Cosa sono le nuvole” (Einaudi) è un racconto degli ultimi anni del principe Antonio De Curtis, un’indagine malinconica che naviga con delicatezza nel crepuscolo di un gigante che avvertiva, paradossalmente, il peso dell’arrivo delle ombre su una carriera in cui non si era mai sentito abbastanza. Il cuore del libro esplora con garbo e ironia la scissione netta, quasi schizofrenica, tra Antonio De Curtis e Totò.

Il “Principe” abita ai Parioli, esige eleganza impeccabile con lo stemma nobiliare sulle camicie e si dedica all’araldica; Totò è invece la marionetta sguaiata, il “venditore di chiacchiere” che lavora senza sosta per mantenere l’aristocratico e la sua vasta famiglia, composta da venticinque persone e duecentoventi cani, poiché Totò considerava famiglia anche gli ultimi e gli indesiderabili di cui era silenzioso benefattore. Totò apparteneva al popolo della notte, ore che erano il suo regno di pace dedicate a piccoli riti domestici, all’ascolto del bollettino dei naviganti — un modo per viaggiare restando a casa — e a pensieri profondi che il rumore del giorno non permetteva.

Nonostante la semicecità che lo colpì duramente dal 1957 durante una tournée e aggravatasi notevolmente nel corso degli anni successivi fino a renderlo quasi totalmente cieco, continuò a girare film a ritmi industriali per fuggire dall’angoscia del declino.

Uno dei punti più alti del libro è proprio la descrizione del rapporto di Totò con la sua malattia. Piccolo racconta il “miracolo” testimoniato da registi come Fellini e Pasolini: fino a quando non si accendeva la macchina da presa il principe doveva essere sorretto per ogni passo, ma al momento del “ciak” Totò si toglieva gli occhiali neri e si muoveva tra i mobili e i cavi elettrici con una disinvoltura incredibile, come se la telecamera gli restituisse, per pochi istanti, la vista.

L’incontro con Pier Paolo Pasolini rappresentò una “consacrazione tardiva” presso la critica intellettuale che lo aveva snobbato per decenni. Tuttavia, Piccolo sottolinea il paradosso tragico: i premi e i consensi diedero a Totò un senso di profondo fallimento, convincendolo di aver sprecato trent’anni in filmetti mediocri quando avrebbe potuto essere un attore di ben altra levatura. Egli stesso arrivò a dire che un falegname valeva più di lui, perché almeno il tavolo che fabbrica resta nel tempo.

La conclusione del libro è commovente. Piccolo narra la morte di Totò, avvenuta nell’aprile 1967, e l’umiliazione postuma subita da Franca Faldini, costretta a restare sul pianerottolo dal prete che si rifiutava di benedire una “concubina”. Il finale si sposta su una dimensione quasi onirica: il fedele autista di Totò, Cafiero, smarritosi nel Cimitero del Pianto, vede due sagome discutere nella penombra. Sembrano il Marchese e lo Scopatore della celebre poesia ‘A livella o forse, più semplicemente, sono Antonio De Curtis e Totò, finalmente riuniti in quell’uguaglianza che solo la morte conosce.

Quest’opera rinnova la grandezza di un artista che nello specchio vedeva la “tristezza di un naso torto”, che ha fatto ridere l’Italia mentre il suo cuore cercava il riconoscimento più alto e nobile, arrivato purtroppo solo dopo la fine. Perché, per citare lo stesso Totò, questo è un bellissimo Paese in cui però, per venire riconosciuti di qualcosa, bisogna morire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Diego e Margherita intervistano la Signora Merla, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

Diego e Margherita

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Prof. Cosmo Mundis

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla Signora Merla!

Diego: Ciao Margherita, che splendida giornata di sole!

Margherita: Finalmente, Diego! Fino a oggi maggio è stato così piovoso che non siamo quasi mai riusciti a uscire. E stare sempre al chiuso, senza poter intervistare i nostri amici animali, è stato davvero noioso.

Diego: Hai proprio ragione. Ma oggi possiamo recuperare! Allora, chi intervistiamo?

Margherita: Io avrei un’idea: perché non facciamo qualche domanda a un merlo? In questo periodo se ne vedono tanti nei giardini e nei prati.

Diego: Ottima idea! Aspetta un momento… laggiù, vicino alla siepe, c’è un uccellino marrone. Però non sono sicuro che sia un merlo.

Signora Merla: State parlando di me, per caso? Vi ho sentiti benissimo, sapete? Noi merli abbiamo un ottimo udito. E se state cercando un merlo da intervistare… eccomi qua.

Margherita: Oh! Buongiorno! Allora lei è davvero un merlo?

Signora Merla: Più precisamente, sono una merla. “Merlo” è il nome generale, ma la femmina si chiama proprio così: merla.

Diego: Che sorpresa! Io pensavo che i merli fossero tutti neri. Ma lei ha le piume marroni.

Signora Merla: È normalissimo. Noi femmine siamo diverse dai maschi. Il nostro piumaggio è marrone, con il dorso più scuro e il petto più chiaro. La gola e il mento hanno piccole striature chiare, e anche il becco può avere colori diversi, dal bruno scuro al giallastro. Questo ci aiuta a mimetizzarci meglio nell’ambiente, soprattutto quando dobbiamo proteggere il nido.

Margherita: Che meraviglia! Non lo sapevamo affatto.

Diego: Grazie, Signora Merla. Abbiamo già imparato una cosa nuova.

Signora Merla: Sono contenta di esservi utile. Se volete, potete farmi altre domande.

Margherita: Volentieri! Io ne ho una che mi incuriosisce da tanto tempo. Perché si dice “i giorni della merla” quando si parla degli ultimi giorni più freddi di gennaio?

Signora Merla: Ah, questa è una storia molto famosa. Secondo una leggenda, un tempo i merli erano bianchi. Si racconta che, durante alcuni giorni di gennaio particolarmente gelidi, una merla e i suoi piccoli si rifugiarono dentro un camino per ripararsi dal freddo. Quando uscirono, erano tutti neri a causa della fuliggine. E da allora, secondo la leggenda, i merli sarebbero diventati neri.

Diego: Che storia buffa! Però c’è un piccolo problema…

Margherita: Già! Perché lei, che è una merla, è marroncina e non nera.

Signora Merla: Eh eh eh! Avete ragione anche voi. Ma in fondo si tratta di una leggenda, e le leggende mescolano sempre un po’ di realtà e un po’ di fantasia.

Diego: Allora possiamo dire che è una storia da ascoltare con curiosità… ma senza prenderla proprio alla lettera.

Signora Merla: Esattamente.

Margherita: Posso farle ancora un’ultima domanda? In questo periodo vi vediamo molto indaffarati. Come mai?

Signora Merla: Perché tra maggio e giugno, per noi merli, è tempo di nidi, uova e nuove nascite. Sono giorni molto impegnativi: bisogna sistemare il nido, proteggere i piccoli e andare in cerca di cibo.

Diego: Quindi è un periodo pieno di lavoro… ma anche di grande felicità.

Signora Merla: Proprio così. E adesso infatti dovrei tornare dai miei pulcini: mi staranno già aspettando con i becchi spalancati.

Margherita: Certo, Signora Merla. Grazie davvero per questa bella intervista.

Diego: Prima che vada, però, ci piacerebbe ricambiare la sua gentilezza consigliandole un libro a tema.

Signora Merla: Che pensiero carino! Vi ascolto molto volentieri.

Margherita: Il libro si intitola L’ibis di Palmira e il merlo ribelle. È scritto da Simone Dini Gandini, con le illustrazioni di David Pintor, ed è pubblicato da Notes Edizioni.

Diego: È una storia molto particolare, perché racconta un incontro insolito e sorprendente. Da una parte c’è un merlo considerato un po’ strano dagli altri, quasi un ribelle, perché parla con tutti e non ha paura di avvicinarsi a chi è diverso da lui.

Margherita: Dall’altra parte arriva un uccello misterioso, insolito, che sconvolge la tranquilla vita del bosco. E così cominciano domande, chiacchiere, pettegolezzi e anche un po’ di paura.

Diego: Nel racconto compaiono tanti personaggi curiosi: altri merli, un lombrico, due pesci, una tartaruga, un pappagallo e perfino un gruppo di pipistrelli molto paurosi.

Margherita: È una storia che sa essere leggera e ironica, ma che tocca anche temi importanti. Si ispira infatti a una vicenda reale, quella dell’ibis eremita avvistato vicino a Palmira, in Siria.

Diego: Il libro parla anche, con delicatezza, di cose difficili come la guerra, la perdita della propria casa e il bisogno di accogliere chi arriva da lontano.

Margherita: E poi ci sono le illustrazioni, molto particolari e suggestive, che accompagnano il racconto con uno stile originale e aiutano a mettere in risalto i momenti più intensi della storia.

Diego: Insomma, è un libro che invita ad ascoltare, a osservare meglio e a non giudicare troppo in fretta chi sembra diverso.

Signora Merla: Ma che bel consiglio! Un merlo ribelle e un ibis misterioso… direi proprio che è una lettura che merita di essere scoperta.

Margherita: Secondo noi sì. È una storia che fa riflettere, ma con leggerezza.

Diego: E in fondo ci ricorda una cosa molto importante: ogni creatura ha qualcosa da raccontare, basta fermarsi un momento ad ascoltarla.

Signora Merla: Allora vi ringrazio di cuore, cari ragazzi. Adesso però devo proprio volare dai miei piccoli.

Margherita: Buon ritorno al nido, Signora Merla!

Diego: E grazie ancora per averci aiutati a conoscere meglio il vostro mondo.

Margherita: Oggi abbiamo scoperto che dietro un semplice uccellino del giardino si nascondono tante meraviglie.

Diego: Basta osservare con attenzione, fare le domande giuste… e lasciare che la natura ci racconti le sue storie.

Cinzia Milite*

*Nata in provincia di Milano, vive nel comasco. Ha vinto diversi premi letterari tra i quali il “Premio Montessori”. Il suo ultimo lavoro è “Il falconiere del conte”: https://heybook.it/catalogo/84-il-falconiere-del-conte.html.

Sito web: www.cinziamilite.com;

Canale Youtube “Cinzia Milite Scrittrice”https://www.youtube.com/channel/UCW3Yoroc713XdqnPuUU8UvA

Daniel Mendelsohn: “Un’Odissea” (Einaudi), di Lucio Turchetta

Il libro di cui parlo è scritto con uno stile fluido e scorrevole, come se l’autore fosse appagato dalla “storia” in sé e ne riconoscesse l’oggettiva originalità, uno stile che potrebbe – oso il paragone sfidando le compagini degli ammiratori di Salinger – paragonarsi al realismo magico dello scrittore americano, meno avvertibile in Holden ma più esplicito in alcuni suoi racconti. 

Il paragone con Salinger finisce qui: pur svolgendosi negli Usa entrambi, e più specificamente in un contesto scolastico, i settantacinque anni trascorsi tra i due romanzi non sono soltanto un’era geologica ma li pongono a paradigmi diversi. Si pensi all’ossessione omofoba dell’adolescente Holden e al fatto che Mendelsohn, autore ma anche protagonista del romanzo è “out”(cioè un omosessuale dichiarato) che insegna in un campus ‘Letteratura classica’ cioè qualcosa che riguarda una cultura e un immaginario difficilmente comprendibile ai giovani americani, il mondo dell’Odissea e la Grecia del VII secolo aev [scilicet: ante era volgare], in un solo semestre poi!

L’autore-professore sa che rischi corre: far comprendere un mondo arcaico, con i suoi miti e i suoi eroi, la guerra e il ritorno, insomma tutto ciò che per noi è scontato (o meglio era scontato) e che invece deve riuscire a coinvolgere gli studenti avendo a disposizione due ore a settimana. Ma, come si sa, per rendere interessante una storia è necessario individuare un protagonista in cui identificarsi mentre nell’Odissea, almeno per i primi Libri, il protagonista non è Odisseo ma Telemaco, che peraltro scompare alla fine del Libro quarto. Solo dopo arriva il protagonista, che per sette Libri parla del proprio passato per poi iniziare a lottare, in un racconto che occupa gli ultimi dodici Libri del poema, per riconquistare il proprio regno, aiutato da Telemaco e alla fine da Penelope; come si vede una struttura narrativa sbilanciata, residuo probabilmente di profonde modifiche del testo originale, se mai esso è esistito in forma ‘definitiva’.

Ma in qualche modo molto sottile questa struttura così asimmetrica e apparentemente ondivaga, divagante, corrisponde alla vita di tutti noi e in particolare quella dell’autore, sì perché Mendelsohn permette a suo padre Jay – un insegnante di matematica in pensione – con cui ha un rapporto di cauta, reciproca stima, di assistere alle lezioni e addirittura, l’estate successiva, di viaggiare con lui nei luoghi descritti nel poema omerico. Mendelsohn-Telemaco intraprende il viaggio di ritorno, non alla propria isola ma a un passato che giace nel suo cuore, insieme a Jay-Ulisse, il quale padre però l’eroe omerico non lo sopporta, anzi lo disprezza perché è un bugiardo, un traditore, un truffatore e non si perita di gridarlo in classe ogni volta che mette in atto uno dei suoi trucchi o si abbandona alla seduzione di una donna. Il padre di Mendelsohn, di cui credo che lo scrittore abbia tracciato un ritratto fedele, difende la famiglia, l’onestà, la fedeltà e incarna – in un contesto confuso e caciarone quale dev’essere un gruppo di giovani lontani da casa – un mondo che va scomparendo, pur rivelandosi alla fine del libro tutt’altro che un ingenuo sprovveduto.

Un’Odissea parla del rapporto tra un padre e un figlio, le cui dinamiche si riverberano attraverso i millenni nelle nostre esistenze, ma è un rapporto che non esclude la madre, ma una madre che non vive l’impotenza angosciosa di Penelope, la quale – e non posso essere il primo ad averlo notato – tessendo e sciogliendo la sua tela accompagna e riflette l’intricata vicenda dei viaggi dell’eroe, le cui rotte sembrano avvicinarlo alla meta per poi cambiare e risospingerlo lontano. Oggi chiamiamo le cose con altri nomi magari, e gli dèi sono pallidi ricordi scolastici, ma tutto quello che freme nel petto dei protagonisti: il destino, l’amore e la passione, l’astuzia, la fedeltà, l’audacia e la disperazione, la speranza e l’orgoglio ruotano ancora intorno a noi indomabili, come se l’otre di Eolo si aprisse per scatenare nuove e imprevedibili tempeste.   

                                                                                                          Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Teatro: “Nessuno. Le avventure di Ulisse” di Emanuele Aldrovandi con Stefano Accorsi, di Brunella Caputo

“Nessuno. Le avventure di Ulisse”, per la regia di Daniele Finzi Pasca e con protagonista Stefano Accorsi, racconta il mito di Ulisse in chiave moderna. 

Ulisse è un personaggio che è un’affascinante fonte di ispirazione per attori, registi e scrittori di ogni epoca. Le sue avventure oltrepassano il tempo e vivono la contemporaneità come ad essa stessa appartenenti. Si può senza dubbio affermare che l’Odissea è un viaggio avventuroso e fantastico senza tempo. 

E come l’Odissea, anche questo spettacolo si offre allo spettatore come un viaggio, il cui protagonista – uno straordinario Stefano Accorsi in Ulisse – è sia narratore che attore. 

È un viaggio denso di una carica emotiva pazzesca attraverso tutti gli episodi più significativi dell’epopea greca; un viaggio che l’eroe Ulisse compie con tratti determinanti di umanità e malinconia, senza tralasciare l’uso dell’intelligenza e della scaltrezza; un viaggio alla ricerca dell’ignoto e di sé stesso. 

Stefano Accorsi è un meraviglioso Ulisse, diverso da ciò cui siamo abituati; con la sua incredibile forma fisica rende fisica la parola; con la sua sorprendente e intensa recitazione rende giustizia alla storia.

Accorsi si muove in scena con perfezione e, allo stesso tempo, dona al suo protagonista tratti di fragilità e umanità non comuni.

Il racconto avanza impetuoso, come un flusso di coscienza, tra nostalgia e avventura. Un racconto regalato a Penelope – una  Francesca Del Duca in stato di grazia – che non resta semplicemente ad ascoltare, ma canta e incanta, suona e regola il silenzio con una voce ammaliante fatta di ritmo, melodia e anche parola. 

E così, la musica, il ritmo, la melodia e la parola, si susseguono e inseguono, si rincorrono e raggiungono in un finale mozzafiato in cui i due attori toccano l’apoteosi del loro essere in scena.

Due attori sorprendenti, dotati di forza e delicatezza – come si evince dalle note di regia – capaci di rendere il corpo elastico e potente.

La scenografia di Luigi Ferrigno completa la perfezione di questo spettacolo: una struttura meccanica (mossa a mano da attori/figure vestite di nero, nonché dagli stessi protagonisti) surreale e reale al tempo stesso, che funge da casa, mare, isola, cavallo, tempesta, approdo, confondendosi con l’identità dell’uomo, della donna e del passare del tempo. 

L’impatto visivo di tutto ciò è notevole. 

Nella narrazione non manca l’ironia a rendere le vicende del protagonista molto vicine ad un comune uomo dei nostri tempi. 

Stefano accorsi mette a nudo l’anima di Ulisse. 

Con una drammaturgia originale – il testo è di Emanuele Aldrovandi – “Nessuno” incanta e commuove, emoziona e travolge fino alla scoperta finale: sentirsi umani, come l’umano Ulisse. 

Applausi!

Brunella Caputo*

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.