Guzel’ Jachina: “Zuleika apre gli occhi” (TEA), di Cristi Marcì

Romanzo d’esordio della scrittrice russa Guzel’ Jachina (Kazan, 1 giugno 1977), “Zuleika apre gli occhi” si svolge nell’Unione Sovietica di Stalin durante la campagna di “dekulakizzazione”, che vide un ampio ricorso ai campi di lavoro forzato tristemente noti come Gulag.

Per il regime, infatti, negli anni trenta del secolo scorso, la classe dei contadini benestanti, i Kulaki appunto, andava eliminata attraverso la deportazione in zone remote della Siberia e la confisca dei beni, per garantire la riuscita del processo di collettivizzazione delle terre e di industrializzazione del Paese.

Il romanzo, che riflette un crocevia di storie e vicende familiari, ha per protagonista la giovane e minuta Zuleika, succube di un marito brutale e di una suocera dispotica e prepotente in un remoto villaggio del Tatarstan.

Nonostante la sua esistenza meschina sia scandita dalle richieste insistenti del marito e dagli obblighi imposti dalla “Vampira”, le sue giornate subiscono un improvviso e radicale cambiamento: attraverso un interminabile viaggio in un treno merci, negli spazi angusti di un vagone, Zuleika si trova costretta a fare i conti con la povertà e la miseria più assolute, a salvaguardare il proprio corpo da sguardi indiscreti e ad alimentare una speranza che ad ogni stazione ferroviaria lascia un vuoto che neanche la più fervida immaginazione sembra in grado di colmare.

Circondata da prigionieri politici, detenuti per reati minori, artisti e intellettuali d’ogni sorta provenienti da Leningrado, la giovane tatara scoprirà piano piano che proprio l’amore verso qualsivoglia forma di espressione culturale sarà l’antidoto contro quel lento e inesorabile declino identitario che il regime inietta a piccole dosi giorno dopo giorno.

Saranno così proprio le passioni e le esperienze di alcuni dei personaggi con cui stringerà solidi legami che col passare del tempo si riveleranno uno dei rimedi principali grazie ai quali salvaguardare un sempre più imprecisato futuro.

Tra questi il professore emerito di ginecologia Wolf Karlovic Leibe dell’Università di Kazan’, il famigerato e malinconico artista Ikonnikov Il’ja Petrovic dalle dita macchiate del colore dei suoi dipinti ricolmi di ricordi e non ultima la spudorata e irriverente Isabella, accompagnata dal marito Konstantin Arnol’dovic, fervente sostenitore della letteratura quale assoluto medicamento contro un diffuso decadimento dell’intelletto. 

Eppure, nonostante le pagine di questa storia si impregnino riga dopo riga di una speranza difficile da estirpare, l’amore rispecchia quel motore antico in grado di lenire quella corruzione dell’anima che nei pressi del villaggio di Semruk in Siberia viene alimentata sotto lo sguardo imperante e beffardo di Zinovij Kuzneck: responsabile agli Incarichi speciali per la GPU (Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie, Direttorato Politico dello Stato).

In concomitanza con la tematica principale fin qui descritta, c’è poi quella della maternità che emerge delicatamente man mano che il viaggio della protagonista si districa tra colpi di scena del tutto inaspettati.

Tra questi la gravidanza improvvisa di un figlio che sarà costretto a crescere in un luogo dove il rispetto per la vita viene inesorabilmente soppiantato dalla fatica e dal sudore dei lavori forzati.

La psicologia della maternità rispecchia uno dei temi centrali del racconto, dove la perdita di più figli alimenta sempre più il desiderio di dare alla luce una nuova vita da proteggere dagli orrori di una propaganda politica sempre più insidiosa.

Quella che viene narrata dunque non è una storia semplice ma, al contrario, un insieme di vicende che, sotto il comune denominatore di una cruda e folle dittatura, tenta a più riprese di annichilire le speranze di chi confida in un possibile lieto fine.

L’aspetto oltremodo interessante, come rilasciato in un’intervista dalla stessa autrice, risiede proprio nel connubio sottile tra i fatti storici realmente accaduti e il tentativo, a volte faticoso, di riuscire a narrare un periodo che, seppur lontano, rischia di manifestarsi nel mondo odierno in modi differenti ma non per questo meno crudeli.

Va detto che la storia di Zuleika prende spunto dalle vicende realmente vissute dalla nonna materna dell’autrice, che durante quei terribili anni ha conosciuto la pena della deportazione nei campi di lavoro.     

Riprendendo quei racconti, l’autrice russa offre uno spaccato storico e politico capace di insinuarsi nelle vite quotidiane e nel modo di pensare della gente dell’epoca, soffocata da un regime che non lasciava spazio ai sogni e alle passioni.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

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