Erich Maria Remarque: L’obelisco nero (Neri Pozza, trad. Quirino Maffi e Enrichetta Lupis), di Maurizia Maiano

Nella letteratura, come nel teatro e nel cinema, ritroviamo spesso una parte di noi. I personaggi che leggiamo sono talvolta lì per parlarci del nostro presente, da uno spazio e da un tempo lontani. Riconoscersi in una storia che non ci appartiene e scoprire, all’improvviso, che parla proprio di noi è forse uno dei miracoli della narrativa.

L’obelisco nero (Der schwarze Obelisk), pubblicato nel 1956, è uno dei romanzi più intensi di Erich Maria Remarque. La storia si svolge nel 1923, nella Germania della Repubblica di Weimar devastata dall’iperinflazione. La moneta perde valore di ora in ora e, insieme al denaro, sembrano sgretolarsi anche le certezze morali e civili di un’intera società.

Il titolo del romanzo deriva dall’obelisco in granito nero che si trova nel cortile della ditta di monumenti funebri di Georg Kroll, un oggetto imponente, fuori dal tempo, immune agli sconvolgimenti del presente.

In quella ditta lavora Ludwig Bodmer, un giovane reduce, appassionato di poesia e di musica, che cerca di orientarsi in un mondo dominato dall’instabilità. Ludwig suona l’organo nella cappella dell’ospedale psichiatrico, dove incontra Geneviève Terhoven, detta Isabelle. La giovane vive una frattura dell’identità che la conduce ad assumere, a tratti, personalità differenti.

Nel giardino dell’ospedale, seduti su una panca vicino a un’aiuola di rose, Ludwig e Isabelle sembrano sottrarsi per qualche momento alla violenza del mondo esterno. Là fuori il dollaro è salito vertiginosamente e qualcuno si è tolto la vita; nel giardino, invece, il tempo sembra obbedire a un’altra misura. Nei dialoghi con Isabelle, Ludwig scopre una dimensione spirituale e filosofica che contrasta con il cinismo della società. La follia della giovane appare talvolta più autentica della presunta normalità degli uomini cosiddetti sani.

Forse è per questo che Remarque affida proprio a Isabelle il centro spirituale del romanzo. Chi è considerato folle può ancora vedere ciò che gli altri hanno smesso di vedere. Nel loro incontro sanità e follia sembrano riconoscersi, come se appartenessero da sempre allo stesso spazio. Isabelle è la custode di una saggezza incoerente che fa scoprire visioni lontane, di una verità che la razionalità ordinaria non sa più ascoltare: il desiderio di conoscere l’ignoto, anche quando spaventa, e di attraversare quella zona incerta che può renderci ora felici, ora infelici.

Ludwig vive anche una relazione con l’affascinante Gerda Schneider, donna concreta, profondamente radicata nella vita quotidiana e desiderosa di una sicurezza materiale. Gerda fa da contraltare a Isabelle, che, al contrario, appartiene all’immaginazione, alla fragilità e alla ricerca spirituale. Le due donne rappresentano due modi di abitare il mondo. E Ludwig oscilla fra queste due polarità, consapevole che nessuna delle due, da sola, basta a definire l’esistenza.

Intorno ai protagonisti si muove una vasta galleria di commercianti, reduci, opportunisti, nazionalisti e borghesi impoveriti. Attraverso di loro Remarque restituisce il ritratto di una Germania smarrita, appena uscita dalla Prima guerra mondiale e tuttavia attraversata da un incontenibile desiderio di vivere. La voglia di rinascita convive con la precarietà economica, mentre i fermenti nazionalisti e antisemiti, ancora apparentemente marginali, lasciano già presagire ciò che di lì a pochi anni avrebbe travolto la Germania e l’Europa.
La Repubblica di Weimar porta il nome di una delle capitali spirituali della cultura tedesca. E’ la città di Goethe e Schiller, del classicismo, della Bildung e dell’ideale di un’educazione capace di condurre l’uomo alla libertà. A Weimar si lega simbolicamente anche l’eco dell’Inno alla gioia di Beethoven, ovvero il sogno di un’umanità finalmente riconciliata.

Proprio per questo la parabola della Germania assume un valore tragico e universale. La civiltà non mette l’uomo definitivamente al riparo dalla barbarie; l’alta cultura, da sola, non basta a impedire il crollo dell’umano. Come ha potuto la patria di Goethe, di Kant e di Beethoven generare l’orrore del nazionalsocialismo? È un interrogativo che attraversa la riflessione di Thomas Mann negli anni dell’esilio e trova una delle sue espressioni più compiute in Doctor Faustus. Remarque sembra suggerire che la barbarie non nasca all’improvviso: germina lentamente nelle crepe lasciate dalla guerra, dall’umiliazione, dalla paura e dalla perdita dei valori condivisi.

Nel corso del romanzo Ludwig comprende che né l’amore né il successo economico possono colmare il vuoto lasciato dalla guerra. Isabelle viene infine dimessa dalla clinica e si allontana dalla sua vita, mentre lui prosegue il proprio cammino con una consapevolezza nuova: la felicità è fragile, la memoria è indispensabile e la dignità dell’uomo consiste soprattutto nella capacità di conservare umanità nei periodi di disgregazione.

Come in Niente di nuovo sul fronte occidentale, Remarque, attraverso il suo protagonista, riflette sulla fragilità della civiltà europea e sulla difficoltà di restare umani quando la storia sembra aver perso ogni punto di riferimento.

Al termine della lettura ci pare di scoprire il dono più grande della letteratura: dare forma a qualcosa che già ci abitava e che, senza un libro, sarebbe rimasto indistinto. Remarque ci ricorda, attraverso Ludwig e Isabelle, che l’essere umano non è una monade, ma un intreccio di memoria, contraddizioni, fragilità e possibilità.

È proprio nella frattura dell’identità che può nascere la possibilità di comprendere noi stessi e gli altri. Nessuna identità è monolitica o definitivamente compiuta. E riconoscerlo significa sottrarsi a ogni ideologia fondata sull’appartenenza assoluta, sul mito del Blut und Boden, del sangue e suolo. Forse da questa consapevolezza può nascere un autentico umanesimo, non quello delle certezze granitiche, ma quello delle crepe, perché è nelle crepe dell’identità che l’altro smette di essere un nemico e diventa un volto da riconoscere.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

La camera oscura di Thomas Mann: Tristano, Tonio Kröger e La morte a Venezia, di Claudio Musso

Vi sono opere che appartengono alla giovinezza di uno scrittore e che, proprio perché precedono la piena maturità, posseggono una singolare virtù rivelatrice. Sono luoghi originari in cui prendono forma immagini e conflitti destinati a ritornare per tutta la vita. È il caso di Tristano (1902), Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1912), tre racconti che, letti in successione, lasciano seguire la lenta sedimentazione dell’immaginario di Thomas Mann. Questi ci appaiono come capitoli di un unico itinerario interiore attorno alla figura del creatore artistico moderno, al privilegio della sensibilità e al prezzo segreto che essa comporta.

Il titolo di questo percorso potrebbe essere quello di una camera oscura: come la fotografia raccoglie la luce e la converte in immagine, questi testi catturano memorie familiari e inquietudini giovanili per trasfigurarle in figure letterarie. Spinell, Kröger e Aschenbach non sono alter ego dello scrittore, ma variazioni di una medesima inquietudine: il desiderio di elevarsi attraverso la forma e, insieme, la nostalgia di una vita più immediata. E vi ritorna un interrogativo carsico in tutta l’opera manniana: che cosa accade all’uomo quando una coscienza troppo acuta gli preclude di abbandonarsi pienamente alla vita?

L’artista di Mann possiede una lucidità che è dono e, al contempo, condanna, scorge la complessità là dove altri colgono solo la superficie, immagina molte vite possibili ma stenta ad abitarne pienamente una. I tre racconti disegnano un movimento preciso: Spinell è la tentazione, Tonio la coscienza e Aschenbach il destino. Nel primo Mann guarda ancora con ironia l’esteta che rischia di sostituire la realtà con la bellezza; nel secondo riconosce in quella ferita il proprio mestiere di scrivere; nel terzo conduce la contraddizione fino al suo esito tragico.

Composto mentre Mann elabora ancora l’architettura dei Buddenbrook, Tristano è il primo laboratorio della sua riflessione sulla coscienza creatrice. Detlev Spinell, fragile, artefatto, incapace di misurarsi con la concretezza dell’esistenza, si desta soltanto dinanzi alla bellezza, che per un istante restituisce senso a una vita altrimenti priva di energia. Crede di difendere la purezza dell’arte, ma finisce per sottrarsi proprio all’esperienza che dovrebbe alimentarla, nel tentativo di custodire un ideale assoluto, perde il contatto con la materia umana da cui ogni autentica creazione dovrebbe nascere.

L’acume di Mann sta nel non ridurlo mai a caricatura, dietro il sorriso dell’autore affiora una domanda più inquietante: può l’artista custodire l’assoluto senza condannarsi alla sterilità? Il confronto con Anton Klöterjahn, che possiede corpo, azione, radicamento nel mondo, non produce un vincitore: anche la sua vitalità si rivela incompleta, priva di quella dimensione interiore che rende inquieta la coscienza creatrice. Da questa impossibilità di scegliere fra spirito e vita nascerà l’intera opera successiva di Mann. Anche il sanatorio anticipa uno dei grandi luoghi simbolici della sua narrativa, uno spazio sospeso in cui la malattia è un’altra forma di conoscenza, intuizione che troverà pieno compimento nella Davos de La montagna incantata.

Quando Spinell persuade Gabriele Klöterjahn a suonare Tristano e Isotta, il racconto tocca il proprio vertice simbolico: la musica offre ciò che la realtà nega, la fusione che oltrepassa i confini dell’individuo ma, come nella tragedia wagneriana, l’estasi reca con sé il richiamo della dissoluzione. La bellezza per Mann non è mai innocente, può elevare l’uomo o sottrarlo al mondo. Spinell inaugura così la figura del creatore che insegue l’assoluto e rischia per ciò stesso di smarrire la vita.

Se in Tristano il creatore era ancora osservato con distanza ironica, in Tonio Kröger quella condizione si fa ferita personale: Tonio è il luogo in cui lo scrittore riconosce e interroga la propria scissione interiore. Figlio di una famiglia borghese anseatica, cresce con la sensazione di essere straniero nel mondo che lo circonda; mentre gli altri vivono con naturalezza il ritmo del ceto sociale, egli osserva, cerca significati reconditi. La sua intelligenza nasce insieme alla sua solitudine e la sensibilità creatrice non è soltanto facoltà di vedere più lontano, ma condanna a non poter più abitare il mondo nella sua immediatezza. La coscienza diviene soglia: consente di comprendere, ma impedisce di abbandonarsi.

Hans Hansen è l’immagine di tutto ciò che Tonio non possiede: la bellezza, la salute, la capacità di appartenere al mondo senza doverne interrogare il senso. Tonio non lo ama perché gli somiglia, ma perché ne è l’opposto, riconoscendo in lui una naturalezza anteriore alla coscienza, smarrita nel momento stesso in cui l’uomo della sensibilità ha preso a guardare la realtà attraverso il filtro del pensiero. L’anima artistica non desidera soltanto distinguersi dagli altri, spesso rimpiange ciò da cui si è separata.

Rivelatore è l’invito rivolto a Hans a leggere il Don Carlos di Schiller: come accadrà spesso nei personaggi manniani, la letteratura diviene il luogo della parola impossibile. La scelta di Filippo II, sovrano solo e potente che dietro l’autorità cela un bisogno di amore, non è casuale, la sua frase «non ho un amico» riflette la condizione di Tonio, ricco di interiorità ma incapace di farsi raggiungere da alcuno. Il legame con i Buddenbrook è qui manifesto: Hanno, con la sua sensibilità musicale inadatta ai valori pratici della famiglia, è il fratello ideale di Tonio. Con questo racconto Mann riconosce che quella frattura appartiene alla propria identità e si convince che l’arte nasce da una mancanza ma proprio quella ferita può farsi forma privilegiata di conoscenza.

Con La morte a Venezia il percorso raggiunge il proprio compimento tragico. Gustav von Aschenbach raccoglie in sé la tentazione estetica di Spinell e la coscienza dolorosa di Tonio: ciò che nei racconti precedenti era ancora ricerca qui si fa destino. Scrittore della forma compiuta e della disciplina, Aschenbach ha trasformato il dominio di sé in morale dell’esistenza. Tuttavia dietro la figura pubblica celebrata vive un uomo consunto dalla propria perfezione. Il viaggio a Venezia non è mera fuga, è semmai la ricerca inconsapevole di ciò che è stato rimosso: la città lagunare, sospesa fra terra e acqua, splendida e decadente, riflette la condizione di un uomo che ha speso la vita a costruire confini e ora avverte il bisogno di oltrepassarli.

Tadzio è il ritorno della grazia, della spontaneità, della dimensione corporea che Aschenbach aveva escluso, presenza che mette in crisi l’intero sistema di valori su cui aveva edificato la propria identità. Ma anche dinanzi al desiderio che ritorna, Aschenbach reagisce da artista: muta l’esperienza in contemplazione, la passione in ideale estetico. È proprio questa trasfigurazione a condurlo alla rovina: non è sconfitto dal desiderio, ma dall’impossibilità di riconoscere una parte di sé rimasta troppo a lungo nell’ombra. La peste che Venezia tenta di occultare diviene lo specchio della sua anima: ciò che la città dissimula corrisponde a ciò che Aschenbach ha represso per l’intera esistenza.

Letti in successione, i tre racconti sono tre momenti di una medesima esplorazione interiore, dalla leggerezza ironica del primo alla tragedia dell’ultimo, un’anatomia dell’uomo diviso fra il bisogno di appartenere e la necessità di trasformare la propria inquietudine in conoscenza. Da questa matrice nasceranno le grandi figure della maturità manniana: Hans Castorp erediterà il tema della sospensione e della metamorfosi interiore, Adrian Leverkühn condurrà all’estremo il dramma del creatore disposto a sacrificare la vita all’opera. Ma il pregio di questi racconti risiede nel mostrare l’istante in cui le grandi ossessioni di Mann sono ancora ferite aperte: la malattia come conoscenza, la musica come linguaggio dell’indicibile, la bellezza come promessa e minaccia, l’ironia come ultimo argine contro ogni assoluto.

In un tempo in cui il libro rischia di essere affidato alla velocità della novità editoriale, questi racconti rammentano che la letteratura nasce da un movimento più lento: dalla capacità di trasformare un conflitto interiore in una forma capace di attraversare le epoche. I grandi libri non sono quelli che meglio raccontano il proprio presente, ma quelli che custodiscono una domanda destinata a ritornare. Nella camera oscura di Mann la luce perduta non svanisce, resta in attesa e proprio perché non può essere trattenuta direttamente trova la propria forma più duratura nell’immagine.

Ma se scrutassimo oggi il panorama di chi scrive, in quella camera oscura potremmo ancora scorgere le tre figure che Mann aveva intuito più di un secolo fa. Nuovi Spinell: scrittori che fanno della bellezza un programma, che inseguono l’effetto e la frase memorabile ma celano, dietro la celebrazione dell’assoluto estetico, una povertà di esperienza, prigionieri dell’immagine costruita dopo il successo improvviso di un primo libro. Nuovi Tonio Kröger: scrittori solitari e inquieti, ardui da collocare, per i quali la scrittura non è posa ma necessità interiore, appartenenza paradossale, giacché proprio attraverso la parola finiscono per essere separati dal mondo che cercano di comprendere. E nuovi Aschenbach: autori consacrati, sorretti dalla propria immagine, che dopo il vertice della riconoscibilità si trovano dinanzi al rischio più grande, ossia trasformare anche la propria crisi in un nuovo atto di rappresentazione. Perché quando la vita non alimenta più la scrittura, può accadere che sia la scrittura a cercare nella vita un ultimo spettacolo.

Forse la provocazione più profonda di Mann è questa: ogni scrittore deve misurarsi, prima o poi, con il rischio di ridursi a mera figura. La vera letteratura nasce quando l’uomo trova ancora il coraggio di attraversare la propria ombra. Perché nella camera oscura di Thomas Mann la luce non serve a creare un’apparenza. Serve a rivelare ciò che, senza quell’oscurità, non potrebbe mai essere visto.

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Erich Maria Remarque e il suo capolavoro: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Lavinia Capogna

Nel 1921 il famoso scrittore viennese Stefan Zweig ricevette la lettera di un ragazzo sconosciuto che gli scriveva:

Ho 23 anni, sono stato il capro espiatorio dei miei genitori, aderente del Wandervogel (un’associazione naturista molto nota all’epoca poi sciolta dai nazisti), contadino, operaio, soldato, autodidatta, insegnante, scrittore. Mi trovo attualmente in un tale groviglio del destino, in una lotta così intensa per la mia opera (…) che ho bisogno di persone che mi aiutino. È difficile per me, nel mio smisurato orgoglio, dirlo; ma ci sono momenti in cui si ha bisogno di altre persone e tratti di strada che non si possono percorrere da soli. 

Ora avrei bisogno di qualcuno che possa dirmi qualcosa su di me, qualcuno di cui abbia fiducia incondizionata, a cui possa credere e che possa seguire! Non conosco nessun altro se non lei! Perché lei possiede la sensibilità, l’empatia e la comprensione verso il prossimo più raffinata che io abbia mai incontrato finora. Per me si tratta di questo: vorrei che mi dicesse se la strada che sto percorrendo è quella giusta. Vorrei inviarle alcuni frammenti (…) vorrei il suo giudizio… Per me è una questione di vita o di morte. O crollo o ce la faccio” (Nota 1)

Lo scrivente di questa drammatica lettera era Erich Paul Remark, autore di un romanzo che era passato pressoché inosservato e poi di altri due, di cui uno inedito.

Era un bel ragazzo, sensibile e solitario.

Aveva solo 23 anni ma aveva già affrontato cose ardue: nato nel 1898 a Osnabrück, un’antica cittadina che allora aveva 65.000 abitanti, si era sentito un pesce fuor d’acqua nel suo ambiente.

Il padre era un tipografo e rilegatore con antenati francesi di nome Remarque, la madre, Anna Maria Stallknecht, una casalinga, una sorella, Elfriede (di cui riparleremo) una sarta.

Lui aveva studiato il pianoforte e, appena diciassettenne, aveva conosciuto il poeta e pittore trentenne Fritz Hörstemeier, con il quale aveva fatto grande amicizia. Nella soffitta di Hörstemeier si riunivano giovani artisti, si leggevano poesie. Era un ambiente bohémien vivace, stimolante intellettualmente.

Nel 1917 partì per il fronte ma dopo alcune settimane venne ferito. Fu ricoverato per mesi. Aveva fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra.

Nell’autunno 1918 venne rimandato in prima linea ma, fortunatamente, una settimana dopo venne firmato l’armistizio.

La Germania era stata sconfitta. Due imperi erano crollati: quello austriaco e quello russo. Il grande risentimento per la sconfitta favorirà quindici anni dopo, insieme ad altri fattori, il nazismo.

Negli anni dopo la guerra Remarque aveva esercitato varie professioni, come aveva scritto a Zweig, tra cui quella di maestro. Era benvoluto dai bambini, aveva l’abitudine di vestirsi elegantemente nonostante la sua situazione economica fosse modesta.

In seguito fu giornalista sportivo e scrittore anche se i suoi primi lavori non lasciavano presagire che nel 1930 avrebbe pubblicato un capolavoro.

Zweig rispose alla lettera e lo incoraggiò. 

Egli cambiò il suo nome in Erich Maria Remarque. Maria era un omaggio alla madre e Remarque il cognome degli antenati paterni di origine francese. 

In più in francese il verbo “remarquer” significa “notare, osservare” e nei suoi romanzi egli raccontò la Germania del Novecento.

Nel 1930 uscì il suo quarto romanzo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues).

Il successo fu immenso ed inaspettato.

Il romanzo era stato rifiutato da una importante casa editrice, quella che pubblicava Thomas Mann, ma accettato da un’altra meno nota.

Verso il 1916 il giovane Paul e altri studenti diciottenni sono convinti ad andare al fronte dal loro maestro, un esagitato nazionalista.

Subiscono un addestramento che mira a piegare il loro carattere, a sottometterli, fatto anche di sadiche punizioni.

Devono diventare carne da macello.

Remarque, seppure con eleganza, non celava nel libro nulla della vita al fronte: le reclute che urlavano durante i bombardamenti con i gas tossici, gli scontri a fuoco, gli svenimenti, la diarrea causata dal terrore, i pidocchi, i topi, la fame costante di ragazzi che avevano solo rape, fagioli e patate marce nelle loro gamelle a differenza del vitto abbondante degli ufficiali, il non voler pensare e il sonno come unico rifugio emotivo ma anche il bel rapporto di complicità tra Paul e Katczinsky, il veterano con i capelli rossi, i momenti di ozio, le sigarette condivise.

Il cinismo dei superiori era incarnato da Himmelstoss, il caporale che nella vita civile era un postino ma che al fronte diventava abietto. Remarque descrisse “la banalità del male” trent’anni prima che Hannah Arendt la spiegasse.

Il soldato consapevole della morte imminente nel tremendo ospedale da campo che regala i suoi stivali ad un altro, il povero Müller che studia fisica per non restare indietro negli studi, il grande sconforto di Paul per l’omicidio del francese (il tipografo Gérard Duval), l’incontro con le ragazze francesi sul fiume, lo sradicamento che Paul prova durante la licenza a casa, sono parti indimenticabili del libro.

Nella prima guerra mondiale ci furono circa 17 milioni di morti più mutilati e traumatizzati per sempre e poi la terribile epidemia dell’influenza detta “spagnola”.

Scriveva Remarque: “Non può essere del tutto scomparsa quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna. Non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa”.

Erano stati pubblicati in quegli anni anche altri romanzi sul conflitto: uno di Arnold Zweig (da non confondersi con Stefan Zweig, intitolato “La questione del sergente Grischa”) e un altro di Ludwig Renn (“Guerra”). Avevano avuto successo ma nessuno aveva eguagliato quello del libro di Remarque che in cinque settimane aveva venduto 200.000 copie e che, pochi mesi dopo, aveva già superato il milione di copie.

“È il libro in lingua tedesca di maggior successo del XX secolo” scrive un biografo di Remarque.

Ad oggi ha venduto 20.000.000 di copie nel mondo ed è stato tradotto in 49 lingue.

Come fa notare la storica e saggista Barbara Beuys: “Il best seller di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, (…) oscura la visione ben più ampia di una letteratura che, durante la Repubblica di Weimar, esaltava la guerra e le battaglie, la violenza e il genocidio come prova del fuoco che conferivano all’uomo gloria e onore, ebbrezza e passione” e, continuando, lei cita autori e titoli ridondanti di questo genere di letteratura guerrafondaia allora in voga (Nota 2).

Remarque rimase frastornato dal successo del libro, era schivo verso i fotografi, schietto nel rispondere ai giornalisti. Aveva 32 anni e scriverà, nel corso della sua vita, altri dieci romanzi, una commedia, una sceneggiatura cinematografica e alcuni racconti brevi.

Nel 1930 divenne immediatamente bersaglio dei nazisti che odiavano il libro per il suo contenuto antimilitarista ed umano.

Venne bruciato nel rogo dei libri del 1933.

Essi inventarono di sana pianta, come facevano spesso nelle loro gazzette, che Remarque si chiamasse in realtà Kramer e che fosse ebreo.

Era invece di famiglia cattolica e aveva studiato in seminario.

Anche il film realizzato dal regista Lewis Milestone a Hollywood “All Quiet on the Westfront”, vincitore di due premi Oscar, venne sabotato dai nazisti e in particolare dal ministro della propaganda Goebbles (quello che nel 1945 avrebbe ammazzato i sei figli adolescenti insieme alla moglie). 

Le sale cinematografiche dove il film veniva proiettato vennero attaccate dai nazisti e nel 1930 il film venne proibito in Germania e Austria. (Nota 3)

Su consiglio di un’amica, Remarque aveva acquistato con i proventi del libro una villa sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dalla tranquilla Ascona nel Canton Ticino dove, eccetto i dieci anni americani e i soggiorni parigini, trascorse gran parte della sua vita.

Il giorno prima che Hitler diventasse cancelliere nel 1933 era saggiamente partito con la sua automobile Lancia verso Ascona – come racconta Uwe Wittstock nel bel saggio “Febbraio 1933. L’inverno della letteratura” (Marsilio 2023).

Remarque aiutò i rifugiati, ne ospitò alcuni nella sua casa svizzera, li sostenne economicamente, era un uomo generoso ma non riescì ad integrarsi totalmente con gli altri letterati di quella che i critici letterari chiamano Exilliteratur (1933 – 1945).

Il suo migliore amico fu lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel.

Thomas Mann scrisse nel 1939 nei suoi Diari: “A proposito degli scrittori Zweig, Ludwig, Feuchtwanger e Remarque. A chi spetta il primato dell’inferiorità?”.

Era un giudizio assai ingiusto forse dettato da invidia per il grande successo di Remarque. 

Remarque, che era diventato molto ricco, risentiva invece che tanti colleghi vivessero in povertà, quasi reietti in America dove erano guardati con sospetto, che i loro libri non avessero successo (eccetto quelli di Thomas Mann e Stefan Zweig). 

Venivano pubblicati solo ad Amsterdam dalla casa editrice Querido.  

Klaus e Erika Mann nel loro bel libro sull’esilio “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio) definirono Remarque un caposaldo della forzata immigrazione.

Nel 1943 sua sorella Elfriede Scholz, una sarta che viveva a Dresda, si lasciò sfuggire commenti negativi su Hitler e il regime e venne denunciata da due donne e dal marito di una di loro, un capitano. Imprigionata, venne condannata a morte a 40 anni. Si trattava anche di una vendetta contro lo scrittore. Il giudice infatti le disse: “Suo fratello, purtroppo, è fuori dalla nostra portata; lei, invece, non ci sfuggirà”.

Elfriede Scholz affrontò la morte con coraggio (Nota 4).

Remarque verrà a saperlo solo nel 1946 e assolderà un avvocato per scoprire gli aguzzini che non furono però né processati né rimossi.

“The ladies liked him; he liked the ladies.” disse di lui una scrittrice, Marta Feuchtwanger.

Era un uomo molto romantico, con un debole per bellissime attrici.

In una intervista su Youtube del 1962 egli appare simpatico e con una bella voce.

Nel 1927 si era sposato con Jutta Zambona, una ballerina austriaca, bruna e bella ma pochi anni dopo il loro matrimonio era finito.

Lui e la moglie divorziarono ma quando, nel 1938, lei rimase senza passaporto perché le era stato revocato in Germania e quindi pericolosamente apolide in un’Europa sull’orlo della guerra, e gli chiese di sposarsi nuovamente solo per avere un passaporto, lui accettò.

Una sera nel tiepido settembre 1937 al Lido di Venezia all’hotel Excelsior, Remarque si presentò gentilmente al tavolo dove Marlene Dietrich stava cenando con Joseph von Sternberg, il suo inseparabile regista. 

Nascerà dopo questo incontro una storia d’amore su cui si è scritto molto: Marlene era una grande star.

Lui le scriveva splendide lettere d’amore, le inviava ogni giorno fiori e regali. Entrambi non erano fedeli.

Poco dopo l’inizio della loro relazione Marlene si innamorò di Joe Castairs, ereditiera inglese di una compagnia petrolifera e famosa sportiva e nel ’40 dell’attore francese Jean Gabin. Remarque la lasciò.

Rimasero però amici. (Nota 5)

Marlene lo convinse a scrivere ancora. Per lei, lui scriverà “Arco di trionfo” (Arc de Triomphe 1946) storia di un medico disperato e clandestino a Parigi e di una donna affascinante ma inaffidabile. 

Il libro ebbe un gran successo e ben presto divenne un film interpretato da Ingrid Bergman.

Lui incominciò una nuova relazione con Natalie Paley, attrice, modella e cugina di Nicola II, ultimo zar di Russia. 

Ebbe anche storie d’amore con altre attrici come Edy Lamarr, Dolores del Rio e, brevemente, con l’enigmatica Greta Garbo. Nonostante ciò dai “Diari” egli emerge sostanzialmente come un uomo solo, la sera beveva superalcolici, ascoltava musica classica, rifletteva sulla vita, era pessimista ma tuttavia voleva resistere, frequentava anche bar gay.

Era un grande collezionista d’arte. Acquistò opere di Renoir, Cézanne, Degas, Toulouse-Lautrec e altri.

Nel 1952 scrisse un altro romanzo dal quale venne tratto un film a Hollywood in cui anche lui interpretava un ruolo: “Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben), la storia di un soldato che nel 1943 dal fronte sovietico ritorna nella Germania distrutta e l’unico sostegno è una ragazza, figlia di un medico deportato.

Il libro uscì censurato nella Repubblica Federale nel 1954 e integralmente soltanto nel…1989!

Egli sapeva anche creare splendide atmosfere come nel bel romanzo “La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon) del 1962.

Dopo la guerra, Remarque tornerà ad Ascona in Svizzera. Visiterà velocemente la Germania ovest. Sarà contro il mantenimento degli ex nazisti in posti importanti nella Repubblica Federale e nel 1961 contrario alla costruzione del muro di Berlino.

Nel 1951 aveva incontrato l’ultimo amore, Paulette Goddard, attrice, in parte ebrea, ex moglie del geniale regista e attore inglese Charles Chaplin e indimenticabile interprete della monella di “Tempi moderni” (1936) e della ragazza de “Il Dittatore” (1940) di Chaplin. 

Paulette era spiritosa, vivace, innamorata. Si sposarono nel 1958 e rimasero insieme fino al 1970, anno in cui Remarque, la cui salute era minata da tempo, morì a Locarno a 72 anni.

Aveva trascorso parecchio tempo negli ultimi anni a Roma, città che amava moltissimo.

…..

Nota 1) Da “Als wäre alles das letzte Mal”. Eine Biographie” (1998) (Come se fosse l’ultima volta), un’ottima biografia di Wilhelm von Sternburgs che dovrebbe essere tradotta in italiano.

Nota 2) Barbara Beuys da “Sophie Scholl. Eine biographie”

Nota 3) da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sono stati tratti altri due film nel 1979 e nel 2022.

Nota 4) La tragica storia di Elfriede è stata recentemente ricostruita nel saggio di Heinrich Thies: “Die verlorene Schwester – Elfriede und Erich Maria Remarque: Eine Doppelbiografie” (La sorella perduta).

Nota 5) All’inizio del 2000 le lettere dello scrittore a Marlene sono state pubblicate (“Dimmi che mi ami”, ed.Archinto) ma non quelle di lei a lui bruciate da Paulette Goddard.

Interessante anche il libro di Ruth Marton, “Mein Freund Boni: Erinnerungen an Erich Maria Remarque” (Il mio amico Boni: Ricordi di E.M.R.).

Boni era un soprannome di Remarque.

Hilton Tims The Last Romantic: A Life of Erich Maria Remarque.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Hugo von Hofmannsthal: La donna senz’ombra, di Maurizia Maiano

Siamo della stoffa di cui son fatti i sogni, 

e i sogni sgranano gli occhi come bambinetti sotto i ciliegi  

dalla cui corona il suo cammino oro pallido 

la luna piena inizia attraverso la grande notte […]

 E tre cose sono una: un uomo, un oggetto, un sogno.»

(Terzine sulla caducità, III[1])

Nelle Terzine sulla caducità, Hofmannsthal (1841/1915) riflette sul tempo e sulla fugacità dell’esistenza: Siamo della stoffa di cui sono fatti i sogni, e i sogni sgranano gli occhi come bambinetti sotto i ciliegi.  La poesia ci mostra un mondo in continuo mutamento, in cui l’uomo, gli oggetti e i sogni si intrecciano in un’unica esperienza transitoria. Qui emerge già il clima della Vienna fin de siècle: un sentire decadente, sospeso tra romanticismo e barocco, tra memoria e fragilità della vita. L’Austria stessa, con le sue magnifiche Pestsäulen, le colonne della peste ci ricorda la caducità dell’esistenza e la necessità di cercare protezione e significato anche attraverso simboli visibili e rituali. È in questo contesto che la fiaba assume un ruolo privilegiato. Come nella poesia, Hofmannsthal non tenta di dominare il reale con l’intelletto, ma cerca forme che ne rivelino l’essenza nascosta. La fiaba diventa così un luogo in cui il sovrannaturale e l’umano si incontrano e si misurano, dove i desideri, i limiti e le responsabilità prendono corpo. In La donna senz’ombra, l’imperatrice insegue l’ombra, simbolo della vita, dell’amore, della pienezza umana, e nel suo percorso si confronta con prove esoteriche, sacrifici e tentazioni.

 L’imperatore ama profondamente la sua sposa; l’imperatrice, invece, appare inizialmente incapace di un amore pienamente umano. Priva dell’ombra, simbolo della fertilità e della partecipazione al destino degli uomini, non può avere figli, mentre l’imperatore desidera ardentemente una discendenza. Da questa mancanza prende avvio un percorso che è insieme fiaba, prova iniziatica e ricerca dell’umanità perduta. Per avere dei figli e salvare così il marito imperatore, destinato altrimenti a pietrificarsi, l’imperatrice deve procurarsi l’ombra che le manca. L’ombra è evidentemente qualcosa di più di un semplice elemento fiabesco: è il simbolo della carnalità, della fertilità, dell’opacità del corpo in un mondo di pura luce. Pur essendo impalpabile è lei che determina la nostra corporeità, se non avessimo un corpo non avremmo ombra. Lei è ciò che ci lega alla terra, al limite, alla sofferenza e forse anche a quella parte di noi stessi che preferiremmo ignorare o reprimere. Guidata da una nutrice che è al tempo stesso maga e tentatrice, l’imperatrice scende nel mondo degli uomini e, sotto le mentite spoglie di una serva, entra nella casa di un tintore e della sua bellissima moglie. Anche questa donna non ha figli e, come l’imperatrice, vive un rapporto difficile con il marito, che non riesce ad amare. Per ottenere l’ombra si profila una sorta di patto faustiano: in cambio della rinuncia alla maternità, alla donna vengono promessi piaceri, libertà e ricchezze. Ha così inizio una serie di prove enigmatiche, dense di simboli e richiami esoterici, nelle quali compaiono anche misteriosi fanciulli che si rivelano essere i figli mainati, presenza struggente di vite possibili e negate. Alla fine il patto sta per compiersi. L’imperatrice può finalmente impadronirsi dell’ombra, ottenere ciò che desidera, salvare il marito, conquistare l’amore e una discendenza. Ma proprio nell’istante decisivo avviene la trasformazione interiore che costituisce il vero centro della fiaba. Per la prima volta prova compassione per la donna cui sta per sottrarre l’ombra e per il suo umile e devoto marito. Comprende che la propria felicità sarebbe costruita sul dolore di altri esseri umani.

È allora che pronuncia il suo rifiuto: “Non voglio”. Quel gesto di rinuncia, apparentemente contrario ai suoi interessi, diventa il momento della sua piena umanizzazione. Proprio perché rinuncia a salvarsi a spese degli altri, ottiene ciò che cercava. L’ombra le viene donata senza violenza né inganno, l’imperatore è salvo e anche la coppia del tintore ritrova la propria armonia.

Questo è il lieto fine della fiaba. Ma, come ogni vera fiaba, La donna senz’ombra non offre una morale univoca. È un racconto che parla di amore, responsabilità, sacrificio, maternità, compassione e conquista dell’umanità. Ciascuno può leggervi ciò che più gli appartiene: un percorso iniziatico, una parabola etica, una riflessione psicologica o persino una rappresentazione del difficile cammino verso la completezza dell’essere.

Hofmannsthal è il grande interprete del non detto. Forse sapeva che nella vita non si raggiunge mai completamente il mondo che si cela dietro le apparenze e che la letteratura non fa altro che potare, correggere e rielaborare giardini che sono sempre esistiti. Non cerca di dominare il reale attraverso l’intelletto, ma di avvicinarlo per via simbolica, con la stessa delicatezza con cui l’imperatrice de La donna senz’ombra rinuncia a impossessarsi dell’ombra altrui. Anche la fiaba diventa così una possibile via di salvezza in un mondo che ha smarrito le proprie certezze. Non è un caso che l’intera vicenda si svolga in una dimensione onirica. Questa fiaba è la rappresentazione di un desiderio. Che cos’è l’ombra che l’imperatrice insegue, se non la vita stessa, l’amore e, dunque, la possibilità di appartenere pienamente all’umanità? L’ombra è tutto ciò che ci rende umani: il limite, la sofferenza, la responsabilità, la capacità di amare e generare. La fiaba sembra allora prestarsi meglio di ogni altra forma alla rappresentazione della realtà profonda. Essa realizza quell’aspirazione dell’arte a diventare una seconda natura. Ma per i decadenti l’arte è qualcosa di più: è la capacità di dare forma all’interiorità, di rappresentare gli unsinnliche Dinge attraverso sinnliche Dinge, le realtà invisibili attraverso immagini sensibili. Venuta meno la fiducia nell’onnipotenza dell’intelletto e della coscienza, il mito, la magia e la fiaba tornano a essere strumenti privilegiati di conoscenza, perché consentono di avvicinarsi all’essenza dell’Essere.

In questa prospettiva assume significato anche la figura di Keikobad, il padre dell’imperatrice. Come i sovrani sacri studiati da James George Frazer (1854/1941), antropologo britannico, riportò alla luce il linguaggio dimenticato dei miti, mostrando come dietro re sacri, sacrifici rituali e racconti meravigliosi si celasse l’eterna aspirazione dell’uomo a comprendere il ciclo della vita e della morte, attraverso cui le antiche civiltà cercavano di dare un senso al mistero della vita. Ne Il Ramo d’oro egli richiama antiche concezioni in cui il re non era soltanto un governante, ma l’incarnazione stessa della fertilità, della prosperità e della forza vitale della natura. La sua eventuale scomparsa non rappresenta una fine, bensì un momento del ciclo eterno di morte e rinascita che regola la vita del mondo.

Non parliamo più soltanto di mondi che si sovrappongono, quello umano e quello sovrumano, ma di problematiche che proprio in quegli anni Freud iniziava a portare alla luce. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Hofmannsthal esclusivamente attraverso la psicoanalisi. Uomo del vecchio e magico impero asburgico, egli continua a esprimersi attraverso il linguaggio del mito, della fiaba e del simbolo, pur mostrando una sensibilità che non poteva non essere affascinata dalle nuove esplorazioni dell’inconscio. L’imperatrice ama l’imperatore, ma il loro rapporto rimane inizialmente incompiuto. La sua mancanza d’ombra può essere letta come il segno di una personalità ancora non pienamente realizzata, sospesa tra la condizione filiale e quella adulta. Il percorso della fiaba diventa allora una ricerca di identità: l’imperatrice è insieme figlia, moglie e madre in potenza, e il suo cammino consiste nell’integrare queste dimensioni della propria esistenza. In una prospettiva psicoanalitica si potrebbe parlare del superamento di una dipendenza originaria dalla figura paterna, rappresentata dall’enigmatico Keikobad. Ma Hofmannsthal non percorre la strada dell’analisi psicologica: affida invece al mito e alla fiaba il compito di rappresentare questa trasformazione interiore. La compassione che l’imperatrice prova per i tintori segna il momento decisivo del suo cambiamento. Rinunciando a realizzare il proprio desiderio a danno di altri, ella supera la logica dell’egoismo e conquista una più profonda consapevolezza di sé. La conclusione positiva della vicenda non nasce quindi da una soluzione metafisica, ma da una riconciliazione interiore. L’ombra, la maternità e l’amore diventano simboli di una personalità finalmente unificata. In questo senso il tassello freudiano può contribuire a illuminare alcuni aspetti dell’opera, senza però esaurirne la ricchezza. Hofmannsthal resta innanzitutto il poeta del simbolo e del non detto, nel quale convivono suggestioni decadenti, romantiche e barocche, insieme alle inquietudini della modernità nascente.

Bibliografia

Ladislao Mittner – Storia della letteratura tedesca

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Hugo von Hofmannsthal: Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895 (Quodlibet), di Maurizia Maiano

le parole sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni..”

L’ultima e più curata edizione del carteggio di Hugo von Hofmannsthal è “Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895″ (Quodlibet, 2022). Curato da Marco Rispoli, il volume raccoglie le lettere giovanili del celebre autore austriaco. 

Sono lettere scambiate tra Hugo von Hofmannsthal ed Edgar Karg, conosciutisi durante un periodo di villeggiatura sulle rive del Wolfgangsee. Ne emerge un rapporto intenso, nel quale la figura di Hofmannsthal sembra in qualche modo predominare su quella dell’amico. Karg, infatti, al contrario dell’artista, viaggia, attraversa terre lontane, osserva regioni diverse del mondo; eppure sembra avvertire il bisogno di rivolgersi a Hofmannsthal per ottenere quella riflessione più intima e autentica sulla realtà che sente mancargli. È a lui che chiede una visione più chiara della vita culturale, sociale e politica dell’Europa e dell’Austria-Ungheria tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Ma, al di là dell’aspetto intellettuale, ciò che colpisce maggiormente è la profondità dell’amicizia che traspare dalla semplicità della loro scrittura, il legame umano costruito attraverso le lettere. Ed è proprio Hofmannsthal, immerso nella tumultuosa Europa di quegli anni — ma verrebbe quasi da chiedersi: quando mai l’Europa non è stata tumultuosa? — a oscillare continuamente tra impegno nella realtà e fuga nell’arte, senza sapere mai con certezza quale sia la strada autentica. Alla volgarità e alla banalità del reale egli contrappone il bisogno di una vita “artefatta” nel senso più alto del termine: la necessità di trasfigurare poeticamente ciò che appare scialbo, di abbellire il mondo attraverso l’interpretazione artistica, che è forse il compito più profondo dell’artista. E allora, nel tumulto dell’esistenza, quale dono più prezioso di un’amicizia inattesa, quasi piovuta dal cielo?

Sono rare le persone che riescono davvero a consolarci da quella ennui de la vie, commun à toute créature bien née. Ognuno, prima o poi, scrive quando sente avvicinarsi la grande solitudine. È lo stesso sentimento che Edgar prova leggendo le lettere dell’amico: le avverte diverse da tutte le altre, ne percepisce la bontà profonda e per questo lo ringrazia. Insieme i due riflettono sull’arte poetica, che per loro non è altro che arte dell’interpretazione: immediatezza, capacità di cogliere l’essenza delle cose, di guardare l’esistenza senza paura, senza pigrizia e senza menzogna. Tutto ciò che esiste, vivo o morto, possiede un significato; e ciò che è veramente poetico non è che l’espressione velata di una verità profondissima. Quando però si riesce a penetrare davvero quella profondità, allora perfino la metafora svanisce. Così il mare può apparire insieme minaccia e rifugio: può uccidere, ma anche accogliere tutte le vibrazioni dell’anima che la sua immagine mutevole e cangiante riesce a suscitare in noi. Per Hofmannsthal, la poesia e il poeta rappresentano un contrappeso alla presunzione e alla rigidità della realtà, che tutto vuole unificare senza distinguere. Essa rivela luoghi abitati non da masse astratte, ma da persone diverse, ciascuna con mondi interiori singolari. Così, parlare di un ebreo povero, di un donnaiolo viennese, di un malinconico dragone boemo o di un malridotto artigiano della Moravia significa forse riferirsi al proletariato, ma in realtà riguarda sempre individui unici. Non sono forse tutte menzogne, del resto, le generalizzazioni del mondo politico?

La poesia si oppone all’astrazione del reale, a un mondo fatuo e evanescente. Fuori, gli uomini discutono ossessivamente intorno ai concetti come cani attorno a un osso; non vivono realmente, ma abitano un’apparenza, un’algebra simbolica in cui nulla è e tutto significa. Tutto ciò che esiste parla alla nostra anima, o forse è l’anima stessa che dialoga con se stessa. Le parole non appartengono al mondo, come i suoni: si potrebbe descrivere o musicare ogni cosa, ma mai essa sarà detta così com’è. Da qui nasce lo struggimento che ci trasmettono.

Crediamo che trovando le parole giuste riusciremmo a raccontare la vita, ma non è così. La vita parla attraverso i fenomeni, e sempre esiste una combinazione di parole o note che tocca la nostra anima come se fosse la stessa cosa, come una vibrazione divina. Tutti i grandi libri e i grandi poemi sono mondi di sogno, affini al reale solo simbolicamente.

Per vivere pienamente questa esperienza, bisogna diventare un Narciso innamorato, che cadendo in acqua si perde, come fanciulli che si immergono nel mondo delle favole. Ci si innamora di sé, della vita, o di Dio. Mai avevo incontrato un’interpretazione dell’essere Narciso così necessaria, un mezzo per fuggire al rumore incessante del mondo.

Ed è in questa luce che si comprende l’amicizia tra Hofmannsthal ed Edgar Karg: un legame raro e prezioso, di cui entrambi avvertirebbero profondamente la mancanza se venisse meno.

C’è un tragico dato biografico che si intreccia profondamente con la lettura critica della sua opera e non può essere ignorato. Il 13 luglio 1929, il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si tolse la vita sparandosi un colpo alla testa nella loro dimora di Rodaun. Appena due giorni dopo, il 15 luglio 1929, mentre si stava preparando per partecipare al funerale del figlio, il poeta fu colto da un’emorragia cerebrale e morì improvvisamente all’età di 55 anni. Nelle sue analisi, Ladislao Mittner e la successiva critica germanistica leggono questa fine così straziante non come un mero incidente biologico, ma come il tragico sigillo della verità del suo sentire: la morte “propria” come testimonianza. Riprendendo una suggestione cara a Rainer Maria Rilke, la critica sottolinea come Hofmannsthal sia morto della “propria morte”. Dimostrazione della  sua ipersensibilità e  di una costante compenetrazione tra arte, vita e morte che non erano un artificio estetico o una recita decadente, ma una verità intima, viscerale e assoluta. La fine di un’epoca: Mittner evidenzia come Hofmannsthal visse gli ultimi anni “impietrito dal dolore”. Era il 1929. Il crollo del suo mondo privato coincise tragicamente con il definitivo crollo storico e culturale di quel mondo austriaco e asburgico che il poeta aveva cercato disperatamente di preservare e rifondare attraverso il mito e il teatro. 

Ecco cos’è un poeta nei versi di questo grande rappresentante della fin de siècle viennese.  I pensieri ritornano ma quante parole abbiamo per esprimerli, quante combinazioni infinite di suoni e di immagini esse creano.  

Dentro di noi portiamo Faust, il titano

e Sganarello l’anima servile,

il lacrimoso Werther- e Voltaire lo scettico,

e lo squillante lamento del profeta

e il giubilo degli Elleni ebbri di bellezza:

i morti di tre millenni,

un baccanale di spiriti,

inventati da altri, da altri creati,

intrusi parassiti,

immaginari,

malati, velenosi.

Gemono, imprecano, gioiscono, litigano:

ciò che noi diciamo è l’eco rauca

del loro coro stridente.

Per il nostro supplizio

litigano come ubriaconi

ma li unisce l’orgia

per il nostro supplizio!

Dai nostri teschi bevono

con giubilo la linfa della nostra vita

Attorno alla nostra coscienza,

soffocando si inerpicano

serpi sibilanti

scuotono l’alber fragile della nostra felicità

con impeto febbrile

Percuotono le corde tremanti della nostra anima

danzando ci portano alla morte.

E’ forse tutto questo che non ci permette di essere autentici?

E saremmo autentici se non riconoscessimo la molteplicità del nostro essere? 

(Gedankenspuk – Gedichte 1891/1898)

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.