Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Nicoletta Verna: “I giorni di vetro” (Einaudi), di Cristiana Buccarelli

Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo 

Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.

Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…; una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita. 

Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.

In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’     

Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana. 

Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:

‘’Perché vi vedo?’’ domandai.

  (….)

‘’Quanti perché’’

‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’

‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’

‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’

‘’Perché è solo una questione di tempo’’

‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’

‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’  

Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris. 

Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia.  In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.

 ‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’

Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro. 

Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.

‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.

-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?

Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.

-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.

-La vita vale più di un’idea.

-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’

E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi. 

Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali. 

Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore. 

Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.

Sei Iris?’

Sono io.

Sono viva.

Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una  dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.    

Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.

In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Luigi Nacci: “I dieci passi dell’addio” (Einaudi), di Rosanna Pontoriero

Un uomo con il cuore in mano

Gino Paoli, “Un altro amore”, in sottofondo e una lettura che scorre fluida, rapida, si ferma solo qui: «Ma è bastato un tuo piccolo gesto, così logico quando l’ho visto, per capire che, eri proprio tu». Una colonna sonora che si è scelta da sola, per un romanzo di Luigi Nacci, “I dieci passi dell’addio”, edito da Einaudi. Il passo è incalzante, doloroso e asciutto. Non c’è umidità. È una sofferenza sana, di un uomo maturo. Potrebbe sembrare un intreccio asfittico, una apnea continuativa, in realtà, è il racconto di un lutto, in tutte le sue sfumature, paradossalmente, anche in quelle belle. Gli amori finiscono e le case rimangono scarnificate, così come le foto, i bigliettini, le pentole, le voci. Ci si attacca per non perdere, siamo parsimoniosi di vissuto, vorremmo congelare baci e carezze. E così si può scivolare nella nevrosi, perché l’amore, senza che gli si attribuisca definizioni corte, è fisiologia emotiva e spirituale. Ossigena ricordi, traumi, fallimenti, aspirazioni, paure, evita cancrene, setticemie. Quando non lottizza, però, sia chiaro. Quello che racconta Nacci è un amore liberato dal possesso, che rimane saldo, pur nel soffocamento della nostalgia. Nei dolori puri manca la rabbia, c’è il retrogusto della pastiera, guazzabuglio di sapori diversi. E su tutto, il desiderio di amare oltre l’epilogo, la materia, l’esistito. E, per “amare”, si intende il volere la felicità dell’altro, senza ma, però, sebbene, tuttavia, nonostante, che servono a immiserire, incattivire. Roba per edipi zoppi e tardoni, vecchi capricciosi, marionette in teatri scaduti. Di questo romanzo si amano le battute finali: lì dove si comprende la stoffa dell’amore e la ricchezza di emozioni, capaci di combinare le giornate e influenzare persino il meteo. Chi soffre non piange sempre allo stesso modo, cambia a seconda dell’ora, è vero. La notte è sempre micidiale. Un rasoio elettrico dove non ci sono peli. Il protagonista scrive e racconta i tempi supplementari di una relazione. Cronaca di giorni trascorsi a vegetare tra gli scatoloni, in una vita apparentemente profuga, con le quattro frecce.

«L’amore è pronto»

Chi sono gli esuli? Coloro che si trovano lontani dalla patria. E, probabilmente, quando nella vita si cambia sequenza affettiva, ci si sente così: perduti. Si legge nel romanzo: «Nelle sere del disamore devi uscire, devi mettere il tuo corpo fuori. Stenderlo come si stende il bucato. Anche se piove, o si gela». L’addio comporta una sopravvivenza fisica per inerzia, come tutti i lutti, fatta di piatti sporchi e trasandatezza. Si fa i conti con la morte: «Moriremo nel sonno, noi esuli dell’addio? Diventeremo mummie. Faremo la muffa. Chi ci troverà? Tra quanto tempo? Scriveranno un trafiletto di cronaca, scritto male, senza cuore. Bisognerebbe formare i giornalisti dell’addio». Il dispiacere di una fine scuote le viscera, fa venire i capelli bianci: è vecchiaia. Lo dicono sempre le mamme, dinnanzi a qualsiasi amarezza: «Oggi ho perso dieci anni di vita». Il cuore batte, comunque, forte e dentro, si scava un buco nero. E, allora, ci dobbiamo prendere cura. Ma di cosa? «Le stanze di una casa in cui c’è stato un grande amore ricordano tutto. Ci sono le vostre sagome impresse sui muri, sui pavimenti. Sugli asciugamani. Di voi due che agitate le braccia mentre litigate. Di te col dito indice alzato, di lei con i pugni in testa, le mani aperte della desolazione, del non poterci più fare niente, del lascia stare, è finita». 

Un addio per gli altri

La terza parte di un amore interessa tutta una matassa di luoghi e persone, perché una storia è un organismo, in grado di espandersi da solo. Soffre chi ha amato una coppia, una vita, un intreccio di esperienze ed emozioni, legate all’equilibrio di due persone. Ci sono gli amici da informare che, tristi e in apprensione, formulano domande, per le quali non si ha risposta. La bellezza di questo libro è l’accettazione delle non risposte. Non si dice: ci siamo lasciati per i seguenti motivi. Non esistono i due punti. Come per tutti i lutti sani ci sono una sequela di domande, che tali rimarranno, sguazzando in un tempo infinito, quello dell’amore. Esistono anche i familiari, nella fattispecie i genitori, i quali  hanno perso una parte di “figlianza”: «Il dolore che non riesco a superare è il dolore che ho dato ai miei genitori. Li ho privati di una figlia. (…) Vado dai miei e taccio. Non so cosa dire e come dirlo. Mangio e mi angoscio sul divano. Vorrei piangere. Non posso piangere. Aggiungerei dolore al dolore. Sarei meschino».

L’amore è natura

Non esistono le pareti nei sentimenti e neppure le quantità. Chi, quando e cosa si può amare? E a chi spetta stabilirlo? Quando una storia si trasforma in gabbia richiede passi fermi: non fare per salvare, preservare. Tuttavia, l’amore è follia ed essa, comporta passi nel vuoto, sull’onda di folate incredibilmente travolgenti. “Amante” non è affatto una parola brutta, l’hanno censurata i bigotti, i mediocri, gli edipi zoppi, i tiepidi per manifesto, i cretini. «Amante è una epifania», siamo perfettamente d’accordo. Non vi è alcuna motivazione se si ama tanto. Sono i paraocchi culturali che ci acciecano. «Se l’amante arriva è perché hai permesso che arrivasse. Dovevi fermarti un attimo prima. Ma un attimo prima di cosa? Di un bacio? Di uno sguardo. Dovevi fermarti molto prima, dice qualcuno. Non dovevi iscriverti in palestra, non dovevi frequentare quel circolo, non dovevi andare a quel convegno, non dovevi fare quel viaggio, non dovevi fare quella cosa nuova senza di me. Dovevi stare fermo». E, infatti, sono le ammonizioni di quanti, tanti, non conoscono la vita. Esistere è sprazzo, fulgore, abbandono, curiosità, ignoto e per ultimo, dolore. Come si fortifica una relazione? Uno sciocco pericoloso potrebbe pensare di farlo. Niente è evitabile, veramente. Nessun ordine umanamente imposto scandisce gli incontri.

Ma cos’è l’amore?

Una ventata di intestino rumore, naturale, che viaggia sui chilometri orari del vento di tramontana.  «L’amore è radice perché da esso ha origine la vita. Il mondo ha origine dalla follia. L’amore spazza via tutto, se ne frega delle agende. È una rivoluzione. È caos. Come tenere in vita il caos che ci agita in un’organizzazione rigida come quella della famiglia? Si parla troppo di famiglia e troppo poco di amore, cioè di follia. La sacra famiglia, dicono. Ma è sacra la follia». Spesso, però, ci leghiamo ai tabù, confortevoli, familiari, come le stanze di casa, illuminate. Si figlia per legare, a volte, mettendo al mondo «i figli del disamore». Eppure, questa vigliaccheria viene intesa come tentativo, prova. Di cosa? Perseveranza nella infelicità indotta e cronica. Torniamo sempre lì, ce lo insegnano da piccoli: sei bravo se ti sacrifichi e rinunci alla libertà, all’amore, alla follia. 

Si chiude con un sorriso

Il libro ci saluta con un tenero e fragile sorriso. Una fogliolina di fine aprile, grappolo di glicine bagnato. Chi ama desidera la serenità dell’amato, sempre. Non a condizioni, compromessi, convenienze. L’ego è lontano e con esso, i suoi tarli: “Ha un altro? Chissà chi è? Se lo ama? La vedo felice non mi pensa; mi ha subito sostituito”. L’amore sano è impegnativo, ma è svincolato dai filamenti narcisisti. «Però amerai ancora amore mio, e verrai amata, farai l’amore, camminerai lucente in ogni stagione e un giorno ti spunteranno le ali delle scapole». Pensa questo il protagonista nel vedere, tempo dopo la rottura, la sua  ex compagna felice, piena. Si sarebbe fatto curare, se proprio avesse avuto necessità, da un poeta. E sapete perché? «Sanno maneggiare le melanconie, trasformano le croci in mongolfiere». Ma curare cosa, di preciso? Il protagonista ci risponde così:  «La mia malattia è la vita».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Niccolò Ammaniti: “Il custode” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Storia di una mitologia contemporanea

Nilo Vasciaveo ha tredici anni e vive in un paesino della Sicilia, Triscina, che affaccia sul mare. Nella casa sperduta nei campi abita con la madre, Agata, infermiera presso una struttura per anziani, e la zia Rosaria, detta Rosi, corpulenta e piacente donna di mezza età, fissata con il fitness e i centri estetici. La famiglia Vasciaveo è nota in tutta la zona per la produzione di marmo pregiatissimo. Imprenditori, architetti, costruttori, si recano nei loro capannoni per acquistarlo e crearne piani cottura, lastre per i pavimenti, tavoli, per le seconde case di molti turisti e abitanti provenienti dalla città. Anche Agata e la sorella Rosi possiedono un paio di questi appartamenti, proprio a pochi passi dalla spiaggia. In uno di essi, un bilocale mangiato dalla salsedine e dalla taccagneria delle sorelle, un giorno viene ad abitare una straniera con sua figlia, di appena dieci anni. Si chiama Arianna, viene da un non ben definito Nord, e dice di fare la modella. Ha due gambe infinite, un paio di occhi torbidi e una variazione di minigonne che fa girare la testa a tutti i paesani. Con lei, Saskia, un’enorme montatura da vista su un visino vispo, un cerchietto con delle orecchie da volpe, e una erre moscia inconfondibilmente francese. Saskia infatti è figlia della sedicente modella e di un ciclista parigino, troppo impegnato a fare il giro del mondo per farle compagnia. È proprio a Triscina che il padre ha dato appuntamento alla bambina e a sua madre. Arianna suscita da subito l’antipatia di un’altra madre, quella di Nilo. La descrive come una drogata, una “poco di buono”, una scostumata. Nilo però è attratto da quella creatura misteriosa. E così, facendo amicizia con la figlia, e all’insaputa di Agata, inizia a frequentare quell’appartamento diroccato in via Vespucci.

Il tempo pare cadenzato da una lunga attesa, quella del padre di Saskia. È da lì, infatti, che inizia la narrazione delle vicende dei Vasciaveo, e lì sembra continuare a tornare. Il padre. Dov’è? Quello della bambina francese, si intende, ma anche quello dello stesso Nilo. Da questa assenza, da questo buco di trama, si intesse tutto il resto. Davanti al telaio però non c’è Penelope, bensì un’altra figura mitologica: Atena. A-gata, infatti, è custode di un segreto, un segreto così prezioso che viene tramandato di generazione in generazione, di custode in custode. Quel segreto trova collocazione in un punto preciso di casa Vasciaveo: il bagno. Quel bagno, serrato da tre lucchetti, pare essere l’inizio e la fine di chiunque passi per quel paese, per quelle esistenze pietrificate. Tutto ciò che entra in contatto con l’essere custodito in quelle quattro mura di maioliche consumate viene ridotto a pietra, o meglio, a marmo. Come in una moderna versione del mito di Medusa, veniamo a conoscenza del segreto più indicibile di tutta l’Isola.

Niccolò Ammaniti, più che in ogni altro suo lavoro precedente, gioca con la penna come fosse davvero la spola del suo telaio. Ci fa entrare nel cuore della mitologia greca, che spalanca le braccia a Freud, che filtra tutto attraverso gli occhi di un ragazzino di tredici anni. Ci rendiamo conto, più che mai, che se l’origine della psicanalisi è la mitologia, l’origine della mitologia siamo noi: un ragazzino che promette amore eterno a un’incantevole trentenne, una madre gelosa e controllante, una zia pettegola e lussuriosa, una ragazza madre dedita ai social e agli psicofarmaci, un padre disperso, un altro troppo impegnato a fare a gara con il proprio ego. Il tutto confezionato come fosse una fiaba della buonanotte. C’è il mostro, c’è l’eroe, c’è l’antagonista. Non manca proprio niente. Nemmeno un finale degno di un vero scrittore, inaspettato nella sua coerenza.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.