“I convitati di pietra” di Michele Mari (2025) e “Il lungo pranzo di Natale” di Thornton Wilder (1931), di Maurizia Maiano

Tra Il lungo pranzo di Natale di Thornton Wilder (1931) e I convitati di pietra di Michele Mari (2025) corre una sorprendente analogia. Entrambe le opere costruiscono la narrazione intorno a una tavola e a un rito conviviale, ma fanno del tempo due esperienze radicalmente diverse. In Wilder il tempo è continuità, memoria e successione delle generazioni; in Mari è attesa, probabilità e perdita. Intorno allo stesso gesto del riunirsi a tavola si sviluppano così due meditazioni divergenti sull’esistenza.

Nell’atto unico di Wilder vediamo una tavola lunga ed elegantemente apparecchiata nella casa dei Bayard, un grande tacchino al centro, una porta che dà sull’atrio decorata di frutti e fiori, e, sul lato opposto, un portale con un drappeggio di velluto nero: nascita e morte si dispongono ai margini della scena, mentre i convitati si raccontano nel tempo, mentre i capelli imbiancano. È un tempo organico e continuo, quasi vegetale. Tutto è un inevitabile succedersi: i figli crescono, i padri invecchiano, le generazioni si passano il testimone.

In Mari una classe del liceo festeggia, il 22 luglio del 1975, il primo anniversario della maturità e i trenta componenti decidono di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ogni anno verseranno una somma da investire, che dovrà generare nel tempo un’ingente fortuna. Qui il tempo è discontinuo e probabilistico: ogni incontro è un salto in avanti, e ogni morte modifica retrospettivamente il passato delle vite degli altri. Ogni anno si ritrovano intorno all’anonimo tavolo senza storia di un ristorante. Il tavolo non è più luogo di continuità familiare, ma di contratto: in Wilder è memoria, in Mari scommessa.
Ciò che in Wilder appartiene alla naturale accettazione del ciclo dell’esistenza — nascita, trasformazione, vecchiaia, morte — in Mari sembra dipendere da una combinazione insondabile di destino, caso o provvidenza. Gli ex compagni si ripromettono di parlare di politica, lavoro, famiglia, divorzi e figli, ma non del futuro: il patto originario lo ha escluso fin dall’inizio. Non parlare del futuro significa, in fondo, non parlare della propria morte. Così ogni ritrovo assume sempre più l’aspetto di un tavolo da roulette. Si comincia persino a elaborare una casistica delle probabilità: bevitori, fumatori, salutisti, vite spericolate e vite prudenti. La prima morte, inattesa, è il suicidio della Crollalanza, dodici anni dopo il patto. Da quel momento tutti sostengono di averne colto i segnali già ai tempi della scuola: è il consueto inganno della memoria, che attribuisce al passato una necessità che allora nessuno avrebbe saputo vedere.
Nel 2014, al quarantennale della maturità, qualcuno si domanda quale senso abbia continuare a incontrarsi soltanto perché un tempo si è stati compagni di scuola. Che cosa li tiene davvero uniti? Il denaro accumulato nel fondo? La speranza della vincita finale? O piuttosto il bisogno di misurare, anno dopo anno, la propria sopravvivenza attraverso quella degli altri? Il richiamo al Convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart è inevitabile: là la statua giunge come incarnazione del giudizio e della colpa; nel romanzo di Mari, invece, il convitato di pietra è il tempo stesso. Invisibile ma sempre presente, siede a tavola con gli altri commensali e rende ogni incontro una verifica della loro permanenza nel mondo.

Mari concepisce il tempo come ciò che scorre verso la fine; per fermarlo si possono tentare solo piccoli rattoppi, dighe provvisorie, rinvii dell’epilogo. In Wilder, invece, il tempo sembra allontanarsi per poi ritornare, consentendo ai vivi e ai morti di ritrovarsi ancora una volta intorno alla stessa tavola. Dopo aver sperimentato l’assenza, il ricordo restituisce la presenza; ciò che il tempo sembrava aver sottratto viene riconquistato nella memoria. Il pranzo natalizio diventa così il luogo in cui la gioia condivisa continua a esistere oltre il fluire del divenire. Mari racconta il tempo vissuto, Wilder mette in scena il tempo della memoria.

In questo spaccato di umanità, dominato dall’interesse e dalla contabilità della sopravvivenza, affiora infine una tenera storia d’amore tra Luca Brodo e Lola Ricci. Rivadeneyra suggerisce a Luca la lettura de L’amore ai tempi del colera. Dalle pagine di García Márquez egli apprende che l’amore non conosce età: se Florentino Ariza e Fermina Daza hanno saputo ritrovarsi dopo una vita intera, allora anche per loro esiste una possibilità. Luca e Lola si scrivono assumendo, di volta in volta, i ruoli della Padrona e dello Schiavo. È un gioco di reciproco affidamento che rovescia la logica del dominio: il dominio si trasforma in fiducia, la gerarchia in complicità, l’obbedienza in una forma di abbandono reciproco.

Non sembra casuale neppure la ricorrente presenza di Gene Hackman. Molti dei suoi personaggi sono uomini chiamati a misurarsi con il caso, la colpa e il trascorrere del tempo. Tra i richiami cinematografici del romanzo affiora anche Pronti a morire (The Quick and the Dead, 1995): come nel film, è il tempo a eliminare progressivamente i contendenti. Hackman è un interprete di uomini comuni travolti da meccanismi più grandi di loro, e anche i protagonisti di Mari sono persone normalissime, senza eroismo, che diventano i personaggi di un gigantesco esperimento sul tempo e sulla morte.

Il confronto con Wilder ritorna allora con ancora maggiore evidenza. Se nella casa dei Bayard il tempo continua a generare vita e a rinnovare il rito familiare, nel romanzo di Mari esso diventa un lento processo di sottrazione. Alla tavola di Wilder si aggiungono nuovi commensali; a quella di Mari, anno dopo anno, una sedia rimane inevitabilmente vuota. È questa assenza progressiva a trasformare il convivio in una meditazione sulla finitudine.

Se Wilder celebra la continuità della vita attraverso il rito familiare, Mari racconta la lenta erosione del tempo condiviso. Il convitato di pietra non è soltanto il Commendatore evocato da Mozart: è il tempo stesso, invisibile ma sempre presente, che prende posto accanto ai vivi e, anno dopo anno, decide chi continuerà a sedersi a quella tavola. È qui che si apre spazio all’amore, alla memoria, alla letteratura e al teatro, come se solo l’immaginazione potesse opporre una fragile resistenza all’inesorabile trascorrere del tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Niccolò Ammaniti: “Io e te” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se ti senti al tuo posto, hai sbagliato posto

Chi non si è mai sentito sbagliato, da adolescente. Il punto, qui, è esattamente il contrario: Lorenzo si sente giusto nel sentirsi sbagliato per tutti, o quasi. Di sicuro per i suoi genitori. Come lo vorrebbero? Socievole, sempre circondato da amici, compagni del liceo, magari una fidanzatina. Lorenzo non ha niente di tutto questo, di più, lo detesta. Ama passare i pomeriggi da solo, giocare alla playstation, o semplicemente con la sua fantasia. Lo strizzacervelli l’ha definito “narciso”, lui forse non sa nemmeno cosa voglia dire, un fiore? 

Il guaio, il danno nel danno, accade quando Lorenzo comunica a sua madre l’invito da parte di alcuni compagni in settimana bianca. Certo, Lorenzo sa che la madre sarebbe stata felice, ma così? Al punto di piangere dalla commozione? Davvero? Sì, davvero. Il danno è fatto, impossibile tornare indietro. La madre ci crede, il padre ci crede. Le attrezzature sono pronte, deve solo fare la valigia e partire. 

La settimana bianca di Lorenzo si tramuta in una settimana nella cantina del palazzo dove abita. Prepara proprio tutto, stavolta. Riserve di cibo a sufficienza, un sacco a pelo, dei libri, l’immancabile playstation. La vacanza perfetta. La messa in scena può avere inizio. Di certo non sentirà il soffice manto della neve, ma piuttosto quello dei tappeti ammuffiti della vecchia inquilina del suo appartamento. 

Tutto sembra scorrere senza intoppi, finché la solitudine non diventa doppia. Lorenzo non è davvero da solo al mondo, ma c’è Olivia. Diversi anni in più, bella da far vacillare anche un fratello minore, o meglio, fratellastro. Condividono lo stesso padre, intransigente, rigido, a tratti quasi evanescente. Olivia è giovane, ma soprattutto ribelle. Non ne vuole sapere delle regole, dei pranzi di famiglia, dei giudizi dei parenti, tantomeno di quel padre in comune. Olivia ha bisogno di affetto sincero, ma, prima di quello, ha bisogno di soldi. 

Quando chiama Lorenzo non sa minimamente che lui possa aver fatto, seppur in modo del tutto diverso dal suo, lo stesso percorso: sganciarsi da loro, sparire. Quando bussa alla porta di quella catapecchia non sa che ciò che sta veramente cercando è un fratello, lei vuole solo dei soldi, ha urgente bisogno di soldi. Per cosa?

È sciupata, Olivia. Cosa ne è di tutta quella bellezza selvaggia? Nemmeno i ricci biondi le sono più rimasti. 

I segreti di Lorenzo e Olivia si fondono insieme fino a costituire una nuova verità, la loro. Lorenzo deve reggere quel peso, a patto che lo faccia anche Olivia. A patto che nessuno scopra ciò che davvero sono.

Niccolò Ammaniti ci porta fin dentro le budella di una solitudine che non è solo adolescenziale, ma esistenziale. Di un peso, di un doppio peso, che diventa sempre più zavorrante a causa di una tipica famiglia borghese che sembra dare tutto, avere tutto, eppure è proprio in quel tutto che Lorenzo, e forse anche Olivia, cercano la loro singolarità. 

Con lo stile “cannibale” che lo contraddistingue dagli albori, lo scrittore romano prova a scavare dentro a un disagio non stereotipabile, e nemmeno facilmente pronunciabile. Non accade solo in questo romanzo, ma qui la forza della concisione sembra evidente, esce dalla carta. Quel ragazzo del liceo diventiamo tutti noi, al di fuori del contesto sociale, al di fuori della pressione famigliare, fin dentro la volontà di autodeterminazione.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

VideoIntervista a Igort per “A cavallo con i poeti” (Einaudi, 2026), di Loredana Cefalo

Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?

​Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.

​In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).

​Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.

​A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.

​Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.

​Buona lettura.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Daniel Mendelsohn: “Gli scomparsi” (Neri Pozza 2007, Einaudi 2018), di Lucio Turchetta

Professore di letteratura antica, autore per il New Yorker, Mendelsohn potrebbe rappresentare il tipico esponente dell’intellettualità ebraica newyorkese che, lasciatosi il passato alle spalle, è diventato uno scrittore noto internazionalmente (in Italia ha ricevuto nel 2022 il premio Malaparte) e si occupa in modo sofisticato di cultura.

Dopo aver letto Un’Odissea sarebbe facile pensar questo di lui, fine grecista immerso nella luce meridiana di un passato tutto ‘occidentale’ e ‘razionale’; ebbene questo suo primo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, è stato per il suo arco creativo, una freccia fondamentale, ed è quella del suo passato, delle sue origini.

Chi, come me, fosse sazio della letteratura che utilizza l’olocausto o meglio, i campi di concentramento nazisti, come metafora del male universale, passe-partout con cui risolvere trame intricate e tutto sommato scontate (ho almeno un paio di esempi in testa ma non li farò), storcerà giustamente il naso verso l’argomento. Si tratta infatti della ricerca dei propri parenti, non antenati ma parenti prossimi: zie e zii, prozie nonni … di cui, nelle feste tradizionali cui il piccolo Daniel partecipava da bambino si parlava per accenni, usando parole allusive che gli adulti coglievano al volo e a cui rispondevano in modo altrettanto criptico.

Mendelsohn ritorna con la memoria a quelle strane allusioni, anche sollecitato dal ritrovamento di alcune lettere, e inizia un percorso a ritroso alla ricerca, appunto, degli “scomparsi”, che tali non sono o almeno non tutti. All’epoca cercarono scampo in nuove terre, dove si sentivano al sicuro, e oggi (l’oggi del narratore) la loro memoria corre con affetto e timore a quegli anni. La diaspora è mondiale, letteralmente: Mendelsohn è costretto a girare per il mondo per trovare i testimoni ancora in vita, alla fine, grazie a ricordi frammentari che l’autore pazientemente mette insieme per ricostruire una storia, e quindi delle esistenze, di nuovo torna al punto di partenza, a finalmente comprende le allusioni, gli accenni, i ricordi che gli adulti di allora gli avevano taciuto, che è un modo di diventare adulto lui stesso.

Cos’è allora – a parte l’argomento che oggi è diventato quasi banale, ma urticante per il motivo opposto: le vittime di allora si sono trasformate negli aguzzini di oggi – che rende il libro interessante e appassionante? Anche qui in primo luogo la lingua di Mendelsohn, che è flessibile, acuta, profonda senza mai essere petulante o sentenziosa. Sappiamo come andrà a finire, o perlomeno lo intuiamo, ma pure non possiamo staccarci da questo percorso che corre a zig zag lungo tutto il pianeta, in cui ogni punto di arrivo è anche un nuovo punto di partenza e ogni risposta è anche una domanda, un mistero da risolvere. Ripeto, la capacità narrativa dell’autore è così catturante – e Un’Odissea ne è un’altra dimostrazione, con il fitto intreccio di vari piani temporali e percettivi, del tutto integrati nel tessuto narrativo – da renderci partecipi della sua necessità di sapere, di scoprire, di arrivare alla soluzione di questo puzzle apparentemente irrisolvibile. Ma, lo sappiamo come lo sa Mendelsohn, il passato non passa con la morte: le memorie, i ricordi dei singoli come le parole scritte, le lettere, i documenti (i filologi li chiamano non a caso monumenti) sono sempre lì, e anche se tutto ciò conduce a una piccola stanza sotterranea e senza finestre il lungo viaggio sarà valsa la pena.

                                                                                                         Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Intervista a Francesco Piccolo per “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026) – Capitolo Zero: Ep. 12 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 12 Francesco Piccolo, “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026)

Francesco Piccolo, Premio Strega 2014 per “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi), sceneggiatore vincitore di tre David di Donatello e due Nastri d’argento, autore di fiction di grande successo, noto per la sua capacità di radiografare i sentimenti minimi e le piccole sfumature del quotidiano, con questo testo ci conduce in un’operazione di profonda umanità sia letteraria che biografica.

“Cosa sono le nuvole” (Einaudi) è un racconto degli ultimi anni del principe Antonio De Curtis, un’indagine malinconica che naviga con delicatezza nel crepuscolo di un gigante che avvertiva, paradossalmente, il peso dell’arrivo delle ombre su una carriera in cui non si era mai sentito abbastanza. Il cuore del libro esplora con garbo e ironia la scissione netta, quasi schizofrenica, tra Antonio De Curtis e Totò.

Il “Principe” abita ai Parioli, esige eleganza impeccabile con lo stemma nobiliare sulle camicie e si dedica all’araldica; Totò è invece la marionetta sguaiata, il “venditore di chiacchiere” che lavora senza sosta per mantenere l’aristocratico e la sua vasta famiglia, composta da venticinque persone e duecentoventi cani, poiché Totò considerava famiglia anche gli ultimi e gli indesiderabili di cui era silenzioso benefattore. Totò apparteneva al popolo della notte, ore che erano il suo regno di pace dedicate a piccoli riti domestici, all’ascolto del bollettino dei naviganti — un modo per viaggiare restando a casa — e a pensieri profondi che il rumore del giorno non permetteva.

Nonostante la semicecità che lo colpì duramente dal 1957 durante una tournée e aggravatasi notevolmente nel corso degli anni successivi fino a renderlo quasi totalmente cieco, continuò a girare film a ritmi industriali per fuggire dall’angoscia del declino.

Uno dei punti più alti del libro è proprio la descrizione del rapporto di Totò con la sua malattia. Piccolo racconta il “miracolo” testimoniato da registi come Fellini e Pasolini: fino a quando non si accendeva la macchina da presa il principe doveva essere sorretto per ogni passo, ma al momento del “ciak” Totò si toglieva gli occhiali neri e si muoveva tra i mobili e i cavi elettrici con una disinvoltura incredibile, come se la telecamera gli restituisse, per pochi istanti, la vista.

L’incontro con Pier Paolo Pasolini rappresentò una “consacrazione tardiva” presso la critica intellettuale che lo aveva snobbato per decenni. Tuttavia, Piccolo sottolinea il paradosso tragico: i premi e i consensi diedero a Totò un senso di profondo fallimento, convincendolo di aver sprecato trent’anni in filmetti mediocri quando avrebbe potuto essere un attore di ben altra levatura. Egli stesso arrivò a dire che un falegname valeva più di lui, perché almeno il tavolo che fabbrica resta nel tempo.

La conclusione del libro è commovente. Piccolo narra la morte di Totò, avvenuta nell’aprile 1967, e l’umiliazione postuma subita da Franca Faldini, costretta a restare sul pianerottolo dal prete che si rifiutava di benedire una “concubina”. Il finale si sposta su una dimensione quasi onirica: il fedele autista di Totò, Cafiero, smarritosi nel Cimitero del Pianto, vede due sagome discutere nella penombra. Sembrano il Marchese e lo Scopatore della celebre poesia ‘A livella o forse, più semplicemente, sono Antonio De Curtis e Totò, finalmente riuniti in quell’uguaglianza che solo la morte conosce.

Quest’opera rinnova la grandezza di un artista che nello specchio vedeva la “tristezza di un naso torto”, che ha fatto ridere l’Italia mentre il suo cuore cercava il riconoscimento più alto e nobile, arrivato purtroppo solo dopo la fine. Perché, per citare lo stesso Totò, questo è un bellissimo Paese in cui però, per venire riconosciuti di qualcosa, bisogna morire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.