Napoletano in pillole: Lezione 7, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta!”

Ad litteram suona quasi gentile: “Ho conosciuto anche te, ombrellino di seta.” E invece è una sentenza: ti ho letto, ti ho riconosciuto, la sceneggiata è finita.

L’ombrellino di seta, nella Napoli di un tempo, era un accessorio leggero, raffinato, da tenere in mano come una firma. Ma proprio perché si vedeva da lontano, poteva diventare un dettaglio che serviva a farsi notare più che a ripararsi dal sole. 

E allora “o’mbrellino ’e seta” diventa l’etichetta perfetta per chi si presenta lindo, irreprensibile, pieno di buone maniere. Qualcuno/a che si mette addosso la rispettabilità come un profumo: tanto per coprire qualcos’altro.

Il bello (e il feroce) del detto è che non ti insulta in modo frontale: ti riduce a immagine. Ti trasforma in oggetto da passerella, ti fa piccolo, ornamentale. 

Oggi poi l’ombrellino di seta ha cambiato posto: sta nei feed, nelle stories, nelle bio lucidate a specchio. Stesso principio: confezione impeccabile, contenuto discutibile. E quando qualcuno prova a venderti virtù come fossero merce, Napoli risponde con una frase sola, asciutta e definitiva:

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta.” Puoi luccicare quanto vuoi, ma io ho capito chi sei.

BUONA GIORNATA! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Buon divertimento!

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