È un giorno di primavera degli anni ’80 del 1800 quando il principe Dmitrij Ivanovič Nechljudov deve recarsi, per un dovere civico, in un tribunale come giurato ad un processo. Si trova in una città russa dove possiede una grande villa.
È un ragazzo raffinato sui trent’anni. Alcuni anni prima aveva distribuito le terre ereditate dal padre ai contadini, aveva letto le idee degli economisti inglesi più avanzati (due elementi autobiografici), aveva vagheggiato di dipingere ma poi la carriera militare (era un tenente nell’esclusivo corpo di nobili della Guardia dello Zar) lo aveva velocemente corrotto.
Aveva rinunciato ai suoi progetti idealistici per diventare come gli altri, andare ai ricevimenti, bere, avere relazioni sociali superficiali, flirt senza importanza.
Il conformismo era la colpa di Nechljudov e ne aveva fatto un uomo indeciso, insicuro.
Aveva una stanca relazione con una signora sposata e frequentava una ragazza nobile per sposarla anche se non ne era innamorato.
Al processo – che Tolstoj descrive magistralmente – con la sua prosaica burocrazia sono giudicati una cameriera, un cameriere e una prostituta accusati di aver derubato e ucciso in un albergo un ricco mercante.
Questo sordido fatto di cronaca nera non interessa per nulla Nechljudov finché egli non riconosce, costernato, nell’avvenente prostituta con i riccioli neri Katjuša.
È il passato che ritorna.
Figlia di una serva, la classe sociale più in basso, e di uno zingaro di passaggio in una cittadina rurale Katjuša era stata “adottata” da neonata da due principesse nubili, le zie di Nechljudov. Una, di buon cuore, aveva educato la bambina. Katjuša sapeva leggere, parlare in francese (la lingua dell’aristocrazia e della borghesia nel 1800) e aveva un’anima limpida.
Un giorno era giunto il giovane Nechljudov. Si erano reciprocamente innamorati. Lui era timido, lei ingenua e il loro sentimento era rimasto un dolce amore vagheggiato e non detto.
Due anni dopo, lui, ormai cambiato dalla società e dalla vita militare, era ritornato.
Prima di partire era stato assai insistente con Katjuša. Lei lo aveva respinto ma non decisamente, tuttavia non era preparata emotivamente e lui non l’aveva rispettata pur non avendola aggredita: avevano trascorso la notte insieme e al mattino lui le aveva dato 100 rubli perché “così fanno tutti” prima di andarsene per sempre.
Umiliata, disperata per l’abbandono, lei aveva scoperto cinque mesi dopo di essere incinta, era stata cacciata dalle zie, il neonato era stato mandato in un orfanotrofio – Tolstoj raccontava quello che accadeva sovente al tempo senza nessuna inflessione retorica.
Katjuša aveva inoltre perso ogni fiducia negli esseri umani, era diventata l’amante di uno scrittore che seppure più colto non era migliore degli altri che la circuivano perché assai attraente.
Assunta in alcune case come lavorante era stata aggredita dai datori di lavoro, insultata dalle loro mogli e, convinta da una danarosa donna equivoca, era entrata come prostituta nella sua casa chiusa gestita dallo stato.
Aveva guadagnato bene, acquistato begli abiti ma aveva incominciato a bere per dimenticare la sua infelicità.
Questo incontro da lontano (Katjuša non fa caso ai giurati e viene condannata a quattro anni di lavori forzati nonostante sia innocente) provocherà una grande crisi in Nechljudov, un sincero desiderio di riparare alla sua colpa e di essere perdonato da lei, di aiutarla ma Katjuša non reagirà come si potrebbe credere.
Questo è in sintesi l’esordio di “Resurrezione” (Воскресенье, Voskresen’e) che Lev Tolstoj scrisse a 71 anni nel 1888 dopo capolavori come “Guerra e pace” (1867), “Anna Karenina” (1877), racconti lunghi come “La felicità familiare”, “La morte di Ivan Il’ič”, il singolare “La sonata a Kreutzer” e altri, tutti meravigliosi.
Il capitolo VI della terza parte del libro con il dolce rivoluzionario socialista Kryl’cov, gravemente ammalato, che racconta la vicenda del polacco biondo e fiducioso e del ragazzino ebreo è un capolavoro come quello di Pierre che conforta Natascia dopo il suo sventato piano di fuga in “Guerra e pace” o il finale di “Anna Karenina”.
Nel 1883, in fin di vita in Francia, lo scrittore Ivan Sergeevič Turgenev aveva inviato una preghiera a Tolstoj: di tornare a scrivere romanzi dopo la grande crisi che lo aveva colpito a 41 anni.
Il conte Tolstoj nato in una famiglia di antica nobiltà ma in disgrazia economica, ex militare disciplinato, appassionato di pedagogia, sposato in un matrimonio con luci e ombre con Sòf’ja Bers, figlia del medico dello zar, molto più giovane di lui e madre di dieci figli, scrittore di grande talento ma uomo semplice, alla mano, aveva avuto come Nechljudov una grande crisi ancora oggi in parte misteriosa.
A 41 anni alla fine dell’estate del 1869 aveva pernottato, durante un viaggio, in una locanda di una cittadina, Arzamas. Non si sa che cosa sia accaduto ma quella notte fu decisiva per il suo cambiamento spirituale e mentale. Egli stava attraversando una grande crisi esistenziale già da un po’ di tempo.
Su di essa avrebbe scritto il racconto, pubblicato postumo, “Memorie di un pazzo”.
Il cambiamento fu un totale rifiuto della sua vita precedente: in realtà egli era stato un buon marito seppure infedele, un buon padre affettuoso seppure fosse stata principalmente la moglie ad occuparsi dei figli, aveva scritto molto, aveva avuto un grande successo, era diventato molto ricco ma era insoddisfatto.
Così Tolstoj, ex militare di alto grado dell’impero russo, divenne il più grande pacifista e sostenitore della non violenza del suo tempo.
Divenne veramente cristiano, rilesse accuratamente i Vangeli. La Chiesa ortodossa lo avrebbe scomunicato per due capitoli che denunciano vigorosamente l’ipocrisia chiesastica proprio in “Resurrezione” e non è stato ancora riabilitato.
Smise di andare a caccia, divenne vegetariano, abbandonò il tabacco, desiderò raggiungere la castità nonostante avesse solo una quarantina d’anni.
Abbandonò anche i vestiti borghesi per un camiciotto da contadino e spesso venne scambiato per uno di loro.
Nei suoi “Diari” Tolstoj definì, ingiustamente, i suoi capolavori precedenti “sciocchezze” anche se gli erano costati anni ed anni di lavoro e sua moglie li aveva più volte ricopiati a mano in bella calligrafia per proporli agli editori (solo “Anna Karenina” ben sette volte!).
Il passato che ritorna aveva atteso forse anche Tolstoj nella desolata locanda di Arzamas come era accaduto a Nechljudov?
Ma per iniziare una nuova vita (quella che Levin di “Anna Karerina” e Pierre Bezuchov di “Guerra e pace” avevano tanto desiderato) Nechljudov dovrà scendere all’inferno con Katjuša.
È interessante notare come in questa parte del libro sia Katjuša ad essere in gran parte cattiva verso di lui e lui non se ne renda conto.
Sono straordinarie le descrizioni del carcere, dello sconvolgente contrasto tra la ricchezza dell’aristocrazia e la povertà del popolo, tra la violenza bruta dei militari e la mitezza luminosa dei socialisti utopisti (come li avrebbe chiamati, un po’ frettolosamente, Karl Marx e che non erano come i nichilisti che Dostoevskij aveva negativamente descritto nel 1872 nel romanzo “I Demoni”)
“Resurrezione” è un affresco senza sconti del tempo dello zarismo descritto con un pathos tutto tolstojano con qualche eco di Victor Hugo e Charles Dickens.
Sono raffinatissime le accurate descrizioni degli stati d’animo dei personaggi come sempre in Tolstoj, personaggi mai scontati ma sempre variegati, mai solo buoni o solo cattivi.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Apparentemente la trama del romanzo “Washington Square” di Henry James (1880) sembra molto semplice: l’unica figlia di un celebre medico di New York verso gli anni ’40 del 1800 viene presa di mira da un giovanotto che vuole impadronirsi, sposandola, del suo ingente patrimonio. Il padre si oppone.
Su questa trama James costruisce uno splendido romanzo in 35 capitoli, un romanzo in cui non c’è neppure una riga di troppo, con raffinatissime psicologie che venne allora non solo guardato con sufficienza dalla critica ma quasi ignorato dai lettori suscitando non poco, comprensibile, dispiacere nel suo autore per diventare poi un classico dalla seconda metà del Novecento.
Siamo nel New England, la costa est degli Stati Uniti dove la città fino ad allora più importante, l’aristocratica Boston, sta cedendo il passo alla più dinamica e variegata New York che si va ingrandendo grazie agli innumerevoli emigrati.
Il dottor Austin Sloper è un self made man tipicamente statunitense, un uomo che nonostante non venga da una famiglia agiata ha studiato con passione medicina. Ambizioso, determinato è diventato uno dei medici più stimati e richiesti della città.
Sulla ventina aveva sposato solo per amore un’incantevole e ricchissima ragazza, Catherine. Tuttavia la sua vita familiare era stata crudele: aveva perduto il figlio primogenito nella prima infanzia e la moglie di parto.
Era rimasto solo con la figlia, Catherine, che lo aveva già deluso essendo una femmina (il dottor Sloper è un misogino) e poi crescendo essendo non bella, né intelligente come la madre.
Per occuparsi di lei, egli aveva preso in casa sua sorella, vedova di un pastore protestante, Lavinia Penninton, uno dei personaggi più belli creati da James.
All’inizio del romanzo Catherine ha 22 anni, è un’anima quieta, remissiva, canta ma non ha particolare talento, si dedica al ricamo, va a messa, non è né bella né brutta, nessuno la nota in pubblico, non ha avuto mai proposte di fidanzamento come era d’uso.
Nonostante sia molto timida adora i vestiti sfarzosi (il che suscita ironia nel padre) forse perché è invisibile. Nessuno ce l’ha con lei, anzi è simpatica ma incolore, sbiadita.
Il suo primo denigratore segreto è proprio il padre, che ella adora, che vede come unica qualità di lei il fatto di essere ricchissima.
Ella erediterà sposandosi 10.000 dollari dalla madre e ben altri 30.000 come eredità dal padre – una somma che Henry James dichiara a quei tempi “immensa”.
La zia Lavinia è uno stravagante personaggio che ha affetto per la nipote, immagina storie romanzesche a contrasto con la sua vita monotona ed è entusiasta quando Catherine, ad un ricevimento, attrae l’attenzione di un bellissimo, elegante, distinto giovanotto: Morris Townsand.
Morris diventa, complice la zia, un habitué nella grandiosa casa in classico stile ottocentesco americano con il colonnato all’ingresso del dottor Sloper a Washington Square.
E qui incomincia un duello spietato: mentre Catherine si innamora dell’affascinante Morris, premuroso, suadente, mai inopportuno e last but not least bellissimo, il padre, che crede di capire la gente con una sola occhiata, inizia a detestarlo e lo avversa in ogni modo.
Anche Morris ha una spiccata ed immediata antipatia per il dottor Sloper che non si fa ammaliare dai suoi modi suadenti.
Sloper lo definisce un cacciatore di dote, prende informazioni su di lui, va a parlare in una povera casetta con la sorella di Morris, una dignitosa vedova con cinque bambini, che lo mantiene.
Morris aveva un piccolo patrimonio che aveva dilapidato in Europa, non lavora, non ha nulla se non i suoi modi da damerino.
Nella lotta tra i due uomini nessuno di loro tiene conto dei sentimenti di Catherine: il padre si maschera: dice di voler impedire il matrimonio per il bene della figlia ma in realtà lo fa per affermare il suo potere.
E lo stesso fa Morris. Anche a lui non interessano i sentimenti di Catherine che ha facilmente e castamente conquistato in solo un paio settimane ma si maschera da innamorato offeso nell’onore.
Egli vede in lei la soluzione ideale ai suoi guai economici: attraverso Catherine potrà mettere le mani su un ingente patrimonio, vedersi spalancare le porte dell’esclusiva alta società di New York, fare ciò che vuole.
Per la mite Catherine Morris è invece l’amore, i sogni della giovinezza che si avverano, la vita che bussa alla sua porta, il matrimonio, la vagheggiata maternità, il domani.
Lavinia parteggia subito per Morris, si affeziona maternamente a lui, ha appuntamenti segreti con lui in improbabili negozietti di quartieri popolari per non essere eventualmente sorpresa dal dottore o da altri, si trasforma in una complice del trentenne che più vede ostacoli più diventa nevrastenico.
Naturalmente James coglie tutte le sfumature di questa guerra spietata che si svolge nell’ambiente dell’alta borghesia: dominio, soldi, orgoglio, testardaggine, frasi durissime formulate in una grammatica impeccabile.
Il padre e il fidanzato non cambiano nel corso del romanzo che si svolge in vari anni ma sarà invece Catherine a cambiare interiormente quando si renderà conto di due cose.
In che modo e di cosa non si può dire per non sciupare la lettura del romanzo di cui forse ho detto già troppo.
Nel 1949 il regista William Wyler diresse un film tratto dal romanzo (anche se nell’ultima parte con una sceneggiatura assai modificata) che è diventato un cult movie degli anni d’oro del cinema hollywoodiano: “The Heiress” (L’ereditiera) magistralmente interpretato da Olivia de Havilland nel ruolo di Catherine, Montgomery Clift in quello di Morris, Ralph Richardson come Sloper e Miriam Hopkins la zia.
Henry James è stato il più raffinato tra gli scrittori americani del 1800 insieme a Nathaniel Hawthorne.
Nato nel 1843 a New York in una famiglia benestante di origine irlandese ebbe due notevoli fratelli, William James, uno dei fondatori della psicologia e critico letterario e Alice James, autrice di un remarkable “Diario”.
La sua vita sembra essere stata quella di un uomo votato con grande dedizione alla letteratura, uno scrittore di talento che difese i suoi libri contro avidi editori, critici insensibili e lettori disattenti (una ventina di romanzi, moltissimi racconti, articoli, memorie di viaggi, commedie).
In vita fu conosciuto ed ammirato da un grande amico, Robert Louis Stevenson e dalla giovane Virginia Woolf (1).
Non ci fu invece simpatia tra Henry James e Oscar Wilde. Il primo trovava semplicistiche e ad effetto le commedie di gran successo del secondo (2).
Era un lettore appassionato, un esteta, un fine conoscitore della storia dell’arte che scriveva in perfetto francese e tedesco ma anche un assiduo viaggiatore tra i due continenti, America e Europa, nonostante i dolori di schiena e di stomaco ricorrenti, con lunghi soggiorni nella imperdibile Parigi e nell’adorata Roma.
Nel 1876, a 33 anni, si trasferì a vivere a Londra e nel 1916, in dissenso con l’iniziale neutralità degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, divenne suddito britannico.
Venne nominato al Premio Nobel nel 1911, nel ’12 e nel ’16 e morì a causa di due ictus il 28 febbraio 1916 a 72 anni nella sua casa di Chelsea, Londra.
Non ci inoltriamo qui nel tema sulle correnti letterarie anglosassoni del tempo che sarebbe troppo specialistico ma la ‘riscoperta’ delle opere di Henry James avvenne negli anni ’40 del Novecento grazie ad un intenso dibattito tra letterati angloamericani.
Gli eventi sociali del suo tempo non appaiono nella sua corrispondenza epistolare resa pubblica: egli sembrava “coltivare il suo giardino” come il Candido di Voltaire.
E per James “il suo giardino” erano le sue relazioni sociali e mondane, le passeggiate in una splendida Firenze dai colori soffusi o sui dolci colli verdeggianti.
Aveva un grande interesse per il trascendentale e non a caso il suo romanzo “Giro di vite” (The Turn of the Screw, 1898) è una delle sue opere più magistrali che si rifà alle ghost stories inglesi: lo spettro dell’uomo con i capelli rossi che guarda impassibile la giovane e volenterosa governante sotto la pioggia ha turbato più di un lettore.
Henry James fu estremamente riservato sulla sua vita sentimentale, le sue lettere non rivelano nulla se non qualche forte amicizia maschile (ma anche una femminile con una scrittrice che si suicidò a Roma).
Bisogna tener presente che nel 1800 il tono delle lettere tra amici (ed amiche) era più affettuoso di quello attuale.
Egli aveva scritto ironicamente in una lettera del 1880: “I shall not marry, all the same … I am too good a bachelor to spoil”
(Non mi sposerò comunque… Sono uno scapolo troppo in gamba per rovinarmi) (3).
Sembra a molti studiosi assai probabile che Henry James possa essere stato gay. Io personalmente penserei più un asexual gay.
Soprattutto l’amicizia epistolare con lo scultore norvegese americano Hendrik Christian Andersen (da non confondersi con lo scrittore di fiabe danese Hans Christian Andersen) che viveva nella città eterna ha suscitato interesse.
Si conobbero nel 1899. James aveva 59 anni, Andersen 27. Si videro solo sette volte ma vi fu tra di loro una corrispondenza epistolare durata fino alla morte dello scrittore nel 1916.
Certamente la corrispondenza fa emergere un grande affetto (4).
Invece sua sorella Alice James visse a lungo con Katharine Loring, un’importante educatrice americana, ed entrambe, secondo un biografo, ispirarono il bellissimo romanzo di James “The Bostonians” (che si può tradurre anche “Le bostoniane”) sul grande affetto tra Olive, intelligente attivista per i diritti delle donne, e la giovane, delicata Verena minato dall’arrivo dell’ambizioso e cinico avvocato Basil Ransom.
Il libro del 1885 riprende il tema di due personaggi (Olive e Basil) che si contendono l’affetto di un terzo (Verena), proponendo cioè una situazione anche se diversa che ha qualche affinità con quella di “Washington Square” (1880).
Anche da questo romanzo venne realizzato un film diretto da James Ivory nel 1984 con Vanessa Redgrave e il compianto Christopher Reeve.
Un altro suo grande romanzo è “Ritratto di signora” (The Portrait of a Lady, 1881) considerato da parecchi il suo capolavoro, in parte ambientato a Roma, nella quale la bella Isabel Archer rifiuta alcune proposte di matrimonio ma viene poi plagiata da una donna intrigante dell’alta società e sposa un uomo egoista e senza affetto.
Dal romanzo ha realizzato un bel film nel 1986 la regista Jane Campion interpretato da Nicole Kidman.
Nel suoi romanzi con vari piani di lettura vi è tuttavia qualcosa che sfugge, un non detto che può stupire il lettore, come se Henry James non ci concedesse di entrare nel suo mondo interiore e questa riservatezza si coglie anche nelle sue lettere dove egli parla assai poco di sé. Per questo egli può essere definito il più misterioso degli scrittori.
Jorge Luis Borges ha scritto: “Ho esplorato alcune letterature dell’Oriente e dell’Occidente; ho redatto un compendio enciclopedico di letteratura fantastica; ho tradotto Kafka, Melville e Bloy: non conosco opera più singolare di quella di Henry James”.
……
Note:
1) Henry James conobbe personalmente molti autori celebri tra i quali Charles Dickens, la scrittrice George Eliot, Thackeray, il poeta Robert Browning, Virginia Woolf, la scrittrice Edith Warthon (vedi “Lives of Victorian Literary Figures, Part IV, Volume 3: Henry James, Edith Wharton and Oscar Wilde by their Contemporaries”).
Ma anche Anthony Trollope, Rudyard Kipling, H.G. Wells, Joseph Conrad, Matthew Arnold, Guy de Maupassant, Alphonse Daudet, Émile Zola, Gustave Flaubert e il pittore americano John Singer Sargent.
2) vedi “A review of Henry James, Oscar Wilde and Aesthetic Culture” di Michèle Mendelssohn (2007).
3) da “Henry James, A Life in Letter” a cura di Philip Horne (Penguin Classics)
4) vedi “Dearly Beloved Friends: Henry James’s Letters to Younger Men” di Susan E. Gunter e Steven H.Jobe – 2001 e “Amato ragazzo. Lettere a Hendrik C. Andersen (1899-1915)” (Marsilio editore 2000).
Sul tema notevole un articolo dello scrittore irlandese contemporaneo Colm Tóibín: “How Henry James’s family tried to keep him in the closet” (Come la famiglia di Henry James cercò di nascondere la sua omosessualità) pubblicato sul prestigioso quotidiano inglese “The Guardian” (20 Feb 2016).
Tóibín è anche autore di un romanzo su Henry James intitolato “The Master” (2004)
5) tra le opere dello scrittore citiamo anche i romanzi “The American (1877)”, “The Europeans (1878)”, “The Princess Casamassima (1886)”, “What Maisie Knew” (Cosa sapeva Masie ,1897), “The Awkward Age” (L’età ingrata, 1899), “The Wings of the Dove (Le ali della colomba, 1902), The Ambassadors (1903), “The Golden Bowl (La coppa d’oro, 1904) e il famoso racconto “Daisy Miller” (1877).
Da consultare i volumi di due grandi anglisti: Mario Praz Cronache letterarie anglosassoni; Gabriele Baldini Narratori americani dell’800.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Nel 1973 a 57 anni, Natalia Ginzburg pubblicava un nuovo romanzo, “Caro Michele“, che non solo era molto bello ma che è anche uno dei pochissimi libri che descrivono come era veramente il post ’68 e l’inizio di quel decennio, gli anni ’70, pieno di speranze, di fermenti, di dimostrazioni nelle piazze ma anche di terrorismo, lutti, repressioni e della diffusione delle droghe.
Fu anche il decennio in cui la società italiana si aprì al nuovo dopo il boom economico e le contestazioni degli studenti e degli operai. Il decennio delle lotte femministe in cui le donne, come recitava uno slogan, “erano uscite dalle cucine”, della rivoluzione sessuale.
Anni, insomma, pieni di libertà e speranze poi svanite nel kitsch degli edonistici anni ’80, nelle TV berlusconiane e nell’omologazione che Pasolini aveva lucidamente previsto.
Un’Italia complessa, non semplice, certo, ma che aveva una sua unità nei momenti difficili, antifascista, e che aveva ancora la capacità di sognare e di costruire il futuro – cosa che oggi appare, purtroppo, più difficile.
Ho conosciuto fuggevolmente Natalia Ginzburg, una volta le ho anche parlato e ho una sua lettera autografa in cui gentilmente rispondeva ad una mia.
Una donna sobria nei modi, severa nei tratti ma non dura, simpatica e riservata – così almeno mi parve.
Ho letto tutta la sua opera e amo le sue storie, i suoi libri, racconti, commedie.
Scrivevo in un articolo un anno fa che “I personaggi e le trame della Ginzburg non sono mai banali o scontati ma sempre originali: spesso gli uomini sono miti, incerti, insicuri e le donne vitali, estrose, imprevedibili.” (Nota 1)
Perdonate questa parentesi personale ma serviva come premessa perché temo che oggi “Caro Michele” possa essere un po’ frainteso. Nonostante lo stile chiaro, essenziale seppur ricchissimo di dettagli, tra le epistole, i dialoghi e le brevi descrizioni in cui è elaborato, si rischia, forse, di non afferrare i personaggi talmente peculiari sono degli anni ’70.
Si legge sovente che la famiglia del fuggiasco Michele sia una famiglia “borghese” ma non è esatto.
Le famiglie borghesi erano allora quelle spietatamente prese di mira in alcuni film del grande Alberto Sordi; la famiglia di Michele appartiene più ad un’alta borghesia in declino.
Il libro si apre in uno stile diretto senza alcun preambolo in una giornata dell’inverno del 1970, un giorno di neve e quello del 43esimo compleanno di Adriana (che nessuno festeggia). Lei si è trasferita in campagna (come tanti allora) e scrive una lettera al suo unico figlio maschio Michele che abita “in uno scantinato”. Adriana ha anche due figlie, Angelica e Viola, e due gemelle.
Il loro padre, dalla quale si è urbanamente separata, è un ricchissimo pittore in fin di vita che abita con uno stordito cameriere nella elegante via San Sebastianello (il romanzo ha una precisa topografia capitolina).
Egli adora solo Michele che è cresciuto con lui ma abbandonato a governanti.
Adriana è una donna colma di amarezza e perspicace, un po’ depressa. Ha chiamato a vivere con lei sua cognata Matilde, una donna mascolina e vigorosa in difficoltà economica a causa di alcune speculazioni su fondi svizzeri che ha scritto un romanzo mediocre, intitolato “Polenta e veleno”.
Adriana ha ricevuto una lettera di una certa Mara di cui si sbaglia a scrivere il cognome: una ragazza sconosciuta che ha appena avuto un bambino. Mara non glielo aveva scritto ma Adriana aveva avuto il dubbio che il padre sarebbe potuto essere Michele.
Michele scrive brevissime lettere dall’Inghilterra (Ginzburg aveva vissuto a lungo in Inghilterra).
Alla sorella Angelica scrive anche, quasi distrattamente, che si era scordato nella stufa un mitra che un amico gli aveva chiesto di nascondere. Michele scriverà poi che non è comunista, l’unica cosa che sembra interessargli sono i libri di filosofia di Immanuel Kant.
Angelica, una bella ragazza sposata con un funzionario del PCI, va a gettare il mitra nel Tevere senza raccontare nulla al marito.
Mara e il neonato vengono soccorsi da Osvaldo, un quasi quarantenne, biondo, stempiato che ha una libreria di seconda mano, una ex moglie iperattiva, una bambina, un “sorriso incerto” e che è sempre disponibile, gentile, affidabile.
Mara è una ragazza “casinara”, come si sarebbe detto allora, vive dove capita, è al verde, ha avuto alcuni flirt, non ha arte né parte ma è simpatica.
Nel bel film che Mario Monicelli ha tratto dal romanzo nel 1976 era interpretata da Mariangela Melato, un’attrice eccezionale ma che non aveva nello sguardo la sventatezza di Mara. Forse, se posso dirlo, ci sarebbe voluta Maria Schneider.
Attraverso le lettere a Michele, con il quale, seppure assente e distante emotivamente, tutti i personaggi principali si confidano si svela la trama: egli è come una calamita che attrae piccoli eventi, segreti, amori fugaci e disamori, antipatie, ricordi, una vana ricerca di conforto.
Con il tempo (il libro si conclude nell’estate 1971) Adriana scoprirà di non aver mai avuto un rapporto di autentico scambio con il figlio.
L’elemento di rottura sarà scoprire la passata relazione sentimentale tra Michele e Osvaldo in tempi in cui non si sapeva nulla di omosessualità e non esisteva un movimento Lgbt. Tema che la scrittrice aveva già, coraggiosamente dati i tempi, affrontato nel 1957 nel lungo racconto “Valentino” (e il personaggio di Kit ha qualche similitudine con Osvaldo). (2)
Non proseguo a narrare la storia in cui vi è un forte colpo di scena per chi volesse leggerlo.
Romanzo perfettamente equilibrato, sobrio ma anche drammatico, “Caro Michele” è il ritratto imperdibile di alcune vite ma anche, sociologicamente parlando, di un momento storico.
……
Nota 1) Lavinia Capogna “Ricordo di Natalia Ginzburg” (articolo rintracciabile sul web 2025)
2) Lavinia Capogna “Valentino” (articolo rintracciabile sul web 2005 – scritto nel 2003)
Bibliografia:
Tutti i libri di Natalia Ginzburg (Einaudi)
Sandra Petrignani La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Beat editore 2020)
“Caro Michele” di Natalia Ginzburg, letto da Nanni Moretti. Audiolibro. CD Audio formato MP3. Ediz. integrale Emons Edizioni, 2016
Di “Caro Michele” la casa editrice Einaudi ha portato da qualche giorno in libreria il tascabile di una nuova edizione a cura di Domenico Scarpa con la prefazione di Cesare Garboli.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
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Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese è stata a lungo rimossa dalla storia ufficiale. Troppo avanti sui tempi, troppo scomoda, troppo femminista.
Nei primi anni ’70 alcune storiche francesi si chiesero: e le donne? E diedero il via a quella felice riscoperta non solo di figure che erano state famose in passato e poi obliate – come Olympe De Gouges e altre – ma anche di donne sconosciute.
La storia, che prima di allora aveva citato nei manuali solo qualche regina o favorita dei re e qualche santa, finalmente tentò di ricostruire la vita quotidiana.
Ci si ricordò che dietro alle conquiste delle donne, sociali, di costume, legali degli anni ’70/80 del Novecento c’erano ben due secoli di ardue battaglie.
Anche la rivoluzione francese (1789/1799) non fu femminista, anzi…i due più celebri filosofi che l’avevano ispirata per quanto audaci nelle loro idee, Voltaire e Rousseau, entrambi deceduti dieci anni prima della presa della Bastiglia, non avevano difeso le donne.
Persino il seicentesco e geniale Molière aveva preso in giro in una sua commedia “le preziose”, circoli di donne colte e amanti delle arti.
Nell’Emilio, il suo testo pedagogico, Rousseau aveva scritto: “Tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, (…) consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce: ecco i doveri delle donne in ogni età della vita e questo si deve insegnare loro fin dall’infanzia“.
Far notare questa mancanza non vuole certo sminuire la grande importanza del pensiero filosofico di Rousseau o Voltaire.
In cima al potere assoluto dell’Ancient Régime c’era il re, allora Louis XVI che si potrebbe definire “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”, sarà decapitato nel 1791 suscitando grande riprovazione all’estero. Tutto il potere era nelle sue mani insieme ai suoi consiglieri.
Grande alleato del re era il clero anche se c’erano differenze tra i potenti vescovi e i parroci di campagna.
La chiesa cattolica aveva ancora privilegi feudali e questi assurdi favoritismi furono all’origine dell’ateismo esasperato del tempo.
Olympe e molti altri rivoluzionari volevano una monarchia costituzionale, che allora era una forma di governo molto avanzata. Ella fu contro la condanna a morte del re per ragioni umanitarie e anche strategiche: sapeva che Parigi avrebbe avuto tutta l’Europa contro.
Infatti alcuni massacri, la morte del re, il Terrore faranno allontanare dal sostenere la rivoluzione quegli intellettuali stranieri che inizialmente l’avevano approvata: Goethe, il poeta Hölderlin, il drammaturgo Vittorio Alfieri, il poeta William Wordsworth che nel 1790 si era recato in Francia e aveva visto la gente ballare felice nelle piazze per la libertà conquistata.
L’inglese Mary Wollstonecraft, nonostante approvasse la rivoluzione, aveva pianto quando aveva visto il re portato al patibolo in maniche di camicia tra i soldati impassibili nelle loro giubbe grigie che facevano rullare ritmicamente i tamburi.
Nel 1792 pubblicò nel suo paese il celebre: “A Vindication of the Rights of Woman” (Rivendicazione per i diritti delle donne) considerato il primo testo femminista (anche se Olympe aveva edito a sue spese il suo, passato quasi inosservato, nel 1791).
I protagonisti della Rivoluzione furono uomini: Danton, Marat, Robespierre, Saint – Just, il re Louis XVI , il ministro Necker, Mirabeau, il generale Lafayette, Condorcet, il buon Gracchus Babeuf fino a Camille Desmoulins, il giovane giornalista che incitò il popolo a prendere la Bastiglia il 14 luglio 1789 anche se la prima sommossa significativa era avvenuta un anno prima a Grenoble. Ne era stato testimone un bambino, Henri Beyle, che sarebbe stato poi conosciuto con il nome di Stendhal.
La Rivoluzione fu un processo storico ingarbugliato, durato ben dieci anni. Non fu la rivoluzione borghese che si vuole rappresentare ma di più: fu un nuovo mondo che ne eclissò un altro, quell’Ancien Régime che si credeva eterno e che si proclamava voluto da Dio. L’aristocrazia che viveva su enormi privilegi, alle spalle del popolo, oziosa, spesso viziosa, si considerava superiore a tutti. Tuttavia non tutti gli aristocratici erano tiranni così come non tutti i rivoluzionari violenti.
La povertà era sconvolgente. Le cronache raccontano che nel gelido inverno del 1788/89, quando la temperatura arrivò nella capitale a dieci gradi sottozero, le donne affamate si gettavano nella Senna ghiacciata.
Bastava un raccolto andato a male e un gran numero di contadini morivano di fame mentre a Versailles si giocava a faraona (un gioco di carte assai in voga) o si spettegolava su qualche vicenda amorosa. Anche Mozart nel suo soggiorno parigino precedente alla rivoluzione aveva scritto, assai deluso, che mentre lui aveva suonato il clavicembalo, i nobili avevano continuato a chiacchierare e a giocare a carte, ignorandolo.
Erano in vigore atroci torture e supplizi. Il dottor Guillotin, ex gesuita, ideatore della ghigliottina venne quasi considerato un benefattore.
Non è neppure vero che il 1700 fu – come a volte si legge – il secolo delle donne. Ci furono dei salotti di vivaci conversazioni, incontri sociali e letterari promossi da donne aristocratiche o intellettuali come la ricchissima Madame De Staël, figlia del ministro Necker che stupidamente Louis XVI aveva licenziato o Madame Roland, rivoluzionaria finita sulla ghigliottina che nei tetri mesi di carcere aveva trovato la forza morale di scrivere uno splendido “Memoriale” ma erano esclusivamente a Parigi e per pochi.
È vero invece, come ha dimostrato Cécile Berly nel saggio “Elles écrivent: le plus belle lettres au XVIII siécle” che nel 1700 in Francia e in Inghilterra alcune donne incominciarono a raccontare sé stesse in diari privati, memorie e carteggi epistolari (nota 1).
I due più celebri romanzi del tempo come “Manon Lescaut” e “Le relazioni pericolose” proponevano come immagini femminili una bella sventata, una perfida marchesa e una ragazza ingenua.
Negli anni ’70 del secolo era scoppiata la rivoluzione nel continente americano ma era stata quella di emigrati ribelli di tredici colonie dalla madrepatria britannica. Abigail Adams, saggia moglie del futuro secondo presidente John Adams e madre di un altro, aveva scritto al marito che si trovava ad un congresso nel 1776 una lettera (il famoso Remember the Ladies): “Ricordati delle donne e sii più generoso e favorevole a loro dei tuoi antenati. Non mettere un potere così illimitato nelle mani dei mariti. Ricorda, tutti gli uomini sarebbero dei tiranni se lo potessero“.
Anche Maria Antonietta non aveva alcun potere politico. Era la figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, sposa adolescente di un uomo che non amava (il che era reciproco perché per vari anni non ebbero rapporti coniugali finché non ne furono ‘costretti’ per dare alla Francia un erede).
Maria Antonietta era solo una ragazza appassionata di vestiti, di acconciature ma non furono certo i suoi costosi abiti a mandare in deficit il regno di Francia. Amava il teatro, suonava l’arpa e non si occupava di politica. Sembra essere stata, come scrisse Stendhal, una “buona ragazza”.
Venne detestata perché donna, straniera e bisessuale, ella violò un tabù con il suo amore per la bellissima duchessa di Polignac, la malinconica principessa torinese di Ramballe (che avrebbe fatto una fine orribile) e il conte Fersen, un diplomatico svedese che riuscì invece a scamparla.
È vero che tramò con l’Austria contro la Francia ma era scontato che lo facesse.
Sophie de Grouchy, che a 22 anni sposò Condorcet, aristocratico rivoluzionario, scienziato, economista, uomo politico, fu una donna di grande ingegno, pittrice, allieva della famosa ritrattista Élisabeth Vigée – Lebrun. Fu una cara amica di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni (nota 2)
Fu anche autrice di un bel libro epistolare “Lettere sulla simpatia’, recentemente ripubblicato in Italia.
Charlotte Corday, quasi venticinquenne, pronipote del celebre drammaturgo Corneille, di famiglia monarchica ma di idee girondine, giunse invece dalla Normandia a Parigi con un fosco piano. Nell’afoso pomeriggio del 13 luglio 1792 riuscì, con una scusa, a farsi aprire la porta di casa di Marat per consegnargli una fittizia lista di nomi di traditori. Marat, uno dei capi rivoluzionari, medico di talento, eclettico studioso e “amico del popolo”, abitava in un modesto appartamento da operaio al primo piano di un buio caseggiato e stava facendo una cura per una grave malattia della pelle che lo affliggeva: era immerso in una vasca da bagno con un’asse poggiata sopra per scrivere appunti. Ciò gli consentiva di poter ricevere persone.
Charlotte lo pugnalò e poi dirà che lo aveva fatto per salvare migliaia di future vittime. Simonne Évrard, donna di valore e compagna del giacobino, tentò vanamente di salvarlo.
Nel Novecento, Charlotte Corday, finita al patibolo, sarà strumentalizzata dell’estrema destra francese, la dipingeranno in stucchevoli “santini” bionda, con gli occhi azzurri e un’aria angelica “scordandosi” che aveva assassinato un uomo a sangue freddo.
Un’eroina sfortunata fu invece la meno nota Théroigne de Méricourt che si abbigliava da ragazzo, con un gran cappello e una giacca rossa e che verrà, seppure rivoluzionaria, aggredita da alcune donne del popolo, spogliata per strada e picchiata. Lo shock fu tale che, si disse, perse la ragione. Venne reclusa vari anni alla Salpetrière, lo spaventoso manicomio di Parigi – il che fu anche un modo per toglierla di mezzo.
Madame Lavoisier (Marie-Anne Paulze) sposò adolescente Antoine Lavoisier, nobile e geniale chimico. Divenne la sua più stretta collaboratrice negli esperimenti e tradusse testi scientifici dall’inglese al francese. Un bellissimo quadro del pittore David li ritrae insieme.
Lui venne giustiziato nel 1794 ma lei si salvò e fece pubblicare i lavori del marito.
Bisogna ricordare anche le sedici suore carmelitane di Compiègne che vennero ghigliottinate perché si rifiutarono di sottoscrivere alcuni articoli durante la scristianizzazione della Francia e che Papa Francesco ha canonizzato nel 2024.
Ma anche le numerose donne sconosciute che da lontano adoravano Robespierre, ricamatrici, istitutrici, ragazze “borghesi”. Lo seguivano ovunque, gli scrivevano lettere, gli facevano addirittura proposte di matrimonio nonostante il trentenne capo giacobino, incorruttibile e casto a differenza di Danton, fuggisse. Era introverso, aveva dei tic frequenti, il che non era una “colpa” ma una malattia (sbatteva gli occhi, usava due paia di occhiali, aveva spasmi alle spalle).
Questa adorazione, che potrebbe anche far sorridere, la dice lunga però sul fascino che gli uomini di potere possono esercitare.
C’erano infine le donne senza nome, le popolane che invasero Versailles, contadine, lavandaie, cameriere che giunsero fino agli appartamenti della regina che fuggì grazie alle sue dame di compagnia e ad un passaggio segreto. Donne furiose, scarmigliate che parlavano coloriti dialetti ma anche le venditrici di legumi – come raccontò il socialista Jules Michelet nella sua “Storia della Rivoluzione” (1853) – che salvarono dalle grinfie dei soldati e dal patibolo un padre di quattro bambini.
Tra tutte queste donne una delle più straordinarie fu Olympe de Gouges. Era il nome d’arte di Marie Gouze, nata nel 1748 nel sud del paese e, quasi certamente, figlia illegittima di un aristocratico ricchissimo e poi scrittore di successo (grande nemico di Voltaire). Sua madre aveva sposato un giovane macellaio ma era l’amante di questo titolato. Olympe visse la contraddizione di una paternità e di uno status sociale negato. A 17 anni venne persuasa a sposare un uomo molto più grande che non amava con la quale ebbe un figlio.
A ventidue anni, tempo dopo il decesso del marito, raggiunse con il figlio la grande capitale, cuore pulsante del paese.
Era bella, intelligente e non mancava di coraggio.
Restif de la Bretonne la descriverà ‘attraente’, il rivoluzionario Brissot ‘bella’, il giornalista e storico Moufle d’Angerville scrisse di lei nel 1786: ‘È una donna straordinaria, piena di vitalità, di energia’.
Venne citata in un libro del 1792 intitolato “Omaggio alle donne più belle e virtuose di Parigi”.
Era come si diceva una ‘femme libre’ (donna libera) ma senza nulla di equivoco, compagna di Louis – Sébastien Mercier, scrittore progressista di successo e benestante. Egli l’aiutò economicamente per cui Olympe poté vivere in un quartiere centrale di Parigi con parecchi gatti, un cane, un esotico pappagallo, persino una scimmia.
Anche un’altra donna, Marie Joséphe Rose Tascher de La Pagerie, francese nata in Martinica che poi sarà imperatrice con il nome di Joséphine de Beauharnais, moglie di Napoleone, aveva nel suo giardino alcuni animali esotici.
Olympe divenne una nota commediografa. Nel 1700 il teatro aveva un enorme successo di pubblico. Non era solo cultura ma anche svago. Le commedie erano spesso idilliache ed inverosimili storie di pastori e pastorelle o deliziose vicende amorose con una morale finale. Virtù, Armonia, Natura – sono parole chiave del Settecento.
Tuttavia i testi di Olympe affrontavano anche temi scomodi, come i diritti delle donne e la difesa dei neri nelle colonie francesi. Lei si fece parecchi nemici nell’ambiente del teatro proprio per le sue idee fino ad esserne emarginata.
Aderì alla Rivoluzione e alla “Société des Amis des Noirs” fondata da Brissot contro la schiavitù nelle colonie francesi.
L’opera più celebre di Olympe non è però tra le molte commedie da lei redatte (in gran parte andate perdute) ma soprattutto, postumamente, nella ‘Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” (1791), in 17 articoli come la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1789.
La storica tedesca Gisele Bock ha fatto saggiamente osservare che Olympe aveva compreso che il termine “homme” nella Dichiarazione del 1789 nel concreto non significava “umanità” ma soltanto maschi (“Le donne nella Storia Europea”).
Unicamente Condorcet aveva, nel 1790, difeso le donne. Vi erano club femminili che vennero però fatti chiudere da Robespierre.
Si diceva che Olympe dettasse le sue opera, tra cui molti libelli politici, ad un segretario ed effettivamente il suo stile appassionato richiama il parlato.
Il testo si apriva con una dedica alla regina a cui si rivolgeva chiamandola Madame anziché Sua Maestà. Olympe le chiedeva di farsi promotrice dei diritti delle donne.
Poi c’era una breve “esortazione agli uomini” che in puro stile Illuminista chiedeva loro il perché di tanta oppressione verso le donne.
I 17 articoli e le pagine di chiusura erano/sono un documento politico avanzatissimo: denunciavano il mondo feudale ingiusto, oppressivo e vizioso dell’assolutismo in cui alle donne era chiesto solo di essere belle e amabili.
Olympe proponeva l’abolizione del matrimonio e l’istituzione di unioni civili tra uomini e donne basate sul rispetto e sul dialogo reciproco (“Le mariage est le tombeau de la confiance et de l’amour”, il matrimonio è la tomba della fiducia e dell’amore); chiedeva che le donne non fossero più legalmente subalterne al padre e al marito e libere economicamente; la protezione economica dei figli illegittimi e delle ragazze madri (che erano molte) in modo che non dovessero più andare in degli ospizi con i loro bambini se prive di mezzi economici; che le donne potessero partecipare alla vita politica e sociale del paese e lavorare in tutti gli ambiti; l’eguaglianza legale.
Chiedeva inoltre che accanto all’Assemblea nazionale composta solo da uomini, ve ne fosse un’altra formata solo da donne non in opposizione ma che potesse lavorare in armonia con l’altra; l’abolizione del celibato per i preti; un sostegno per la protezione delle prostitute.
Tutto ciò nel 1791!
Con l’inizio del Terrore, Olympe sfidò Robespierre chiamandolo “tiranno” e poco dopo venne aggredita in strada da vari popolani. Uno di loro sfoderò la spada dicendo: “Chi offre quindici soldi per la testa di Olympe?”. Ella ebbe la presenza di spirito di ribattere: “Io ne offro trenta”.
L’uomo scoppiò a ridere e la lasciò andare.
Olympe sapeva che aveva i giorni contati. Arrestata con un pretesto non ebbe un avvocato e si difese da sola.
Era il 1793: il 16 ottobre era stata ghigliottinata Maria Antonietta, 36 anni, il 3 novembre salirà al patibolo Olympe de Gouges, 45 anni, il 9 novembre Madame Roland, 39 anni.
Postumamente lei venne accusata nelle gazzette di essere stata una ‘esaltata’, di ‘non essersi occupata di ciò che riguardava il proprio sesso’, cioè di non essere rimasta in silenzio e sottomessa.
Se le donne innocue ma scomode non si possono accusare di condurre una vita privata discutibile, si accusano di essere ‘isteriche’ – ancora oggi funziona così.
Ma neppure le donne capirono ciò che ella aveva fatto per loro.
Solo dagli anni ’80 del Novecento la sua figura sarà riscoperta in Francia grazie ad alcuni storici.
Nel 1799 un’altra donna coraggiosa finirà sul patibolo, questa volta, dei Borboni a Napoli: Eleonora De Fonseca Pimentel (nota 3).
Nel 1800 Victor Hugo descriverà le contraddizioni dell’epoca nel bellissimo romanzo “Novantatré” e Charles Dickens nell’altrettanto bello “Il racconto delle due città”.
Le conquiste della rivoluzione, che dovette combattere una guerra con l’Austria e altri paesi e quella civile in Vandea, furono molte tra le quali: l’abolizione della monarchia assolutista, dei diritti feudali, della tortura, delle decime e dei privilegi della chiesa, il diritto di voto agli uomini con un certo censo, l’istruzione gratuita per tutti, le pensioni, il sostegno a vedove e orfani, l’abolizione della schiavitù nelle colonie, dei ghetti per gli ebrei, l’abolizione dei “reati immaginari”, come erano chiamati l’omosessualità maschile e l’adulterio.
Alcune di queste conquiste furono poi rimesse in discussione.
La Francia ne uscì stremata: il 18 brumaio 1799 Napoleone fece un colpo di stato, prese il potere e nel suo stile sintetico annunciò: “Cittadini, i principi della Rivoluzione restano- ma essa è finita”.
Ma era stato Danton che nel Tribunale che lo aveva condannato a morte (1794) aveva pronunciato le parole più toccanti:
“Senza di me non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Senza di me non ci sarebbe stata alcuna repubblica (…). Conosco questa corte, l’ho creata io e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini (…).
Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna in tutti i grandi uffici dello stato, nelle nostre chiese, nei nostri eserciti, in questo vasto complesso di arterie e vene che dà vita a questo magnifico corpo che è la Francia.
Abbiamo dichiarato che l’uomo più umile di questo paese è uguale al più illustre.
E questa libertà conquistata per noi stessi, l’abbiamo offerta agli schiavi. E affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo fatto nascere.
Questa è più di una vittoria in una battaglia, più delle spade e dei cannoni e di tutti gli squadroni di cavalleria d’Europa. Questa ispirazione, questo soffio per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, non potranno mai essere soffocate. Le nostre vite non saranno state vissute invano”.
……….
Nota 1) vedi anche Catriona Seth “La Fabrique de l’intime”
2) Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni”
3) sulla quale sul Randagio si trova una mia intervista alla storica Antonella Orefice.
Tra i molti film sulla Rivoluzione da vedere il bellissimo “Il mondo nuovo” di Ettore Scola (1982) e lo sceneggiato “La Rivoluzione francese” diretto da Robert Enrico e Richard T. Heffron, per il bicentenario (1989).
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Il nome di Thomas Bruce, VII conte di Elgin forse sarà sconosciuto ai più ma invece è stato, tra la fine del 1700 e il 1800, un personaggio assai noto e tuttora ben conosciuto dagli storici e amanti dell’arte.
Lavinia Fonzi, giovane scrittrice romana residente a Milano, gli ha dedicato un romanzo storico interessante e molto ben scritto: “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” nelle librerie dal 20 marzo.
Lavinia Fonzi è già autrice di alcuni romanzi. In questa nuova opera mescolando un’accurata ricerca storica e una fertile immaginazione riesce a dare vita a questo Lord Elgin che ancora oggi è visto da alcuni come un grande amante dell’arte classica, da altri come un predatore. È infatti colui che ha fatto portare a Londra una parte delle decorazioni scultoree del Partenone greco (da tempo al British Museum), anche se inizialmente egli aveva solo ingaggiato un pittore italiano per copiarle.
Da decenni la Grecia ne chiede vanamente la restituzione.
Vi fu nel 1700 una passione smodata per l’arte classica (Elgin incontrò anche a Napoli l’anziano Lord Hamilton che acquistava opere d’arte, non si sa se sempre in modo lecito e Napoleone stesso sequestrò un gran numero di quadri e oggetti preziosi durante “la campagna d’Italia”).
La contesa tra Atene e Londra non si è ancora risolta.
Io, detto per inciso, penso che la Grecia qualche ragione ce l’abbia ma Fonzi dimostra, attraverso testi autentici, che Elgin non fu un questionable man ma piuttosto un fedele suddito di Sua Maestà Giorgio III, un diplomatico leggermente malinconico che avrebbe voluto vivere tranquillo nella sua brumosa Scozia e che invece attraversò numerose traversie sullo sfondo di eventi epocali: la prigione, crisi asmatiche, una moglie intelligente ma innamorata di un affascinante, suadente bellimbusto e persino Lord Byron che scrisse versi sferzanti contro di lui.
Elgin e Byron erano due opposti: tanto pacato, sognatore seppur determinato il primo, tanto ribelle, sulfureo e geniale il secondo. Tuttavia la byronmania che si diffuse allora fece sì che quei versi rovinarono Elgin.
La vita privata e sentimentale del diplomatico viene narrata da Lavinia Fonzi con maestria, la trama è avvincente senza mai diventare prolissa nonostante l’ampiezza del libro, 500 pagine che si leggono d’un fiato e le psicologie accurate, soprattutto quelle femminili abbastanza complesse.
Anche quando appare Napoleone, l’autrice mantiene il suo stile sobrio, mai sopra le righe – il che costituisce uno dei pregi di questo romanzo.
Il libro vuole ricostruire con affetto una vita, non lasciare che si smarrisca nei meandri del tempo. E in questo senso “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” è anche un’opera della memoria, di una misteriosa connessione tra la giovane scrittrice e lo scozzese che i ritratti, tra cui quello di copertina dell’accurata edizione, ritraggono con l’immancabile giubba rossa britannica, viso ovale e vivaci occhi castani.
Ma lasciamo la parola all’autrice:
Come mai hai scelto di dedicare un romanzo a questo personaggio singolare, lo scozzese Lord Elgin?
Mi sono imbattuta nella storia di Lord Elgin per caso, mentre leggevo un libro di archeologia che lo menzionava, e sono rimasta subito colpita dalla sua vicenda. Non solo perché ha cambiato per sempre il destino di opere immortali, ma anche perché è stato un uomo che ha perso tutto per inseguire un sogno, scontrandosi non solo con una sorte avversa (nel corso della sua vita gli è capitato di tutto!) ma anche con l’ostilità della gente. Il desiderio di raccontare la sua storia e, soprattutto, l’umanità dietro il simbolo a cui viene spesso ridotto, è stato fortissimo e mi ha spinta a scrivere questo romanzo.
Il tuo libro non è solo una biografia romanzata ma anche il ritratto di un’epoca (fine 1700/Inizio 1800) particolarmente attraente per i rapidi e contrastanti eventi storici. Che cosa ti appassiona di questa epoca?
Il periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento è in assoluto il mio preferito: non a caso tutti i miei romanzi hanno questa ambientazione. Amo quest’epoca perché è stata densa di avvenimenti fondamentali per la storia europea, come la Rivoluzione francese e l’età Napoleonica, ma anche perché è stata segnata da grandi cambiamenti e ideali. Mi appare quindi come la cornice perfetta per storie avventurose ed emozionanti e, al tempo stesso, un “serbatoio” di vicende umane ancora attuali.
Oltre all’accurata ricerca storica c’è stata anche una ricerca psicologica nell’immaginare caratteri di cui sappiamo poco, ad esempio, il personaggio fondamentale di Mary?
Assolutamente sì. Ho cercato, sulla base delle fonti a disposizione, di rappresentare nel modo più accurato e realistico possibile i personaggi che compaiono in questo romanzo. È vero, il personaggio di Mary (prima moglie di Lord Elgin) non è particolarmente noto, ma per fortuna ci ha lasciato delle lettere che sono state poi pubblicate in diversi saggi storici. Da questi scritti emerge il ritratto di una donna vivace e curiosa, pragmatica e amante della vita sociale. Ho cercato di ricostruirne il carattere così come io l’ho inteso, di mostrare le insicurezze che deve aver provato di fronte a un impegno tanto importante come la missione diplomatica e di raccontare con delicatezza la complessa evoluzione del suo rapporto con il marito.
Vuoi parlarci brevemente delle tue opere letterarie precedenti? Mi sembra che ci sia un fil rouge tra loro e questo nuovo romanzo.
Tra i miei altri scritti vorrei menzionare “Nel nome del Giglio“, un romanzo storico che racconta una storia d’amore e avventura ambientata tra Firenze e Parigi durante la Rivoluzione francese e la saga “Tra le pieghe del tempo“, una tetralogia che segue le vicende di una ragazza dei giorni nostri in diverse città dell’Europa del 1789. Oltre ad avere in comune con “Per amore dell’antico” il periodo storico, condividono con questo romanzo anche il gusto per l’avventura e l’importanza degli ideali.
Quali sono le scrittrici e gli scrittori (o poeti) che leggi o rileggi più volentieri?
Nella narrativa sicuramente Alexandre Dumas, che per mia fortuna ha lasciato moltissimi romanzi storici. Non mi stancherei mai di leggere le sue storie, sono così avvincenti che si ha davvero la sensazione di essere ‘dentro’ il passato. Tra i poeti, invece, mi piace molto Giosuè Carducci, per lo stile e i contenuti delle sue liriche.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Stultifera Navis.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.