Carson McCullers, “Il cuore è un cacciatore solitario”, di Lavinia Capogna

“I’m a stranger in a strange land” 

Esiste un prezioso video su Youtube: cinque minuti di un’intervista del 1951 a Carson McCullers, scrittrice americana di grande talento ancora non abbastanza letta in Italia.

Ella risponde in modo simpatico ed intelligente ad un pressante intervistatore, fumando una sigaretta.

Carson McCullers nacque nel 1917 a Columbus in Georgia. La sua famiglia derivava in parte da irlandesi e da ugonotti francesi e prima della guerra civile del 1865 era stata molto agiata.

Il suo vero nome era Lula Carson Smith.

Gli Smith negli anni Venti erano una famiglia medio borghese ma in difficoltà economica anche se assai rispettata a Columbus.

Carson era una bambina intelligente ed ipersensibile e molto di lei si ritrova in Mick Kelly, l’adolescente del suo splendido romanzo d’esordio “Il cuore è un cacciatore solitario” (The Heart is a Lonely Hunter, 1940) che pubblicò a soli 23 anni e in Frankie Addams, protagonista del suo terzo, commovente romanzo, “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946).

Solitamente Carson viene considerata tra le autrici del Southern Gothic, un genere letterario che narra di persone solitarie, smarrite, talvolta inquietanti che vivono in un ambiente degradato e violento.

Gli autori del genere comprendono scrittori come William Faulkner, Erskine Caldwell, Flannery O’Connor, il commediografo Tennessee Williams, che fu grande amico di Carson, Truman Capote, Harper Lee.

Il suo stile di scrittura bello, scorrevole, intenso, lucido, avvincente si contraddistingue per la profonda umanità, la descrizione spesso di persone emarginate dalla società che lottano, tra grande intuizioni ed errori, per qualcosa di meglio.

Nel 2016 la giornalista Sarah Schulman ha scritto in un articolo sul ‘The New Yorker’: “McCullers aveva una capacità quasi singolare di descrivere l’umanità di qualsiasi tipo di persona, molte delle quali non erano mai apparse nella letteratura americana prima che lei le creasse”.

Ella diede voce e volti ad Afro American, disabili e omosessuali.

“Il cuore è un cacciatore solitario” ebbe immediatamente un grande successo. Carson dovette farsi inviare un anticipo dal suo editore per raggiungere New York dove venne travolta da una celebrità alla quale non era emotivamente preparata.

Oggi il libro è per la rivista “Time” tra i 100 migliori in lingua inglese e per la Modern Library tra i 100 romanzi più belli del Ventesimo secolo.

Lei lo aveva iniziato a soli 19 o 20 anni, il che è sorprendente. 

È romanzo intenso, coinvolgente, perfettamente equilibrato nell’andamento e nella struttura che narra di quattro personaggi che si aprono emotivamente solo con un uomo gentile e garbato, un muto di nome John Singer in una cittadina polverosa del profondo Sud degli States tra il 1938 e il ’39.

Singer diventa involontariamente il catalizzatore di alcune solitudini: Mick, una tredicenne che desidera diventare una musicista (come aveva pensato anche Carson che aveva studiato il pianoforte), ribelle e spericolata. Mick è una sognatrice in un microcosmo senza sogni rigidamente diviso tra la chiesa e il cinema che il sabato sera fa sognare sul grande schermo vite irraggiungibili, nata al tempo del grande crollo economico del 1929 che condusse gli States negli anni della grande Depressione che vennero ben descritti da John Steinbeck in “Furore” (The Grapes of Wrath, 1939).

Con il New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il paese stava lentamente riemergendo dalla crisi mentre in parte d’Europa, prossima alla guerra, infuriava il fascismo.

Mick con i suoi calzoncini corti e le sue T shirt è un tomboy, parola che in italiano viene tradotta con l’aggettivo dispregiativo ‘maschiaccio’ ma che in americano, invece, non ha una valenza negativa.

Ella si perde in fantasticherie mentre la sua indaffarata famiglia è travolta da problemi economici e farà l’amore, per la prima volta, in riva al fiume con un timido coetaneo, Harry, un ragazzino ebreo con gli occhiali che vagheggia di uccidere Adolf Hitler.

Anche Blount, un uomo che ha fatto mille mestieri, che ha visto mille atrocità, che viene da chissà dove, spesso ubriaco nel New York City Cafe di Biff Brannon con la sua tuta jeans da lavoro, i baffi e che lavora come meccanico in una giostra, che cerca vanamente di risvegliare una coscienza sociale nella popolazione addormentata, racconta i suoi dolori al muto che lo accoglie affabilmente.

Blount ha qualche similitudine con i personaggi di Nelson Algren, lo scrittore comunista di Chicago, nel nord del paese che raccontava di una rabbia diffusa dopo la grande Depressione. 

La rabbia domina anche il dottor Copeland, un anziano medico nero che si occupa con grande altruismo dei suoi ammalati.

È un uomo colto che si è allontanato dalla profonda fede cristiana dei neri per diventare marxista (uno dei suoi figli si chiama Karl Marx ma preferisce farsi chiamare Buddy).

Egli detesta ogni frivolezza, le camicie sgargianti, le cravatte eleganti ambite dalla gioventù, la musica sincopata delle sale da ballo, i bianchi (ad eccezione di John Singer) e l’arroganza e violenza di molti di loro. 

La schiavitù era finita ma non la segregazione razziale e il razzismo.

“Essere un nero in questo paese e avere una certa consapevolezza significa essere quasi sempre in preda alla rabbia” ha scritto James Baldwin, scrittore e ammiratore letterario delle opere di Carson.

Fa da contrappunto al dottor Copeland sua figlia Portia che lavora come cameriera nella famiglia di Mick ed è profondamente affezionata ai bambini, una donna dolce che lotta per un futuro migliore ma le cui speranze vengono infrante dalla realtà. 

Scriveva Richard Wright, autore di “Ragazzo nero” (Black Boy, 1945) in una recensione del romanzo sulla rivista ‘The New Republic’ nel 1940: 

“Per me l’aspetto più impressionante de “Il cuore è un cacciatore solitario” è la sorprendente umanità che consente ad una scrittrice bianca, per la prima volta nella narrativa del Sud, di gestire i personaggi neri con la stessa facilità ed equità di quelli della sua etnia. 

Questo non può essere spiegato stilisticamente o politicamente, sembra derivare da un atteggiamento nei confronti della vita che consente a Miss McCullers di superare le convenzioni del suo ambiente e di abbracciare l’umanità bianca e nera in un’unica ondata di comprensione e di tenerezza”. 

Anche Berenice la governante nera di “Invito a nozze” è uno dei migliori personaggi creati dalla scrittrice.

Pure nel romanzo “Orologio senza lancette” (Clock Without Hands) del 1953 c’è un importante personaggio Afro American, Sherman Pew.

Nella vita fu di grande aiuto a Carson Ida Reeder, la sua governante/amica nera, assunta dapprima dalla madre, che si occupò di lei quando la sua salute incominciò a declinare rapidamente.

L’ambiguo, riflessivo Biff Brannon è un altro personaggio che si confida con il muto Singer. Meticoloso, flemmatico gestore di un Caffé sempre affollato e fumoso ha un rapporto complesso con la moglie, un’insegnante di religione indolente e pigra, con la quale l’amore è finito da tempo. 

Egli vuole capire le ragioni delle azioni umane, colleziona vecchie riviste da dieci anni e ha una predilezione sentimentale per Mick che mai oserebbe agire.

Singer non ha parole da offrire loro ma ascolto e comprensione – e loro vogliono bene a Singer. Questo è il nucleo del romanzo in cui c’è un grande, imprevedibile colpo di scena.

Nel profondo legame tra John Singer e il pingue, capriccioso, goloso sordo muto Antonopoulus (il suo opposto) viene delicatamente suggerito un amore omosessuale, tema che Carson riprenderà in un tono cupo nella passione proibita del conformista capitano Penderton per il soldato Williams (che invece è attratto dalla bella moglie di lui, Leonora) in “Riflessi in un occhio d’oro (Reflections in a Golden Eye) del 1941, il suo secondo romanzo.

In “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946), dal quale venne tratta una commedia di successo scritta da lei stessa, Carson descriveva i sentimenti di un’altra adolescente, Frankie, in prossimità del matrimonio del fratello. Anche questo romanzo è bellissimo e struggente e racconta la confusione di Frankie, una dodicenne, che si sente un po’ una ragazza e un po’ un ragazzo e ciò la riempie di dubbi a cui non sa e non può rispondere. (Nota 1)

Il tema dell’amore omosessuale attraverserà la vita di Carson. 

Detto per inciso, il tema verrà solo accennato nella biografia sulla scrittrice di Virginia Spencer Carr (che ha una bella prefazione di Tennessee Williams), quasi negato in quella di Josyane Savigneau e infine dimostrato nell’ultima, pubblicata nel 2024 a New York da Mary V. Dearborn.

In un’America conservatrice, puritana ed omofoba, Carson, adolescente, si era platonicamente innamorata della sua insegnante di pianoforte. 

Verso i 17 anni aveva conosciuto un avvenente, slavato ed enigmatico ex militare, Reeves McCullers (dal quale prenderà il cognome) che aveva quattro anni più di lei. Era nata un’amicizia e poi un amore: nel ’37 si erano sposati.

Lei non aveva ancora compiuto vent’anni.

Reeves era come lei un liberal, che negli Usa significa di sinistra, e sognava di diventare uno scrittore. 

Da chi lo conobbe venne descritto come ‘un gentiluomo del sud’, sempre gentile ma presto entrambi incominceranno a bere troppo.

Nel 1944 Reeves sarà tra i primi americani a sbarcare in Normandia ma dopo la guerra, in parte frustrato dalla mancanza di lavoro, dal grande successo della giovane moglie, dall’alcolismo avrà un grande crollo emotivo.

Il 1 luglio 1940 in un bar di New York Carson aveva conosciuto una scrittrice svizzera trentaduenne che desiderava farle un’intervista: “Sapevo che il suo viso mi avrebbe perseguitato per tutta la vita” scrisse poi Carson.

Era Annemarie Schwarzenbach che le apparve simile al principe Myskin, il protagonista ‘assolutamente buono’ de “L’idiota” di Dostoevskij. 

Annemarie era lesbica, era nata nel 1908 in una delle famiglie più agiate di Zurigo, industriali tessili, ma si era presto scontrata con le loro idee molto conservatrici. Era fuggita nella Berlino della Repubblica di Weimar dove aveva fatto grande amicizia con Erika e Klaus Mann e fu proprio quest’ultimo a presentarla a Carson.

Annemarie non solo era bella ma rappresentava l’Europa ferita. Attivista antifascista aveva finanziato un’ottima rivista letteraria di Klaus Mann, era stata (con grande scandalo della famiglia) al Congresso degli scrittori contro il fascismo a Mosca, aveva viaggiato in Persia (l’attuale Iran), in Afghanistan e in India.

Scriveva libri delicati e visionari che raccontavano di giovani che vanamente cercavano l’amore in donne sfuggenti e di angeli incontrati nei giardini della Persia.

Tra Carson e Annemarie nacque un’amicizia che la seconda non volle trasformare in un amore perché voleva salvaguardare Carson: Annemarie aveva in quel periodo grandi problemi privati.

Le lettere di lei a Carson sono affettuose e premurose anche se non sentimentali.

Reeves fu assai geloso della moglie e giunse a schiaffeggiarla. Il loro matrimonio si disintegrò, lui le rubò anche dei soldi ma poi le chiese scusa.

Carson lo lasciò.

Negli anni ’40 Carson ebbe tre ictus che le procurarono invalidità nella parte sinistra del corpo. Reeves, dal fronte europeo, le scriveva tenere lettere d’amore chiamandola “Darling Girl” e nel 1945 si sposarono di nuovo.

Le cose andarono peggio. Entrambi cercavano sollievo nell’alcool come faceva anche Hemingway ma quando nel 1953 a Parigi Reeves andò fuori di testa e cercò di convincerla a suicidarsi insieme a lui, lei fuggì negli Stati Uniti.

Poco dopo lui si suicidò. Aveva 40 anni.

Nel 1956 lei scrisse un racconto su un uomo distrutto dell’alcool “Who Has Seen the Wind?” (il titolo era preso da un verso di Christina Rossetti) e una commedia teatrale, “The Square Root of Wonderful” (letteralmente, La radice quadrata del meraviglioso – non pubblicata in Italia) dove raccontava la storia di una donna che ama un uomo annientato dal fatto di non essere uno scrittore. 

Nel 1951 aveva invece pubblicato una bellissima raccolta di novelle intitolata “La ballata del caffè triste” (The Ballad of the Sad Cafe”) che narrava anche la storia di una donna forte e schiva che viene plagiata da uno scaltro nano.

Alcuni testi di Carson erano dedicati ad Annemarie che nel 1942 era deceduta in Svizzera a causa di un incidente stradale.

Durante un viaggio a Roma Carson conobbe Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Carlo Levi.

In altri momenti il poeta inglese W.H. Auden, Christopher Isherwood, Rosamond Lehmann, la scrittrice francese Françoise Sagan, Lillian Hellman, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Karen Blixen, aiutò il giovane Truman Capote e altri.

A 40 anni, nel 1957, Carson, che aveva seri problemi di salute e un blocco letterario, su consiglio di alcuni amici si rivolse ad una psicoterapeuta, Mary Mercer.

“Ho perso la mia anima” le disse.

“Nessuno perde la propria anima” le rispose lei.

Incominciò un assiduo lavoro terapeutico e, ad un certo punto, decisero di registrare le sedute – una cosa scorretta professionalmente – perché Carson pensava di scrivere una sua autobiografia che rimase poi incompiuta.

La dottoressa Mercer viene generalmente considerata colei che salvò Carson. Il che è vero ma Carson che era disabile, alcolista e che aveva perso i genitori, Reeves e Annemarie le lasciò gestire tutta la sua vita (forse troppo). 

Oltre che terapeuta (per un anno) fu un’amica, prendeva decisioni per lei, parlava con i medici, fece staccare la spina quando nel 1967 Carson fu in coma per un mese dopo un quarto grave ictus (morì il giorno dopo a 50 anni), fu in parte sua erede. 

Morì a 101 anni nel 2013. Aveva acquistato la villa di Carson a Nyack, vicino New York, e ne aveva fatto un laboratorio per giovani artisti e lasciò le registrazioni e gli appunti della terapia ad una università. 

……

Nota 1) da Lavinia Capogna “Carson McCullers, il genio celato della letteratura americana” (2025)

Carson McCullers ha anche ispirato recentemente i libri: 

Jenn Shapland “My Autobiography of Carson McCullers: A Memoir” (che non è una biografia) e

Daria Gatti “Nantucket. Una storia ispirata alle vite di Carson McCullers, Tennessee Williams e Annemarie Schwarzenbach”.

Sono stati tratti importanti film dai suoi libri diretti da Fred Zinnemann, John Houston, Robert Ellis Miller.

La cantautrice rock folk Suzanne Vega le ha dedicato l’album “Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Antonia Pozzi, l’amore infranto, di Lavinia Capogna

“J’avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie”.

(Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita)

Paul Nizan, incipit del romanzo “Aden Arabie” (1932).

“Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia (…)”

Antonia Pozzi 

Dalle foto scolorite in bianco e nero ci giunge l’immagine di Antonia Pozzi come quella di una ragazza delicata, dal sorriso gentile, in alcune foto molto intensa, possiamo quasi immaginarci la sua voce (flebile? sonora?) con un leggero accento milanese.

Poi apriamo il suo libro, postumamente intitolato “Parole” e leggiamo:

12 maggio 1933

“Ciascuno la propria tristezza se la compra dove vuole

anche in una bottega nera austera 

tra libri impolverati 

che si liquidano a prezzi dimezzati 

libri inutili 

tutti i TRAGICI GRECI 

ma se il greco non lo sai più 

mi sai dire perché li hai comprati? 

libri inutili 

POESIE PER I BAMBINI 

coi fantoccini colorati 

ma se non hai bambini 

tu mi sai dire perché li hai comprati? 

se non avrai dei bimbi mai più 

mi sai dire per chi li hai sciupati i tuoi soldi.

Ciascuno la propria tristezza 

se la compra dove vuole,

come vuole 

anche qui.”

Antonia Pozzi aveva solo 21 anni quando compose questa splendida poesia così matura e perfetta nello stile e nel significato.

Scriveva poesie a mano in quei quaderni con le copertine nere e la carta un po’ ruvida del tempo in una chiara calligrafia. E così scopriamo che quella signorina spersa per le vie di Milano – una Milano con vecchi negozi, botteghe, vetrate appannate, lampioni, una folla che camminava, quasi nessuna macchina, un’intensa vita laboriosa, con la sua luce grigia e la nebbia sui Navigli ancora non interrati dal fascismo – era una grande poeta.

Chi avrebbe potuto sospettarlo? 

Le prime liriche conosciute risalgono al 1929 quando aveva soli 17 anni ma già si ritrova una forza poetica, un pathos e una malinconia che li percorre, una descrizione mai scontata della natura. 

Anche io avevo notato ciò che la poeta Antonella Anedda ha saputo esprimere acutamente: “Raramente Pozzi dice genericamente “alberi”, scrive invece: pioppi, olmi, pini, tigli, larici, faggi”.

In numerose poesie vi sono descrizioni della natura con una percezione sottile, non le solite liriche campestri intrise di retorica ma quelle di ampi spazi quasi selvaggi, imprevedibili, che nella luce della sera diventano quasi inquietanti come la brughiera di Emily Brontë. 

Antonia fu anche appassionata di alpinismo e raccontò di una scalata notturna in cui aveva visto l’alba da una vetta.

La sua è una poesia in antitesi con quella in voga all’epoca. Persino il suo professore universitario, lo stimato Antonio Banfi (con cui si era laureata con il massimo dei voti con una tesi su Flaubert) al quale aveva sottoposto alcune liriche le sconsigliò di dedicarsi alla poesia e altrettanto fece il filosofo Enzo Paci.

Nonostante la grande delusione e le lacrime Antonia non si lasciò depistare. Pensò, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi anche alla prosa componendo abbozzi di un romanzo storico, ambientato nella seconda metà del 1800 nella campagna lombarda ispirato all’amata nonna.

Per quanto Antonia provenisse da una famiglia benestante, il che le diede la possibilità di studiare, di avere un palco alla Scala e l’educazione di una ragazza di “buona famiglia”: lo studio del pianoforte (amava molto la musica), il francese, l’equitazione non era una famiglia veramente felice: il padre, ex reduce, avvocato, podestà fascista nella cittadina di Pasturo, vicino Lecco, dove avevano una villa fu un genitore autoritario ed ebbe un grosso peso sulla sua vita (come vedremo), la madre era un’aristocratica proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, di cui rimane un’immagine un po’ vaga.

Non era facile essere ventenni negli anni Trenta in quell’Italia grigia, nella violenza quotidiana del fascismo al massimo del suo consenso e pronto ad un colonialismo brutale. La popolazione, tutta sotto controllo, doveva solo ubbidire e tacere.

Il fascismo fu anche il trionfo del maschilismo. Le donne non contavano nulla, era mal visto che una borghese lavorasse eccetto che non fosse maestra. Gran parte delle professioni erano inaccessibili alle ragazze. Vi erano regole sociali ben precise. Era raccomandata la modestia, il bon ton, l’obbedienza al padre, la castità, sposarsi era la massima aspirazione, quasi un dovere.

Le donne erano viste come emotive, infantili, incapaci di badare a sé stesse, bisognose della guida di un “uomo forte”.

Nel famigerato Codice Rocco approvato nel 1930 divennero legge il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

L’analfabetismo era altissimo sia tra donne che uomini, il paese era prevalentamente agricolo, andavano in città balie, sartine, ricamatrici, pettinatrici, cameriere. 

Milano e Torino erano le due città più industrializzate: c’erano le ditte Caproni e Breda, specializzate in materiale ferroviario, l’Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo per le macchine che facevano concorrenza alla Fiat ed infine la Pirelli. Vi era dunque un alto numero di operai e storici quartieri “rossi” seppure obbligati, per il momento, al silenzio, come Porta Romana e Lambrate.

Venne modificata la città, costruita la Stazione Centrale e alcuni palazzi, buttati giù storici vicoli.

“ll vero amore è dei poveri” scriveva Vasco Pratolini. Le ragazze del popolo potevano infatti sposare un ragazzo di cui erano innamorate, il che purtroppo era meno frequente nella media o alta borghesia dove si combinavano matrimoni basati prevalentemente sul censo e sulla classe sociale.

Persino una donna emancipata come Maria Montessori, medica e grande pedagogista, trent’anni prima (ma in questo la società non era cambiata) aveva dovuto celare di essere una madre nubile.

Nel 1927, a 15 anni, Antonia si iscrisse al liceo Manzoni. In una lettera descriveva alla nonna, nel suo stile colto ed immediato, vivace e affettuoso, inframmezzato da qualche parola in dialetto, il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Un docente di Sassari di 34 anni che insegnava a Milano. Una piccola foto lo ritrae con un’aria seria e distinta, era un entusiasta che sapeva conquistare l’attenzione degli allievi, prestava o regalava loro libri, stimolava la riflessione.

In questo primo accenno lei lo definiva “un topo di biblioteca” ma traspare ammirazione e simpatia.

Nel 1928 egli sarà trasferito a Roma dove insegnerà in altri licei. Per Antonia il suo trasferimento fu una notizia devastante. Lui aveva alimentato la passione di Antonia per la letteratura. Più tardi lei si occuperà anche di un autore ribelle come Aldous Huxley.

Lei e Cervi rimasero in cortese contatto epistolare, dandosi del lei, lui diceva che lei avrebbe sempre potuto contare sul suo fraterno aiuto ma nel 1929 si innamorarono.

Si vedevano raramente ma Antonia, 17 anni, scriveva: “Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te”.

Naturalmente il loro amore non poteva andare oltre qualche bacio, un vagheggiato più che reale fidanzamento (che allora voleva dire un impegno matrimoniale), il desiderio di un figlio.

Il tema del figlio tornerà in modo struggente in varie sue poesie e molte liriche sono dedicate al suo ex professore.

Era abbastanza frequente che una adolescente si invaghisse di un docente e, non a caso, nel 1941 verrà realizzato un film di gran successo, interpretato da Alida Valli, su una situazione analoga, “Ore 9, lezione di chimica”.

Ma quando nel 1931 il padre di Antonia scoprì questa “relazione” si infuriò: Cervi non solo era molto più grande di sua figlia ma soprattutto era povero e meridionale (andava in giro con un cappotto leggero con le tasche rotte sotto la neve – raccontava Antonia in una lettera).

Per separarli convinse Antonia a fare un lungo viaggio a Londra e dintorni per studiare l’inglese.

Tuttavia lui la raggiunse brevemente a Londra.

Nel 1933 lei scrisse a Cervi: “(…) di nuovo mio padre minacciava di venirti a cercare a Roma, di sfidarti a duello e tante mai altre cose spaventose – ed io vi credetti, povera, stupida bambina, vi credetti come l’altra volta – e fu per paura, per paura soltanto che pensai di cedere… Parole, parole, parole – tante parole grandi e belle – per coprire tante meschinità ignobili (…) la rinuncia, sì – la rinuncia (…)”.

Cervi ne fu risentito, l’accusava di non essere stata sincera, trovava un divario tra lui, cattolico fervente, e lei che non pensava a questioni religiose.

Per Antonia la separazione definitiva fu un grande dolore, aveva amici, faceva vita mondana, nuotava, giocava a tennis, viaggiava all’estero (cosa insolita allora), frequentava Grand Hotel, località di gran moda come Viareggio, studiava molto ma nelle poesie ricorreva il tema della morte come quiete, oblio, pace.

La futura scrittrice Maria Corti che l’aveva conosciuta all’università la descrisse poi come sensibile e con una intelligenza filosofica.

Ho il dubbio che sensibile stia per ipersensibile.

Aveva trovato lavoro come insegnante di materie letterarie in una scuola e faceva volontariato per aiutare le persone indigenti.

Nell’autunno del 1938 vennero promulgate le leggi contro gli ebrei. Antonia ne restò scioccata ed era assai preoccupata per Paolo Treves, un suo buon amico, figlio di un ex deputato socialista e di madre ebrea.

Dal 1937 aveva fatto amicizia con un ragazzo completamente diverso da Cervi, di nome Dino Formaggio, che in seguito avrebbe partecipato alla Resistenza e sarebbe diventato un noto critico d’arte

Di famiglia contadina, adolescente era andato a lavorare in fabbrica, aveva dato in un anno l’esame di cinque anni di liceo!

Si conobbero all’università. Come si legge in una delle ultime lettere lei si sentiva trattata alla pari da lui. 

Andavano in bicicletta, facevano lunghe passeggiate, si scrivevano.

Antonia fotografava, con talento, contadini, povera gente, paesaggi e gli donò numerose foto.

Dino rappresentava l’avvenire, il futuro, il mondo nuovo.

Antonia si innamorò di lui.

La sera prima del suo suicidio, ad un concerto, avvenne tra di loro una discussione, probabilmente lei gli rivelò il suo sentimento ma lui le fece capire che non era reciproco.

Il giorno dopo, il 2 dicembre 1938, si recò alla scuola per tener lezione. Ad alcuni allievi parve turbata. Poi chiese di uscire prima dell’orario perché non si sentiva bene 

Raggiunse l’abbazia di Chiaravalle dove era stata un giorno con Dino.

Si distese sul campo pieno di neve e ingerì un’alta dose di barbiturici.

Dopo un po’ un contadino la vide, venne portata in ospedale ma le sue condizioni erano disperate. Il 3 dicembre morì a casa sua. Aveva solo 26 anni.

Il suo fu un atto forse impulsivo ma anche premeditato perché lasciò tre biglietti:

“Dino caro, sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un’ora: giugno, mezzogiorno, abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore. 

Chiudo gli occhi con quell’immagine stretta al cuore – Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio.”

Ufficialmente venne detto che fosse deceduta per una polmonite. Furono pubblicati trafiletti che menzionavano “una straziante malattia”.

Durante il ventennio era proibito pubblicare articoli sui suicidi. 

Venne sepolta a Pasturo. La villa di famiglia è oggi un museo.

Nel 1939 il padre fece pubblicare un’edizione fuori commercio, intitolata “Parole”, con 91 poesie delle circa 300 scritte dalla figlia.

Alcuni versi vennero tagliati o modificati da lui così come lettere e diari.

Nel 1943 venne edita una nuova edizione Mondadori con 157 liriche, nel 1948 una terza con una Prefazione di Eugenio Montale.

Tuttavia si dovette attendere l’edizione Garzanti del 1989 per averne una fedele ai testi originali.

Dagli anni ’80 Antonia Pozzi è stata riscoperta, numerose le opere su di lei tra le quali la biografia di Graziella Bernabò, i testi di Alessandra Cenni, Paolo Cognetti, le parole accorate di Eugenio Borgna. Sono stati realizzati anche un film e un paio di documentari sulla sua vita.

Antonia Pozzi fa parte del numero non piccolo di poete che si sono suicidate tra le quali Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Karin Boye, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Anne Sexton, Amelia Rosselli (che, detto per inciso, ho conosciuto) – solo per citare le più famose.

Ciò che conquista è la sua incredibile modernità e il suo talento. Ciò che addolora è la sua morte e i suoi sentimenti mandati in frantumi dai tre uomini della sua vita: il padre che temeva l’opinione pubblica e che le impedì di essere libera, il professore che non ebbe il coraggio di proporle una scandalosa ma liberatoria fuga, l’amico che non vide in lei una compagna.

…….

Nota:

Ringrazio Mara Mattavelli, poeta lombarda, per la sua collaborazione nel ricercare informazioni sulla Milano dell’epoca.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

John Keats: “Lucente stella. Poesie scelte” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

John Keats, Oh, se potessi vivere una vita fatta di sensazioni piuttosto che di pensieri!

Nel settembre 1820 due ragazzi inglesi lasciarono Londra per imbarcarsi a Gravesend su un brigantino per raggiungere Napoli. La loro meta era stata suggerita da un medico per via del clima mite, Roma.

Uno dei due infatti, 25 anni, era gravemente ammalato e i suoi amici avevano fatto una colletta per sostenere le spese del viaggio, l’altro era un suo conoscente, un bravo pittore e pianista, 27 anni, che si era offerto di accompagnarlo.

John Keats, ammalato di tubercolosi, era un poeta che aveva pubblicato tre libri, aveva avuto alcuni elogi ma anche stroncature. Le sue opere non avevano venduto pressoché nulla. Già nel 1818 aveva scritto in una lettera ad un amico: “Ho capito che i tempi della giovinezza spensierata sono finiti. Ho capito che non c’è altro da perseguire se non l’idea di fare del bene al mondo – l’idea di fare del bene in questo mondo – alcuni lo fanno con la loro compagnia- altri grazie alla loro intelligenza – altri con la loro benevolenza”.

La nave sfuggì ad una tempesta e a fine ottobre raggiunse il porto di Napoli dove rimase in quarantena per dieci giorni perché a Londra era scoppiato il colera. Keats poteva scrivere pochissimo (“Che racconto potrei farle della Baia di Napoli se fossi ancora un abitante di questa Terra!”).

Shelley lo aveva invitato a casa sua a Pisa ma Keats non volle o non poté proseguire il viaggio fino in Toscana.

A novembre arrivò a Roma dove andò ad abitare con Joseph Severn, il pittore, in una pensione gestita da una donna al numero 26 della splendida e settecentesca Piazza di Spagna (oggi Keats and Shelley Museum). 

Stavano al terzo piano. Dalle finestre si vedevano meravigliosi scorci della scalinata di Trinità dei Monti ma Keats poté apprezzare ben poco della città eterna.

Raramente riuscì ad uscire e a fare una cavalcata al Pincio, si ordinavano i pasti in una trattoria ma presto non poté quasi mangiare: oltre a sbocchi di sangue in cui rischiava di soffocare aveva terribili attacchi di mal di stomaco.

Lo seguiva un dottore inglese che faceva parte della cosiddetta colonia britannica tra Roma e Firenze, il dottor Clark (o Clarke). Un vicino di casa benestante, Giorgio Rea, offrì generosamente supporto economico ai due ragazzi che erano al verde.

Keats alternava momenti di disperazione, ad altri più quieti. Severn nascose la bottiglia di laudano per timore che ne ingerisse troppo.

Non scriveva più lettere, non leggeva le lettere di Fanny Brawne e chiese a Severn di distruggere tutte quelle che aveva ricevuto da lei nel tempo per rispettare la privacy. 

Il medico gli aveva vietato emozioni.

Pochi giorni prima del suo decesso un critico stroncò il suo terzo libro in una gazzetta letteraria – è universalmente riconosciuto come un capolavoro. 

Per lui fu un colpo durissimo. 

Lord Byron, al quale Keats aveva dedicato un poema ma con cui non c’era reciproca simpatia, scriverà sprezzantemente che Keats era stato “annientato da un articolo” e compose una piccola poesia in cui ripeteva la frase “Chi ha ucciso John Keats?” e citava i nomi delle riviste letterarie.

In una lettera del 1820 lo aveva definito “quel piccolo sporco mascalzone di Keates”, storpiando il cognome.

Shelley invece aveva opinioni discontinue sull’opera del poeta ma gli era amico seppure a distanza e gli dedicherà il bel poema “Adonais”. 

Più tardi Oscar Wilde, che ammirava postumamente Keats, visitò la sua tomba nel cimitero degli Inglesi all’ombra della Piramide Cestia a Roma e gli dedicò un Sonetto, conobbe la nipote del poeta e quando nel 1885 il figlio di Fanny Brawne, Herbert Lindo, mise all’asta trentacinque lettere d’amore di Keats scrisse un poema che iniziava cosi: 

“Queste sono le lettere che Endimione scrisse a colei che amava in segreto e a distanza.

E ora i chiassosi del mercato d’asta

contrattano e fanno offerte per ogni povero biglietto macchiato di inchiostro.

Sì! Per ogni singolo battito di passione

fissano il prezzo del mercante. 

Penso che non amino l’arte

coloro che infrangono il cuore di cristallo di un poeta”.

John Keats era nato a Londra il 31 ottobre 1795. Suo padre, Thomas Keats, era venuto dal nord del paese, dal Devonshire o dal Cornwall, e lavorava in una scuderia di un piccolo proprietario. Lui e la figlia del suo datore di lavoro, Frances Jennings, si sposarono ed ebbero cinque figli, uno morì in tenera età, gli altri, furono John, George, Tom e Fanny. 

L’inghilterra era allora alle soglie della rivoluzione industriale che avrebbe sconvolto tutto il mondo settecentesco, cancellando molti lavori che si potevano svolgere a casa, come i tessitori e i filatori a mano, gli artigiani di cose minute e provocò una grossa migrazione verso le cupe fabbriche di Londra e altre città industriali. Non fu solo un grande cambiamento economico ma di vita quotidiana: scompariva una società settecentesca che seppur dura era per certi versi più umana di quella capitalista.

Charles Dickens avrebbe ben descritto il nascente capitalismo nei suoi romanzi.

Tra la fine del 1700 e il 1805 ci furono anche le guerre con la Francia rivoluzionaria e poi bonapartista. 

Nel 1804 quando John Keats non aveva ancora compiuto nove anni suo padre morì per un incidente mentre stava rincasando a cavallo di sera tardi. Sua madre, sola con quattro bambini, si risposò ma fu un matrimonio fallimentare. Si ammalò di reumatismi che le causarono invalidità e nel 1810, amorevolmente assistita da John, morì di tubercolosi che era allora la malattia più diffusa e contagiosa.

John Keats a scuola da un reverendo era un bambino vivace, amante della giustizia e pronto a difendere gli inermi. Il suo primo biografo racconta come una volta, adolescente, vide un rozzo macellaio maltrattare un bambino e lo prese a pugni.

Verso i sedici anni incominciò ad interessarsi di letteratura e a diventare un lettore appassionato. Tra i suoi libri,  da adulto, vennero trovati Dante, raccolte di poesia, opere in italiano, una grammatica di francese e italiano.

Era appassionato dell’antica Grecia ma anche del Medioevo.

In campo religioso Keats era un agnostico rispettoso della fede cristiana.

Incominciò a far pratica da studente di medicina per diventare dottore, come era stato anche il poeta e commediografo tedesco Friedrich Schiller.

La medicina era allora agli esordi e si sapeva ben poco del corpo umano. Anche l’apprendistato per diventare medico o assistente chirurgo, come divenne Keats, appare oggi bizzarro.

Un suo biografo di fine ‘800 riporta che uno studente lo ricordava, anni dopo, come “un fannullone che bighellonava, sempre intento a scrivere poesie”.

Tuttavia quando ebbe il diploma di una delle poche professioni accessibili alla sua classe sociale Keats la abbandonò per dedicarsi alla poesia e perché temeva di compiere errori durante le operazioni.

L’Inghilterra stava vivendo uno dei suoi periodi più rigogliosi per l’arte poetica: Wordsworth e Coleridge avevano pubblicato le due versioni delle “Lyrical Ballads”, il libro che aveva dato l’avvio al Romanticismo. 

Keats incominciò a frequentare giovani poeti e letterati come Leigh Hunt (che molti anni dopo Dickens avrebbe ritratto nel discutibile personaggio di Harold Skimpole di “Casa desolata”) che gli fece conoscere Shelley.

Quando Shelley naufragò con una goletta tra Lerici e Viareggio nel 1822 gli venne trovato in tasca un volume di poesie di Keats.

Nel 1817, a soli 22 anni, Keats pubblicò la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Poems”. Aveva già pubblicato qualche poesia su delle riviste.

Essa venne ignorata dal pubblico e dalla critica eccetto una recensione positiva.

Nonostante ciò non si arrese e incominciò a scrivere “Endimione”, un poema in quattro parti che venne stroncato.

Fu un critico che coniò il termine diffamatorio ‘Scuola Cockney’ (cioè il dialetto di Londra) per indicare Leigh Hunt e la sua cerchia di cui faceva parte Keats. “Tale etichetta” scrisse uno dei primi biografi di Keats a fine 1800 “costituiva un attacco politico, rivolto a giovani scrittori ritenuti rozzi a causa della loro scarsa istruzione e dell’uso informale della rima. Non avendo frequentato Eton, Harrow o le università di Oxford e Cambridge, venivano giudicati incapaci di scrivere poesia di qualità”.

L’attacco quindi al libro di Keats era anche classista e politico. Keats e i suoi amici avevano idee politiche radical – il che potrebbe tradursi come di sinistra.

Anche la sua vita non era facile: il fratello Tom, un giovane alto, emaciato e biondo a differenza di lui che era bassino, con riccioli tra il castano e il rosso e bei occhi scuri, era gravemente ammalato di tubercolosi. Lui lo assistette a lungo e uscì stremato dalla morte di Tom. 

Aveva debiti, una situazione economica drammatica ma sentiva che sarebbe diventato un celebre poeta.

Keats, come era d’uso all’epoca, riuscì con un amico a fare un viaggio a piedi in Scozia, in Irlanda e un altro nel Lake District in Cumbria nel Northwest dell’Inghilterra dove cercò Wordsworth che abitava lì con la sorella Dorothy e che aveva già incontrato a Londra ma il celebre poeta non era in casa. 

Keats gli lasciò un gentile biglietto.

Era infatti un temperamento amabile e di buone maniere, molto legato al fratello George che nel frattempo era emigrato in cerca di fortuna in America e a sua sorella Fanny che viveva sotto la custodia di un tutore. 

Era molto attento ai piccoli dettagli, osservatore di ciò che gli altri non notavano e, a volte, si diceva, diventava improvvisamente taciturno e meditabondo.

Keats aveva scritto poco prima di andare a coabitare con un amico poeta, Brown: “Sono abbastanza sicuro che, se lo volessi, potrei diventare uno scrittore di successo; che non lo farò mai; ma, qualunque cosa accada, mi guadagnerò da vivere: detesto il favore del pubblico tanto quanto l’amore di una donna; entrambi sono melassa stucchevole che appesantiscono le ali dell’indipendenza”.

E come tutti i giovani che deridono l’amore era destinato ad incontrarlo.

Fanny Brawne è il grande e, per quanto si sappia, unico amore di Keats.

Lei e il poeta si incontrarono nel 1818. Da una prima descrizione che lui fece di lei non sembra che fosse rimasto particolarmente colpito tuttavia si dilungava un po’ troppo.

Fanny apparteva ad una famiglia borghese, non ricca ma neppure povera. Suo padre era deceduto quando lei era bambina, sua madre era una donna gentile e premurosa.

Amava vestirsi bene (era imparentata con l’uomo più elegante di Londra, Lord Brummel), disegnava e cuciva i suoi abiti da sola, suonava il piano, le piaceva leggere romanzi, andava alle feste, l’unico luogo dove una ragazza distinta potesse allora ballare e incontrare garbati ammiratori.

Keats detestava la vita mondana, i corteggiatori galanti, i modi affettati e manierati.

Lui era anche a disagio con le donne. Aveva scritto in una lettera che con gli uomini era disinvolto e a suo agio ma con le donne molto imbarazzato e desideroso di fuggire.

Ma con Fanny fu diverso perché Keats si innamorò perdutamente di lei e lei di lui.

Non sono rimaste le lettere di Fanny a Keats, come abbiamo detto, ma quelle di lui a lei (scritte durante un viaggio e poi come biglietti) e sono considerate il più importante carteggio sentimentale nella storia della poesia.

Anche quando Keats era più passionale restava sempre delicato.

Essi abitavano in due case adiacenti con un giardino in comune poi, dopo il terribile primo attacco di tubercolosi di lui, per un breve periodo nella stessa casa ma potevano vedersi, a causa del pericolo del contagio, solo pochi minuti o dalla finestra (Keats era preoccupato che Fanny potesse prendere freddo nella neve) o scambiare furtivi biglietti.

Gli amici di Keats prima e i critici (uomini) dopo che le lettere vennero pubblicate postumamente si scagliarono contro Fanny manifestando il più bieco maschilismo: Fanny non poteva essere la donna eletta amata da un poeta che gli aveva dedicato liriche meravigliose come “Lucente stella” (Bright Star), “I cry your mercy, pity, love – ay, love!’”, e le lettere….

Ecco alcuni brani: “Mia dolce ragazza, oggi vivo nel ricordo di ieri: sono rimasto completamente incantato per tutto il giorno. Mi sento in balia di te. Scrivimi anche solo due righe e dimmi che non sarai mai, mai meno gentile con me di quanto lo sei stata ieri. Mi hai stordito. Non c’è nulla al mondo di così luminoso e delicato”. 

E anche: “Il mio amore mi ha reso egoista. Non posso vivere senza di te”.

I rimproveri maschilisti di amici e critici verso Fanny erano:

1) Lei era una diciassette/diciottenne non particolarmente bella o attraente (secondo i canoni maschili). 

Fanny era una ragazza bruna, bassina, esile, con il naso aquilino ed uno sguardo intenso.

2) Fanny sapeva che Keats non avrebbe potuto sposarla perché lui era povero, pieno di debiti, con una assai incerta carriera di poeta ma non lo aveva respinto. 

In più lo aveva fatto ingelosire andando ai balli e avendo scambiato due parole innocenti con qualche militare galante che non mancavano mai ai balli (come ci racconta anche Jane Austen nei suoi romanzi) cosa che Keats, assai geloso, le rimprovò e di cui poi si pentì.

3) Eccetto qualche bacio il loro amore rimase casto. A Fanny venne rimproverato di essere stata virtuosa da una società in cui esserlo era la prima qualità di una fanciulla.

In realtà Fanny era innamorata di Keats, gli scriveva, gli fece dei piccoli doni, accettò l’anello che lui le aveva donato, sopportò i pettegolezzi e soprattutto voleva a tutti i costi partire con lui per Roma ma non le venne concesso.

Se Keats non fosse deceduto si sarebbero sposati.

Quando seppe della sua morte si tagliò i capelli (segno di rinuncia al mondo e della femminilità) e portò il lutto per anni.

Si sposerà solo parecchi anni dopo e avrà tre figli.

Anche nel bel film “Bright Star” diretto da Jane Campion che ha una accuratissima sceneggiatura e ricostruzione d’ambiente, Fanny viene tratteggiata come irritante e dispettosa anche se in realtà non possediamo elementi certi relativi al suo carattere.

Non essendo bellissima come Beatrice e Laura è stata situata tra le donne senza cuore come “La Belle Dame Sans Merci”, una ballata/poesia di Keats ispirata alla leggenda di Loreley sulla quale anche Heinrich Heine scriverà una lirica.

Vi sono, certo, donne così ma non sembra essere stata lei.

Nel 1925 la poeta e saggista americana Amy Lowell pubblicò una biografia su Keats con alcune lettere di un carteggio tra Fanny Brawne trentenne e Fanny Keats. Fanny Brawne sembra essere stata una donna gentile ed intelligente e non la volubile ed insignificante ragazza che era stata descritta dagli amici di Keats con cui egli si era infuriato per le loro insinuazioni.

Keats fu uno dei più grandi poeti mai apparsi in questo mondo. Il suo riconoscimento fu postumo e assai tardivo come sovente accade.

Oggi si associano al suo nome le parole “sensazione”, “sensualità”, “malinconia”, sì, questo c’è in Keats ma anche una profonda ispirazione poetica come in Hölderlin, acute intuizioni, una maturità sorprendente per i suoi verdi anni che condivide, seppure in modo assai differente, con il ribelle Rimbaud, poeta dai 17 ai 19 anni.

“Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” aveva scritto in una lettera.

Per Keats la poesia si sente attraverso i sensi, la poesia è esperienza.

da “Ode a un usignolo”:

“(…) Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi

Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:

La stanchezza, la malattia, l’ansia

Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,

Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,

Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,

Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore, (…)”.

Da “Isabella”:

“(….) Ed ella dimenticò le stelle, la luna e il sole,

dimenticò l’azzurro al di sopra degli alberi,

dimenticò la valli dove scorrono le acque,

dimenticò la fresca brezza autunnale;

ella non sapeva quando il giorno tramontava,

il nuovo mattino non vedeva

(…)”.

da “Endimione”:

“Una cosa bella è una gioia per sempre:

si accresce il suo fascino e mai nel nulla si perderà; sempre per noi sarà quieto rifugio e sonno pieno di dolci sogni e tranquillo respiro e salvezza (…)”.

da “Solitudine”

“(…) ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio (…)”.

Da “Ode su un’urna Greca”

“(…) Bellezza è verità, verità bellezza – questo solo

sulla terra sapete, ed è quanto basta”.

Il 1819, l’anno in cui il poeta era innamorato di Fanny, fu quello in cui compose i suoi capolavori. In una recente biografia Nicholas Roe sostiene che egli fosse allora dipendente dall’oppio (usato da poeti come De Quincey, Coleridge, Shelley).

Sir Andrew Motion, autore di un’altra biografia, sostiene che è una “ipotesi senza alcun fondamento” (The Guardian 2012).

Keats ha anche involontariamente influenzato la psicoanalisi: Wilfred Bion, noto psicoanalista, ha maturato la teoria e il nome della Negative Capability (Capacità Negativa) che sarebbe, sintetizzando, l’attitudine dello psicoanalista verso il paziente da una lettera di Keats ai suoi fratelli su Shakespeare. Egli scriveva: “L’eccellenza di ogni arte sta nella sua intensità, capace di far svanire ogni cosa sgradevole, poiché è in stretta relazione con la Bellezza e la Verità; la ‘capacità negativa’, ovvero quando l’uomo è capace di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza cercare con impazienza fatti e ragioni…”.

Nel 1820 egli pubblicò il suo terzo ed ultimo libro intitolato “Lamia, Isabella, The Eve of St. Agnes e altri poemi”.

Negli stessi anni anche un altro grande, misconosciuto poeta italiano scriveva in una provincia delle Marche le sue meravigliose liriche, Giacomo Leopardi.

Keats morì a 25 anni a tarda sera del 23 febbraio 1821 assistito da Joseph Severn.

Sulla sua tomba venne scritto: 

“Questa tomba racchiude tutto ciò che era mortale di un giovane poeta inglese,

il quale, sul letto di morte,

nell’amarezza del suo cuore,

di fronte al potere malvagio dei suoi nemici,

desiderò che queste parole fossero incise sulla sua lapide:

Qui giace colui il cui nome era scritto sull’acqua (Here Lies One Whose Name Was Writ In Water)”.

……..

Bibliografia:

Opere di Keats:

• Lucente stella. Poesie scelte

di John Keats (Feltrinelli, 2022)

• Poesie (Einaudi)

• Lettere sulla poesia, con una prefazione di Nadia Fusini (Oscar Mondadori)

• La valle dell’anima: Lettere scelte 1815-1820 (Adelphi)

• So Bright and Delicate: Love Letters and Poems of John Keats to Fanny Brawne (Penguin Classics) prefazione di Jane Campion

• Complete Works of John Keats (Delphi Poets) 

Suzie Grogan John Keats: Poetry, Life & Landscapes 

Esistono varie biografie sul poeta in lingua inglese. 

Secondo un articolo su The Telegraph (2024) Keats, Wordsworth e Shelley sono stati accusati di misoginia nelle loro opere da una università inglese. Keats per la poesia “La Belle Dame Sans Merci” che, a mio parere, non contiene nulla del genere. 

Egli è stato amato da Yeats, Borges e Julio Cortázar ha scritto un libro particolare intitolato “A passeggio con Keats”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Lev Tolstoj: “Resurrezione”, di Lavinia Capogna

Il passato che ritorna

È un giorno di primavera degli anni ’80 del 1800 quando il principe Dmitrij Ivanovič Nechljudov deve recarsi, per un dovere civico, in un tribunale come giurato ad un processo. Si trova in una città russa dove possiede una grande villa. 

È un ragazzo raffinato sui trent’anni. Alcuni anni prima aveva distribuito le terre ereditate dal padre ai contadini, aveva letto le idee degli economisti inglesi più avanzati (due elementi autobiografici), aveva vagheggiato di dipingere ma poi la carriera militare (era un tenente nell’esclusivo corpo di nobili della Guardia dello Zar) lo aveva velocemente corrotto.

Aveva rinunciato ai suoi progetti idealistici per diventare come gli altri, andare ai ricevimenti, bere, avere relazioni sociali superficiali, flirt senza importanza.

Il conformismo era la colpa di Nechljudov e ne aveva fatto un uomo indeciso, insicuro.

Aveva una stanca relazione con una signora sposata e frequentava una ragazza nobile per sposarla anche se non ne era innamorato.

Al processo – che Tolstoj descrive magistralmente – con la sua prosaica burocrazia sono giudicati una cameriera, un cameriere e una prostituta accusati di aver derubato e ucciso in un albergo un ricco mercante.

Questo sordido fatto di cronaca nera non interessa per nulla Nechljudov finché egli non riconosce, costernato, nell’avvenente prostituta con i riccioli neri Katjuša.

È il passato che ritorna. 

Figlia di una serva, la classe sociale più in basso, e di uno zingaro di passaggio in una cittadina rurale Katjuša era stata “adottata” da neonata da due principesse nubili, le zie di Nechljudov. Una, di buon cuore, aveva educato la bambina. Katjuša sapeva leggere, parlare in francese (la lingua dell’aristocrazia e della borghesia nel 1800) e aveva un’anima limpida. 

Un giorno era giunto il giovane Nechljudov. Si erano reciprocamente innamorati. Lui era timido, lei ingenua e il loro sentimento era rimasto un dolce amore vagheggiato e non detto.

Due anni dopo, lui, ormai cambiato dalla società e dalla vita militare, era ritornato.

Prima di partire era stato assai insistente con Katjuša. Lei lo aveva respinto ma non decisamente, tuttavia non era preparata emotivamente e lui non l’aveva rispettata pur non avendola aggredita: avevano trascorso la notte insieme e al mattino lui le aveva dato 100 rubli perché “così fanno tutti” prima di andarsene per sempre.

Umiliata, disperata per l’abbandono, lei aveva scoperto cinque mesi dopo di essere incinta, era stata cacciata dalle zie, il neonato era stato mandato in un orfanotrofio – Tolstoj raccontava quello che accadeva sovente al tempo senza nessuna inflessione retorica.

Katjuša aveva inoltre perso ogni fiducia negli esseri umani, era diventata l’amante di uno scrittore che seppure più colto non era migliore degli altri che la circuivano perché assai attraente. 

Assunta in alcune case come lavorante era stata aggredita dai datori di lavoro, insultata dalle loro mogli e, convinta da una danarosa donna equivoca, era entrata come prostituta nella sua casa chiusa gestita dallo stato.

Aveva guadagnato bene, acquistato begli abiti ma aveva incominciato a bere per dimenticare la sua infelicità. 

Questo incontro da lontano (Katjuša non fa caso ai giurati e viene condannata a quattro anni di lavori forzati nonostante sia innocente) provocherà una grande crisi in Nechljudov, un sincero desiderio di riparare alla sua colpa e di essere perdonato da lei, di aiutarla ma Katjuša non reagirà come si potrebbe credere.

Questo è in sintesi l’esordio di “Resurrezione” (Воскресенье, Voskresen’e) che Lev Tolstoj pubblicò a 71 anni nel 1899 dopo capolavori come “Guerra e pace” (1867), “Anna Karenina” (1877), racconti lunghi come “La felicità familiare”, “La morte di Ivan Il’ič”, il singolare “La sonata a Kreutzer” e altri, tutti meravigliosi.

Il capitolo VI della terza parte del libro con il dolce rivoluzionario socialista Kryl’cov, gravemente ammalato, che racconta la vicenda del polacco biondo e fiducioso e del ragazzino ebreo è un capolavoro come quello di Pierre che conforta Natascia dopo il suo sventato piano di fuga in “Guerra e pace” o il finale di “Anna Karenina”.

Nel 1883, in fin di vita in Francia, lo scrittore Ivan Sergeevič Turgenev aveva inviato una preghiera a Tolstoj: di tornare a scrivere romanzi dopo la grande crisi che lo aveva colpito a 41 anni.

Il conte Tolstoj nato in una famiglia di antica nobiltà ma in disgrazia economica, ex militare disciplinato, appassionato di pedagogia, sposato in un matrimonio con luci e ombre con Sòf’ja Bers, figlia del medico dello zar, molto più giovane di lui e madre di dieci figli, scrittore di grande talento ma uomo semplice, alla mano, aveva avuto come Nechljudov una grande crisi ancora oggi in parte misteriosa.

A 41 anni alla fine dell’estate del 1869 aveva pernottato, durante un viaggio, in una locanda di una cittadina, Arzamas. Non si sa che cosa sia accaduto ma quella notte fu decisiva per il suo cambiamento spirituale e mentale. Egli stava attraversando una grande crisi esistenziale già da un po’ di tempo. 

Su di essa avrebbe scritto il racconto, pubblicato postumo, “Memorie di un pazzo”.

Il cambiamento fu un totale rifiuto della sua vita precedente: in realtà egli era stato un buon marito seppure infedele, un buon padre affettuoso seppure fosse stata principalmente la moglie ad occuparsi dei figli, aveva scritto molto, aveva avuto un grande successo, era diventato molto ricco ma era insoddisfatto.

Così Tolstoj, ex militare di alto grado dell’impero russo, divenne il più grande pacifista e sostenitore della non violenza del suo tempo. 

Divenne veramente cristiano, rilesse accuratamente i Vangeli. La Chiesa ortodossa lo avrebbe scomunicato per due capitoli che denunciano vigorosamente l’ipocrisia chiesastica proprio in “Resurrezione” e non è stato ancora riabilitato. 

Smise di andare a caccia, divenne vegetariano, abbandonò il tabacco, desiderò raggiungere la castità nonostante avesse solo una quarantina d’anni.

Abbandonò anche i vestiti borghesi per un camiciotto da contadino e spesso venne scambiato per uno di loro.

Nei suoi “Diari” Tolstoj definì, ingiustamente, i suoi capolavori precedenti “sciocchezze” anche se gli erano costati anni ed anni di lavoro e sua moglie li aveva più volte ricopiati a mano in bella calligrafia per proporli agli editori (solo “Anna Karenina” ben sette volte!).

Il passato che ritorna aveva atteso forse anche Tolstoj nella desolata locanda di Arzamas come era accaduto a Nechljudov?

Ma per iniziare una nuova vita (quella che Levin di “Anna Karenina” e Pierre Bezuchov di “Guerra e pace” avevano tanto desiderato) Nechljudov dovrà scendere all’inferno con Katjuša.

È interessante notare come in questa parte del libro sia Katjuša ad essere in gran parte cattiva verso di lui e lui non se ne renda conto.

Sono straordinarie le descrizioni del carcere, dello sconvolgente contrasto tra la ricchezza dell’aristocrazia e la povertà del popolo, tra la violenza bruta dei militari e la mitezza luminosa dei socialisti utopisti (come li avrebbe chiamati, un po’ frettolosamente, Karl Marx e che non erano come i nichilisti che Dostoevskij aveva negativamente descritto nel 1872 nel romanzo “I Demoni”)

“Resurrezione” è un affresco senza sconti del tempo dello zarismo descritto con un pathos tutto tolstojano con qualche eco di Victor Hugo e Charles Dickens.

Sono raffinatissime le accurate descrizioni degli stati d’animo dei personaggi come sempre in Tolstoj, personaggi mai scontati ma sempre variegati, mai solo buoni o solo cattivi.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Henry James: “Washington Square”, di Lavinia Capogna

Il più misterioso degli scrittori

Apparentemente la trama del romanzo “Washington Square” di Henry James (1880) sembra molto semplice: l’unica figlia di un celebre medico di New York verso gli anni ’40 del 1800 viene presa di mira da un giovanotto che vuole impadronirsi, sposandola, del suo ingente patrimonio. Il padre si oppone.

Su questa trama James costruisce uno splendido romanzo in 35 capitoli, un romanzo in cui non c’è neppure una riga di troppo, con raffinatissime psicologie che venne allora non solo guardato con sufficienza dalla critica ma quasi ignorato dai lettori suscitando non poco, comprensibile, dispiacere nel suo autore per diventare poi un classico dalla seconda metà del Novecento.

Siamo nel New England, la costa est degli Stati Uniti dove la città fino ad allora più importante, l’aristocratica Boston, sta cedendo il passo alla più dinamica e variegata New York che si va ingrandendo grazie agli innumerevoli emigrati.

Il dottor Austin Sloper è un self made man tipicamente statunitense, un uomo che nonostante non venga da una famiglia agiata ha studiato con passione medicina. Ambizioso, determinato è diventato uno dei medici più stimati e richiesti della città.

Sulla ventina aveva sposato solo per amore un’incantevole e ricchissima ragazza, Catherine. Tuttavia la sua vita familiare era stata crudele: aveva perduto il figlio primogenito nella prima infanzia e la moglie di parto.

Era rimasto solo con la figlia, Catherine, che lo aveva già deluso essendo una femmina (il dottor Sloper è un misogino) e poi crescendo essendo non bella, né intelligente come la madre.

Per occuparsi di lei, egli aveva preso in casa sua sorella, vedova di un pastore protestante, Lavinia Penninton, uno dei personaggi più belli creati da James.

All’inizio del romanzo Catherine ha 22 anni, è un’anima quieta, remissiva, canta ma non ha particolare talento, si dedica al ricamo, va a messa, non è né bella né brutta, nessuno la nota in pubblico, non ha avuto mai proposte di fidanzamento come era d’uso. 

Nonostante sia molto timida adora i vestiti sfarzosi (il che suscita ironia nel padre) forse perché è invisibile. Nessuno ce l’ha con lei, anzi è simpatica ma incolore, sbiadita.

Il suo primo denigratore segreto è proprio il padre, che ella adora, che vede come unica qualità di lei il fatto di essere ricchissima.

Ella erediterà sposandosi 10.000 dollari dalla madre e ben altri 30.000 come eredità dal padre – una somma che Henry James dichiara a quei tempi “immensa”.

La zia Lavinia è uno stravagante personaggio che ha affetto per la nipote, immagina storie romanzesche a contrasto con la sua vita monotona ed è entusiasta quando Catherine, ad un ricevimento, attrae l’attenzione di un bellissimo, elegante, distinto giovanotto: Morris Townsand.

Morris diventa, complice la zia, un habitué nella grandiosa casa in classico stile ottocentesco americano con il colonnato all’ingresso del dottor Sloper a Washington Square.

E qui incomincia un duello spietato: mentre Catherine si innamora dell’affascinante Morris, premuroso, suadente, mai inopportuno e last but not least bellissimo, il padre, che crede di capire la gente con una sola occhiata, inizia a detestarlo e lo avversa in ogni modo.

Anche Morris ha una spiccata ed immediata antipatia per il dottor Sloper che non si fa ammaliare dai suoi modi suadenti.

Sloper lo definisce un cacciatore di dote, prende informazioni su di lui, va a parlare in una povera casetta con la sorella di Morris, una dignitosa vedova con cinque bambini, che lo mantiene.

Morris aveva un piccolo patrimonio che aveva dilapidato in Europa, non lavora, non ha nulla se non i suoi modi da damerino.

Nella lotta tra i due uomini nessuno di loro tiene conto dei sentimenti di Catherine: il padre si maschera: dice di voler impedire il matrimonio per il bene della figlia ma in realtà lo fa per affermare il suo potere. 

E lo stesso fa Morris. Anche a lui non interessano i sentimenti di Catherine che ha facilmente e castamente conquistato in solo un paio settimane ma si maschera da innamorato offeso nell’onore. 

Egli vede in lei la soluzione ideale ai suoi guai economici: attraverso Catherine potrà mettere le mani su un ingente patrimonio, vedersi spalancare le porte dell’esclusiva alta società di New York, fare ciò che vuole.

Per la mite Catherine Morris è invece l’amore, i sogni della giovinezza che si avverano, la vita che bussa alla sua porta, il matrimonio, la vagheggiata maternità, il domani.

Lavinia parteggia subito per Morris, si affeziona maternamente a lui, ha appuntamenti segreti con lui in improbabili negozietti di quartieri popolari per non essere eventualmente sorpresa dal dottore o da altri, si trasforma in una complice del trentenne che più vede ostacoli più diventa nevrastenico.

Naturalmente James coglie tutte le sfumature di questa guerra spietata che si svolge nell’ambiente dell’alta borghesia: dominio, soldi, orgoglio, testardaggine, frasi durissime formulate in una grammatica impeccabile.

Il padre e il fidanzato non cambiano nel corso del romanzo che si svolge in vari anni ma sarà invece Catherine a cambiare interiormente quando si renderà conto di due cose.

In che modo e di cosa non si può dire per non sciupare la lettura del romanzo di cui forse ho detto già troppo.

Nel 1949 il regista William Wyler diresse un film tratto dal romanzo (anche se nell’ultima parte con una sceneggiatura assai modificata) che è diventato un cult movie degli anni d’oro del cinema hollywoodiano: “The Heiress” (L’ereditiera) magistralmente interpretato da Olivia de Havilland nel ruolo di Catherine, Montgomery Clift in quello di Morris, Ralph Richardson come Sloper e Miriam Hopkins la zia.

Henry James è stato il più raffinato tra gli scrittori americani del 1800 insieme a Nathaniel Hawthorne. 

Nato nel 1843 a New York in una famiglia benestante di origine irlandese ebbe due notevoli fratelli, William James, uno dei fondatori della psicologia e critico letterario e Alice James, autrice di un remarkable “Diario”.

La sua vita sembra essere stata quella di un uomo votato con grande dedizione alla letteratura, uno scrittore di talento che difese i suoi libri contro avidi editori, critici insensibili e lettori disattenti (una ventina di romanzi, moltissimi racconti, articoli, memorie di viaggi, commedie).

In vita fu conosciuto ed ammirato da un grande amico, Robert Louis Stevenson e dalla giovane Virginia Woolf (1).

Non ci fu invece simpatia tra Henry James e Oscar Wilde. Il primo trovava semplicistiche e ad effetto le commedie di gran successo del secondo (2).

Era un lettore appassionato, un esteta, un fine conoscitore della storia dell’arte che scriveva in perfetto francese e tedesco ma anche un assiduo viaggiatore tra i due continenti, America e Europa, nonostante i dolori di schiena e di stomaco ricorrenti, con lunghi soggiorni nella imperdibile Parigi e nell’adorata Roma.

Nel 1876, a 33 anni, si trasferì a vivere a Londra e nel 1916, in dissenso con l’iniziale neutralità degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, divenne suddito britannico.

Venne nominato al Premio Nobel nel 1911, nel ’12 e nel ’16 e morì a causa di due ictus il 28 febbraio 1916 a 72 anni nella sua casa di Chelsea, Londra.

Non ci inoltriamo qui nel tema sulle correnti letterarie anglosassoni del tempo che sarebbe troppo specialistico ma la ‘riscoperta’ delle opere di Henry James avvenne negli anni ’40 del Novecento grazie ad un intenso dibattito tra letterati angloamericani.

Gli eventi sociali del suo tempo non appaiono nella sua corrispondenza epistolare resa pubblica: egli sembrava “coltivare il suo giardino” come il Candido di Voltaire.

E per James “il suo giardino” erano le sue relazioni sociali e mondane, le passeggiate in una splendida Firenze dai colori soffusi o sui dolci colli verdeggianti.

Aveva un grande interesse per il trascendentale e non a caso il suo romanzo “Giro di vite” (The Turn of the Screw, 1898) è una delle sue opere più magistrali che si rifà alle ghost stories inglesi: lo spettro dell’uomo con i capelli rossi che guarda impassibile la giovane e volenterosa governante sotto la pioggia ha turbato più di un lettore.

Henry James fu estremamente riservato sulla sua vita sentimentale, le sue lettere non rivelano nulla se non qualche forte amicizia maschile (ma anche una femminile con una scrittrice che si suicidò a Roma).

Bisogna tener presente che nel 1800 il tono delle lettere tra amici (ed amiche) era più affettuoso di quello attuale.

Egli aveva scritto ironicamente in una lettera del 1880: “I shall not marry, all the same … I am too good a bachelor to spoil” 

(Non mi sposerò comunque… Sono uno scapolo troppo in gamba per rovinarmi) (3).

Sembra a molti studiosi assai probabile che Henry James possa essere stato gay. Io personalmente penserei più un asexual gay.

Soprattutto l’amicizia epistolare con lo scultore norvegese americano Hendrik Christian Andersen (da non confondersi con lo scrittore di fiabe danese Hans Christian Andersen) che viveva nella città eterna ha suscitato interesse.

Si conobbero nel 1899. James aveva 59 anni, Andersen 27. Si videro solo sette volte ma vi fu tra di loro una corrispondenza epistolare durata fino alla morte dello scrittore nel 1916.

Certamente la corrispondenza fa emergere un grande affetto (4).

Invece sua sorella Alice James visse a lungo con Katharine Loring, un’importante educatrice americana, ed entrambe, secondo un biografo, ispirarono il bellissimo romanzo di James “The Bostonians” (che si può tradurre anche “Le bostoniane”) sul grande affetto tra Olive, intelligente attivista per i diritti delle donne, e la giovane, delicata Verena minato dall’arrivo dell’ambizioso e cinico avvocato Basil Ransom.

Il libro del 1885 riprende il tema di due personaggi (Olive e Basil) che si contendono l’affetto di un terzo (Verena), proponendo cioè una situazione anche se diversa che ha qualche affinità con quella di “Washington Square” (1880).

Anche da questo romanzo venne realizzato un film diretto da James Ivory nel 1984 con Vanessa Redgrave e il compianto Christopher Reeve.

Un altro suo grande romanzo è “Ritratto di signora” (The Portrait of a Lady, 1881) considerato da parecchi il suo capolavoro, in parte ambientato a Roma, nella quale la bella Isabel Archer rifiuta alcune proposte di matrimonio ma viene poi plagiata da una donna intrigante dell’alta società e sposa un uomo egoista e senza affetto.

Dal romanzo ha realizzato un bel film nel 1986 la regista Jane Campion interpretato da Nicole Kidman.

Nel suoi romanzi con vari piani di lettura vi è tuttavia qualcosa che sfugge, un non detto che può stupire il lettore, come se Henry James non ci concedesse di entrare nel suo mondo interiore e questa riservatezza si coglie anche nelle sue lettere dove egli parla assai poco di sé. Per questo egli può essere definito il più misterioso degli scrittori.

Jorge Luis Borges ha scritto: “Ho esplorato alcune letterature dell’Oriente e dell’Occidente; ho redatto un compendio enciclopedico di letteratura fantastica; ho tradotto Kafka, Melville e Bloy: non conosco opera più singolare di quella di Henry James”.

……

Note:

1) Henry James conobbe personalmente molti autori celebri tra i quali Charles Dickens, la scrittrice George Eliot, Thackeray, il poeta Robert Browning, Virginia Woolf, la scrittrice Edith Warthon (vedi “Lives of Victorian Literary Figures, Part IV, Volume 3: Henry James, Edith Wharton and Oscar Wilde by their Contemporaries”).

Ma anche Anthony Trollope, Rudyard Kipling, H.G. Wells, Joseph Conrad, Matthew Arnold, Guy de Maupassant, Alphonse Daudet, Émile Zola, Gustave Flaubert e il pittore americano John Singer Sargent.

2) vedi “A review of Henry James, Oscar Wilde and Aesthetic Culture” di Michèle Mendelssohn (2007).

3) da “Henry James, A Life in Letter” a cura di Philip Horne (Penguin Classics)

4) vedi “Dearly Beloved Friends: Henry James’s Letters to Younger Men” di Susan E. Gunter e Steven H.Jobe – 2001 e “Amato ragazzo. Lettere a Hendrik C. Andersen (1899-1915)” (Marsilio editore 2000).

Sul tema notevole un articolo dello scrittore irlandese contemporaneo Colm Tóibín: “How Henry James’s family tried to keep him in the closet” (Come la famiglia di Henry James cercò di nascondere la sua omosessualità) pubblicato sul prestigioso quotidiano inglese “The Guardian” (20 Feb 2016). 

Tóibín è anche autore di un romanzo su Henry James intitolato “The Master” (2004)

5) tra le opere dello scrittore citiamo anche i romanzi “The American (1877)”, “The Europeans (1878)”, “The Princess Casamassima (1886)”, “What Maisie Knew” (Cosa sapeva Masie ,1897), “The Awkward Age” (L’età ingrata, 1899), “The Wings of the Dove (Le ali della colomba, 1902), The Ambassadors (1903), “The Golden Bowl (La coppa d’oro, 1904) e il famoso racconto “Daisy Miller” (1877).

Da consultare i volumi di due grandi anglisti: Mario Praz Cronache letterarie anglosassoni; Gabriele Baldini Narratori americani dell’800.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.