Omosessualità tra persecuzioni e arte, di Lavinia Capogna

L’attimo

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro

giunge così profondo nell’eternità,

nessun lago, quando le nebbie si diradano,

riflette una calma simile

come l’attimo –

quando i confini della solitudine si cancellano

e gli occhi diventano trasparenti

e le voci diventano semplici come venti

e niente c’è più da nascondere.

Come posso ora aver paura?

Io non ti perderò mai.

Karin Boye

Negli anni ’70 molti pensavano che il futuro sarebbe stato migliore: progressista, rispettoso.

Invece l’Italia sta attraversando una buia notte in cui il rispetto, la garanzia di alcuni diritti, le regole della convivenza civile vengono spesso ignorati.

Lo vediamo quotidianamente su alcuni social media, nei talk show televisivi e, purtroppo, nelle cronache cittadine.

Tra questi diritti c’è quello della protezione delle minoranze.

In relazione ai diritti civili per le persone omosessuali il nostro paese risulta 36º su 49 Paesi europei con un punteggio di tutela dei diritti del 24%, ben al di sotto della media UE (Fonte ILGA).

Secondo le stime le persone che si ritrovano nell’acronimo Lgbt+ sarebbero tra il 7 e il 9% della popolazione.

Pensiamo ad Andrea S., 15enne romano, suicida perché aggredito a scuola e via online solo perché era andato in classe con un paio di pantaloni rossi diventati rosa a causa di un lavaggio.

Pensiamo a Paolo M., anche lui quindicenne in provincia di Latina, bullizzato solo perché aveva i capelli lunghi biondi. Anch’egli suicida.

Due adolescenti, quasi due bambini, di cui non si sa che orientamento sentimentale avrebbero avuto da adulti.

Due bellissimi ragazzi traditi da coetanei in un tempo della vita in cui ci si apre al mondo con fiducia e meraviglia.

Pensiamo a Cloe Bianco, professoressa di fisica transgender, che un giorno, a 50 anni, stanca di nascondersi, si era presentata nella sua classe in Veneto vestita nel modo che lei sentiva più suo: da donna e non da uomo e bersaglio dell’odio leghista.

Anche Cloe suicida e lasciata sola.

Pensiamo alle aggressioni verso ragazzi che si tengono per mano o si scambiano un lieve bacio per strada – cosa che un ragazzo e una ragazza possono fare, senza più destare scandalo, da quarant’anni. 

Pensiamo a due donne innamorate che hanno scelto di fare un’unione civile, che eccetto due differenze equivale al matrimonio civile, che magari hanno un figlio e che devono affrontare un coming out continuo e non sanno mai come sarà accolto.

Pensiamo alla valanga di commenti quotidiani sgradevoli, volgari, brutali su un noto social media.

Pensiamo ai politici che diffondono omofobia.

La vita sentimentale reale o desiderata dalle persone non dovrebbe riguardare gli altri. Si chiama appunto vita privata.

Dovrebbe riguardare la legge solo laddove vi siano eventuali reati.

Purtroppo nei secoli c’è sempre stato un interesse, spesso nefasto, verso l’omosessualità, un orientamento sentimentale (e non solo sessuale) che è soltanto una variante minoritaria della sfera amorosa.

L’omofobia, termine coniato dallo psicologo George Weinberg nel 1972, è una forma di odio non innata ma appresa in famiglia, nell’ambiente, nella cultura (in senso sociologico) e che raramente viene messa in discussione dal soggetto anche se potrebbe farlo.

Alcuni sostengono che gli o le omofobe sarebbero gay repressi.

Essi odiano qualcuno che neppure conoscono solo perché lo ritengono appartenente ad un certo “gruppo” che mette in discussione, involontariamente, modelli e certezze.

È un processo di “deumanizzazione”, come è intitolato un saggio illuminante di Chiara Volpato, psicologa sociale (Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011).

In Italia l’omofobia viene spesso associata alla chiesa cattolica (in parte è stato così anche se, recentemente, con Papa Francesco ci sono state aperture e ci sono molti gay cattolici).

Tuttavia essa non nasce dal Vangelo dove non c’è nulla contro l’omosessualità.

Nel 1994 John Boswell, filologo medievale, docente universitario della prestigiosa università di Yale, ha dimostrato, esaminando documenti Vaticani dell’epoca, come in alcune comunità cristiane fossero possibili matrimoni fondati sull’amore tra due uomini o tra due donne nel saggio “Same-Sex Unions in Pre – Modern Europe”.

Il libro non è mai stato tradotto e pubblicato in italiano…

Le persecuzioni da parte della chiesa incominciarono solo nel 1200.

Eva Cantarella, storica e docente universitaria, ha invece studiato la bisessualità nel mondo greco romano in “Secondo natura” (1988).

La sociologa Daniela Danna le donne nell’esaustivo saggio, “Amiche, compagne, amanti. Storie dell’amore tra donne” (1994). 

Molto recentemente la storica Maya De Leo in “Queer. Storia culturale della comunità LGBT+” (2023) si è domandata come mai ora che l’influenza della chiesa è minore sulla società l’omofobia sia invece aumentata.

È essenziale, nei limiti di un articolo, andare a vedere il passato sperando di migliorare un poco il presente, di far sorgere il dubbio a qualche omofobo/a che l’odio è sempre un male.

Nel Rinascimento Leonardo da Vinci subì un processo per ‘sodomia’ da cui venne assolto. Egli visse poi molti anni con il Salai, soprannome di un suo allievo. Fu risparmiato un processo a Michelangelo che visse decenni con il bellissimo poeta Tommaso de Cavalieri. E anche al più grande filosofo dell’umanesimo, Pico della Mirandola, compagno del poeta Girolamo Benivieni che, quando Pico venne avvelenato a 31 anni, tentò il suicidio dalla disperazione.

L’Inquisizione spagnola processò invece Miguel Cervantes che riuscì a scagionarsi. Si poteva finire sul rogo o in carcere.

Nel 1800 in Italia vi era una legge antigay (solo relativa agli uomini) nel Regno Sabaudo o regno di Sardegna con capitale Torino.

Tale legge non esisteva invece nel Regno delle Due Sicilie, capitale Napoli.

Solo in qualche libro francese c’erano accenni a personaggi gay o lesbiche: Balzac (“La ragazza dagli occhi d’oro” e il personaggio di Vautrin), Gautier (“Mademoiselle de Maupin), Dumas (“Il conte di Montecristo”), Zola (“Nanà”). Suscitarono scandalo la scrittrice bisessuale George Sand e il processo ad Oscar Wilde.

Nel 1886 Henry James scrisse “Le bostoniane” sull’affetto di una ragazza conteso tra una suffragetta e un bellimbusto.

Ancora oggi si nega, nonostante le documentazioni storiche, il fatto che grandi musicisti come Tchaikovsky e Chopin fossero gay anche se si ammette di Robert Schumann, Franz Schubert e di poeti come Rimbaud, Verlaine, Lord Byron, Mary Shelley, Emily Dickinson, Walt Whitman, Lord Tennyson, Swinburne, August von Platen, Renée Vivien, Gabriela Mistral.

Durante il periodo del Regno d’Italia e quello positivo di Giolitti l’atteggiamento verso l’omosessualità era variegata. La medicina e la nascente psicologia si occupavano spesso, in modo inquietante, di ‘invertiti’ o ‘pederasti’, come venivano chiamati i gay.

È importante sottolineare – perché l’estrema destra e i cattolici integralisti ci riprovano sempre – che l’omosessualità non ha nessun collegamento con la pedofilia che, se agita, è un grave crimine.

Il fascismo, che esplose negli anni Venti del 1900 come fenomeno terroristico, esaltava fino alla nausea un maschilismo becero e grossolano (battute da osteria, estrema misoginia ecc. ecc.).

Mussolini stesso aveva aggredito una donna e fatto sparire in manicomio una sua partner caduta in rovina per averlo finanziato e il loro figlio Albino (vedi: Aldo Cazzullo “Mussolini, il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo” e il film “Vincere” di Marco Bellocchio).

I gay venivano visti allora come tutti uguali, damerini, manierati o come i boys di Wanda Osiris. Modo che, in senso ironico, avrebbe poi riproposto il geniale attore Paolo Poli (che ho conosciuto).

Nel 1930/31 Mussolini non fece inserire nel famigerato Codice Rocco l’articolo contro i gay perché sarebbe stata la prova regina che c’erano omosessuali anche in Italia. Il fascismo voleva dimostrare che da noi… non esistevano!

Il fascismo cercò di renderli invisibili, come si vede nel bellissimo film di Ettore Scola, “Una giornata particolare” (1977) interpretato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni, facendoli sparire ‘al confino’ in isole allora remote come le Tremiti o Ustica oppure in carcere o, grazie a compiacenti medici, nei manicomi, spesso luoghi di violenze inaudite.

Furono almeno 300 tra il 1938 e il 1942 le vittime del confino. Moltissimi i ragazzi.

Vite che il fascismo voleva cancellare e di cui restava traccia solo nei verbali sgrammaticati scritti a macchina dalla polizia segreta.

Le lesbiche non erano prese in considerazione, vivevano a volte sole, a volte in coppia, ufficialmente come amiche, o sposate a mariti, a volte comprensivi, a volte ignari.

Si considerava l’amore tra due ragazze una fase passeggera adolescenziale o si guardava a loro morbosamente.

Stereotipi duri a morire.

Un grande narratore come Vasco Pratolini ha immaginato due lesbiche come “La Signora” in “Cronache di poveri amanti” (1947) ambientato negli anni Venti (un personaggio non troppo lusinghiero – una ricca fiorentina che circuisce una ragazza del popolo) e la più variegata e complessa Ninì, una giovane donna infelicemente sposata che ha una relazione con una cameriera, Fru, ma che ama perdutamente e segretamente la bella Nella Corsini tanto da compiere un delitto.

Giorgio Bassani avrebbe scritto una storia ambientata negli anni Trenta, “Gli occhiali d’oro”, nel 1958 su un mite professore ferrarese sfruttato da un bel ragazzo cinico dal quale il regista Giuliano Montaldo avrebbe realizzato poi un ottimo film.

Robert Musil aveva narrato la tragica storia di un cadetto militare austriaco in “I turbamenti del giovane Törless” nel 1906, pubblicato in Italia solo nel…1959!

In Francia Marcel Proust aveva creato i personaggi di Albertine e di Charlus nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto” e André Gide aveva scritto “Corydon” (1924), “I falsari” (1925), “Se il grano non muore” (1926), libri essenziali per una generazione.

Sigmund Freud nel suo saggio su “Anna O.” non si era dimostrato molto positivo anche se poi in una lettera privata aveva sostenuto che tutte le persone sarebbero bisessuali.

Per un certo tempo la psicoanalisi tramutò l’omosessualità da “peccato” – come era allora per la chiesa – o “vizio” nel parlar comune – in una malattia senza però basi scientifiche.

Per molti fu visto come un progresso: il vicino di casa gay non era più un vizioso ma un povero ammalato …

Bisognerà arrivare al 1973 e poi definitivamente al 17 maggio 1990 perché l’omosessualità fosse tolta dall’elenco delle malattie mentali e riconosciuta dall’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) come “variante naturale del comportamento umano”.

In Austria negli anni Venti le lesbiche erano perseguitate legalmente (legge Paragrafo 129) ma non in Germania dove il Paragrafo 175 era esclusivamente contro i gay.

Durante la Repubblica di Weimar Berlino fu notoriamente una città molto aperta con caffè, locali, riviste, iniziative culturali e, insieme a Parigi (dove abitavano la libraia e amica di Joyce, Sylvia Beach, e Gertrude Stein, amica di Hemingway) la città più gay friendly d’Europa. 

Qui viveva la scrittrice svizzera ventenne Annemarie Schwarzenbach che scriveva delicati romanzi, lo scrittore Ludwig Renn, ex reduce, di famiglia aristocratica e comunista, la scenografa Thea Sternheim che sarà un’eroina nella Resistenza.

Nel 1931 venne realizzato un film che ebbe un grande successo, “Ragazze in uniforme”, diretto dalla regista Leontine Sagan sull’amore di una ragazza per la sua insegnante.

Lo scrittore gay inglese Christopher Isherwood lasciò Berlino, dove aveva vissuto alcuni anni, e scritto dei romanzi che nel 1972 avrebbero ispirato il famoso film di Bob Fosse “Cabaret” con Liza Minnelli.

Nel ’39 con il poeta W. H. Auden raggiunse l’America.

Nel frattempo Adolf Hitler, ex caporale, figlio di una cameriera sposata con un cugino in un paesetto austriaco, imbevuto delle peggiori scartoffie razziste, che aveva avuto una relazione incestuosa con la nipote (!) che dopo una furiosa lite era stata trovata morta (caso immediatamente archiviato come suicidio…) aveva radunato i peggiori soggetti in circolazione tra cui un militare che gli fu utilissimo.

William L. Shirer nella sua “Storia del Terzo Reich” ci racconta chi era il capitano Ernst Röhm: “appartenente al comando del settimo distretto militare di Monaco, che aveva aderito al partito prima di Hitler, era un soldato di professione, tozzo, col collo taurino, gli occhi porcini e la faccia sfregiata: la parte superiore del suo naso era stata asportata da un proiettile nel 1914. (…) Era pervaso, come Hitler, da un odio violento per la Repubblica (…). 

Era un uomo ostinato, spietato e impulsivo. Come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale. Ebbe una grande parte nell’organizzazione delle prime squadre armate naziste che dovevano dare origine alle SA, i reparti d’assalto che egli comandò fino all’ultimo, fino a quando nel 1934 fu ucciso per ordine di Hitler”.

Ci si può chiedere perché Shirer avesse scritto “come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale”.

Si può rispondere in due modi: primo, essendo l’omosessualità un orientamento sentimentale/sessuale può appartenere a qualsiasi tipo di persona; secondo, in contemporanea all’inizio della persecuzione dei nazisti ne era incominciata un’altra nell’Unione sovietica di Stalin. Come vedremo lo scrittore gay Klaus Mann, figlio di Thomas Mann, le mise perfettamente a fuoco in un suo articolo della fine del 1934 su una rivista di Praga.

Nel 1934 Hitler fece, dunque, uccidere Röhm e nella “notte dei lunghi coltelli” le SA in una lotta feroce tra militari (come si vede nel film “La caduta degli Dei” diretto da Luchino Visconti 1969).

Iniziarono da allora violente persecuzioni verso gli omosessuali o presunti tali in Germania con deportazioni, mostruosi esperimenti, castrazioni, obbligo di frequentare bordelli.

È l’Olocausto dimenticato e rimosso: almeno 10.000 gay morirono nei campi di sterminio nazisti dei 15.000 deportati. 

Il saggista Massimo Consoli (che ho conosciuto) gli ha dedicato il libro “Homocaust’ che andrebbe ripubblicato.

Lo storico Giovanni Dall’Orto un testo.

Pierre Seel, allora diciassettenne, deportato francese, è stato uno dei pochi sopravvissuti che ha raccontato questo sterminio nel libro “Io, Pierre Seel, deportato omosessuale”.

La storica tedesca Claudia Schoppmann ha narrato invece in “Zeit der Maskierung – Lebensgeschichten lesbischer Frauen im “Dritten Reich” (Il tempo del mascheramento – Storie di vita di donne lesbiche nel “Terzo Reich”) la situazione delle donne.

Un saggio fondamentale del 1998 ancora non pubblicato in italiano….

Nell’articolo “Lesbiennes sous Ie III Reich: disparaître ou mourir” (Essere lesbiche durante il nazismo: scomparire o morire) di Edna Costello, pubblicato su un sito svizzero, si legge:

“L’arrivo al potere di Hitler nel 1933 colpì pienamente la comunità lesbica. Le retate nei caffè erano frequenti (…) la stampa proibita, le associazioni disciolte.

“(…) le lesbiche vivevano nella paura di essere denunciate. Temevano anche, a giusto titolo, i licenziamenti (…).

La maggior parte delle donne intervistate raccontavano che al fine di passare inosservate cambiarono la loro apparenza (…) la pressione sociale era così forte che molte si sposarono.

Si sa tuttavia che numerose lesbiche furono arrestate e mandate in campi di concentramento”.

Nel 1917 con la rivoluzione russa e la nascita dell’URSS Lenin aveva dichiarato le leggi zariste decadute: si aprì un periodo in cui vennero approvate leggi molto emancipate. 

Anche gli omosessuali potevano iscriversi al partito comunista.

Le persecuzioni incominciarono con Stalin nel 1934 quando l’omosessualità venne dichiarata una “degenerazione borghese”. Si attribuì, vera o falsa che fosse, allo scrittore Maksim Gor’kij la frase: “Facciamo sparire gli omosessuali, così sparirà il fascismo!”.

Una falsa idea che rimase in alcuni marxisti (non socialisti) fino agli anni ’60.

Non si sa il numero dei gay deportati nei gulag sovietici ma subivano trattamenti drammatici anche se non venivano uccisi. I gulag erano situati prevalentemente in Siberia e si doveva, per esempio, estrarre oro e carbone, tagliare legname, costruire grandi infrastrutture.

Le lesbiche non erano perseguitate legalmente ma se veniva scoperta una storia d’amore si veniva considerate “asociali” o malate mentali.

Pensiamo alla grande poeta bisessuale Marina Cvetaeva, suicida nel 1941, come la svedese Karin Boye.

Klaus Mann, attivista antifascista a cui si devono in decine e decine di articoli le analisi più illuminanti sul suo tempo, pubblicò dunque un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” in cui denunciò sia le persecuzioni in Germania sia quelle in URSS.

Fu l’unico a farlo.

Non parlò di quelle in Italia perché sarebbero iniziate tre anni dopo.

Egli scriveva “Hanno dimenticato i marxisti che il dogma e il tipo di Führer, che noi combattiamo prima di tutto, sono determinati da fattori economici?

E che Hitler (che fra l’altro è sicuramente amato più calorosamente o istericamente da donne piccole borghesi che da baldi maschi o effeminati) è potuto arrivare al potere non perché “la gioventù tedesca è contaminata dall’omosessualità” ma piuttosto perché Thyssen (celebre industriale ndr) pagava e menzogne prezzolate hanno offuscato i cervelli di gente affamata”.

Anche nel franchismo spagnolo i gay vennero assai perseguitati.

La vittima più celebre fu nel 1936 il grande poeta Federico García Lorca, brutalmente ucciso a 38 anni non solo perché aveva firmato una petizione contro Franco ma principalmente per il suo orientamento.

Gli uomini venivano imprigionati.

Le lesbiche dovevano rendersi invisibili altrimenti venivano sottoposte a violenze ed elettroshock.

La famosa artista Victorina Durán e la nota attrice teatrale Margarita Xirgu si rifugiarono in Argentina.

I 10.000 gay uccisi, i “confinati” italiani, i deportati sovietici e le violenze spagnole dovrebbero suscitare rispetto verso queste vittime innocenti.

L’unico conforto era la letteratura.

Alla fine degli anni Venti erano stati pubblicati in Inghilterra tre romanzi seri come “Risposte nella polvere” di Rosamond Lehmann, “Il pozzo della solitudine” di Radclyffe Hall e “Orlando”, un libro prezioso e originalissimo di Virginia Woolf.

Lillian Hellman ebbe un grande successo a Broadway negli anni Trenta con la commedia “The Children’s Hour” dal quale sarebbero stati tratti due film di cui uno, “Quelle due”, interpretato Audrey Hepburn e Shirley MacLaine. 

Nel 1952 al tempo del maccartismo in cui i bar gay erano vietati, Patricia Highsmith pubblicò con un nome d’arte “The Price of Salt” o “Carol” dal quale il regista Todd Haynes avrebbe tratto il bellissimo film omonimo.

Tennesse Williams scriveva le sue grandi commedie e James Baldwin e Lorraine Hansberry affrontavano una doppia discriminazione perché Afro American e gay.

Nel paese i due famosi Rapporti Kinsey sulla vita sessuale degli americani rivelarono che le persone Lgbt erano molte di più di quelle che si credevano.

In Europa nel 1949 Simone de Beauvoir pubblicò il saggio “Il secondo sesso” che avrebbe aperto un dibattito nel movimento femminista degli anni ’70 con i suoi gruppi di autocoscienza.

Marguerite Yourcenar il romanzo “Memorie di Adriano”, Elsa Morante ‘L’isola di Arturo”, Natalia Ginzburg “Valentino” e poi “Caro Michele”.

Nel 1964 Milena Milani scandalizzò con “La ragazza di nome Giulio” che venne sequestrato. Idem Alberto Arbasino, Jean Genet e Françoise Sagan con la sua vita spericolata. Goliardia Sapienza (che ho conosciuto) avrebbe avuto un meritato successo troppo tardi.

Si pubblicarono le splendide, sommesse poesie di Sandro Penna e quelle assai profonde della poeta Ingeborg Bachmann.

Umberto Saba poté rendere pubblico “Ernesto”, romanzo autobiografico.

Pier Paolo Pasolini, unico gay dichiarato, pubblicava le sue opere ma “Amado mio”, suo primo romanzo, rimase a lungo inedito: contiene limpide immagini poetiche delle gite sul fiume e sulla forza della vita nonostante la guerra.

Anche ‘Maurice” dello scrittore inglese E.M.Forster venne pubblicato postumo.

Negli anni ’80 David Leavitt seppe ben descrivere la società contemporanea così come Pier Vittorio Tondelli che ci ha lasciati troppo presto come il poeta Dario Bellezza.

Susan Sontag proseguiva le sue acute analisi sulla società e sulla fotografia. 

I film di Pedro Almodóvar e quelli di Ferzan Özpetek raggiungevano il grande pubblico.

La Winterson prendeva in giro il fanatismo di una setta inglese in “Non ci sono solo le arance”. Alejandra Pizarnik, poeta argentina, Sarah Kane, commediografa inglese iconoclasta e Chantal Akerman, regista sperimentale belga, purtroppo si suicidarono.

Nel 1984 moriva il sociologo gay Michel Foucault.

Il testo attuale migliore, relativo alle donne, è, secondo me, il saggio “Identités lesbiennes: en finir avec les idées reçues” (Identità lesbiche, per farla finita con le idee preconcette) della scrittrice e docente francese Stéphanie Arc, ancora inedito in Italia.

Nel 1969 era nato dalla rivolta di Stonewell a New York il Movimento Lgbt+ che, seppure lentamente, si era affermato anche in Italia. 

Esso non minava o non mina la società, vuole solo giusti diritti civili e rispetto. 

E, ricordiamo, che anche se è aperto a tutti non sarebbe mai potuto esistere in un paese omofobo come il nostro senza l’appoggio negli anni ’70 del partito radicale e negli anni ’80 del partito comunista (PCI).

Attualmente la psicologia è, in gran parte, rispettosa.

Ma ancora oggi vi sono persone ignoranti o in malafede che diffondono, come gli untori di manzoniana memoria, la falsa idea che l’omosessualità sia una malattia o che non sia “normale’ o “contronatura” – idiozie che si possono smontare in un minuto.

La società sa benissimo come creare sofferenza nei giovani omosessuali facendoli sentire sbagliati, esclusi, derisi, bullizzati se non aggrediti. 

La cosa che disturba tanto l’estrema destra e i cattolici integralisti è la visibilità. 

Se tutti gli omosessuali stessero silenziosi, a casa, timorosi di essere “scoperti” o al massimo supplicassero tolleranza come se fosse una grande cortesia andrebbe a loro benissimo.

Invece ogni essere umano ha diritto di vivere la propria vita alla luce del sole.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Molière, commediografo e attore, di Lavinia Capogna

“L’uomo (…) dategli una maschera e vi dirà la verità”. 

Oscar Wilde

Nella metà del 1600 i carrozzoni di un teatro girovago attraversavano le belle strade alberate dell’ovest e del sud della Francia. Era una troupe che aveva, vanamente, cercato il successo a Parigi.

Il capocomico era finito addirittura in carcere per debiti ma non si era dato per vinto. 

L’arrivo dei commedianti – discendenti degli antichi giullari e delle maschere della Commedia dell’Arte italiana – veniva accolto in modo variegato nelle città e cittadine, seguito probabilmente dai bambini che correvano allegri verso i variopinti carrozzoni.

Da una parte, la chiesa cattolica e la parte più retriva dell’aristocrazia condannavano i teatranti: gente sregolata, vagabondi, guitti, con le loro scene di cartapesta, i fondali dipinti, i vestiti sgargianti, la vita promiscua tra donne e uomini, i cani vagabondi, le loro piccole chitarre spagnole con rose dipinte e i flauti di legno con cui accompagnare le recite e, talvolta, per ingannar la noia dei lunghi tragitti; dall’altra, i loro allestimenti erano l’unico svago tra il duro lavoro in campagna, le povere case illuminate da candele dove, a malapena, si leggeva un verso dell’Ecclesiaste.

Eppure il capocomico dell’Illustre Théâtre che stava raggiungendo Bordeaux o Lyon o qualche remota contrada era un borghese di Parigi di tutto rispetto: si chiamava Jean – Baptiste Poquelin ma si firmava Molière – come tutti gli attori aveva un nome d’arte.

Suo padre era un agiato tappezziere del re. Suo figlio era nato nel 1622, sei anni dopo la morte di Cervantes e Shakespeare, anch’egli aveva il titolo di tappezziere e valletto di camera del re ma il padre lo aveva persuaso a studiare legge, sognava di vederlo avvocato ma il ventenne Molière aveva buttato tutto all’aria: a 21 anni aveva confessato di voler diventare attore.

Con lui viaggiava Joseph Béjart, un funzionario dell’amministrazione dell’Acqua e delle Foreste, anch’egli appassionato di teatro e attore come i suoi quattro figli tra i quali una bella ragazza con i capelli rossi, Madeleine Béjart, appena ventenne e madre nubile di una bambina, Françoise, figlia di un aristocratico con cui lei aveva avuto un’importante relazione sentimentale.

Una scrittrice dell’epoca la descrisse così: “Era bella, era galante, aveva molto spirito. Cantava bene, ballava bene, suonava ogni sorta di strumento musicale. Scriveva molto bene sia in versi che in prosa, e la sua conversazione era molto divertente”.

Lei e Molière erano amici o forse avevano già una relazione sentimentale.

Anche lui era assai interessante, aveva lunghi boccoli neri fino alle spalle, uno sguardo intenso. C’è chi lo ha descritto come un giovanotto serio, accuratissimo nell’organizzazione della sua troupe teatrale (composta da dieci attori), generoso, umano, di carattere mite ma “pronto all’indignazione”, piacevole nel conversare.

Nella prima fase del suo lavoro in provincia (1645/1658) fu il vero continuatore della Commedia dell’Arte italiana e di quella spagnola, scriveva farse e commedie che, purtroppo, sono andate perdute eccetto due. 

Lavorò anche con il famoso attore Scaramouche (al secolo Tiberio Fiorilli o Fiorillo, napoletano, di cui anche la moglie, Elisabetta Del Campo, palermitana, era famosa con il nome di Marinetta).

Alla troupe si aggiungerà poi una bambina, Armande, trattata con grande affetto e premura da Madeleine Béjart (certamente la madre) e che, in seguito, avrà un’importanza nella vita del commediografo, regista, capocomico attore.

“Il Seicento francese fu un secolo di estrema vivacità intellettuale – scrive il saggista Luigi Lunari – caratterizzato dalle discussioni sul metodo scientifico teorizzato da Cartesio (Descartes), dalla controversia religiosa suscitata dal giansenismo, dal manifestarsi attorno alla corte di Luigi XIV di un grande movimento d’arte e di cultura. Ma per quel che riguarda il teatro, è soprattutto il teatro comico il capitolo più vitale e più significativo del “grand siècle.”

Il successo per Molière incomincerà solo con il ritorno a Parigi nel 1658 quando il fratello gay del re, il Duca d’Orléans, soprannominato Monsieur, prese sotto la sua protezione la compagnia che cambiò il nome in “Théâtre du Monsieur, frère unique du Roi”.

I due più celebri autori tragici erano Pierre Corneille e Jean Racine (nota 1).

Sembra invece che Molière non avesse un gran talento come attore tragico ma che fosse esilarante nel comico.

Ci piace immaginarlo come un Gigi Proietti che conquistò la protezione del Re Sole, Louis XIV. Il re, che era un appassionato di balletto, chiedeva opere inframmezzate da danze, effetti scenici (una grande conchiglia che si apriva da cui emergeva Madeleine, palcoscenici rotanti) e musica e da qui incomincerà la collaborazione tra Molière e Jean -Baptiste Lully.

Lully era un toscano, di vero nome Giovann Battista Lulli, che da bambino era stato “adottato” da due principesse francesi. 

Aveva un gran talento ma, sembra, un caratteraccio e dopo alcune messe in scena la loro collaborazione si interruppe.

Gli Album con la musica che compose per Molière si trovano ancora.

La grandezza di Molière sta nelle sue trenta o trentadue commedie, nel come sono scritte, nell’umanità che emerge, nelle verità che esprime, nei sagaci intrecci, nei ritmi perfetti, nella lingua che usa, argot, occitano, fiammingo, piccardo, nelle esclamazioni, nel lessico colto, manierato – a seconda del carattere e della classe sociale dei personaggi (nota 2), nella satira geniale contro la società del suo tempo descrivendone i vizi e le ipocrisie – satira che gli costerà non poche critiche, maldicenze, avversioni (un aristocratico, che credette di riconoscersi in un personaggio, arrivò a ferirlo) – ma anche grande ammirazione e fama (un altro nobile, riconosciutosi in una commedia, seppur comica, disse che era orgoglioso di essere stato immortalato da Molière).

Il pubblico veniva da fuori Parigi per vedere le sue commedie, gli incassi e le sovvenzioni del re erano alti.

Carlo Goldoni scrisse con grande stima di lui nelle sue “Memorie” e gli dedicò una piacevole commedia, “Il Molière”, nel 1751 (Nota 3).

Nel 1665, la compagnia di Molière ottenne il nome di “Troupe du Roi” passando direttamente sotto la direzione del re.

Subito dopo il decesso di Molière nel 1673 l’unione di questa ed altre porterà alla fondazione, sette anni dopo, della celebre “Comédie – Française”.

Nella spassosissima lite tra i due poeti in “Le intellettuali” (Les Femmes savantes, letteramente “Le donne sapienti” 1672) Molière riprese un episodio autentico ma mostrò anche la presunzione di artisti senza talento.

In “L’avaro” appare un commissario della polizia del re che dice: “Lasciatemi fare, conosco il mio mestiere, grazie a Dio. Non è da oggi che mi occupo di furti, e vorrei avere tanti sacchi pieni di mille franchi quante persone ho fatto impiccare”…

Nel capolavoro “Il malato immaginario” (Le Malade imaginaire 1673), la sua ultima opera, prese in giro i medici o parte di essi, una casta presuntuosa che usava un linguaggio incomprensibile e che prescriveva inquietanti rimedi come salassi, impiastri, sostanze tossiche con empirici dosaggi, clisteri e purganti.

In “Il medico per forza” (Le Médecin malgré lui 1666) Martina, la moglie di un boscaiolo manesco, Sganarello, per liberarsene lo fa passare per un dottore. Lui, con un po’ di latinorum, cerca di cavarsela.

Si deve anche dire che questa avversione di Molière verso la medicina potrebbe aver avuto radici nel decesso prematuro della madre, l’amata Marie Cressé, avvenuta nel 1632 a 31 anni, quando lui aveva solo dieci anni.

L’ira dei medici parigini verso Molière ebbe un risvolto tragico: da moribondo ben due si rifiutarono di andare a soccorrerlo!

A 37 anni, nel 1659, mise in scena “Le preziose ridicole” (Les Précieuses ridicules) che ebbe un grande successo. La commedia racconta di due gentiluomini che, delusi dalla blanda accoglienza di due ricche borghesi, decidono di far loro uno scherzo. 

La commedia non è misogina: Molière ironizza sulle “preziose” non sulle donne in generale, una moda femminile allora in voga lanciata dalla scrittrice di romanzi galanti Madame de Scudery di parlar affettato, in modo astruso e di ritenersi chic, ma il personaggio negativo della commedia è il retrogrado zio (“Per l’ultima volta: io non voglio sapere niente di tutte queste frottole; voglio essere padrone assoluto; e per farla finita con ogni genere di discorsi, o vi sposate tutte e due, e in fretta, oppure, parola mia d’onore, vi fate monache!”).

La commedia inoltre dimostrava che un paio di servitori abbigliati da aristocratici potevano essere più… nobili dei nobili!

Questa rappresentazione nel 1659 era veramente sovversiva. I nobili, che ne fossero consapevoli oppure no, ridevano di loro stessi e rideva anche il re che si divertiva un mondo alle commedie di Molière.

“La scuola delle mogli” (L’École des femmes), rappresentata al Teatro del Palais Royal nel 1662, aveva un amabile intreccio e splendidi dialoghi e faceva seguito a “La scuola dei mariti (L’École des maris) dell’anno precedente.

Nella commedia Molière denunciava con forza quello che la sociologia avrebbe chiamato, qualche secolo dopo, patriarcato nel personaggio di Astolfo, un arricchito con velleità aristocratiche, che ha adottato una bambina, l’ha cresciuta in convento e ora ragazza intende sposarla e farne una moglie devota e sottomessa.

Egli fa un paragone tra le donne “intellettuali” e quelle incolte:

“una intellettuale che pensa solo a visite e a ricevimenti, che in versi e in prosa scrive bigliettini galanti, che riceve marchesi e giovani alla moda, mentre sarei per tutti «il marito di Lei» (…).

No, no, non voglio affatto un ingegno per moglie; (…)

Pretendo che la mia, non sublime per lumi, non sappia addirittura che cosa sia un sonetto; e se mai capitasse di giocare alle rime, quando le viene chiesto: «Che metti nel cestino?» Voglio che lei risponda: «Una torta alla crema». Insomma lei dev’essere d’una ignoranza estrema e deve limitarsi, se devo dirla tutta, a filare, cucire, amarmi e dir preghiere”. 

Ma l’amico Crisaldo gli risponde schiettamente: “Una donna cretina è dunque il vostro sogno?”.

Nella già citata “Le intellettuali” Molière presentava alcune visioni della vita femminili inconciliabili: Henriette desidera solo sposarsi, avere figli e viver quietamente, sua sorella Armande, emancipata ma sola, disprezza l’amore e vuole avventurarsi nella filosofia, la loro madre, Philaminte, vorrebbe fondare una Accademia delle donne, Belisa crede invece che tutti gli uomini siano innamorati di lei e la povera cameriera Martina viene licenziata perché fa errori di grammatica.

Anche se ironica la commedia è assai interessante per studiare le donne del tempo che non aderivano ad un unico modello.

La scena in cui il vanesio ed interessato poeta Trissotin (ispirato ad un poeta e abate del tempo) legge loro una sua astrusa, barocca poesia è un vertice della comicità molieriana.

In “Il borghese gentiluomo” (Le Bourgeois gentilhomme 1670), un capolavoro, Molière metteva in scena l’ingenuo signor Jourdain che ha manie di grandezza e che si fa bellamente ingannare dal maestro di danza, dal maestro d’armi, da quello di filosofia, dal rifinito sarto e dal servitore Coviello mascherato da Gran Turco.

A far da contrappunto alle sue dispendiose debolezze c’è Madame Jourdain che tenta, vanamente, di metterlo in guardia.

Molière aveva colto un desiderio serpeggiante: quello della borghesia di emergere, di acquistare maggiore spazio nella società. E, ricordiamo, la rivoluzione che scoppierà un secolo dopo, nel 1789, fu una rivoluzione borghese.

“L’avaro” (L’Avare 1668) è la storia di un tiranno, il famoso vedovo Arpagone che non ha affetto per nessuno, che non dà neppure al figlio i soldi per i vestiti (ed egli deve chiedere prestiti ai mercanti), né ai domestici, che ha un cuoco che fa anche il cocchiere, che vuole sposare la figlia ad un vetusto vedovo benestante per trarne profitto, e che, segretamente, presta soldi ad usura alle peggiori condizioni. 

Arpagone controlla ossessivamente di non essere derubato, diffida sempre, è di umor collerico e soprattutto rende tutti infelici.

Fortissimo è il dissidio tra padre e figlio e innumerevoli le scene comiche.

Quando nel 1834 Balzac ha tratteggiato il personaggio di Felix Grandet, padre di Eugénie Grandet, nel romanzo omonimo si è ispirato a Molière, come ammise egli stesso.

Non mancano naturalmente nelle commedie di Molière storie d’amore contrastate e servitori ora fedeli, ora intriganti che si ritroveranno anche nel suo unico erede letterario, Carlo Goldoni, anche se il veneziano ha un fondo più bonario e gioviale e il francese più filosofico e meditabondo.

Tra le altre opere famose si trova “Le Furberie di Scapin” (Les Fourberies de Scapin, 1671) ispirata ad una del commediografo latino Terenzio.

Sia Molière sia Shakespeare e altri, a volte, prendevano qualche idea da autori classici o medievali ma non era un plagio perché poi le utilizzavano in modo del tutto originale e differente (Nota 4). 

Prendendo spunto dalla commedia dello spagnolo Tirso de Molina scrisse invece “Don Giovanni o Il convitato di pietra” (Dom Juan ou le Festin de pierre 1665).

Nel 1787 Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, avrebbe poi composto la splendida opera lirica.

Hélène Sandoval, attrice e regista, fondatrice nel 2003 del prestigioso Théâtre Français de Rome, dove è possibile assistere a commedie di Molière, oltre che di altri autori, recitate in lingua originale, fare laboratori, ci dice: “Don Giovanni è il primo grande manipolatore, ispirato a Tirso de Molina però se parliamo di Molière possiamo dire che nei suoi testi c’è già tutta la società di oggi: c’è il manipolatore, il bigotto, i medici criticati perché dicono cose assurde. 

C’è tutta la società attuale….Amo Molière…è anche molto divertente, le battute, i tempi… sono geniali!”

Anche Cesare Garboli, studioso e fine traduttore di Molière, ha analizzato il personaggio del Don Giovanni.

Un uomo che fa mille effimere conquiste sessuali perché incapace di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo e men che meno di responsabilità e quindi non da invidiare ma piuttosto da compiangere.

In “Tartuffe ou l’Imposteur (Il Tartufo o l’impostore 1664) Molière mette in scena uno dei suoi personaggi più celebri: un approfittatore che, fingendo ogni virtù e sostenuto da una divertente nonna, si è installato a casa di un ricco borghese, Orgone.

Non solo egli dà lezioni di morale a tutti e si ingozza di cibo e vino ma giunge (in due celebri scene) ad insidiare Elmira, la fedele ed arguta moglie di colui che lo ha accolto.

Orgone è obnubilato da Tartufo così come il borghese gentiluomo lo era dell’aristocrazia al punto di cacciare da casa il figlio, da voler far sposare a Tartufo la figlia, la remissiva Marianna, da cedergli il suo patrimonio.

Il colto Cleante, cristiano vero, e soprattutto Elmira riusciranno a smascherarlo.

Il guaio è che Tartufo è (in apparenza) un devoto, un uomo pio, religiosissimo.

Non è un prete ma così si percepisce.

La commedia venne immediatamente proibita. Molière si batté per anni per farla rappresentare e la riscrisse in alcune parti. Non aveva altra scelta: essere malvisto o accusato dalla chiesa – che puntellava l’assolutismo del re – era pericoloso nel 1600.

Da allora la parola ‘tartufo’, usata come aggettivo e non come nome proprio, è diventata sinonimo di ipocrita.

Un Tartufo al femminile è Arsinoè, la donna (presumibilmente sulla trentina) che ostenta grande moralità e devozione ma che invece getta discordia tra la bella Celimene e Alceste, suo spasimante in “Il misantropo” (Le Misanthrope 1666).

Incentrata su un uomo, Alceste appunto, che detesta e condanna tutto il genere umano è un capolavoro di psicologia e di critica sociale: la scena dei pettegolezzi sui nobili e borghesi e la lettera d’amore in cui Celimene dileggia i suoi spasimanti, che lei finge scritta ad una donna, sono un chiaro attacco alla società e, infatti, la commedia venne accolta meno bene delle altre. 

È uno dei testi più profondi di Molière, nel ragionevole, equilibrato Filinte sembra quasi che si sveli l’autore stesso.

Nel frattempo la relazione sentimentale tra Molière e Madeleine Béjart era diventata un’amicizia e un sodalizio artistico.

Armande Béjart, attrice, che fin da bambina seguiva la compagnia, si sposò con Molière il 20 febbraio 1662.

Aveva circa vent’anni e lui 40. Era dai ritratti una ragazza bruna con un’aria particolare e sappiamo che suonava il clavicembalo.

La leggenda di Armande infedele, di Molière cupamente geloso, ipocondriaco e malato nasce dalla prima biografia postuma, quella di Grimarest del 1705 piena di errori.

Dai registri dell’attore La Grange che trascriveva i piccoli fatti della compagnia teatrale, Molière risulta essere stato assente per una indisposizione solo un giorno in quindici anni!

Armande e il commediografo ebbero quattro figli ma solo una giunse all’età adulta, Esprit – Madeleine che studiò in convento e divenne poi monaca. 

Molière non ebbe discendenti.

Uno dei molti nemici di Molière, il corpulento attore Montfleury, che era anche un commediografo di scarso talento, lo denunciò: era proibito sposare la figlia di una donna che era stata la propria compagna o moglie.

Questa denuncia non venne tenuta in nessun conto a corte.

Nel 1670 venne pubblicata, sotto uno pseudonimo, una commedia su Molière piena di cose false ed insultanti che insinuava che Armande fosse la figlia di Molière. Non si seppe mai chi fu l’autore ma Molière lo denunciò.

Georges Forestier, professore emerito di letteratura francese alla Sorbonne, autore nel 2018 di un’accuratissima biografia su Molière, ha definitivamente smentito questa ignobile menzogna sulla base di documenti storici: Armande era figlia dell’aristocratico primo grande amore di Madeleine Béjart.

Suscitò anche pettegolezzi il fatto che Molière avesse adottato un adolescente, Michel Baron, che faceva parte di una compagnia di poveri bambini attori. Baron, verso i 16 anni, si trasferì a casa di Molière (nell’edificio abitavano altri attori e attrici della compagnia) e lui gli insegnò l’arte della recitazione: divenne un grande attore. 

Aveva lunghi capelli neri, un cipiglio fiero, era assai elegante.

Si vociferò di una relazione sentimentale tra lui e il suo maestro anche se Baron potrebbe essere stato solo un allievo prediletto di cui Molière aveva intuito il talento.

Nell’inverno del 1673 Molière si ammalò. Aveva forte tosse e accessi febbrili (probabilmente una bronchite) e compose una commedia “Il malato immaginario”.

Il povero Argante, che si crede gravemente ammalato, viene sfruttato dagli esosi medici, considerato matto dagli altri, la cameriera Tonietta si finge dottore e gli consiglia arrosti e vino rosso. Egli vuole far sposare sua figlia Angelica, innamorata di un altro, ad un bellimbusto figlio di un dottore, medico egli stesso (dice un personaggio “Sarà uno svago molto divertente. Certuni invitano la fidanzata a teatro, ma vuoi mettere la galanteria di offrire un’autopsia?”).

In una scena compare anche un austero notaio, dall’eloquente nome di Signor Buonafede.

Molière descriveva acutamente un malessere psicologico (come aveva fatto Cervantes nella novella sull’uomo che si credeva fatto di vetro) ma anche la crudeltà della società che trae profitto dai disturbi altrui.

La morte di Molière ha qualcosa che atterrisce perché sembra un’invenzione letteraria eppure è storia.

Da tempo Madeleine Béjart aveva lasciato il teatro, viveva agiatamente, era diventata una devota cattolica. Il 17 febbraio 1672 era deceduta a 54 anni.

Il 17 febbraio 1673 era il primo anniversario della sua scomparsa.

Era la quarta rappresentazione della commedia. 

Ad un certo punto Molière gridò e si accasciò su una poltrona (che è stata conservata).

Inizialmente si credette ad uno dei suoi colpi di genio recitativi ma poi apparve chiaro che stava molto male. Sembra si fosse rotta una vena.

Baron lo riportò a casa. Lui e Armande cercarono disperatamente un medico e un prete ma questi si rifiutarono di andare a casa di Molière.

Lui, secondo Baron, chiese un “pezzetto di parmigiano”.

Verso le dieci di sera morì.

Morire recitando “Il malato immaginario” sembra una cosa tratta da una sua commedia.

Gli attori non potevano essere sepolti in terra consacrata a meno che non si fossero pentiti. Molière non si era pentito o forse non ci aveva neppure pensato.

Il re concesse il funerale religioso ma solo se eseguito in piena notte. Vi parteciparono circa 800 persone.

La morte improvvisa di Molière colse tutti di sorpresa. Poco dopo ne parlò una Gazzetta di Amsterdam e suscitò costernazione in Italia. Gli furono dedicati epitaffi e poesie in francese e latino.

A 51 anni egli uscì clamorosamente di scena per restare, per sempre, nel cuore di chi ama la vera arte.

……..

• Nota 1) detto per inciso, sarà nota un secolo dopo, la pronipote di Corneille, Charlotte Corday, ventenne assassina di Marat nel 1793 per ragioni politiche.

• Nota 2) vedi “Molière : une langue pour le théâtre” di Gilles Siouffi, Sorbonne Université sul sito BNF Essential (2023).

• Nota 3) vedi Lavinia Capogna “Carlo Goldoni e le sue Memorie”.

• Nota 4) vedi “Manualetto Shakespeariano” dell’anglista Gabriele Baldini.

Bibliografia:

• Molière Commedie (BUR) traduzione Luigi Lunari

• Il Molière di Cesare Garboli ripubblicato a giugno 2026 nei Millenni Einaudi al costo, secondo me, eccessivo di 100 euro.

• Edizioni singole di varie commedie (alcune si trovano anche online in pdf)

• Tout Molière: Œuvres complètes (Éd.Robert Laffont 2022)

Biografie e altri testi:

• Georges Forestier, Molière (NRF Gallimard 2018) un’ottima biografia che non è stata ancora tradotta e pubblicata in Italia.

• Michail Bulgakov, “Vita del signor de Molière” (Feltrinelli 2022) – Il libro di Bulgakov è ben scritto ed ironico ma contiene alcune inesattezze in quanto i dati sono ripresi dalla prima biografia su Molière del 1705 che contiene vari errori.

• Louis Barbier, Le monde selon Molière (Éditions Tallandier, 2021)

• Luigi Lunari, Breve Storia del Teatro

• Carlo Goldoni, Memorie

Come è noto “la langue de Molière” è il francese e “Le pays de Molière” la Francia. Segnalo infine il film “Molière” di Ariane Mnouchkine (1978).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Erich Maria Remarque e il suo capolavoro: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Lavinia Capogna

Nel 1921 il famoso scrittore viennese Stefan Zweig ricevette la lettera di un ragazzo sconosciuto che gli scriveva:

Ho 23 anni, sono stato il capro espiatorio dei miei genitori, aderente del Wandervogel (un’associazione naturista molto nota all’epoca poi sciolta dai nazisti), contadino, operaio, soldato, autodidatta, insegnante, scrittore. Mi trovo attualmente in un tale groviglio del destino, in una lotta così intensa per la mia opera (…) che ho bisogno di persone che mi aiutino. È difficile per me, nel mio smisurato orgoglio, dirlo; ma ci sono momenti in cui si ha bisogno di altre persone e tratti di strada che non si possono percorrere da soli. 

Ora avrei bisogno di qualcuno che possa dirmi qualcosa su di me, qualcuno di cui abbia fiducia incondizionata, a cui possa credere e che possa seguire! Non conosco nessun altro se non lei! Perché lei possiede la sensibilità, l’empatia e la comprensione verso il prossimo più raffinata che io abbia mai incontrato finora. Per me si tratta di questo: vorrei che mi dicesse se la strada che sto percorrendo è quella giusta. Vorrei inviarle alcuni frammenti (…) vorrei il suo giudizio… Per me è una questione di vita o di morte. O crollo o ce la faccio” (Nota 1)

Lo scrivente di questa drammatica lettera era Erich Paul Remark, autore di un romanzo che era passato pressoché inosservato e poi di altri due, di cui uno inedito.

Era un bel ragazzo, sensibile e solitario.

Aveva solo 23 anni ma aveva già affrontato cose ardue: nato nel 1898 a Osnabrück, un’antica cittadina che allora aveva 65.000 abitanti, si era sentito un pesce fuor d’acqua nel suo ambiente.

Il padre era un tipografo e rilegatore con antenati francesi di nome Remarque, la madre, Anna Maria Stallknecht, una casalinga, una sorella, Elfriede (di cui riparleremo) una sarta.

Lui aveva studiato il pianoforte e, appena diciassettenne, aveva conosciuto il poeta e pittore trentenne Fritz Hörstemeier, con il quale aveva fatto grande amicizia. Nella soffitta di Hörstemeier si riunivano giovani artisti, si leggevano poesie. Era un ambiente bohémien vivace, stimolante intellettualmente.

Nel 1917 partì per il fronte ma dopo alcune settimane venne ferito. Fu ricoverato per mesi. Aveva fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra.

Nell’autunno 1918 venne rimandato in prima linea ma, fortunatamente, una settimana dopo venne firmato l’armistizio.

La Germania era stata sconfitta. Due imperi erano crollati: quello austriaco e quello russo. Il grande risentimento per la sconfitta favorirà quindici anni dopo, insieme ad altri fattori, il nazismo.

Negli anni dopo la guerra Remarque aveva esercitato varie professioni, come aveva scritto a Zweig, tra cui quella di maestro. Era benvoluto dai bambini, aveva l’abitudine di vestirsi elegantemente nonostante la sua situazione economica fosse modesta.

In seguito fu giornalista sportivo e scrittore anche se i suoi primi lavori non lasciavano presagire che nel 1930 avrebbe pubblicato un capolavoro.

Zweig rispose alla lettera e lo incoraggiò. 

Egli cambiò il suo nome in Erich Maria Remarque. Maria era un omaggio alla madre e Remarque il cognome degli antenati paterni di origine francese. 

In più in francese il verbo “remarquer” significa “notare, osservare” e nei suoi romanzi egli raccontò la Germania del Novecento.

Nel 1930 uscì il suo quarto romanzo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues).

Il successo fu immenso ed inaspettato.

Il romanzo era stato rifiutato da una importante casa editrice, quella che pubblicava Thomas Mann, ma accettato da un’altra meno nota.

Verso il 1916 il giovane Paul e altri studenti diciottenni sono convinti ad andare al fronte dal loro maestro, un esagitato nazionalista.

Subiscono un addestramento che mira a piegare il loro carattere, a sottometterli, fatto anche di sadiche punizioni.

Devono diventare carne da macello.

Remarque, seppure con eleganza, non celava nel libro nulla della vita al fronte: le reclute che urlavano durante i bombardamenti con i gas tossici, gli scontri a fuoco, gli svenimenti, la diarrea causata dal terrore, i pidocchi, i topi, la fame costante di ragazzi che avevano solo rape, fagioli e patate marce nelle loro gamelle a differenza del vitto abbondante degli ufficiali, il non voler pensare e il sonno come unico rifugio emotivo ma anche il bel rapporto di complicità tra Paul e Katczinsky, il veterano con i capelli rossi, i momenti di ozio, le sigarette condivise.

Il cinismo dei superiori era incarnato da Himmelstoss, il caporale che nella vita civile era un postino ma che al fronte diventava abietto. Remarque descrisse “la banalità del male” trent’anni prima che Hannah Arendt la spiegasse.

Il soldato consapevole della morte imminente nel tremendo ospedale da campo che regala i suoi stivali ad un altro, il povero Müller che studia fisica per non restare indietro negli studi, il grande sconforto di Paul per l’omicidio del francese (il tipografo Gérard Duval), l’incontro con le ragazze francesi sul fiume, lo sradicamento che Paul prova durante la licenza a casa, sono parti indimenticabili del libro.

Nella prima guerra mondiale ci furono circa 17 milioni di morti più mutilati e traumatizzati per sempre e poi la terribile epidemia dell’influenza detta “spagnola”.

Scriveva Remarque: “Non può essere del tutto scomparsa quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna. Non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa”.

Erano stati pubblicati in quegli anni anche altri romanzi sul conflitto: uno di Arnold Zweig (da non confondersi con Stefan Zweig, intitolato “La questione del sergente Grischa”) e un altro di Ludwig Renn (“Guerra”). Avevano avuto successo ma nessuno aveva eguagliato quello del libro di Remarque che in cinque settimane aveva venduto 200.000 copie e che, pochi mesi dopo, aveva già superato il milione di copie.

“È il libro in lingua tedesca di maggior successo del XX secolo” scrive un biografo di Remarque.

Ad oggi ha venduto 20.000.000 di copie nel mondo ed è stato tradotto in 49 lingue.

Come fa notare la storica e saggista Barbara Beuys: “Il best seller di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, (…) oscura la visione ben più ampia di una letteratura che, durante la Repubblica di Weimar, esaltava la guerra e le battaglie, la violenza e il genocidio come prova del fuoco che conferivano all’uomo gloria e onore, ebbrezza e passione” e, continuando, lei cita autori e titoli ridondanti di questo genere di letteratura guerrafondaia allora in voga (Nota 2).

Remarque rimase frastornato dal successo del libro, era schivo verso i fotografi, schietto nel rispondere ai giornalisti. Aveva 32 anni e scriverà, nel corso della sua vita, altri dieci romanzi, una commedia, una sceneggiatura cinematografica e alcuni racconti brevi.

Nel 1930 divenne immediatamente bersaglio dei nazisti che odiavano il libro per il suo contenuto antimilitarista ed umano.

Venne bruciato nel rogo dei libri del 1933.

Essi inventarono di sana pianta, come facevano spesso nelle loro gazzette, che Remarque si chiamasse in realtà Kramer e che fosse ebreo.

Era invece di famiglia cattolica e aveva studiato in seminario.

Anche il film realizzato dal regista Lewis Milestone a Hollywood “All Quiet on the Westfront”, vincitore di due premi Oscar, venne sabotato dai nazisti e in particolare dal ministro della propaganda Goebbles (quello che nel 1945 avrebbe ammazzato i sei figli adolescenti insieme alla moglie). 

Le sale cinematografiche dove il film veniva proiettato vennero attaccate dai nazisti e nel 1930 il film venne proibito in Germania e Austria. (Nota 3)

Su consiglio di un’amica, Remarque aveva acquistato con i proventi del libro una villa sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dalla tranquilla Ascona nel Canton Ticino dove, eccetto i dieci anni americani e i soggiorni parigini, trascorse gran parte della sua vita.

Il giorno prima che Hitler diventasse cancelliere nel 1933 era saggiamente partito con la sua automobile Lancia verso Ascona – come racconta Uwe Wittstock nel bel saggio “Febbraio 1933. L’inverno della letteratura” (Marsilio 2023).

Remarque aiutò i rifugiati, ne ospitò alcuni nella sua casa svizzera, li sostenne economicamente, era un uomo generoso ma non riescì ad integrarsi totalmente con gli altri letterati di quella che i critici letterari chiamano Exilliteratur (1933 – 1945).

Il suo migliore amico fu lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel.

Thomas Mann scrisse nel 1939 nei suoi Diari: “A proposito degli scrittori Zweig, Ludwig, Feuchtwanger e Remarque. A chi spetta il primato dell’inferiorità?”.

Era un giudizio assai ingiusto forse dettato da invidia per il grande successo di Remarque. 

Remarque, che era diventato molto ricco, risentiva invece che tanti colleghi vivessero in povertà, quasi reietti in America dove erano guardati con sospetto, che i loro libri non avessero successo (eccetto quelli di Thomas Mann e Stefan Zweig). 

Venivano pubblicati solo ad Amsterdam dalla casa editrice Querido.  

Klaus e Erika Mann nel loro bel libro sull’esilio “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio) definirono Remarque un caposaldo della forzata immigrazione.

Nel 1943 sua sorella Elfriede Scholz, una sarta che viveva a Dresda, si lasciò sfuggire commenti negativi su Hitler e il regime e venne denunciata da due donne e dal marito di una di loro, un capitano. Imprigionata, venne condannata a morte a 40 anni. Si trattava anche di una vendetta contro lo scrittore. Il giudice infatti le disse: “Suo fratello, purtroppo, è fuori dalla nostra portata; lei, invece, non ci sfuggirà”.

Elfriede Scholz affrontò la morte con coraggio (Nota 4).

Remarque verrà a saperlo solo nel 1946 e assolderà un avvocato per scoprire gli aguzzini che non furono però né processati né rimossi.

“The ladies liked him; he liked the ladies.” disse di lui una scrittrice, Marta Feuchtwanger.

Era un uomo molto romantico, con un debole per bellissime attrici.

In una intervista su Youtube del 1962 egli appare simpatico e con una bella voce.

Nel 1927 si era sposato con Jutta Zambona, una ballerina austriaca, bruna e bella ma pochi anni dopo il loro matrimonio era finito.

Lui e la moglie divorziarono ma quando, nel 1938, lei rimase senza passaporto perché le era stato revocato in Germania e quindi pericolosamente apolide in un’Europa sull’orlo della guerra, e gli chiese di sposarsi nuovamente solo per avere un passaporto, lui accettò.

Una sera nel tiepido settembre 1937 al Lido di Venezia all’hotel Excelsior, Remarque si presentò gentilmente al tavolo dove Marlene Dietrich stava cenando con Joseph von Sternberg, il suo inseparabile regista. 

Nascerà dopo questo incontro una storia d’amore su cui si è scritto molto: Marlene era una grande star.

Lui le scriveva splendide lettere d’amore, le inviava ogni giorno fiori e regali. Entrambi non erano fedeli.

Poco dopo l’inizio della loro relazione Marlene si innamorò di Joe Castairs, ereditiera inglese di una compagnia petrolifera e famosa sportiva e nel ’40 dell’attore francese Jean Gabin. Remarque la lasciò.

Rimasero però amici. (Nota 5)

Marlene lo convinse a scrivere ancora. Per lei, lui scriverà “Arco di trionfo” (Arc de Triomphe 1946) storia di un medico disperato e clandestino a Parigi e di una donna affascinante ma inaffidabile. 

Il libro ebbe un gran successo e ben presto divenne un film interpretato da Ingrid Bergman.

Lui incominciò una nuova relazione con Natalie Paley, attrice, modella e cugina di Nicola II, ultimo zar di Russia. 

Ebbe anche storie d’amore con altre attrici come Edy Lamarr, Dolores del Rio e, brevemente, con l’enigmatica Greta Garbo. Nonostante ciò dai “Diari” egli emerge sostanzialmente come un uomo solo, la sera beveva superalcolici, ascoltava musica classica, rifletteva sulla vita, era pessimista ma tuttavia voleva resistere, frequentava anche bar gay.

Era un grande collezionista d’arte. Acquistò opere di Renoir, Cézanne, Degas, Toulouse-Lautrec e altri.

Nel 1952 scrisse un altro romanzo dal quale venne tratto un film a Hollywood in cui anche lui interpretava un ruolo: “Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben), la storia di un soldato che nel 1943 dal fronte sovietico ritorna nella Germania distrutta e l’unico sostegno è una ragazza, figlia di un medico deportato.

Il libro uscì censurato nella Repubblica Federale nel 1954 e integralmente soltanto nel…1989!

Egli sapeva anche creare splendide atmosfere come nel bel romanzo “La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon) del 1962.

Dopo la guerra, Remarque tornerà ad Ascona in Svizzera. Visiterà velocemente la Germania ovest. Sarà contro il mantenimento degli ex nazisti in posti importanti nella Repubblica Federale e nel 1961 contrario alla costruzione del muro di Berlino.

Nel 1951 aveva incontrato l’ultimo amore, Paulette Goddard, attrice, in parte ebrea, ex moglie del geniale regista e attore inglese Charles Chaplin e indimenticabile interprete della monella di “Tempi moderni” (1936) e della ragazza de “Il Dittatore” (1940) di Chaplin. 

Paulette era spiritosa, vivace, innamorata. Si sposarono nel 1958 e rimasero insieme fino al 1970, anno in cui Remarque, la cui salute era minata da tempo, morì a Locarno a 72 anni.

Aveva trascorso parecchio tempo negli ultimi anni a Roma, città che amava moltissimo.

…..

Nota 1) Da “Als wäre alles das letzte Mal”. Eine Biographie” (1998) (Come se fosse l’ultima volta), un’ottima biografia di Wilhelm von Sternburgs che dovrebbe essere tradotta in italiano.

Nota 2) Barbara Beuys da “Sophie Scholl. Eine biographie”

Nota 3) da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sono stati tratti altri due film nel 1979 e nel 2022.

Nota 4) La tragica storia di Elfriede è stata recentemente ricostruita nel saggio di Heinrich Thies: “Die verlorene Schwester – Elfriede und Erich Maria Remarque: Eine Doppelbiografie” (La sorella perduta).

Nota 5) All’inizio del 2000 le lettere dello scrittore a Marlene sono state pubblicate (“Dimmi che mi ami”, ed.Archinto) ma non quelle di lei a lui bruciate da Paulette Goddard.

Interessante anche il libro di Ruth Marton, “Mein Freund Boni: Erinnerungen an Erich Maria Remarque” (Il mio amico Boni: Ricordi di E.M.R.).

Boni era un soprannome di Remarque.

Hilton Tims The Last Romantic: A Life of Erich Maria Remarque.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Cristiana Buccarelli: “I falò nel bosco” (Edizioni IOD), di Lavinia Capogna

“Se ti piacciono le erbe e vuoi imparare a guarire ti mostrerò l’arte antica delle mie ave, ti insegnerò a curare con l’ortica, il finocchio, la menta, la malva, la betonica, l’iperico. Ti spiegherò come si può viaggiare con la mente e il corpo grazie al papavero, alla mandragora o al giusquiamo… Posso anche trasmetterti, se hai pazienza e concentrazione, i gesti e i rituali con cui si tolgono i mali dell’anima e tutto ciò che aiuta la buona sorte. (…) “È questo il mestiere di una guaritrice?” domandai (…)”.

1560, in un paese della Tuscia due donne conversano nel bosco, la giovane Fulvia e l’anziana Fausta che l’ha soccorsa.  

Siamo quasi all’inizio di ‘I falò nel bosco” (IOD editore 2021), bel romanzo di Cristiana Buccarelli che si svolge tra la metà del 1500 e il 1630, utilizzando anche, sapientemente, flashback cinematografici.

Cristiana Buccarelli è una scrittrice calabrese nata a Vibo Valentia che abita a Napoli e che ha già un ampio curriculum letterario. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano e, circa dieci anni fa, ha esordito con una raccolta di racconti “Gli spazi invisibili” a cui sono seguiti i romanzi “Il punto Zenit” ,”Eco del Mediterraneo”, “Un tempo di mezzo secolo”, “Taccuini di viaggio”.

Ha vinto prestigiosi premi e ha insegnato in laboratori e stage di scrittura a Napoli e in Calabria. Da quasi tre anni collabora stabilmente con la nostra rivista letteraria Il Randagio, diventata recentemente anche cartacea.

È un romanzo avvincente, perfettamente equilibrato che mescola armoniosamente fantasia ed elementi storici, personaggi immaginari e personaggi reali o ispirati ad essi.

Si sente alle spalle un’accurata ricerca storica.

Ma soprattutto è un libro che racconta la storia di una liberazione, una sete di conoscenza, quella di Fulvia, vittima di un vile abbandono e di un’abietta violenza che sceglie di guarire e recare conforto attraverso il suo sapere a molti poveri, di placare mali fisici e mentali, smarrimenti e fratture in un mondo dove medicina e magia ancora si intrecciano. Anche il grande Paracelso che scoprì il potere curativo della chimica era del resto un alchimista e Nostradamus un medico che curò la peste e che vedeva oltre i confini del tempo.

Anche la capacità di leggere e di scrivere di Fulvia diventano uno strumento di emancipazione in una società in gran parte illetterata e, ancora di più, per una donna.

Il 1500 e il 1600 sono, in un certo senso, i secoli più misteriosi: miscuglio di vecchio e nuovo, di conoscenze arcaiche andate ormai perdute e di fanatismo, di svelamento di sé e di mascheramento, di trompe-l’œil ma anche dell’ansia di Amleto, principe di Danimarca, che deve fingersi pazzo per scoprire il vero.

Di Don Chisciotte che tutti credono pazzo ed è invece l’unico savio nella polverosa Mancha.

“La vita è sogno” scriveva Calderón de la Barca.

Secoli di grandi scoperte scientifiche con Galileo ma anche marittime (la scoperta dell’America) che cambiarono la storia del mondo e di furiose guerre di religione.

Tra i due secoli vive Fulvia, una ragazza assai graziosa con i capelli rossi, ignara di ciò che accade altrove ma non del potere curativo delle piante, degli impiastri, di incantesimi che non hanno nulla di demoniaco. La sua acuta percezione della natura e la sua complicità con essa ci parlano di un mondo ancora in armonia con gli alberi, le piante, le montagne, i mari, i fiumi, i ruscelli cristallini, con gli aromi, le erbe, le fragranze, a volte salvifiche, a volte potenzialmente mortali, per lenire dolori e malinconie ma anche per obliare o far innamorare.

La libertà di Fulvia, il suo essere sola e capace di provvedere a sé stessa, l’essere chiamata da un gruppo di donne che nei boschi rendono omaggio ad una dea, la rendono sospetta.

Romanzo di una vita, “I falò nel bosco” racconta anche un percorso sentimentale: tre uomini amati e profondamente diversi per carattere, classe sociale, interessi. 

Cristiana Buccarelli riesce in questo libro, di cui non anticipiamo la trama non priva di colpi di scena, a non cadere in nessun stereotipo o banalità, scegliendo uno stile letterario colto e scorrevole al tempo stesso, ben leggibile, che descrive stati d’animo ed emozioni, pervase anche da una raffinata sensualità.

Vari i richiami citati in una nota finale: da Carlo Ginzburg con la sua microstoria a Bianca Pitzorno, molto apprezzata dall’autrice.

In questo periodo Cristiana Buccarelli è immersa nella scrittura di un nuovo romanzo che attendiamo, quando sarà finito, in libreria.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

John Steinbeck: “Furore” (Bompiani, 2024, trad. Sergio Claudio Perroni), di Lavinia Capogna

“Furore” di John Steinbeck o lo sradicamento  

“Beh, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…” “E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, beh, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… “

America primi anni Trenta: i trattori delle banche e dei latifondisti passano incuranti sulle terre rosse dell’Oklahoma nel Midwest. 

Incuranti della madre terra e dei contadini che vengono fatti bruscamente sloggiare dopo che, faticosamente, erano riusciti a costruirsi una casa e ad avere un terreno da coltivare a mezzadria.

La mezzadria era un contratto agrario in cui il proprietario e il contadino dividevano a metà i prodotti della terra.

Quando Tom Joad, determinato, intelligente figlio di due contadini fa ritorno a casa dopo quattro anni passati in carcere scopre, desolatamente, che i suoi sono partiti.

Incomincia così “Furore” (The Grapes of Wrath) best seller del 1939, vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer scritto da John Steinbeck, autore trentasettenne e futuro Premio Nobel 1962. 

Il libro è scritto in un interessante americano, a volte nell’idioma dell’Oklahoma per renderlo più verosimile.

Si legge in un articolo dell’epoca: “Steinbeck è un ragazzone, con spalle larghe, occhi azzurri dallo sguardo sincero e capelli scuri che si arricciano sulla fronte” (The San Jose Mercury News, 8 gennaio 1938).

Tom Joad è stato in carcere perché, ubriaco, aveva ucciso per legittima difesa un coetaneo che lo aveva aggredito con un coltello ad un ballo di paese.

È stato rilasciato in anticipo ma “sulla parola”: non può lasciare l’Oklahoma, ordine a cui disubbidisce e, del resto, non avrebbe altra scelta.

Riunita, la famiglia Joad si mette in marcia sulla Route 66 con una scassata macchina trasformata in camion piena di suppellettili verso la California, la terra promessa.

Un accattivante volantino garantisce 800 posti di lavoro nella terra del sole e delle arance ma loro vengono avvisati da alcuni sconosciuti che non tutto laggiù è come viene pubblicizzato.

La madre sogna una casetta bianca e una piccola vigna da coltivare.

Sua figlia, la graziosa Rose of Sharon, 18 anni, incinta e sposata con il 19enne Connie, vorrebbe invece vivere in città, avere una ghiacciaia e andare al cinema così come il fratello Al, appassionato solo di ragazze e di motori, vorrebbe aprire un negozietto di elettronica. Sono la terza delle quattro generazioni degli Joad.

Vorrebbero, in breve, fare il salto da proletari a borghesi.

I due bambini decenni di Ma e il marito che si chiama anche lui Tom crescono semiabbandonati tra adulti troppo indaffarati e preoccupati. Anche loro raccoglieranno cotone in California come i figli dei neri che, separati dai bianchi all’epoca, non appaiono nel romanzo.

La scuola è un luogo inaccessibile per loro (anche se Ma desidererebbe mandarceli) dove altri ragazzini li bullizzerebbero perché poveri e di un altro stato.

Il tema del viaggio è uno dei grandi miti americani che compare in vari libri (Mark Twain, Kerouac, “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig e altri) e in tante canzoni e film.

Qui il viaggio ha però il volto dello sradicamento e dell’ignoto che si fa sempre più inquietante.

Tom è il più concreto, pragmatico della famiglia, gli altri uomini sono tormentati da sensi di colpa come lo zio John che non aveva creduto alla moglie incinta morente e cerca di compensarlo portando chewing-gum e liquirizia ai bambini o Tom padre che aveva maldestramente assistito Mam in un parto casalingo e che teme di aver creato danni cerebrali allo slavato, etereo Noah, fratello di Tom, quasi magneticamente attratto dall’acqua e dal fiume.

Steinbeck descrive una società contadina che sarà immortalata da alcuni grandi fotografi come W. Eugene Smith, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e altri: quella della grande Depressione dopo il crollo di Wall Street nel 1929 che sconvolse l’America e che riuscì poi a riprendersi, negli anni Trenta, grazie al New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di cui John Steinbeck fu un sostenitore: immagini di desolante povertà e sconforto, di volti rassegnati arsi dal sole, di bimbi con lacere tute jeans nella patria del capitalismo.

È una società in cui comandano esclusivamente gli uomini eppure non ne sembrano felici: loro decidono per tutti riunendosi la sera in consiglio.

Le donne e i bambini li osservano.

È un mondo dove vale la legge del più forte, tutti hanno abiti sbrindellati ma un fucile in casa.

Boys don’t cry. Sono uomini abituati a non rivelare i loro sentimenti e a non esprimere le loro emozioni.

Quando Tom dirà qualcosa di suo all’ex predicatore Casy, che ha casualmente incontrato in Oklahoma, gli sembrerà di aver detto troppo.

È l’unico momento del romanzo in cui Tom appare vulnerabile.

“Furore” è un libro profondamente maschile: l’azione è al centro del romanzo. La lotta estenuante per sopravvivere, a qualunque costo anche nelle condizioni più estreme, nello sfruttamento più estenuante, nel vento, nella pioggia torrenziale, nella siccità che in quegli anni colpì il Midwest, nella fame nera.

Le donne del libro sono madri (Grandma, Ma, Rose of Sharon, la graziosa, infelice sorella di Tom) o, di sfuggita, più mature, scaltre, cameriere dei Cafe sulla Route 66.

L’amore è spesso malvissuto: dalla ipersessualità del nonno alle prostitute (altre vittime del capitalismo) dello zio John, dalla incessante ricerca di ragazze per effimeri flirt del superficiale Al fino al codardo Connie che, sopraffatto dalle responsabilità, abbandonerà Rose of Sharon incinta.

Solitario è invece l’eroe/controeroe del romanzo Tom. In un certo senso ci si aspetta che Tom incontri una ragazza ma ciò non avviene: egli è il fuggiasco, perseguitato da una sfortuna ricorrente, sempre con gli sbirri alle calcagne e che trasformerà la sua rabbia in lotta politica.

I detrattori reazionari accusarono “Furore” di essere “propaganda comunista” e il libro è certamente di sinistra (“Sto imparando una cosa importante,” disse. “La sto imparando ogni momento, tutti i giorni. Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”).

Non mancano momenti di solidarietà o il confronto tra le baraccopoli dei latifondisti e quella, più umana, governativa o incontri sulla strada come quelli con i dignitosi Wilson o i solidali Wainwright.

La madre è il personaggio che acquista sempre più importanza via via che si snoda la trama. Non sappiamo il suo nome. Lei è semplicemente Ma (Mamma).

Diventa il punto di riferimento e di sostegno di tutti.

Non si perde d’animo, osserva acutamente gli altri, intuisce le cose che gli uomini della sua famiglia non dicono. È l’unica ad avere un rapporto profondo con Tom. 

Mam avrà anche il sopravvento sul debole marito, imporrà decisioni (“Partiamo domattina,” disse. Pa’ sbuffò. “Mi sa che i tempi sono cambiati,” disse in tono sarcastico. “I tempi di quando era l’uomo a dire che c’era da fare. Ora mi sa che sono le donne a dirlo. Magari tocca prendere il bastone”) per picchiare la moglie e lei gli risponde per le rime.

Le donne sottomesse, silenziose, picchiate di quella società arcaica diventano con lei la bussola a cui rivolgersi quando il mondo va in frantumi.

Casy è uno dei personaggi più interessanti di Steinbeck. Nel bellissimo film in bianco e nero di John Ford del 1940 tratto dal romanzo, anche se modificato nel finale per ragioni di censura, era interpretato dall’ispirato David Carradine.

Tom era il bel Henry Fonda.

Casy è un ex predicatore di una delle varie chiese statunitensi che ha smesso perché circuiva ragazze e non sa più se credere in Dio oppure no.

È una sorta di filosofo che si interroga sul senso della vita e che infine trova in un’anima collettiva e nella giustizia sociale il Regno dei Cieli.

Qualcuno vi ha letto influenze del filosofo scrittore ecologista ottocentesco Ralph Waldo Emerson.

Questo romanzo che parla di terra, di campi di cotone, di raccolta di pesche, di uva è anche profondamente spirituale, con accenti biblici (come altri romanzi di John Steinbeck) e al tempo stesso nemico dei fanatici, così diffusi nel paese, come la donna farneticante, foriera di cattivi presagi per la candida Rose of Sharon.

È un romanzo dove tutto viene descritto e sentito con grande abilità narrativa, genialmente inframmezzato da capitoli generali come lo splendido 17 o quello poetico sulla musica: l’armonica a bocca, la chitarra country, il violino che sono gli unici svaghi nelle sere malinconiche 

Steinbeck descrive le sensazioni con una precisione che ricorda Émile Zola: la polvere che sale sui volti rendendoli grigi, la freschezza ristoratrice dell’acqua, il sapore del maiale croccante e salato, il profumo del caffè. 

I Joad, esuli in California, da mezzadri si trasformano in emigranti, vittime di razzismo, prevaricazioni, sfruttati e sottopagati e anche per questo “Furore” è un romanzo attualissimo.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.