“L’uomo (…) dategli una maschera e vi dirà la verità”.
Oscar Wilde
Nella metà del 1600 i carrozzoni di un teatro girovago attraversavano le belle strade alberate dell’ovest e del sud della Francia. Era una troupe che aveva, vanamente, cercato il successo a Parigi.
Il capocomico era finito addirittura in carcere per debiti ma non si era dato per vinto.
L’arrivo dei commedianti – discendenti degli antichi giullari e delle maschere della Commedia dell’Arte italiana – veniva accolto in modo variegato nelle città e cittadine, seguito probabilmente dai bambini che correvano allegri verso i variopinti carrozzoni.
Da una parte, la chiesa cattolica e la parte più retriva dell’aristocrazia condannavano i teatranti: gente sregolata, vagabondi, guitti, con le loro scene di cartapesta, i fondali dipinti, i vestiti sgargianti, la vita promiscua tra donne e uomini, i cani vagabondi, le loro piccole chitarre spagnole con rose dipinte e i flauti di legno con cui accompagnare le recite e, talvolta, per ingannar la noia dei lunghi tragitti; dall’altra, i loro allestimenti erano l’unico svago tra il duro lavoro in campagna, le povere case illuminate da candele dove, a malapena, si leggeva un verso dell’Ecclesiaste.
Eppure il capocomico dell’Illustre Théâtre che stava raggiungendo Bordeaux o Lyon o qualche remota contrada era un borghese di Parigi di tutto rispetto: si chiamava Jean – Baptiste Poquelin ma si firmava Molière – come tutti gli attori aveva un nome d’arte.
Suo padre era un agiato tappezziere del re. Suo figlio era nato nel 1622, sei anni dopo la morte di Cervantes e Shakespeare, anch’egli aveva il titolo di tappezziere e valletto di camera del re ma il padre lo aveva persuaso a studiare legge, sognava di vederlo avvocato ma il ventenne Molière aveva buttato tutto all’aria: a 21 anni aveva confessato di voler diventare attore.

Con lui viaggiava Joseph Béjart, un funzionario dell’amministrazione dell’Acqua e delle Foreste, anch’egli appassionato di teatro e attore come i suoi quattro figli tra i quali una bella ragazza con i capelli rossi, Madeleine Béjart, appena ventenne e madre nubile di una bambina, Françoise, figlia di un aristocratico con cui lei aveva avuto un’importante relazione sentimentale.
Una scrittrice dell’epoca la descrisse così: “Era bella, era galante, aveva molto spirito. Cantava bene, ballava bene, suonava ogni sorta di strumento musicale. Scriveva molto bene sia in versi che in prosa, e la sua conversazione era molto divertente”.
Lei e Molière erano amici o forse avevano già una relazione sentimentale.
Anche lui era assai interessante, aveva lunghi boccoli neri fino alle spalle, uno sguardo intenso. C’è chi lo ha descritto come un giovanotto serio, accuratissimo nell’organizzazione della sua troupe teatrale (composta da dieci attori), generoso, umano, di carattere mite ma “pronto all’indignazione”, piacevole nel conversare.
Nella prima fase del suo lavoro in provincia (1645/1658) fu il vero continuatore della Commedia dell’Arte italiana e di quella spagnola, scriveva farse e commedie che, purtroppo, sono andate perdute eccetto due.
Lavorò anche con il famoso attore Scaramouche (al secolo Tiberio Fiorilli o Fiorillo, napoletano, di cui anche la moglie, Elisabetta Del Campo, palermitana, era famosa con il nome di Marinetta).
Alla troupe si aggiungerà poi una bambina, Armande, trattata con grande affetto e premura da Madeleine Béjart (certamente la madre) e che, in seguito, avrà un’importanza nella vita del commediografo, regista, capocomico attore.
“Il Seicento francese fu un secolo di estrema vivacità intellettuale – scrive il saggista Luigi Lunari – caratterizzato dalle discussioni sul metodo scientifico teorizzato da Cartesio (Descartes), dalla controversia religiosa suscitata dal giansenismo, dal manifestarsi attorno alla corte di Luigi XIV di un grande movimento d’arte e di cultura. Ma per quel che riguarda il teatro, è soprattutto il teatro comico il capitolo più vitale e più significativo del “grand siècle.”
Il successo per Molière incomincerà solo con il ritorno a Parigi nel 1658 quando il fratello gay del re, il Duca d’Orléans, soprannominato Monsieur, prese sotto la sua protezione la compagnia che cambiò il nome in “Théâtre du Monsieur, frère unique du Roi”.
I due più celebri autori tragici erano Pierre Corneille e Jean Racine (nota 1).
Sembra invece che Molière non avesse un gran talento come attore tragico ma che fosse esilarante nel comico.
Ci piace immaginarlo come un Gigi Proietti che conquistò la protezione del Re Sole, Louis XIV. Il re, che era un appassionato di balletto, chiedeva opere inframmezzate da danze, effetti scenici (una grande conchiglia che si apriva da cui emergeva Madeleine, palcoscenici rotanti) e musica e da qui incomincerà la collaborazione tra Molière e Jean -Baptiste Lully.
Lully era un toscano, di vero nome Giovann Battista Lulli, che da bambino era stato “adottato” da due principesse francesi.
Aveva un gran talento ma, sembra, un caratteraccio e dopo alcune messe in scena la loro collaborazione si interruppe.
Gli Album con la musica che compose per Molière si trovano ancora.
La grandezza di Molière sta nelle sue trenta o trentadue commedie, nel come sono scritte, nell’umanità che emerge, nelle verità che esprime, nei sagaci intrecci, nei ritmi perfetti, nella lingua che usa, argot, occitano, fiammingo, piccardo, nelle esclamazioni, nel lessico colto, manierato – a seconda del carattere e della classe sociale dei personaggi (nota 2), nella satira geniale contro la società del suo tempo descrivendone i vizi e le ipocrisie – satira che gli costerà non poche critiche, maldicenze, avversioni (un aristocratico, che credette di riconoscersi in un personaggio, arrivò a ferirlo) – ma anche grande ammirazione e fama (un altro nobile, riconosciutosi in una commedia, seppur comica, disse che era orgoglioso di essere stato immortalato da Molière).
Il pubblico veniva da fuori Parigi per vedere le sue commedie, gli incassi e le sovvenzioni del re erano alti.
Carlo Goldoni scrisse con grande stima di lui nelle sue “Memorie” e gli dedicò una piacevole commedia, “Il Molière”, nel 1751 (Nota 3).
Nel 1665, la compagnia di Molière ottenne il nome di “Troupe du Roi” passando direttamente sotto la direzione del re.
Subito dopo il decesso di Molière nel 1673 l’unione di questa ed altre porterà alla fondazione, sette anni dopo, della celebre “Comédie – Française”.
Nella spassosissima lite tra i due poeti in “Le intellettuali” (Les Femmes savantes, letteramente “Le donne sapienti” 1672) Molière riprese un episodio autentico ma mostrò anche la presunzione di artisti senza talento.
In “L’avaro” appare un commissario della polizia del re che dice: “Lasciatemi fare, conosco il mio mestiere, grazie a Dio. Non è da oggi che mi occupo di furti, e vorrei avere tanti sacchi pieni di mille franchi quante persone ho fatto impiccare”…
Nel capolavoro “Il malato immaginario” (Le Malade imaginaire 1673), la sua ultima opera, prese in giro i medici o parte di essi, una casta presuntuosa che usava un linguaggio incomprensibile e che prescriveva inquietanti rimedi come salassi, impiastri, sostanze tossiche con empirici dosaggi, clisteri e purganti.
In “Il medico per forza” (Le Médecin malgré lui 1666) Martina, la moglie di un boscaiolo manesco, Sganarello, per liberarsene lo fa passare per un dottore. Lui, con un po’ di latinorum, cerca di cavarsela.
Si deve anche dire che questa avversione di Molière verso la medicina potrebbe aver avuto radici nel decesso prematuro della madre, l’amata Marie Cressé, avvenuta nel 1632 a 31 anni, quando lui aveva solo dieci anni.
L’ira dei medici parigini verso Molière ebbe un risvolto tragico: da moribondo ben due si rifiutarono di andare a soccorrerlo!
A 37 anni, nel 1659, mise in scena “Le preziose ridicole” (Les Précieuses ridicules) che ebbe un grande successo. La commedia racconta di due gentiluomini che, delusi dalla blanda accoglienza di due ricche borghesi, decidono di far loro uno scherzo.
La commedia non è misogina: Molière ironizza sulle “preziose” non sulle donne in generale, una moda femminile allora in voga lanciata dalla scrittrice di romanzi galanti Madame de Scudery di parlar affettato, in modo astruso e di ritenersi chic, ma il personaggio negativo della commedia è il retrogrado zio (“Per l’ultima volta: io non voglio sapere niente di tutte queste frottole; voglio essere padrone assoluto; e per farla finita con ogni genere di discorsi, o vi sposate tutte e due, e in fretta, oppure, parola mia d’onore, vi fate monache!”).
La commedia inoltre dimostrava che un paio di servitori abbigliati da aristocratici potevano essere più… nobili dei nobili!
Questa rappresentazione nel 1659 era veramente sovversiva. I nobili, che ne fossero consapevoli oppure no, ridevano di loro stessi e rideva anche il re che si divertiva un mondo alle commedie di Molière.
“La scuola delle mogli” (L’École des femmes), rappresentata al Teatro del Palais Royal nel 1662, aveva un amabile intreccio e splendidi dialoghi e faceva seguito a “La scuola dei mariti (L’École des maris) dell’anno precedente.
Nella commedia Molière denunciava con forza quello che la sociologia avrebbe chiamato, qualche secolo dopo, patriarcato nel personaggio di Astolfo, un arricchito con velleità aristocratiche, che ha adottato una bambina, l’ha cresciuta in convento e ora ragazza intende sposarla e farne una moglie devota e sottomessa.
Egli fa un paragone tra le donne “intellettuali” e quelle incolte:
“una intellettuale che pensa solo a visite e a ricevimenti, che in versi e in prosa scrive bigliettini galanti, che riceve marchesi e giovani alla moda, mentre sarei per tutti «il marito di Lei» (…).
No, no, non voglio affatto un ingegno per moglie; (…)
Pretendo che la mia, non sublime per lumi, non sappia addirittura che cosa sia un sonetto; e se mai capitasse di giocare alle rime, quando le viene chiesto: «Che metti nel cestino?» Voglio che lei risponda: «Una torta alla crema». Insomma lei dev’essere d’una ignoranza estrema e deve limitarsi, se devo dirla tutta, a filare, cucire, amarmi e dir preghiere”.
Ma l’amico Crisaldo gli risponde schiettamente: “Una donna cretina è dunque il vostro sogno?”.
Nella già citata “Le intellettuali” Molière presentava alcune visioni della vita femminili inconciliabili: Henriette desidera solo sposarsi, avere figli e viver quietamente, sua sorella Armande, emancipata ma sola, disprezza l’amore e vuole avventurarsi nella filosofia, la loro madre, Philaminte, vorrebbe fondare una Accademia delle donne, Belisa crede invece che tutti gli uomini siano innamorati di lei e la povera cameriera Martina viene licenziata perché fa errori di grammatica.
Anche se ironica la commedia è assai interessante per studiare le donne del tempo che non aderivano ad un unico modello.
La scena in cui il vanesio ed interessato poeta Trissotin (ispirato ad un poeta e abate del tempo) legge loro una sua astrusa, barocca poesia è un vertice della comicità molieriana.
In “Il borghese gentiluomo” (Le Bourgeois gentilhomme 1670), un capolavoro, Molière metteva in scena l’ingenuo signor Jourdain che ha manie di grandezza e che si fa bellamente ingannare dal maestro di danza, dal maestro d’armi, da quello di filosofia, dal rifinito sarto e dal servitore Coviello mascherato da Gran Turco.
A far da contrappunto alle sue dispendiose debolezze c’è Madame Jourdain che tenta, vanamente, di metterlo in guardia.
Molière aveva colto un desiderio serpeggiante: quello della borghesia di emergere, di acquistare maggiore spazio nella società. E, ricordiamo, la rivoluzione che scoppierà un secolo dopo, nel 1789, fu una rivoluzione borghese.
“L’avaro” (L’Avare 1668) è la storia di un tiranno, il famoso vedovo Arpagone che non ha affetto per nessuno, che non dà neppure al figlio i soldi per i vestiti (ed egli deve chiedere prestiti ai mercanti), né ai domestici, che ha un cuoco che fa anche il cocchiere, che vuole sposare la figlia ad un vetusto vedovo benestante per trarne profitto, e che, segretamente, presta soldi ad usura alle peggiori condizioni.
Arpagone controlla ossessivamente di non essere derubato, diffida sempre, è di umor collerico e soprattutto rende tutti infelici.
Fortissimo è il dissidio tra padre e figlio e innumerevoli le scene comiche.
Quando nel 1834 Balzac ha tratteggiato il personaggio di Felix Grandet, padre di Eugénie Grandet, nel romanzo omonimo si è ispirato a Molière, come ammise egli stesso.
Non mancano naturalmente nelle commedie di Molière storie d’amore contrastate e servitori ora fedeli, ora intriganti che si ritroveranno anche nel suo unico erede letterario, Carlo Goldoni, anche se il veneziano ha un fondo più bonario e gioviale e il francese più filosofico e meditabondo.
Tra le altre opere famose si trova “Le Furberie di Scapin” (Les Fourberies de Scapin, 1671) ispirata ad una del commediografo latino Terenzio.
Sia Molière sia Shakespeare e altri, a volte, prendevano qualche idea da autori classici o medievali ma non era un plagio perché poi le utilizzavano in modo del tutto originale e differente (Nota 4).
Prendendo spunto dalla commedia dello spagnolo Tirso de Molina scrisse invece “Don Giovanni o Il convitato di pietra” (Dom Juan ou le Festin de pierre 1665).
Nel 1787 Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, avrebbe poi composto la splendida opera lirica.
Hélène Sandoval, attrice e regista, fondatrice nel 2003 del prestigioso Théâtre Français de Rome, dove è possibile assistere a commedie di Molière, oltre che di altri autori, recitate in lingua originale, fare laboratori, ci dice: “Don Giovanni è il primo grande manipolatore, ispirato a Tirso de Molina però se parliamo di Molière possiamo dire che nei suoi testi c’è già tutta la società di oggi: c’è il manipolatore, il bigotto, i medici criticati perché dicono cose assurde.
C’è tutta la società attuale….Amo Molière…è anche molto divertente, le battute, i tempi… sono geniali!”
Anche Cesare Garboli, studioso e fine traduttore di Molière, ha analizzato il personaggio del Don Giovanni.
Un uomo che fa mille effimere conquiste sessuali perché incapace di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo e men che meno di responsabilità e quindi non da invidiare ma piuttosto da compiangere.
In “Tartuffe ou l’Imposteur (Il Tartufo o l’impostore 1664) Molière mette in scena uno dei suoi personaggi più celebri: un approfittatore che, fingendo ogni virtù e sostenuto da una divertente nonna, si è installato a casa di un ricco borghese, Orgone.
Non solo egli dà lezioni di morale a tutti e si ingozza di cibo e vino ma giunge (in due celebri scene) ad insidiare Elmira, la fedele ed arguta moglie di colui che lo ha accolto.
Orgone è obnubilato da Tartufo così come il borghese gentiluomo lo era dell’aristocrazia al punto di cacciare da casa il figlio, da voler far sposare a Tartufo la figlia, la remissiva Marianna, da cedergli il suo patrimonio.
Il colto Cleante, cristiano vero, e soprattutto Elmira riusciranno a smascherarlo.
Il guaio è che Tartufo è (in apparenza) un devoto, un uomo pio, religiosissimo.
Non è un prete ma così si percepisce.
La commedia venne immediatamente proibita. Molière si batté per anni per farla rappresentare e la riscrisse in alcune parti. Non aveva altra scelta: essere malvisto o accusato dalla chiesa – che puntellava l’assolutismo del re – era pericoloso nel 1600.
Da allora la parola ‘tartufo’, usata come aggettivo e non come nome proprio, è diventata sinonimo di ipocrita.
Un Tartufo al femminile è Arsinoè, la donna (presumibilmente sulla trentina) che ostenta grande moralità e devozione ma che invece getta discordia tra la bella Celimene e Alceste, suo spasimante in “Il misantropo” (Le Misanthrope 1666).
Incentrata su un uomo, Alceste appunto, che detesta e condanna tutto il genere umano è un capolavoro di psicologia e di critica sociale: la scena dei pettegolezzi sui nobili e borghesi e la lettera d’amore in cui Celimene dileggia i suoi spasimanti, che lei finge scritta ad una donna, sono un chiaro attacco alla società e, infatti, la commedia venne accolta meno bene delle altre.
È uno dei testi più profondi di Molière, nel ragionevole, equilibrato Filinte sembra quasi che si sveli l’autore stesso.
Nel frattempo la relazione sentimentale tra Molière e Madeleine Béjart era diventata un’amicizia e un sodalizio artistico.
Armande Béjart, attrice, che fin da bambina seguiva la compagnia, si sposò con Molière il 20 febbraio 1662.
Aveva circa vent’anni e lui 40. Era dai ritratti una ragazza bruna con un’aria particolare e sappiamo che suonava il clavicembalo.
La leggenda di Armande infedele, di Molière cupamente geloso, ipocondriaco e malato nasce dalla prima biografia postuma, quella di Grimarest del 1705 piena di errori.
Dai registri dell’attore La Grange che trascriveva i piccoli fatti della compagnia teatrale, Molière risulta essere stato assente per una indisposizione solo un giorno in quindici anni!
Armande e il commediografo ebbero quattro figli ma solo una giunse all’età adulta, Esprit – Madeleine che studiò in convento e divenne poi monaca.
Molière non ebbe discendenti.
Uno dei molti nemici di Molière, il corpulento attore Montfleury, che era anche un commediografo di scarso talento, lo denunciò: era proibito sposare la figlia di una donna che era stata la propria compagna o moglie.
Questa denuncia non venne tenuta in nessun conto a corte.
Nel 1670 venne pubblicata, sotto uno pseudonimo, una commedia su Molière piena di cose false ed insultanti che insinuava che Armande fosse la figlia di Molière. Non si seppe mai chi fu l’autore ma Molière lo denunciò.
Georges Forestier, professore emerito di letteratura francese alla Sorbonne, autore nel 2018 di un’accuratissima biografia su Molière, ha definitivamente smentito questa ignobile menzogna sulla base di documenti storici: Armande era figlia dell’aristocratico primo grande amore di Madeleine Béjart.
Suscitò anche pettegolezzi il fatto che Molière avesse adottato un adolescente, Michel Baron, che faceva parte di una compagnia di poveri bambini attori. Baron, verso i 16 anni, si trasferì a casa di Molière (nell’edificio abitavano altri attori e attrici della compagnia) e lui gli insegnò l’arte della recitazione: divenne un grande attore.
Aveva lunghi capelli neri, un cipiglio fiero, era assai elegante.
Si vociferò di una relazione sentimentale tra lui e il suo maestro anche se Baron potrebbe essere stato solo un allievo prediletto di cui Molière aveva intuito il talento.
Nell’inverno del 1673 Molière si ammalò. Aveva forte tosse e accessi febbrili (probabilmente una bronchite) e compose una commedia “Il malato immaginario”.
Il povero Argante, che si crede gravemente ammalato, viene sfruttato dagli esosi medici, considerato matto dagli altri, la cameriera Tonietta si finge dottore e gli consiglia arrosti e vino rosso. Egli vuole far sposare sua figlia Angelica, innamorata di un altro, ad un bellimbusto figlio di un dottore, medico egli stesso (dice un personaggio “Sarà uno svago molto divertente. Certuni invitano la fidanzata a teatro, ma vuoi mettere la galanteria di offrire un’autopsia?”).
In una scena compare anche un austero notaio, dall’eloquente nome di Signor Buonafede.
Molière descriveva acutamente un malessere psicologico (come aveva fatto Cervantes nella novella sull’uomo che si credeva fatto di vetro) ma anche la crudeltà della società che trae profitto dai disturbi altrui.
La morte di Molière ha qualcosa che atterrisce perché sembra un’invenzione letteraria eppure è storia.
Da tempo Madeleine Béjart aveva lasciato il teatro, viveva agiatamente, era diventata una devota cattolica. Il 17 febbraio 1672 era deceduta a 54 anni.
Il 17 febbraio 1673 era il primo anniversario della sua scomparsa.
Era la quarta rappresentazione della commedia.
Ad un certo punto Molière gridò e si accasciò su una poltrona (che è stata conservata).
Inizialmente si credette ad uno dei suoi colpi di genio recitativi ma poi apparve chiaro che stava molto male. Sembra si fosse rotta una vena.
Baron lo riportò a casa. Lui e Armande cercarono disperatamente un medico e un prete ma questi si rifiutarono di andare a casa di Molière.
Lui, secondo Baron, chiese un “pezzetto di parmigiano”.
Verso le dieci di sera morì.
Morire recitando “Il malato immaginario” sembra una cosa tratta da una sua commedia.
Gli attori non potevano essere sepolti in terra consacrata a meno che non si fossero pentiti. Molière non si era pentito o forse non ci aveva neppure pensato.
Il re concesse il funerale religioso ma solo se eseguito in piena notte. Vi parteciparono circa 800 persone.
La morte improvvisa di Molière colse tutti di sorpresa. Poco dopo ne parlò una Gazzetta di Amsterdam e suscitò costernazione in Italia. Gli furono dedicati epitaffi e poesie in francese e latino.
A 51 anni egli uscì clamorosamente di scena per restare, per sempre, nel cuore di chi ama la vera arte.
……..
• Nota 1) detto per inciso, sarà nota un secolo dopo, la pronipote di Corneille, Charlotte Corday, ventenne assassina di Marat nel 1793 per ragioni politiche.
• Nota 2) vedi “Molière : une langue pour le théâtre” di Gilles Siouffi, Sorbonne Université sul sito BNF Essential (2023).
• Nota 3) vedi Lavinia Capogna “Carlo Goldoni e le sue Memorie”.
• Nota 4) vedi “Manualetto Shakespeariano” dell’anglista Gabriele Baldini.
Bibliografia:
• Molière Commedie (BUR) traduzione Luigi Lunari
• Il Molière di Cesare Garboli ripubblicato a giugno 2026 nei Millenni Einaudi al costo, secondo me, eccessivo di 100 euro.
• Edizioni singole di varie commedie (alcune si trovano anche online in pdf)
• Tout Molière: Œuvres complètes (Éd.Robert Laffont 2022)
Biografie e altri testi:
• Georges Forestier, Molière (NRF Gallimard 2018) un’ottima biografia che non è stata ancora tradotta e pubblicata in Italia.
• Michail Bulgakov, “Vita del signor de Molière” (Feltrinelli 2022) – Il libro di Bulgakov è ben scritto ed ironico ma contiene alcune inesattezze in quanto i dati sono ripresi dalla prima biografia su Molière del 1705 che contiene vari errori.
• Louis Barbier, Le monde selon Molière (Éditions Tallandier, 2021)
• Luigi Lunari, Breve Storia del Teatro
• Carlo Goldoni, Memorie
Come è noto “la langue de Molière” è il francese e “Le pays de Molière” la Francia. Segnalo infine il film “Molière” di Ariane Mnouchkine (1978).
Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.









