Molière, commediografo e attore, di Lavinia Capogna

“L’uomo (…) dategli una maschera e vi dirà la verità”. 

Oscar Wilde

Nella metà del 1600 i carrozzoni di un teatro girovago attraversavano le belle strade alberate dell’ovest e del sud della Francia. Era una troupe che aveva, vanamente, cercato il successo a Parigi.

Il capocomico era finito addirittura in carcere per debiti ma non si era dato per vinto. 

L’arrivo dei commedianti – discendenti degli antichi giullari e delle maschere della Commedia dell’Arte italiana – veniva accolto in modo variegato nelle città e cittadine, seguito probabilmente dai bambini che correvano allegri verso i variopinti carrozzoni.

Da una parte, la chiesa cattolica e la parte più retriva dell’aristocrazia condannavano i teatranti: gente sregolata, vagabondi, guitti, con le loro scene di cartapesta, i fondali dipinti, i vestiti sgargianti, la vita promiscua tra donne e uomini, i cani vagabondi, le loro piccole chitarre spagnole con rose dipinte e i flauti di legno con cui accompagnare le recite e, talvolta, per ingannar la noia dei lunghi tragitti; dall’altra, i loro allestimenti erano l’unico svago tra il duro lavoro in campagna, le povere case illuminate da candele dove, a malapena, si leggeva un verso dell’Ecclesiaste.

Eppure il capocomico dell’Illustre Théâtre che stava raggiungendo Bordeaux o Lyon o qualche remota contrada era un borghese di Parigi di tutto rispetto: si chiamava Jean – Baptiste Poquelin ma si firmava Molière – come tutti gli attori aveva un nome d’arte.

Suo padre era un agiato tappezziere del re. Suo figlio era nato nel 1622, sei anni dopo la morte di Cervantes e Shakespeare, anch’egli aveva il titolo di tappezziere e valletto di camera del re ma il padre lo aveva persuaso a studiare legge, sognava di vederlo avvocato ma il ventenne Molière aveva buttato tutto all’aria: a 21 anni aveva confessato di voler diventare attore.

Con lui viaggiava Joseph Béjart, un funzionario dell’amministrazione dell’Acqua e delle Foreste, anch’egli appassionato di teatro e attore come i suoi quattro figli tra i quali una bella ragazza con i capelli rossi, Madeleine Béjart, appena ventenne e madre nubile di una bambina, Françoise, figlia di un aristocratico con cui lei aveva avuto un’importante relazione sentimentale.

Una scrittrice dell’epoca la descrisse così: “Era bella, era galante, aveva molto spirito. Cantava bene, ballava bene, suonava ogni sorta di strumento musicale. Scriveva molto bene sia in versi che in prosa, e la sua conversazione era molto divertente”.

Lei e Molière erano amici o forse avevano già una relazione sentimentale.

Anche lui era assai interessante, aveva lunghi boccoli neri fino alle spalle, uno sguardo intenso. C’è chi lo ha descritto come un giovanotto serio, accuratissimo nell’organizzazione della sua troupe teatrale (composta da dieci attori), generoso, umano, di carattere mite ma “pronto all’indignazione”, piacevole nel conversare.

Nella prima fase del suo lavoro in provincia (1645/1658) fu il vero continuatore della Commedia dell’Arte italiana e di quella spagnola, scriveva farse e commedie che, purtroppo, sono andate perdute eccetto due. 

Lavorò anche con il famoso attore Scaramouche (al secolo Tiberio Fiorilli o Fiorillo, napoletano, di cui anche la moglie, Elisabetta Del Campo, palermitana, era famosa con il nome di Marinetta).

Alla troupe si aggiungerà poi una bambina, Armande, trattata con grande affetto e premura da Madeleine Béjart (certamente la madre) e che, in seguito, avrà un’importanza nella vita del commediografo, regista, capocomico attore.

“Il Seicento francese fu un secolo di estrema vivacità intellettuale – scrive il saggista Luigi Lunari – caratterizzato dalle discussioni sul metodo scientifico teorizzato da Cartesio (Descartes), dalla controversia religiosa suscitata dal giansenismo, dal manifestarsi attorno alla corte di Luigi XIV di un grande movimento d’arte e di cultura. Ma per quel che riguarda il teatro, è soprattutto il teatro comico il capitolo più vitale e più significativo del “grand siècle.”

Il successo per Molière incomincerà solo con il ritorno a Parigi nel 1658 quando il fratello gay del re, il Duca d’Orléans, soprannominato Monsieur, prese sotto la sua protezione la compagnia che cambiò il nome in “Théâtre du Monsieur, frère unique du Roi”.

I due più celebri autori tragici erano Pierre Corneille e Jean Racine (nota 1).

Sembra invece che Molière non avesse un gran talento come attore tragico ma che fosse esilarante nel comico.

Ci piace immaginarlo come un Gigi Proietti che conquistò la protezione del Re Sole, Louis XIV. Il re, che era un appassionato di balletto, chiedeva opere inframmezzate da danze, effetti scenici (una grande conchiglia che si apriva da cui emergeva Madeleine, palcoscenici rotanti) e musica e da qui incomincerà la collaborazione tra Molière e Jean -Baptiste Lully.

Lully era un toscano, di vero nome Giovann Battista Lulli, che da bambino era stato “adottato” da due principesse francesi. 

Aveva un gran talento ma, sembra, un caratteraccio e dopo alcune messe in scena la loro collaborazione si interruppe.

Gli Album con la musica che compose per Molière si trovano ancora.

La grandezza di Molière sta nelle sue trenta o trentadue commedie, nel come sono scritte, nell’umanità che emerge, nelle verità che esprime, nei sagaci intrecci, nei ritmi perfetti, nella lingua che usa, argot, occitano, fiammingo, piccardo, nelle esclamazioni, nel lessico colto, manierato – a seconda del carattere e della classe sociale dei personaggi (nota 2), nella satira geniale contro la società del suo tempo descrivendone i vizi e le ipocrisie – satira che gli costerà non poche critiche, maldicenze, avversioni (un aristocratico, che credette di riconoscersi in un personaggio, arrivò a ferirlo) – ma anche grande ammirazione e fama (un altro nobile, riconosciutosi in una commedia, seppur comica, disse che era orgoglioso di essere stato immortalato da Molière).

Il pubblico veniva da fuori Parigi per vedere le sue commedie, gli incassi e le sovvenzioni del re erano alti.

Carlo Goldoni scrisse con grande stima di lui nelle sue “Memorie” e gli dedicò una piacevole commedia, “Il Molière”, nel 1751 (Nota 3).

Nel 1665, la compagnia di Molière ottenne il nome di “Troupe du Roi” passando direttamente sotto la direzione del re.

Subito dopo il decesso di Molière nel 1673 l’unione di questa ed altre porterà alla fondazione, sette anni dopo, della celebre “Comédie – Française”.

Nella spassosissima lite tra i due poeti in “Le intellettuali” (Les Femmes savantes, letteramente “Le donne sapienti” 1672) Molière riprese un episodio autentico ma mostrò anche la presunzione di artisti senza talento.

In “L’avaro” appare un commissario della polizia del re che dice: “Lasciatemi fare, conosco il mio mestiere, grazie a Dio. Non è da oggi che mi occupo di furti, e vorrei avere tanti sacchi pieni di mille franchi quante persone ho fatto impiccare”…

Nel capolavoro “Il malato immaginario” (Le Malade imaginaire 1673), la sua ultima opera, prese in giro i medici o parte di essi, una casta presuntuosa che usava un linguaggio incomprensibile e che prescriveva inquietanti rimedi come salassi, impiastri, sostanze tossiche con empirici dosaggi, clisteri e purganti.

In “Il medico per forza” (Le Médecin malgré lui 1666) Martina, la moglie di un boscaiolo manesco, Sganarello, per liberarsene lo fa passare per un dottore. Lui, con un po’ di latinorum, cerca di cavarsela.

Si deve anche dire che questa avversione di Molière verso la medicina potrebbe aver avuto radici nel decesso prematuro della madre, l’amata Marie Cressé, avvenuta nel 1632 a 31 anni, quando lui aveva solo dieci anni.

L’ira dei medici parigini verso Molière ebbe un risvolto tragico: da moribondo ben due si rifiutarono di andare a soccorrerlo!

A 37 anni, nel 1659, mise in scena “Le preziose ridicole” (Les Précieuses ridicules) che ebbe un grande successo. La commedia racconta di due gentiluomini che, delusi dalla blanda accoglienza di due ricche borghesi, decidono di far loro uno scherzo. 

La commedia non è misogina: Molière ironizza sulle “preziose” non sulle donne in generale, una moda femminile allora in voga lanciata dalla scrittrice di romanzi galanti Madame de Scudery di parlar affettato, in modo astruso e di ritenersi chic, ma il personaggio negativo della commedia è il retrogrado zio (“Per l’ultima volta: io non voglio sapere niente di tutte queste frottole; voglio essere padrone assoluto; e per farla finita con ogni genere di discorsi, o vi sposate tutte e due, e in fretta, oppure, parola mia d’onore, vi fate monache!”).

La commedia inoltre dimostrava che un paio di servitori abbigliati da aristocratici potevano essere più… nobili dei nobili!

Questa rappresentazione nel 1659 era veramente sovversiva. I nobili, che ne fossero consapevoli oppure no, ridevano di loro stessi e rideva anche il re che si divertiva un mondo alle commedie di Molière.

“La scuola delle mogli” (L’École des femmes), rappresentata al Teatro del Palais Royal nel 1662, aveva un amabile intreccio e splendidi dialoghi e faceva seguito a “La scuola dei mariti (L’École des maris) dell’anno precedente.

Nella commedia Molière denunciava con forza quello che la sociologia avrebbe chiamato, qualche secolo dopo, patriarcato nel personaggio di Astolfo, un arricchito con velleità aristocratiche, che ha adottato una bambina, l’ha cresciuta in convento e ora ragazza intende sposarla e farne una moglie devota e sottomessa.

Egli fa un paragone tra le donne “intellettuali” e quelle incolte:

“una intellettuale che pensa solo a visite e a ricevimenti, che in versi e in prosa scrive bigliettini galanti, che riceve marchesi e giovani alla moda, mentre sarei per tutti «il marito di Lei» (…).

No, no, non voglio affatto un ingegno per moglie; (…)

Pretendo che la mia, non sublime per lumi, non sappia addirittura che cosa sia un sonetto; e se mai capitasse di giocare alle rime, quando le viene chiesto: «Che metti nel cestino?» Voglio che lei risponda: «Una torta alla crema». Insomma lei dev’essere d’una ignoranza estrema e deve limitarsi, se devo dirla tutta, a filare, cucire, amarmi e dir preghiere”. 

Ma l’amico Crisaldo gli risponde schiettamente: “Una donna cretina è dunque il vostro sogno?”.

Nella già citata “Le intellettuali” Molière presentava alcune visioni della vita femminili inconciliabili: Henriette desidera solo sposarsi, avere figli e viver quietamente, sua sorella Armande, emancipata ma sola, disprezza l’amore e vuole avventurarsi nella filosofia, la loro madre, Philaminte, vorrebbe fondare una Accademia delle donne, Belisa crede invece che tutti gli uomini siano innamorati di lei e la povera cameriera Martina viene licenziata perché fa errori di grammatica.

Anche se ironica la commedia è assai interessante per studiare le donne del tempo che non aderivano ad un unico modello.

La scena in cui il vanesio ed interessato poeta Trissotin (ispirato ad un poeta e abate del tempo) legge loro una sua astrusa, barocca poesia è un vertice della comicità molieriana.

In “Il borghese gentiluomo” (Le Bourgeois gentilhomme 1670), un capolavoro, Molière metteva in scena l’ingenuo signor Jourdain che ha manie di grandezza e che si fa bellamente ingannare dal maestro di danza, dal maestro d’armi, da quello di filosofia, dal rifinito sarto e dal servitore Coviello mascherato da Gran Turco.

A far da contrappunto alle sue dispendiose debolezze c’è Madame Jourdain che tenta, vanamente, di metterlo in guardia.

Molière aveva colto un desiderio serpeggiante: quello della borghesia di emergere, di acquistare maggiore spazio nella società. E, ricordiamo, la rivoluzione che scoppierà un secolo dopo, nel 1789, fu una rivoluzione borghese.

“L’avaro” (L’Avare 1668) è la storia di un tiranno, il famoso vedovo Arpagone che non ha affetto per nessuno, che non dà neppure al figlio i soldi per i vestiti (ed egli deve chiedere prestiti ai mercanti), né ai domestici, che ha un cuoco che fa anche il cocchiere, che vuole sposare la figlia ad un vetusto vedovo benestante per trarne profitto, e che, segretamente, presta soldi ad usura alle peggiori condizioni. 

Arpagone controlla ossessivamente di non essere derubato, diffida sempre, è di umor collerico e soprattutto rende tutti infelici.

Fortissimo è il dissidio tra padre e figlio e innumerevoli le scene comiche.

Quando nel 1834 Balzac ha tratteggiato il personaggio di Felix Grandet, padre di Eugénie Grandet, nel romanzo omonimo si è ispirato a Molière, come ammise egli stesso.

Non mancano naturalmente nelle commedie di Molière storie d’amore contrastate e servitori ora fedeli, ora intriganti che si ritroveranno anche nel suo unico erede letterario, Carlo Goldoni, anche se il veneziano ha un fondo più bonario e gioviale e il francese più filosofico e meditabondo.

Tra le altre opere famose si trova “Le Furberie di Scapin” (Les Fourberies de Scapin, 1671) ispirata ad una del commediografo latino Terenzio.

Sia Molière sia Shakespeare e altri, a volte, prendevano qualche idea da autori classici o medievali ma non era un plagio perché poi le utilizzavano in modo del tutto originale e differente (Nota 4). 

Prendendo spunto dalla commedia dello spagnolo Tirso de Molina scrisse invece “Don Giovanni o Il convitato di pietra” (Dom Juan ou le Festin de pierre 1665).

Nel 1787 Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, avrebbe poi composto la splendida opera lirica.

Hélène Sandoval, attrice e regista, fondatrice nel 2003 del prestigioso Théâtre Français de Rome, dove è possibile assistere a commedie di Molière, oltre che di altri autori, recitate in lingua originale, fare laboratori, ci dice: “Don Giovanni è il primo grande manipolatore, ispirato a Tirso de Molina però se parliamo di Molière possiamo dire che nei suoi testi c’è già tutta la società di oggi: c’è il manipolatore, il bigotto, i medici criticati perché dicono cose assurde. 

C’è tutta la società attuale….Amo Molière…è anche molto divertente, le battute, i tempi… sono geniali!”

Anche Cesare Garboli, studioso e fine traduttore di Molière, ha analizzato il personaggio del Don Giovanni.

Un uomo che fa mille effimere conquiste sessuali perché incapace di sentimenti, di un coinvolgimento emotivo e men che meno di responsabilità e quindi non da invidiare ma piuttosto da compiangere.

In “Tartuffe ou l’Imposteur (Il Tartufo o l’impostore 1664) Molière mette in scena uno dei suoi personaggi più celebri: un approfittatore che, fingendo ogni virtù e sostenuto da una divertente nonna, si è installato a casa di un ricco borghese, Orgone.

Non solo egli dà lezioni di morale a tutti e si ingozza di cibo e vino ma giunge (in due celebri scene) ad insidiare Elmira, la fedele ed arguta moglie di colui che lo ha accolto.

Orgone è obnubilato da Tartufo così come il borghese gentiluomo lo era dell’aristocrazia al punto di cacciare da casa il figlio, da voler far sposare a Tartufo la figlia, la remissiva Marianna, da cedergli il suo patrimonio.

Il colto Cleante, cristiano vero, e soprattutto Elmira riusciranno a smascherarlo.

Il guaio è che Tartufo è (in apparenza) un devoto, un uomo pio, religiosissimo.

Non è un prete ma così si percepisce.

La commedia venne immediatamente proibita. Molière si batté per anni per farla rappresentare e la riscrisse in alcune parti. Non aveva altra scelta: essere malvisto o accusato dalla chiesa – che puntellava l’assolutismo del re – era pericoloso nel 1600.

Da allora la parola ‘tartufo’, usata come aggettivo e non come nome proprio, è diventata sinonimo di ipocrita.

Un Tartufo al femminile è Arsinoè, la donna (presumibilmente sulla trentina) che ostenta grande moralità e devozione ma che invece getta discordia tra la bella Celimene e Alceste, suo spasimante in “Il misantropo” (Le Misanthrope 1666).

Incentrata su un uomo, Alceste appunto, che detesta e condanna tutto il genere umano è un capolavoro di psicologia e di critica sociale: la scena dei pettegolezzi sui nobili e borghesi e la lettera d’amore in cui Celimene dileggia i suoi spasimanti, che lei finge scritta ad una donna, sono un chiaro attacco alla società e, infatti, la commedia venne accolta meno bene delle altre. 

È uno dei testi più profondi di Molière, nel ragionevole, equilibrato Filinte sembra quasi che si sveli l’autore stesso.

Nel frattempo la relazione sentimentale tra Molière e Madeleine Béjart era diventata un’amicizia e un sodalizio artistico.

Armande Béjart, attrice, che fin da bambina seguiva la compagnia, si sposò con Molière il 20 febbraio 1662.

Aveva circa vent’anni e lui 40. Era dai ritratti una ragazza bruna con un’aria particolare e sappiamo che suonava il clavicembalo.

La leggenda di Armande infedele, di Molière cupamente geloso, ipocondriaco e malato nasce dalla prima biografia postuma, quella di Grimarest del 1705 piena di errori.

Dai registri dell’attore La Grange che trascriveva i piccoli fatti della compagnia teatrale, Molière risulta essere stato assente per una indisposizione solo un giorno in quindici anni!

Armande e il commediografo ebbero quattro figli ma solo una giunse all’età adulta, Esprit – Madeleine che studiò in convento e divenne poi monaca. 

Molière non ebbe discendenti.

Uno dei molti nemici di Molière, il corpulento attore Montfleury, che era anche un commediografo di scarso talento, lo denunciò: era proibito sposare la figlia di una donna che era stata la propria compagna o moglie.

Questa denuncia non venne tenuta in nessun conto a corte.

Nel 1670 venne pubblicata, sotto uno pseudonimo, una commedia su Molière piena di cose false ed insultanti che insinuava che Armande fosse la figlia di Molière. Non si seppe mai chi fu l’autore ma Molière lo denunciò.

Georges Forestier, professore emerito di letteratura francese alla Sorbonne, autore nel 2018 di un’accuratissima biografia su Molière, ha definitivamente smentito questa ignobile menzogna sulla base di documenti storici: Armande era figlia dell’aristocratico primo grande amore di Madeleine Béjart.

Suscitò anche pettegolezzi il fatto che Molière avesse adottato un adolescente, Michel Baron, che faceva parte di una compagnia di poveri bambini attori. Baron, verso i 16 anni, si trasferì a casa di Molière (nell’edificio abitavano altri attori e attrici della compagnia) e lui gli insegnò l’arte della recitazione: divenne un grande attore. 

Aveva lunghi capelli neri, un cipiglio fiero, era assai elegante.

Si vociferò di una relazione sentimentale tra lui e il suo maestro anche se Baron potrebbe essere stato solo un allievo prediletto di cui Molière aveva intuito il talento.

Nell’inverno del 1673 Molière si ammalò. Aveva forte tosse e accessi febbrili (probabilmente una bronchite) e compose una commedia “Il malato immaginario”.

Il povero Argante, che si crede gravemente ammalato, viene sfruttato dagli esosi medici, considerato matto dagli altri, la cameriera Tonietta si finge dottore e gli consiglia arrosti e vino rosso. Egli vuole far sposare sua figlia Angelica, innamorata di un altro, ad un bellimbusto figlio di un dottore, medico egli stesso (dice un personaggio “Sarà uno svago molto divertente. Certuni invitano la fidanzata a teatro, ma vuoi mettere la galanteria di offrire un’autopsia?”).

In una scena compare anche un austero notaio, dall’eloquente nome di Signor Buonafede.

Molière descriveva acutamente un malessere psicologico (come aveva fatto Cervantes nella novella sull’uomo che si credeva fatto di vetro) ma anche la crudeltà della società che trae profitto dai disturbi altrui.

La morte di Molière ha qualcosa che atterrisce perché sembra un’invenzione letteraria eppure è storia.

Da tempo Madeleine Béjart aveva lasciato il teatro, viveva agiatamente, era diventata una devota cattolica. Il 17 febbraio 1672 era deceduta a 54 anni.

Il 17 febbraio 1673 era il primo anniversario della sua scomparsa.

Era la quarta rappresentazione della commedia. 

Ad un certo punto Molière gridò e si accasciò su una poltrona (che è stata conservata).

Inizialmente si credette ad uno dei suoi colpi di genio recitativi ma poi apparve chiaro che stava molto male. Sembra si fosse rotta una vena.

Baron lo riportò a casa. Lui e Armande cercarono disperatamente un medico e un prete ma questi si rifiutarono di andare a casa di Molière.

Lui, secondo Baron, chiese un “pezzetto di parmigiano”.

Verso le dieci di sera morì.

Morire recitando “Il malato immaginario” sembra una cosa tratta da una sua commedia.

Gli attori non potevano essere sepolti in terra consacrata a meno che non si fossero pentiti. Molière non si era pentito o forse non ci aveva neppure pensato.

Il re concesse il funerale religioso ma solo se eseguito in piena notte. Vi parteciparono circa 800 persone.

La morte improvvisa di Molière colse tutti di sorpresa. Poco dopo ne parlò una Gazzetta di Amsterdam e suscitò costernazione in Italia. Gli furono dedicati epitaffi e poesie in francese e latino.

A 51 anni egli uscì clamorosamente di scena per restare, per sempre, nel cuore di chi ama la vera arte.

……..

• Nota 1) detto per inciso, sarà nota un secolo dopo, la pronipote di Corneille, Charlotte Corday, ventenne assassina di Marat nel 1793 per ragioni politiche.

• Nota 2) vedi “Molière : une langue pour le théâtre” di Gilles Siouffi, Sorbonne Université sul sito BNF Essential (2023).

• Nota 3) vedi Lavinia Capogna “Carlo Goldoni e le sue Memorie”.

• Nota 4) vedi “Manualetto Shakespeariano” dell’anglista Gabriele Baldini.

Bibliografia:

• Molière Commedie (BUR) traduzione Luigi Lunari

• Il Molière di Cesare Garboli ripubblicato a giugno 2026 nei Millenni Einaudi al costo, secondo me, eccessivo di 100 euro.

• Edizioni singole di varie commedie (alcune si trovano anche online in pdf)

• Tout Molière: Œuvres complètes (Éd.Robert Laffont 2022)

Biografie e altri testi:

• Georges Forestier, Molière (NRF Gallimard 2018) un’ottima biografia che non è stata ancora tradotta e pubblicata in Italia.

• Michail Bulgakov, “Vita del signor de Molière” (Feltrinelli 2022) – Il libro di Bulgakov è ben scritto ed ironico ma contiene alcune inesattezze in quanto i dati sono ripresi dalla prima biografia su Molière del 1705 che contiene vari errori.

• Louis Barbier, Le monde selon Molière (Éditions Tallandier, 2021)

• Luigi Lunari, Breve Storia del Teatro

• Carlo Goldoni, Memorie

Come è noto “la langue de Molière” è il francese e “Le pays de Molière” la Francia. Segnalo infine il film “Molière” di Ariane Mnouchkine (1978).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Erich Maria Remarque e il suo capolavoro: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Lavinia Capogna

Nel 1921 il famoso scrittore viennese Stefan Zweig ricevette la lettera di un ragazzo sconosciuto che gli scriveva:

Ho 23 anni, sono stato il capro espiatorio dei miei genitori, aderente del Wandervogel (un’associazione naturista molto nota all’epoca poi sciolta dai nazisti), contadino, operaio, soldato, autodidatta, insegnante, scrittore. Mi trovo attualmente in un tale groviglio del destino, in una lotta così intensa per la mia opera (…) che ho bisogno di persone che mi aiutino. È difficile per me, nel mio smisurato orgoglio, dirlo; ma ci sono momenti in cui si ha bisogno di altre persone e tratti di strada che non si possono percorrere da soli. 

Ora avrei bisogno di qualcuno che possa dirmi qualcosa su di me, qualcuno di cui abbia fiducia incondizionata, a cui possa credere e che possa seguire! Non conosco nessun altro se non lei! Perché lei possiede la sensibilità, l’empatia e la comprensione verso il prossimo più raffinata che io abbia mai incontrato finora. Per me si tratta di questo: vorrei che mi dicesse se la strada che sto percorrendo è quella giusta. Vorrei inviarle alcuni frammenti (…) vorrei il suo giudizio… Per me è una questione di vita o di morte. O crollo o ce la faccio” (Nota 1)

Lo scrivente di questa drammatica lettera era Erich Paul Remark, autore di un romanzo che era passato pressoché inosservato e poi di altri due, di cui uno inedito.

Era un bel ragazzo, sensibile e solitario.

Aveva solo 23 anni ma aveva già affrontato cose ardue: nato nel 1898 a Osnabrück, un’antica cittadina che allora aveva 65.000 abitanti, si era sentito un pesce fuor d’acqua nel suo ambiente.

Il padre era un tipografo e rilegatore con antenati francesi di nome Remarque, la madre, Anna Maria Stallknecht, una casalinga, una sorella, Elfriede (di cui riparleremo) una sarta.

Lui aveva studiato il pianoforte e, appena diciassettenne, aveva conosciuto il poeta e pittore trentenne Fritz Hörstemeier, con il quale aveva fatto grande amicizia. Nella soffitta di Hörstemeier si riunivano giovani artisti, si leggevano poesie. Era un ambiente bohémien vivace, stimolante intellettualmente.

Nel 1917 partì per il fronte ma dopo alcune settimane venne ferito. Fu ricoverato per mesi. Aveva fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra.

Nell’autunno 1918 venne rimandato in prima linea ma, fortunatamente, una settimana dopo venne firmato l’armistizio.

La Germania era stata sconfitta. Due imperi erano crollati: quello austriaco e quello russo. Il grande risentimento per la sconfitta favorirà quindici anni dopo, insieme ad altri fattori, il nazismo.

Negli anni dopo la guerra Remarque aveva esercitato varie professioni, come aveva scritto a Zweig, tra cui quella di maestro. Era benvoluto dai bambini, aveva l’abitudine di vestirsi elegantemente nonostante la sua situazione economica fosse modesta.

In seguito fu giornalista sportivo e scrittore anche se i suoi primi lavori non lasciavano presagire che nel 1930 avrebbe pubblicato un capolavoro.

Zweig rispose alla lettera e lo incoraggiò. 

Egli cambiò il suo nome in Erich Maria Remarque. Maria era un omaggio alla madre e Remarque il cognome degli antenati paterni di origine francese. 

In più in francese il verbo “remarquer” significa “notare, osservare” e nei suoi romanzi egli raccontò la Germania del Novecento.

Nel 1930 uscì il suo quarto romanzo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues).

Il successo fu immenso ed inaspettato.

Il romanzo era stato rifiutato da una importante casa editrice, quella che pubblicava Thomas Mann, ma accettato da un’altra meno nota.

Verso il 1916 il giovane Paul e altri studenti diciottenni sono convinti ad andare al fronte dal loro maestro, un esagitato nazionalista.

Subiscono un addestramento che mira a piegare il loro carattere, a sottometterli, fatto anche di sadiche punizioni.

Devono diventare carne da macello.

Remarque, seppure con eleganza, non celava nel libro nulla della vita al fronte: le reclute che urlavano durante i bombardamenti con i gas tossici, gli scontri a fuoco, gli svenimenti, la diarrea causata dal terrore, i pidocchi, i topi, la fame costante di ragazzi che avevano solo rape, fagioli e patate marce nelle loro gamelle a differenza del vitto abbondante degli ufficiali, il non voler pensare e il sonno come unico rifugio emotivo ma anche il bel rapporto di complicità tra Paul e Katczinsky, il veterano con i capelli rossi, i momenti di ozio, le sigarette condivise.

Il cinismo dei superiori era incarnato da Himmelstoss, il caporale che nella vita civile era un postino ma che al fronte diventava abietto. Remarque descrisse “la banalità del male” trent’anni prima che Hannah Arendt la spiegasse.

Il soldato consapevole della morte imminente nel tremendo ospedale da campo che regala i suoi stivali ad un altro, il povero Müller che studia fisica per non restare indietro negli studi, il grande sconforto di Paul per l’omicidio del francese (il tipografo Gérard Duval), l’incontro con le ragazze francesi sul fiume, lo sradicamento che Paul prova durante la licenza a casa, sono parti indimenticabili del libro.

Nella prima guerra mondiale ci furono circa 17 milioni di morti più mutilati e traumatizzati per sempre e poi la terribile epidemia dell’influenza detta “spagnola”.

Scriveva Remarque: “Non può essere del tutto scomparsa quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna. Non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa”.

Erano stati pubblicati in quegli anni anche altri romanzi sul conflitto: uno di Arnold Zweig (da non confondersi con Stefan Zweig, intitolato “La questione del sergente Grischa”) e un altro di Ludwig Renn (“Guerra”). Avevano avuto successo ma nessuno aveva eguagliato quello del libro di Remarque che in cinque settimane aveva venduto 200.000 copie e che, pochi mesi dopo, aveva già superato il milione di copie.

“È il libro in lingua tedesca di maggior successo del XX secolo” scrive un biografo di Remarque.

Ad oggi ha venduto 20.000.000 di copie nel mondo ed è stato tradotto in 49 lingue.

Come fa notare la storica e saggista Barbara Beuys: “Il best seller di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, (…) oscura la visione ben più ampia di una letteratura che, durante la Repubblica di Weimar, esaltava la guerra e le battaglie, la violenza e il genocidio come prova del fuoco che conferivano all’uomo gloria e onore, ebbrezza e passione” e, continuando, lei cita autori e titoli ridondanti di questo genere di letteratura guerrafondaia allora in voga (Nota 2).

Remarque rimase frastornato dal successo del libro, era schivo verso i fotografi, schietto nel rispondere ai giornalisti. Aveva 32 anni e scriverà, nel corso della sua vita, altri dieci romanzi, una commedia, una sceneggiatura cinematografica e alcuni racconti brevi.

Nel 1930 divenne immediatamente bersaglio dei nazisti che odiavano il libro per il suo contenuto antimilitarista ed umano.

Venne bruciato nel rogo dei libri del 1933.

Essi inventarono di sana pianta, come facevano spesso nelle loro gazzette, che Remarque si chiamasse in realtà Kramer e che fosse ebreo.

Era invece di famiglia cattolica e aveva studiato in seminario.

Anche il film realizzato dal regista Lewis Milestone a Hollywood “All Quiet on the Westfront”, vincitore di due premi Oscar, venne sabotato dai nazisti e in particolare dal ministro della propaganda Goebbles (quello che nel 1945 avrebbe ammazzato i sei figli adolescenti insieme alla moglie). 

Le sale cinematografiche dove il film veniva proiettato vennero attaccate dai nazisti e nel 1930 il film venne proibito in Germania e Austria. (Nota 3)

Su consiglio di un’amica, Remarque aveva acquistato con i proventi del libro una villa sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dalla tranquilla Ascona nel Canton Ticino dove, eccetto i dieci anni americani e i soggiorni parigini, trascorse gran parte della sua vita.

Il giorno prima che Hitler diventasse cancelliere nel 1933 era saggiamente partito con la sua automobile Lancia verso Ascona – come racconta Uwe Wittstock nel bel saggio “Febbraio 1933. L’inverno della letteratura” (Marsilio 2023).

Remarque aiutò i rifugiati, ne ospitò alcuni nella sua casa svizzera, li sostenne economicamente, era un uomo generoso ma non riescì ad integrarsi totalmente con gli altri letterati di quella che i critici letterari chiamano Exilliteratur (1933 – 1945).

Il suo migliore amico fu lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel.

Thomas Mann scrisse nel 1939 nei suoi Diari: “A proposito degli scrittori Zweig, Ludwig, Feuchtwanger e Remarque. A chi spetta il primato dell’inferiorità?”.

Era un giudizio assai ingiusto forse dettato da invidia per il grande successo di Remarque. 

Remarque, che era diventato molto ricco, risentiva invece che tanti colleghi vivessero in povertà, quasi reietti in America dove erano guardati con sospetto, che i loro libri non avessero successo (eccetto quelli di Thomas Mann e Stefan Zweig). 

Venivano pubblicati solo ad Amsterdam dalla casa editrice Querido.  

Klaus e Erika Mann nel loro bel libro sull’esilio “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio) definirono Remarque un caposaldo della forzata immigrazione.

Nel 1943 sua sorella Elfriede Scholz, una sarta che viveva a Dresda, si lasciò sfuggire commenti negativi su Hitler e il regime e venne denunciata da due donne e dal marito di una di loro, un capitano. Imprigionata, venne condannata a morte a 40 anni. Si trattava anche di una vendetta contro lo scrittore. Il giudice infatti le disse: “Suo fratello, purtroppo, è fuori dalla nostra portata; lei, invece, non ci sfuggirà”.

Elfriede Scholz affrontò la morte con coraggio (Nota 4).

Remarque verrà a saperlo solo nel 1946 e assolderà un avvocato per scoprire gli aguzzini che non furono però né processati né rimossi.

“The ladies liked him; he liked the ladies.” disse di lui una scrittrice, Marta Feuchtwanger.

Era un uomo molto romantico, con un debole per bellissime attrici.

In una intervista su Youtube del 1962 egli appare simpatico e con una bella voce.

Nel 1927 si era sposato con Jutta Zambona, una ballerina austriaca, bruna e bella ma pochi anni dopo il loro matrimonio era finito.

Lui e la moglie divorziarono ma quando, nel 1938, lei rimase senza passaporto perché le era stato revocato in Germania e quindi pericolosamente apolide in un’Europa sull’orlo della guerra, e gli chiese di sposarsi nuovamente solo per avere un passaporto, lui accettò.

Una sera nel tiepido settembre 1937 al Lido di Venezia all’hotel Excelsior, Remarque si presentò gentilmente al tavolo dove Marlene Dietrich stava cenando con Joseph von Sternberg, il suo inseparabile regista. 

Nascerà dopo questo incontro una storia d’amore su cui si è scritto molto: Marlene era una grande star.

Lui le scriveva splendide lettere d’amore, le inviava ogni giorno fiori e regali. Entrambi non erano fedeli.

Poco dopo l’inizio della loro relazione Marlene si innamorò di Joe Castairs, ereditiera inglese di una compagnia petrolifera e famosa sportiva e nel ’40 dell’attore francese Jean Gabin. Remarque la lasciò.

Rimasero però amici. (Nota 5)

Marlene lo convinse a scrivere ancora. Per lei, lui scriverà “Arco di trionfo” (Arc de Triomphe 1946) storia di un medico disperato e clandestino a Parigi e di una donna affascinante ma inaffidabile. 

Il libro ebbe un gran successo e ben presto divenne un film interpretato da Ingrid Bergman.

Lui incominciò una nuova relazione con Natalie Paley, attrice, modella e cugina di Nicola II, ultimo zar di Russia. 

Ebbe anche storie d’amore con altre attrici come Edy Lamarr, Dolores del Rio e, brevemente, con l’enigmatica Greta Garbo. Nonostante ciò dai “Diari” egli emerge sostanzialmente come un uomo solo, la sera beveva superalcolici, ascoltava musica classica, rifletteva sulla vita, era pessimista ma tuttavia voleva resistere, frequentava anche bar gay.

Era un grande collezionista d’arte. Acquistò opere di Renoir, Cézanne, Degas, Toulouse-Lautrec e altri.

Nel 1952 scrisse un altro romanzo dal quale venne tratto un film a Hollywood in cui anche lui interpretava un ruolo: “Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben), la storia di un soldato che nel 1943 dal fronte sovietico ritorna nella Germania distrutta e l’unico sostegno è una ragazza, figlia di un medico deportato.

Il libro uscì censurato nella Repubblica Federale nel 1954 e integralmente soltanto nel…1989!

Egli sapeva anche creare splendide atmosfere come nel bel romanzo “La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon) del 1962.

Dopo la guerra, Remarque tornerà ad Ascona in Svizzera. Visiterà velocemente la Germania ovest. Sarà contro il mantenimento degli ex nazisti in posti importanti nella Repubblica Federale e nel 1961 contrario alla costruzione del muro di Berlino.

Nel 1951 aveva incontrato l’ultimo amore, Paulette Goddard, attrice, in parte ebrea, ex moglie del geniale regista e attore inglese Charles Chaplin e indimenticabile interprete della monella di “Tempi moderni” (1936) e della ragazza de “Il Dittatore” (1940) di Chaplin. 

Paulette era spiritosa, vivace, innamorata. Si sposarono nel 1958 e rimasero insieme fino al 1970, anno in cui Remarque, la cui salute era minata da tempo, morì a Locarno a 72 anni.

Aveva trascorso parecchio tempo negli ultimi anni a Roma, città che amava moltissimo.

…..

Nota 1) Da “Als wäre alles das letzte Mal”. Eine Biographie” (1998) (Come se fosse l’ultima volta), un’ottima biografia di Wilhelm von Sternburgs che dovrebbe essere tradotta in italiano.

Nota 2) Barbara Beuys da “Sophie Scholl. Eine biographie”

Nota 3) da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sono stati tratti altri due film nel 1979 e nel 2022.

Nota 4) La tragica storia di Elfriede è stata recentemente ricostruita nel saggio di Heinrich Thies: “Die verlorene Schwester – Elfriede und Erich Maria Remarque: Eine Doppelbiografie” (La sorella perduta).

Nota 5) All’inizio del 2000 le lettere dello scrittore a Marlene sono state pubblicate (“Dimmi che mi ami”, ed.Archinto) ma non quelle di lei a lui bruciate da Paulette Goddard.

Interessante anche il libro di Ruth Marton, “Mein Freund Boni: Erinnerungen an Erich Maria Remarque” (Il mio amico Boni: Ricordi di E.M.R.).

Boni era un soprannome di Remarque.

Hilton Tims The Last Romantic: A Life of Erich Maria Remarque.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Cristiana Buccarelli: “I falò nel bosco” (Edizioni IOD), di Lavinia Capogna

“Se ti piacciono le erbe e vuoi imparare a guarire ti mostrerò l’arte antica delle mie ave, ti insegnerò a curare con l’ortica, il finocchio, la menta, la malva, la betonica, l’iperico. Ti spiegherò come si può viaggiare con la mente e il corpo grazie al papavero, alla mandragora o al giusquiamo… Posso anche trasmetterti, se hai pazienza e concentrazione, i gesti e i rituali con cui si tolgono i mali dell’anima e tutto ciò che aiuta la buona sorte. (…) “È questo il mestiere di una guaritrice?” domandai (…)”.

1560, in un paese della Tuscia due donne conversano nel bosco, la giovane Fulvia e l’anziana Fausta che l’ha soccorsa.  

Siamo quasi all’inizio di ‘I falò nel bosco” (IOD editore 2021), bel romanzo di Cristiana Buccarelli che si svolge tra la metà del 1500 e il 1630, utilizzando anche, sapientemente, flashback cinematografici.

Cristiana Buccarelli è una scrittrice calabrese nata a Vibo Valentia che abita a Napoli e che ha già un ampio curriculum letterario. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano e, circa dieci anni fa, ha esordito con una raccolta di racconti “Gli spazi invisibili” a cui sono seguiti i romanzi “Il punto Zenit” ,”Eco del Mediterraneo”, “Un tempo di mezzo secolo”, “Taccuini di viaggio”.

Ha vinto prestigiosi premi e ha insegnato in laboratori e stage di scrittura a Napoli e in Calabria. Da quasi tre anni collabora stabilmente con la nostra rivista letteraria Il Randagio, diventata recentemente anche cartacea.

È un romanzo avvincente, perfettamente equilibrato che mescola armoniosamente fantasia ed elementi storici, personaggi immaginari e personaggi reali o ispirati ad essi.

Si sente alle spalle un’accurata ricerca storica.

Ma soprattutto è un libro che racconta la storia di una liberazione, una sete di conoscenza, quella di Fulvia, vittima di un vile abbandono e di un’abietta violenza che sceglie di guarire e recare conforto attraverso il suo sapere a molti poveri, di placare mali fisici e mentali, smarrimenti e fratture in un mondo dove medicina e magia ancora si intrecciano. Anche il grande Paracelso che scoprì il potere curativo della chimica era del resto un alchimista e Nostradamus un medico che curò la peste e che vedeva oltre i confini del tempo.

Anche la capacità di leggere e di scrivere di Fulvia diventano uno strumento di emancipazione in una società in gran parte illetterata e, ancora di più, per una donna.

Il 1500 e il 1600 sono, in un certo senso, i secoli più misteriosi: miscuglio di vecchio e nuovo, di conoscenze arcaiche andate ormai perdute e di fanatismo, di svelamento di sé e di mascheramento, di trompe-l’œil ma anche dell’ansia di Amleto, principe di Danimarca, che deve fingersi pazzo per scoprire il vero.

Di Don Chisciotte che tutti credono pazzo ed è invece l’unico savio nella polverosa Mancha.

“La vita è sogno” scriveva Calderón de la Barca.

Secoli di grandi scoperte scientifiche con Galileo ma anche marittime (la scoperta dell’America) che cambiarono la storia del mondo e di furiose guerre di religione.

Tra i due secoli vive Fulvia, una ragazza assai graziosa con i capelli rossi, ignara di ciò che accade altrove ma non del potere curativo delle piante, degli impiastri, di incantesimi che non hanno nulla di demoniaco. La sua acuta percezione della natura e la sua complicità con essa ci parlano di un mondo ancora in armonia con gli alberi, le piante, le montagne, i mari, i fiumi, i ruscelli cristallini, con gli aromi, le erbe, le fragranze, a volte salvifiche, a volte potenzialmente mortali, per lenire dolori e malinconie ma anche per obliare o far innamorare.

La libertà di Fulvia, il suo essere sola e capace di provvedere a sé stessa, l’essere chiamata da un gruppo di donne che nei boschi rendono omaggio ad una dea, la rendono sospetta.

Romanzo di una vita, “I falò nel bosco” racconta anche un percorso sentimentale: tre uomini amati e profondamente diversi per carattere, classe sociale, interessi. 

Cristiana Buccarelli riesce in questo libro, di cui non anticipiamo la trama non priva di colpi di scena, a non cadere in nessun stereotipo o banalità, scegliendo uno stile letterario colto e scorrevole al tempo stesso, ben leggibile, che descrive stati d’animo ed emozioni, pervase anche da una raffinata sensualità.

Vari i richiami citati in una nota finale: da Carlo Ginzburg con la sua microstoria a Bianca Pitzorno, molto apprezzata dall’autrice.

In questo periodo Cristiana Buccarelli è immersa nella scrittura di un nuovo romanzo che attendiamo, quando sarà finito, in libreria.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

John Steinbeck: “Furore” (Bompiani, 2024, trad. Sergio Claudio Perroni), di Lavinia Capogna

“Furore” di John Steinbeck o lo sradicamento  

“Beh, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…” “E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, beh, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… “

America primi anni Trenta: i trattori delle banche e dei latifondisti passano incuranti sulle terre rosse dell’Oklahoma nel Midwest. 

Incuranti della madre terra e dei contadini che vengono fatti bruscamente sloggiare dopo che, faticosamente, erano riusciti a costruirsi una casa e ad avere un terreno da coltivare a mezzadria.

La mezzadria era un contratto agrario in cui il proprietario e il contadino dividevano a metà i prodotti della terra.

Quando Tom Joad, determinato, intelligente figlio di due contadini fa ritorno a casa dopo quattro anni passati in carcere scopre, desolatamente, che i suoi sono partiti.

Incomincia così “Furore” (The Grapes of Wrath) best seller del 1939, vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer scritto da John Steinbeck, autore trentasettenne e futuro Premio Nobel 1962. 

Il libro è scritto in un interessante americano, a volte nell’idioma dell’Oklahoma per renderlo più verosimile.

Si legge in un articolo dell’epoca: “Steinbeck è un ragazzone, con spalle larghe, occhi azzurri dallo sguardo sincero e capelli scuri che si arricciano sulla fronte” (The San Jose Mercury News, 8 gennaio 1938).

Tom Joad è stato in carcere perché, ubriaco, aveva ucciso per legittima difesa un coetaneo che lo aveva aggredito con un coltello ad un ballo di paese.

È stato rilasciato in anticipo ma “sulla parola”: non può lasciare l’Oklahoma, ordine a cui disubbidisce e, del resto, non avrebbe altra scelta.

Riunita, la famiglia Joad si mette in marcia sulla Route 66 con una scassata macchina trasformata in camion piena di suppellettili verso la California, la terra promessa.

Un accattivante volantino garantisce 800 posti di lavoro nella terra del sole e delle arance ma loro vengono avvisati da alcuni sconosciuti che non tutto laggiù è come viene pubblicizzato.

La madre sogna una casetta bianca e una piccola vigna da coltivare.

Sua figlia, la graziosa Rose of Sharon, 18 anni, incinta e sposata con il 19enne Connie, vorrebbe invece vivere in città, avere una ghiacciaia e andare al cinema così come il fratello Al, appassionato solo di ragazze e di motori, vorrebbe aprire un negozietto di elettronica. Sono la terza delle quattro generazioni degli Joad.

Vorrebbero, in breve, fare il salto da proletari a borghesi.

I due bambini decenni di Ma e il marito che si chiama anche lui Tom crescono semiabbandonati tra adulti troppo indaffarati e preoccupati. Anche loro raccoglieranno cotone in California come i figli dei neri che, separati dai bianchi all’epoca, non appaiono nel romanzo.

La scuola è un luogo inaccessibile per loro (anche se Ma desidererebbe mandarceli) dove altri ragazzini li bullizzerebbero perché poveri e di un altro stato.

Il tema del viaggio è uno dei grandi miti americani che compare in vari libri (Mark Twain, Kerouac, “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig e altri) e in tante canzoni e film.

Qui il viaggio ha però il volto dello sradicamento e dell’ignoto che si fa sempre più inquietante.

Tom è il più concreto, pragmatico della famiglia, gli altri uomini sono tormentati da sensi di colpa come lo zio John che non aveva creduto alla moglie incinta morente e cerca di compensarlo portando chewing-gum e liquirizia ai bambini o Tom padre che aveva maldestramente assistito Mam in un parto casalingo e che teme di aver creato danni cerebrali allo slavato, etereo Noah, fratello di Tom, quasi magneticamente attratto dall’acqua e dal fiume.

Steinbeck descrive una società contadina che sarà immortalata da alcuni grandi fotografi come W. Eugene Smith, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e altri: quella della grande Depressione dopo il crollo di Wall Street nel 1929 che sconvolse l’America e che riuscì poi a riprendersi, negli anni Trenta, grazie al New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di cui John Steinbeck fu un sostenitore: immagini di desolante povertà e sconforto, di volti rassegnati arsi dal sole, di bimbi con lacere tute jeans nella patria del capitalismo.

È una società in cui comandano esclusivamente gli uomini eppure non ne sembrano felici: loro decidono per tutti riunendosi la sera in consiglio.

Le donne e i bambini li osservano.

È un mondo dove vale la legge del più forte, tutti hanno abiti sbrindellati ma un fucile in casa.

Boys don’t cry. Sono uomini abituati a non rivelare i loro sentimenti e a non esprimere le loro emozioni.

Quando Tom dirà qualcosa di suo all’ex predicatore Casy, che ha casualmente incontrato in Oklahoma, gli sembrerà di aver detto troppo.

È l’unico momento del romanzo in cui Tom appare vulnerabile.

“Furore” è un libro profondamente maschile: l’azione è al centro del romanzo. La lotta estenuante per sopravvivere, a qualunque costo anche nelle condizioni più estreme, nello sfruttamento più estenuante, nel vento, nella pioggia torrenziale, nella siccità che in quegli anni colpì il Midwest, nella fame nera.

Le donne del libro sono madri (Grandma, Ma, Rose of Sharon, la graziosa, infelice sorella di Tom) o, di sfuggita, più mature, scaltre, cameriere dei Cafe sulla Route 66.

L’amore è spesso malvissuto: dalla ipersessualità del nonno alle prostitute (altre vittime del capitalismo) dello zio John, dalla incessante ricerca di ragazze per effimeri flirt del superficiale Al fino al codardo Connie che, sopraffatto dalle responsabilità, abbandonerà Rose of Sharon incinta.

Solitario è invece l’eroe/controeroe del romanzo Tom. In un certo senso ci si aspetta che Tom incontri una ragazza ma ciò non avviene: egli è il fuggiasco, perseguitato da una sfortuna ricorrente, sempre con gli sbirri alle calcagne e che trasformerà la sua rabbia in lotta politica.

I detrattori reazionari accusarono “Furore” di essere “propaganda comunista” e il libro è certamente di sinistra (“Sto imparando una cosa importante,” disse. “La sto imparando ogni momento, tutti i giorni. Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”).

Non mancano momenti di solidarietà o il confronto tra le baraccopoli dei latifondisti e quella, più umana, governativa o incontri sulla strada come quelli con i dignitosi Wilson o i solidali Wainwright.

La madre è il personaggio che acquista sempre più importanza via via che si snoda la trama. Non sappiamo il suo nome. Lei è semplicemente Ma (Mamma).

Diventa il punto di riferimento e di sostegno di tutti.

Non si perde d’animo, osserva acutamente gli altri, intuisce le cose che gli uomini della sua famiglia non dicono. È l’unica ad avere un rapporto profondo con Tom. 

Mam avrà anche il sopravvento sul debole marito, imporrà decisioni (“Partiamo domattina,” disse. Pa’ sbuffò. “Mi sa che i tempi sono cambiati,” disse in tono sarcastico. “I tempi di quando era l’uomo a dire che c’era da fare. Ora mi sa che sono le donne a dirlo. Magari tocca prendere il bastone”) per picchiare la moglie e lei gli risponde per le rime.

Le donne sottomesse, silenziose, picchiate di quella società arcaica diventano con lei la bussola a cui rivolgersi quando il mondo va in frantumi.

Casy è uno dei personaggi più interessanti di Steinbeck. Nel bellissimo film in bianco e nero di John Ford del 1940 tratto dal romanzo, anche se modificato nel finale per ragioni di censura, era interpretato dall’ispirato David Carradine.

Tom era il bel Henry Fonda.

Casy è un ex predicatore di una delle varie chiese statunitensi che ha smesso perché circuiva ragazze e non sa più se credere in Dio oppure no.

È una sorta di filosofo che si interroga sul senso della vita e che infine trova in un’anima collettiva e nella giustizia sociale il Regno dei Cieli.

Qualcuno vi ha letto influenze del filosofo scrittore ecologista ottocentesco Ralph Waldo Emerson.

Questo romanzo che parla di terra, di campi di cotone, di raccolta di pesche, di uva è anche profondamente spirituale, con accenti biblici (come altri romanzi di John Steinbeck) e al tempo stesso nemico dei fanatici, così diffusi nel paese, come la donna farneticante, foriera di cattivi presagi per la candida Rose of Sharon.

È un romanzo dove tutto viene descritto e sentito con grande abilità narrativa, genialmente inframmezzato da capitoli generali come lo splendido 17 o quello poetico sulla musica: l’armonica a bocca, la chitarra country, il violino che sono gli unici svaghi nelle sere malinconiche 

Steinbeck descrive le sensazioni con una precisione che ricorda Émile Zola: la polvere che sale sui volti rendendoli grigi, la freschezza ristoratrice dell’acqua, il sapore del maiale croccante e salato, il profumo del caffè. 

I Joad, esuli in California, da mezzadri si trasformano in emigranti, vittime di razzismo, prevaricazioni, sfruttati e sottopagati e anche per questo “Furore” è un romanzo attualissimo.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Carson McCullers, “Il cuore è un cacciatore solitario”, di Lavinia Capogna

“I’m a stranger in a strange land” 

Esiste un prezioso video su Youtube: cinque minuti di un’intervista del 1951 a Carson McCullers, scrittrice americana di grande talento ancora non abbastanza letta in Italia.

Ella risponde in modo simpatico ed intelligente ad un pressante intervistatore, fumando una sigaretta.

Carson McCullers nacque nel 1917 a Columbus in Georgia. La sua famiglia derivava in parte da irlandesi e da ugonotti francesi e prima della guerra civile del 1865 era stata molto agiata.

Il suo vero nome era Lula Carson Smith.

Gli Smith negli anni Venti erano una famiglia medio borghese ma in difficoltà economica anche se assai rispettata a Columbus.

Carson era una bambina intelligente ed ipersensibile e molto di lei si ritrova in Mick Kelly, l’adolescente del suo splendido romanzo d’esordio “Il cuore è un cacciatore solitario” (The Heart is a Lonely Hunter, 1940) che pubblicò a soli 23 anni e in Frankie Addams, protagonista del suo terzo, commovente romanzo, “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946).

Solitamente Carson viene considerata tra le autrici del Southern Gothic, un genere letterario che narra di persone solitarie, smarrite, talvolta inquietanti che vivono in un ambiente degradato e violento.

Gli autori del genere comprendono scrittori come William Faulkner, Erskine Caldwell, Flannery O’Connor, il commediografo Tennessee Williams, che fu grande amico di Carson, Truman Capote, Harper Lee.

Il suo stile di scrittura bello, scorrevole, intenso, lucido, avvincente si contraddistingue per la profonda umanità, la descrizione spesso di persone emarginate dalla società che lottano, tra grande intuizioni ed errori, per qualcosa di meglio.

Nel 2016 la giornalista Sarah Schulman ha scritto in un articolo sul ‘The New Yorker’: “McCullers aveva una capacità quasi singolare di descrivere l’umanità di qualsiasi tipo di persona, molte delle quali non erano mai apparse nella letteratura americana prima che lei le creasse”.

Ella diede voce e volti ad Afro American, disabili e omosessuali.

“Il cuore è un cacciatore solitario” ebbe immediatamente un grande successo. Carson dovette farsi inviare un anticipo dal suo editore per raggiungere New York dove venne travolta da una celebrità alla quale non era emotivamente preparata.

Oggi il libro è per la rivista “Time” tra i 100 migliori in lingua inglese e per la Modern Library tra i 100 romanzi più belli del Ventesimo secolo.

Lei lo aveva iniziato a soli 19 o 20 anni, il che è sorprendente. 

È romanzo intenso, coinvolgente, perfettamente equilibrato nell’andamento e nella struttura che narra di quattro personaggi che si aprono emotivamente solo con un uomo gentile e garbato, un muto di nome John Singer in una cittadina polverosa del profondo Sud degli States tra il 1938 e il ’39.

Singer diventa involontariamente il catalizzatore di alcune solitudini: Mick, una tredicenne che desidera diventare una musicista (come aveva pensato anche Carson che aveva studiato il pianoforte), ribelle e spericolata. Mick è una sognatrice in un microcosmo senza sogni rigidamente diviso tra la chiesa e il cinema che il sabato sera fa sognare sul grande schermo vite irraggiungibili, nata al tempo del grande crollo economico del 1929 che condusse gli States negli anni della grande Depressione che vennero ben descritti da John Steinbeck in “Furore” (The Grapes of Wrath, 1939).

Con il New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il paese stava lentamente riemergendo dalla crisi mentre in parte d’Europa, prossima alla guerra, infuriava il fascismo.

Mick con i suoi calzoncini corti e le sue T shirt è un tomboy, parola che in italiano viene tradotta con l’aggettivo dispregiativo ‘maschiaccio’ ma che in americano, invece, non ha una valenza negativa.

Ella si perde in fantasticherie mentre la sua indaffarata famiglia è travolta da problemi economici e farà l’amore, per la prima volta, in riva al fiume con un timido coetaneo, Harry, un ragazzino ebreo con gli occhiali che vagheggia di uccidere Adolf Hitler.

Anche Blount, un uomo che ha fatto mille mestieri, che ha visto mille atrocità, che viene da chissà dove, spesso ubriaco nel New York City Cafe di Biff Brannon con la sua tuta jeans da lavoro, i baffi e che lavora come meccanico in una giostra, che cerca vanamente di risvegliare una coscienza sociale nella popolazione addormentata, racconta i suoi dolori al muto che lo accoglie affabilmente.

Blount ha qualche similitudine con i personaggi di Nelson Algren, lo scrittore comunista di Chicago, nel nord del paese che raccontava di una rabbia diffusa dopo la grande Depressione. 

La rabbia domina anche il dottor Copeland, un anziano medico nero che si occupa con grande altruismo dei suoi ammalati.

È un uomo colto che si è allontanato dalla profonda fede cristiana dei neri per diventare marxista (uno dei suoi figli si chiama Karl Marx ma preferisce farsi chiamare Buddy).

Egli detesta ogni frivolezza, le camicie sgargianti, le cravatte eleganti ambite dalla gioventù, la musica sincopata delle sale da ballo, i bianchi (ad eccezione di John Singer) e l’arroganza e violenza di molti di loro. 

La schiavitù era finita ma non la segregazione razziale e il razzismo.

“Essere un nero in questo paese e avere una certa consapevolezza significa essere quasi sempre in preda alla rabbia” ha scritto James Baldwin, scrittore e ammiratore letterario delle opere di Carson.

Fa da contrappunto al dottor Copeland sua figlia Portia che lavora come cameriera nella famiglia di Mick ed è profondamente affezionata ai bambini, una donna dolce che lotta per un futuro migliore ma le cui speranze vengono infrante dalla realtà. 

Scriveva Richard Wright, autore di “Ragazzo nero” (Black Boy, 1945) in una recensione del romanzo sulla rivista ‘The New Republic’ nel 1940: 

“Per me l’aspetto più impressionante de “Il cuore è un cacciatore solitario” è la sorprendente umanità che consente ad una scrittrice bianca, per la prima volta nella narrativa del Sud, di gestire i personaggi neri con la stessa facilità ed equità di quelli della sua etnia. 

Questo non può essere spiegato stilisticamente o politicamente, sembra derivare da un atteggiamento nei confronti della vita che consente a Miss McCullers di superare le convenzioni del suo ambiente e di abbracciare l’umanità bianca e nera in un’unica ondata di comprensione e di tenerezza”. 

Anche Berenice la governante nera di “Invito a nozze” è uno dei migliori personaggi creati dalla scrittrice.

Pure nel romanzo “Orologio senza lancette” (Clock Without Hands) del 1953 c’è un importante personaggio Afro American, Sherman Pew.

Nella vita fu di grande aiuto a Carson Ida Reeder, la sua governante/amica nera, assunta dapprima dalla madre, che si occupò di lei quando la sua salute incominciò a declinare rapidamente.

L’ambiguo, riflessivo Biff Brannon è un altro personaggio che si confida con il muto Singer. Meticoloso, flemmatico gestore di un Caffé sempre affollato e fumoso ha un rapporto complesso con la moglie, un’insegnante di religione indolente e pigra, con la quale l’amore è finito da tempo. 

Egli vuole capire le ragioni delle azioni umane, colleziona vecchie riviste da dieci anni e ha una predilezione sentimentale per Mick che mai oserebbe agire.

Singer non ha parole da offrire loro ma ascolto e comprensione – e loro vogliono bene a Singer. Questo è il nucleo del romanzo in cui c’è un grande, imprevedibile colpo di scena.

Nel profondo legame tra John Singer e il pingue, capriccioso, goloso sordo muto Antonopoulus (il suo opposto) viene delicatamente suggerito un amore omosessuale, tema che Carson riprenderà in un tono cupo nella passione proibita del conformista capitano Penderton per il soldato Williams (che invece è attratto dalla bella moglie di lui, Leonora) in “Riflessi in un occhio d’oro (Reflections in a Golden Eye) del 1941, il suo secondo romanzo.

In “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946), dal quale venne tratta una commedia di successo scritta da lei stessa, Carson descriveva i sentimenti di un’altra adolescente, Frankie, in prossimità del matrimonio del fratello. Anche questo romanzo è bellissimo e struggente e racconta la confusione di Frankie, una dodicenne, che si sente un po’ una ragazza e un po’ un ragazzo e ciò la riempie di dubbi a cui non sa e non può rispondere. (Nota 1)

Il tema dell’amore omosessuale attraverserà la vita di Carson. 

Detto per inciso, il tema verrà solo accennato nella biografia sulla scrittrice di Virginia Spencer Carr (che ha una bella prefazione di Tennessee Williams), quasi negato in quella di Josyane Savigneau e infine dimostrato nell’ultima, pubblicata nel 2024 a New York da Mary V. Dearborn.

In un’America conservatrice, puritana ed omofoba, Carson, adolescente, si era platonicamente innamorata della sua insegnante di pianoforte. 

Verso i 17 anni aveva conosciuto un avvenente, slavato ed enigmatico ex militare, Reeves McCullers (dal quale prenderà il cognome) che aveva quattro anni più di lei. Era nata un’amicizia e poi un amore: nel ’37 si erano sposati.

Lei non aveva ancora compiuto vent’anni.

Reeves era come lei un liberal, che negli Usa significa di sinistra, e sognava di diventare uno scrittore. 

Da chi lo conobbe venne descritto come ‘un gentiluomo del sud’, sempre gentile ma presto entrambi incominceranno a bere troppo.

Nel 1944 Reeves sarà tra i primi americani a sbarcare in Normandia ma dopo la guerra, in parte frustrato dalla mancanza di lavoro, dal grande successo della giovane moglie, dall’alcolismo avrà un grande crollo emotivo.

Il 1 luglio 1940 in un bar di New York Carson aveva conosciuto una scrittrice svizzera trentaduenne che desiderava farle un’intervista: “Sapevo che il suo viso mi avrebbe perseguitato per tutta la vita” scrisse poi Carson.

Era Annemarie Schwarzenbach che le apparve simile al principe Myskin, il protagonista ‘assolutamente buono’ de “L’idiota” di Dostoevskij. 

Annemarie era lesbica, era nata nel 1908 in una delle famiglie più agiate di Zurigo, industriali tessili, ma si era presto scontrata con le loro idee molto conservatrici. Era fuggita nella Berlino della Repubblica di Weimar dove aveva fatto grande amicizia con Erika e Klaus Mann e fu proprio quest’ultimo a presentarla a Carson.

Annemarie non solo era bella ma rappresentava l’Europa ferita. Attivista antifascista aveva finanziato un’ottima rivista letteraria di Klaus Mann, era stata (con grande scandalo della famiglia) al Congresso degli scrittori contro il fascismo a Mosca, aveva viaggiato in Persia (l’attuale Iran), in Afghanistan e in India.

Scriveva libri delicati e visionari che raccontavano di giovani che vanamente cercavano l’amore in donne sfuggenti e di angeli incontrati nei giardini della Persia.

Tra Carson e Annemarie nacque un’amicizia che la seconda non volle trasformare in un amore perché voleva salvaguardare Carson: Annemarie aveva in quel periodo grandi problemi privati.

E poi perché le voleva bene ma non era innamorata di lei. Le lettere che scriveva a Carson sono affettuose e premurose ma non sentimentali.

Reeves fu assai geloso della moglie e giunse a schiaffeggiarla. Il loro matrimonio si disintegrò, lui le rubò anche dei soldi ma poi le chiese scusa.

Carson lo lasciò.

Negli anni ’40 Carson ebbe tre ictus che le procurarono invalidità nella parte sinistra del corpo. Reeves, dal fronte europeo, le scriveva tenere lettere d’amore chiamandola “Darling Girl” e nel 1945 si sposarono di nuovo.

Le cose andarono peggio. Entrambi cercavano sollievo nell’alcool come faceva anche Hemingway ma quando nel 1953 a Parigi Reeves andò fuori di testa e cercò di convincerla a suicidarsi insieme a lui, lei fuggì negli Stati Uniti.

Poco dopo lui si suicidò. Aveva 40 anni.

Nel 1956 lei scrisse un racconto su un uomo distrutto dell’alcool “Who Has Seen the Wind?” (il titolo era preso da un verso di Christina Rossetti) e una commedia teatrale, “The Square Root of Wonderful” (letteralmente, La radice quadrata del meraviglioso – non pubblicata in Italia) dove raccontava la storia di una donna che ama un uomo annientato dal fatto di non essere uno scrittore. 

Nel 1951 aveva invece pubblicato una bellissima raccolta di novelle intitolata “La ballata del caffè triste” (The Ballad of the Sad Cafe”) che narrava anche la storia di una donna forte e schiva che viene plagiata da uno scaltro nano.

Alcuni testi di Carson erano dedicati ad Annemarie che nel 1942 era deceduta in Svizzera a causa di un incidente stradale.

Durante un viaggio a Roma Carson conobbe Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Carlo Levi.

In altri momenti il poeta inglese W.H. Auden, Christopher Isherwood, Rosamond Lehmann, la scrittrice francese Françoise Sagan, Lillian Hellman, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Karen Blixen, aiutò il giovane Truman Capote e altri.

A 40 anni, nel 1957, Carson, che aveva seri problemi di salute e un blocco letterario, su consiglio di alcuni amici si rivolse ad una psicoterapeuta, Mary Mercer.

“Ho perso la mia anima” le disse.

“Nessuno perde la propria anima” le rispose lei.

Incominciò un assiduo lavoro terapeutico e, ad un certo punto, decisero di registrare le sedute – una cosa scorretta professionalmente – perché Carson pensava di scrivere una sua autobiografia che rimase poi incompiuta.

La dottoressa Mercer viene generalmente considerata colei che salvò Carson. Il che è vero ma Carson che era disabile, alcolista e che aveva perso i genitori, Reeves e Annemarie le lasciò gestire tutta la sua vita (forse troppo). 

Oltre che terapeuta (per un anno) fu un’amica, prendeva decisioni per lei, parlava con i medici, fece staccare la spina quando nel 1967 Carson fu in coma per un mese dopo un quarto grave ictus (morì il giorno dopo a 50 anni), fu in parte sua erede. 

Morì a 101 anni nel 2013. Aveva acquistato la villa di Carson a Nyack, vicino New York, e ne aveva fatto un laboratorio per giovani artisti e lasciò le registrazioni e gli appunti della terapia ad una università. 

……

Nota 1) da Lavinia Capogna “Carson McCullers, il genio celato della letteratura americana” (2025)

Carson McCullers ha anche ispirato recentemente i libri: 

Jenn Shapland “My Autobiography of Carson McCullers: A Memoir” (che non è una biografia) e

Daria Gatti “Nantucket. Una storia ispirata alle vite di Carson McCullers, Tennessee Williams e Annemarie Schwarzenbach”.

Sono stati tratti importanti film dai suoi libri diretti da Fred Zinnemann, John Houston, Robert Ellis Miller.

La cantautrice rock folk Suzanne Vega le ha dedicato l’album “Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.