Festival “Il libro possibile” – XXV edizione Luglio 2026: intervista alla Direttrice Artistica Rosella Santoro, di Rita Mele

Verso un nuovo Umanesimo: i 25 anni del Libro Possibile

Un quarto di secolo tra dialogo, libertà e la bellezza di una casa comune

Esistono luoghi dove la parola scritta non resta confinata tra le pagine, ma si fa vento, mare e comunità. Il Festival Il Libro Possibile taglia il prestigioso traguardo del quarto di secolo, confermandosi non solo come uno degli appuntamenti culturali più attesi del panorama italiano, ma come un vero e proprio laboratorio di pensiero mediterraneo.

Nato nel cuore della Puglia e capace di espandersi fino alle capitali europee, il Festival ha saputo mantenere intatta una rara virtù: la capacità di coniugare il rigore della riflessione con la solarità dell’incontro. In occasione della presentazione della XXV edizione, ospitata al Circolo della Vela di Bari, abbiamo incontrato la direttrice artistica Rosella Santoro. Tra le righe di questo fuori onda, emerge la visione di un evento che sceglie la via della leggerezza calviniana per solcare le acque agitate della complessità contemporanea, ricordandoci che restare umani, oggi, è l’impresa più coraggiosa e possibile che ci sia rimasta.

La direttrice artistica ha ripercorso con noi rapidamente la storia di un festival che ha saputo contribuire a trasformare il territorio pugliese in un epicentro culturale internazionale, senza mai perdere di vista la sua missione originaria: rimettere l’uomo al centro del dialogo.

Venticinque anni e non li dimostra. Come descriverebbe oggi Il Libro Possibile? Un festival ancora giovane o una realtà ormai matura?

Più che giovane, direi che è un festival maturo. Un quarto di secolo è un traguardo importante: rappresenta una storia densa, fatta di evoluzione culturale e territoriale. Il Libro Possibile ha accompagnato e sostenuto l’affermazione della Puglia, dimostrando che la nostra regione non è solo una meta turistica per le bellezze paesaggistiche, ma una fucina di proposte culturali di rilievo. La nostra tappa consolidata a Londra, alla seconda edizione,  in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la London Book Fair, sottolinea proprio questa proiezione internazionale: siamo un ponte tra il Mediterraneo e le grandi capitali europee della cultura.

Il Festival sembra vivere ben oltre i giorni della rassegna. Qual è il segreto di questo legame costante con il pubblico, specialmente quello più giovane?

Il nostro è un percorso convinto e continuo. Lavoriamo undici mesi l’anno con attività che coinvolgono tutti, dai bambini agli adulti. Il segreto risiede nel clima culturale che creiamo: cerchiamo di affrontare i grandi temi del presente con quella leggerezza di matrice calviniana, che non è superficialità ma capacità di planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore. Offriamo spunti di riflessione eterogenei, accogliendo punti di vista anche molto distanti tra loro. In un momento storico difficile come quello attuale, crediamo fermamente che per affrontare la complessità del presente servano dialogo, lettura e riflessione.

Parole come pace, libertà e umanesimo ricorrono spesso nel vostro manifesto. In che modo il libro può ancora farsi portavoce di questi valori?

Il nostro obiettivo è la costruzione di una comunità che cammini insieme verso valori condivisi: la dignità della persona, la pace e un nuovo umanesimo. Per noi del Libro Possibile il nuovo umanesimo è tale se sa abbracciare il progresso economico, tecnologico e scientifico, mantenendo però il focus sull’essere umano. Un uomo che non deve esercitare una posizione di dominio — né sull’ambiente, né sulla natura, né sulle altre popolazioni — ma che impari finalmente ad abitare la nostra casa comune.

La XXV edizione si preannuncia ricchissima. Come stimoliamo i lettori de Il Randagio a raggiungervi quest’anno nelle attraenti tradizionali località pugliesi di Polignano e Vieste, e nella tappa new entry di Irsina?

Con oltre 300 ospiti nazionali e internazionali, il palinsesto è un ecosistema di stimoli. Tra gli autori bestseller internazionali e nazionali si avvicenderanno Javier Castillo, Geoff Dyer, Eshkol Nevo, Stefania Auci, Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni. E siamo pronti a dedicare uno degli eventi in programma all’atteso Premio Strega 2026. L’invito che rivolgo ai lettori de Il Randagio è quello di consultare il programma non come un calendario di eventi, ma come una mappa di navigazione. Ognuno può e deve crearsi un percorso di lettura personalizzato in base alle proprie curiosità, o lasciarsi provocare da argomenti nuovi e posizioni inedite ascoltando autori distanti dal proprio sentire.

In fondo, il Libro Possibile è tale perché permette a ogni lettore di diventare, idealmente, l’autore del proprio libro esistenziale.

Esattamente. Ognuno diventa autore della propria formazione, dei propri interessi e delle proprie possibilità. Il libro è lo strumento, ma il fine resta sempre la libertà di pensiero del singolo all’interno della comunità.

In bocca al lupo al Libro Possibile e buona lettura

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Napoletano in pillole: Lezione 6, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“È acqua ca nun leva sete.”


Traduzione letterale: “È acqua che non disseta”.  L’acqua, nella vita, dovrebbe essere la cosa più semplice: si beve e si sta subito meglio. In questo caso, invece, si beve e si resta assetati. 

Il detto nasce da una constatazione amara: non tutto ciò che sembra “buono” lo è davvero, e non tutto ciò che viene offerto salva. Ci sono soluzioni che luccicano, promesse che suonano giuste… e poi si scopre che non hanno sostanza. 

È un detto che si usa con un mezzo sorriso stanco e invita a fare una cosa difficilissima: guardare in faccia l’insufficienza. Dire: “questa cosa non basta”. E non basta non perché si è troppo esigenti, ma perché c’è un bisogno vero da soddisfare.

Funziona benissimo nelle relazioni: quelle da una carezza ogni tanto e un vuoto costante. Funziona nel lavoro, nelle amicizie, nelle comportamenti che promettono tanto. “Acqua ca nun leva sete” è un invito alla libertà e a cercare un’altra fonte, una fonte di acqua vera, che disseta.

BUONA GIORNATA! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

Per acquistare il libro: https://amzn.to/4p6rF1U 

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Buon divertimento!

Rita Svandrlik: “Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann” (Carocci, 2026), di Claudio Musso

Leggere Scrivere per esistere della germanista Rita Svandrlik significa entrare in una forma di pensiero critico che rinuncia deliberatamente alla linearità espositiva per costruire una trama mobile di rimandi, interferenze e ritorni. Il libro non procede per dimostrazione ma per costellazioni piuttosto luminose: biografia, scrittura, ricezione critica, lettere, testimonianze e opere si attraversano reciprocamente senza mai fissarsi in una sintesi definitiva. Così la figura di Ingeborg Bachmann emerge per stratificazioni successive come presenza continuamente esposta alla propria lingua e mai del tutto afferrabile. Svandrlik comprende infatti che spiegare la scrittrice austriaca significherebbe tradirne il movimento più autentico: ogni tentativo di immobilizzarla produce immediatamente una perdita perché la sua identità coincide con l’attraversamento, non con la forma compiuta.

È qui che si rivela il nucleo più profondo dell’operazione critica del volume edito da Carocci Editore. Bachmann non viene ridotta a oggetto di interpretazione ma mantenuta in uno stato di leggibilità instabile, come se la scrittura fosse l’unico luogo in cui l’esistenza possa temporaneamente addensarsi. Scrive: «Esisto solo quando scrivo»: questa dichiarazione, che attraversa carsicamente tutta la sua opera, non è una posa intellettuale ma una vera ontologia della parola. Al di fuori dell’atto dello scrivere l’io si disperde, si sfrangia, diventa estraneo a sé stesso. Non esiste quindi un’identità piena che preceda il linguaggio, emerge piuttosto una soggettività precaria che tenta di costituirsi nell’atto stesso della scrittura. In questo senso la letteratura non rappresenta l’esistenza, la rende possibile.

Il corpus poetico e narrativo di Bachmann, nata cent’anni fa, testimonia con evidenza questa tensione tra lingua, esistenza e disgregazione dell’io. L’esordio con Il tempo dilazionato (1953) e Invocazione dell’Orsa Maggiore (1956) mostra già una voce che trasforma la poesia in esposizione radicale dell’esperienza, segnata dalla percezione della storia come ferita ancora aperta. Negli anni successivi l’autrice si orienta verso la prosa: Il trentesimo annoTre sentieri per il lago, fino al progetto incompiuto di Todesarten (Cause di morte), concepito come anatomia della distruzione individuale prodotta dalla società contemporanea. E tuttavia, anche nella prosa, Bachmann non smette di essere poetessa: la densità lirica e la tensione ritmica restano il luogo in cui la lingua si espone al massimo grado. Il passaggio alla narrazione non segna un superamento della poesia ma il tentativo di estenderne la forza conoscitiva dentro forme più frante e ospitali per la contraddizione. Il romanzo Malina resta il punto più alto e vertiginoso di questo percorso mentre Il libro Franza testimonia una scrittura che fa dell’incompiutezza la propria verità più profonda.

Svandrlik mostra con acume come questa centralità della scrittura non abbia nulla di salvifico. In Bachmann la lingua è da sempre compromessa perché attraversata dalle sedimentazioni della storia, della violenza e dell’ideologia. Le parole non sono innocenti: conservano tracce di dominio, automatismi percettivi, residui di coercizione. Dopo il Novecento, scrivere significa entrare in conflitto con la lingua stessa. La scrittura autentica non si limita ad aggiungere significati ma disarticola: spezza formule irrigidite, incrina i cliché, interrompe i dispositivi del discorso automatico. Non rende il reale più enigmatico ma più esposto nelle sue contraddizioni rimosse e qui molti lettori si ritroveranno.

In questa prospettiva assume un ruolo decisivo la tensione tra chiarezza e oscurità che Svandrlik restituisce senza ridurla a formula critica. «Più ci esprimiamo chiaramente e più saremo poetici»: in questa affermazione si condensa una delle intuizioni più fertili di Bachmann. La chiarezza non è semplificazione ma precisione etica opposta all’opacità ideologica del linguaggio. Tuttavia la lucidità non elimina l’oscurità, ne registra piuttosto l’inesauribilità. «Sul fondo l’oscurità non manca, come non manca l’indicibile»: la scrittura nasce esattamente da questa frizione irrisolta tra necessità del dire e impossibilità dell’esaurire. Poesia, racconto, radiodramma, romanzo, lettera, anche quella non spedita ma comunque scritta: ogni forma di parole autentiche diventa esercizio di resistenza contro la paralisi del linguaggio e contro la rimozione del dolore storico. La modernità si configura così come rinvio permanente in cui ogni compimento viene differito e sottratto.

Da questa concezione deriva anche l’idea del rapporto con il lettore. Ogni scrittura si costituisce come apertura verso un “tu”, anche quando il destinatario resta indeterminato o irraggiungibile. La letteratura non è mai monologo ma esposizione all’altro. Scrivere significa tentare una relazione fragile attraverso la parola, accettandone la vulnerabilità. Il testo non è autoespressione ma forma irta di transitività. Non è un caso che Bachmann sia stata definita «selvaggia», irriducibile a ogni addomesticamento teorico, né che Christa Wolf la descriva come colei che «con la mano bruciata scrive della natura del fuoco», immagine che dice con precisione come la scrittura non osservi il trauma ma lo incarni.

È dentro questa stessa logica che Bachmann legge la violenza. Come insiste Svandrlik, il fascismo non è una parentesi storica conclusa ma una forma mentale che continua a operare nei linguaggi, nelle relazioni, nelle gerarchie invisibili del quotidiano. La guerra inoltre non finisce mai: muta forma, si deposita nei gesti, si insinua nelle strutture affettive e nei dispositivi del dominio. Date queste amare premesse, la scrittura diventa allora un’autopsia della civiltà occidentale e un’esposizione delle sue continuità sotterranee. La barbarie non è un residuo del passato, è una grammatica ancora attiva del presente.

In questo orizzonte si comprende anche il rapporto con Paul Celan che Svandrlik sottrae tanto alla mitizzazione romantica quanto alla riduzione psicologica. Il loro incontro non è una storia d’amore ma il punto in cui la letteratura europea è costretta a confrontarsi con la propria rovina: come può ancora esistere la poesia dopo Auschwitz e chi ha il diritto di pronunciarla? Da una parte Celan, ebreo che ritorna nella lingua dei carnefici; dall’altra Bachmann, formata nel paesaggio morale del nazismo austriaco. La loro vicinanza è intensa e necessaria ma attraversata da una frattura che nessuna intimità può colmare. Non è incomprensione privata ma irruzione della storia nel cuore dell’esperienza: due soggettività segnate dalla stessa catastrofe e tuttavia collocate su lati inconciliabili della memoria europea. In questo senso la loro relazione diventa paradigmatica: il tentativo di una lingua comune là dove la storia ha già distrutto le condizioni della comprensione.

Questa impossibilità riemerge anche nei personaggi femminili di Bachmann. Le sue figure non sono individui psicologici, piuttosto soggettività spezzate, eccentriche rispetto a sé stesse, esistenze in disallineamento permanente. Vivono la propria esperienza in modo obliquo, come se tra coscienza e vita si aprisse una fenditura non ricomponibile. Non vi è coincidenza tra ciò che sentono, ciò che possono dire e ciò che il mondo consente loro di essere. In questa disgiunzione la scrittura intercetta una verità decisiva della condizione femminile nel secondo dopoguerra europeo: una soggettività esposta, eccedente rispetto alle forme simboliche che la definiscono. La frase di Max Frisch, altra tappa della parabola esistenziale di Bachmann, «la lingua della tua audacia esatta», coglie il paradosso di una scrittura insieme rigorosa e ferita, lucidissima e sempre prossima alla rottura.

Anche la geografia dell’esistenza di Bachmann (Carinzia, Vienna, Monaco, Zurigo, Roma, il Sud italiano) si trasforma da sfondo biografico in configurazione simbolica. Roma, in particolare, non è un altrove salvifico ma una sospensione percettiva della storia: il luogo in cui si tenta una continuità interiore dentro la frammentazione, senza mai sottrarsi davvero al conflitto. La luce mediterranea, quel Sud tanto amato dall’area germanofona, non annulla l’ombra ma la rende soltanto temporaneamente sopportabile, aprendo tuttavia lo spazio minimo, fragile, provvisorio e sovversivo, in cui la scrittura può ancora accadere.

Dal lavoro critico di Svandrlik emerge allora un’idea della letteratura come resistenza percettiva, una pratica capace di incrinare la superficie compatta del reale. La scrittura non salva il mondo, non lo redime, non ne ricompone le fratture. Può tuttavia impedire che l’esistenza si chiuda definitivamente dentro linguaggi esausti, formule del potere e automatismi dell’obbedienza. Scrivere significa attraversare la ferita senza guarirla, sapendo che la vita prende forma dentro la parola e non prima di essa. La letteratura non coincide con la verità, ne è un movimento instabile, un inseguimento che apre fenditure nel linguaggio e nelle sue pacificazioni simulate. È la ricerca di una «controparola», fragile ma comunque necessaria, contro i discorsi dell’autorità e dell’assuefazione. In Bachmann la lingua non può essere un rifugio ma una soglia esposta, con gli occhi dritti nel sole. Lo scrittore non consola, espone: conduce su un crinale di parole dove ogni passo è rischio.

Ed è forse questo il punto più radicale che il libro di Svandrlik consegna: la scrittura di Bachmann non offre mai riparo ma sottrae attivamente ogni possibilità di pacificazione. La parola non è neutra, la lingua non è innocente: ogni enunciato arriva così già attraversato da forze, attriti, colpe che lo precedono e lo eccedono. Scrivere diventa allora gesto d’esistenza e insieme esposizione estrema, senza garanzie né protezioni, come un essere gettati fuori da ogni idea di sicurezza. E chi legge non approda a una patria linguistica, ma a una verità più scomoda e meno consolante: non esiste un fuori sicuro del linguaggio. Non si tratta di “abitare” l’incertezza, formula ormai addomesticata, ma di restarvi esposti fino in fondo, senza schermi, sapendo che ogni forma può incrinarsi e ogni senso rovesciarsi proprio nel momento in cui sembra stabilirsi. La letteratura non consola, non pacifica, non chiude: espone e lo fa senza chiedere il permesso. E ciò che resta non è una patria, nemmeno fragile, ma il suo rovescio più radicale: l’impossibilità di ogni dimora stabile. Anche quella della lingua. E proprio qui si apre la sfida: non essere protetti dal linguaggio ma attraversarlo senza illusioni, fino a restarne trasformati…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Lorenzo Marone: “Manuale pratico di smarrimento” (Feltrinelli, 2026), di Cristi Marcì

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. 

Nessun sentire è immutabile”.

Rainer Maria Rilke

Riscoprire il coraggio di essere sé stessi

L’essere umano sembra diventato l’ingranaggio di una complessa e sofisticata macchina sociale dove la tempestività e l’efficienza rischiano a più riprese di arrugginire quel nucleo primordiale entro cui albergavano sogni, paure e tante genuine incertezze.

La società odierna impone leggi e logiche nocive: futili richieste e sciocche aspettative altro non fanno se non tradire le nostre più autentiche predisposizioni dell’anima. 

Nel suo ultimo lavoro intitolato “Manuale pratico di smarrimento” Lorenzo Marone offre al lettore un ventaglio di parole che restituisce all’essere umano il diritto di essere sé stesso, un breviario che ne legittima con delicatezza l’esistenza.

Non un manuale di autoaiuto, ma l’invito ad aprire le porte alle nostre paure più scomode, alla nostra vulnerabilità, a considerare come una risorsa quello che socialmente viene etichettato come “difettoso”.

Paure che possono assumere il volto antico di un geco, di un volatile, di un serpente prossimo alla muta… 

Lasciarsi abitare dalle “presenze animali”

Come sottolineato dallo psicoanalista junghiano James Hillman a metà del secolo scorso, ciascuno di noi dovrebbe imparare dal regno animale. Dovremmo renderci conto che alcuni comportamenti, che noi umani consideriamo strani o bizzarri e che invece la tartaruga o la libellula eseguono con raffinata e silente saggezza, si coniugano con la logica dell’immenso. Ne “Il codice dell’anima” lo stesso Hillman invitava a valorizzare il lato ombroso e contraddittorio di ciascun essere umano, costituito da un’energia primordiale in grado di rendere autentico ogni gesto quotidiano.

La mancanza di spontaneità e l’inclinazione a censurare la nostra vera natura si è rivelato il motore delle nostre attuali nevrosi che inquinano il nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi.

In tal senso, il manuale di Marone ci rivela che possiamo permetterci di cadere senza dovere per forza rialzarci, che possiamo lasciar andare senza che sia necessario trattenere, che è possibile abitare un tempo dove le lancette dell’orologio sono sostituite da quelle del cuore e dei nostri desideri più intimi.

Un volumetto che è antidoto per lenire il male ricevuto da una società che impone convenzioni e aspettative, rendendoci comparse di una commedia in cui indossiamo una maschera scomoda e pericolosa.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Ricette Letterarie: Le paste alla mandorla di Bulgakov da “Il maestro e Margherita”, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta di squisiti pasticcini ispirati ad un passo de “Il maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov scritto tra il 1928 e il 1940 in Unione Sovietica, nel pieno del regime stalinista, e pubblicato in una versione censurata nel 1967 dopo la morte dell’autore.

*** Le paste alla mandorla di Bulgakov ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da Il maestro e Margherita

“Un distintissimo, tranquillo vecchietto che stava comprando *tre paste alla mandorla* nel reparto dolciumi a un tratto si trasformò. Nei suoi occhi scintillò una fiamma battagliera, divenne di porpora, sbatté a terra il pacchetto con le paste e gridò: «Ha ragione!» con una sottile voce infantile.

[…]

Echeggiò un suono come quando scaricano a terra da un autocarro un carico di lamiere metalliche. Il grassone, impallidito, si abbatté all’indietro, cadendo a sedere sul barilotto di aringhe di Kerč, facendone schizzare fuori una cascata di salamoia. Allora avvenne il secondo miracolo: l’uomo violetto caduto nel barile si mise a gridare in un russo perfetto senza la minima traccia di accento straniero:

«Aiuto! Polizia! I banditi mi vogliono ammazzare!». Evidentemente, in seguito al colpo, era improvvisamente diventato padrone di una lingua fino ad allora sconosciuta.”  

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Ricette Letterarie: Le paste alla mandorla di Bulgakov

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Paste di mandorla

Ingredienti per circa 25 pezzi

  • 200 g di farina di mandorle
  • 140 g zucchero bianco semolato
  • 60 g burro morbido
  • 2 uova medie
  • 30 g farina per dolci setacciata con un mezzo cucchiaino di lievito per dolci
  • La scorza di mezzo limone
  • Un tappino di estratto di mandorla amara
  • Mandorle a scaglie per decorare

Preparazione

  1. Metti il burro in un contenitore di ceramica e fondilo a bagnomaria a fuoco basso.
  2. Mentre il burro fonde, mescola in una ciotola le uova con lo zucchero utilizzando una frusta da pasticceria. 
  3. Quando il burro è fuso lascialo raffreddare un poco e poi versalo sul composto di uova e zucchero. Mescola subito per uniformare il composto e poi aggiungi l’aroma di mandorla e la scorza di limone. Mescola – sempre con la frusta – fino ottenere una pastella liscia e profumata.
  4. Versa la farina di mandorle in una ciotola capiente e mescolala con la farina per dolci setacciata con il lievito. 
  5. Versa il composto di uova, zucchero e burro sulle polveri e utilizzando la spatola di silicone, mescola per formare una pastella cremosa ma sostenuta. 
  6. Versa la pastella in un sac à poche dotato di bocchetta a stella francese – quella con le punte dritte e lunghe – di diametro 15 mm e riponi in frigorifero per 20 minuti.
  7. Passato questo tempo accendi il forno a 175°C. Imburra una teglia da forno e stendici sopra un foglio di carta forno in modo che stia ben aderente. Forma i dolcetti di mandorla sulla teglia, cospargili di mandorle a scaglie e cuocili per 12 minuti a 175°C.
  8. Lasciali raffreddare sulla teglia, poi staccali e servili magari con il samovar!