Niccolò Ammaniti: “Io e te” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se ti senti al tuo posto, hai sbagliato posto

Chi non si è mai sentito sbagliato, da adolescente. Il punto, qui, è esattamente il contrario: Lorenzo si sente giusto nel sentirsi sbagliato per tutti, o quasi. Di sicuro per i suoi genitori. Come lo vorrebbero? Socievole, sempre circondato da amici, compagni del liceo, magari una fidanzatina. Lorenzo non ha niente di tutto questo, di più, lo detesta. Ama passare i pomeriggi da solo, giocare alla playstation, o semplicemente con la sua fantasia. Lo strizzacervelli l’ha definito “narciso”, lui forse non sa nemmeno cosa voglia dire, un fiore? 

Il guaio, il danno nel danno, accade quando Lorenzo comunica a sua madre l’invito da parte di alcuni compagni in settimana bianca. Certo, Lorenzo sa che la madre sarebbe stata felice, ma così? Al punto di piangere dalla commozione? Davvero? Sì, davvero. Il danno è fatto, impossibile tornare indietro. La madre ci crede, il padre ci crede. Le attrezzature sono pronte, deve solo fare la valigia e partire. 

La settimana bianca di Lorenzo si tramuta in una settimana nella cantina del palazzo dove abita. Prepara proprio tutto, stavolta. Riserve di cibo a sufficienza, un sacco a pelo, dei libri, l’immancabile playstation. La vacanza perfetta. La messa in scena può avere inizio. Di certo non sentirà il soffice manto della neve, ma piuttosto quello dei tappeti ammuffiti della vecchia inquilina del suo appartamento. 

Tutto sembra scorrere senza intoppi, finché la solitudine non diventa doppia. Lorenzo non è davvero da solo al mondo, ma c’è Olivia. Diversi anni in più, bella da far vacillare anche un fratello minore, o meglio, fratellastro. Condividono lo stesso padre, intransigente, rigido, a tratti quasi evanescente. Olivia è giovane, ma soprattutto ribelle. Non ne vuole sapere delle regole, dei pranzi di famiglia, dei giudizi dei parenti, tantomeno di quel padre in comune. Olivia ha bisogno di affetto sincero, ma, prima di quello, ha bisogno di soldi. 

Quando chiama Lorenzo non sa minimamente che lui possa aver fatto, seppur in modo del tutto diverso dal suo, lo stesso percorso: sganciarsi da loro, sparire. Quando bussa alla porta di quella catapecchia non sa che ciò che sta veramente cercando è un fratello, lei vuole solo dei soldi, ha urgente bisogno di soldi. Per cosa?

È sciupata, Olivia. Cosa ne è di tutta quella bellezza selvaggia? Nemmeno i ricci biondi le sono più rimasti. 

I segreti di Lorenzo e Olivia si fondono insieme fino a costituire una nuova verità, la loro. Lorenzo deve reggere quel peso, a patto che lo faccia anche Olivia. A patto che nessuno scopra ciò che davvero sono.

Niccolò Ammaniti ci porta fin dentro le budella di una solitudine che non è solo adolescenziale, ma esistenziale. Di un peso, di un doppio peso, che diventa sempre più zavorrante a causa di una tipica famiglia borghese che sembra dare tutto, avere tutto, eppure è proprio in quel tutto che Lorenzo, e forse anche Olivia, cercano la loro singolarità. 

Con lo stile “cannibale” che lo contraddistingue dagli albori, lo scrittore romano prova a scavare dentro a un disagio non stereotipabile, e nemmeno facilmente pronunciabile. Non accade solo in questo romanzo, ma qui la forza della concisione sembra evidente, esce dalla carta. Quel ragazzo del liceo diventiamo tutti noi, al di fuori del contesto sociale, al di fuori della pressione famigliare, fin dentro la volontà di autodeterminazione.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Mattia Corrente e Nikolai Prestia per l’ep.1 di “Preliminari”, il videopodcast a cura di Maddalena Crepet

Il video podcast di cui la letteratura italiana non aveva bisogno

Ep. 1: Mattia Corrente per “La fuga di Anna” (Sellerio) e Nikolai Prestia per “La coscienza delle piante” (Marsilio)

Mattia Corrente nasce nel 1987 in terra siciliana, precisamente in un paese in provincia di Messina, che abbraccia l’incantevole vista delle isole Eolie. Lavora come ghostwriter ed editor, oltre che, ebbene sì è un lavoro, come scrittore. Nel 2022, pubblica il romanzo La fuga di Anna sotto la casa editrice Sellerio. Il valore dell’opera viene riconosciuto e premiato in diversi contesti letterari, e il testo viene tradotto in ceco, polacco e francese. Nel mentre, nella primavera del 2024, esordisce nel mondo della letteratura per ragazzi con Cronache dell’Ade, edito da Salani Editore. 

Nikolai Prestia nasce nel 1990 a Nizhny Novgorod, in Russia. A otto anni viene adottato, insieme a sua sorella, da una coppia italiana che vive in Sicilia. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena; attualmente vive a Roma. Con Marsilio ha esordito nel 2021 con Dasvidania, romanzo che si è aggiudicato il Premio letterario Massarosa nel 2022. Nel 2024 pubblica con la stessa casa editrice La coscienza delle piante

Questi i due protagonisti della prima puntata di Preliminari, il video podcast della rivista letteraria Il RandagioPreliminari è, già dal titolo-manifesto, un video podcast fuori dagli schemi “classici” della letteratura nostrana. Nel realizzarlo, infatti, abbiamo cercato di eliminare tutto ciò che fa parte della superficie, della forma, andando a scavare nel contenuto, fino ad arrivare all’indicibile. In fondo, non è questo quello che dovrebbe fare la scrittura? Non c’è nulla di più inconfessabile di ciò che precede l’atto di scrittura. In esso, nei preliminari, si annidano le più balzane ritualità, i tic letterari, le micro ossessioni, le intime scaramanzie di ogni autore; in altre parole, la struttura. Attraverso un taglio volutamente ironico, scanzonato, e forse anche irriverente, vogliamo proporvi questa lettura della scrittura, vogliamo farvi vedere l’errore nella perfezione perché è proprio da lì che si innesca il processo di produzione letteraria, è da lì che nasce uno scrittore. 

Preliminari è un confronto attivo fra, di volta in volta, due giovani scrittori nel nostro panorama contemporaneo. Non ci sono tempi morti, davvero, se non i discutibili interventi di Maddalena Crepet.

Nel dialogo di oggi, Mattia e Nikolai, partendo dai loro romanzi La fuga di Anna La coscienza delle piante, si interrogheranno su alcune tematiche centrali nei loro romanzi, e, più in generale, viscerali per la loro conformazione di autori. Parleranno del rapporto fra generazioni, fra genitori e figli, fra la figura ansiosa di una madre e quella soffocante di un padre; indagheranno quanto e in che misura una certa cultura del sud Italia sia ancora radicata in quel pezzo di mondo, e quanto questa possa aver inciso sulle inquietudini dei protagonisti dei loro libri. Last but not least, sveleranno il dietro le quinte della loro, personale scrittura, le loro abitudini, i loro preliminari.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Pier Lorenzo Pisano: “La somma delle cose” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Non dovrebbero esistere i grandi amori

E nemmeno gli amori grandi

Ma quanto ci costa innamorarci? Quanto costa un amore? Voglio dire, non un amore qualsiasi, un’infatuazione di passaggio, poco più di un passatempo. No, no, intendo quegli amori da film, da romanzo. Pier Lorenzo Pisano nel suo romanzo sembra riportarci proprio al centro della questione, al suo cuore. E il cuore, quante ferite ha, dopo? Sono risarcibili? 

Una volta una mia amica evidentemente provata dalla forza abbrutente della fine di una storia, mi ha detto, “Non dovrebbero esistere i grandi amori, e nemmeno gli amori grandi. Sarebbe meglio se ci fossero tutte storielle, almeno quelle non lasciano il segno”. 

Un grande amore, o un amore grande, è una sottrazione. È una lista che viene meno. Sono caselle spuntate, come i prodotti da comprare al supermercato, quelli che alla fine non comprerai mai. 

Ci sono cose che nessuno di noi vorrebbe ricordare, alla fine di un grande amore. Eppure sono le stesse a cui la mente torna, ossessivamente. L’inizio, il durante, la fine. Ma cosa è andato storto? Cerchiamo segnali, indizi che non abbiamo colto, e intanto capiamo che quella canzone non la ascolteremo più, che quel film non lo guarderemo più, che quel romanzo con tanto di dedica – dell’autore, dell’innamorato? – non lo toccheremo più. Che quel mobile ci ricorda il giorno in cui facevano trentamila gradi e per sfuggire dal caldo ci siamo rinchiusi all’Ikea, tanto dovevamo acquistare quel comodino! Ma certo, che grande idea stare tre ore a girare per un centro commerciale con meno venti. E poi l’influenza, il raffreddore, le cure che ci siamo scambiati. No, tu non eri poi così ammalato. Quel mobile su cui hai appoggiato i tuoi libri, i tuoi occhiali, la tua abat-jour, nemmeno quella la riesco più a vedere. Il pigiama sotto al cuscino, i vestiti sparsi per la camera, in bagno, il tuo spazzolino. La fine di un grande amore è come ricostruire la scena del crimine. E, in effetti, è un po’ come morire. 

La conseguenza di tutto ciò è fare i conti, letteralmente, con quella lista. Tirare una linea. Capire che, al di là di essa, non esiste più niente. Non c’è un “noi”, non c’è quel bar in cui ci si è conosciuti la prima volta davanti a un caffè, non c’è soprattutto l’ultimo caffè. Il cerchio non si chiude, la storia è difettosa, è scritta male. Nulla di più oltraggioso per uno scrittore. E questo è lo scontro con la realtà. Fuori dalle parole scritte, da quelle appuntate, fuori dalle liste c’è esattamente quel “noi”, quella polaroid sbiadita, la stessa che forse butterai, o magari conserverai in un cassetto per i momenti nostalgici. È un anfratto, un’intercapedine fra una parete e l’altra, fra il tuo ricordo e quello dell’altro. 

Pisano ne La somma delle cose non solo racconta quell’anfratto buio che, eppure, vorremmo ancora vedere illuminato – un po’ come dice Gazzelle, E non è colpa mia se tutta questa luce non ti illumina più dentro casa mia, no? –, ma, soprattutto, mette in scena la parete, e quindi la separazione, ne descrive l’atto, le fasi. E allora non leggiamo più solo la versione di lui, ma anche quella di lei. La descrizione diventa un dialogo, proprio come l’inizio di un amore, di un grande amore, che coincide con la sua fine. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Niccolò Ammaniti: “Il custode” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Storia di una mitologia contemporanea

Nilo Vasciaveo ha tredici anni e vive in un paesino della Sicilia, Triscina, che affaccia sul mare. Nella casa sperduta nei campi abita con la madre, Agata, infermiera presso una struttura per anziani, e la zia Rosaria, detta Rosi, corpulenta e piacente donna di mezza età, fissata con il fitness e i centri estetici. La famiglia Vasciaveo è nota in tutta la zona per la produzione di marmo pregiatissimo. Imprenditori, architetti, costruttori, si recano nei loro capannoni per acquistarlo e crearne piani cottura, lastre per i pavimenti, tavoli, per le seconde case di molti turisti e abitanti provenienti dalla città. Anche Agata e la sorella Rosi possiedono un paio di questi appartamenti, proprio a pochi passi dalla spiaggia. In uno di essi, un bilocale mangiato dalla salsedine e dalla taccagneria delle sorelle, un giorno viene ad abitare una straniera con sua figlia, di appena dieci anni. Si chiama Arianna, viene da un non ben definito Nord, e dice di fare la modella. Ha due gambe infinite, un paio di occhi torbidi e una variazione di minigonne che fa girare la testa a tutti i paesani. Con lei, Saskia, un’enorme montatura da vista su un visino vispo, un cerchietto con delle orecchie da volpe, e una erre moscia inconfondibilmente francese. Saskia infatti è figlia della sedicente modella e di un ciclista parigino, troppo impegnato a fare il giro del mondo per farle compagnia. È proprio a Triscina che il padre ha dato appuntamento alla bambina e a sua madre. Arianna suscita da subito l’antipatia di un’altra madre, quella di Nilo. La descrive come una drogata, una “poco di buono”, una scostumata. Nilo però è attratto da quella creatura misteriosa. E così, facendo amicizia con la figlia, e all’insaputa di Agata, inizia a frequentare quell’appartamento diroccato in via Vespucci.

Il tempo pare cadenzato da una lunga attesa, quella del padre di Saskia. È da lì, infatti, che inizia la narrazione delle vicende dei Vasciaveo, e lì sembra continuare a tornare. Il padre. Dov’è? Quello della bambina francese, si intende, ma anche quello dello stesso Nilo. Da questa assenza, da questo buco di trama, si intesse tutto il resto. Davanti al telaio però non c’è Penelope, bensì un’altra figura mitologica: Atena. A-gata, infatti, è custode di un segreto, un segreto così prezioso che viene tramandato di generazione in generazione, di custode in custode. Quel segreto trova collocazione in un punto preciso di casa Vasciaveo: il bagno. Quel bagno, serrato da tre lucchetti, pare essere l’inizio e la fine di chiunque passi per quel paese, per quelle esistenze pietrificate. Tutto ciò che entra in contatto con l’essere custodito in quelle quattro mura di maioliche consumate viene ridotto a pietra, o meglio, a marmo. Come in una moderna versione del mito di Medusa, veniamo a conoscenza del segreto più indicibile di tutta l’Isola.

Niccolò Ammaniti, più che in ogni altro suo lavoro precedente, gioca con la penna come fosse davvero la spola del suo telaio. Ci fa entrare nel cuore della mitologia greca, che spalanca le braccia a Freud, che filtra tutto attraverso gli occhi di un ragazzino di tredici anni. Ci rendiamo conto, più che mai, che se l’origine della psicanalisi è la mitologia, l’origine della mitologia siamo noi: un ragazzino che promette amore eterno a un’incantevole trentenne, una madre gelosa e controllante, una zia pettegola e lussuriosa, una ragazza madre dedita ai social e agli psicofarmaci, un padre disperso, un altro troppo impegnato a fare a gara con il proprio ego. Il tutto confezionato come fosse una fiaba della buonanotte. C’è il mostro, c’è l’eroe, c’è l’antagonista. Non manca proprio niente. Nemmeno un finale degno di un vero scrittore, inaspettato nella sua coerenza.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Veronica Raimo: “Non scrivere di me” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Ognuno si salva da soloLa scomposizione di un falso mito nella letteratura di Veronica Raimo

S. non vuole essere salvata da sé stessa, da quell’identità ridotta a un’iniziale puntata, a una negazione, Non scrivere di me. S. è quella negazione, o forse ci è diventata. Non vuole sentirsi sbagliata per questo, non vuole vedere negli occhi degli altri, delle sue amiche più strette, del suo ex fidanzato, di quello ancora prima, preoccupazione. Ma preoccupazione, per cosa? A trentacinque anni compiuti, un lavoro da cameriera, l’interruzione volontaria della scrittura, delle sue poesie, della tesi, di tutto, S. riavvolge il nastro. Quello che potrebbe sembrare a tutti, anche a loro, ai suoi cari, un autosabotaggio risulta più che altro un diritto invocato, non troppo lontano all’eutanasia. S. vuole smettere di soffrire, ma non può smettere di dimenticare ciò che l’ha portata a tale sofferenza, o, meglio, ciò che l’ha incarnata. Dennis May è un regista in erba, talentuoso, carismatico, ombroso, indubbiamente calamitante. S. non se ne invaghisce, se ne ossessiona. E come si può interrompere non più un piacere superficiale, nemmeno sottocutaneo, ma quel qualcosa che diventa totalizzante, che fagocita, ingurgita, avido, ogni parte di sé? Tutto sembra precipitare in un pozzo senza fondo, scale infinite che percorriamo insieme alla protagonista. Il primo incontro, il primo invito, le prime lusinghe, i primi sospetti. Più la situazione le sfugge di mano, più Dennis si rende impalpabile, inafferrabile, più S. vede solo e soltanto lui. Non più il fidanzato premuroso, Gionata, non più l’amica, Chiara, solo Dennis, e ciò che lui potrebbe essere, e con ogni probabilità non sarà mai. Ma fin dove si può spingere l’atrocità? Fin dove quella rivolta a sé? Fino a che punto ci si può annullare per essere assorbiti da un’altra presenza, da un’altra luce? Fino a che punto ci si può spegnere? Scendiamo quelle scale, un gradino alla volta, e speriamo, lo speriamo davvero, che sia l’ultimo, che il suo passo ora si arresterà, e il nostro con il suo. Tutti sembrano volerla riportare alla realtà: l’amica che le vede sempre più deperita, persa, il fidanzato che accetta un ruolo subalterno e ci continua a porre, proprio in virtù di questo ruolo, l’ancor più scomoda domanda, Fin dove siamo disposti ad amare? Perfino il relatore di S. si mostra scettico quando la studentessa paragona il cinema di Dennis a colossi inarrivabili. Più ci inabissiamo più capiamo che ci sarà un buio ancora più buio, e che anche i nostri di occhi impareranno ad adeguarsi all’oscurità.

Impariamo anche a comprendere che quando ci si innamora della propria ossessione più di qualsiasi altro elemento vivente e non vivente, finanche più dell’oggetto stesso del proprio amore distorto, non esiste via di fuga, scappatoia, strada parallela. Esiste un unico centro, e da quel centro, da quella casella non si avanza, non si indietreggia. S. lascia Gionata, volta le spalle all’amica per un eccesso di premura che non le vuole più vedere dipinto addosso, non torna più nel paese da cui proviene. Allora pensiamo, Ora annegherà, si farà trascinare dalle correnti degli abissi. Ma è proprio in quel momento, nell’esatto istante in cui si decide di processare, di attraversarle quelle correnti, è in quel momento che la testa torna a guardare il cielo, a uscire dall’acqua più nera. S. lo fa attraverso la letteratura, la scrittura. Sembra quasi una metafora, e forse lo è. O forse è semplicemente il punto in cui si è persa, quello in cui si deve andare a riprendere. 

Veronica Raimo non ci fornisce risposte a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura. Come ogni scrittore degno di essere davvero chiamato tale, non facilita il percorso al lettore, glielo complica. E se è vero che la letteratura è come la vita, nulla ci assomiglia di più di quella della Raimo. Niente lo è più di quella fetta di cheesecake, che non è nemmeno proustiana, non ha proprio niente di proustiano, è solo una deliziosa fetta di cheesecake attorno a cui ci si confessa, ci si lascia, ci si innamora, e a volte tutte queste cose messe insieme. E noi, proprio come S., siamo in quel bar, serviamo caffè e piatti freddi, ascoltiamo le esistenze degli altri, le osserviamo, le registriamo, senza filtri. Le rubiamo, indubbiamente. Ma anche questo, si sa, non è mica niente di nuovo. King diceva, Fiction is the truth inside the lie. E, per quanto detesti qualsiasi forma di citazionismo, trovo non solo che non ci sia nulla di più veritiero, ma anche niente di più calzante: la fiction è la verità dentro la bugia.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.