Fulvio Risuleo: “Il cinema in metri. Conversazioni con registe e registi che girano in pellicola” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Se l’editore pubblica i libri, il discografico fa uscire i dischi e il produttore produce i film, vuol dire che lo scrittore, il musicista e il regista hanno bisogno di qualcuno che legittimi il loro lavoro per potersi definire tali.”

È uno dei nuclei di Il cinema in metri, il libro di Fulvio Risuleo pubblicato da minimum fax. Regista egli stesso, Risuleo incontra alcune delle voci più significative del cinema italiano contemporaneo — Pietro Marcello, Giuseppe Garau, Alba Rohrwacher, Alessandro Roja, Saverio Costanzo, Francesco Sossai e altri — e usa una domanda apparentemente tecnica, perché girare ancora in pellicola, per aprire una riflessione più ampia sul lavoro artistico.

Risuleo va a incontrare i suoi interlocutori da vicino, a Roma, a Torino, in Abruzzo o a Parigi, fedele al principio della testimonianza dal vivo, guardando l’interlocutore negli occhi mentre sorseggia un caffè, mostra la sua casa e le sue abitudini, è una persona reale. È un metodo che corrisponde, in qualche modo, alle esigenze del cinema: prima di parlare di immagini, il libro restituisce la presenza fisica di chi le produce.

Sono personaggi senz’altro fuori le righe, che girano film “in pellicola”, ma anche testimoni di un cambiamento epocale in cui tutto viene messo in discussione, principalmente la cultura e i suoi canoni espressivi. Libri, musica, arte e cinema rappresentano l’anima della società; un’anima divisa tra il canale commerciale, spesso confuso con l’utile, e il linguaggio più difficile e prezioso dell’individuale, specifico e variegato, quasi sempre fuori schema.

“L’artista cerca l’autorizzazione del sistema per esistere. I soldi girano solo nel sistema, solo chi ne fa parte può sperare di sopravvivere con il proprio lavoro.”

Lo sa bene chi non ha alcuna possibilità di esprimersi secondo le proprie capacità e il proprio ingegno, e per il quale sembra possibile farsi spazio soltanto attraverso un adeguato budget economico e un relativo battage pubblicitario. C’è, tuttavia, chi sceglie la strada più difficile pur di restare fedele alla verità dell’ispirazione. Nel cinema, questa scelta passa spesso per la pellicola (mettendo da parte il digitale): un materiale costoso e fragile, che impone limiti ma restituisce una diversa relazione con l’immagine.

“Metri di pellicola” si legge nel titolo, e viene subito in mente “Nuovo Cinema Paradiso”, con la poesia che la fisicità della celluloide continua a evocare. Ma i registi intervistati non celebrano la pellicola come un oggetto di culto. Se si trattasse soltanto di una tecnica, perché il senso e la bellezza di una sceneggiatura dovrebbero cambiare in base alla tecnologia impiegata? Se leggiamo Dante sul computer e non in un codice miniato, non si tratta sempre di leggere Dante? Dante è pur sempre Dante.

La differenza sta altrove: nel modo in cui il supporto modifica il processo creativo. Girare con la macchina da presa significa creare al buio, senza controllo immediato e senza certezze, con il rischio di sbagliare o di vedere compromesso il lavoro nello sviluppo. La magia è quella di una realtà che emerge in modo inconscio, onirico, capace di mostrare ciò che forse non c’è o non c’era. Probabilmente da qui nasce quella che gli intervistati chiamano sincerità.

“La sincerità è essenziale. Se vai a vedere uno spettacolo di marionette fai un patto con l’artista e accetti che quelli sono i suoi personaggi, tu ci credi e quindi ti puoi emozionare. Il pubblico ti seguirà se sei coerente con le regole del tuo mondo narrativo.”

Non vuol dire, naturalmente, che chi si esprime con il digitale menta. È il mezzo espressivo a privilegiare una diversa relazione con l’immagine. La scena di due innamorati in riva al mare è coinvolgente se il mare è lì, con le sue imperfezioni, i suoi schizzi e i granelli di sabbia. L’effetto cambia se il mare fa da proscenio, come in una scenografia teatrale, e i personaggi vi si stagliano come figurine ritagliate da un album.

La fisicità della pellicola ha il suo peso, va conservata come una cosa viva, perché è facilmente deteriorabile. C’è chi, nell’attesa di girare, la conserva in frigo. Girare in pellicola costa molto, e chi autoproduce con pochi mezzi predilige ciò che garantisce una maggiore e particolare creatività. Accade anche che alcuni registi, pur avendo ottenuto buoni budget, preferiscano poi lavorare con poche persone a un cortometraggio, godendo di un’autonomia altrimenti impossibile.

“La compresenza del tempo è qualcosa di prettamente cinematografico. Gli archivi cinematografici sono immagini molto fantasmatiche.”

Un fascino particolare hanno le pellicole conservate in archivio: vive appaiono le immagini di altri tempi, storie raccontate in altri momenti e guardate in retrospettiva. Pensiamo a quanto è diversa l’opera dell’AI nel cinema. L’ AI può produrre un nuovo film con i corpi e le voci di attori defunti, qui non è la finzione da condannare, visto che nel cinema tutto è fiction, è l’assoluta mancanza di sincerità. L’ispirazione può venire dal passato, dall’immaginario collettivo o dalla letteratura; non dal copia e incolla.

A volte pellicola e digitale si ibridano: le tecniche digitali possono migliorare un film girato in celluloide, come un antico mobile restaurato con materiali moderni. In questo caso la tecnologia resta un mezzo, benché privo del fascino della materia originaria.
Il paradosso è che chi gira in pellicola spesso dispone di mezzi ristretti. Nei piccoli film, fatti con poco, c’è più ricerca e più libertà artistica, mentre le gerarchie del cinema industriale rischiano di impedire spontaneità e creatività.

Resta il problema del solipsismo degli autori alla ricerca del vero artistico, di quello che non è facile comunicare. La solitudine è forse la condizione normale dell’essere umano, eppure l’artista vuole comunicare, e per questo cerca patenti e riconoscimenti, qualcosa che giustifichi la sua esistenza.

Il cinema in metri non propone una tesi unica e non chiede di scegliere tra celluloide e digitale. Mostra invece che la scelta del supporto può diventare una scelta etica ed estetica, un modo di difendere la libertà di chi fa film. Sono qui riportate impressioni e pensieri dei registi che Fulvio Risuleo ha intervistato, lasciando ai lettori il piacere di leggerli per intero e di consultare l’utilissimo glossario sul linguaggio tecnico cinematografico.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Sergio Antonielli: “Oppure, niente” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”  

Sergio Antonielli (Roma 1920 – Milano 1982)  

“Oppure, niente” è un classico del Novecento pubblicato nel 1972. Lo ripropone oggi Minimum Fax  a beneficio di un tema che ha caratterizzato il secolo scorso e genera il malessere del nostro, a volte spiegandolo, altre volte contrapponendovisi: noia, perdita di valori, perdita di identità, suicidio.   

Milano, al Motta, in Stazione centrale, per un caffè. Un professionista, un architetto di mezza età, scorge la propria immagine riflessa nello specchio, dietro il bancone del bar, e fa una scoperta: lì c’è suo padre, sì, è  lui, eppure non gli somiglia.  La somiglianza è piuttosto negli oggetti: il cappello, il cappotto, la sciarpa, ma poi nella piega delle labbra, i cui angoli, naturalmente rivolti in su, richiamano un sorriso che non c’è.

Uscito dal caffè, per via Buenos Aires, aleggia una domanda: «Devo andare, dove?». Però, subito dopo: «Mi piace sentirmi in mezzo alla gente». Così l’inutilità si trasforma in piacere, e forse è qui la risposta alla domanda di prima, anche se non basta. Questo flemmatico atteggiamento – l’inutilità che si trasforma in piacere, il vagare senza meta in mezzo alla gente – richiama da vicino una certa atmosfera letteraria del primo Novecento. Non è un caso, allora, se la mente corre a un’altra città, Trieste, e a un altro autore, Italo Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz (1861–1928), e a un altro personaggio, Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, il romanzo che ha forse maggiormente caratterizzato il senso di torpore, l’insopportabile inadeguatezza che affligge Zeno e molti altri, intellettuali e non, del ventesimo secolo.

L’indagine sull’inconscio era partita da Freud, di cui Svevo era amico e del quale traduce “L’interpretazione dei sogni”; d’altro canto, “La coscienza di Zeno” è apprezzata da James Joyce dal quale Svevo apprende l’Inglese alla Berlitz School of Zagabria di Trieste. Da Trieste a Milano e da Svevo ad Antonielli, il romanzo italiano risente ancora l’influenza degli scrittori realisti francesi, della filosofia di Shopenhauer, degli scritti psicanalisti di Freud. 

Antonielli, con “Oppure, niente” descrive il suo personaggio come afflitto da una sorta di nichilismo, un malessere che porta con sé una crisi d’identità. La noluntas si contrappone alla voluntas, un “non volere” che si oppone, a dispetto, alla “volontà di ferro” suggerita dal fascismo, e, probabilmente, nata proprio per opposizione ad esso; in modo altrettanto ipotetico, rinunciataria per mancanza di valori sufficienti a darle forza. Di fatto, Svevo non aderisce al fascismo ma neanche vi si oppone, il suo protagonista non ha idee politiche da difendere o combattere, non ne ha la forza. In Antonielli, invece, il rifiuto di ogni posizione netta – politica, affettiva, esistenziale – appare più radicale: l’architetto non è solo inerte, è strutturalmente incapace di scegliere, come suggerisce già il titolo, “Oppure, niente”.

L’architetto, protagonista di Antonielli, si muove per le strade di una Milano degli anni Sessanta, è un uomo affermato professionalmente, separato dalla moglie, con una figlia adolescente con cui comunica poco, attratto da donne che non si cura di conoscere a fondo e che gli si presentano come attraverso un vetro, senza scalfire il suo animo in profondità. La sua è una solitudine da uomo di successo, ma interiormente svuotato: ogni relazione resta superficiale, ogni possibilità si spegne prima di diventare scelta.

La solitudine lo raggiunge nel salotto di casa, dove chiude le finestre per non essere raggiunto dal rumore del traffico, mentre ascolta Wagner dal grammofono, accavallando le gambe nella medesima posa di suo padre. Un padre morto suicida all’età che ha ora lui, quarantanove anni, che quando lui ne aveva nove ha scoperto nello studio, a terra, fra scrivania e divano, morto, in pigiama.

Ne ricorda il corpo composto nella bara, con gli stivali. Era l’epoca fascista, il padre un famoso archeologo, teneva conferenze importanti; a una di queste aveva presenziato il re, seduto accanto a un cardinale, ovviamente in rosso. Il sovrano, piccoletto, aveva masticato a vuoto per tutto il tempo, il ragazzino che era lui lo aveva osservato aggirarsi fra le piante ornamentali disposte nella sala.

Lo portava a cavallo dietro la sella, il padre, quando si scavava a Cerveteri, ma non gli spiegava quello che stavano facendo: i cimiteri antichi portavano alla luce tombe di guerrieri, sepolti con la lancia, come fu poi sepolto il padre, con un fucile che non aveva mai usato e con indosso una divisa comprata per l’occasione, mai indossata in vita, per uniformarsi al funerale fascista. Un’adesione formale, esteriore, priva di convinzione, in tutto uguale al tipo di adesione che il figlio, da adulto, rifiuta in blocco, preferendo il «niente» a ogni «oppure».

Perché si era ucciso? Era un dissidente? Oppure era semplicemente annoiato? Neanche Zeno aveva un buon rapporto col padre. Per Svevo la nevrosi si cura con la letteratura, e per Antonielli? «Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima»… Lo dice il suo personaggio mentre passeggia per via Buenos Aires. In questa frase si condensa la differenza tra i due autori: se in Svevo la scrittura è terapia e autoanalisi, in Antonielli sembra non ci sia proprio più nulla da salvare.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Luisa Pessina, “Perché gli ulivi sono storti” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Luisa Pessina, Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax, 2026)

 La Legge Basaglia del 1978 viene spesso celebrata come lo spartiacque che ha aperto i cancelli dei manicomi italiani, svelandone l’orrore istituzionalizzato. In questo scenario di normalizzata crudeltà si colloca Perché gli ulivi sono storti (Minimum Fax), il romanzo d’esordio di Luisa Pessina. Ambientato nella Volterra del dopoguerra, terra in cui il gigantesco ospedale psichiatrico contava quasi più della popolazione stessa, il libro solleva il velo sulle vite di malati veri o presunti, bambini abbandonati e donne “scandalose”.

seconda parte

Il testo indaga la normalità attraverso una galleria di destini: c’è chi, una volta “guarito”, trova lavoro proprio all’interno della struttura; chi ci è nato e vi termina l’esistenza; e chi tenta, attraverso l’arte, di sovvertire un ordine automatico e violento. Lo stile della giovane Pessina è asciutto, privo di giudizi personali sia sugli orrori della contenzione sia sulla cappa di perbenismo e pettegolezzi che ricopre il paese. Fuori e dentro le mura, le vite dei protagonisti sono segnate dalle storture della storia e della scienza, proprio come gli ulivi della terra toscana.

​Volterra viene così descritta nella sua doppia anima: la bellezza del teatro romano appena scoperto fa da contraltare a una coercizione sistematica, spesso basata non su diagnosi cliniche, ma su superstizioni, apparenze e su un’assurda moralità che mette in crisi anche le anime più pure.

​Viene da chiedersi: dove risiede il confine che separa la normalità dalla follia? Luisa Pessina delinea una risposta estremamente lucida: a tracciare questa linea sottile non è quasi mai una reale patologia medica, ma la violenza di un giudizio sociale e istituzionale che si fa strumento di standardizzazione. Il “matto” è spesso semplicemente chi devia dai binari di un’ipocrita rispettabilità o chi è sprovvisto dei mezzi economici per difendersi dalla macchina amministrativa dell’epoca.

​Questo schema repressivo investe con forza anche l’autonomia di genere. Attraverso la figura di Vira, una talentuosa scultrice che lavora l’alabastro firmandosi con il nome del padre, Pessina mostra come la comunità esterna sia mossa dalle stesse logiche del manicomio. Quando il suo rifiuto di conformarsi ai parametri tradizionali femminili emerge pubblicamente, la reazione immediata della società è il tentativo di neutralizzarla attraverso il ricovero forzato per “devianza”.

​La prosa adotta una crudezza visiva e sensoriale notevole, alternando la freddezza nel descrivere le brutalità quotidiane dell’elettroshock e dell’idroterapia a un lirismo visionario e grottesco che scaturisce dal vernacolo toscano e dai deliri dei pazienti.

​Grande forza del romanzo è la prospettiva artistica: per i tre protagonisti l’arte, il mito e il delirio si configurano come gli unici codici rimasti per evadere da una realtà intollerabile. Che si tratti delle mappe di Guglielmo o della Via Cava etrusca cercata da Tosca nel sottosuolo, la dimensione artistica diventa un atto di resistenza contro un mondo che spezza i corpi.

​E da questa forza scaturisce la gloria dell’arte che va oltre la vita e la morte, che vince contro il tempo e contro gli uomini, ridando luce ed energia a chi ha vissuto nelle tenebre, che sia sopravvissuto o meno.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Libri per l’estate: “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

L’antologia “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax), nata dalla sinergia tra le Ferrovie dello Stato Italiane e il Salone Internazionale del Libro di Torino, si presenta come un affascinante mosaico letterario in cui il movimento fisico e quello mentale si fondono in un’unica traiettoria narrativa.
La scrittura si fa un’andata leggera verso il mondo complesso delle vite umane, ma non è una fuga: prevede il ritorno al presente con una solida presa di coscienza sulla vita e le sue imprevedibili sfumature.

Le voci della raccolta sono varie, eterogenee: sei autori affermati (Simona Vinci, Nadeesha Uyangoda, Antonella Lattanzi, Matteo Nucci, Guido Catalano, Lorenza Pieri) e quattro esordienti vincitori del concorso letterario indetto da Ferrovie dello Stato e Il Salone del libro. Tutti ci dimostrano che viaggiare e leggere sono, in fondo, due declinazioni dello stesso bisogno umano di orientamento.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’intera raccolta è la contemporaneità di due viaggi: quello in treno e il viaggio della mente, dove la carrozza ferroviaria non è un semplice mezzo di trasporto, ma uno spazio in cui il finestrino si trasforma in una pagina bianca e la pagina scritta diventa un finestrino aperto sul mondo.
Questo legame si palesa in modo letterale nel racconto Il segnalibro di Franco Revello, dove la voce narrante è una foglia trasformata in segnalibro che viaggia nel tempo e nello spazio muovendosi tra i volumi e i capolavori della letteratura.
In Caporale Express di Riccardo Grasso, lo sfondo drammatico del caporalato nei campi viene squarciato proprio dalla lettura di un libro, che innesca nella mente della moglie del bracciante Morfeno la consapevolezza che esiste un mondo intero oltre la durezza di quella campagna, spingendo la famiglia a desiderare la fuga verso la città. Dal canto suo, Guido Catalano esplora la poesia come una vera e propria macchina del tempo: rileggere un vecchio testo d’amore o un ricordo d’infanzia ambientato a Mantova permette alla mente di compiere un salto temporale istantaneo, riattivando emozioni e nostalgie felici che si credevano perdute. Nel racconto di Lorenza Pieri, Railroad to Freedom, il viaggio locale in treno di una donna attraverso il Massachusetts si intreccia con la riflessione sulla vita e sulle opere di Louisa May Alcott, trasformando il tragitto fisico e lo spazio d’attesa della carrozza nello strumento per elaborare il trauma del proprio divorzio e ritrovare il coraggio della propria indipendenza.
In definitiva il percorso di questa antologia è quasi sempre un viaggio di andata e ritorno in cui si parte per un ritorno alla memoria, all’origine e a ciò che resiste al logorio del tempo.

Lo si percepisce con forza in Mare more di Maurizia Di Stefano, dove la protagonista Nadiya, ex bambina di Chernobyl, compie da adulta lo stesso viaggio in treno verso l’Italia intrapreso nell’adolescenza, come anche ne L’uomo in fuga di Edoardo Maresca, incentrato sugli ultimi giorni di Lev Tolstoj, durante i quali il treno e la stazione di Astàpovo diventano il luogo ultimo in cui tutte le identità dell’uomo si ricompongono, e dove il viaggio della mente trova la sua pace definitiva; e infine in Treni di Antonella Lattanzi, nel quale il treno e la banchina si trasformano da non luoghi in spazi di dolcezza, solitudine e malinconia, e il viaggio diventa lo specchio per guardarsi dentro prima di ripartire.

In cosa consiste, dunque, la leggerezza?
Non di certo nell’assenza di peso, piuttosto nella capacità di portarlo con sé senza smettere di guardare fuori dal finestrino e ricordandoci che, finché ci si muove tra le righe o sulle rotaie, da qualche parte una storia comincia sempre.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026)

L’opera di Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax) è un vero e proprio manifesto utile per capire e affrontare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Come sottolinea Tomaso Montanari nell’introduzione, il libro ruota attorno alla riscoperta della densità semantica della parola “cura”, intesa non solo come rimedio terapeutico, ma come assistenza premurosa, protezione sollecita e custodia attiva della nostra casa comune.
Montanari evidenzia inoltre come l’umanità abbia dimenticato questa dimensione, abbandonando la fraternità sia tra gli uomini che nei confronti della natura, finendo per considerare il “progresso” ciò che in realtà conduce verso la morte del pianeta e della giustizia.

In questo scenario, il libro di De Marzo aiuta a tornare a vedere le cose per quello che sono, indicando la strada di una fraternità universale in nome della liberazione della Terra.
Il testo denuncia con forza il fallimento del modello economico tecnocapitalista fondato sull’idea della crescita economica infinita, definendolo una minaccia diretta alla nostra esistenza perché ignora i limiti del pianeta. De Marzo argomenta che non vi sono due crisi distinte, una sociale e una ambientale, ma un’unica crisi originata da una visione sbagliata che promuove modelli coloniali, patriarcali e specisti.
L’autore invita a un cambiamento culturale per trasformare la crisi in un’occasione di sovvertimento della realtà odierna, partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro del tutto, ma una parte di una rete di vite interconnesse in cui ogni entità vivente ha il diritto di esistere e rappresenta un fine in sé.

seconda parte

Uno dei punti cardine del libro è la critica all’attuale governance politica, accusata di ignavia e di aver tradito gli impegni presi per contrastare il collasso climatico. De Marzo mette in luce come il potere di pochissimi super-ricchi sia diventato illimitato, mentre quello dei cittadini viene costretto entro margini sempre più angusti, alimentando disuguaglianze e ingiustizie ambientali che sono oggi la prima causa di povertà ed esclusione sociale. L’autore denuncia inoltre la tendenza a normalizzare il fascismo e a utilizzare la guerra come strumento politico, investendo somme enormi nel riarmo, a scapito delle politiche sociali e della riconversione ecologica.
Nonostante il quadro drammatico, il libro apre a una soluzione attraverso quella che definisce la “geografia della speranza”. Questa si manifesta nelle lotte dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, che dai territori propongono alternative concrete basate sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento dei limiti planetari. L’Internazionale della Terra è dunque l’unione di questi mondi che si battono per cambiare i sistemi di governo, riconvertire le attività produttive e ricondurre l’essere umano all’interno della comunità della vita.
Con L’internazionale della terra De Marzo ci ricorda che la salvezza non verrà dall’alto o dalla semplice tecnica, ma dalla nostra capacità di ricostruire relazioni inseparabili, adattandoci alla logica della Terra per diventare, finalmente, parte della cura e non più del problema.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.