Richard Yates: ‘’Revolutionary Road’’ (minimum fax, 2026, trad. Adriana Dell’Orto), di Claudio Musso

«La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose: nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.»

Con questa sentenza, che ha il timbro di un verdetto più che di uno sfogo, Revolutionary Road di Richard Yates si configura come un dispositivo di smascheramento. Non è tanto una narrazione quanto una dissezione. La realtà che i personaggi abitano non è falsificata ma addomesticata, resa tollerabile attraverso una continua opera di attenuazione. Ognuno costruisce una versione più sopportabile della propria esistenza perché la verità, quando affiora, risulta sconveniente, quasi indecorosa. Occorre quindi reggere la facciata, levigare il fallimento, ricondurre l’informe entro i margini del dicibile. In questo lavoro incessante di accomodamento intercettiamo il nucleo inquieto della middle class americana, non una società ipocrita ma un collettivo perfettamente addestrato a credere alle proprie illusioni.

Frank e April Wheeler si muovono all’interno di questo spazio come due presenze solo in apparenza solidali: non stanno insieme quanto piuttosto tengono insieme un equilibrio precario, una tregua tra loro continuamente negoziata. Quando la superficie si incrina, il loro rapporto rivela la propria natura più autentica: un confronto strategico, quasi un duello regolato da astuzie laterali, avanzate e ripiegamenti. La lite non è deragliamento ma forma, un linguaggio codificato attraverso cui ciascuno tenta di imporre la propria versione della realtà, andando a colpire l’altro dove fa più male. In questo gioco sottile ciò che li tiene uniti coincide esattamente con ciò che li consuma, una dipendenza reciproca, nutrita di disprezzo e sfiducia, che sostituisce col tempo ogni residuo di realtà affettiva.

La casa stessa nelle Revolutionary Hills, marginale rispetto all’ordine rassicurante della lottizzazione, sembra inizialmente promettere uno scarto, una possibile deviazione dalla norma. E tuttavia la grande finestra che la definisce ne tradisce fin da subito l’ambiguità: non protegge ma espone, non separa ma riflette, non custodisce il sogno ma lo sottopone a verifica continua. Qui si condensa una delle intuizioni più sottili di Yates sull’America degli Anni Cinquanta: l’impossibilità del rifugio. Ciò che dovrebbe preservare diventa invece superficie di esposizione, luogo in cui l’illusione vacilla sotto il peso del reale.

Analoga funzione simbolica assume il gesto ostinato di Frank che si accanisce a sistemare il sentiero verso la casa, nel tentativo di renderlo conforme agli standard del quartiere. Quel lavoro faticoso e inconcludente, su una materia refrattaria a ogni ordine, si configura come una perfetta allegoria della sua esistenza: uno sforzo continuo di aggiustamento che non mette mai in discussione la struttura di fondo. La sua vita, del resto, si rivela costruita non su un desiderio interno ma su una sequenza di atti dimostrativi: lavorare, sposarsi, avere figli, acquistare una casa. Ogni scelta risponde a un tribunale invisibile dinanzi al quale egli argomenta sé stesso. Non vive, giustifica la propria esistenza. E quando, per un istante, intravede la nudità di questo meccanismo, tutto gli appare «semplice e ridicolo»: non per intrinseca banalità ma per sopraggiunto svuotamento di senso. Nessuno lo ha costretto, ha collaborato lui stesso alla costruzione della propria gabbia. All’esterno, un lavoro che non conduce da nessuna parte; all’interno, un perimetro domestico da statuto.

È in questa frattura che si inserisce il sarcasmo di Yates mai dichiarato ma sottilmente operante. Non deride i suoi personaggi: li espone. Frank, con la sua eloquenza brillante e la capacità di costruire discorsi calibrati, diventa una figura esemplare: una brochure perfettamente redatta. Sa articolare ciò che è necessario, definire ciò che conta, ma solo entro uno spazio neutro, impersonale, che non lo coinvolge. La sua lucidità resta confinata nel linguaggio senza mai tradursi in scelta. In tal senso non è un ribelle fallito ma un prodotto compiuto del sistema che abita: qualcuno che ne ha interiorizzato le regole fino a coglierne il vuoto, senza riuscire a sottrarvisi. Perché poi se ci si sta così bene? La middle class, certo, promette sicurezza, ordine e riconoscimento, tuttavia il prezzo da pagare è la rinuncia al desiderio autentico, la paura della deviazione, una vita vissuta per procura.

Attorno a lui si dispiega una società che Yates tratteggia senza deformazioni caricaturali e, proprio per questo, tanto più perturbante: un organismo ordinato, composto da individui intercambiabili, gesti prevedibili, aspirazioni ridotte a modelli. Non si tratta di una massa inconsapevole ma di una coscienza intermittente: intravede il vuoto e subito se ne ritrae. Non si cerca una vita più vera ma una vita più gestibile, meno esposta, meno rischiosa. Il conformismo non è imposto: è desiderato. In questo contesto, eloquenza, arguzia, battuta pronta e pettegolezzo diventano valuta sociale. Saper parlare fa apparire consapevoli; avere epigrammi pronti equivale a sembrare profondi. La parola non rivela, sostituisce.

In questo contesto April si impone come elemento dissonante non tanto per superiorità morale quanto per irriducibilità alla finzione. La sua proposta di trasferirsi in Europa non introduce semplicemente un’alternativa ma una diversa idea di rivoluzione: non migliorare la propria posizione nel sistema ma trasformare la vita stessa. Se Frank aspira al riconoscimento senza perdita, April appare disposta a mettere in gioco ogni stabilità pur di inseguire una coerenza esistenziale. Non è un personaggio ma una forza che rifiuta, smaschera, spinge oltre. La sua lucidità emerge con violenza nelle lettere che scrive e distrugge dove affiora una verità che non riesce a sostenere nel rapporto: non l’amore ma una «morbosa dipendenza della reciproca debolezza». L’errore originario non è Frank ma lo sguardo con cui lo ha investito di significato. Non c’è inganno unilaterale: entrambi imparano a dire ciò che l’altro vuole sentire. È qui che nasce la trappola. La finzione, da gioco reversibile, diventa struttura, poi identità. E fermarsi significherebbe riconoscere, senza attenuanti, il proprio autoinganno. April tuttavia ci riserverà un coup de théâtre

Il loro conflitto non oppone semplicemente due caratteri ma due logiche incompatibili: da un lato l’adattamento intelligente, dall’altro un’esigenza a lungo desiderata di veridicità che non tollera mediazioni. Ed è proprio in questa inconciliabilità che il romanzo trova la propria zona più rivelatrice poiché nessuna delle due prospettive viene pienamente riscattata. La rivoluzione, suggerisce Yates con sottile ironia, si configura spesso come una narrazione compensatoria: un modo per differire la resa o per nobilitare il compromesso.

Emblematica in tal senso è la figura del figlio della signora Givings, una vicina, liquidato come folle ma proprio per questo capace di una parola pura. La sua voce introduce una dissonanza decisiva, portando alla luce una verità che gli altri, quelli delle Hills, evitano: ammettere il vuoto richiede coraggio ma riconoscere la disperazione che lo abita implica un passaggio ulteriore, quasi insostenibile. È una soglia che pochi attraversano e che, una volta oltrepassata, difficilmente consente ritorni. E tuttavia, a quella verità si reagisce come sempre: tornando all’ordine, al conforto domestico, al rito sociale che riassorbe ogni incrinatura. I bicchieri si riempiono, le parole si distendono e il vuoto torna a tacere. Mentre chi è sempre stata ritenuta un soprammobile vede la polvere che la soffoca… 

È alla stessa signora Givings, del resto, che si deve la formulazione più limpida della filosofia implicita di questa comunità, un mondo che aspira all’immobilità, che rivendica continuità e stabilità, che chiede ostinatamente che la realtà resti riconoscibile anche quando è insoddisfacente: «perché cambiava sempre tutto quando l’unica cosa che si desiderava, l’unica cosa che si era mai chiesta umilmente a Dio o a chi per lui, era che certe cose potessero restare immutate».

La scrittura di Yates accompagna, con apparente neutralità, lo smascheramento di questo maquillage di questo vivere per dimostrare. La prosa, priva di compiacimenti, si sottrae a ogni enfasi per aderire con esattezza al dato, lasciando emergere, senza mediazioni, le crepe della quotidianità. È un realismo che non si limita a rappresentare ma disvela, non interpreta ma espone, e in cui si avverte una serietà radicale nei confronti dell’essere umano, capace di tradursi in intuizioni tanto più sconvolgenti quanto più prive di filtro.

Qui si annida l’aspetto più provocatorio di Revolutionary Road, pubblicato nel 1961 e oggi riproposto da minimum fax in una nuova ristampa nella storica traduzione, rivista, di Adriana Dell’Orto: nella sua capacità di avvicinarci così tanto ai dettagli della vita da renderli riconoscibili e, al tempo stesso, di mantenerci a una distanza sufficiente da consentire il giudizio. Una distanza che genera un sollievo ambiguo: quello di potersi credere estranei a ciò che si osserva. E tuttavia questa illusione si incrina se si presta attenzione persino a un dettaglio apparentemente marginale: i Wheeler, da wheel, ruota, sembrano inscritti fin dall’origine in un movimento circolare, reiterato, senza progresso reale. Non avanzano, girano, ripetono, correggono, variano senza mai uscire dalla traiettoria che li riporta al punto di partenza, fino a quando April non ne interrompe brutalmente il meccanismo. In questa circolarità si consuma il loro destino: non una caduta improvvisa ma una rotazione continua, silenziosa. E allora il sollievo iniziale si rovescia. Ciò che credevamo distante si rivela, con inquietante precisione, una possibilità che ci riguarda. Forse Yates ha sempre immaginato i suoi lettori dirsi: non vogliamo essere come i Wheeler. Salvo poi scoprire che lo siamo già stati e che rischiamo di diventarlo ancora, ogni volta che scegliamo la adamantina continuità al posto della bruciante verità.

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Sarah Jaffe: “Dalle ceneri. Lutto e rivoluzione in un mondo in fiamme” (minimum fax, 2026, trad. Sara Tuveri), di Maurizia Maiano

Il sogno americano, così lucente e perfetto, esiste davvero? La domanda che Sarah Jaffe, giornalista ebrea statunitense, solleva nel suo “Dalle ceneri“, in uno spazio tra saggistica e narrativa, ci riguarda da vicino, essendo noi europei coinvolti nelle stesse problematiche.

Tra colonizzazione e decolonizzazione, globalizzazione e deglobalizzazione, non è difficile rendersi conto che la nostra società non avanza in un lento movimento verso il bene, verso la realizzazione dello Spirito Assoluto. In particolare, l’America, il neues Land di Goethe del suo Guglielmo Meister, la terra vergine, doveva essere il luogo dove l’uomo sarebbe stato d’aiuto all’altro uomo, non si sarebbe ridotto a merce e si sarebbe finalmente realizzata la giustizia sociale. Ma è andata davvero così?

La way of life americana, lo stile di vita del Nuovo Mondo ci ha sedotto, ci siamo lasciati travolgere dal sistema  capitalistico, un modello di vita incentrato sul consumismo, la competizione e l’individualismo. Questo stile di vita seduce l’individuo con l’illusione di libertà e successo, ma in realtà impone una conformità a un sistema che lo spinge a essere un ingranaggio in un grande marchingegno globale. La promessa di realizzare il sogno americano, in cui ogni persona può diventare ciò che desidera attraverso il duro lavoro, nasconde una realtà in cui l’individuo è costretto a diventare parte di un sistema che lo sfrutta, in cui è costretto ad abbandonare la propria umanità per diventare consumatore, lavoratore e produttore, senza possibilità di autonomia o di critica.

È proprio questo che Sarah Jaffe ci racconta con una visione acuta e, allo stesso tempo, dolorosa ed accorata  della storia di un mondo globalizzato in nome del capitalismo. Una Storia che da giornalista conosce bene, perché vissuta attraverso l’esperienza diretta dei fatti raccontati. In particolare, quella globalizzazione che sta alla base dell’impoverimento della classe operaia americana che ha prodotto realtà come Detroit in Michigan, che perde le sue industrie automobilistiche; Cleveland e Youngstown in Ohio ed in Kentucky che vedono una forte riduzione dell’industria siderurgica e sempre automobilistica, ecc…  Ricche regioni industriali che il capitale decide di abbandonare per andare a produrre in paesi dove la forza lavoro costa meno, provocando come contraccolpo l’impoverimento della popolazione locale. Le condizioni di povertà in questi Stati sono estremamente gravi. Gli operai che hanno perso il lavoro spesso non hanno ricevuto alcun sussidio. A ciò si aggiungano le crisi scatenate dal virus COVID-19 e i disastri rivenienti dal cambiamento climatico, dove lo Stato è sempre meno presente e gli aiuti vengono spesso destinati a chi già gode di condizioni di vita migliori. E, per finire questo quadro desolante, le guerre e le politiche dell’amministrazione Trump che stanno incidendo profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Relativamente al cambiamento climatico, com’è noto, viviamo nell’era geologica definita da alcuni dell’Antropocene, un’epoca in cui il pianeta è stato sfruttato e depauperato dall’azione umana,  immaginando la natura come fonte inesauribile. La Jaffe cita Jason W. Moore, autore di Capitalism in the Web of Life – Ecology and the Accumulation of Capital, che, insieme ad altri pensatori, propone il termine di Capitalocene. La radice anthropos di “Antropocene” indicherebbe che tutti gli esseri umani sono responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, tutte le forme di sfruttamento del pianeta sono state destinate a sostenere il processo di accumulazione di capitale nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione veniva ridotta a manodopera intercambiabile. Moore individua l’inizio di questo processo nel ‘400, con l’arrivo di Colombo, che rivendicò il possesso delle nuove terre, trattando i popoli che le abitavano come inferiori. La natura veniva considerata un dono gratuito. Lo sfruttamento, ovvero il prendere più di quanto si restituisce, viene minimizzato. Moore lo definisce come un processo che crea una divisione tra un noi e un loro, tra padroni e sfruttati. 

Oggi, travestiamo il capitalismo di democrazia liberale e ci convinciamo che la libertà dell’individuo abbia bisogno di entrambi per realizzarsi. È proprio nell’eccesso di fiducia in noi stessi che si oltrepassano i confini morali, sociali e legali.

Il capitalismo esalta la hybris e trasforma l’intelletto in uno strumento per dominare, creando il monolite di 2001 Odissea nello spazio.  Nasce l’età della tecnica, un nuovo inizio. La hybris alimenta il costante impulso al dominio e all’accumulo. Quanto all’intelletto, ci troviamo di fronte a due possibilità: vogliamo usarlo come via per la riflessione e la comprensione, alla ricerca di un equilibrio, o come strumento per manipolare e trasformare il mondo, dove prevale una razionalità strumentale che ignora i veri valori dell’umano?

Nell’affanno verso il progresso cogliamo come Sarah Jaffe comprenda che le colonne portanti dello Stato etico e dell’essere al servizio del Bene comune, vengano minate. Tende a prevalere un comportamento che favorisce i propri clienti. Uno spettro si aggira per l’Europa è l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels e China Miéville, scrittore bitannico, noto per il suo impegno politico esplicito e per il suo interesse verso il marxismo e la critica del capitalismo, scrive che “Marx ed Engels si crogiolano in quel presagio di spettralità invocata, in quel lusinghiero conferire al comunismo poteri spaventosi. Lo spettro del manifesto non è un fantasma del passato ma un barlume del futuro che aleggia oltre il nostro sguardo e ci punzecchia e ci sfida”. Marx analitico e razionale incoraggiava la critica a tutto l’esistente e tuttavia aveva chiaro che l’irrazionale è sempre presente nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. E’ un sistema che ci impone di lavorare per ottenere il denaro utile a comprare l’essenziale per sopravvivere. Cerca anche di spremerci e di pagarci sempre di meno e prepararci al fatto che saremo facilmente sostituibili con un robot. La grande invenzione è il capitale umano, e, in un mondo della sicurezza e delle garanzie, anche la morte può avere il suo aspetto finanziariamente utile. Le assicurazioni  ci garantiscono,  ma saremo liquidati  in base a quanto ognuno di noi ha prodotto, in quanto ha e non per ciò che è,  non la vita in sé  ha un valore  assoluto, ma i parametri sociali, economici e finanziari ne determineranno il valore. In poche e semplici parole: più possiedi, più paghi e più sarai soddisfatto e gratificato, ma post mortem.

In definitiva, la democrazia liberale e l’esasperato individualismo possono essere tra le cause indirette della cultura woke, in quanto entrambi promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dell’individuo e della sua identità. La cultura woke nasce come risposta a una visione del mondo che non ha completamente affrontato e risolto le disuguaglianze strutturali e le contraddizioni interne della democrazia liberale. La democrazia liberale pone l’accento sulla libertà formale e sull’uguaglianza dei diritti senza raggiungerli anzi scavandone le differenze, la cultura woke si concentra sul riconoscimento delle disuguaglianze sostanziali, cercando di affrontare le forme di oppressione che persistono nel tessuto sociale nonostante i diritti civili universali. La crescente consapevolezza delle disuguaglianze strutturali si estendono a quelle razziali, di genere, orientamento sessuale, classe sociale, nient’altro che una reazione ai fallimenti della democrazia liberale nel garantire l’uguaglianza sostanziale per tutti i cittadini.

Dobbiamo ripartire da La fine della Storia di Fukuyama, che con presunzione vedrebbe nel sistema della democrazia liberale la realizzazione dello Spirito Assoluto, dopo il crollo del sistema socialista, affermazione pensata con ironia!

Analizzare quanto accaduto richiede un’attenta riflessione sul metodo e sul linguaggio. Dobbiamo pensare ai valori e agli aspetti positivi che il nostro mondo morale sa riconoscere. Il simbolo del Giano bifronte, di origine italica, può aiutarci. Le sue due facce, una rivolta verso il passato,  esperienza e memoria  e l’altra verso il futuro, previsione e potenzialità, ci ricordano di non dimenticare mai il passato, ma di ripulirlo dalle scorie che lo ricoprono, affinché il futuro possa riproporsi in modo nuovo. Poniamoci delle domande: le ideologie che ci hanno attraversato cosa ci hanno insegnato? Dobbiamo condannare e rifiutare tutto? Dopo la great illusion, quella convinzione che la cooperazione economica avrebbe evitato le guerre, abbiamo riscoperto il sentimento di appartenenza, le etnie, un modo di relazionarci che si radica nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. Un modo di relazionarsi che affonda le radici nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. I sistemi di conoscenza si trovano nel linguaggio, nei legami di parentela, nelle tradizioni e qui sembra emergere un concetto ebraico che si pone quasi come l’opposto dell’essere nativi: quello di doikayt – l’essere qui. Una parola yiddish che racchiude un principio della diaspora, secondo il quale il luogo in cui ci troviamo, dove lavoriamo diventa la nostra casa, ed è lì che lottiamo insieme agli altri per la nostra vita. Questo concetto si oppone al sionismo, rifiutando l’idea che la sicurezza degli ebrei possa derivare dalla creazione di uno Stato proprio, con muri ed esercito. Te ne vai dunque laggiù? – come sarai lontano! – Lontano da dove? È la storiella ebraica, raccontata da Saint-Exupéry, che racchiude la condizione dell’ebreo errante e riassume in sé la condizione dell’uomo di tutti i tempi: un uomo è felice se sente di appartenere a qualcosa che va oltre i confini fisici e politici. Non è la terra in sé a definirci, ma il legame che abbiamo con essa, con gli altri, con le storie che ci uniscono. L’appartenenza non è un luogo da possedere, ma una condizione che ci connette con il mondo, con gli altri esseri umani, con la nostra umanità condivisa. È questo, forse, il vero senso della casa, che non è una questione di confini, ma di relazioni e di cura. In un mondo sempre più frammentato, il desiderio di appartenenza può essere l’ancora che ci trattiene all’essenziale, mentre la ricerca di un posto nel mondo rimane una costante della nostra esistenza.

La solastalgia ci affligge quando il senso endemico di appartenenza a un luogo viene violato. In modo sottile, Sarah Jaffe fa uso della parola cura.  Le persone hanno bisogno di sostegno, di attenzione. L’ambiente e la natura sono nostri, ci appartengono, e spetta a noi vivere e salvarci insieme. L’Uomo e la Natura, l’umanità e il suo dominio sul mondo, sono temi che Sarah Jaffe esplora con grande attenzione. Gli esseri umani sono stati storicamente considerati i signori e padroni della natura, una visione che includeva anche donne, neri, nativi, e chiunque fosse considerato diverso o inferiore. Il capitalismo è, però,  per sua natura razziale,  divide i gruppi in base a caratteristiche fisiche, etniche o culturali, di genere, globale e in continua espansione.

In sostanza, i fenomeni dell’alienazione nella guerra e quella nel capitalismo consumista  possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Entrambi riducono l’individuo a un oggetto da utilizzare, e la cultura popolare e i media sono il terreno dove queste dinamiche si manifestano e si legittimano. 

Un giudizio semplice e personale. 

Ci viene restituita l’immagine di un sottobosco sociale, le classi subalterne degli homeless, di chi ha perso il lavoro, degli immigrati e dei tossicodipendenti a cui la nostra informazione dà poca attenzione. I media sembrano ignorare quanto certe problematiche siano presenti. Il socialismo è stato sconfitto e la democrazia liberale dichiara la fine della Storia, ogni impero immagina di portare a compimento la Storia, ma solo perché ignora che la vita è un continuo fluire in eterni corsi e ricorsi, anche zoroastriani di un alternarsi di bene e male, nella piena consapevolezza di coscienza e libero arbitrio e sempre nell’armonia del tutto.  Un’etica pratica in cui la vita è improntata alla rettitudine, alla cura della natura, al lavoro attivo e alla carità. Un mondo ancora lontano dalla tecnologia, ma che la tecnologia non può ignorare e semplicemente perché essa non può essere un legame comunitario se non lo accompagniamo alla cura, all’amore e all’attenzione per l’altro. L‘eschaton di cui parla Peter Thiel, cofondatore e presidente di Palantir Technologies impossessandosi di un linguaggio religioso, inteso come la fine dei tempi, non rappresenta, però, una conclusione autentica e salvifica, ma una catastrofe imminente che deve essere fermata prima che si realizzi. In questo contesto, la tecnologia diventa uno strumento nelle mani del potere per prevenire tale esito. Ma la domanda che ci resta è: sarà la tecnologia al servizio dell’umanità, o continuerà a servire solo gli interessi di pochi?

Il titolo originario del libro è Necessary Trouble (Problema necessario) che è stato tradotto con l’espressione Dalle ceneri,  non è solo una risposta alla morte fisica ma un lutto collettivo, politico ed economico, che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze strutturali e delle illusioni infrante nel contesto del capitalismo e della globalizzazione. Jaffe ci invita a riflettere su queste perdite e a riconoscere che il vero dolore deriva non solo dalla morte fisica, ma dalla morte simbolica di ciò che avevamo sperato sarebbe stato un futuro migliore. Il titolo italiano, Dalle ceneri, è una connotazione simbolica che assume una profondità che si collega alla possibilità di rinascita e di speranza, la fenice rinascerà dalle ceneri,  da un processo doloroso ad un risveglio necessario.

Sarà questo il senso di tutto ciò che sta accadendo?

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Andrea Sceresini per “Di guerra e di altre schifezze” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Andrea Sceresini, “Di guerra e di altre schifezze – Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina” (Minimum Fax, 2026).

prima parte

​«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura. Invece bisogna immaginare che un conflitto è come una vena d’oro e i reporter saltano su carri e cavalli correndo a cercare la pepita più grossa.»

​Il libro di Andrea Sceresini, Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina (Minimum Fax), fa a pezzi l’immagine idealizzata dell’inviato in prima linea attraverso una cronaca che pone al centro sia i protagonisti, sia il sistema informativo che li nutre. L’autore descrive il giornalismo nelle zone di conflitto non come una missione umanitaria, ma come una ricerca di profitto e visibilità, facendo emergere l’egoismo che muove parte del mondo dell’informazione, dove il dolore altrui diventa il «mascara della tragedia» utile a rendere lo sguardo del cronista più magnetico per il pubblico dei talk show.

​In questo contesto, l’Ucraina non appare come la democrazia specchiata descritta dalla propaganda occidentale, ma come un sistema politico ed economico molto simile a quello russo, dove gli undici partiti di opposizione sono fuorilegge e l’informazione è concentrata in un unico canale governativo.

seconda parte

​Al centro del racconto c’è il meccanismo con cui la politica e la geopolitica soffocano l’informazione attraverso la censura preventiva e l’uso punitivo degli accrediti militari. Ed ecco servito il paradosso: un sistema che, per difendere i propri valori, adotta metodi repressivi che rendono invisibili i dissidenti, i renitenti o chiunque non si allinei alla narrazione del popolo eroico in armi.

​Proprio l’estetica del combattente — con il suo bagaglio di valori, che imbraccia il kalashnikov in virtù di un’ideologia di libertà e difesa della patria contro il nemico — viene messa totalmente in discussione. Sceresini narra diverse avventure (o disavventure) di guerra nella Repubblica Ucraina, fra aggressioni, interrogatori, blocchi alla frontiera e piogge di bombe; è proprio durante una di queste incursioni che si accorge di quanto la guerra, quella iniziale di posizione e di trincea con i suoi racconti dalla prima linea, sia cambiata.

​L’incontro con un’unità di dronisti ucraini — che «più che a dei normali soldati, in effetti, assomigliavano a una brigata di nerd, e senza troppe difficoltà ci confessarono che la loro grande passione comune consisteva nell’organizzare lunghi tornei di Call of Duty alla playstation» — illustra l’assurdità di un conflitto combattuto con i joystick da chi è distante chilometri dal fuoco. Per il resto della popolazione, invece, la guerra rimane una trappola fisica da subire: c’è chi non si arrende e resta a presidiare un territorio martoriato solo per una questione di mera appartenenza, e chi cerca di fuggire a ogni costo.

​Il libro documenta, da un lato, la guerra degli ultimi: anziani che scrivono su biglietti improvvisati messaggi per i propri cari, sapendo che con molta probabilità non li rivedranno più, affidandoli ai giornalisti perché li recapitino via WhatsApp; volontari in ricoveri d’urgenza senza medici, dove i pazienti vengono accolti fra le macerie con poche garze e disinfettante. Dall’altro lato, emerge l’imponente fenomeno della resistenza alla leva, riportando che «circa ottocentomila giovani ucraini si erano dati alla macchia per evitare di finire sotto le armi».

Il fenomeno della diserzione si unisce a doppio filo con quello della corruzione: «o ti nascondevi a tempo indeterminato sperando di non farti beccare, oppure pagavi una mazzetta all’ufficiale di turno per farti esentare». Ne deriva una frattura sociale netta, dove chi ha i mezzi corrompe gli ufficiali o scappa all’estero, mentre chi non li ha finisce al macello in quello che un fuggiasco definisce uno «scannamento tra pezzenti e morti di fame».

​In questo scenario claustrofobico, dopo dieci anni di racconti da tutti i fronti — russo, ucraino e separatista — ad Andrea Sceresini, come ad altri giornalisti e fotografi italiani e internazionali, è stato negato il pass stampa. Non possono più fare ritorno formalmente in Ucraina e, informalmente, nemmeno in Russia. Resta l’interrogativo sul perché, domanda alla quale nessun governo, servizio segreto o ambasciata — men che meno quelli 

italiani — ha voluto rispondere.

​Così come ai tempi della Seconda guerra mondiale, pur con i dovuti correttivi della modernità tra email, Telegram, selfie stick e reel sui social, l’informazione rimane un’arma vera e propria. È manipolata dal potere per raccontare una verità che copre anziché svelare, infiltrandosi fra le case bombardate senza guardare davvero: un mondo fatto della solita propaganda da «lavaggio del cervello» in base alla quale ci si schiera per i «buoni» o per i «cattivi». Un conflitto dove molti guadagnano e dove gli interessi economici, come al solito, forniscono l’alibi perfetto per giustificare la profonda sofferenza di chi la guerra la prova sulla propria pelle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Gianni Denaro: “Armadio di famiglia” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

La sua raccomandazione non mi è affatto chiara, ma nell’immaginarmi sbraitante e instabile come mamma, un moto di terrore mi spinge a chiederle: – E quindi che devo fare? Vedo i suoi occhi dirigersi verso la copia de «Il mestiere di scrivere» che avevo, in precedenza, appoggiato per terra. Lo fa vistosamente, come se volesse accompagnare il mio sguardo – suggerirmi dove guardare. Quando anche io poso gli occhi sul libro, lei conclude: – Ne scriva.” 

Nella sua opera d’esordio, Armadio di famiglia (Minimum Fax), Gianni Denaro – designer di moda siciliano – compie un’operazione di delicata archeologia domestica. Non è solo un memoir, ma un ricalcato disegno stilistico che descrive gli interni di una famiglia cristallizzata, dove il destino dei personaggi non si legge nelle azioni, ma nelle pieghe dei vestiti, nella trama delle stoffe e nelle fotografie che fissano un’appartenenza a una vera e propria tribù.

Per Denaro, l’abbigliamento è l’unità di misura di tutte le cose. Significativo è l’episodio delle scarpe infantili, “copia sputata” di quelle del padre: un marchio di fabbrica, un’estensione del concetto meridionale di famiglia come possesso e identificazione.

Il romanzo adotta il tono di una cronaca storica che resta sugli oggetti, scoprendo che proprio lì, sulla superficie delle cose, si è depositata la verità. Denaro scrive come se scattasse una polaroid, sollevando quel sottile “velo di polvere” che protegge e nasconde il non detto. 

​Il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. Il siciliano stretto, da cui il protagonista tenta di affrancarsi durante gli anni universitari a Roma, emerge nelle battute fulminanti della nonna o della madre. Termini come “reclamata”, per descrivere una donna troppo appariscente, diventano neologismi di un’educazione discriminante, capace di definire l’altro in una sola parola.

Il protagonista si muove in un perenne stato di inadeguatezza, una voce narrante che osserva ma non aggredisce, che soffre senza mai urlare. 

Il legame con la madre è un filo di seta, sottile e malinconico, che unisce due solitudini inscindibili. Proprio questo filo sottile è il cuore del racconto, un rapporto che descrive la depressione, non per diagnosi, ma per immagini: i pomeriggi passati a dormire su una poltrona davanti alla porta del negozio, esposta allo sguardo imbarazzato dei passanti, o il peso soffocante di una cascata di abiti che scivolano dall’armadio. La riflessione su come questa “inabilità alla vita” sia diventata un’eredità genetica è molto chiara, portando il protagonista a rintanarsi nello stesso perimetro domestico, tra il desiderio di proteggere la madre e la vergogna per la sua fragilità.

​Anche quando riesce fisicamente a staccarsi per andare a Roma, studiare e cambiare vita non serve a sciogliere questi nodi. Denaro ci ricorda che la distanza è un’illusione se non si risolvono le dipendenze affettive. 

La sua scrittura, riflessiva e discorsiva, agisce come una seduta psicologica o una didascalia a margine di un album di famiglia: cerca di capire se sia possibile, attraverso la parola, ricostruire un ricordo o, finalmente, se stessi.

Armadio di famiglia è  un libro che parla a chiunque si sia sentito un “figghij compl’cat”, a chi ha cercato nella cultura una via di fuga. Con uno stile che mostra le immagini, ma sempre molto misurato, Denaro trasforma l’armadio di casa in un confessionale, dimostrando che la letteratura può forse “costruire una madre dal niente”, ma soprattutto può insegnare a riconoscerci nelle ombre di chi ci ha preceduto e ad affrancarci da esse.

Sabato 7 marzo alle 18.30 Gianni Denaro è a Roma alla libreria Spazio Sette. Intervengono Ilaria Camilletti, Barbara Ruiz e Giulia Angeli. Di seguito il link della presentazione:

https://www.minimumfax.com/event/gianni-denaro-a-roma-2026-03-07-2013/register

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Sofia Torre: “L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso” (minimum fax, 2026), di Maurizia Maiano

L’Amore sìQuando qualcosa sembra troppo bella per essere vera, è perché probabilmente lo è. 

È una regola semplice che vale per la vita e, inevitabilmente, anche per l’amore. Proprio perché ne fa parte, l’amore non può sottrarsi alla sua ambivalenza: può essere fonte di autocommiserazione e dipendenza, ma anche energia dirompente e trasformativa. Il problema nasce quando lo carichiamo di aspettative assolute.

Alla delusione post-amorosa spesso segue un incontro: qualcuno in cui ci specchiamo, che ha vissuto proprio le stesse cose. Questo riconoscimento produce un sollievo quasi narcisistico. È un esempio concreto di come la solidarietà tra simili renda più sopportabile l’esperienza del fallimento, ma è anche il segno di quanto abbiamo bisogno di narrazioni condivise per dare senso al dolore. Ed è qui che si manifesta l’originalità del raccontare di Sofia Torre: la vita vissuta si intreccia al saggio, l’esperienza personale si fa analisi lucida dei cambiamenti che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno trasformato la Weltanschauung. la Visione del mondo del femminile. Due prospettive si fronteggiano e si attraversano: la donna che prende parola e la donna che viene guardata. Il soggetto e l’oggetto dello sguardo. Quel male gaze (Laura Mulvey) che non è soltanto uno strumento visivo ma una struttura culturale che orienta desideri, ruoli, aspettative.

È in questo intreccio che Sofia Torre attraversa e interpreta il meccanismo dell’amore che nella cultura contemporanea viene investito di una funzione eccessiva. Deve renderci felici, farci crescere, completarci, dare senso alla nostra vita. L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso intreccia riferimenti culturali, cinematografici e teorici. Ne esaminerò solo alcuni per mostrare come anche le forme considerate più libere o alternative possano trasformarsi in nuove norme, perché è qui il vero pericolo: adottare inconsapevolmente le stesse dinamiche che pensavamo di combattere, riprodurre la grammatica del carnefice in forme aggiornate.

Siamo il frutto della nostra educazione, delle letture, delle microinterazioni quotidiane. È Harold Garfinkel, studioso di etnometodologia, che ci ricorda che la realtà sociale si costruisce nelle microinterazioni ed è accountable – resa comprensibile attraverso pratiche condivise, visibile nei piccoli gesti che ci plasmano e ci determinano.  Interiorizziamo modelli: diventiamo buone, brave, obbedienti per essere accettate; oppure cattive quando reagiamo a un sistema che percepiamo come limitante. È il desiderio di autorealizzazione   a muoverci, ma lo decliniamo secondo il nostro background culturale. La coppia monogamica si fonda su valori cristiani o che definiamo cristiani: di privazione, fedeltà ed eternità e devono durare anche se l’altro viene meno a questi valori. Dobbiamo essere capaci di perdonare e sempre per sentirci buone, dobbiamo essere resilienti, non esserlo ci farebbe soffrire di più, anche se siamo state usate. Tutto questo ci condanna ad una eterna infelicità per corrispondere all’immagine che ci era stata attribuita, perché era l’abito più bello per la festa della vita.

Gli stereotipi funzionano come dispositivi protettivi: piccoli gruppi, identità, etichette che ci rassicurano. Ma producono semplificazioni. Se nell’immaginario comune l’uomo è legato alla razionalità e alla competenza pratica, la donna è ancora associata all’isteria, all’eccesso emotivo. Ciò che non viene simbolizzato nel linguaggio si traduce nel corpo: il pianto, la fragilità, la presunta incapacità di stare nello spazio pubblico in modo appropriato.

Sofia Torre individua tre studiose che analizzano l’immagine femminile: Anna Kaplan, Linda Williams e Susan Sontag. La Kaplan, teorica del cinema e studiosa femminista statunitense degli anni ’70, è una delle figure centrali nella nascita della film theory femminista. Scrive che la posizione della vittimasentirsi buone ed infelici, diventa una forma di legittimazione morale e di potere. Nucleo dei suoi studi è, infatti, il melodramma come genere storicamente associato al pubblico femminile che è stato considerato un genere minore perché emotivo. La commozione e il pianto sono stati svalutati culturalmente.

Questa svalutazione riflette una gerarchia di genere: razionalità maschile ed   emozione femminile.

Per Kaplan il melodramma non è semplice intrattenimento sentimentale ma uno spazio in cui si rendono visibili le contraddizioni della soggettività femminile. Tutto questo avrebbe naturalmente una   finalità: mostrare che la sofferenza amorosa femminile non è naturale. È una costruzione culturale messa in scena e normalizzata dal cinema.

Linda Williams, nata nel 1946, è una teorica e studiosa statunitense di cinema e media studies, tra le voci più influenti negli studi su genere, sessualità e rappresentazione.

È nota soprattutto per due filoni di ricerca: il   concetto di body genres. Nel saggio Film Bodies: Gender, Genre and Excess (1991) introduce l’idea dei “generi del corpo – body genres“: pornografia, horror e melodramma. Secondo la  Williams questi generi hanno in comune il fatto di provocare reazioni fisiche nello spettatore: eccitazione, paura, sobbalzo, pianto, commozione. Anticipazioni che ci portano alla neuroestetica, l’arte si serve di immagini e di parole, crea dei mondi fittizi che non sono meno reali.

Il corpo sullo schermo e il corpo dello spettatore entrano in una relazione diretta. Non è solo narrazione ma coinvolgimento corporeo. Le parole e le narrazioni, le immagini attivano reti neurali di significato, modulate dalle nostre esperienze, dalle aspettative e dai contesti culturali. Essa cerca di misurare e comprendere le reazioni cerebrali dietro il piacere, la comprensione e il coinvolgimento estetico. Diventa una strategia di simbolizzazione che usa forme, colori, linguaggi e narrazioni per evocare mondi mentali e sensazioni.

Susan Sontag, nel The Double Standard of Aging, dimostra che la donna è storicamente costruita nel doppio standard dell’invecchiamento. C’è   solo un momento in cui può essere oggetto di sguardo – male gaze (Laura Mulvey). Se il suo valore dipende dalla desiderabilità, l’invecchiamento diventa minaccia. Anche nell’amore contemporaneo la pressione a restare attraenti e performanti rivela la persistenza di norme che legano corpo, potere e legittimità affettiva.

Il filo che unisce Ann Kaplan, Susan Sontag e Sofia Torre è chiaro: il melodramma mette in scena la sofferenza come destino; la teoria femminista la interpreta come costruzione culturale; il pessimismo post-amoroso la smaschera come obbligo simbolico. Sofia Torre compie un passo ulteriore: non si limita a denunciare il costo emotivo dell’amore, ma mette in discussione l’idea stessa che debba essere il centro dell’identità femminile. Se alle donne è assegnato il compito di sentire di più, investire di più, soffrire di più, allora perché non definiamo il disincanto lucidità critica?

Potremmo leggere questa trasformazione come una trasvalutazione dei valori, per dirla con Nietzsche: siamo in un territorio al di là del bene e del male che interrompe il legame con la tradizione, in un passaggio di ristrutturazione simbolica dove vengono meno i significati che avevamo attribuito alla coppia e alla felicità. Tuttavia, come insegnano i Greci, ogni relazione è attraversata dal conflitto: pólemos è l’anima del mondo. Cerchiamo armonia ed equilibrio, e la coppia diventa lo spazio più vicino in cui tentare di comporre desiderio e differenza.

In questo scenario, l’integrità morale di una Fanny Price – la protagonista di Mansfield Park di Jane Austen – appare sorprendentemente moderna. Fanny rifiuta il matrimonio vantaggioso, oppone una resistenza silenziosa alla convenienza sociale. Non domina la scena ma afferma il diritto a dire no. La sua forza è interiore. Potremmo dire che ci portiamo dietro l’integrità morale, la forza di ribellarci a tutto ciò che è convenienza dell’amata Jane Austen che ha forgiato il nostro immaginario femminile. Ci comportiamo seguendo la linea ondivaga tra ragione e sentimento. 

Negli anni Novanta, invece, le narrazioni cambiano forma. Abbiamo le fiction di Sex and the City, sulla cui scia saranno prodotti anche altri filmEsempi che ci raccontano una neo-femminilità che oscilla tra indipendenza economica e ossessione per il partner, tra autonomia e bisogno di essere scelta, mentre Bridget Jones rappresenta una neo-femminista ossessionata dal peso dell’orologio biologico e dal trovare un partner.

Forse il nodo è proprio questo: non abbiamo smesso di credere nell’amore, ma stiamo imparando a riconoscerne la struttura simbolica. Un legame amoroso esiste finché la ricerca di riconoscimento è reciproca; quando si spezza questa simmetria, il legame si svuota.

L’esperienza dell’orientamento sessuale, allora, non è solo una questione privata, ma un evento linguistico e sociale: cambia il modo in cui siamo nominati, guardati, interpretati. Tenere per mano una donna non modifica soltanto l’oggetto del desiderio, ma il campo simbolico in cui quel desiderio prende forma. Lo sguardo degli altri diventa parte della scena: non più semplice osservazione, ma dispositivo che costruisce identità.

Nel 1967 Valerie Solinas, figura controversa del femminismo radicale americano, presenta il manifesto S.C.U.M. l’acronimo di Society for Cutting Up Men – Società per fare a pezzi gli uomini. Il testo, provocatorio e volutamente iperbolico, attacca la società patriarcale, descrive l’uomo come biologicamente e psicologicamente incompleto, immagina una società governata esclusivamente da donne e propone l’eliminazione simbolica e in alcuni passaggi persino letterale del potere maschile.

Il tono è aggressivo, parodico, eccessivo: più che un programma politico realistico è un gesto di rottura e di polemica contro l’asimmetria strutturale tra i generi. Il pericolo è creare situazioni speculari a quelle criticate?  Basta davvero invertire i ruoli per cambiare le regole del gioco? 

La sorellanza è un concetto che nasce nel femminismo negli anni ’60-’70 per indicare una solidarietà politica, affettiva e simbolica tra donne. I gruppi di autocoscienza invitavano a partire da sé: dall’esperienza vissuta come gesto politico. Parlare non era conquistare potere, ma creare legami e costruire senso condiviso.

Siamo di fronte ad una grande complessità nel definire l’amore.  Ciò che ci guida è la legge del desiderio, per ritornare al desiderio del desiderio di cui era impregnato il romanticismo tedesco. È l’eterna Sehnsucht – la nostalgia che ci guida e ci spinge in avanti e molte volte negando la stessa passione amorosa o separarsi da chi pensavamo rappresentasse l’altra metà che ci mancava. Desiderio del desiderio, come parte costitutiva dell’essere umano, che ci riporta alla legge del desiderio di Massimo Recalcati che non è un bisogno da soddisfare né un capriccio individuale. È una forza che nasce dalla mancanza. Desideriamo non ciò che possediamo, ma ciò che ci manca; e proprio questa mancanza ci mette in movimento, ci apre all’altro, ci rende vivi. Ti amo perché non mi basto.

La legge del desiderio è dunque questa: il desiderio non si colma definitivamente; se viene saturato, si spegne; ha bisogno di distanza, di alterità, di limite.

Per questo Recalcati insiste sull’importanza del limite, la Legge simbolica: non come repressione, ma come condizione che rende possibile il desiderio. Senza limite non c’è tensione, e senza tensione non c’è desiderio.

Nell’amore questo significa che l’altro deve restare altro, non diventare una proiezione narcisistica.

Il libro di Sofia Torre, non sarebbe esistito senza l’articolo di Francesco Pacifico: Contro l’utilità del sentimento amoroso, pubblicato su Il Tascabile. Il saggio si muove proprio in questa frattura: tra bisogno d’amore e consapevolezza delle sue strutture simboliche. L’idea che la letteratura o l’amore debbano portare a una soluzione o a un incremento di umanità è spesso una pretesa borghese da smontare.

L’amore non è finito, è finita la sua promessa di salvezza. Le relazioni non ci redimono automaticamente, non ci rendono migliori per definizione. Eppure continuiamo a cercarle, perché il desiderio è un fatto sociale e privato insieme. Per dirla con Lacan abbiamo bisogno dello sguardo dell’altro.  È nell’altro che ci riconosciamo come il neonato nello sguardo della madre.

La domanda, allora, non è se credere ancora nell’amore, ma in quale amore? Ma se siamo disposti a cambiarne il linguaggio. Interrogarci sui tanti significati che la parola nasconde e da qui cambiare le aspettative per   trasformare l’esperienza.

Forse la vera rivoluzione non è abolire l’amore, ma imparare a viverlo senza farne una gabbia ma un luogo dove ci si riconosce nel ripensare le forme della relazione, assumendo la responsabilità di un amore che non sia dominio né specchio, ma pratica reciproca di riconoscimento.

Stare da sole non risolve il bisogno d’amore, non colma il vuoto esistenziale che ti coglie quando cerchi il tuo posto nel mondo, ma serve a fare i conti con una verità: e cioè che l’universo è indifferente e non vogliamo essere sole. Perché fingere di essere libere, felici ed emancipate, perché sole? 

La grande domanda è quella di sempre: Cos’è l’amore o ciò che chiamiamo amore?

Sofia Torre ci risponde così:

Non esistono amori in purezza, nemmeno quello per l’arte.

Sofia Torre, classe 1991, è post-doc in Scienze sociali presso l’Università Federico II di Napoli. Si occupa di Porn Studies, cinema e questioni di genere. Scrive e ha scritto per diverse testate tra cui Snaporaz, il Manifesto, Il Tascabile, L’Indiscreto. Nel 2023 ha pubblicato per Einaudi il saggio Cagne di paglia.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.