Il video podcast di cui la letteratura italiana non aveva bisogno
Ep. 1: Mattia Corrente per “La fuga di Anna” (Sellerio) e Nikolai Prestia per “La coscienza delle piante” (Marsilio)
Mattia Corrente nasce nel 1987 in terra siciliana, precisamente in un paese in provincia di Messina, che abbraccia l’incantevole vista delle isole Eolie. Lavora come ghostwriter ed editor, oltre che, ebbene sì è un lavoro, come scrittore. Nel 2022, pubblica il romanzo La fuga di Anna sotto la casa editrice Sellerio. Il valore dell’opera viene riconosciuto e premiato in diversi contesti letterari, e il testo viene tradotto in ceco, polacco e francese. Nel mentre, nella primavera del 2024, esordisce nel mondo della letteratura per ragazzi con Cronache dell’Ade, edito da Salani Editore.
Nikolai Prestia nasce nel 1990 a Nizhny Novgorod, in Russia. A otto anni viene adottato, insieme a sua sorella, da una coppia italiana che vive in Sicilia. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena; attualmente vive a Roma. Con Marsilio ha esordito nel 2021 con Dasvidania, romanzo che si è aggiudicato il Premio letterario Massarosa nel 2022. Nel 2024 pubblica con la stessa casa editrice La coscienza delle piante.
Questi i due protagonisti della prima puntata di Preliminari, il video podcast della rivista letteraria Il Randagio. Preliminari è, già dal titolo-manifesto, un video podcast fuori dagli schemi “classici” della letteratura nostrana. Nel realizzarlo, infatti, abbiamo cercato di eliminare tutto ciò che fa parte della superficie, della forma, andando a scavare nel contenuto, fino ad arrivare all’indicibile. In fondo, non è questo quello che dovrebbe fare la scrittura? Non c’è nulla di più inconfessabile di ciò che precede l’atto di scrittura. In esso, nei preliminari, si annidano le più balzane ritualità, i tic letterari, le micro ossessioni, le intime scaramanzie di ogni autore; in altre parole, la struttura. Attraverso un taglio volutamente ironico, scanzonato, e forse anche irriverente, vogliamo proporvi questa lettura della scrittura, vogliamo farvi vedere l’errore nella perfezione perché è proprio da lì che si innesca il processo di produzione letteraria, è da lì che nasce uno scrittore.
Preliminari è un confronto attivo fra, di volta in volta, due giovani scrittori nel nostro panorama contemporaneo. Non ci sono tempi morti, davvero, se non i discutibili interventi di Maddalena Crepet.
Nel dialogo di oggi, Mattia e Nikolai, partendo dai loro romanzi La fuga di Anna e La coscienza delle piante, si interrogheranno su alcune tematiche centrali nei loro romanzi, e, più in generale, viscerali per la loro conformazione di autori. Parleranno del rapporto fra generazioni, fra genitori e figli, fra la figura ansiosa di una madre e quella soffocante di un padre; indagheranno quanto e in che misura una certa cultura del sud Italia sia ancora radicata in quel pezzo di mondo, e quanto questa possa aver inciso sulle inquietudini dei protagonisti dei loro libri. Last but not least, sveleranno il dietro le quinte della loro, personale scrittura, le loro abitudini, i loro preliminari.
Maddalena Crepet*
MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.
“Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano. Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto. L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente. La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.
La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer. Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?
Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi.
Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?
Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi.
La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo…
Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.
Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?
EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo.
Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”
Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto.
Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?
Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM.
Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso?
Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno.
Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi?
Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta.
Gigi Agnano*
Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.
Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.
Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.
Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)
Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.
Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?
«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo.»
Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?
Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)
Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.
Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.
«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare.»
Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.
Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)
Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.
«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.»
Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.
Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)
Una casa, cento anni, mille identità tedesche
Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.
«La casa sa tutto quello che accade.»
Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.
***************************************
Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:
«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive.»
E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.
“Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”.
Così scriveva Bianciardi, qualche tempo fa. Io sarò più misurato, mi limiterò a rompervi le palle.
TERZO SBERLEFFO
IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO, ATHOS ZONTINI E ALTRI PARADOSSI DELLA LETTERATURA
Si fa un gran parlare – e a ragione – de Il fuoco che ti porti dentro, l’ultimo romanzo di Antonio Franchini, pubblicato dall’editore Marsilio. Il paradosso che qui s’intende affrontare è che il grosso dei lettori lo considera un nome nuovo – mentre l’autore, classe ’58, una dozzina di libri all’attivo, rappresenta da anni una delle voci più autorevoli del panorama letterario italiano. Gli addetti ai lavori, naturalmente, seguono da tempo il suo percorso, e con crescente interesse – benché, essendo lui un direttore editoriale, non si capisce mai quanto l’interesse sia rivolto allo scrittore e quanto al gigante dell’editoria che in effetti è.
In ogni caso, il fatto che sia poco conosciuto presso il grande pubblico è un fenomeno che desta non poche perplessità. Viene da chiedersi: dov’eravamo noi lettori quando, quasi trent’anni fa, usciva Quando vi ucciderete, maestro? o, poco più tardi, quell’altro capolavoro che ha per titolo L’abusivo? Ve lo dico io. Eravamo occupati a lamentarci. A guardare con nostalgia alla letteratura del passato rimpiangendo, che so, i Buzzati, i Cassola, i Bianciardi dei cosiddetti anni d’oro. Per non dire dei tre imprescindibili nomi – citati spesso congiuntamente, e quasi sempre a sproposito – Pasolini, Sciascia, Calvino. E forse, era solo un alibi di comodo per evitare di misurarci con un nuovo modo di fare letteratura.
Intanto, Franchini, ma anche Albinati, Walter Siti, Emanuele Trevi, Eraldo Affinati sfornavano un gioiello dopo l’altro. A distanza di trent’anni da Istruzioni per l’uso del lupo, Maggio selvaggio, Il contagio, Campo del sangue, Scuola di nudo, questi scrittori sono ormai entrati a far parte del canone letterario, ottenendo perfino riconoscimenti di grande prestigio – per quanto, in alcune circostanze, i libri premiati non fossero i migliori della loro produzione. Insomma, una sorta di elogio alla carriera. Ed è probabile che un domani, paradossalmente, sentiremo ancora ripetere la solita nenia, questa volta dedicata a loro, i venerati maestri del futuro: non ci sono più i Franchini, gli Albinati, i Walter Siti di una volta! Dimenticando di aggiungere che quando pubblicavano le loro migliori opere erano ignorati dai più.
Parallelamente, alcuni giovani ma già solidi autori stanno compiendo un percorso artistico di notevole interesse. Per ora ci limitiamo a ignorarli. Più in là decideremo se dare loro un premio.
Un titolo su tutti? Orfanzia (Bompiani, 2016), di Athos Zontini. Un capolavoro. Dimenticato, ahimè.
Ecco il punto. Ho la sensazione che l’industria culturale abbia talmente concentrato l’attenzione sul presente (sulle vendite, in particolare, da realizzare nell’immediato) da non concedere a uno scrittore la possibilità di trovare il proprio pubblico per dare vita a un dialogo sincero con i lettori. Lo stesso Franchini qualche anno fa scriveva: “Molte opere uscite dal dopoguerra all’inizio degli anni Sessanta hanno avuto tutto il tempo di farsi assorbire, di entrare nelle fibre profonde della società come una pioggia autunnale lenta e nutriente che imbeve il terreno poco alla volta”.
Un libro, oggi, pochi mesi dopo la sua pubblicazione, è già considerato sorpassato. Nessuno più si mostra interessato ai temi che approfondisce, tanto meno all’autore che li affronta: né la critica, subissata di nuove uscite; né i librai, per la medesima ragione; né i lettori, che dalle proposte degli uni e degli altri dipendono. Non a caso si parla di novità del momento, perché sembra che la loro vita duri in effetti il lasso di un momento. Se una novità non fa immediatamente il botto – qualunque cosa voglia dire – è destinata a morire. Come se la letteratura, dopo secoli passati a indagare il Reale, inseguendo una qualche possibile forma di Verità, per quanto dolorosa, si debba oggi accontentare di esprimere un’arte minore, l’incomprensibile arte di fare il botto.
E se cominciassimo a prenderci cura dei giovani autori? Leggendoli senza l’assillo di attenderci l’opera che cambierà il destino della letteratura? Dando non solo a questi scrittori il tempo di maturare, ma anche ai lettori la possibilità di seguirli nel loro percorso, crescendo insieme. Invece di abbandonarli a uno spietato quanto spesso ingiustificato oblio, dopo qualche mese di chiacchiericcio, per dedicarci con altrettanto fervore al nome successivo, e così via, in un circolo vizioso che non fa bene a nessuno. Eccetto ai bottegai dell’editoria, i rabdomanti del botto.
Ed evitando così di lamentarci un domani con il più stucchevole dei piagnistei: non ci sono più gli Zontini di una volta!
Davide D’Urso
Davide D’Urso. Scrittore, libraio, operatore culturale. Dal 2013 dirige il punto vendita flegreo di Librerie.coop. Ha pubblicato “Il paese che non voleva cambiare” (Manni, 2007). “Incontri notevoli di un libraio militante” (Valtrend, 2012). “Tra le macerie”, (Gaffi – Italo Svevo, 2014). “I famelici” (Bompiani, 2021). “Fuoco sulla città” (Ad Est dell’Equatore, 2013) include il racconto, “Fuocoefiamme”. Nel 2022 viene scelto da Filippo La Porta per l’antologia “Gli occhi di Napoli” (Iod, 2022). I contigui è pubblicato all’interno dell’antologia “Napoli stanca”, a cura di Mirella Armiero (Solferino, 2023).
In copertina l’immagine di una giovane donna (da una foto di Charles H. Traub, Naples, 1985) suggerisce quel fuoco di cui il titolo precisa, perfetta sintesi della storia, “che ti porti dentro”.
La ragazza non è una signora, appare scanzonata, stringe fra due dita affusolate, l’indice e il medio della mano destra, un mozzicone di sigaretta che regge fra le labbra, consumato quasi fino al filtro, mentre gli occhi scuri leggermente socchiusi ammiccano di sfida, il viso è angoloso ma i tratti sono regolari. Piccoli cerchi si intravedono alle orecchie, i capelli sono bruni, il pullover è rosso, un paio di occhiali da sole sono infilati nello scollo, non sono appariscenti, le unghie sono laccate di rosso ma tagliate corte. La sua età non arriva ai trenta, non trapela l’adolescenza o l’infanzia, non si prevede una vecchiaia.
Come tutte le immagini, informa su luci e colori tralasciando sensazioni tattili e olfattive, anche per questo, nel primo paragrafo del primo capitolo la frase “mia madre puzza” colpisce il lettore come un affronto, invitandolo a continuare a suo rischio e pericolo. Può darsi che alcuni abbiano chiuso o siano andati poco più avanti per riprendere la lettura in un altro momento, o non riprenderla affatto, una reazione comprensibile considerando quanto la madre, il suo odore, il calore e la morbidezza del suo corpo siano alla radice della vita di ogni essere umano. Poco conta la proposizione concessiva che precede: “Benché da molti sia considerata una bella donna”.
La prima pagina continua impietosa, senza parafrasi e senza allusioni, con il preciso intento di provocare da subito repulsione e disprezzo. Mettendo subito le cose in chiaro, l’autore avvisa che “nessuno di noi si sente in imbarazzo, nessuno prova vergogna”, il corpo umano puzza, come testimoniano le filastrocche imparate dalla nonna che parlano di puzze e puzzette, i bambini di solito ridono, si divertono: al mondo puzzano tutti, i bambini più degli altri.
Allora qual è il problema? Arriva il momento della fuga. Lontano dalla madre, lontano dal Sud, lontano dalle contraddizioni. Perché i figli possono odiare? Di solito lo fanno quando sono o si sentono respinti, quando non si riconoscono in chi li ha messi al mondo, quando non sono incoraggiati. In questo libro di memorie non solo la madre è protagonista, entrano in gioco la storia e la terra.
La storia è quella che dagli anni Sessanta arriva ai giorni nostri, la terra è un meridione contraddittorio e diviso fra città e provincia, non troppo diverso, se si riflette, dalla dicotomia città-campagna presente anche al Nord, come in alcuni romanzi di Pavese. A questo segue la naturale contrapposizione Nord Sud.
Nel napoletano, in realtà, le differenze esistono molteplici nelle diverse classi sociali, sono frammiste a pregiudizi ostinati, si sviluppano in stratificazioni complicate e antiche, si scontrano e si affrontano in una lotta senza fine. Non è la cultura che manca. Tutti, più o meno, ne posseggono una parte cospicua, fatta di sovrapposizioni di epoche e influenze diverse, il risultato di un irrimediabile cinismo sviluppato forse nei secoli.
Angela, la madre mai chiamata mamma, ma sempre con il suo nome di battesimo, che, fra l’altro e chissà perché, non le piace, viene in città dalle montagne del Sannio, da un paesino del beneventano, Cautano, è di umili origini, quando si trasferisce in città, a Napoli, è solo una bambina, il padre muore quasi subito, con la madre e una sorella affronta le difficoltà e la miseria del dopoguerra.
Aiutate da alcuni parenti di condizioni sociali più elevate, le donne riescono a superare le iniziali difficoltà, una sorella si ammala e muore, l’altra, Angela, conquista il cuore di un quarantenne della buona borghesia, scapolo, deciso, dopo alcune storie d’amore, a crearsi una famiglia con una donna di vent’anni più giovane, estranea al suo ambiente. Si tratta forse di una scelta di comodo, ma c’è un prezzo da pagare ed è quello dell’impossibilità di intesa fra educazione e gusti diversi, pagheranno i figli questa incongruenza di base.
A questo punto è Napoli la protagonista, o, meglio, il teatro di un intreccio che rappresenta gran parte del tessuto sociale così spesso descritto e analizzato da scrittori e commediografi, fino a creare stereotipi, categorie false o travisate, spesso lontane dalla realtà perché non si tratta di un’unica realtà. Il cliché è nel teatro di Eduardo ma esistono altre dimensioni. Viene in mente una versione di Napoli, quella descritta nei romanzi della Ferrante, dove “Un’amica geniale” scavalca con intelligenza le distanze sociali, sicuramente meno vera, meno interessante e priva di drammaticità, molto diversa dalla protagonista di questo romanzo, una storia, in ogni caso, spostata più avanti di qualche decennio, dove si sente, nonostante tutto, l’odore di cucina e i pettegolezzi delle portinerie.
Le canzoni romantiche ottocentesche, le gouaches del Settecento restano nei salotti, la generazione alto borghese che ha vissuto guerra e dopoguerra frequenta i circoli dove si va in barca a vela e si gioca a carte, non si può fare a meno di pensare a “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, è questo l’ambiente al quale appartiene il marito di Angela.
Lei, invece, è consapevole di una difformità di fondo, aggravata dal fatto di venire dalla provincia, ma non lo riconoscerà mai, tutto si tramuta in odio, nel disprezzo che non dipende dalla consapevolezza di un’ingiustizia, più auto inflitta che voluta da altri, è, piuttosto, un senso di superiorità, il suo, con il quale combatte tutto e tutti sentendosi scaltra, più dotata di chiunque, in diritto di criticare, infierire, giudicare.
Almeno è così che il figlio la percepisce. Angela ha frequentato il liceo classico e la Facoltà di Lettere ma parla esclusivamente in dialetto, un napoletano ricco di sfumature diverse tratte dal Sannio, origini di cui è orgogliosa perché i Sanniti sconfissero e umiliarono i Romani alle Forche caudine. Quasi tutti nel romanzo parlano in napoletano, in stridente contrasto con la prosa elegante del narratore, c’è differenza fra il napoletano parlato dalle persone colte e quello aspro di Angela, arricchito di continue invettive fra le più truci e volgari.
C’è da immaginare le difficoltà e le sofferenze dei figli, costretti a vivere nel contrasto fra la vita esterna e quella fra le pareti domestiche, dove il padre si muove come un fantasma, in un alone discreto di profumo, in abiti ricercati o in pigiama e veste da camera.
Non è in questo il vizio capitale della donna. Il suo peccato è una cattiveria di fondo che le fa negare qualunque valore umano, è lo scherno, l’aggressività con la quale si scaglia contro il mondo intero. E’ davvero così? E’ questo il fuoco che la brucia dall’interno? Perché?
E’ un vizio personale o la prerogativa di una napoletanità esattamente opposta all’immagine comune di “gente col cuore in mano”? Una questione di quartiere? Perfino la gente umile a Posillipo o a Chiaia è diversa da quella del Vasto o della Ferrovia. Eppure Angela costringe il marito ad abbandonare l’antica via Bausan per una casa rumorosa nel caotico centro a ridosso della Stazione dei treni, la “ferrovia”.
Anche questo fa parte di una particolare concezione borghese: il marito accontenta la moglie nelle sue richieste e in cambio ha la libertà di vivere fuori casa, nel suo studio di commercialista o nei circoli che lei non frequenta. Non ha nessuna importanza che la donna abbia modi da megera e abbia portato in casa una madre che è peggiore di lei, le donne contano molto poco, l’importante è vivere la propria vita, fuori della famiglia e nonostante la famiglia.
Un padre da odiare? No. La colpa è della madre, mai solidale, neanche con le altre donne, soprattutto con le altre donne. La sua colpa è la protervia.
Difficile dire se questa condizione, aggravata da un orgoglio smisurato, sia stata la conseguenza di un difficile dopoguerra, se abbia colpito solo una città come Napoli, o se sia una dimensione umana che si raggiunge quando imitare modelli considerati superiori appare un’impresa impossibile che genera solo odio, se questo accada ad alcune persone in particolare o si tratti di un problema più specificamente sociale.
In alcuni luoghi comuni di Angela si vedono chiaramente le grettezze di ambienti molto ristretti, l’angustia dei paesi piccoli, dove l’artigiano è di più del contadino, dove le donne stanno appostate dietro le finestre per spiare le malefatte altrui, quelle stesse che una volta in città pensano di poter diventare furbe e accalappiare mariti o amanti che le mantengano, quelle che non hanno riguardo per la virtù e oltraggiano chiunque, virtuoso o vizioso che sia. E’ questo il cattivo odore.
E’ davvero così? Si tratta esclusivamente di questo?
Questo romanzo non parla di questo. Non si tratta di questo. Il lettore si accorgerà di essersi sbagliato. Allora non potrà fare a meno di sentirsi scosso. E commosso.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.