John Steinbeck: “Furore” (Bompiani, 2024, trad. Sergio Claudio Perroni), di Lavinia Capogna

“Furore” di John Steinbeck o lo sradicamento  

“Beh, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…” “E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, beh, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… “

America primi anni Trenta: i trattori delle banche e dei latifondisti passano incuranti sulle terre rosse dell’Oklahoma nel Midwest. 

Incuranti della madre terra e dei contadini che vengono fatti bruscamente sloggiare dopo che, faticosamente, erano riusciti a costruirsi una casa e ad avere un terreno da coltivare a mezzadria.

La mezzadria era un contratto agrario in cui il proprietario e il contadino dividevano a metà i prodotti della terra.

Quando Tom Joad, determinato, intelligente figlio di due contadini fa ritorno a casa dopo quattro anni passati in carcere scopre, desolatamente, che i suoi sono partiti.

Incomincia così “Furore” (The Grapes of Wrath) best seller del 1939, vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer scritto da John Steinbeck, autore trentasettenne e futuro Premio Nobel 1962. 

Il libro è scritto in un interessante americano, a volte nell’idioma dell’Oklahoma per renderlo più verosimile.

Si legge in un articolo dell’epoca: “Steinbeck è un ragazzone, con spalle larghe, occhi azzurri dallo sguardo sincero e capelli scuri che si arricciano sulla fronte” (The San Jose Mercury News, 8 gennaio 1938).

Tom Joad è stato in carcere perché, ubriaco, aveva ucciso per legittima difesa un coetaneo che lo aveva aggredito con un coltello ad un ballo di paese.

È stato rilasciato in anticipo ma “sulla parola”: non può lasciare l’Oklahoma, ordine a cui disubbidisce e, del resto, non avrebbe altra scelta.

Riunita, la famiglia Joad si mette in marcia sulla Route 66 con una scassata macchina trasformata in camion piena di suppellettili verso la California, la terra promessa.

Un accattivante volantino garantisce 800 posti di lavoro nella terra del sole e delle arance ma loro vengono avvisati da alcuni sconosciuti che non tutto laggiù è come viene pubblicizzato.

La madre sogna una casetta bianca e una piccola vigna da coltivare.

Sua figlia, la graziosa Rose of Sharon, 18 anni, incinta e sposata con il 19enne Connie, vorrebbe invece vivere in città, avere una ghiacciaia e andare al cinema così come il fratello Al, appassionato solo di ragazze e di motori, vorrebbe aprire un negozietto di elettronica. Sono la terza delle quattro generazioni degli Joad.

Vorrebbero, in breve, fare il salto da proletari a borghesi.

I due bambini decenni di Ma e il marito che si chiama anche lui Tom crescono semiabbandonati tra adulti troppo indaffarati e preoccupati. Anche loro raccoglieranno cotone in California come i figli dei neri che, separati dai bianchi all’epoca, non appaiono nel romanzo.

La scuola è un luogo inaccessibile per loro (anche se Ma desidererebbe mandarceli) dove altri ragazzini li bullizzerebbero perché poveri e di un altro stato.

Il tema del viaggio è uno dei grandi miti americani che compare in vari libri (Mark Twain, Kerouac, “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig e altri) e in tante canzoni e film.

Qui il viaggio ha però il volto dello sradicamento e dell’ignoto che si fa sempre più inquietante.

Tom è il più concreto, pragmatico della famiglia, gli altri uomini sono tormentati da sensi di colpa come lo zio John che non aveva creduto alla moglie incinta morente e cerca di compensarlo portando chewing-gum e liquirizia ai bambini o Tom padre che aveva maldestramente assistito Mam in un parto casalingo e che teme di aver creato danni cerebrali allo slavato, etereo Noah, fratello di Tom, quasi magneticamente attratto dall’acqua e dal fiume.

Steinbeck descrive una società contadina che sarà immortalata da alcuni grandi fotografi come W. Eugene Smith, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e altri: quella della grande Depressione dopo il crollo di Wall Street nel 1929 che sconvolse l’America e che riuscì poi a riprendersi, negli anni Trenta, grazie al New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di cui John Steinbeck fu un sostenitore: immagini di desolante povertà e sconforto, di volti rassegnati arsi dal sole, di bimbi con lacere tute jeans nella patria del capitalismo.

È una società in cui comandano esclusivamente gli uomini eppure non ne sembrano felici: loro decidono per tutti riunendosi la sera in consiglio.

Le donne e i bambini li osservano.

È un mondo dove vale la legge del più forte, tutti hanno abiti sbrindellati ma un fucile in casa.

Boys don’t cry. Sono uomini abituati a non rivelare i loro sentimenti e a non esprimere le loro emozioni.

Quando Tom dirà qualcosa di suo all’ex predicatore Casy, che ha casualmente incontrato in Oklahoma, gli sembrerà di aver detto troppo.

È l’unico momento del romanzo in cui Tom appare vulnerabile.

“Furore” è un libro profondamente maschile: l’azione è al centro del romanzo. La lotta estenuante per sopravvivere, a qualunque costo anche nelle condizioni più estreme, nello sfruttamento più estenuante, nel vento, nella pioggia torrenziale, nella siccità che in quegli anni colpì il Midwest, nella fame nera.

Le donne del libro sono madri (Grandma, Ma, Rose of Sharon, la graziosa, infelice sorella di Tom) o, di sfuggita, più mature, scaltre, cameriere dei Cafe sulla Route 66.

L’amore è spesso malvissuto: dalla ipersessualità del nonno alle prostitute (altre vittime del capitalismo) dello zio John, dalla incessante ricerca di ragazze per effimeri flirt del superficiale Al fino al codardo Connie che, sopraffatto dalle responsabilità, abbandonerà Rose of Sharon incinta.

Solitario è invece l’eroe/controeroe del romanzo Tom. In un certo senso ci si aspetta che Tom incontri una ragazza ma ciò non avviene: egli è il fuggiasco, perseguitato da una sfortuna ricorrente, sempre con gli sbirri alle calcagne e che trasformerà la sua rabbia in lotta politica.

I detrattori reazionari accusarono “Furore” di essere “propaganda comunista” e il libro è certamente di sinistra (“Sto imparando una cosa importante,” disse. “La sto imparando ogni momento, tutti i giorni. Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”).

Non mancano momenti di solidarietà o il confronto tra le baraccopoli dei latifondisti e quella, più umana, governativa o incontri sulla strada come quelli con i dignitosi Wilson o i solidali Wainwright.

La madre è il personaggio che acquista sempre più importanza via via che si snoda la trama. Non sappiamo il suo nome. Lei è semplicemente Ma (Mamma).

Diventa il punto di riferimento e di sostegno di tutti.

Non si perde d’animo, osserva acutamente gli altri, intuisce le cose che gli uomini della sua famiglia non dicono. È l’unica ad avere un rapporto profondo con Tom. 

Mam avrà anche il sopravvento sul debole marito, imporrà decisioni (“Partiamo domattina,” disse. Pa’ sbuffò. “Mi sa che i tempi sono cambiati,” disse in tono sarcastico. “I tempi di quando era l’uomo a dire che c’era da fare. Ora mi sa che sono le donne a dirlo. Magari tocca prendere il bastone”) per picchiare la moglie e lei gli risponde per le rime.

Le donne sottomesse, silenziose, picchiate di quella società arcaica diventano con lei la bussola a cui rivolgersi quando il mondo va in frantumi.

Casy è uno dei personaggi più interessanti di Steinbeck. Nel bellissimo film in bianco e nero di John Ford del 1940 tratto dal romanzo, anche se modificato nel finale per ragioni di censura, era interpretato dall’ispirato David Carradine.

Tom era il bel Henry Fonda.

Casy è un ex predicatore di una delle varie chiese statunitensi che ha smesso perché circuiva ragazze e non sa più se credere in Dio oppure no.

È una sorta di filosofo che si interroga sul senso della vita e che infine trova in un’anima collettiva e nella giustizia sociale il Regno dei Cieli.

Qualcuno vi ha letto influenze del filosofo scrittore ecologista ottocentesco Ralph Waldo Emerson.

Questo romanzo che parla di terra, di campi di cotone, di raccolta di pesche, di uva è anche profondamente spirituale, con accenti biblici (come altri romanzi di John Steinbeck) e al tempo stesso nemico dei fanatici, così diffusi nel paese, come la donna farneticante, foriera di cattivi presagi per la candida Rose of Sharon.

È un romanzo dove tutto viene descritto e sentito con grande abilità narrativa, genialmente inframmezzato da capitoli generali come lo splendido 17 o quello poetico sulla musica: l’armonica a bocca, la chitarra country, il violino che sono gli unici svaghi nelle sere malinconiche 

Steinbeck descrive le sensazioni con una precisione che ricorda Émile Zola: la polvere che sale sui volti rendendoli grigi, la freschezza ristoratrice dell’acqua, il sapore del maiale croccante e salato, il profumo del caffè. 

I Joad, esuli in California, da mezzadri si trasformano in emigranti, vittime di razzismo, prevaricazioni, sfruttati e sottopagati e anche per questo “Furore” è un romanzo attualissimo.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Barbara D’Acierno, “Lupo giù per terra” (Bompiani, 2026)

Il secondo anno di elementari fu istituita una vera e propria competizione tra i bambini delle tre classi che studiavano in canonica, una competizione carbonara con un nome che non necessitava di molte spiegazioni: Lupo giù per terra”.

Francesca è affetta da irsutismo, il segnale di una disfunzione ormonale che porta le donne a ricoprirsi di peli scuri e duri in posti tipicamente maschili.

Cresce come una bambina forte e circondata da un amore potente, ma con un limite invalicabile: in casa non esistono gli specchi.

“Lupo giù per terra” (Bompiani ) esordio narrativo di Barbara D’Acierno, è un romanzo che segna il limite tra l’accoglienza e l’esclusione, ambientato in una campagna irpina che fa da contrasto a una Roma notturna e carica di tensioni politiche. 

seconda parte

La narrazione attraversa vent’anni di storia italiana, legando a doppio filo il trauma collettivo del terremoto dell’Irpinia del 1980 alla crescita di Francesca, una bambina nata durante la storica nevicata del ’73 e segnata da una evidente “diversità” fisica che la trasforma presto agli occhi di chiunque la guardi, in un lupo.

​Il tono del romanzo è intimista e crudo, capace di cogliere il disagio di chi, come i genitori di Francesca negli anni ’80 e ’90, insegue il mito americano del self-made man, prestando maggiore attenzione a ciò che si possiede rispetto a ciò che si è, mentre tra le mura domestiche coltiva un’emancipazione femminile di facciata e una finta tolleranza. 

Raffaella, la madre, emerge come figura fondamentale: il suo conflitto con la figlia è un groviglio di insicurezze che tenta di sanare con gli strumenti di una cultura contadina che protegge nascondendo, proibendo gli specchi per non mostrare alla figlia la propria immagine atipica e tentando con tutte le proprie forze di preservarla da un dolore certo, quello in cui saranno gli altri, non più la famiglia, a farle da contorno.

Emblematico è il passaggio fra il prima e il dopo gli specchi, attraverso i quali la Francesca-lupo a sei anni scopre la sua diversità come affacciandosi da una finestra per vedere una realtà che sua madre, per anni, aveva tentato di nascondere, quasi per sanare una ferita di nascita.

​Lo stile della D’Acierno è molto immersivo grazie a una stimolazione sensoriale che predilige gli odori: il profumo del pane caldo e della legna ardente quasi pizzica il naso, l’odore acre del sugo cotto col lardo fa venire fame, la lavanda rallegra l’animo di chi legge e l’umido dei prefabbricati in amianto appesantisce, poiché lì intere generazioni sono rimaste sospese dopo il sisma per più di vent’anni. Questi dettagli sensoriali delineano il contesto storico e fanno perfettamente da contorno all’atmosfera della provincia irpina, fatta di silenzi e scuorno (vergogna), dove il diverso è guardato con un timore che ricorda antiche lebbre. 

​La vera bellezza del romanzo sta nello scontro generazionale, che monta dalle prime luci accese sull’adolescenza di Francesca e si fa fuoco nel passaggio a Roma, negli anni ’90, tra la caduta del muro di Berlino e l’ombra cupa dell’AIDS e dell’eroina. 

Nella capitale il lupo scopre una comunità di invisibili che in qualche modo le assomigliano, un popolo di studenti, attivisti, trans e gay che al Pigneto e nei centri sociali come il Forte preneste, tentano di trasformarsi in invincibili attraverso la lotta politica e la visibilità ostentata. 

“Diverso, per voi giovani è sempre tutto diverso. Non vi accorgete che è sempre lo stesso. Io una cosa sola so: andarsene via per restare là non serve a niente.” 

Qui è Maria, lontana parente della famiglia Spagnuolo e anziana mentore di Francesca, che accende un faro sulle possibilità alternative per la ragazza, che le mostra con schiettezza il suo punto di rinascita e che la sua diversità può trasformarsi in un’opportunità di condivisione e di speranza.

Ed grazie a questo personaggio, presente nella vita romana della protagonista, che in alcuni tratti il libro diventa una favola moderna, dove l’anziana diventa una sorta di fata madrina con una bacchetta magica che non scintilla, ma sicuramente elargisce verità e saggezza.

Il personaggio di Marta/Fabio, moderno Virgilio per la protagonista attraverso i gironi infernali dei disadattati e reietti, di una società romana colma di finto perbenismo e immobilità politica, e la tragica figura di Livia, musa ispiratrice che cela una enorme fragilità interiore dietro la maschera della spavalderia, ci parlano invece della freddezza di quegli anni, dove la scoperta di sé passa per baci che sanno di tabacco e la consapevolezza che le cose belle durano poco.

“Puoi cercare di trasformare un sampietrino in una pietra di fiume, ma sempre sampietrino resta. Se non smetti di essere lupo dentro, come fanno gli altri a vedere Francesca?”

​Con Lupo giù per terra, Barbara D’Acierno indaga con ritmo avvincente il disagio 

esistenziale del diverso, in una comunità che lo vuole come mostro, chiudendosi sul primo Pride nazionale del 1994 e l’inizio dell’era del berlusconismo. 

Il racconto delle vicissitudini di Francesca esegue un’indagine sociale accurata ma soprattutto la storia di un ritorno fisico, di una rinascita interiore e ci lascia una verità dolorosa: se siamo noi i primi a non amarci, come potranno mai farlo gli altri? 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Monica Acito: “La carità carnale” (Bompiani, 2026), di Martina Ruggiero

Come attraverso uno specchio 

Leggere questo libro è stato per me come guardarmi allo specchio, come riflettersi sulla superficie limpida di un lago, come scorgersi da lontano: un’esperienza esplorativa e intensa. 

La voce di Monica Acito è il canto di una sirena, dolce e spietato, attraverso cui ogni dettaglio, anche quotidiano, diventa motivo di fascino per il modo in cui è descritto. 

Una lingua viva, ricca, intrisa di poesia. 

Una lingua che sembra voler straripare come un fiume in piena dalle pagine, ma che poi resta, assurdamente composta sulla pagina, fiera, nella sua natura antica, campana. 

Un po’ come Marianeve, la protagonista dai capelli bianchi di questo romanzo, che il fuoco ce l’ha dentro, e dall’esterno nessuno lo direbbe mai, nessuno potrebbe saperlo: non si vede ma se ne percepisce l’energia. Una ragazza timida, riservata, priva di malizia, che però nutre dentro di sé un universo di risorse. 

Marianeve ha un dono speciale, custodito in un luogo intimo, quasi indicibile. La sua è la storia di una ragazza che, sin da bambina, deve imparare a convivere con un segreto, quello della “carità carnale” (la stessa che aveva a fine Cinquecento Giulia Di Marco, una religiosa prima definita santa da alcuni e poi accusata di eresia), proteggerlo, poi rivelarlo e poi scoprire la bontà del mondo ma anche la sua indifferenza. 

È la storia di una tenerezza. La tenerezza di un padre, Sarchiapone, nei confronti della figlia. Una tenerezza incommensurabile ed eterna. Cosa penserebbe di questo suo immenso e controverso dono? 

Marianeve può guarire le persone. Può farlo con una parte del corpo che spesso è collegata al sesso e alla vergogna, ma che richiama anche la vita, il grembo materno. Come il grembo di Napoli (nella quale la protagonista si ritroverà a studiare all’università), che accolse anche Giulia Di Marco, di cui conserva i respiri nel mare, di cui reca le tracce, che Marianeve seguirà; perché se è esistita una come Giulia allora anche lei ha il diritto di esistere. 

Ed è proprio lì, in quel grembo, che dovrà imparare a riconoscersi davvero. Non per ciò che crede di essere, ma per ciò che è. 

Marianeve vorrebbe soltanto far felici i suoi, superare gli esami universitari come una ragazza comune, essere “un’artista”, come le diceva sempre il suo papà.  

Scoprirà di esserlo davvero, ma in un modo inatteso, non convenzionale. 

Il punto è proprio questo: accettarsi, accettarsi per la straordinarietà di ciò che si è. E la storia di Marianeve, una storia eccezionale, miracolosa, diventa così la storia di tutti noi, la metafora di ciò che ciascuno di noi vive: lasciarsi conoscere ed amare per la nostra essenza, abbracciarla, rivelarla anche quando è scomoda, perché forse le nostre stranezze, le nostre fragilità, sono quelle parti di noi che possono fare “miracoli” e arricchire il mondo.  

E chi ci ama ci ama così come siamo, come Sarchiapone, che della figlia aveva sempre intuito la natura particolare. Marianeve lo imparerà a sue spese: l’amore vero non si approfitta di nulla, non è sfuggente, non oscura, non ci vuole tenere per sé. L’amore per gli altri potrebbe essere una salvezza, perché l’amore circola, e qualche volta ritorna a noi in modi inaspettati.  

L’amore che diamo rivela molto di noi, molto di più di quel che crediamo. E Marianeve cresce, e quando ritorna in Cilento, il luogo delle sue origini, è ormai una ragazza che è diventata donna e che ora riesce a guardarsi davvero allo specchio. 

Il canto di Monica è fatto della stessa forza che ha la sua protagonista, si tratta di complementarità: Marianeve parla col corpo, agisce senza spiegarsi troppo, la penna di Monica, invece, va veloce come una saetta e colpisce i punti più vulnerabili. 

E forse è proprio questo che incanta: parlare a chi sa di essere, allo stesso tempo, forte e fragile. A chi sa di essere un paradosso vivente. 

In fondo, chi di noi non lo è?

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.