Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Samuele Ciambriello: “Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” (Edizioni Iod, 2026), di Cristiana Buccarelli

‘’Come affermava il filosofo Michel Foucault:<<Il carcere è la camera oscura della legalità>>. Qui i detenuti si sentono prigionieri non solo delle loro azioni, ma di un sistema che ignora il valore della dignità umana. Il sistema carcerario, che dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione, come sancito dall’art.27 della Costituzione, sembra invece essere un luogo di frustrazione, dove ogni tentativo di umanizzazione è ostacolato dalla burocrazia e da un atteggiamento che ostacola che vengano adottate misure concrete per garantire il rispetto della dignità e dei diritti dei detenuti’’

Mi colpiscono queste parole contenute in una lettera scritta da un detenuto al professore Samuele Ciambrello, Garante per la regione Campania delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il quale ha avuto il merito di raccogliere e curare una serie di lettere-testimonianze a lui rivolte dai detenuti, le quali sono da pochi giorni uscite in stampa nel libro Lettere al garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze (IOD Edizioni 2026).  

Tra le varie lettere inviate a Samuele Ciambriello, pubblicate nella loro versione originale e ordinate per argomenti, tutte incisive, autentiche e profondamente sentite, trovo offra un notevole spunto di riflessione la lunga e articolata missiva di un detenuto, il quale pone l’accento sull’emergenza sociale del sovraffollamento e sulla necessità che vengano applicate le pene alternative da parte della magistratura di sorveglianza, di cui riporto un estratto: 

 ‘’Caro Samuele, dopo il discorso del presidente Sergio Mattarella, che ha definito le condizioni delle carceri italiane un’emergenza sociale da dover risolvere nell’immediatezza, sono susseguite una serie di riflessioni e considerazioni, riportate dalla cronaca, di vari esponenti della politica e della magistratura. Dall’ultima, esaudienti ed efficaci, quali l’intervista pubblicata dal «Mattino» del procuratore capo della corte d’appello, nella quale questo ribadiva la necessità di usare ciò che già esiste come strumento attuabile, la legge Cartabia, di usare, cioè le pene alternative per i reati che non superano i 4 anni, e di risolvere il problema di quelli che hanno diritto di usufruire di pene alternative, ma che non hanno un domicilio o una residenza, magari creando appositi centri, come quelli già esistenti, ma a basso numero di capienza, spesso gestiti da esponenti della chiesa. Non mi piacciono le proposte dell’attuale governo, che propone le stesse cose che propose a giugno dell’anno scorso. Hanno prodotto un aumento di 1.500 detenuti, quando il sovraffollamento supera di circa 35.000 unità su 42.000 posti e del personale che va sempre a diminuire. Ci piace invece la semplice e attuabile proposta del partito di opposizione, che propone un’amnistia o un indulto come è stato fatto nel 2006. Dopo venti anni, considerate le condizioni definite dall’illustre presidente «un’emergenza sociale», penso che questa sia la più indicata e immediata, perché altre soluzioni necessitano di tempo e di denaro, e mi sembra che in Italia mancano l’una e l’altra. Forse, però, non per sovvenzionare guerre.’’   

Un altro detenuto, in una missiva in cui si riferisce nello specifico alla dura realtà del sovraffollamento nel suo istituto scrive:’’…Il carcere ha la capienza per circa 350 detenuti, ma attualmente ne ospita oltre 600. Nella mia stanza attualmente siamo in 7, così come nelle altre stanze ci sono 6-7 persone, ma le stanze non sono strutturate per ospitare tale numero di persone, in quanto sono molto piccole. La mia stanza è di circa 16 mt. Ho esposto questi punti all’ispettore, che mi ha risposto che il carcere, allo stato attuale, non ha i mezzi per mettere in atto ciò che è scritto nella nostra Carta costituzionale.’’

Viene dunque sollevato un tema complesso e mai risolto dal nostro ordinamento, cioè quanto la condizione del sovraffollamento renda necessario e urgente un intervento legislativo al fine di concedere velocemente e senza ritardi in tutti i casi possibili le misure alternative ad opera della magistratura di sorveglianza. 

Alla luce di ciò vogliamo ricordare il tentativo della riforma del 75’ che finalmente modificava del tutto il Regolamento Rocco del ’31 di epoca fascista, e il cui obiettivo fondamentale era quello di rendere attuabile nella sua concretezza l’art.27 della Costituzione per cui la pena non ha una funzione punitiva ma esclusivamente rieducativa. Tra i punti principali della riforma c’era appunto una maggiore possibilità di misure alternative, quali l’affidamento in prova ai servizi sociali e la semilibertà. Tuttavia quella che era stata considerata una delle riforme legislative più evolute d’Europa, è rimasta sulla carta, sia perché lo Stato non ha mai stanziato i mezzi, sia a causa degli anni di piombo e del terrorismo: nel 77’ con la legislazione d’emergenza e la nascita delle carceri speciali, la riforma del 75’è stata congelata.

Si può dire che a cinquant’anni di distanza ogni cosa è rimasta in sospeso e la situazione può considerarsi solo peggiorata.

Tornando alla raccolta Lettere al Garante, attraverso di essa ci si immerge nelle richieste profondamente umane e legittime, da parte di uomini e donne che vivono l’esperienza del carcere. 

Egregio garante, chi le scrive è un detenuto. (…..) LEI CI DEVE AIUTARE E DOVETE DAR VOCE AL NOSTRO GRIDO DI AIUTO (…) Ci sono problemi quotidiani qui…non c’è acqua calda, viene negata la possibilità di riscaldarsi negando l’ingresso di coperte in plaid, non ci sono riscaldamenti, non c’è personale medico e, quindi tutti i detenuti vivono nella costante paura che possa sorgere qualsiasi problema di salute’  

In queste parole si rinviene il desiderio di affidarsi a qualcuno per non essere abbandonati, ignorati, dimenticati: si tratta di legittime richieste di intervento rivolte a chi ha il dovere e la responsabilità di salvaguardare i diritti fondamentali di queste persone. Ma soprattutto c’è il desiderio di essere visti e ascoltati come esseri umani.

Un tema sicuramente cruciale che viene affrontato è il diritto alla salute, in particolare per chi soffre di gravi malattie il carcere può diventare una vera e propria condanna. Come dice chiaramente il professor Ciambrello<<il diritto alla salute, in carcere, appare spesso come un diritto rinviato, ostacolato o svuotato: visite specialistiche annullate, ricoveri differiti, interventi non eseguiti, reparti non adeguati, cure insufficienti, controlli oncologici rinviati, mancanza di scorta (…). 

E, così, il diritto alla salute, che l’art.32 della Costituzione riconosce come fondamentale, finisce per essere sospeso nella pratica quotidiana>>.

In alcune di queste lettere si avvertono delle vere e proprie grida di aiuto. 

C’è chi soffre per la mancanza dei colloqui con i propri familiari da moltissimo tempo in quanto spesso non viene rispettato il diritto alla territorialità della pena; c’è chi ha subito delle violenze e dei maltrattamenti; c’è chi per solitudine, fragilità e isolamento ha tentato il suicidio.

‘’…Ho avuto il piacere di parlare con LEI nel carcere, dopo che durante la notte avevo tentato il gesto estremo. Ha visto le mie condizioni fisiche, sono una persona che ha subito molte ingiustizie…(…).  Adesso dottore carissimo, le chiedo non elemosina, ma una cosa che mi fa vivere per il resto dei miei giorni. La mia VERITA’ che vuol dire la MIA GIUSTIZIA e la MIA LIBERTA’…Allego se possibile tutte le carte in cui richiedo colloqui con psicologi e psichiatri…non sono stato mai visitato…Oggi mi sento un uomo senza dignità, per il modo in cui mi trattano, per come i miei diritti vengono ignorati e calpestati…’’

Non si deve inoltre dimenticare come il carcere non riguardi soltanto chi è ristretto, ma come i suoi effetti si allarghino su tutti i familiari ed esso si riversi spesso e volentieri sulla vita di questi ultimi che restano fuori, in quanto cambia totalmente anche la loro vita quotidiana.

A mio avviso è importante ricordare anche i gravi errori giudiziari di questo periodo storico, per cui sperimentano il carcere quasi 1000 persone all’anno in Italia come presunti innocenti, non troppo di rado con quello che può considerarsi un abuso della misura cautelare; molti di questi indagati in seguito vengono assolti, ma nessun risarcimento economico può essere congruo per i danni morali e spesso anche professionali subiti da queste persone oltre che dai loro familiari.

Dunque cogliamo l’occasione a questo proposito per sottolineare quanto sia urgente e necessaria una riforma dell’ordinamento giudiziario, fatta nella giusta direzione, che velocizzi i tempi della giustizia e che garantisca il carcere come eccezione assoluta, non come un’assurda anticipazione della pena.     

Mi pare infine interessante un accostamento tra la testimonianza di Lettere al Garante e quella del romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta da Rizzoli nell’83’, L’università di Rebibbia, della grande scrittrice anarchica e anticonformista, Goliarda Sapienza. La stessa, oberata da gravi ristrettezze economiche, finì in carcere negli anni Settanta per qualche mese per aver rubato dei gioielli a una conoscente, e nel suo romanzo racconta la straordinaria solidarietà e dignità di chi è ristretto, e di quanto la vicinanza e l’empatia nella convivenza umana diventino una modalità per sopravvivere.

Il titolo stesso, L’università di Rebibbia, nasce dalla convinzione di Goliarda per cui il carcere è un vero e proprio luogo di insegnamento, un luogo in cui si apprende la vita, scevro da qualsiasi illusione e ipocrisia della vita al di fuori.

È un’opera indimenticabile che, a prescindere dalle utopie e dalla lotta politica di quegli anni, vuole porre l’attenzione sulla realtà degli emarginati, dei dimenticati, appunto sulla realtà del carcere.

Allo stesso modo con Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze, (IOD Edizioni 2026) il professore Ciambrello, ha avuto il merito di mettere sotto gli occhi di tutti noi una realtà tutt’ora difficilissima e irrisolta, sulla quale è necessario intervenire al più presto.  

In conclusione riporto l’acuta riflessione del professore Stefano Anastasia (Garante per la regione Lazio) presente nella prefazione di Lettere al Garante:

<< Queste pagine…aiuteranno a capire a chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto un’esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere e perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile>>.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Rita Svandrlik: “Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann” (Carocci, 2026), di Claudio Musso

Leggere Scrivere per esistere della germanista Rita Svandrlik significa entrare in una forma di pensiero critico che rinuncia deliberatamente alla linearità espositiva per costruire una trama mobile di rimandi, interferenze e ritorni. Il libro non procede per dimostrazione ma per costellazioni piuttosto luminose: biografia, scrittura, ricezione critica, lettere, testimonianze e opere si attraversano reciprocamente senza mai fissarsi in una sintesi definitiva. Così la figura di Ingeborg Bachmann emerge per stratificazioni successive come presenza continuamente esposta alla propria lingua e mai del tutto afferrabile. Svandrlik comprende infatti che spiegare la scrittrice austriaca significherebbe tradirne il movimento più autentico: ogni tentativo di immobilizzarla produce immediatamente una perdita perché la sua identità coincide con l’attraversamento, non con la forma compiuta.

È qui che si rivela il nucleo più profondo dell’operazione critica del volume edito da Carocci Editore. Bachmann non viene ridotta a oggetto di interpretazione ma mantenuta in uno stato di leggibilità instabile, come se la scrittura fosse l’unico luogo in cui l’esistenza possa temporaneamente addensarsi. Scrive: «Esisto solo quando scrivo»: questa dichiarazione, che attraversa carsicamente tutta la sua opera, non è una posa intellettuale ma una vera ontologia della parola. Al di fuori dell’atto dello scrivere l’io si disperde, si sfrangia, diventa estraneo a sé stesso. Non esiste quindi un’identità piena che preceda il linguaggio, emerge piuttosto una soggettività precaria che tenta di costituirsi nell’atto stesso della scrittura. In questo senso la letteratura non rappresenta l’esistenza, la rende possibile.

Il corpus poetico e narrativo di Bachmann, nata cent’anni fa, testimonia con evidenza questa tensione tra lingua, esistenza e disgregazione dell’io. L’esordio con Il tempo dilazionato (1953) e Invocazione dell’Orsa Maggiore (1956) mostra già una voce che trasforma la poesia in esposizione radicale dell’esperienza, segnata dalla percezione della storia come ferita ancora aperta. Negli anni successivi l’autrice si orienta verso la prosa: Il trentesimo annoTre sentieri per il lago, fino al progetto incompiuto di Todesarten (Cause di morte), concepito come anatomia della distruzione individuale prodotta dalla società contemporanea. E tuttavia, anche nella prosa, Bachmann non smette di essere poetessa: la densità lirica e la tensione ritmica restano il luogo in cui la lingua si espone al massimo grado. Il passaggio alla narrazione non segna un superamento della poesia ma il tentativo di estenderne la forza conoscitiva dentro forme più frante e ospitali per la contraddizione. Il romanzo Malina resta il punto più alto e vertiginoso di questo percorso mentre Il libro Franza testimonia una scrittura che fa dell’incompiutezza la propria verità più profonda.

Svandrlik mostra con acume come questa centralità della scrittura non abbia nulla di salvifico. In Bachmann la lingua è da sempre compromessa perché attraversata dalle sedimentazioni della storia, della violenza e dell’ideologia. Le parole non sono innocenti: conservano tracce di dominio, automatismi percettivi, residui di coercizione. Dopo il Novecento, scrivere significa entrare in conflitto con la lingua stessa. La scrittura autentica non si limita ad aggiungere significati ma disarticola: spezza formule irrigidite, incrina i cliché, interrompe i dispositivi del discorso automatico. Non rende il reale più enigmatico ma più esposto nelle sue contraddizioni rimosse e qui molti lettori si ritroveranno.

In questa prospettiva assume un ruolo decisivo la tensione tra chiarezza e oscurità che Svandrlik restituisce senza ridurla a formula critica. «Più ci esprimiamo chiaramente e più saremo poetici»: in questa affermazione si condensa una delle intuizioni più fertili di Bachmann. La chiarezza non è semplificazione ma precisione etica opposta all’opacità ideologica del linguaggio. Tuttavia la lucidità non elimina l’oscurità, ne registra piuttosto l’inesauribilità. «Sul fondo l’oscurità non manca, come non manca l’indicibile»: la scrittura nasce esattamente da questa frizione irrisolta tra necessità del dire e impossibilità dell’esaurire. Poesia, racconto, radiodramma, romanzo, lettera, anche quella non spedita ma comunque scritta: ogni forma di parole autentiche diventa esercizio di resistenza contro la paralisi del linguaggio e contro la rimozione del dolore storico. La modernità si configura così come rinvio permanente in cui ogni compimento viene differito e sottratto.

Da questa concezione deriva anche l’idea del rapporto con il lettore. Ogni scrittura si costituisce come apertura verso un “tu”, anche quando il destinatario resta indeterminato o irraggiungibile. La letteratura non è mai monologo ma esposizione all’altro. Scrivere significa tentare una relazione fragile attraverso la parola, accettandone la vulnerabilità. Il testo non è autoespressione ma forma irta di transitività. Non è un caso che Bachmann sia stata definita «selvaggia», irriducibile a ogni addomesticamento teorico, né che Christa Wolf la descriva come colei che «con la mano bruciata scrive della natura del fuoco», immagine che dice con precisione come la scrittura non osservi il trauma ma lo incarni.

È dentro questa stessa logica che Bachmann legge la violenza. Come insiste Svandrlik, il fascismo non è una parentesi storica conclusa ma una forma mentale che continua a operare nei linguaggi, nelle relazioni, nelle gerarchie invisibili del quotidiano. La guerra inoltre non finisce mai: muta forma, si deposita nei gesti, si insinua nelle strutture affettive e nei dispositivi del dominio. Date queste amare premesse, la scrittura diventa allora un’autopsia della civiltà occidentale e un’esposizione delle sue continuità sotterranee. La barbarie non è un residuo del passato, è una grammatica ancora attiva del presente.

In questo orizzonte si comprende anche il rapporto con Paul Celan che Svandrlik sottrae tanto alla mitizzazione romantica quanto alla riduzione psicologica. Il loro incontro non è una storia d’amore ma il punto in cui la letteratura europea è costretta a confrontarsi con la propria rovina: come può ancora esistere la poesia dopo Auschwitz e chi ha il diritto di pronunciarla? Da una parte Celan, ebreo che ritorna nella lingua dei carnefici; dall’altra Bachmann, formata nel paesaggio morale del nazismo austriaco. La loro vicinanza è intensa e necessaria ma attraversata da una frattura che nessuna intimità può colmare. Non è incomprensione privata ma irruzione della storia nel cuore dell’esperienza: due soggettività segnate dalla stessa catastrofe e tuttavia collocate su lati inconciliabili della memoria europea. In questo senso la loro relazione diventa paradigmatica: il tentativo di una lingua comune là dove la storia ha già distrutto le condizioni della comprensione.

Questa impossibilità riemerge anche nei personaggi femminili di Bachmann. Le sue figure non sono individui psicologici, piuttosto soggettività spezzate, eccentriche rispetto a sé stesse, esistenze in disallineamento permanente. Vivono la propria esperienza in modo obliquo, come se tra coscienza e vita si aprisse una fenditura non ricomponibile. Non vi è coincidenza tra ciò che sentono, ciò che possono dire e ciò che il mondo consente loro di essere. In questa disgiunzione la scrittura intercetta una verità decisiva della condizione femminile nel secondo dopoguerra europeo: una soggettività esposta, eccedente rispetto alle forme simboliche che la definiscono. La frase di Max Frisch, altra tappa della parabola esistenziale di Bachmann, «la lingua della tua audacia esatta», coglie il paradosso di una scrittura insieme rigorosa e ferita, lucidissima e sempre prossima alla rottura.

Anche la geografia dell’esistenza di Bachmann (Carinzia, Vienna, Monaco, Zurigo, Roma, il Sud italiano) si trasforma da sfondo biografico in configurazione simbolica. Roma, in particolare, non è un altrove salvifico ma una sospensione percettiva della storia: il luogo in cui si tenta una continuità interiore dentro la frammentazione, senza mai sottrarsi davvero al conflitto. La luce mediterranea, quel Sud tanto amato dall’area germanofona, non annulla l’ombra ma la rende soltanto temporaneamente sopportabile, aprendo tuttavia lo spazio minimo, fragile, provvisorio e sovversivo, in cui la scrittura può ancora accadere.

Dal lavoro critico di Svandrlik emerge allora un’idea della letteratura come resistenza percettiva, una pratica capace di incrinare la superficie compatta del reale. La scrittura non salva il mondo, non lo redime, non ne ricompone le fratture. Può tuttavia impedire che l’esistenza si chiuda definitivamente dentro linguaggi esausti, formule del potere e automatismi dell’obbedienza. Scrivere significa attraversare la ferita senza guarirla, sapendo che la vita prende forma dentro la parola e non prima di essa. La letteratura non coincide con la verità, ne è un movimento instabile, un inseguimento che apre fenditure nel linguaggio e nelle sue pacificazioni simulate. È la ricerca di una «controparola», fragile ma comunque necessaria, contro i discorsi dell’autorità e dell’assuefazione. In Bachmann la lingua non può essere un rifugio ma una soglia esposta, con gli occhi dritti nel sole. Lo scrittore non consola, espone: conduce su un crinale di parole dove ogni passo è rischio.

Ed è forse questo il punto più radicale che il libro di Svandrlik consegna: la scrittura di Bachmann non offre mai riparo ma sottrae attivamente ogni possibilità di pacificazione. La parola non è neutra, la lingua non è innocente: ogni enunciato arriva così già attraversato da forze, attriti, colpe che lo precedono e lo eccedono. Scrivere diventa allora gesto d’esistenza e insieme esposizione estrema, senza garanzie né protezioni, come un essere gettati fuori da ogni idea di sicurezza. E chi legge non approda a una patria linguistica, ma a una verità più scomoda e meno consolante: non esiste un fuori sicuro del linguaggio. Non si tratta di “abitare” l’incertezza, formula ormai addomesticata, ma di restarvi esposti fino in fondo, senza schermi, sapendo che ogni forma può incrinarsi e ogni senso rovesciarsi proprio nel momento in cui sembra stabilirsi. La letteratura non consola, non pacifica, non chiude: espone e lo fa senza chiedere il permesso. E ciò che resta non è una patria, nemmeno fragile, ma il suo rovescio più radicale: l’impossibilità di ogni dimora stabile. Anche quella della lingua. E proprio qui si apre la sfida: non essere protetti dal linguaggio ma attraversarlo senza illusioni, fino a restarne trasformati…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Stefan Zweig: “Geremia” (E & S, 2025, trad. Diana Battisti), di Francesco Ferrari

LEGGERE GEREMIA DI STEFAN ZWEIG, OGGI

Stefan Zweig non è mai stato uno scrittore di nicchia. Occuparsi di lui rischia di suscitare ancora oggi, forse anche per questo, quantomeno un’inarcatura di sopracciglio da parte dei germanisti più arcigni e intransigenti. Eppure, Zweig non è stato solo uno scrittore, e probabilmente, tra l’altro, la penna di lingua tedesca più letta del suo tempo, subito dopo quella di Thomas Mann. Egli è stato un intellettuale ebreo austriaco sensibile a tematiche di urgenza politica e sociale. In primo luogo, l’orrore della Prima guerra mondiale, che Zweig seppe cogliere non solo come evento storico, ma come crisi morale e spirituale dell’Europa.

Leggere Stefan Zweig significa immergersi nella Vienna della Belle Époque, un mondo fatto di caffè e avanguardie, una città dove positivismo e neoromanticismo, un imperatore senescente dai proverbiali favoriti e un movimento di giovani scrittori e artisti chiamato Wiener Moderne convivono fianco a fianco, non sempre senza margini di frizione, in un equilibrio tanto fragile quanto fecondo. Emancipazione e nevrosi, pluralità di lingue e forme di vita e un serpeggiante antisemitismo convivono sotto lo stesso cielo. In questa città, vibrante di paradossi, e proprio per questo, forse, dallo charme inesauribile, si muovono figure come Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein, Gustav Klimt e Arnold Schönberg, Martin Buber e Hugo von Hofmannsthal, e, naturalmente proprio lui, Stefan Zweig.

Studiare Stefan Zweig ci conduce non solo in Austria, ma anche nel cuore delle contraddizioni della condizione ebraica all’albeggiare del Ventesimo secolo. Il suo è un ebraismo cosmopolita e liberale, incentrato non sul culto di Dio, né su quello dello Stato, ma che trova invece il proprio baricentro nella piena accettazione della diaspora. Nella condizione post-esilica, Zweig non scorge un triste destino da cui affrancarsi, attraverso il sionismo, oppure mediante l’assimilazione. La diaspora diventa piuttosto, per lui, l’epicentro di un ebraismo vissuto come possibilità di fratellanza universale, sita aldilà di qualsivoglia appartenenza nazionale: un umanesimo senza limiti o confini, per molti versi profondamente illuminista, il cui esito più coerente è, negli anni del Primo conflitto mondiale, la scelta del pacifismo.

Il pacifismo di Zweig emerge con massima forza dirompente nel dramma teatrale Geremia, recentemente e meritoriamente tradotto da Diana Battisti, in un’edizione corredata da due autorevoli saggi firmati da Arturo Larcati e Irene Kajon. Non stupisce che il testo fosse stato composto mentre la Grande guerra insanguinava l’Europa, per la precisione tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1917. Il suo protagonista è l’archetipo del profeta veterotestamentario. Geremia è un uomo che nulla possiede se non la voce divina che, invasandolo di un entusiasmo sconcertante e destabilizzante, fa di lui uno strenuo oppositore di ogni forma di idolatria. Con indomita energia, Geremia si contrappone tanto ai potenti più superbi quanto alle masse più volubili. Rifiuta con sdegno onori e conforti di questo mondo. La sua unica arma è la parola, la sua unica forza la fede. Con quel coraggio della verità che ha nome parresia, egli si scaglia indefesso contro il culto dello Stato, il cui esito, egli sa, è sempre e solo la guerra. Così, Geremia cerca a più riprese di dissuadere il sovrano Sedecia dal suo fervore bellicista, che si concretizzerà in una evanescente e catastrofica alleanza con l’Egitto. E con parole durissime egli rigetterà l’idea di guerra santa propagata dal sommo sacerdote Anania, contrapponendovi, con impareggiabile risolutezza, la nozione di sacralità della vita, di ogni vita. 

Naturalmente, una simile voce non è gradita. L’esortazione alla pace viene fraintesa in presagio di sventura, quando non in aperto disfattismo. Persino la madre ripudia e maledice Geremia. Egli si dà interamente alla causa della pace, senza trattenere nulla di sé o per sé, offrendosi senza riserva alcuna. Il profeta viene disprezzato, deriso, scacciato, imprigionato. Ma egli nulla teme. Il suo io non è “suo”. Geremia è ricettacolo del divino, e serenamente sa che niente di questo mondo gli appartiene. Non si tratta, tuttavia, di affermare solamente lo spossessamento dell’ego. Anche nozioni come popolo, nazione, Stato, se viste nella prospettiva profetica di Geremia, divengono vacui e perniciosi idoli, venerati all’interno di una concezione antropocentrica dell’esistenza, dove l’avidità di potere non lascia spazio al Divino – e con ciò, nemmeno all’Umano. Non stupisce allora che, come spesso accade a chi cerca di porre un freno alla deificazione di sé e del proprio gruppo, Geremia venga accusato di tradimento, e vessato quindi da sofferenze tanto atroci quanto immeritate. 

L’uomo dello spirito è tale, ci insegna Zweig, nella misura in cui sfida ogni identità particolarista, politica o religiosa essa sia. Geremia parla in nome di Dio, ovvero, il che è lo stesso, dal punto di vista di una pace messianica. Questo significa pensare e agire in nome di un’umanità intera, non soggetta a partizioni di nessuna natura, in cui non esistono più “noi” contro “loro”. Geremia si pone dal punto di vista, tutto a venire, della riconciliazione. Che il suo messaggio sia non solo importante, ma terribilmente urgente, per noi, che siamo appena entrati nel secondo quarto del XXI secolo, in un’epoca in cui la pulsione dicotomica è diventata dapprima polarizzazione, e quindi guerra planetaria su più fronti, è sotto gli occhi di ciascuno.

Francesco Ferrari 

Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

https://www.jcrs.uni-jena.de/about/team/dr-francesco-ferrari
https://francescoferrari.academia.edu/

Nicoletta Verna: “I giorni di vetro” (Einaudi), di Cristiana Buccarelli

Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo 

Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.

Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…; una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita. 

Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.

In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’     

Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana. 

Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:

‘’Perché vi vedo?’’ domandai.

  (….)

‘’Quanti perché’’

‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’

‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’

‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’

‘’Perché è solo una questione di tempo’’

‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’

‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’  

Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris. 

Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia.  In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.

 ‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’

Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro. 

Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.

‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.

-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?

Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.

-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.

-La vita vale più di un’idea.

-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’

E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi. 

Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali. 

Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore. 

Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.

Sei Iris?’

Sono io.

Sono viva.

Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una  dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.    

Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.

In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.