Stefan Zweig: “Geremia” (E & S, 2025, trad. Diana Battisti), di Francesco Ferrari

LEGGERE GEREMIA DI STEFAN ZWEIG, OGGI

Stefan Zweig non è mai stato uno scrittore di nicchia. Occuparsi di lui rischia di suscitare ancora oggi, forse anche per questo, quantomeno un’inarcatura di sopracciglio da parte dei germanisti più arcigni e intransigenti. Eppure, Zweig non è stato solo uno scrittore, e probabilmente, tra l’altro, la penna di lingua tedesca più letta del suo tempo, subito dopo quella di Thomas Mann. Egli è stato un intellettuale ebreo austriaco sensibile a tematiche di urgenza politica e sociale. In primo luogo, l’orrore della Prima guerra mondiale, che Zweig seppe cogliere non solo come evento storico, ma come crisi morale e spirituale dell’Europa.

Leggere Stefan Zweig significa immergersi nella Vienna della Belle Époque, un mondo fatto di caffè e avanguardie, una città dove positivismo e neoromanticismo, un imperatore senescente dai proverbiali favoriti e un movimento di giovani scrittori e artisti chiamato Wiener Moderne convivono fianco a fianco, non sempre senza margini di frizione, in un equilibrio tanto fragile quanto fecondo. Emancipazione e nevrosi, pluralità di lingue e forme di vita e un serpeggiante antisemitismo convivono sotto lo stesso cielo. In questa città, vibrante di paradossi, e proprio per questo, forse, dallo charme inesauribile, si muovono figure come Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein, Gustav Klimt e Arnold Schönberg, Martin Buber e Hugo von Hofmannsthal, e, naturalmente proprio lui, Stefan Zweig.

Studiare Stefan Zweig ci conduce non solo in Austria, ma anche nel cuore delle contraddizioni della condizione ebraica all’albeggiare del Ventesimo secolo. Il suo è un ebraismo cosmopolita e liberale, incentrato non sul culto di Dio, né su quello dello Stato, ma che trova invece il proprio baricentro nella piena accettazione della diaspora. Nella condizione post-esilica, Zweig non scorge un triste destino da cui affrancarsi, attraverso il sionismo, oppure mediante l’assimilazione. La diaspora diventa piuttosto, per lui, l’epicentro di un ebraismo vissuto come possibilità di fratellanza universale, sita aldilà di qualsivoglia appartenenza nazionale: un umanesimo senza limiti o confini, per molti versi profondamente illuminista, il cui esito più coerente è, negli anni del Primo conflitto mondiale, la scelta del pacifismo.

Il pacifismo di Zweig emerge con massima forza dirompente nel dramma teatrale Geremia, recentemente e meritoriamente tradotto da Diana Battisti, in un’edizione corredata da due autorevoli saggi firmati da Arturo Larcati e Irene Kajon. Non stupisce che il testo fosse stato composto mentre la Grande guerra insanguinava l’Europa, per la precisione tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1917. Il suo protagonista è l’archetipo del profeta veterotestamentario. Geremia è un uomo che nulla possiede se non la voce divina che, invasandolo di un entusiasmo sconcertante e destabilizzante, fa di lui uno strenuo oppositore di ogni forma di idolatria. Con indomita energia, Geremia si contrappone tanto ai potenti più superbi quanto alle masse più volubili. Rifiuta con sdegno onori e conforti di questo mondo. La sua unica arma è la parola, la sua unica forza la fede. Con quel coraggio della verità che ha nome parresia, egli si scaglia indefesso contro il culto dello Stato, il cui esito, egli sa, è sempre e solo la guerra. Così, Geremia cerca a più riprese di dissuadere il sovrano Sedecia dal suo fervore bellicista, che si concretizzerà in una evanescente e catastrofica alleanza con l’Egitto. E con parole durissime egli rigetterà l’idea di guerra santa propagata dal sommo sacerdote Anania, contrapponendovi, con impareggiabile risolutezza, la nozione di sacralità della vita, di ogni vita. 

Naturalmente, una simile voce non è gradita. L’esortazione alla pace viene fraintesa in presagio di sventura, quando non in aperto disfattismo. Persino la madre ripudia e maledice Geremia. Egli si dà interamente alla causa della pace, senza trattenere nulla di sé o per sé, offrendosi senza riserva alcuna. Il profeta viene disprezzato, deriso, scacciato, imprigionato. Ma egli nulla teme. Il suo io non è “suo”. Geremia è ricettacolo del divino, e serenamente sa che niente di questo mondo gli appartiene. Non si tratta, tuttavia, di affermare solamente lo spossessamento dell’ego. Anche nozioni come popolo, nazione, Stato, se viste nella prospettiva profetica di Geremia, divengono vacui e perniciosi idoli, venerati all’interno di una concezione antropocentrica dell’esistenza, dove l’avidità di potere non lascia spazio al Divino – e con ciò, nemmeno all’Umano. Non stupisce allora che, come spesso accade a chi cerca di porre un freno alla deificazione di sé e del proprio gruppo, Geremia venga accusato di tradimento, e vessato quindi da sofferenze tanto atroci quanto immeritate. 

L’uomo dello spirito è tale, ci insegna Zweig, nella misura in cui sfida ogni identità particolarista, politica o religiosa essa sia. Geremia parla in nome di Dio, ovvero, il che è lo stesso, dal punto di vista di una pace messianica. Questo significa pensare e agire in nome di un’umanità intera, non soggetta a partizioni di nessuna natura, in cui non esistono più “noi” contro “loro”. Geremia si pone dal punto di vista, tutto a venire, della riconciliazione. Che il suo messaggio sia non solo importante, ma terribilmente urgente, per noi, che siamo appena entrati nel secondo quarto del XXI secolo, in un’epoca in cui la pulsione dicotomica è diventata dapprima polarizzazione, e quindi guerra planetaria su più fronti, è sotto gli occhi di ciascuno.

Francesco Ferrari 

Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

https://www.jcrs.uni-jena.de/about/team/dr-francesco-ferrari
https://francescoferrari.academia.edu/

Nicoletta Verna: “I giorni di vetro” (Einaudi), di Cristiana Buccarelli

Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo 

Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.

Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…; una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita. 

Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.

In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’     

Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana. 

Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:

‘’Perché vi vedo?’’ domandai.

  (….)

‘’Quanti perché’’

‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’

‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’

‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’

‘’Perché è solo una questione di tempo’’

‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’

‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’  

Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris. 

Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia.  In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.

 ‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’

Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro. 

Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.

‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.

-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?

Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.

-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.

-La vita vale più di un’idea.

-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’

E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi. 

Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali. 

Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore. 

Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.

Sei Iris?’

Sono io.

Sono viva.

Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una  dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.    

Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.

In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Richard Yates: ‘’Revolutionary Road’’ (minimum fax, 2026, trad. Adriana Dell’Orto), di Claudio Musso

«La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose: nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.»

Con questa sentenza, che ha il timbro di un verdetto più che di uno sfogo, Revolutionary Road di Richard Yates si configura come un dispositivo di smascheramento. Non è tanto una narrazione quanto una dissezione. La realtà che i personaggi abitano non è falsificata ma addomesticata, resa tollerabile attraverso una continua opera di attenuazione. Ognuno costruisce una versione più sopportabile della propria esistenza perché la verità, quando affiora, risulta sconveniente, quasi indecorosa. Occorre quindi reggere la facciata, levigare il fallimento, ricondurre l’informe entro i margini del dicibile. In questo lavoro incessante di accomodamento intercettiamo il nucleo inquieto della middle class americana, non una società ipocrita ma un collettivo perfettamente addestrato a credere alle proprie illusioni.

Frank e April Wheeler si muovono all’interno di questo spazio come due presenze solo in apparenza solidali: non stanno insieme quanto piuttosto tengono insieme un equilibrio precario, una tregua tra loro continuamente negoziata. Quando la superficie si incrina, il loro rapporto rivela la propria natura più autentica: un confronto strategico, quasi un duello regolato da astuzie laterali, avanzate e ripiegamenti. La lite non è deragliamento ma forma, un linguaggio codificato attraverso cui ciascuno tenta di imporre la propria versione della realtà, andando a colpire l’altro dove fa più male. In questo gioco sottile ciò che li tiene uniti coincide esattamente con ciò che li consuma, una dipendenza reciproca, nutrita di disprezzo e sfiducia, che sostituisce col tempo ogni residuo di realtà affettiva.

La casa stessa nelle Revolutionary Hills, marginale rispetto all’ordine rassicurante della lottizzazione, sembra inizialmente promettere uno scarto, una possibile deviazione dalla norma. E tuttavia la grande finestra che la definisce ne tradisce fin da subito l’ambiguità: non protegge ma espone, non separa ma riflette, non custodisce il sogno ma lo sottopone a verifica continua. Qui si condensa una delle intuizioni più sottili di Yates sull’America degli Anni Cinquanta: l’impossibilità del rifugio. Ciò che dovrebbe preservare diventa invece superficie di esposizione, luogo in cui l’illusione vacilla sotto il peso del reale.

Analoga funzione simbolica assume il gesto ostinato di Frank che si accanisce a sistemare il sentiero verso la casa, nel tentativo di renderlo conforme agli standard del quartiere. Quel lavoro faticoso e inconcludente, su una materia refrattaria a ogni ordine, si configura come una perfetta allegoria della sua esistenza: uno sforzo continuo di aggiustamento che non mette mai in discussione la struttura di fondo. La sua vita, del resto, si rivela costruita non su un desiderio interno ma su una sequenza di atti dimostrativi: lavorare, sposarsi, avere figli, acquistare una casa. Ogni scelta risponde a un tribunale invisibile dinanzi al quale egli argomenta sé stesso. Non vive, giustifica la propria esistenza. E quando, per un istante, intravede la nudità di questo meccanismo, tutto gli appare «semplice e ridicolo»: non per intrinseca banalità ma per sopraggiunto svuotamento di senso. Nessuno lo ha costretto, ha collaborato lui stesso alla costruzione della propria gabbia. All’esterno, un lavoro che non conduce da nessuna parte; all’interno, un perimetro domestico da statuto.

È in questa frattura che si inserisce il sarcasmo di Yates mai dichiarato ma sottilmente operante. Non deride i suoi personaggi: li espone. Frank, con la sua eloquenza brillante e la capacità di costruire discorsi calibrati, diventa una figura esemplare: una brochure perfettamente redatta. Sa articolare ciò che è necessario, definire ciò che conta, ma solo entro uno spazio neutro, impersonale, che non lo coinvolge. La sua lucidità resta confinata nel linguaggio senza mai tradursi in scelta. In tal senso non è un ribelle fallito ma un prodotto compiuto del sistema che abita: qualcuno che ne ha interiorizzato le regole fino a coglierne il vuoto, senza riuscire a sottrarvisi. Perché poi se ci si sta così bene? La middle class, certo, promette sicurezza, ordine e riconoscimento, tuttavia il prezzo da pagare è la rinuncia al desiderio autentico, la paura della deviazione, una vita vissuta per procura.

Attorno a lui si dispiega una società che Yates tratteggia senza deformazioni caricaturali e, proprio per questo, tanto più perturbante: un organismo ordinato, composto da individui intercambiabili, gesti prevedibili, aspirazioni ridotte a modelli. Non si tratta di una massa inconsapevole ma di una coscienza intermittente: intravede il vuoto e subito se ne ritrae. Non si cerca una vita più vera ma una vita più gestibile, meno esposta, meno rischiosa. Il conformismo non è imposto: è desiderato. In questo contesto, eloquenza, arguzia, battuta pronta e pettegolezzo diventano valuta sociale. Saper parlare fa apparire consapevoli; avere epigrammi pronti equivale a sembrare profondi. La parola non rivela, sostituisce.

In questo contesto April si impone come elemento dissonante non tanto per superiorità morale quanto per irriducibilità alla finzione. La sua proposta di trasferirsi in Europa non introduce semplicemente un’alternativa ma una diversa idea di rivoluzione: non migliorare la propria posizione nel sistema ma trasformare la vita stessa. Se Frank aspira al riconoscimento senza perdita, April appare disposta a mettere in gioco ogni stabilità pur di inseguire una coerenza esistenziale. Non è un personaggio ma una forza che rifiuta, smaschera, spinge oltre. La sua lucidità emerge con violenza nelle lettere che scrive e distrugge dove affiora una verità che non riesce a sostenere nel rapporto: non l’amore ma una «morbosa dipendenza della reciproca debolezza». L’errore originario non è Frank ma lo sguardo con cui lo ha investito di significato. Non c’è inganno unilaterale: entrambi imparano a dire ciò che l’altro vuole sentire. È qui che nasce la trappola. La finzione, da gioco reversibile, diventa struttura, poi identità. E fermarsi significherebbe riconoscere, senza attenuanti, il proprio autoinganno. April tuttavia ci riserverà un coup de théâtre

Il loro conflitto non oppone semplicemente due caratteri ma due logiche incompatibili: da un lato l’adattamento intelligente, dall’altro un’esigenza a lungo desiderata di veridicità che non tollera mediazioni. Ed è proprio in questa inconciliabilità che il romanzo trova la propria zona più rivelatrice poiché nessuna delle due prospettive viene pienamente riscattata. La rivoluzione, suggerisce Yates con sottile ironia, si configura spesso come una narrazione compensatoria: un modo per differire la resa o per nobilitare il compromesso.

Emblematica in tal senso è la figura del figlio della signora Givings, una vicina, liquidato come folle ma proprio per questo capace di una parola pura. La sua voce introduce una dissonanza decisiva, portando alla luce una verità che gli altri, quelli delle Hills, evitano: ammettere il vuoto richiede coraggio ma riconoscere la disperazione che lo abita implica un passaggio ulteriore, quasi insostenibile. È una soglia che pochi attraversano e che, una volta oltrepassata, difficilmente consente ritorni. E tuttavia, a quella verità si reagisce come sempre: tornando all’ordine, al conforto domestico, al rito sociale che riassorbe ogni incrinatura. I bicchieri si riempiono, le parole si distendono e il vuoto torna a tacere. Mentre chi è sempre stata ritenuta un soprammobile vede la polvere che la soffoca… 

È alla stessa signora Givings, del resto, che si deve la formulazione più limpida della filosofia implicita di questa comunità, un mondo che aspira all’immobilità, che rivendica continuità e stabilità, che chiede ostinatamente che la realtà resti riconoscibile anche quando è insoddisfacente: «perché cambiava sempre tutto quando l’unica cosa che si desiderava, l’unica cosa che si era mai chiesta umilmente a Dio o a chi per lui, era che certe cose potessero restare immutate».

La scrittura di Yates accompagna, con apparente neutralità, lo smascheramento di questo maquillage di questo vivere per dimostrare. La prosa, priva di compiacimenti, si sottrae a ogni enfasi per aderire con esattezza al dato, lasciando emergere, senza mediazioni, le crepe della quotidianità. È un realismo che non si limita a rappresentare ma disvela, non interpreta ma espone, e in cui si avverte una serietà radicale nei confronti dell’essere umano, capace di tradursi in intuizioni tanto più sconvolgenti quanto più prive di filtro.

Qui si annida l’aspetto più provocatorio di Revolutionary Road, pubblicato nel 1961 e oggi riproposto da minimum fax in una nuova ristampa nella storica traduzione, rivista, di Adriana Dell’Orto: nella sua capacità di avvicinarci così tanto ai dettagli della vita da renderli riconoscibili e, al tempo stesso, di mantenerci a una distanza sufficiente da consentire il giudizio. Una distanza che genera un sollievo ambiguo: quello di potersi credere estranei a ciò che si osserva. E tuttavia questa illusione si incrina se si presta attenzione persino a un dettaglio apparentemente marginale: i Wheeler, da wheel, ruota, sembrano inscritti fin dall’origine in un movimento circolare, reiterato, senza progresso reale. Non avanzano, girano, ripetono, correggono, variano senza mai uscire dalla traiettoria che li riporta al punto di partenza, fino a quando April non ne interrompe brutalmente il meccanismo. In questa circolarità si consuma il loro destino: non una caduta improvvisa ma una rotazione continua, silenziosa. E allora il sollievo iniziale si rovescia. Ciò che credevamo distante si rivela, con inquietante precisione, una possibilità che ci riguarda. Forse Yates ha sempre immaginato i suoi lettori dirsi: non vogliamo essere come i Wheeler. Salvo poi scoprire che lo siamo già stati e che rischiamo di diventarlo ancora, ogni volta che scegliamo la adamantina continuità al posto della bruciante verità.

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Elle Nash: “Frutto del tuo ventre” (Pidgin, 2026, trad. Stefano Pirone), di Valeria Jacobacci

Se il romanzo body horror (penso a Palahniuk o a Clive Barker) aveva bisogno di un’altra voce, certamente la giovane autrice angloamericana Elle Nash può fornirgliene una abbastanza convincente con i suoi scritti, dei quali l’ultimo, “Frutto del tuo ventre”, è in uscita per i tipi di Pidgin, tradotto da Stefano Pirone.  In linea con il genere, tutte le note dello spartito risultano adeguatamente disturbanti.  Ben decisa a ribadire l’indicazione, la Nash non lascia nulla all’immaginazione e calca la mano il più possibile con un coerente finale a sorpresa. Un’attenzione specifica per le problematiche femminili campeggia sullo sfondo della già disfunzionale società americana, in una piccola città di provincia, la narrazione ossessiva si sviluppa nella coscienza dolorante della protagonista, con qualche flashback rivelatore, ove mai ce ne fosse bisogno, della progressiva paranoia di una creatura schiacciata dall’ambiente circostante.  I due temi, della precaria condizione femminile e della misera condizione culturale della provincia, sono ben conosciuti dalla scrittrice, che ha vissuto in Colorado e in Arkansas, per poi trasferirsi a Glasgow, in Inghilterra, dove vive col marito e la figlia. La denuncia sociale è quindi alla base della sua ispirazione, il proposito è quello di una condanna aspra, carica di ribellione, troppo sofferente per non essere esplicita. Nella vicenda, che procede con la scansione dei ritmi di una gravidanza, la critica alla Chiesa locale, il massimo dell’ipocrisia e del degrado, è tutta nella stupefatta constatazione di come l’amore, che dovrebbe animarla costituendone la forza, sia invece esaltazione malata, suggestione malsana, scaramantica grettezza, assenza totale di solidarietà. 

Daisy, che la religiosissima madre chiama Dee Dee, è incinta, lavora in un posto dove si macellano e insacchettano polli, il coltello è nelle sue mani e con quello fa a pezzi gli animali ai quali ha spezzato abilmente il collo. Dopo ore trascorse in questa operazione, Daisy torna a casa dal marito David, che chiama Papy, ex detenuto, brutale e stolido, amante di insetti rari che commercia clandestinamente. L’orrore del quale Dee Dee è circondata, lotta con una subdola apparenza di normalità, da lei sospirata, desiderata, immaginata, della quale si sente però indegna ed estranea. E’ questo il punto in cui il capello del suo precario equilibrio si spezza in due, l’inizio di una scissione senza ritorno, l’essere e il voler essere. Il dramma shakespeariano non è abbellito né dalla poesia né dall’espressione letteraria, visto che ci troviamo in un romanzo che rappresenta visceralmente il corpo, e che la contrapposizione riguarda l’essere e l’apparire. Daisy infatti non resta incinta a lungo, molte gravidanze infatti si susseguono, però tutte non superano i primi mesi, lasciando il senso di vita e di morte che si alternano nel suo ventre. Non le resta che la finzione: ordinare su Amazon un ventre finto da indossare sotto i vestiti. Le altre donne della vicenda, la madre disamorata e fanatica, l’amica, modello irraggiungibile di fertilità, che resta gravida varie volte, e, al tempo stesso, oggetto di ammirazione e attrazione lesbica, fanno da corollario a un finale alla Edgar Allan Poe. Ora come ora, siamo molto lontani dall’eleganza descrittiva di Poe, come dalla sfacciata presunzione del marchese De Sade o dall’ironia di Orwell, ai quali ci viene ogni tanto di pensare leggendo queste pagine. Potremmo scegliere la “banalità del male” come chiave d’interpretazione: tutto il peggio accade in scenari scialbi, supermercati, case modeste e così via.  Come una cagnetta isterica Daisy è sempre incinta e il parto sarà ben più di un aborto. La sua immaturità mentale la costringe in una prigione, un limbo freudiano, dove si trastulla con cacca e pipì, tamponi sporchi di sangue mestruale, poveri resti di animali da lei torturati e uccisi. Pensare che voleva solo essere buona, o semplicemente amata da sua madre! 

Specchio della realtà oppressiva, il romanzo, ambientato nel Missouri operaio, è l’espressione di un disagio profondo, dalla realtà lavorativa alienante al trauma anche religioso degli aborti e della mancata gravidanza. L’orrore di cui parlavamo in premessa è interiore e psicologico, direi esistenziale perché correlato all’esistenza stessa del corpo umano. Per esprimerlo la Nash non ha bisogno di esplorare altri mondi o dimensioni alternative come in Barker, non c’è estasi nel dolore, e non deve far ricorso alla satira punk alla Palahniuk per ricordarci che il disagio fisico è nella normalità dei nostri corpi e della nostra società malati. L’orrore è qui, tra di noi e dentro di noi. Nella letteratura come nella vita.   

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Theodor Kallifatides: “Madri e figli” (Voland, 2026, trad. Carmen Giorgetti Cima), di Dino Montanino

Tra ricordi, carciofi alla polita e kourambiedes

Madri e figli è un romanzo familiare scritto da Theodor Kallifatides nel 2024 e pubblicato in traduzione italiana da Voland nel gennaio del 2026.  Quando pensiamo alle saghe familiari ci vengono subito in mente opere corpose: I BuddenbrookMenzogna e sortilegio.

Madri e figli, al contrario, è un romanzo breve; eppure Kallifatides, in meno di duecento pagine, riesce a narrare le vicende della sua famiglia attraversando più di un secolo di storia. Il racconto è in prima persona, è un racconto autobiografico. All’età di sessantotto anni Theodor decide di andare ad Atene a trovare la madre novantaduenne. Il protagonista, scrittore affermato, vive in Svezia dai tempi dell’università, è sposato con una donna svedese e da poco è diventato nonno. La madre Antonia, vedova da molti anni, vive sola. Ad Atene è rimasto Stelios, il fratello maggiore di Theodor, che si occupa di lei.

Theodor decide di andare a trovare la madre perché vuole scrivere un libro su di lei. In passato ha scritto due libri sul padre, quando il padre era già morto. Ma Theodor non è più giovane e si rende conto che non può aspettare. “Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei. Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Adesso però mi sembra di non avere altra scelta. La morte si avvicina per entrambi. E non si sa chi dei due morirà per primo. Devo scrivere di lei e tenere conto del fatto che lei lo leggerà”. E che libro sarà quello che Theodor intende scrivere? Sarà il libro di cui vi sto parlando e che ho letto tutto d’un fiato. Un libro nel quale, tra i tanti temi che lo abitano, affiora di continuo quello della scrittura e dello sguardo dello scrittore. Theodor vuole scrivere della madre ma è consapevole che sarà difficile tenere a bada il demone che avvolge ogni scrittore. Lo scrittore vuole “ricamare, divertirsi, abbellire o imbruttire, esagerare, fare di una gallina un fagiano e di un fagiano una gallina”. Sarà in grado di liberarsi dalla tentazione, connaturata in ogni scrittore, di fuggire dalla realtà? Forse potrà aiutarlo un manoscritto, il lungo testo autobiografico che il padre di Theodor ha scritto all’età di ottantadue anni. Non lo ha scritto per pubblicarlo ma unicamente a beneficio del figlio per conoscere “l’origine della nostra famiglia, vale a dire della famiglia Kallifatides”. Il manoscritto paterno, che Theodor ha portato con sé nel suo viaggio verso Atene, costituisce un elemento chiave di Madri e figli. Da un lato c’è il libro da scrivere sulla madre, il libro che nasce dal breve soggiorno ad Atene a casa di lei, il breve romanzo familiare denso di ricordi, di riflessioni, di emozioni quotidiane; dall’altro il libro già scritto dal padre, di cui Kallifatides ci consente di leggere molte pagine. L’incrocio di questi due scritti, il “libro scritto” e il “libro da scrivere”, generano una struttura narrativa labirintica, apparentemente disorganica e caleidoscopica che, lentamente, trova un suo ordine e ci consente di conoscere a fondo le tormentate, e a tratti rocambolesche, vicende che segnano la storia della famiglia Kallifatides.    

La storia del padre di Theodor è la storia di un uomo che nasce in una famiglia greca che vive in un villaggio vicino a Trebisonda, sul Mar Nero. Molti greci, al tempo dell’Impero ottomano, vivevano nelle regioni dell’attuale Turchia e furono costretti, come avviene per la famiglia Kallifatides, a riparare in Grecia a seguito degli accadimenti che portano alla disgregazione dell’Impero e alla nascita della Turchia moderna. Il padre di Theodor avrà due mogli e tre figli e la sua vita sarà segnata dai tragici eventi della Storia: Grande guerra, esodo dei greci dalla Turchia, Seconda guerra mondiale e invasione italo-tedesca della Grecia, guerra civile greca, dittatura dei colonnelli, ritorno alla democrazia. La vita che ci viene raccontata è una vita di perenne resistenza, è la storia di un uomo probo, che ha dedicato la sua esistenza al mestiere di insegnante, all’educazione dei figli, all’amore per la famiglia. E noi lettori, seguendo le vicende presenti nel manoscritto e ribadite dai racconti della madre di Theodor, abbiamo l’opportunità di conoscere aspetti della storia greca sconosciuti o poco noti. Continuo a pensare, ma forse è una mia ossessione, che uno dei grandi meriti della letteratura sia proprio l’opportunità di venire a contatto con la Storia attraverso le vicissitudini, individuali o collettive, di personaggi che sono costretti a scontrarsi con eventi che travolgeranno la loro esistenza. Una Storia che da racconto specialistico, analisi dettagliata, attenta individuazione di nessi di casualità, diventa esperienza quotidiana, tragico confronto con qualcosa di più grande di noi che, molto spesso, non avremmo mai voluto incontrare. Il padre di Theodor è una vittima della Storia; deve orientare tutta la sua vita a resistere senza mai rinunciare alla sua integrità etica. Una vita condivisa per più di cinquant’anni con Antonia, la sua seconda moglie molto più giovane di lui che nel romanzo, sin dalle prime pagine, assume il ruolo indiscusso di protagonista.

Theodor si tratterrà a casa della madre per sette giorni. Un soggiorno caratterizzato dalla malinconica convinzione che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Giorni pieni di ricordi condivisi e di zone d’ombra da rivelare. Giorni segnati dal bisogno di Antonia di cucinare per il figlio. 

Partiamo dai ricordi. Nella casa ritrovata, quando resta solo sul divano letto, Theodor ritrova suo padre, ha la sensazione di sentirlo, di vederlo. Si convince “che non siamo noi a scegliere i nostri ricordi, ma sono loro a scegliere noi”. Vuole “essere” i suoi ricordi. E i continui dialoghi con la madre accavallano storie su storie che si aggrovigliano nei meandri della memoria familiare. E il racconto di quei dialoghi diventa la cornice narrativa per dare spazio al bisogno di Theodor di ritrovare il tempo perduto con l’avidità tipica dello scrittore. La madre asseconda il desiderio del figlio e diventa una sorta di anziana Sherazade, una affabulatrice che, con i suoi racconti orali, fa da contrappunto alla narrazione scritta del padre di Theodor. Una affabulatrice che non esita a intrecciare il bisogno di evocare i ricordi con il desiderio di vestire i panni della pensatrice in grado di dispensare riflessioni profonde. “Diventare anziani è avere troppo poco da fare e troppo da ricordare”. “Prima eravamo affamati e adesso siamo costipati. Eravamo magri e adesso siamo grassi. Lavoravamo molto e adesso siamo pigri. Amavamo le nostre famiglie e adesso amiamo noi stessi. Fortuna che sono così vecchia! Così non farò in tempo a vedere troppe altre follie”. 

Ma Antonia non è solo un’affascinante affabulatrice-filosofa innamorata dei ricordi che desidera a tutti i costi evocare. Antonia è una cuoca raffinata che, nei sette giorni che scandiscono il tempo del racconto, ritrova il suo ruolo di madre desiderosa di accudire il figlio riproponendo sapori che, in terra di Svezia, Theodor ha inevitabilmente smarrito. Il romanzo, tra le altre suggestioni, ci offre un repertorio succulento di preparazioni gastronomiche, una piccola enciclopedia della cucina greca, quella vera, quella quotidiana che, quando ci capita di andare in Grecia come turisti, difficilmente possiamo incontrare. Si comincia dal capretto al forno, un piatto che Theodor, da bambino, faceva fatica a mangiare. Ma questa volta il capretto è celestiale perché la carne è “croccante fuori e morbida dentro, senza la minima traccia dell’odore un po’ acre che ha di solito la carne di capra”. Come ha fatto Antonia a raggiungere un risultato simile? “Strofino la carne con mezzo limone. Quindi ci verso sopra il succo, ma lo faccio penetrare strofinando”. Dopo pranzo, una lunga riflessione sul caffè. Il tipo di caffè “che i greci chiamano greco e i turchi turco”. Prepararlo è un’arte e le numerose varianti, dolce, molto dolce, medio, forte senza zucchero…, raccontano tanto sul carattere della persona che lo beve. Sarà Theodor a preparare il caffè per la madre, l’unica incombenza domestica che la madre concede al figlio perché “preparare il caffè per qualcuno non fa parte delle incombenze domestiche ma delle leggi non scritte della premura e del calore, dell’intimità e della vicinanza. Tazzine di caffè al posto di abbracci, molto semplicemente”. 

Il secondo giorno è caratterizzato dalla preparazione dei “carciofi alla polita”. Neanche la madre è in grado di spiegare cosa significhi “alla polita” ma sa come preparare quella pietanza, “soprattutto sa come mescolare uova e limone in modo che ne risulti un gusto armonioso nel quale non spicchino né il limone né l’uovo, ma proprio la loro combinazione”. La ricetta dei carciofi è l’occasione per una piccola lezione di cucina sulle diverse modalità di cottura dei cibi. “Le verdure devono cuocere brevemente a fuoco vivo, la carne a lungo e a fuoco dolce, il pesce non deve cuocere ma restare solo immerso per alcuni minuti in acqua bollente salata”. Theodor vorrebbe annotare sul suo taccuino i suggerimenti della madre e Antonia, immediatamente, capisce le intenzioni del figlio: vuole scrivere un libro su di lei. Lo faccia pure, basta che non ci siano sesso e imprecazioni… Lei ha un’idea precisa della cucina: la cosa più importante è “amare le persone per cui si cucina”. E poi bisogna “danzare per la pentola. I cuochi infelici sono la causa più comune del cibo cattivo”. Anche nel suo ruolo di cuoca Antonia non può fare a meno di confermare il suo bisogno di costruire suggestive massime filosofiche. 

Il terzo giorno fanno la loro apparizione le polpette di carne e una torta di spinaci. “Mamma compone le sue torte salate come se fossero dei dolci sontuosi. Diversi strati di ripieno: feta, riso, prezzemolo, cipolla, e dosi massicce di olio d’oliva. Alla fine ne risulta una torta che di scioglie in bocca”.

Il quarto giorno Antonia prepara due pesci al forno che ha portato il figlio maggiore. Resta anche lui a pranzo.

Il quinto giorno Theodor, Antonia e tutta la famiglia del fratello vanno a mangiare al ristorante. La cena è l’occasione per assaggiare tzatziki, insalata di melanzane, uova di pesce, tortini di formaggio, olive, feta e spicchi di patate fritte. E poi capretto alla griglia. E poi ricordi che, lentamente, orientano la conversazione in direzione degli anni bui della dittatura dei colonnelli.

Il sesto è dedicato ai kourambiedes, dolcetti alle mandorle che verranno preparati affinché Theodor possa portarli in Svezia. La preparazione è lunga e accurata e, al termine delle operazioni, l’appartamento “era pervaso di un profumo delizioso”. 

Il cibo, le pietanze, i dolci che Antonia prepara per il figlio sono costantemente incrociate con i ricordi passati spesso poco felici. La necessità di nutrire le persone che si amano non può non essere connessa alla memoria della fame patita negli anni della Seconda guerra mondiale e poi della guerra civile; la dolcezza e il profumo dei kourambiedes non può essere scisso dalle pagine del memoriale paterno nelle quali si racconta delle torture subite quando era prigioniero dei tedeschi. E, nonostante quel memoriale, restano tanti dubbi sulla vita di un uomo che, anche dopo la guerra, continua a essere perseguitato dai fascisti. Perché? Era davvero stato comunista come sostenevano i suoi nemici? “Quei segreti lo seguirono nella tomba e non avrebbero comunque potuto spiegare l’odio selvaggio che avvelenò gli anni che gli rimanevano”. Di quel tempo Theodor ricorda il viaggio a bordo di un caicco quando, in compagnia del nonno materno, viaggiava verso Atene dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti. Il mare era burrascoso e tutti vomitavano. Poi “dopo una lunga notte raggiungemmo l’isola di Poros, dove per la prima volta nella mia vita assaggiai lo yogurt con il miele. È da allora che cerco invano di ritrovare quel gusto”. Ricordi e sapori: la chiave narrativa di questo romanzo   

Arriva il settimo giorno, quello della partenza e dell’addio. In macchina, mentre vanno all’aeroporto, il fratello Stelios dice: “Siamo fortunati ad averla” riferendosi alla madre. E Theodor pensa che sia vero e gli torna in mente una frase che sua madre ha pronunciato sul balcone poco prima del loro addio. “Una frase che non trascriverò adesso. Non sarà la fine di questo libro, ma l’inizio del prossimo. È questo che vuol dire, avere una madre. Si porta sempre con sé un inizio”.           

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.