Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Jon Fosse: “Vaim” (trad. Margherita Podestà Heir, La nave di Teseo, 2025), di Gigi Agnano

Jon Fosse e la poetica del silenzio

Ci sono lettori che, finché non incontrano le pagine di un determinato autore, avvertono come una mancanza sottile ma insistente. Nonostante il Nobel del 2023, ero tra quelli che non avevano avuto il coraggio di affrontare il norvegese Jon Fosse, intimorito dalla sua fama di scrittore metafisico, “sacrale”, criptico e dalla mole piuttosto impegnativa del suo capolavoro, “Settologia”, articolato in sette parti e uscito in tre volumi. Negli ultimi tempi sto recuperando il ritardo e l’esperienza diretta della pagina mi conferma quanto sia elettrizzante la letteratura quando non ha neanche più bisogno delle parole e arriva alla sua essenza silenziosa. Così sono approdato a “Vaim”. Pubblicato ad ottobre scorso in Italia da La nave di Teseo e concepito per essere la prima tessera di una trilogia ambientata in un paese immaginario della Norvegia, “Vaim” è un romanzo breve, perfetto per un primo approccio alla poetica fossiana. 

Come scrive Fosse? Proviamo a farcene un’idea dall’incipit:

“E così, ho detto, eccoci qua, ho detto accarezzandomi la barba, questa barba ormai ingrigita, giovane non lo ero più da un pezzo ma neppure anziano, in là con gli anni si sarebbe potuto dire, sì, un uomo in là con gli anni, né più né meno, e tra non molto sarebbero finiti anche questi viaggetti a far baldoria a Bjørgvin, tanto che senso aveva andarci, restare ormeggiati alla banchina del Molo di Bjørgvin, passare il tempo seduto nei bar e nei caffè, sì, soprattutto al Pennuto, come chiamavano il locale, ma anche al Mercato Coperto e all’Ultima Barca, e alla Caffetteria – senza mai fare nient’altro se non bazzicare posti come quelli o restarmene chiuso nella cabina della barca, […]”

Inizia così il primo di tre monologhi interiori, che si dilatano su poco più di cento pagine prive della macchia di un punto. Sono tre modulazioni diverse di un solo brano di musica iterativa che si diffonde rarefatto ipnotizzando l’ascoltatore. Le ripetizioni, le pause, i silenzi, ereditati dal Fosse drammaturgo e poeta, sono l’anima del testo, hanno uno spazio narrativo immenso e più efficacia delle parole stesse. Il lettore si abbandona al fluire della frase come i protagonisti si consegnano al destino delle loro coscienze flebili. Se in Settologia c’è un’unica voce narrante, qui i narratori sono tre, uno per ciascuna delle parti di cui si compone il romanzo; tre esistenze alterate, ferite e scosse dal passaggio di una donna, Eline, imprevedibile e determinata, vero fulcro dei loro racconti.

Nella prima parte parla Jatgeir, un pescatore solitario che da quand’era ragazzo non ha mai smesso di amare Eline senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Ha chiamato “Eline” anche la barca dove passa gran parte della sua vita. Lo seguiamo mentre attracca nel porto della città di Bjørgvin (Bergen) per comprare, a un prezzo che si rivelerà esorbitante, un ago e una spoletta di filo nero. Decide quindi di spostarsi verso il porticciolo di Sund, dove, dopo essere stato fregato una seconda volta, pensa di passare la notte a bordo. E, mentre sta per addormentarsi, nel buio, si sente chiamare dalla banchina proprio da Eline, l’amore mai dimenticato della sua vita che non vede da anni. Ha con sé una valigia e vuole andarsene subito via con lui per allontanarsi definitivamente dal marito. I due salpano la sera stessa e andranno a vivere insieme a Vaim. Potrebbe sembrare una storia d’amore a lieto fine e invece l’uomo è confuso da mille dubbi…

Il secondo capitolo tocca a Elias, l’unico amico di Jatgeir. È passato molto tempo dall’arrivo di Eline a Vaim e, dall’inizio della convivenza con il pescatore, i due amici non riescono più a incontrarsi. Elias può solo limitarsi ad osservare da lontano i cambiamenti nella vita di Jatgeir a causa della presenza della donna. Un giorno Elias sente bussare alla porta. Apre, gli sembra che non ci sia nessuno, finché ad un tratto gli appare Jatgeir, cosa che in seguito si rivelerà impossibile perché l’uomo è stato trovato annegato ben prima della sua apparizione. C’è un che di spettrale e di inquietante come in un racconto di Poe, un’eco delle storie di fantasmi – M. R. James o Edith Wharton – che sarebbe piaciuta a Borges…

Elias saluta l’amico morto:

“e alzo il braccio e lo saluto con un cenno della mano e lui alza a sua volta il braccio e ricambia il saluto e quasi con gioia mi dice che adesso sta bene e io, mentre cammino lungo la strada di Vaim, alzo la mano e faccio un saluto rivolto al cielo, verso il punto dove sento che si trova Jatgeir, e tutto mi sembra così giusto, chissà cosa penserà chi mi vede compiere quel gesto, ma tanto non c’è nessuno che sta guardando, be’, sì, a parte Jatgeir

Allora addio, Jatgeir, dico

E grazie per tutti i momenti che abbiamo trascorso insieme, dico

e vedo Jatgeir, vedo la sua mano e il suo braccio dissolversi nel cielo scuro”

Nella terza e ultima parte è Olav, il marito abbandonato nel primo capitolo, che ricorda l’incontro anni prima in una taverna con Eline (che in realtà si chiama Josefine e che comincerà a chiamarlo Frank… tutti i nomi in Fosse sono incerti come riflesso di personalità labili). Quell’incontro gli ha cambiato la vita perché la donna prima lo ha convinto a sposarla, poi lo ha lasciato per andare a vivere a Vaim con Jatgeir, salvo ritornare infine a casa da lui alla morte dell’uomo con cui era fuggita. Nel repertorio dei ricordi di Olav/Frank, l’immagine del peschereccio che si stacca dolcemente dalla terraferma e comincia a navigare nel mare calmo – “come se una pace si posasse su tutto” – è pura poesia. Prima di morire Josefine/Eline gli ha lasciato l’impegno di seppellirla accanto a Jatgeir ed Elias…

Fosse maneggia la realtà – la realtà che “galleggia su un mare di sogni” – con una delicatezza singolare. Non la aggredisce, non la seziona, non si arma di forchetta e coltello per nutrirsene. È un ascoltatore discreto che si fa da parte per liberarsi dei suoi personaggi, indietreggia e aspetta che emergano attraverso la scrittura. Scrittura che è come l’amore raccontato in queste pagine: funziona meglio con la distanza (una forma dell’impersonalità teorizzata da T. S. Eliot?). Siamo agli antipodi dell’autofiction, tendenza imperante della narrativa contemporanea e terreno di coltura di un’altra colonna della letteratura norvegese, quel Karl Ove Knausgård dall’io invadente, che peraltro è stato suo allievo.

Sono piccole storie evanescenti, intrise di quotidianità e di solitudine, scritte in una lingua, il nynorsk, parlato da poco più di mezzo milione di norvegesi. Racconti ambientati in microcosmi sperduti nella natura, come in una sorta di wilderness norvegese alla Faulkner: “Quel suono, quel ritmo della natura lo incarno in qualche modo in tutto ciò che scrivo. La musica della mia prosa e delle mie poesie è collegata a quel paesaggio”, ha detto in un’intervista. Narrazioni abitate da uomini sfocati e silenziosi, vittime impotenti del destino; personaggi avvolti nelle brume di un fiordo dove sotto la superficie di un mare apparentemente calmo si agitano correnti insidiose e imprevedibili. Storie narrate con una prosa bisbigliata, minimalista, decisamente beckettiana, con un timbro da dormiveglia, capace di incantare e travolgere il lettore con la sua vena misteriosa e melanconica. Se “assurdo” è l’attributo dell’opera di Beckett, nell’universo di Fosse la  parola ricorrente è “strano”: “tutto era strano, sì, e sulla mia lapide, se dovessi riassumere la mia vita, potrebbe essere inciso proprio questo, sì, tutto era strano”. Tutto pare insolito anche al lettore al termine di “Vaim”; quella “strana” bellezza dà un brivido alla schiena, ti resta sul groppone ed è solo uno degli aspetti della rara grandezza di Fosse.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Remo Rapino: “Fubbàll” (Minimum Fax), di Gigi Agnano

“Certi giorni mi sento un albero di mele marce, altri un randagio smarrito che si allena a far finta di niente.

C’è un calcio che non esiste più da raccontare, un calcio periferico o di provincia giocato su campetti sterrati e polverosi, fatto di sacrifici e passioni autentiche, lontano dai riflettori, dal business e dai troppi soldi. In quegli stadi improvvisati, a bordo campo o dietro una porta senza rete, che ci fosse un sole africano, o il freddo e la pioggia, c’erano i tifosi, custodi di una passione che si tramandava di padre in figlio, che vociavano e urlavano, soffrivano e si dimenavano. C’era la poesia che va scritta di quei ricordi intimi, di un mondo di sentimenti che ancora scorre nelle vene di chi quel calcio perduto l’ha vissuto e masticato.

Con Fubbàll, Remo Rapino compone questo canto popolare, attacca con la colla di farina le figurine sull’album Panini dei calciatori anonimi, dimenticati, sempre perdenti tranne che in rare occasioni epiche, di un’epica da bar di paese che vale la pena celebrare e ascoltare.

Dodici biografie di uomini semplici – una per ciascun ruolo più quella dell’allenatore – che raccontano un calcio che si misura col sudore, le delusioni, i ricordi, le cicatrici e i rimpianti. Dodici uomini – avrebbe detto Gianni Mura e lo diceva di Pelè – “con niente di speciale”: dal portiere anarchico Milo il gatto con la dote del silenzio, che con quelle mani poteva fare solo il portiere o il carpentiere, al difensore coraggioso e macellaio, “limitato ma di cuore”, che si fa apprezzare non tanto per il talento ma per l’anima che mette in campo; passando per centrocampisti saggi e generosi, poesia e geometria, che fanno l’ uncinetto con i piedi “balzanti e sbirolenti”(Gianni Brera); fino all’attaccante segnato dalla vita e dagli infortuni. Dice il terzino Glauco: “non sempre la vita ti regala poesie, anzi spesso te le toglie”. 

I calciatori di Rapino ci portano con la mente alla poesia popolare di Saba, che in “Tre momenti” raccontava il calcio come un atto gioioso di comunione umana (“Festa è nell’aria, festa in ogni via,/ se per poco, che importa? “) e al Pasolini frequentatore assiduo a Bologna dello stadio Comunale e dei prati di Caprara (“i pomeriggi più belli della mia vita”), quello della rubrica “Il caos” per il settimanale Il Tempo dove poneva il suo sguardo critico sul “corpo dell’atleta”, evidenziando contraddizioni sociali e culturali che ancora oggi si rispecchiano nello sport. I personaggi marginali di Rapino hanno l’umanità e l’ironia delle voci di Soriano, quelle dei giocatori “tristi che non hanno vinto mai” di De Gregori, che affrontano la fatica e non si arrendono; richiamano alla memoria il calcio di “splendori e miserie” di Eduardo Galeano, per cui quando c’è la partita “si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo”.

Fubbàll è così la testimonianza che si fa canto corale di un calcio che non c’è più, ma che sopravvive pulito e genuino nei cuori di chi l’ha amato, un atto di memoria che restituisce dignità e valore a vite altrimenti anonime e sogni sui quali “si deve leggere la scritta Fragile”. Il lettore non legge solo storie di calcio, ma di quelle storie riconosce il pregio anche se il calcio non gli interessa affatto, perché Rapino, con uno stile in bilico tra l’ironico e il poetico, tratteggia esistenze polverose, intrise di nostalgia e va al nocciolo di un mondo complesso e passionale, profondamente umano. I suoi personaggi non sono supercampioni tatuati dalla testa ai piedi, ma persone normali che, come tutti noi, si accapigliano con la vita e perdono palla all’ultimo dribbling.

Remo Rapino, abruzzese, è stato docente di storia e filosofia. Dal 1993 ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Nel 2019 esce con Minimum Fax il suo romanzo più noto e apprezzato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, che si aggiudica l’edizione 2020 del Premio Campiello, risulta finalista del Premio Napoli e candidato allo Strega. Sempre con Minimum Fax ha pubblicato nel 2021 “Cronache dalle terre di Scarciafratta” e nel 2023 la raccolta di racconti Fubbàll, vincitore del Premio per la Letteratura Sportiva Gianni Mura. In questi giorni è in uscita la sua ultima fatica dal titolo “La Scortanza”.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Ottobre: il mese di Calvino al Randagio, di Gigi Agnano

“Improvvisamente ha guardato negli occhi i suoi lettori e ha detto con voce chiara e netta: cercate pure dentro di me, non troverete nulla.” (Ernesto Ferrero, Italo, Einaudi, 2023)

Il 15 ottobre rappresenta per noi de Il Randagio una data dal duplice valore simbolico: non solo celebriamo il secondo anniversario della nostra rivista, ma rendiamo anche omaggio a uno dei più grandi autori italiani del Novecento, Italo Calvino, nato proprio il 15 ottobre del 1923. Per questo, nella prima metà del mese, lo spazio che Il Randagio cerca faticosamente di ritagliarsi tra i Social sarà interamente dedicato a Calvino. Dal 1° al 15 proporremo una serie di articoli, disponibili anche sul nostro sito, per invitare a rileggere la sua opera e approfondire qualcuna delle tematiche che lo hanno consacrato come pilastro imprescindibile della letteratura contemporanea.

Ancora oggi ci chiediamo perché, due anni fa, decidemmo di far coincidere la nascita della nostra rivista con quella di Calvino, e la risposta ha certamente a che fare con l’ammirazione, con il fascino, la simpatia, la profondità, l’ironia, l’eleganza che per noi questo autore rappresenta. Ma è soprattutto un aspetto “caratteriale” a farcelo sentire vicino in modo speciale, come accade solo a pochi grandi classici. È un paradosso: in un panorama letterario contemporaneo dominato dall’autofiction, dal racconto confidenziale e dalla narrazione intima, noi avvertiamo quasi d’istinto una più profonda confidenza con “lo scrittore invisibile”, l’autore che si mostra poco, il timido, lo schivo. Quell’autore che, come ricordava Citati, «non sapevi mai su quale ramo dell’immenso albero della vita facesse il proprio nido», lo “scoiattolo con la penna” che balbetta di una “balbuzie interiore”, lontano da ogni compiacimento narcisistico e quasi mai protagonista diretto dei propri racconti. Scriveva di lui Pasolini in un poemetto del 1960 “ la sua semplicità / non grigia, la sua misura non tediosa, / la sua chiarezza non presuntuosa. / Il suo splendido amore per il mondo / lievitato e contorto della favola”.

Calvino è il Randagio letterario per antonomasia. Con le sue sperimentazioni narrative, i continui “cambi di rotta”, le variazioni di stile e voce, permette a noi lettori randagi di vagabondare tra mondi e generi diversi senza mai perdere il piacere di leggere: dal realismo del “Sentiero dei nidi di ragno” al meraviglioso fantastico della trilogia “I nostri antenati“, fino a “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, dove dieci incipit di romanzi, tra loro diversissimi per genere (romanzo d’ambiente, psicologico, poliziesco, erotico ecc.), per tradizioni narrative (americana, latino-americana, russa…) e per fonti d’ispirazione (Borges, naturalmente, ma anche Juan Rulfo, Onetti, Nabokov, D.H. Lawrence, Tanizaki, Kawabata, Joseph Roth, Thomas Bernhard, Graham Greene, Landolfi) si intrecciano in una sfavillante fantasmagoria letteraria.

Calvino ci affascina perché, quando pensi di averlo compreso, ti depista; quando credi di averlo riconosciuto, finge di essere un altro; se t’illudi di averne individuato le tracce, le confonde o le cancella. Questo suo essere sfuggente lo ha pure teorizzato: nella fondamentale prefazione all’edizione del 1964 del Sentiero, scrive: «Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione». E ancora, in Se una notte d’inverno un viaggiatore, Flannery, uno degli autori degli incipit, esprime il desiderio di cancellare se stesso «e trovare per ogni libro un altro io, un’altra voce, un altro nome, rinascere».

Calvino si definiva uno “scrittore invisibile”, un osservatore defilato la cui presenza emerge appena nei mondi fantastici e nei personaggi simbolici o metaforici nati dalla sua straordinaria immaginazione.

Con gli articoli che proporremo nei prossimi giorni, Il Randagio intende entrare con la consueta modestia, in punta di piedi e – come si usava un tempo – «con le pattine», in alcuni tra i mille frammenti di quei mondi, di quei personaggi, nelle molteplici “invisibilità” calviniane. Ci piacerebbe che questo ottobre non fosse soltanto un compleanno, ma una vera esperienza di conoscenza, riscoperta e rilettura di un autore capace di insegnarci a guardare la realtà da angolazioni inattese.

Per noi, ottobre è il mese di Calvino: lui gioca a nascondino, e noi lo andiamo a cercare.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.