Gertrude Stein e “L’Autobiografia di Alice B. Toklas”, di Gigi Agnano

“ … ho sempre apprezzato i piaceri del ricamo e del giardinaggio. Adoro i quadri, i mobili d’arredamento, gli arazzi, le case e i fiori, perfino la verdura e gli alberi da frutto. Mi piace avere una bella vista, ma preferisco starmene seduta avendola alle mie spalle.”

“If you must do a thing do it graciously”

L’Autobiografia di Alice B. Toklas di Gertrude Stein, pubblicata nel 1933, è un’opera che determina reazioni contrastanti: affascina per la ricchezza aneddotica con cui restituisce la scena artistica parigina d’inizio Novecento, ma può disorientare quando la scrittura si fa autoreferenziale, con pagine che paiono più esercizi di autoaffermazione che memorie.  Non è un romanzo e non si muove sulle coordinate del memoir convenzionale: quando Pavese ne consegnò la traduzione, Einaudi volle pubblicarla – era il 1938 – non nella narrativa ma nella collana di saggistica, a dimostrazione della natura ibrida del libro. Al di là delle classificazioni, il lettore ha l’impressione di percorrere un’interessante galleria di ritratti, accompagnato da una guida lucida e brillante che però tende più volte a mettersi al centro della scena.

Questa sensazione nasce da una scelta narrativa precisa: Stein affida la parola ad Alice Toklas, compagna di vita della scrittrice, ma utilizza quella voce per mettere in scena se stessa.  Fa dire ad Alice, per esempio, di aver «conosciuto nella sua vita tre geni», includendo esplicitamente Gertrude Stein; o che «è la più grande scrittrice vivente in lingua inglese».  Nel libro Alice parla, ma a scrivere è la Stein. Qualcuno ha visto in questo modo di procedere un’intuizione letteraria, un distanziamento ironico che permette all’autrice di giocare con la propria immagine, o un modo anche dissacrante di trattare la definizione abusata di “genio”.  Purtroppo non sapremo mai quanta ironia ci fosse dietro certe esagerazioni ricorrenti.  Sicuramente la Stein aveva un’alta considerazione di sé, un po’ come il suo grande amico Picasso.  Ed è evidente il dispositivo retorico: lasciare che una voce terza si presti all’elogio, evitando di esporsi direttamente con dichiarazioni in prima persona; un espediente originale e, a tratti, provocatorio (qualcuno dice “puerile”) per essere riconosciuta e ricordata.  Non è escluso che Gertrude temesse in qualche modo di poter essere messa in ombra dai grandi artisti di cui parla, in particolare dagli scrittori giunti al successo grazie anche al suo aiuto e ai suoi consigli, laddove le sue opere fino a quel momento avevano fatto fatica anche a trovare un editore. Quest’escamotage retorico, frutto anche di una malcelata frustrazione, può disturbare, ma finisce per intenerire il lettore se si tiene conto della grandezza e dell’importanza della Stein per l’arte e per la letteratura del primo Novecento.

Nella galleria steiniana, anche figure di primo piano – Picasso, Matisse, Braque, Juan Gris, Ezra Pound, Apollinaire, Hemingway, Fitzgerald e tante altre – sembrano comparse che orbitano intorno ad un unico protagonista, funzionali a mettere in rilievo la voce narrante.  Questa funzione di «spalla», con pose, tic, vizi, manie ha un duplice effetto: produce scene memorabili che ci fanno entrare nella quotidianità degli artisti, ma genera il dubbio legittimo sulla veridicità degli aneddoti (si pensi alle improbabili novanta sedute di posa che Picasso l’avrebbe obbligata a sostenere per farle il ritratto: un dettaglio spesso citato ma da molti studiosi considerato esagerato).  Se l’opera sfugge a una catalogazione netta è proprio perché si muove sul filo tra verità e invenzione, testimonianza e mise en scène (oggi forse si risolverebbe definendola, del resto come quasi tutto, “autofiction”).

Nel racconto a tratti caricaturale di Alice/Gertrude, Picasso, con la sua “risata spagnola, tipo nitrito”, con gli occhi liquidi e “modi irruenti”, spavaldo, “un comandante dalla testa ai piedi”, non stava mai fermo, fumava incessantemente e amava le lunghe conversazioni notturne; Matisse, più posato ma depresso, era “un uomo straordinariamente virile”, che dipingeva indossando un cappotto e i guanti, meticoloso, sempre pronto a disegnare ogni minimo gesto dei presenti; Braque, quello più robusto e alto, “un omone”, che, agli inizi della carriera, tornava utile per sollevare i quadri da appendere; Hemingway, giovane come gli altri, ma già sicuro di sé, “furfante e imbroglione”, che la Stein considerava “il bravo allievo”, arrivava coi suoi manoscritti con la sua aria da scrittore-atleta, pronto a parlare di boxe, di stile secco e “vero”; Fitzgerald portava con sé un’aria di mondanità inquieta, in bilico tra fascino e vulnerabilità; Apollinaire, “meraviglioso”, “attraente”, insieme ironico e solenne; Ezra Pound polemico e noioso, ecc…

Per comprendere il libro è essenziale collocarlo nel contesto di casa Stein a Parigi, in quel salotto di rue de Fleurus, dove Gertrude,  prima insieme al fratello Leo, poi solo con Alice Toklas, fu collezionista, scopritrice di talenti, mecenate e scrittrice. Nata nel 1874 in una famiglia agiata, ebrea di origine tedesca, dopo gli studi al Radcliffe College e un percorso medico – psicologico mai portato a termine, si stabilì a Parigi nel 1903.  Qui animò il salotto più vivace della Rive Gauche, un luogo di mondanità ma soprattutto un crocevia modernista di scambio culturale e di relazioni tra pittori, scultori, scrittori, musicisti. Questi incontri influenzarono la sua sperimentazione letteraria che assorbiva il principio cubista della scomposizione, mescolando tecniche ispirate ad altre forme d’arte, visive e musicali. 

Anche per questo carattere troppo innovativo e poco accessibile i suoi primi racconti e romanzi avevano avuto notevoli difficoltà di pubblicazione e scarsa diffusione.  L’Autobiografia determina uno scostamento verso soluzioni meno complicate e radicali: la sintassi si fa più lineare, la paratassi meno ostentata, il ritmo adeguato alla narrazione. Questa messa a punto stilistica – resa con eleganza nella traduzione di Alessandra Sarchi nella più recente edizione per Marsilio –  consentì alla Stein di raggiungere il successo e di parlare soprattutto negli Stati Uniti al grande pubblico, curioso di saperne di più della vita senza filtri di artisti ormai celebri e della mondanità d’Oltreoceano. 

La rappresentazione del rapporto tra Stein e Toklas è uno degli aspetti più delicati del libro: Alice, piccola, minuta, con gli zigomi pronunciati e il naso sottile, è spesso ritratta in ruoli domestici, di massaia, di segretaria, dattilografa, giardiniera, ricamatrice.  Mentre Gertrude (di cui Hemingway scrive che “era molto grossa” e che “faceva pensare a una contadina dell’Italia settentrionale”) si intrattiene con gli artisti, pensando ai destini dell’arte e della letteratura, ad Alice è affidato “il compito di parlare con le mogli”, magari “di cappelli e di profumi” («I geni venivano e stavano con Gertrude Stein; le mogli, con me»).  Questa asimmetria, letta con sensibilità contemporanea, può suonare come subalternità; se invece si colloca il legame nel contesto delle relazioni – peraltro tra donne – del primo Novecento, si comprende quanto profonda fosse la loro intimità e simbiotico il loro rapporto durato quasi quarant’anni.  Non bisogna poi escludere che questa rappresentazione di Alice al servizio del mito Stein possa non essere del tutto vera e rientri in quella strategia narrativa di cui abbiamo già parlato. 

Gertrude muore nel 1946, Alice nel 1967. Alice chiede di condividere alla sua morte la stessa sepoltura a Père Lachaise, facendo incidere il proprio nome sul retro della lapide della Stein. Era proprio come scritto nell’Autobiografia: ad Alice piaceva avere una bella vista, ma preferiva avercela alle spalle.

p. s. Il 27 luglio scorso, a ottant’anni dalla morte di Gertrude Stein, “Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Deborah Levy, il cui prossimo romanzo in uscita a ottobre per NN editore si intitola Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire e riproporre l’opera della Stein che in Italia resta in gran parte introvabile. Dice Deborah Levy: “Stein ha rivendicato il diritto non solo di sentire ma anche di pensare…” E l’intervistatrice conclude: “Ogni secolo ha bisogno di qualcuno che faccia spazio a qualcosa di nuovo.”

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Parigi e gli esordi di Hemingway (1921 – 1926), di Gigi Agnano

Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile

Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, Parigi divenne il punto d’incontro di una generazione di scrittori americani che cambiò il corso della letteratura del Novecento. Erano spiriti ribelli, disgustati dal conservatorismo politico e sociale del proprio Paese, dal puritanesimo e dal proibizionismo, attratti nella capitale francese sì da un tasso di cambio estremamente favorevole, ma anche dalla forza magnetica di un centro culturale libero, effervescente e cosmopolita che proiettò la giovane letteratura statunitense sulla scena internazionale. La città divenne così uno dei luoghi in cui la narrativa e la poesia americane, sprovincializzandosi e superando qualche complesso di inferiorità, presero coscienza della propria forza innovativa, sbiadendo, in parte, quell’immagine di letteratura priva di tradizione, lontana dalla cultura europea se non dalla cultura tout court.

La definizione di “generation perdue”, di “lost generation”, attribuita a Gertrude Stein e resa famosa da Hemingway in Fiesta («Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere […] Siete tutti una generazione perduta […]») aiuta a classificare il fenomeno, ma non ne coglie la complessità. A Parigi non nacque un’avanguardia artistica o una “scuola”, ma si riversò un’ondata di romanzieri, poeti, giornalisti, editori e librai che avevano visto gli orrori della guerra e volevano riprendersi la vita. Condivisero spazi, riviste, letture, indirizzi e frequentazioni. Una  topografia della scrittura che comprendeva librerie e piccole case editrici, caffè, bistrot, appartamenti modesti e salotti di mecenati, concentrati sulla Rive Gauche, tra Montparnasse, il Quartiere Latino, Saint-Germain-des-Prés e l’Odéon.

Fra tutti i luoghi della Parigi anglofona, Shakespeare and Company occupò una posizione centrale. La libreria fu fondata da Sylvia Beach nel 1919 in rue Dupuytren e trasferita nel 1921 alla vicina rue de l’Odéon, proprio di fronte ad un’altra libreria-mondo, la Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier. Shakespeare and Company era un negozio di libri in lingua inglese, ma anche una “lending library” (non essendoci i soldi per comprare i libri, si prendevano in prestito), un recapito postale per espatriati, un punto d’incontro della comunità artistica parigina. Molti americani vi si recavano appena arrivati in città, ancor prima di trovare un alloggio stabile; la libreria funzionava come presidio culturale, luogo di lettura, di reading pubblici, di discussione tra autori. Sylvia Beach svolse una funzione cruciale: libraia, promotrice culturale, consigliera, organizzatrice di eventi e di relazioni, editrice coraggiosa (a lei si deve la pubblicazione il 2/2/22 dell’Ulisse di Joyce), fu la figura che seppe trasformare un esercizio commerciale in un’istituzione essenziale per la coesione, la crescita e la promozione di quella comunità letteraria sempre più consistente di artisti espatriati. 

Un altro centro nevralgico era la casa di Gertrude Stein (1874-1946) a rue de Fleurus, dove abitava prima con il fratello Leo e poi solo con l’amica e compagna Alice B. Toklas. Presente a Parigi dal 1903, collezionista e scrittrice sperimentale, grande amica di Matisse e di Picasso, la Stein incarna, più di chiunque altro, lo spirito modernista del suo tempo, e il suo salotto parigino diventa il luogo d’incontro di pittori, scultori, musicisti e scrittori rivoluzionari. In “Festa mobile”, il libro di memorie degli anni di formazione a Parigi uscito postumo nel ‘64, Hemingway si chiede: “Che cosa sarebbe stata la letteratura americana senza la Stein, senza la sua presenza a Parigi nel primo dopoguerra?”

Ernest Hemingway era un assiduo frequentatore di casa Stein. Aveva ventidue anni quando arrivò nella capitale francese alla fine del 1921 con la prima moglie Hadley. Come racconta in “Addio alle armi” (1929), il giovane Ernest aveva partecipato alla prima guerra mondiale da volontario assegnato alla Croce Rossa sul fronte italiano, dove era stato gravemente ferito per portare in salvo un commilitone. Rimpatriato,  dopo quell’esperienza in Europa, considerava la vita negli Stati Uniti – era nato in Illinois e la famiglia si era stabilita in Michigan – gretta e provinciale e meditava di tornare in Italia. Fu Sherwood Anderson, all’epoca già famoso e che veniva da un lungo soggiorno in Francia, a consigliargli Parigi: se voleva seriamente impegnarsi a diventare uno scrittore, era lì che doveva andare. Anderson gli scrisse varie lettere di presentazione in cui lodava il “talento straordinario” del giovane Ernest per Gertrude Stein, James Joyce, Sylvia Beach e Ezra Pound. Hemingway conobbe Gertrude Stein nel marzo del ‘22 e presto le farà leggere alcuni racconti e poesie senza ricevere giudizi lusinghieri: doveva “riscrivere” perché la gran parte di quel materiale era “inaccrochable”, impubblicabile. Ciononostante, Hemingway continuò a frequentare casa Stein (“calda, accogliente, con buon cibo e ottimi distillati”) e i due diventeranno amici. Con Joyce invece (che era odiato dalla Stein) gli incontri furono sporadici e formali, ma improntati a stima reciproca. All’uscita dell’Ulisse nel ‘22, Hemingway scrive ad Anderson di un libro “dannatamente meraviglioso”, mentre l’irlandese dirà dell”americano che è “forte come un bufalo”. Molto più frequenti sono gli incontri con Sylvia Beach di Shakespeare and Co. di cui diventò il “miglior cliente” (sono parole della Beach, riferendosi ai tanti libri presi in prestito). Di Ezra Pound Hemingway scriverà in “Festa mobile”: “era lo scrittore più generoso che io abbia mai conosciuto e il più altruista. Stava sempre facendo qualcosa di concreto per poeti, pittori, scultori e scrittori in cui credeva e avrebbe aiutato chiunque, credesse in lui o meno, se si trovava in difficoltà. Si preoccupava di tutti”. Pound provò a proporre dei racconti di Hemingway ad alcune riviste, ma furono in un primo momento tutti respinti.

Oltre alle lettere di presentazione, Anderson diede all’amico Ernest anche l’indirizzo di un hotel, il Jacob, dove lui e la moglie potevano stare con una spesa irrisoria fino a quando non avrebbero trovato un appartamento.

La stagione parigina di Hemingway si lega al Quartiere Latino, alla zona di place de la Contrescarpe (prende un appartamento a rue du Cardinal Lemoin 74) e ai percorsi quotidiani che dal suo alloggio lo conducevano verso i caffè, le librerie e i luoghi dove si incontravano gli artisti. Come la Closerie des Lilas a Montparnasse, ricordata anche per gli incontri con Francis Scott Fitzgerald (che però aveva conosciuto al bar Dingo in rue Delambre), o La Rotonde, Le Dôme, Le Select, La Coupole, il Café Napolitain sul Boulevard des Italiens o la Brasserie Lipp e Les Deux Magots a Saint-Germain des Prés, frequentato anche da Joyce. Nella casa di rue Lemoin, in quegli anni, Hemingway ospita John Dos Passos, conosciuto in un breve incontro sul fronte italiano e destinato a diventare suo buon amico. Dos Passos era un grande viaggiatore e usava Parigi come punto di partenza per i suoi numerosi giri in Europa. Nel decennio successivo i due partiranno insieme per la Spagna dove partecipano alla Guerra Civile.

Questi sono gli anni in cui Hemingway – che sbarca il lunario facendo il giornalista – matura la sua avversione per il fascismo che andava affermandosi non solo in Italia. In un articolo del ‘22 per il Daily Star dalla Liguria scrive dei fascisti: “Non fanno distinzione tra socialisti, comunisti e repubblicani. Li considerano tutti Rossi e pericolosi”; e ancora: “Sono giovani, duri, ardenti, intensamente patriottici, di solito belli della bellezza giovanile delle razze meridionali e fermamente convinti di avere ragione. Sono ricchi del valore e dell’intolleranza della giovinezza”. Nel gennaio ‘23, inviato dal Daily a Losanna, vede Mussolini in carne ed ossa, in camicia nera e ghette bianche, e scrive un articolo dove lo definisce “il più grande bluff d’Europa”, capace solo di “rivestire piccole idee di grandi parole”.

Sul piano letterario, il soggiorno parigino fu determinante. In questi anni nacquero Three Stories and Ten Poems (1923), In Our Time (1925), altri racconti tra cui The Killers (che nel ‘45 diventa un film con Ava Gardner e Burt Lancaster) e soprattutto The Sun Also Rises, il suo primo romanzo del 1926, pubblicato in Italia come Fiesta. Ma la vera importanza del periodo trascorso a Parigi non sta soltanto in quelle opere. In quegli anni legge Turgenev, Tolstoj, Checov, Gogol e Dostoevskij; Henry Fielding, Yeats, Conrad, D. H. Lawrence, T.S. Eliot e Joyce; Stendhal e Flaubert, che avranno – in particolare quest’ultimo – un’influenza decisiva sul suo stile, sull’approccio alla scrittura in termini di disciplina e di osservazione (“l’occhio”), laddove la Stein e soprattutto Joyce gli avevano insegnato l’importanza del ritmo, della musicalità della frase (“l’orecchio”). Da questa miscela nasce una prosa nuova: anti-retorica, romantica in un modo inedito, seducente, intensa, di dialoghi asciutti e veloci.

Hemingway lascia Parigi nel 1926 prima dell’uscita di Fiesta, quando Hadley, la prima moglie, scopre la relazione con Pauline, giornalista di moda di Vogue Francia. Inizia un periodo di viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove completa il suo primo autentico capolavoro iniziato nella capitale francese, quell’ Addio alle armi che lo consacra come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Tornerà a Parigi nel ‘27 per sposare Pauline e poi solo per brevi periodi negli anni Trenta. Aveva tradito Hadley e in futuro non mostrerà alcuna riconoscenza per i suoi mentori Sherwood Anderson e Gertrude Stein e per altri amici che gli avevano dato una grossa mano (tra questi Fitzgerald)… ma questa, come si dice, è un’altra storia… Qualche tempo dopo la tragica morte nel ‘61, il nipote Sean scrive: “Per mio nonno Parigi fu semplicemente il miglior posto al mondo per lavorare, e rimase per sempre la città più amata.” 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Il nostro primo cartaceo, uno spazio per profili esitanti, di Gigi Agnano

Molti genitori – per la verità, sempre meno – si prodigano con sforzi titanici perché i figli leggano. Credono, a ragione, che i libri li migliorino, li armino per la vita, arricchiscano il loro vocabolario e affilino la capacità di argomentare un pensiero, una tesi. E i risultati balzano agli occhi: chi ha “studiato” sfoggia un’eloquenza trionfante, che trasmette sicurezza e contagia. Pendiamo dalle labbra di chi articola alla perfezione una riflessione che noi non avremmo mai saputo esprimere così bene. Sono coloro che, qualunque cosa dicano, la dicono in modo impeccabile. E più il ragazzo proviene da un retroterra svantaggiato, più la nostra ammirazione cresce. Giustamente.

Eppure, a me i libri – la narrativa in particolare – hanno insegnato a balbettare. Ho sviluppato una balbuzie interiore, un’incertezza cronica: non riesco a enunciare un concetto senza dubitarne, senza vacillare. Per certi versi, credo che i libri mi abbiano nuociuto più che giovato, rendendomi “un insicuro della madonna”, come dice un amico. E più invecchio, più leggo, più peggioro. Mi conforta però scoprire, anche attraverso l’esperienza di questa piccola ma onesta rivista, che questa balbuzie è una modalità profonda della letteratura. Un’esitazione che non è solo stilistica, che frammenta il discorso, che ripete, dubita e che molto spesso tace. È la cifra di autori che non raccontano per risolvere, ma per scavare nel silenzio, in quel vuoto dove il linguaggio si perde.

Uno dei motivi per cui amiamo Calvino – abbiamo dato il via al Randagio il 15 ottobre 2023, giorno del centenario della sua nascita – è anche per il suo “pensiero balbuziente”. Palomar vorrebbe “guardare un’onda e basta”, ma il mare ne produce infinite varianti, obbligandolo a un’osservazione che si corregge continuamente, come il balbuziente esausto che riavvia la frase. Antonino Paraggi in “L’avventura di un fotografo” (di cui parla Dino Montanino in questo volume) ripete: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. Ci piacciono autori senza sguardo predatorio sulla realtà, che si perdono nel caos, indecisi, balbuzienti, con il pudore di tornare sul già detto.

Così Beckett con i suoi loop ossessivi, Kafka arrovellato su accuse mai chiarite, Virginia Woolf nei flussi impetuosi, ma anche nei singhiozzi e nelle esitazioni, Celan che frammenta la sintassi di una lingua non sua, o, per arrivare ai giorni nostri, la protagonista muta di Lezioni di greco di Han Kang, i monologhi sospesi di Jon Fosse in Vaim (si veda l’articolo).

In troppi romanzi del nostro tempo, chi scrive pretende di “dare voce” a migranti, emarginati, vittime di traumi e violenze, di consegnare un “messaggio” di diverse centinaia di pagine ai posteri, laddove basterebbe un post, uno slogan o un whatsapp. È ammirevole – non si discute -, ma lo scrittore raramente prova davvero la sofferenza dell’altro; spesso parla da estraneo, con l’eloquenza fluida di chi osserva da troppo lontano, imponendo narrazioni che “risolvono” il dolore e alleviano la coscienza del lettore. Il mercato, per esempio, inonda gli scaffali di doppioni seriali di dame dolenti ma emancipate dell’800, di romanzi storici confusi e deludenti sia nella fiction come nella parte storica, biografie imbarazzanti, con copertine clonate e trame omologate da editori aggressivi, che privilegiano il conformismo commerciale. Preferiamo chi nelle storie entra in punta di piedi, chiedendo scusa e permesso ai protagonisti: chi non risolve casi, chi pone domande anziché dare risposte, chi balbetta il limite della propria voce, esita, tace, lascia crepe perché sia l’altro a parlare. O rallenta i tempi narrativi contro i ritmi roboanti da serie TV o social (leggi Edoardo Pisani sull’ultimo McEwan).

Nell’autofiction imperante, che ibrida privato e pubblico, amiamo Didier Eribon (articolo di Francesco Ferrari) – nato in condizioni di disagio economico e culturale nella classe operaia francese, estraneo al suo ambiente – e il suo sentire “altro, diverso”. O l’ultimo Gospodinov de Il giardiniere e la morte, che tratta la scomparsa del padre con poesia autentica, senza cliché sdolcinati (vedi la recensione).

Sono solo pochi esempi della letteratura che ci piace e che proviamo a proporre in questo volume: voci balbettanti, eticamente umili, che dubitano e tacciono per rivelare l’essenziale. Non ci accontentiamo di storie interessanti: pretendiamo libri che durante la lettura ci rendano attivi, che stimolino la fantasia anche a vagare in pensieri diversi e lontani da quelli della pagina. Siamo devoti e grati ai libri in quanto cantieri di visioni e leggiamo per passione, non per vincere dibattiti, ma per educarci al dubbio e alla balbuzie. 

Questo anima il primo numero cartaceo de Il Randagio: uno spazio per profili esitanti, narrazioni frammentate, silenzi condivisi. Qui, la balbuzie non è inciampo, ma essenza genuina di una letteratura che entra piano e ascolta i vuoti, che, farfugliando, incespicando sulle sue stesse parole, costruisce mondi autentici per quanto immaginati. Buona lettura 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.