Intervistiamo il professor Francesco Fiorentino, critico letterario e scrittore, uno dei direttori di «Quai Voltaire», la nuova collana di classici francesi con testo a fronte nata dalla collaborazione tra il Seminario di Filologia francese e l’editore Les Flâneurs. Tra i curatori e traduttori dei volumi già usciti figurano Ivanna Rosi, Pietro De Marco, Silvia Lorusso e Teresa Lussone.
Professore, come nasce questa nuova collana, «Quai Voltaire»?Qual è il criterio che unisce i titoli che avete scelto di pubblicare?
L’editoria italiana attraversa un momento difficile dopo il boom di lettori all’epoca del Covid. E chi ne sta facendo le spese sono soprattutto i classici. Per chi come me ha conosciuto per età la straordinaria BUR grigia del dopoguerra è un colpo al cuore. Il Seminario di Filologia francese, che raccoglie numerosi professori universitari di letteratura e lingua francese, e l’editore Les Flâneurs hanno dunque pensato a una collana prevalentemente di testi brevi dedicata a classici francesi conosciuti ma anche misconosciuti. Questi volumetti, in un elegante formato, potranno essere utilizzati nei corsi di letteratura, ma soprattutto costituire per i lettori curiosi straordinarie sorprese.
La scelta del testo a fronte non è mai neutra:è un ponte verso l’originale ma anche una sfida per il traduttore.A quale tipo di lettore vi state rivolgendo?
Come dicevo, destinatari saranno lettori sofisticati che amano scoprire tesori nascosti. Il testo a fronte è una sfida per il traduttore non solo col testo da tradurre ma anche con i suoi lettori che possono valutare la bontà delle scelte compiute. Insomma, la lettura diventa una doppia sfida, con l’autore e il traduttore… Una sfida divertente e proficua.
Il primo volume èReginadi Lamartine.Lamartine è uno dei grandi autori del Romanticismo, eppureReginaè rimasto un testo marginale e confinato nell’ombra rispetto a opere più celebri comeGraziellaoRaphaël. Come si spiega questo lungo oblio editoriale e cosa rende importante la riscoperta diquestotesto?
Regina inaugura la collana anche perché rappresenta una sfida che ne sintetizza il senso e gli scopi. Lamartine è un grande autore d’epoca romantica da una cinquantina d’anni trascurato in ragione di un’immagine falsa di lui, come autore sentimentale. Regina, racconto sconosciuto anche in Francia, ne mostra un altro volto, più autentico.
Il secondo volume èLa Femme auteurdi Mme de Genlis. Nel romanzo viene raccontata la vicenda di Natalie, che decide di intraprendere la carriera di scrittrice malgrado questa possa rivelarsi unostacolo alla felicità amorosa. Che cosa ci racconta oggi questa vicenda?
LaFemme auteur è un testo importante nella storia dell’emancipazione femminile, oltre che un bellissimo racconto. Si trova all’intersezione tra la concezione rousseauiana che chiude la donna nelle funzioni domestiche e le istanze femministe che si sono sviluppate a partire dalla fine del Settecento. I lettori e soprattutto le lettrici saranno colpiti dalla sua scoperta.
Può darci qualche anticipazione sui prossimititoli che andranno ad arricchire questa collana?
Ci sono stati proposti due bei titoli novecenteschi. Da una parte La pace tra gli animali, un testo poco conosciuto di Colette, che degli animali sa cogliere i caratteri, gli umori, le passioni; dall’altra il più bel racconto di Drieu la Rochelle, Fuoco fatuo, da cui è stato tratto l’indimenticabile film di Louis Malle.
Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
Settant’anni fa, il 23 ottobre 1956, Budapest si sollevò contro la dittatura e la presenza militare sovietica. Fu una rivoluzione breve: in meno di due settimane fu soffocata dai carri armati e dall’aviazione dell’Armata Rossa, inviata da Mosca sotto il comando del maresciallo Ivan Konev. Ma quei quindici giorni di sollevazione popolare divennero uno dei simboli più alti della lotta per la libertà e la democrazia nell’Europa del Novecento.
I primi a scendere in strada furono gli studenti, li seguirono operai, intellettuali e larghe fasce della popolazione. Chiedevano libertà di opinione e di stampa, riforme politiche ed economiche, elezioni a scrutinio segreto e il ritiro delle truppe straniere. Molti auspicavano il ritorno di Imre Nagy, il primo ministro che aveva già guidato una breve stagione di riforme nel 1953-55.
Per alcuni giorni Budapest sembrò assumere un volto inedito e umano. Si aprivano spazi di discussione, si liberavano prigionieri politici, rinacquero giornali e riviste, si costituirono consigli operai e comitati che prendevano in mano la gestione delle fabbriche.
Ma all’alba del 4 novembre arrivò la reazione sovietica. Con un intervento di grande portata — secondo le stime più diffuse, circa 150 mila uomini e 2.500 carri armati, sostenuti dai bombardamenti dell’aviazione — la capitale fu riconquistata, la resistenza stroncata e, per dirla con la lingua dei dirigenti sovietici, fu “ripristinato l’ordine”. Il governo di Imre Nagy, che aveva annunciato l’intenzione di portare l’Ungheria fuori dal Patto di Varsavia, cadde. Nagy fu processato con l’accusa di alto tradimento e giustiziato nel giugno 1958.
I costi di questa breve guerra civile furono enormi: secondo le ricostruzioni storiografiche più accreditate morirono circa tremila persone, migliaia furono i feriti, decine di migliaia gli arrestati e i processati. Circa 250 mila ungheresi lasciarono il paese.
In Italia la repressione provocò uno sgomento profondo. Numerosi intellettuali e militanti comunisti, o vicini al PCI, cominciarono a rivedere le proprie certezze sul modello sovietico e sui regimi dell’Est. Mentre Togliatti e la direzione del partito giustificavano l’intervento sovietico, molti iscritti e simpatizzanti (inclusa la CGIL di Di Vittorio) contestarono apertamente la linea ufficiale. Si schierarono contro l’invasione, tra gli altri, Elio Vittorini, Natalino Sapegno e Italo Calvino, ma anche Alberto Moravia, Eugenio Montale, Ignazio Silone e Carlo Cassola. Vittorini, Sapegno e Calvino furono tra i firmatari del cosiddetto “Manifesto dei 101”, un documento collettivo che chiedeva al partito di riconoscere la natura popolare della rivolta e di condannare l’intervento armato.
Il Manifesto affermava, tra l’altro, che in Ungheria non si trattava di un putsch né di un movimento organizzato dalla reazione, ma di “un’ondata di collera” nata dal disagio economico, dall’amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una via nazionale. Consegnato a l’Unità, il documento non fu mai pubblicato dal quotidiano del partito.
A settant’anni dalla rivolta, i fatti ungheresi del 1956 restano un punto di riferimento per chi ha a cuore ogni forma di opposizione ai regimi autoritari.
L’immagine dei giovani nelle piazze di Budapest conserva un’attualità sorprendente. In queste settimane, in molti paesi europei democratici, altri studenti, altri lavoratori manifestano per la casa, per la scuola e l’università, per il salario, contro la guerra, per un futuro meno incerto. Le loro istanze sono profondamente diverse da quelle del ’56, e sarebbe fuorviante forzare similitudini storiche. Resta però una costante tra quei giovani e quelli di oggi: la convinzione che il presente e il destino possano essere cambiati, e che la piazza sia ancora un luogo dove rivendicare il futuro.
Per approfondire: • György Dalos, Ungheria, 1956, Donzelli — una ricostruzione asciutta e documentata della rivoluzione e della sua repressione. • Victor Sebestyen, Budapest 1956. La prima rivolta contro l’impero sovietico, Rizzoli — una narrazione storica accessibile, attenta ai protagonisti e al contesto internazionale. • Luciano Canfora, 1956. L’anno spartiacque, Laterza — utile per collocare l’Ungheria nella crisi del comunismo internazionale e nelle reazioni della sinistra europea. • Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello, Edizioni e/o — la testimonianza di un protagonista della rivoluzione, ex capo della polizia di Budapest.
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
LeVedove di Camus: il romanzo dell’amore oltre la morte
Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: «Conosco un solo dovere, ed è quello di amare». A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze. Albert Camus, Taccuini I, 1937
«Conosco un solo dovere, ed è quello di amare». La frase può suonare come un invito, un ticchettio, un richiamo, un mantra. Nulla nell’etica può sostituirsi all’amore, non i dogmi, non le convenzioni, tanto meno le ideologie. Ma amare, nella vita vera e in particolare in quella di Albert, basta ad evitare il dolore a chi ti è accanto? Un uomo libero come Camus che vive più amori riesce con l’amore a riparare le fratture che si determinano nella vita degli altri?
Vedove di Camus, il romanzo di Elena Rui pubblicato da L’Orma, ruota intorno a queste domande e lo fa attraverso le quattro donne da lui amate e che l’hanno amato. Anche per chi non ha grande familiarità con la sua opera, il libro offre un accesso alla figura dello scrittore attraverso le relazioni e le contraddizioni della sua vita.
Il punto di partenza è l’incidente automobilistico del 4 gennaio 1960 a Villeblevin in cui Camus muore a 46 anni. Da quella tragedia prendono forma le storie di Francine Faure, Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès. Moglie e amanti condividono la perdita, ma non il medesimo posto nella vita di Albert. Nel lutto ogni donna torna al passato e racconta da un’angolazione diversa l’uomo scomparso. Quattro personalità differenti che restituiscono al lettore una narrazione con un filo conduttore: cosa resta di un amore quando chi ne era il centro non c’è più.
Intorno alle protagoniste un’ambientazione di grande fascino, una Francia intellettuale fatta di teatri, case, carteggi, libri e conversazioni.
Francine Faure
Francine Faure è la vedova riconosciuta, la donna della quotidianità familiare. Il romanzo la presenta nella difficoltà di trovare uno spazio al di fuori dei ruoli di moglie e madre, nonostante i brillanti studi di matematica e un talento da pianista. Ma questa posizione non coincide con una sicurezza affettiva. È a conoscenza dei tradimenti del marito e deve sopportare le ingerenze della famiglia che non capisce come possa sopportare le sue infedeltà. La vediamo al corteo funebre del 6 gennaio: «Ha l’aria esausta ma compita e decorosa accanto al cognato Lucien, mentre qualche personalità locale e i calciatori della squadra di Lourmarin portano la bara di Camus dalla villa al cimitero». In quella villa, Albert aveva impegnato le giornate a scrivere e Francine aveva sperato che, lontano da Parigi, sarebbe stata la sola moglie. Ma Camus spesso si stancava della monotonia familiare e andava via, mentre, al contrario, Francine restava, rendendo elegante persino la gelosia. È, probabilmente, solo nei quattro anni di pausa dalla relazione con la Casarès, 1944-48, che Francine sperimenta un senso di sicurezza affettiva. Solo allora “Albert aveva preso a cuore il ruolo di padre ed era, a suo modo, presente. […] Si era investito con slancio nella vita familiare anche per dimenticare Maria Casarès, ma non ci era riuscito“. A Francine tocca il compito delicato di occuparsi dell’opera del marito e il suo lavoro porta alla pubblicazione del primo e del secondo Taccuino. Muore, come ricostruisce la Rui, mentre Maria Casarès sta terminando l’autobiografia in cui rende pubblica la relazione con Camus.
Catherine Sellers e Mette Ivers
Con la scomparsa dello scrittore, in Catherine Sellers il desiderio di sapere quale posto abbia occupato nella sua vita diventa un’esigenza soffocante. Non le basta averlo amato ed essere stata amata, per Catherine conta anche che la loro relazione venga riconosciuta. La morte riporta infatti alla luce la consapevolezza di aver costantemente condiviso l’uomo amato “… ma esiste sempre uno sconfinamento che giustifica la gelosia e legittima la rivendicazione della proprietà“. La Sellers avrebbe voluto essere la donna della sua vita, ma avverte che Maria Casarès occupa un posto diverso, più importante, riconoscibile persino agli occhi della moglie. La fiducia che Francine riserva a Catherine, invece di rassicurarla, sembra privarla di qualcosa: essere percepita come una minaccia avrebbe forse confermato l’importanza del suo amore.
Mette Ivers è, invece, l’amante degli istanti felici: quella che non si fa mille domande, capace di amare Albert per quello che le dà. Per Mette, pittrice dal portamento fresco, Albert è stato l’amore dei vent’anni: “Intravedere – si erano conosciuti così – un gruppetto di uomini al Flore, scorgervi lo scrittore Albert Camus, essere invitata proprio da lui al loro tavolo e passare la serata a ballare nei locali notturni del Quartiere latino“. Vi è una ingenuità gradevole nella sua narrazione, quella di una donna che ha vissuto gli istanti, senza interrogare la vita.
MariaCasarès
Nelle pagine dedicate a Maria Casarès, l’amore assume il ruolo di sentimento sacro, potente, indistruttibile. Il rapporto con Camus conosce interruzioni e riprese, ma conserva una forza che lo rende un riferimento decisivo nelle vite di entrambi. “Tutta la prima parte della loro relazione, da giugno a ottobre del 1944, era stata di una intensità divorante, resa possibile anche dalla lontananza di Francine. […] Nessuno, in quel periodo, osava proiettarsi nel “dopo”: si viveva in un presente sospeso“. Alla prima notte d’amore, il 6 giugno 1944, fa seguito, nello stesso giorno di quattro anni dopo, l’inizio di una nuova stagione del loro rapporto. La coincidenza delle date dà alla vicenda quasi un ritmo romanzesco: un ritorno che sembra confermare la persistenza del sentimento. Ma neppure questa passione cancella la pluralità dei legami di Albert. La sua intensità non garantisce l’esclusività.
Rosanna Pontoriero e Gigi Agnano
Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.
Bogdanski Dolina non è su nessuna cartina geografica; pare sia da qualche parte nei Carpazi, ma sicuramente non lo trovate su Google maps. È un luogo – forse un villaggio o una città – dove l’aria “vibra come una campana viscosa” per il fetore delle discariche, dove i gabbiani tacciono e le mosche sbattono contro i vetri come prigioniere. È un piccolo mondo chiuso dove si aspetta un arcivescovo che non arriverà mai. E, nell’attesa, qualcuno scompare.
Il Nobel dello scorso anno a László Krasznahorkai ha sicuramente contribuito ad accrescere l’interesse per la letteratura ungherese, un universo narrativo ricco e complesso che comprende classici amatissimi come Sándor Márai, Imre Kertész, Magda Szabó e Péter Esterházy. In Italia, in particolare, già da qualche tempo, assistiamo a un lavoro editoriale e traduttivo di qualità sugli autori magiari contemporanei: Voland ha pubblicato Krisztina Tóth (Gli occhi della scimmia, 2025) e Il Saggiatore sta proponendo l’opera di Ádám Bodor (Boscomatto, 2019 e La visita dell’Arcivescovo, 2026), entrambi autori tradotti da Mariarosaria Sciglitano.
Ádám Bodor nasce nel 1936 a Cluj, in Transilvania. Giovanissimo viene condannato a due anni di carcere per “complotto contro lo stato”, in seguito studia teologia, lavora come redattore, e solo nel 1982 si trasferisce in Ungheria, dove viene assunto da un’importante casa editrice. Oggi è uno dei maggiori autori viventi di lingua ungherese, premio Kossuth nel 2003, «Artista della nazione» nel 2019.
La visita dell’Arcivescovo (Az érsek látogatása, 1999) è uno dei vertici della sua opera, da cui è stato tratto nel 2007 il film Dolina, diretto da Zoltán Kamondi, che si è aggiudicato numerosi premi nazionali e internazionali. Il romanzo, che è del 1999, è da pochi giorni nelle nostre librerie con Il Saggiatore, nella pregevole traduzione di Sciglitano, encomiabile nel restituircene la prosa asciutta e allucinata.
A Bogdanski Dolina il tempo ristagna, sospeso nell’attesa della visita di un alto prelato, di una figura messianica non meglio identificata che dovrebbe arrivare non si sa quando e da dove. Quello che avvertiamo, fin dalle prime pagine, è la puzza delle discariche di rifiuti che circondano l’agglomerato di case ammorbando l’esistenza degli abitanti. I cumuli di immondizia sono così alti da sbarrare la strada ai venti: “intorno a mezzogiorno sopra la città l’aria si offusca, e sui tetti delle case vibra solo la campana viscosa del fetore, e vi ammutoliscono dentro anche i gabbiani più feroci. Sui muri cala un silenzio che provoca torpore, si possono sentire solo le mosche che vanno a sbattere contro le finestre”.
Tra il villaggio e la discarica c’è il filo spinato e le baracche dell’Izolda, un centro d’isolamento formalmente destinato ai tubercolotici, ma nella sostanza a tutte le persone che il potere, invisibile ma onnipresente, non vuole. È lì che vengono portati i folli, i dissidenti, gli “incurabili”, cioè tutti coloro che è meglio che l’arcivescovo non veda nella sua ipotetica visita.
In quell’occasione – quando sarà e se sarà – il villaggio dovrà essere perfetto. Mentre i “ribelli” vengono reclusi e fatti sparire, gli abitanti “liberi”, se non vogliono fare brutta fine, è meglio che si comportino da vegetali. Il potere seleziona chi è sufficientemente addomesticato e quindi presentabile, distinguendolo da chi non merita alcuna cittadinanza.
L’attesa è la vera protagonista del romanzo ed è funzionale al potere: mettendo in pausa un presente orribile, rende la quotidianità tollerabile, facendo credere agli individui che il futuro sarà meraviglioso. L’attesa quindi diventa il modo attraverso cui il regime controlla con successo «una comunità di derelitti che cerca di salvarsi la pelle», come ha scritto Massimo Congiu sul Manifesto del 6 settembre scorso.
Ádám Bodor affida la narrazione al figlio adottivo della parrucchiera, gestore di un negozio che noleggia abiti eleganti, aperto solo nel fine settimana, quando la richiesta è alta perché in città si aspetta l’arcivescovo. È un cronista che osserva gli eventi da lontano, poco coinvolto nell’evoluzione degli accadimenti come nell’eccitazione dell’attesa, ma attento nel registrare l’irrazionalità di alcuni episodi o certe crudeltà disumane.
Per entrare nel clima di terrore e di violenza, apprendiamo dalla prima pagina che il tentativo di fuga dall’Izolda, dalla «baracca delle zitelle», delle sorelle Senkowitz si è concluso con l’arresto e la lapidazione delle due donne. Al linciaggio hanno provveduto gli stessi detenuti: “Non sembravano due morte, anzi nemmeno una, solo un po’ di pappetta di carne fumante con dentro straccetti, scaglie e schegge. I gabbiani non ne avevano lasciato granché”.
Le ha catturate e riportate al guinzaglio Gabriel Ventuza, un cappellano militare venuto in paese per recuperare le spoglie del padre, famoso trafficante di clandestini ucciso in circostanze rimaste oscure. La sua presenza nel villaggio lo rende testimone della vita quotidiana sotto il regime teocratico, impegnato nei preparativi per la visita.
Il racconto non ha una narrazione lineare, ma procede per accumulazione di dettagli allegorici inquietanti: il fetore, l’incombere minaccioso del filo spinato dell’Izolda, il silenzio per strada, l’incontro con figure allarmanti. In questo modo, Bodor crea un’atmosfera da incubo tale da rendere opprimente e claustrofobica anche (forse soprattutto) quella parte di mondo “libero” che si vorrebbe mostrare perfetta.
Questa narrazione delirante ed enigmatica, in un tempo sospeso e in un luogo di frontiera esistenziale, colloca Bodor nella grande tradizione dell’assurdo mitteleuropeo. Non si può non pensare a Kafka, al protagonista de Il processo o de Il castello che urta contro apparati anonimi, norme indecifrabili e autorità invisibili. O a Hrabal e Kundera per l’ironia, il comico, il grottesco inseriti nelle tragedie della Storia. O a Buzzati de Il deserto dei Tartari per l’attesa inquietante e il realismo fiabesco dello stile.
O, infine, a un altro capolavoro dell’Europa orientale post-totalitaria: quel Cronorifugio di Georgi Gospodinov, che descrive una tendenza della società a fuggire dal presente per rifugiarsi in un passato idealizzato; laddove, all’opposto, per gli abitanti del villaggio di Bodor è la promessa di un evento futuro che non si realizza a condizionare il presente. In buona sostanza, entrambi questi grandi autori rappresentano una società in crisi: in Gospodinov l’umanità vuole tornare indietro, in Bodor non riesce ad andare avanti.
C’era una vecchia canzone di Venditti dei primi anni settanta che ripeteva ossessivamente un unico verso: “Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà”. Bodor non ha dubbi: non cambierà un bel niente, non arriverà né l’arcivescovo, né la redenzione, né il cambiamento. Non a caso Krasznahorkai ha definito Bodor “l’autore più spietato e crudele della letteratura est-europea” e La visita dell’Arcivescovo sicuramente ce lo conferma.
P. S. Qualcuno avrà notato che, nella trasmissione radiofonica “La Pennicanza”, Fiorello propone col suo spirito consueto il personaggio del poeta dell’Est malinconico e banale, e che quel personaggio si chiami proprio Adam Bodor! Come L’insostenibile leggerezza dell’essere a metà degli anni Ottanta deve molta della sua notorietà in Italia agli sketch televisivi di D’Agostino a “Quelli della notte”, così possiamo augurarci che Bodor, grazie a Fiorello, abbia analogo successo.
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
“ … ho sempre apprezzato i piaceri del ricamo e del giardinaggio. Adoro i quadri, i mobili d’arredamento, gli arazzi, le case e i fiori, perfino la verdura e gli alberi da frutto. Mi piace avere una bella vista, ma preferisco starmene seduta avendola alle mie spalle.”
“If you must do a thing do it graciously”
L’Autobiografia di Alice B. Toklas di Gertrude Stein, pubblicata nel 1933, è un’opera che determina reazioni contrastanti: affascina per la ricchezza aneddotica con cui restituisce la scena artistica parigina d’inizio Novecento, ma può disorientare quando la scrittura si fa autoreferenziale, con pagine che paiono più esercizi di autoaffermazione che memorie. Non è un romanzo e non si muove sulle coordinate del memoir convenzionale: quando Pavese ne consegnò la traduzione, Einaudi volle pubblicarla – era il 1938 – non nella narrativa ma nella collana di saggistica, a dimostrazione della natura ibrida del libro. Al di là delle classificazioni, il lettore ha l’impressione di percorrere un’interessante galleria di ritratti, accompagnato da una guida lucida e brillante che però tende più volte a mettersi al centro della scena.
Questa sensazione nasce da una scelta narrativa precisa: Stein affida la parola ad Alice Toklas, compagna di vita della scrittrice, ma utilizza quella voce per mettere in scena se stessa. Fa dire ad Alice, per esempio, di aver «conosciuto nella sua vita tre geni», includendo esplicitamente Gertrude Stein; o che «è la più grande scrittrice vivente in lingua inglese». Nel libro Alice parla, ma a scrivere è la Stein. Qualcuno ha visto in questo modo di procedere un’intuizione letteraria, un distanziamento ironico che permette all’autrice di giocare con la propria immagine, o un modo anche dissacrante di trattare la definizione abusata di “genio”. Purtroppo non sapremo mai quanta ironia ci fosse dietro certe esagerazioni ricorrenti. Sicuramente la Stein aveva un’alta considerazione di sé, un po’ come il suo grande amico Picasso. Ed è evidente il dispositivo retorico: lasciare che una voce terza si presti all’elogio, evitando di esporsi direttamente con dichiarazioni in prima persona; un espediente originale e, a tratti, provocatorio (qualcuno dice “puerile”) per essere riconosciuta e ricordata. Non è escluso che Gertrude temesse in qualche modo di poter essere messa in ombra dai grandi artisti di cui parla, in particolare dagli scrittori giunti al successo grazie anche al suo aiuto e ai suoi consigli, laddove le sue opere fino a quel momento avevano fatto fatica anche a trovare un editore. Quest’escamotage retorico, frutto anche di una malcelata frustrazione, può disturbare, ma finisce per intenerire il lettore se si tiene conto della grandezza e dell’importanza della Stein per l’arte e per la letteratura del primo Novecento.
Nella galleria steiniana, anche figure di primo piano – Picasso, Matisse, Braque, Juan Gris, Ezra Pound, Apollinaire, Hemingway, Fitzgerald e tante altre – sembrano comparse che orbitano intorno ad un unico protagonista, funzionali a mettere in rilievo la voce narrante. Questa funzione di «spalla», con pose, tic, vizi, manie ha un duplice effetto: produce scene memorabili che ci fanno entrare nella quotidianità degli artisti, ma genera il dubbio legittimo sulla veridicità degli aneddoti (si pensi alle improbabili novanta sedute di posa che Picasso l’avrebbe obbligata a sostenere per farle il ritratto: un dettaglio spesso citato ma da molti studiosi considerato esagerato). Se l’opera sfugge a una catalogazione netta è proprio perché si muove sul filo tra verità e invenzione, testimonianza e mise en scène (oggi forse si risolverebbe definendola, del resto come quasi tutto, “autofiction”).
Nel racconto a tratti caricaturale di Alice/Gertrude, Picasso, con la sua “risata spagnola, tipo nitrito”, con gli occhi liquidi e “modi irruenti”, spavaldo, “un comandante dalla testa ai piedi”, non stava mai fermo, fumava incessantemente e amava le lunghe conversazioni notturne; Matisse, più posato ma depresso, era “un uomo straordinariamente virile”, che dipingeva indossando un cappotto e i guanti, meticoloso, sempre pronto a disegnare ogni minimo gesto dei presenti; Braque, quello più robusto e alto, “un omone”, che, agli inizi della carriera, tornava utile per sollevare i quadri da appendere; Hemingway, giovane come gli altri, ma già sicuro di sé, “furfante e imbroglione”, che la Stein considerava “il bravo allievo”, arrivava coi suoi manoscritti con la sua aria da scrittore-atleta, pronto a parlare di boxe, di stile secco e “vero”; Fitzgerald portava con sé un’aria di mondanità inquieta, in bilico tra fascino e vulnerabilità; Apollinaire, “meraviglioso”, “attraente”, insieme ironico e solenne; Ezra Pound polemico e noioso, ecc…
Per comprendere il libro è essenziale collocarlo nel contesto di casa Stein a Parigi, in quel salotto di rue de Fleurus, dove Gertrude, prima insieme al fratello Leo, poi solo con Alice Toklas, fu collezionista, scopritrice di talenti, mecenate e scrittrice. Nata nel 1874 in una famiglia agiata, ebrea di origine tedesca, dopo gli studi al Radcliffe College e un percorso medico – psicologico mai portato a termine, si stabilì a Parigi nel 1903. Qui animò il salotto più vivace della Rive Gauche, un luogo di mondanità ma soprattutto un crocevia modernista di scambio culturale e di relazioni tra pittori, scultori, scrittori, musicisti. Questi incontri influenzarono la sua sperimentazione letteraria che assorbiva il principio cubista della scomposizione, mescolando tecniche ispirate ad altre forme d’arte, visive e musicali.
Anche per questo carattere troppo innovativo e poco accessibile i suoi primi racconti e romanzi avevano avuto notevoli difficoltà di pubblicazione e scarsa diffusione. L’Autobiografia determina uno scostamento verso soluzioni meno complicate e radicali: la sintassi si fa più lineare, la paratassi meno ostentata, il ritmo adeguato alla narrazione. Questa messa a punto stilistica – resa con eleganza nella traduzione di Alessandra Sarchi nella più recente edizione per Marsilio – consentì alla Stein di raggiungere il successo e di parlare soprattutto negli Stati Uniti al grande pubblico, curioso di saperne di più della vita senza filtri di artisti ormai celebri e della mondanità d’Oltreoceano.
La rappresentazione del rapporto tra Stein e Toklas è uno degli aspetti più delicati del libro: Alice, piccola, minuta, con gli zigomi pronunciati e il naso sottile, è spesso ritratta in ruoli domestici, di massaia, di segretaria, dattilografa, giardiniera, ricamatrice. Mentre Gertrude (di cui Hemingway scrive che “era molto grossa” e che “faceva pensare a una contadina dell’Italia settentrionale”) si intrattiene con gli artisti, pensando ai destini dell’arte e della letteratura, ad Alice è affidato “il compito di parlare con le mogli”, magari “di cappelli e di profumi” («I geni venivano e stavano con Gertrude Stein; le mogli, con me»). Questa asimmetria, letta con sensibilità contemporanea, può suonare come subalternità; se invece si colloca il legame nel contesto delle relazioni – peraltro tra donne – del primo Novecento, si comprende quanto profonda fosse la loro intimità e simbiotico il loro rapporto durato quasi quarant’anni. Non bisogna poi escludere che questa rappresentazione di Alice al servizio del mito Stein possa non essere del tutto vera e rientri in quella strategia narrativa di cui abbiamo già parlato.
Gertrude muore nel 1946, Alice nel 1967. Alice chiede di condividere alla sua morte la stessa sepoltura a Père Lachaise, facendo incidere il proprio nome sul retro della lapide della Stein. Era proprio come scritto nell’Autobiografia: ad Alice piaceva avere una bella vista, ma preferiva avercela alle spalle.
p. s. Il 27 luglio scorso, a ottant’anni dalla morte di Gertrude Stein, “Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Deborah Levy, il cui prossimo romanzo in uscita a ottobre per NN editore si intitola Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire e riproporre l’opera della Stein che in Italia resta in gran parte introvabile. Dice Deborah Levy: “Stein ha rivendicato il diritto non solo di sentire ma anche di pensare…” E l’intervistatrice conclude: “Ogni secolo ha bisogno di qualcuno che faccia spazio a qualcosa di nuovo.”
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.