VideoIntervista a Igort per “A cavallo con i poeti” (Einaudi, 2026), di Loredana Cefalo

Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?

​Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.

​In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).

​Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.

​A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.

​Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.

​Buona lettura.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Claudia De Medio sulla traduzione di “La infanticida” di Víctor Català, di Chiara Sagheddu

Catalogna, 1898

Caterina Albert i Paradís presenta la sua opera La Infanticida ai Jocs Florals, conquistando la giuria e sconvolgendo il pubblico per la crudezza del linguaggio, la scabrosità della tematica – immediatamente riconoscibile dal titolo – e per la violenza con la quale viene affrontata. A seguito dello scandalo suscitato dalla ricezione dell’opera, l’autrice decide di adottare lo pseudonimo maschile di Víctor Català (L’Escala, 11 settembre 1869 – 27 gennaio 1966), con cui passerà alla storia quale esponente di spicco del Modernisme, movimento tutto catalano ((da non confondere col Modernismo spagnolo) che costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo. 

A parlarci del testo è Claudia De Medio, giovane catalanista e traduttrice dell’opera, pubblicata in Italia per Cue Press lo scorso luglio.

È un testo crudo, violento: cosa ti ha spinto a volerlo tradurre? 

Ho conosciuto Víctor Català all’università e, fin da subito, mi disturbava l’impossibilità di leggere i suoi testi, non padroneggiando ancora il catalano. Già da allora, nella mia mente, vagheggiavo l’idea di tradurlo: era insostenibile che questo testo non potesse essere letto dagli studenti. Era necessario. 

C’è stato un elemento che ti ha colpito più di altri, la prima volta che lo hai letto?

A colpirmi di più è stata l’empatia che ho sentito per il personaggio di Nela, protagonista e unica voce dell’opera. Il fatto che fosse rinchiusa in un manicomio e che da lì raccontasse la sua tragica storia. Credo, quindi, una sorta di volontà di riscattarla, di far conoscere la sua versione dei fatti. Certo, lei è colpevole, e lo rimane; colpevole di aver ucciso un essere umano, però, attraverso la sua storia capiamo sempre di più perché lo ha fatto. La cosa che mi ha colpita di più è stata riuscire ad empatizzare con un personaggio che commette un atto estremamente violento, e ricercarne le ragioni nella storia che racconta, nei personaggi che la circondano, scandagliando la componente psicologica e andando al di là della mera accusa giuridica. Mi dispiace per lo spoiler, ma in fondo il titolo è piuttosto esplicito.

Cosa pensi che resti al pubblico del personaggio di Nela?

Tanta tristezza. Tanta ricerca di comprensione. Immagino che la reazione di ogni lettore dipenda, com’è naturale, dal retroterra culturale di ognuno, dal modo di pensare e da una serie infinita di variabili, però sono convinta che non possa restare solo la figura di Nela come di un’assassina, ma che emerga soprattutto la sua solitudine, il fatto di essere stata abbandonata da chi avrebbe dovuto starle vicino, e che invece non ha fatto altro che vessarla in ogni modo possibile. Per cui sì, lei è colpevole, però c’è, al contempo, una forte empatia che spinge il fruitore a cercare di comprendere: come mai? quanta percentuale di colpa ha il personaggio di Nela e quanta, invece, chi la circonda?

Immagino che la ricezione di un’opera dipenda anche dal fattore generazionale. Insomma, magari la generazione dei nostri nonni leggerebbe questo testo con occhi diversi…

Sicuramente sì, perché oggi esiste una sensibilità diversa rispetto ai temi legati alla maternità: c’è molta più consapevolezza. La generazione dei nostri nonni probabilmente non si interrogava sulla depressione post-partum e, forse, nemmeno sulla possibilità che avere un figlio potesse risultare difficile da conciliare con il proprio progetto di vita. Avere una famiglia e dei figli era percepito come qualcosa di naturale, se non necessario, rispetto a cui tutto il resto passava in secondo piano. 

Questo testo è nel 1898. È straordinario che una donna abbia avuto l’audacia di parlare di infanticidio, in questi termini e in quell’epoca.

Sì, lo è. Soprattutto se consideriamo che Caterina viene da una piccola realtà rurale della Catalogna. Oggi si parla tanto di maternità, ma non più come di qualcosa di idilliaco: se ne parla sempre di più nella sua problematicità. Non si discute solo di quanto sia bello essere madri, ma anche di cosa comporta esserlo, da un punto di vista professionale, ma anche più privato, intimo. Il fatto che l’autrice, a fine Ottocento, riesca ad andare al di là di questa visione, beh, sì: è straordinario. 

E il personaggio di Reiner invece? Il padre della bambina… cosa resta di lui al pubblico?

Tanta delusione, tanta rabbia. Il personaggio di Reiner appartiene a una classe sociale molto più elevata rispetto a quella di Nela: lei è una ragazza del popolo, vive e lavora con i fratelli in una casa di campagna, in mezzo agli animali. Reiner è un ragazzo di città, ricco, affascinante, che balla con tutte le ragazze del paese e che non ha certo alcun interesse a sposare una ragazza povera. Lo spettatore attento si rende conto fin da subito che il suo obiettivo è ingannarla. Nela, però, non possiede i mezzi per riconoscere quell’inganno: è orfana di madre e non ha nessuno con cui confrontarsi – non un’amica, né una zia, né una figura femminile che possa guidarla. Questo suscita rabbia nello spettatore, ma allo stesso tempo gli permette di empatizzare con il personaggio di Nela e di comprendere sempre meglio il gesto che compirà.

Adesso parliamo del processo di traduzione. Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare in quanto traduttrice?

Trattandosi di un testo del 1898, direi che la sfida principale sia stata adattare la lingua. Si tratta di un linguaggio arcaico e, non esistendo un dizionario aggiornato catalano-italiano, ho dovuto lavorare molto con monolingue. Questo ha reso il processo meno immediato, anche se probabilmente più accurato. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata confrontarmi con una lingua antica e con un linguaggio fortemente rurale. L’autrice fa spesso riferimento a elementi della casa e del lavoro nei campi molto specifici, appartenenti a una sfera semantica che io non domino appieno, per cui molti termini mi risuonavano sconosciuti.

Durante l’ultima presentazione del libro, a Barcellona, hai parlato di alcuni elementi culturospecifici che ti hanno messa in difficoltà, di passi più ostici che hai faticato a rendere al meglio: faresti qualche esempio?

Alla fine del monologo c’è un passo che mi ha fatta dannare: è il momento in cui la neonata – non casualmente una bambina – viene gettata nel mulino. Le pale la inghiottono e la macchina continua a girare. Il rumore che ne segue viene paragonato dall’autrice al suono che fa la coca quando viene schiacciata. Qui la faccenda si complica. Tanto per cominciare, che cos’è la coca? È una pietanza tipica della Catalogna, friabile e croccante, che fa il rumore che potrebbero fare altri prodotti da forno come i crackers, o il pane carasau. La tendenza della traduzione moderna è quella di rimanere fedele al testo di partenza, tentando di lasciare invariati gli elementi culturospecifici, laddove possibile. E, se si trattasse di un romanzo, non ci sarebbe nessun problema a lasciare «coca» e inserire in nota una spiegazione della scelta. Il punto è che si tratta di un’opera teatrale e, si sa, a teatro l’immediatezza è tutto, per cui l’attrice non può certo interrompere il monologo, distruggendo il climax, per spiegare allo spettatore italiano che non si tratta né di una Coca-Cola, né di cocaina. Così ho dovuto fare una scelta: l’ho tradotto con «vetri rotti».

Molti sostengono che una traduzione sia un lavoro di creazione artistica a tutti gli effetti, e che quindi il traduttore sia anche co-autore del testo. Tu ti senti co-autrice di quest’opera?

Sì e no. In parte sicuramente sì, perché penso che il compito principale del traduttore sia quello di generare un testo che sia fedele all’originale, con tutte le problematicità che il termine fedele comporta in traduzione, ma anche leggibile, godibile e immediato per il fruitore. E per far sì che una frase suoni in maniera naturale, chi traduce deve obbligatoriamente operare dei cambi. Ci sono due componenti fondamentali: creazione artistica ed empatia con il personaggio. Per cercare di capire la frustrazione di Nela, per rendere la sua disperazione raccontata da dentro un manicomio, sono dovuta entrare nel personaggio, nella sua mente, per cercare di tradurla nel migliore dei modi. Quindi sì, in parte il traduttore è co-autore, anche perché la traduzione cambia da persona a persona. La mia traduzione è diversa da quella che avrebbero potuto fare nel 1898, così come sarebbe diversa se fatta tra cento anni, o da un’altra persona.

Qual è l’eredita che L’infanticida lascia al lettore? E a te, in particolare?

Una forte consapevolezza di quanto il luogo d’origine condizioni tutta la nostra esistenza. A Nela succede quello che succede perché nasce in quell’epoca, in quel momento e in quel luogo. Non può sfuggire. Penso che porti a riflettere su quanto siamo influenzati dal contesto, dalle relazioni che costruiamo con l’altro e da quanto questo plasmi le nostre decisioni. Al lettore resta lo spazio per una importante riflessione sulle proprie origini e su quanto siano peculiari i rapporti tra esseri umani.

Quanto sono complicate le relazioni umane…

Mamma mia, complicatissime.

La ricezione di questo testo sarà diversa in Italia, rispetto alla Spagna?

Per la mia esperienza, soprattutto catalana, penso che la Spagna e la Catalogna siano un po’ più aperte su certi temi, come l’aborto, appunto. In Italia, forse, alcuni ambienti più conservatori potrebbero avere da ridire su un testo che si intitola L’infanticida che viene rappresentato a teatro. È anche vero, però, che il mondo culturale tende a non essere un mondo conservatore. Suppongo, quindi, che il pubblico che decide di andare a vedere uno spettacolo con un titolo del genere, sia ben preparato.

Per concludere ho un’ultima domanda: considerando che si tratta di un’opera teatrale, pensi che in Italia si assisterà presto, grazie alla tua traduzione, a uno spettacolo? Magari a Torino, la tua città… 

Magari! Mi piacerebbe molto. Torino è una città in cui il teatro è molto vivo, ci sono tanti spettacoli teatrali sui grandi classici, ma anche su testi contemporanei e non italiani, quindi non lo escludo. È un testo che ha una sola protagonista, quindi il budget di produzione non dovrebbe essere spropositato. Inoltre, la scenografia è molto povera. Ho spesso vagheggiato la possibilità di creare un gruppo teatrale con i miei studenti, e di far interpretare Nela a più studentesse che imparano solo una parte. Chissà… in fondo è un testo godibile, anche nel 2026 o negli anni a venire, perché il tema è interessante e, in un certo senso, evergreen. La storia della letteratura ci insegna che la maternità non cesserà, dall’oggi al domani, di essere una tematica “fertile” – perdona il gioco di parole – e poi, le relazioni umane non cesseranno mai di essere complicate. Insomma, per rispondere alla tua domanda: perché no?

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Intervista a Roger-Pol Droit per “Alice nel paese delle idee” (Longanesi, 2026, trad. Alba Bariffi), di Silvia Lanzi

Cosa succederebbe se Lewis Carroll e Jostein Gaarder si incontrassero? Di che tenore sarebbe la loro conversazione?

Un’idea in tal senso potrebbe darcela Alice nel paese delle idee, l’ultimo libro del francese Roger-Pol Droit, che sembra coniugare perfettamente i due mondi che coinvolge, oltre alla ragazzina eponima, anche creature alquanto bizzarre – al lettore scoprirle.

Ne risulta una storia agevole e ben scritta, in cui la protagonista intraprende un viaggio per dare una risposta alla domanda, fondamentale – come dobbiamo vivere?

Leggendolo, non ci si trova davanti al “consueto” Bildungsroman che esplora il percorso di crescita, maturazione e formazione psicologica della protagonista – Alice.

Il libro si nutre di altre suggestioni che lo accostano al pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”, a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino e ad un altro libro che mi è molto caro: “Storia della filosofia” di Luciano De Crescenzo.

Finito il libro ho sentito la necessità di saperne di più e ne ho contattato l’autore, persona poliedrica – filosofo, giornalista, scrittore ed insegnante – estremamente gentile e disponibile.

Ecco cosa ci siamo detti.

Come è nata l’idea di Alice e delle sue avventure?

Per caso, o almeno così pare, come quasi tutto il resto nella vita. Sono sempre stato un ammiratore di Lewis Carroll, dei suoi testi che, sotto la loro patina fantastica, sono al tempo stesso insoliti, sconcertanti e profondamente filosofici. Inoltre, volevo trovare un nuovo modo per introdurre la filosofia, un modo che ne rivelasse i principi ma che permettesse anche ai lettori di sperimentare il tumulto interiore provocato dal cambiamento di atteggiamento mentale che caratterizza la riflessione. Così ho avuto l’idea di prendere in prestito gli elementi fantastici dal mondo di Alice, adattandoli ai nostri tempi e all’introduzione di nuove idee. La mia Alice non è più una bambina del XIX secolo. È una giovane donna dei giorni nostri, che sogna di farsi tatuare una frase che le faccia da bussola nella vita, perché ha paura del mondo che verrà, della distruzione del pianeta, della fine della biodiversità; teme per il suo stesso futuro. E cade nel “mondo delle idee”, dove vivono tutti i saggi, i filosofi e gli studiosi di ogni epoca e cultura. E così parte alla ricerca di Socrate, Epicuro, Confucio, Montaigne o Freud, per trovare la sua frase.

A chi si rivolge il libro? Qual è il target di lettura?

Tutti! In modi diversi, ovviamente. Volevo che il libro fosse accessibile sia agli adolescenti che agli adulti. Non è richiesta alcuna conoscenza pregressa; il vocabolario è semplice. Ciò che conta è il viaggio, la diversità di prospettive e, soprattutto, la scoperta dell’importanza delle idee per guidare le nostre vite e per l’azione collettiva. Ecco perché la forma del romanzo era essenziale: Alice cambia durante il suo viaggio; si evolve in base alle sue scoperte. Impara semplicemente a pensare! E questo può essere condiviso a qualsiasi età. Ciò che mi commuove di più nei tanti messaggi che ricevo da tutto il mondo, man mano che vengono pubblicate nuove traduzioni, è vedere lettori così diversi dire come questo libro li abbia toccati, ma anche aiutati. Giovani, anziani, persone di ogni estrazione sociale, con ogni livello di istruzione…

Il suo messaggio in Alice è, sostanzialmente positivo. Non è una prospettiva un po’ ingenua, visti anche i recenti accadimenti a livello mondiale?

Sì e no… L’aspetto positivo è l’idea che nulla sia predeterminato, che il futuro dipenda da noi, dalla nostra responsabilità e dalle nostre riflessioni. Ma il mio non è un libro ingenuamente ottimista. Alice scopre anche, nel corso delle sue avventure, la crudeltà umana, gli orrori della barbarie e le stragi contemporanee. Non immagina che tutto sia roseo, che la vita sia sempre bella e che basti vedere il lato positivo del mondo per essere felici. Ciò che riscopre, tuttavia, è la fiducia nell’azione e nella riflessione. In altre parole, il futuro non è garantito, ma è inutile credere che sia perduto prima ancora di iniziare…

Thomas Mann ha detto che “tutto è politica”. Ma la politica non si può ricondurre alla πρᾶξις (praxis), che è filosofia?

L’argomento centrale di questo libro, in ogni caso, è che la filosofia è più necessaria che mai se vogliamo che un futuro per l’umanità rimanga possibile. I nostri comportamenti e le nostre scelte dipendono dalle nostre idee. Se non esaminiamo le nostre idee, se le diamo per scontate, se accettiamo acriticamente tutto ciò che si è accumulato nelle nostre menti in base alla nostra educazione, alla nostra epoca e al nostro contesto sociale, allora rischiamo di sbattere contro un muro. Ciò che mi colpisce è che proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di riflettere per superare le difficoltà attuali, stiamo trascurando la ricchezza di idee, analisi e saggezza tramandate dalle culture del mondo. Il mio obiettivo principale, quindi, era quello di condividere questa conoscenza. Se vogliamo un futuro, guardiamo al passato per trovare tutto ciò che può esserci utile e aiutarci. Esistono vasti depositi di strumenti intellettuali e atteggiamenti mentali che possono esserci d’aiuto. Praticare la filosofia non significa principalmente studiare autori e dottrine da una prospettiva scolastica o accademica. Significa esaminare le nostre idee e cercare di comprendere il nostro tempo. E il passato può aiutarci in questo. Gli antichi Greci e Romani, gli Indiani e i Cinesi dei secoli passati, gli studiosi dell’età classica o dell’Illuminismo non conoscevano la crioconservazione degli embrioni, la transizione ecologica o l’intelligenza artificiale, ma avevano idee che possiamo adattare al nostro presente.

Ha collaborato a lungo con l’UNESCO, lavorando come consulente. Quale rapporto c’è tra bellezza e filosofia?

All’UNESCO, dal 1993 al 1999, sono stato Consigliere Speciale del Direttore per la Filosofia, quindi non mi occupavo di patrimonio artistico, ma mi sembra che l’approccio sia simile. Perché le idee, come la bellezza, sono per tutti e possono essere condivise da tutti gli esseri parlanti e pensanti. Le filosofie esistono praticamente in ogni cultura. Contrariamente a quanto a volte si è creduto, non si tratta di un fenomeno esclusivamente europeo o occidentale!

Allora, parafrasando il principe Myškin, la filosofia salverà il mondo?

No, perché non ne ha né il potere né l’intenzione. Sono le religioni, o credenze simili, a sognare di salvare il mondo. Potrebbe darsi che il mondo non debba essere salvato, ma semplicemente abitato, vissuto in tutta la sua diversità, i suoi splendori e le sue ombre. In questo caso, sì, la filosofia può essere d’aiuto. A patto che tutti ne facciano esperienza. Nessuno può pensare al posto tuo! Questo, in definitiva, è ciò che Alice comprende…

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E, con questa suggestione, termina la nostra chiacchierata con il professor Droit che ringraziamo per la disponibilità e la cortesia.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.