Intervista a Suzana Glavaš per “Amorose cose” (Editoriale Scientifica, 2026), di Rita Felerico

Da poco nelle librerie, Amorose cose, quarta silloge poetica in lingua italiana, la prima pubblicata a Napoli, di Suzana Glavaš, è già nel titolo un invito ad immergersi nella Poesia, nella sua Poesia. Incuriosisce quell’amoroso aggettivo dato alle cose, ovvero le piccole e grandi sensazioni, le memorie profonde e lievi, le immagini colorate o patinate dal tempo, i dolori profondi incisi nell’anima e le gioie custodite come regali nel cuore, quelle cose che creano il percorso del nostro più intimo sentire, del nostro io spesso dimenticate.

Frammentati
i nostri mondi
violati
grate sulle nuvole
sui prati
difficile
librarsi oltre
liberati

Cose come il pane, nei suoi svariati sapori e fatture tondo tondo / integrale /dà baci e bacetti / nutre la pancia / riscalda il cuore / in / sacri momenti (Per il pane ai cinque cereali) o la luce, che si rifrange nei paesaggi della mente e dei ricordi come nelle visioni di spettrale questa casa o con Te in cielo /voli d’uccelli-spartito / riflessi / in una chiazza di luce / respirante…o dii profumi, come tracce di antiche sensazioni… fioriva il giardino / di rose profumate… o come nuove sensibili orme di cammini Profumano anche / quei petali rosa / in foto.  Sono elementi che ricorrono, come l’evaporare del corpo, della materia vestita di bruma /sullo scoglio col monastero / ti vedo … del sé dinanzi alla bellezza Fissità / inchiodo le stelle al cielo…. che è anche pauroso confronto con la durezza della realtà e della storia.

Leviatani dappertutto
fuoriescono dalle nostre mani
dai dannati schermi quotidiani
con storie di rapimento
non al bello
ma agli orrori e meschinità
umani

Le sillabe, le parole, appaiono a volte quasi evanescenti, sembrano dileguarsi nelle atmosfere create dalle immagini; ma non è così, restano come le note, si imprimono come i suoni, come musica dell’anima nell’anima. E non è un caso che Suzana si richiami spesso alla musica, ai pentagrammi, agli spartiti Mi accovaccio sulle note / e mi vesto di suoni … Fa male / è lama affilata / nella fossa del cuore / quel soffio di bellezza / trasfuso nell’oboe…  Come pure non è un caso che la prefazione sia stata curata da un raffinato musicista e scrittore come Luca Signorini il quale afferma: “...ma ogni artificio retorico o disseminazione del testo è manipolato dalla Glavaš con estrema discrezione: la costante è nella sobrietà e fruibilità immediata dei versi…”, come accade nello scorrere delle note sullo spartito.

Amorose cose si percepisce così come un taccuino, come appunti di un viaggio che non ha inizi o fini temporali essendo espressione del tempo interiore che non ha tempo, non desiderano essere segni marcati di pensiero, di azione. 29 pagine poetiche di linguaggio pacato ricco di intenso senso e di significati che non hanno bisogno di essere spiegati, ma letti, ascoltati, cantati.

Suzana come sono nati i versi contenuti in Amorose Cose? Erano lì nel tuo cuore, nel tuo cassetto e qualcosa ti ha spinto a riunirli o sono nati sulla scia di altro desiderio di comunicazione?

Erano nel mio Cuore e sono nati con il desiderio di comunicare l’Amore per le Cose che mi venivano donate in quel periodo della vita, e dietro le quali vi è sempre anche il grande Affetto per le persone speciali che sanno donare qualcosa di preciso e di speciale alla mia esistenza, ed anche perché è nelle piccole “cose” che esistono per me “i grandi mondi” e che volevo comunicare come Poetica personale e il Messaggio portante ai lettori.

Rispetto alle altre tue pubblicazioni qual è la caratteristica che li distingue? Come inserisci Amorose Cose nel tuo percorso poetico e di formazione?

La caratteristica è appunto il soffermarmi sull’aspetto poetico del Dono di una Cosa o di una visione come segno di Riconoscenza al Dono e al Valore della Vita che porto in me, come Bellezza o come momento di Tristezza o di Dolore.

Puoi definire meglio il tuo richiamo al pane, alla luce, ai profumi, alla musica?

Tutti questi quattro elementi materiali e/o sensoriali sono fondamentali per il mio sentire il Senso profondo della Vita cui bisogna essere riconoscenti come ospiti passeggeri in questa dimensione terrena. La Musica per me è l’Arte che non ha paragoni e che io, non essendo musicista purtroppo, sublimo nella Parola poetica che, dico di nuovo purtroppo, cerca sempre solo di avvicinarsi alle sfere universalmente sublimate in creazione e in trasmissione dei messaggi della Musica.

Ti percepisco, nel tuo linguaggio poetico e come persona, inserita nella storia del nostro Mediterraneo, in questo spazio sgretolante, variegato, trafitto, ma identitario che appartiene a molte voci poetiche del passato e del presente. Sbaglio?

No, carissima Rita, non ti sbagli affatto; anzi, hai perfettamente ragione a percepirmi così. Sono nata sul continente, ma ho il Mare e i mari nelle vene e nelle gambe. Per me sono l’utero e la placenta, e soprattutto anche il mio fondale, cui ancorarmi anche quando mi portano via e al largo le bufere della vita. Mi ritrovo molto nelle poetesse dell’antica Grecia, come Saffo e Alcmane. Anche in Quasimodo che le ha riproposte con la sua traduzione de I lirici greci nel pieno della Seconda guerra mondiale. Riportare in vita l’Amore per il Bello e il Sacro, per la Bucolica e l’Agape e l’Eros, perché no?, nel pieno di questo patire nostro contemporaneo mediterraneo e mondiale, nel senso più ampio, questo per me è il compito oggi, il più urgente, del Dono e del Messaggio della Poesia.

La tua esperienza di traduttrice – tradurre è una immersione non solo nell’autore ma una sfida creativa; quanto è presente nella tua poesia? E se sì come?

In effetti come traduttrice esordisco come traduttrice della Poesia, sia dei poeti italiani in croato che dei poeti croati in italiano. Il mio primo più grande amore per un poeta italiano è stato quello per Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, alla cui poesia tutta ho voluto dedicare poi la mia tesi di laurea e di cui ho tradotto in seguito, per la prima volta in assoluto in lingua croata, l’intera Lavorare stanca. Ma, l’amore più grande per un poeta italiano è subentrato poco dopo, con l’interesse per la poesia di Umberto Bellintani, scultore-pittore-poeta, dopo aver avuto letteralmente una folgorazione per la sua poesia Dove mai correranno le cerve / che nel sogno vedemmo a più limpide acque fermarsi? / Dove mai correranno le cerve? // […] di cui ebbi subito la visione di una pittura parietale degli esordi figurativi dell’umanità, un affresco del neolitico trasfuso in sogno o meglio ancora un sogno del futuro che rievoca i primordi. E alla sua poesia poi ho dedicato la tesi del mio primo dottorato di ricerca. E con lui siamo stati amici fino alla sua morte per tanto tempo. Lo sento sempre e ovunque, il suo Spirito, è stato e rimane per me il più grande poeta cosmico del Secondo dopoguerra italiano. Dei poeti croati ho amato molto e tradotto Vesna Krmpotić, Josip Pupačić, Slavko Mihalić, Drago Štambuk e tanti altri. La Krmpotić della quale ho curato la prima e ad oggi l’unica scelta antologica Una goccia di quel mare e del Pupačić al quale ho dedicato un contributo per la rivista Poesia, molti anni fa, ispirato alle sue posie sul mare, come ad esempio questa: E vedo il mare / dove a me si erige / e sento il mare / Buongiorno mi dice./ […]

Quanti ricordi…

Italia – Croazia.  Raccontaci come vivi questo rapporto.

Nel 2027 saranno 40 anni che lavoro e vivo in Italia, a Bari prima e poi a Napoli. Adoro le campagne e i paesaggi della Puglia e della Campania, la vita nei loro capoluoghi molto di meno. Zagabria è la mia città di nascita sebbene i primi cinque anni di vita li avevo trascorsi tra la Bosnia e la capitale croata. Ho sofferto molto in Italia quando nella ex Jugoslavia c’è stata la guerra. Non mi sentivo accolta dagli italiani e non mi sentivo compresa. Forse tuttora è così. Sono anche cittadina italiana da molto tempo, ma l’Italia e gli italiani in genere, salvo poche eccezioni, non li sento miei dentro; così pure nemmeno la Croazia e i croati. Mi sento un Essere senza Patria, o meglio dire con una sola patria: la mia Anima, che è la mia Terra Interiore, anche se so che qui un caro amico di un altro paese avrà da obbiettare, avendomi riconosciuto in una sola altra Patria, cui dovrei appartenere in pieno.

Cosa cambieresti nella relazionalità con la città in cui vivi, Napoli?

Vedo troppo poca collaborazione e conoscenza pure dell’Italia in generale e di Napoli dove vivo con la Croazia, che è il primo vicino di casa dell’Italia. La Croazia è un paese bellissimo con una cultura ricca e millenaria. Nell’Umanesimo e nel Rinascimento c’era in Dalmazia il trilinguismo (latino-italiano-croato) e i nostri grandi autori si formavano nelle vostre Venezia, Padova, Urbino, Roma. C’è poca conoscenza di tutto ciò e ci vorrebbero più collaborazioni culturali tra Napoli e la Croazia, dal campo della Musica ad altri campi delle scienze naturali e umanistiche. Ci vorrebbero progetti nuovi in questo senso e per tutti questi campi d’interesse, per il bene comune e per una migliore conoscenza della storia e delle microstorie che davvero abbondano di grande importanza e di profondi significati. Solo così si costruiscono i ponti veri e di ravvicinamenti umani.

Quali i tuoi prossimi impegni di scrittura? C’è un desiderio che vorresti realizzare?

Ho ancora molte cose che vorrei portare a termine come impegni di scrittura personale: poesie e racconti brevi che scrivo e pubblico in entrambe le lingue in entrambi i paesi. Poi il desiderio di completare opere di traduzione di tre grandi opere di tre grandi autori nativi sul suolo delle attuali Croazia e Serbia. E in ultimo, come obbligo e cosa da farmi perdonare dall’Universo, la raccolta in volume dei miei saggi sparsi su Umberto Bellintani, usciti negli atti dei convegni o su riviste accademiche in diversi paesi, come pure quelli su Luciano Morpurgo Spalatino, un gigante per le opere realizzate a Roma di cui ancora si conosce tanto poco.

     Rita Felerico *

SUZANA GLAVAŠ nasce a Zagreb (Croazia) il 22 marzo 1959 e vi si laurea in lingua e letteratura italiana e in letterature comparate con tesi sulla poesia di Cesare Pavese,  conseguendo successivamente il dottorato di ricerca con tesi sulla poesia di Umberto Bellintani e in ultimo il PhD in filologia romanza con tesi sulla vita e opera di Luciano Morpurgo, pubblicate entrambe in prestigiose edizioni accademiche croate. Dopo aver insegnato lingua croata all’Università di Lingue e Letterature Straniere a Bari, poi lingua italiana all’Università di Zagabraia, si è stabilita a Napoli dove insegna lingua croata presso l’Università “L’Orientale”. La sua ricerca trova il suo focus nei rapporti letterari italo-croati, da Dante ai giorni nostri, e nello studio della letteratura ebraica tra le due sponde dell’Adriatico. Scrive e pubblica indistintamente in croato e in italiano. Traduce opere di prosa e di poesia dall’italiano in croato e viceversa. È vincitrice di prestigiosi premi tra cui il Premio Internazionale Umberto Bellintani (Mantova, 1° edizione 2002) , il Premio Internazionale Davidias (Zagreb-Split 2010) . Ha pubblicato varie sillogi in croato e in italiano. Amorose cose è la sua 4° silloge in lingua italiana, la prima che si pubblica a Napoli, dove risiede.

*Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.

Linguaggi del potere, dei media e degli stereotipi di genere – intervista a Graziella Priulla, di Rita Mele

‘Prendere parola è ancora la cosa più sovversiva che le donne possano fare’, scriveva Michela Murgia, nel suo saggio postumo del 2024, Dare la vita. Graziella Priulla — sociologa, saggista e voce storica della formazione universitaria — questa sovversione la pratica da decenni attraverso la ricerca, l’insegnamento e una saggistica fondamentale per chiunque voglia decifrare i linguaggi del potere e smantellare gli stereotipi che condizionano la nostra quotidianità. Tra i suoi saggi ricordiamo: Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori Edizioni, 2020); Viaggio nel paese degli stereotipi. Lettera a una venusiana sul sessismo (Villaggio Maori Edizioni, 2018); La libertà difficile delle donne. Ragionando di corpi e di poteri (Settenove, 2016); C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (Franco Angeli, 2015); Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014); L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese (Franco Angeli, 2012); e la Voce “Media” all’interno del Dizionario di genere (a cura di A. Di Giorgio, Il Mulino, 2023), il volume collettivo citato nell’intervista, che mappa attraverso 2417 lemmi le disparità e le resistenze del nostro vocabolario.

Ci siamo incontrate a Taranto in occasione della giornata di studio ‘Comprendere la violenza maschile contro le donne’. Da quel rapido scambio di idee, che non potevano certo esaurirsi nello spazio di un saluto, è nata questa intervista per Il Randagio.

Ne scaturisce un dialogo vero e intenso. Priulla guarda al passato con l’orgoglio delle conquiste ottenute e al futuro con la lucidità di chi sa che nulla è garantito, specie in un presente tecnologicamente avanzato ma orfano di educazione relazionale ed emotiva, dove le donne restano il bersaglio privilegiato della violenza, anche verbale. Le sue risposte arrivano come una boccata d’aria fresca: un invito a disarmare il pensiero rigido per pretendere legami autentici e sostenibili. Per riuscire a costruire una nuova civiltà delle relazioni, Graziella ci regala una formula preziosa: ‘Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri’. Per noi Randagi, non potrebbe esserci mantra migliore.

Guardando indietro alla tua ampia produzione saggistica, c’è un libro che oggi avresti l’urgenza di aggiornare o riscrivere completamente alla luce dei rapidissimi mutamenti sociali e linguistici di questi ultimi anni? Se sì, perché?

Probabilmente “Parole tossiche”: non per riscriverlo (i punti di partenza e gli assunti mi paiono tuttora condivisibili) ma per aggiungere considerazioni che prendano in esame l’esasperazione della tossicità (verbale e non) nel mondo contemporaneo. 

C’è una cartina di tornasole, il cui grado di negatività viene costantemente monitorato. I social, come tutte le reti, hanno un grande potenziale di relazionalità e di allargamento, ma vengono usati soprattutto in maniera individualistica e hanno aumentato a dismisura la quota di aggressività e di cattiveria nei discorsi che circolano. Le donne ne sono il bersaglio preferito. Le nuove generazioni vi sono completamente immerse, e trovano “naturale” questo clima malato perché non ne hanno conosciuto un altro. Le premesse però c’erano già tutte, e ne rintracciavo le responsabilità anche in quel mio libro di dodici anni fa.

A quasi un anno dall’uscita del Dizionario di genere, per cui hai curato il lemma Media, la cronaca continua a registrare violenze sistemiche contro le soggettività marginalizzate. Se il volume andasse in ristampa domani, quale parola aggiungeresti o modificheresti con più urgenza per descrivere il nostro presente?

Forse ‘discriminazione’, che ne contiene tante altre come ‘stereotipi’, ‘pregiudizi’, ‘disuguaglianza’, ‘deumanizzazione’, ‘violenza’ … La stessa (a mio avviso fuorviante) idea di ‘inclusione’, seppure con intenti positivi obbedisce a un ordine gerarchico di definizioni che contiene in sé la logica della subordinazione. 

Non modificherei questa voce ma vorrei render chiaro il percorso che ha visto e vede il privilegio di genere come matrice originaria di tutti gli altri, impronta originaria di suprematismo su cui si è ricalcato ogni altro modello, da quelli hard a quelli soft. Vorrei parlarne così nelle scuole, vorrei comparare le storie di ieri e di oggi, i miti di ieri e di oggi per ricavarne il senso comune. 

Tra i 2417 lemmi del Dizionario che mappano le nostre disparità, quale suggeriresti di ‘adottare’ a chi legge Il Randagio? Quale parola dovremmo far nostra per usarla come strumento di consapevolezza e resistenza quotidiana?

Non sono originale se dico ‘femminismi’. 

Intanto al plurale, perché si tratta di un insieme molto vasto e variegato di teorie e di pratiche di analisi, di critica, di denuncia, di azione – nel personale e nel politico. Intanto per tutto il ventaglio di storie e di considerazioni, dall’emancipazione alla liberazione, che offre e che pretende ma che in blocco vengono ignorate.

È stato un termine che il potere ha spesso dileggiato, demonizzato, ridicolizzato; sempre è stato incompreso dal senso comune. Quando insegnavo ragazzi e ragazze dichiaravano apertamente il loro stupore che io così tranquilla, gentile, educata, “normale” insomma, fossi femminista. I loro manuali riportavano ogni genere di -ismo, ma questo no.

In ogni sede possibile, in ogni incontro di persone sarebbe necessario ribaltare l’immagine, dimostrare che se i progetti femministi diventassero realtà tutti e tutte se ne avvantaggerebbero, donne e uomini.

Dopo decenni dedicati alla ricerca sociologica, alla scrittura e all’insegnamento, ti chiedo di guardare al nostro futuro: qual è oggi la ‘libertà più difficile’ che noi donne in Italia dobbiamo ancora riuscire a conquistare?

Prima di tutto io penso che dovremmo essere orgogliose delle libertà che già abbiamo conquistato, dal voto allo studio, dal lavoro alla famiglia; dobbiamo ricordarne la storia recente e tenercele strette, perché rischiano ad ogni svolta di essere messe a rischio. Niente è per sempre, se non lo si difende.

Oggi viene messa in crisi soprattutto la nostra libertà e possibilità di espressione, conquista coraggiosa del ‘900. Ricordo Michela Murgia: “Di tutte le cose che le donne possono fare, prendere parola è ancora la più sovversiva”.

Poche nei media e con poco potere; oggetti di odio e di ostracismo nei social; minoritarie nei convegni e nei panel (si è coniata l’espressione manel!); presenti in pubblicità solo come corpi mercificati; tacitate dal potere politico, che ora ci vuole silenziare anche nelle scuole … eppure siamo la maggioranza del Paese!

Spesso le libertà più difficili da conquistare sono quelle che non riusciamo nemmeno a concepire, semplicemente perché ci mancano i modelli o le parole per nominarle. In che modo l’atto di leggere – esplorando altre vite e altre prospettive – può colmare questo vuoto? Come può un libro aiutarci non solo a decifrare il presente, ma ad allargare l’immaginazione per costruire, nel nostro quotidiano, una libertà nuova?

Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri. Non in un canale, ma in una molteplicità di canali. Non in una sede, ma in tutte le sedi possibili. Non in un discorso, ma in migliaia di discorsi diffusi. Non in un modello rigido, ma nella costruzione di modelli duttili. 

È possibile uscire dalla rigidità del pensiero dicotomico.

Le nuove generazioni cercano come l’aria alimentazione per l’immaginazione, per i progetti di vita e prima ancora per la coscienza di sé: hanno bisogno di senso. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato ma in molti punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei generi. Viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma troppi sono ancora analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale. 

Questo è il terreno in cui si gioca – nell’infinita varietà dei percorsi individuali – la qualità della vita degli uomini e delle donne: l’affermarsi di una nuova civiltà delle relazioni nella vita quotidiana, lontana per ambedue tanto dalla logica antica del patriarcato quanto da quella recente del mercato; una società con pari opportunità e pari diritti, modalità sentimentali sostenibili, nuovi modelli genitoriali.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

VideoIntervista a Igort per “A cavallo con i poeti” (Einaudi, 2026), di Loredana Cefalo

Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?

​Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.

​In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).

​Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.

​A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.

​Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.

​Buona lettura.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Claudia De Medio sulla traduzione di “La infanticida” di Víctor Català, di Chiara Sagheddu

Catalogna, 1898

Caterina Albert i Paradís presenta la sua opera La Infanticida ai Jocs Florals, conquistando la giuria e sconvolgendo il pubblico per la crudezza del linguaggio, la scabrosità della tematica – immediatamente riconoscibile dal titolo – e per la violenza con la quale viene affrontata. A seguito dello scandalo suscitato dalla ricezione dell’opera, l’autrice decide di adottare lo pseudonimo maschile di Víctor Català (L’Escala, 11 settembre 1869 – 27 gennaio 1966), con cui passerà alla storia quale esponente di spicco del Modernisme, movimento tutto catalano ((da non confondere col Modernismo spagnolo) che costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo. 

A parlarci del testo è Claudia De Medio, giovane catalanista e traduttrice dell’opera, pubblicata in Italia per Cue Press lo scorso luglio.

È un testo crudo, violento: cosa ti ha spinto a volerlo tradurre? 

Ho conosciuto Víctor Català all’università e, fin da subito, mi disturbava l’impossibilità di leggere i suoi testi, non padroneggiando ancora il catalano. Già da allora, nella mia mente, vagheggiavo l’idea di tradurlo: era insostenibile che questo testo non potesse essere letto dagli studenti. Era necessario. 

C’è stato un elemento che ti ha colpito più di altri, la prima volta che lo hai letto?

A colpirmi di più è stata l’empatia che ho sentito per il personaggio di Nela, protagonista e unica voce dell’opera. Il fatto che fosse rinchiusa in un manicomio e che da lì raccontasse la sua tragica storia. Credo, quindi, una sorta di volontà di riscattarla, di far conoscere la sua versione dei fatti. Certo, lei è colpevole, e lo rimane; colpevole di aver ucciso un essere umano, però, attraverso la sua storia capiamo sempre di più perché lo ha fatto. La cosa che mi ha colpita di più è stata riuscire ad empatizzare con un personaggio che commette un atto estremamente violento, e ricercarne le ragioni nella storia che racconta, nei personaggi che la circondano, scandagliando la componente psicologica e andando al di là della mera accusa giuridica. Mi dispiace per lo spoiler, ma in fondo il titolo è piuttosto esplicito.

Cosa pensi che resti al pubblico del personaggio di Nela?

Tanta tristezza. Tanta ricerca di comprensione. Immagino che la reazione di ogni lettore dipenda, com’è naturale, dal retroterra culturale di ognuno, dal modo di pensare e da una serie infinita di variabili, però sono convinta che non possa restare solo la figura di Nela come di un’assassina, ma che emerga soprattutto la sua solitudine, il fatto di essere stata abbandonata da chi avrebbe dovuto starle vicino, e che invece non ha fatto altro che vessarla in ogni modo possibile. Per cui sì, lei è colpevole, però c’è, al contempo, una forte empatia che spinge il fruitore a cercare di comprendere: come mai? quanta percentuale di colpa ha il personaggio di Nela e quanta, invece, chi la circonda?

Immagino che la ricezione di un’opera dipenda anche dal fattore generazionale. Insomma, magari la generazione dei nostri nonni leggerebbe questo testo con occhi diversi…

Sicuramente sì, perché oggi esiste una sensibilità diversa rispetto ai temi legati alla maternità: c’è molta più consapevolezza. La generazione dei nostri nonni probabilmente non si interrogava sulla depressione post-partum e, forse, nemmeno sulla possibilità che avere un figlio potesse risultare difficile da conciliare con il proprio progetto di vita. Avere una famiglia e dei figli era percepito come qualcosa di naturale, se non necessario, rispetto a cui tutto il resto passava in secondo piano. 

Questo testo è nel 1898. È straordinario che una donna abbia avuto l’audacia di parlare di infanticidio, in questi termini e in quell’epoca.

Sì, lo è. Soprattutto se consideriamo che Caterina viene da una piccola realtà rurale della Catalogna. Oggi si parla tanto di maternità, ma non più come di qualcosa di idilliaco: se ne parla sempre di più nella sua problematicità. Non si discute solo di quanto sia bello essere madri, ma anche di cosa comporta esserlo, da un punto di vista professionale, ma anche più privato, intimo. Il fatto che l’autrice, a fine Ottocento, riesca ad andare al di là di questa visione, beh, sì: è straordinario. 

E il personaggio di Reiner invece? Il padre della bambina… cosa resta di lui al pubblico?

Tanta delusione, tanta rabbia. Il personaggio di Reiner appartiene a una classe sociale molto più elevata rispetto a quella di Nela: lei è una ragazza del popolo, vive e lavora con i fratelli in una casa di campagna, in mezzo agli animali. Reiner è un ragazzo di città, ricco, affascinante, che balla con tutte le ragazze del paese e che non ha certo alcun interesse a sposare una ragazza povera. Lo spettatore attento si rende conto fin da subito che il suo obiettivo è ingannarla. Nela, però, non possiede i mezzi per riconoscere quell’inganno: è orfana di madre e non ha nessuno con cui confrontarsi – non un’amica, né una zia, né una figura femminile che possa guidarla. Questo suscita rabbia nello spettatore, ma allo stesso tempo gli permette di empatizzare con il personaggio di Nela e di comprendere sempre meglio il gesto che compirà.

Adesso parliamo del processo di traduzione. Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare in quanto traduttrice?

Trattandosi di un testo del 1898, direi che la sfida principale sia stata adattare la lingua. Si tratta di un linguaggio arcaico e, non esistendo un dizionario aggiornato catalano-italiano, ho dovuto lavorare molto con monolingue. Questo ha reso il processo meno immediato, anche se probabilmente più accurato. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata confrontarmi con una lingua antica e con un linguaggio fortemente rurale. L’autrice fa spesso riferimento a elementi della casa e del lavoro nei campi molto specifici, appartenenti a una sfera semantica che io non domino appieno, per cui molti termini mi risuonavano sconosciuti.

Durante l’ultima presentazione del libro, a Barcellona, hai parlato di alcuni elementi culturospecifici che ti hanno messa in difficoltà, di passi più ostici che hai faticato a rendere al meglio: faresti qualche esempio?

Alla fine del monologo c’è un passo che mi ha fatta dannare: è il momento in cui la neonata – non casualmente una bambina – viene gettata nel mulino. Le pale la inghiottono e la macchina continua a girare. Il rumore che ne segue viene paragonato dall’autrice al suono che fa la coca quando viene schiacciata. Qui la faccenda si complica. Tanto per cominciare, che cos’è la coca? È una pietanza tipica della Catalogna, friabile e croccante, che fa il rumore che potrebbero fare altri prodotti da forno come i crackers, o il pane carasau. La tendenza della traduzione moderna è quella di rimanere fedele al testo di partenza, tentando di lasciare invariati gli elementi culturospecifici, laddove possibile. E, se si trattasse di un romanzo, non ci sarebbe nessun problema a lasciare «coca» e inserire in nota una spiegazione della scelta. Il punto è che si tratta di un’opera teatrale e, si sa, a teatro l’immediatezza è tutto, per cui l’attrice non può certo interrompere il monologo, distruggendo il climax, per spiegare allo spettatore italiano che non si tratta né di una Coca-Cola, né di cocaina. Così ho dovuto fare una scelta: l’ho tradotto con «vetri rotti».

Molti sostengono che una traduzione sia un lavoro di creazione artistica a tutti gli effetti, e che quindi il traduttore sia anche co-autore del testo. Tu ti senti co-autrice di quest’opera?

Sì e no. In parte sicuramente sì, perché penso che il compito principale del traduttore sia quello di generare un testo che sia fedele all’originale, con tutte le problematicità che il termine fedele comporta in traduzione, ma anche leggibile, godibile e immediato per il fruitore. E per far sì che una frase suoni in maniera naturale, chi traduce deve obbligatoriamente operare dei cambi. Ci sono due componenti fondamentali: creazione artistica ed empatia con il personaggio. Per cercare di capire la frustrazione di Nela, per rendere la sua disperazione raccontata da dentro un manicomio, sono dovuta entrare nel personaggio, nella sua mente, per cercare di tradurla nel migliore dei modi. Quindi sì, in parte il traduttore è co-autore, anche perché la traduzione cambia da persona a persona. La mia traduzione è diversa da quella che avrebbero potuto fare nel 1898, così come sarebbe diversa se fatta tra cento anni, o da un’altra persona.

Qual è l’eredita che L’infanticida lascia al lettore? E a te, in particolare?

Una forte consapevolezza di quanto il luogo d’origine condizioni tutta la nostra esistenza. A Nela succede quello che succede perché nasce in quell’epoca, in quel momento e in quel luogo. Non può sfuggire. Penso che porti a riflettere su quanto siamo influenzati dal contesto, dalle relazioni che costruiamo con l’altro e da quanto questo plasmi le nostre decisioni. Al lettore resta lo spazio per una importante riflessione sulle proprie origini e su quanto siano peculiari i rapporti tra esseri umani.

Quanto sono complicate le relazioni umane…

Mamma mia, complicatissime.

La ricezione di questo testo sarà diversa in Italia, rispetto alla Spagna?

Per la mia esperienza, soprattutto catalana, penso che la Spagna e la Catalogna siano un po’ più aperte su certi temi, come l’aborto, appunto. In Italia, forse, alcuni ambienti più conservatori potrebbero avere da ridire su un testo che si intitola L’infanticida che viene rappresentato a teatro. È anche vero, però, che il mondo culturale tende a non essere un mondo conservatore. Suppongo, quindi, che il pubblico che decide di andare a vedere uno spettacolo con un titolo del genere, sia ben preparato.

Per concludere ho un’ultima domanda: considerando che si tratta di un’opera teatrale, pensi che in Italia si assisterà presto, grazie alla tua traduzione, a uno spettacolo? Magari a Torino, la tua città… 

Magari! Mi piacerebbe molto. Torino è una città in cui il teatro è molto vivo, ci sono tanti spettacoli teatrali sui grandi classici, ma anche su testi contemporanei e non italiani, quindi non lo escludo. È un testo che ha una sola protagonista, quindi il budget di produzione non dovrebbe essere spropositato. Inoltre, la scenografia è molto povera. Ho spesso vagheggiato la possibilità di creare un gruppo teatrale con i miei studenti, e di far interpretare Nela a più studentesse che imparano solo una parte. Chissà… in fondo è un testo godibile, anche nel 2026 o negli anni a venire, perché il tema è interessante e, in un certo senso, evergreen. La storia della letteratura ci insegna che la maternità non cesserà, dall’oggi al domani, di essere una tematica “fertile” – perdona il gioco di parole – e poi, le relazioni umane non cesseranno mai di essere complicate. Insomma, per rispondere alla tua domanda: perché no?

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Intervista a Roger-Pol Droit per “Alice nel paese delle idee” (Longanesi, 2026, trad. Alba Bariffi), di Silvia Lanzi

Cosa succederebbe se Lewis Carroll e Jostein Gaarder si incontrassero? Di che tenore sarebbe la loro conversazione?

Un’idea in tal senso potrebbe darcela Alice nel paese delle idee, l’ultimo libro del francese Roger-Pol Droit, che sembra coniugare perfettamente i due mondi che coinvolge, oltre alla ragazzina eponima, anche creature alquanto bizzarre – al lettore scoprirle.

Ne risulta una storia agevole e ben scritta, in cui la protagonista intraprende un viaggio per dare una risposta alla domanda, fondamentale – come dobbiamo vivere?

Leggendolo, non ci si trova davanti al “consueto” Bildungsroman che esplora il percorso di crescita, maturazione e formazione psicologica della protagonista – Alice.

Il libro si nutre di altre suggestioni che lo accostano al pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”, a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino e ad un altro libro che mi è molto caro: “Storia della filosofia” di Luciano De Crescenzo.

Finito il libro ho sentito la necessità di saperne di più e ne ho contattato l’autore, persona poliedrica – filosofo, giornalista, scrittore ed insegnante – estremamente gentile e disponibile.

Ecco cosa ci siamo detti.

Come è nata l’idea di Alice e delle sue avventure?

Per caso, o almeno così pare, come quasi tutto il resto nella vita. Sono sempre stato un ammiratore di Lewis Carroll, dei suoi testi che, sotto la loro patina fantastica, sono al tempo stesso insoliti, sconcertanti e profondamente filosofici. Inoltre, volevo trovare un nuovo modo per introdurre la filosofia, un modo che ne rivelasse i principi ma che permettesse anche ai lettori di sperimentare il tumulto interiore provocato dal cambiamento di atteggiamento mentale che caratterizza la riflessione. Così ho avuto l’idea di prendere in prestito gli elementi fantastici dal mondo di Alice, adattandoli ai nostri tempi e all’introduzione di nuove idee. La mia Alice non è più una bambina del XIX secolo. È una giovane donna dei giorni nostri, che sogna di farsi tatuare una frase che le faccia da bussola nella vita, perché ha paura del mondo che verrà, della distruzione del pianeta, della fine della biodiversità; teme per il suo stesso futuro. E cade nel “mondo delle idee”, dove vivono tutti i saggi, i filosofi e gli studiosi di ogni epoca e cultura. E così parte alla ricerca di Socrate, Epicuro, Confucio, Montaigne o Freud, per trovare la sua frase.

A chi si rivolge il libro? Qual è il target di lettura?

Tutti! In modi diversi, ovviamente. Volevo che il libro fosse accessibile sia agli adolescenti che agli adulti. Non è richiesta alcuna conoscenza pregressa; il vocabolario è semplice. Ciò che conta è il viaggio, la diversità di prospettive e, soprattutto, la scoperta dell’importanza delle idee per guidare le nostre vite e per l’azione collettiva. Ecco perché la forma del romanzo era essenziale: Alice cambia durante il suo viaggio; si evolve in base alle sue scoperte. Impara semplicemente a pensare! E questo può essere condiviso a qualsiasi età. Ciò che mi commuove di più nei tanti messaggi che ricevo da tutto il mondo, man mano che vengono pubblicate nuove traduzioni, è vedere lettori così diversi dire come questo libro li abbia toccati, ma anche aiutati. Giovani, anziani, persone di ogni estrazione sociale, con ogni livello di istruzione…

Il suo messaggio in Alice è, sostanzialmente positivo. Non è una prospettiva un po’ ingenua, visti anche i recenti accadimenti a livello mondiale?

Sì e no… L’aspetto positivo è l’idea che nulla sia predeterminato, che il futuro dipenda da noi, dalla nostra responsabilità e dalle nostre riflessioni. Ma il mio non è un libro ingenuamente ottimista. Alice scopre anche, nel corso delle sue avventure, la crudeltà umana, gli orrori della barbarie e le stragi contemporanee. Non immagina che tutto sia roseo, che la vita sia sempre bella e che basti vedere il lato positivo del mondo per essere felici. Ciò che riscopre, tuttavia, è la fiducia nell’azione e nella riflessione. In altre parole, il futuro non è garantito, ma è inutile credere che sia perduto prima ancora di iniziare…

Thomas Mann ha detto che “tutto è politica”. Ma la politica non si può ricondurre alla πρᾶξις (praxis), che è filosofia?

L’argomento centrale di questo libro, in ogni caso, è che la filosofia è più necessaria che mai se vogliamo che un futuro per l’umanità rimanga possibile. I nostri comportamenti e le nostre scelte dipendono dalle nostre idee. Se non esaminiamo le nostre idee, se le diamo per scontate, se accettiamo acriticamente tutto ciò che si è accumulato nelle nostre menti in base alla nostra educazione, alla nostra epoca e al nostro contesto sociale, allora rischiamo di sbattere contro un muro. Ciò che mi colpisce è che proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di riflettere per superare le difficoltà attuali, stiamo trascurando la ricchezza di idee, analisi e saggezza tramandate dalle culture del mondo. Il mio obiettivo principale, quindi, era quello di condividere questa conoscenza. Se vogliamo un futuro, guardiamo al passato per trovare tutto ciò che può esserci utile e aiutarci. Esistono vasti depositi di strumenti intellettuali e atteggiamenti mentali che possono esserci d’aiuto. Praticare la filosofia non significa principalmente studiare autori e dottrine da una prospettiva scolastica o accademica. Significa esaminare le nostre idee e cercare di comprendere il nostro tempo. E il passato può aiutarci in questo. Gli antichi Greci e Romani, gli Indiani e i Cinesi dei secoli passati, gli studiosi dell’età classica o dell’Illuminismo non conoscevano la crioconservazione degli embrioni, la transizione ecologica o l’intelligenza artificiale, ma avevano idee che possiamo adattare al nostro presente.

Ha collaborato a lungo con l’UNESCO, lavorando come consulente. Quale rapporto c’è tra bellezza e filosofia?

All’UNESCO, dal 1993 al 1999, sono stato Consigliere Speciale del Direttore per la Filosofia, quindi non mi occupavo di patrimonio artistico, ma mi sembra che l’approccio sia simile. Perché le idee, come la bellezza, sono per tutti e possono essere condivise da tutti gli esseri parlanti e pensanti. Le filosofie esistono praticamente in ogni cultura. Contrariamente a quanto a volte si è creduto, non si tratta di un fenomeno esclusivamente europeo o occidentale!

Allora, parafrasando il principe Myškin, la filosofia salverà il mondo?

No, perché non ne ha né il potere né l’intenzione. Sono le religioni, o credenze simili, a sognare di salvare il mondo. Potrebbe darsi che il mondo non debba essere salvato, ma semplicemente abitato, vissuto in tutta la sua diversità, i suoi splendori e le sue ombre. In questo caso, sì, la filosofia può essere d’aiuto. A patto che tutti ne facciano esperienza. Nessuno può pensare al posto tuo! Questo, in definitiva, è ciò che Alice comprende…

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E, con questa suggestione, termina la nostra chiacchierata con il professor Droit che ringraziamo per la disponibilità e la cortesia.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).