Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Cristò per “Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa, 2026), di Loredana Cefalo

C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi. 

È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.

​”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà. 

Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.

​Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.

​Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.

​Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità. 

Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto? 


Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.

Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione? 

Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.

Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?

Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.

Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva? ​

Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.

Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso? ​

Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male. 

Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?

È una questione antica e irrisolta. 

Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.

La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca? ​

Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Amélie Nothomb per “Meglio così” (Voland, 2026, trad.Federica Di Lella), di Loredana Cefalo

Lo chiamano “effetto Nothomb” quello che nel lettore risulta come l’impossibilità di chiudere il libro mentre si va avanti con la storia. C’est bien ainsi (“Meglio così”Voland, traduzione di Federica Di Lella), l’ultimo lavoro di Amélie Nothomb ci conferma che esiste un’aura magica intorno ai suoi romanzi che le attribuisce ancora una volta il ruolo di “sacerdotessa” della letteratura contemporanea. 

Con oltre trenta romanzi all’attivo, il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Premio Renaudot, la scrittrice belga continua a raccontare di memoria familiare, restituendoci un’opera che ha il passo della fiaba e il respiro gelido del noir.

Il romanzo si muove su un crinale sottile tra realtà e favola. Al centro della narrazione troviamo Adrienne, la protagonista che tenta di navigare le acque torbide di una famiglia segnata da bellezze taglienti come armi, indifferenze che creano vuoti e violenza. La figura della madre, Astrid, emerge come un’antagonista fiabesca: una donna la cui estetica e pretesa di ricchezza sono strumenti di tortura psicologica, capace di accudire la figlia non per amore, ma come espediente per ferire, scatenare invidie e dividere le sorelle Jacqueline, Adrienne e la piccola Charlotte.

​L’autrice descrive un mondo dove la nonnina di Gand e la nonnina di Bruges incarnano archetipi femminili tipici dei racconti per l’infanzia, l’una vecchia, cupa e dedita alle torture come la Strega Cattiva e l’altra giusta, luminosa e elegante, la buona fata. Si tratta di una dicotomia fra bene e male dove però il lieto fine classico, la sconfitta dell’oscurità non c’è, ma lascia il posto al sospeso, a un’ambientazione cupa che si svela piano piano tra i vicoli e le case di Bruxelles e delle città fiamminghe. 

Questo registro oscuro si consuma soprattutto fra le mura domestiche, attraverso il suono di colpi violenti e una padella brandita come una spada magica contro il drago invisibile di un’infanzia negata, durante la quale la protagonista teme costantemente che tutto possa spezzarsi.

Nonostante la freddezza materna e le ombre dei lutti, il testo tocca vette di commovente umanità nella paura di Adrienne. È un timore che si fa tenerezza: il sospetto e la scoperta che la madre possa essere un’assassina si mescola a un amore viscerale e inspiegabile. La protagonista ama il mostro, e in questo paradosso risiede la maestria della scrittrice nel dipingere le complessità dell’animo umano.

​Il cuore filosofico dell’opera risiede nella riscoperta dell’indipendenza e nella frase, che dà il titolo al romanzo, usata come formula magica. “Meglio così” è il segreto per non farsi trascinare a fondo dalle catastrofi altrui, anche di coloro che amiamo alla follia. Nothomb suggerisce che l’unico modo per essere in armonia con i misteri del mondo sia coltivare il proprio orticello, recuperando quell’autonomia ancestrale che appartiene solo ai bambini. 

Proprio da questa ritrovata libertà nasce la parte più luminosa del racconto: la storia d’amore tra Adrienne e l’uomo che diventerà suo marito. Il loro legame si sviluppa come una sorta di Cyrano de Bergerac moderno, nutrito di immaginazione e di un amore celato che sboccia con la delicatezza di due ragazzi. È una passione che si scopre inaspettatamente attraverso l’uso del “lei”, una formalità che invece di allontanare avvicina, rivelando un sentimento profondo e improvviso.

​L’opera porta con sé tutte le particolarità che hanno reso Amélie Nothomb un culto, a partire dall’urgenza della scrittura a mano su quaderni scolastici alle quattro del mattino. Il tema dell’alterità emerge nel successo della sorella Jacqueline, osteggiato dall’invidia materna, riflettendo la capacità di fiorire nonostante tutto. 

La parte finale del romanzo abbandona il tono della narrazione e spazia fra le confessioni dell’autrice: dai nomi utilizzati, alle pennellate di ricordi, al dolore dei rimpianti, fino al racconto della perdita dei genitori, tutto è racchiuso nella scelta di dedicare questo racconto alla storia di sua madre. 

Un contenuto che libera chi scrive e chi legge del dubbio sull’amore provato, su quello ricevuto e su quanto si abbia bisogno sempre di uno scudo infantile per sopravvivere nel mondo degli adulti.

Approfittando delle tappe italiane del booktour dell’autrice, le abbiamo rivolto alcune domande, scoprendo una persona ironica e disponibile.

Il tuo ultimo libro ha il tono di una fiaba, ma con sfumature molto noir. Perché hai scelto questa narrazione magica e oscura per raccontare la crudeltà del mondo moderno?

È vero che questo mio ultimo libro può sembrare una fiaba, ma non ho dovuto attingere a chissà quale fantasia per scriverlo: mia madre, da piccola, ha veramente vissuto l’infanzia che ho descritto, me l’ha raccontata lei stessa.

L’infanzia nei tuoi libri è descritta come un’età divina, l’adolescenza come un conflitto. Come definiresti invece l’età adulta?  

L’età adulta è il risultato di ciò che si è vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, quindi luci e ombre.

I tuoi lettori sanno che per ogni lettera c’è una risposta curata, scritta di pugno, quasi a descrivere la nascita dell’amore dei tuoi genitori. C’è una ricerca emotiva in questa pratica antica?

È vero può sembrare una pratica antica, in un mondo ormai estremamente tecnologico, ma per me è semplicemente l’unico modo che ho per scrivere. La parola scritta ha sicuramente avuto un ruolo importante nella nascita dell’amore tra mio padre e mia madre, come la parola ha avuto un ruolo fondamentale nella vita da diplomatico di mio padre, come emerge dal mio romanzo Primo sangue, quindi più che una ricerca vera e propria, probabilmente io sono il frutto di questi elementi combinati tra loro.

Sono famosi i tuoi riti di scrittura: la sveglia alle quattro del mattino e litri di tè nero. La disciplina è una scelta di benessere o a volte ti pesa?

Svegliarsi tutte le mattine alle 4, e sono veramente tutte le mattine, che io sia a Parigi o che io sia in viaggio come in questi giorni in Italia, può sembrare faticoso ma per me è il giusto momento della giornata per iniziare a scrivere. La disciplina sicuramente mi appartiene ma la scrittura per me è soprattutto il mio modo di vivere, non potrei non scrivere.

Figlia di un diplomatico, sei cresciuta in giro per il mondo. Qual è il posto che consideri casa e perché? 

Per molto tempo ho pensato che il Giappone potesse essere la mia casa, perchè è il mio luogo di nascita. Con questa convinzione sono tornata in Giappone poco più che ventenne e quel periodo è descritto sia nel romanzo Stupore e tremori sia in Né di Eva né di Adamo e diciamo che non è andata bene. Allora sono tornata in Europa, poi sono tornata in viaggio in Giappone a 45 anni e poi pochi anni fa, perché quel luogo per me è un richiamo, ma ho compreso che il Giappone per me rappresenta un impossibile ritorno…vivo a Parigi da più di 30 anni e mi piace ma comunque non è casa nel senso tradizionale del termine.

Il tuo stile — il rossetto, il nero, i cappelli — è una firma inconfondibile. La cura dell’estetica per te è più una maschera per nascondersi o per liberarsi?

Non è una vera e propria cura ho scoperto che i cappelli e il rossetto fanno parte di me…molto semplicemente.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Intervista a Raffaele Passerini per “Love bombing” (Castelvecchi, 2026), di Loredana Cefalo

Il sogno americano non esiste più. 
Non esiste più la terra delle opportunità, della libertà, della democrazia, della meritocrazia.
Raffaele Passerini, regista, per otto anni ha inseguito il sogno americano. Era giovane, talentuoso e per un attimo la New York dei film di Woody Allen lo aveva catturato, fino a farlo innamorare.
Il suo primo romanzo, Love Bombing (Castelvecchi) non è solo la narrazione di un amore malato e che consuma, ma è proprio il racconto di chi, alla ricerca della felicità, insegue qualcosa che gli sfugge e sfuggendo lo attanaglia, lo mastica e poi lo risputa senza pietà.
Love Bombing si distacca dalla narrativa tradizionale per assumere i connotati di una sceneggiatura di vita. L’esordio letterario del regista documentarista de Il principe di Ostia Bronx, che fra il 2017 e il 2019 ha collezionato svariati premi, ripercorre la sua parentesi newyorchese, mettendo a nudo una parabola che va dall’ascesa professionale al burnout psicofisico. 

​Il testo si distingue per un’autenticità priva di fronzoli, sia nel linguaggio che nella struttura del racconto. Al centro della vicenda non c’è solo il successo nella giungla di New York, ma l’analisi di una serie di legami tossici, basati sul narcisismo. 
Passerini descrive con lucidità la perdita di controllo e il mascheramento emotivo necessari a sopravvivere in una relazione manipolatoria, un’esperienza che, pur essendo personale, tocca temi universali e purtroppo comuni. 

​Invece di cercare il lieto fine, il libro si concentra sulla presa di coscienza post-traumatica: un resoconto onesto su quanto sia doloroso, ma necessario, affrontare le proprie fragilità per riappropriarsi della propria identità. 

Il libro di Raffaele Passerini mi ha molto incuriosita, perché il Love Bombing in questo caso non è soltanto relativo alla storia d’amore raccontata, ma soprattutto viene da un ambiente, che ti utilizza, ti controlla, ti sfianca, ti risucchia e la maggior parte delle persone che ne vengono attratte fanno molta fatica ad uscirne.

Così ho incontrato virtualmente Raffaele e, come mia consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda.

Perché hai sentito l’esigenza di affidare questo racconto alla scrittura invece che a un documentario? Cosa ti ha permesso di dire la parola che l’immagine non poteva esprimere?

Ho fatto corti, documentari, video, podcast e, ora, per la prima volta, un romanzo. Un romanzo che assomiglia un po’ a una serie di piani sequenza in soggettiva, un po’ a un inseguimento e forse, un po’ al documentario. La forma di scrittura-romanzo mi ha però permesso di entrare direttamente nella testa, nel cuore e nel corpo del personaggio-me-stesso più giovane, come in una sorta di flusso di coscienza e maratona fisica. L’unica strada che mi sembrava possibile per raccontare questa storia era quella del pozzo emotivo: la scrittura è stata la corda con cui scenderci e rivivere, di volta in volta, i sentimenti e il corpo di quel trentenne che ho abitato. Una specie di viaggio nello spazio e nel tempo, come se avessi messo una telecamera dietro ai miei occhi e un sondino vicino al mio cuore, tipo speleologo. È un viaggio faticoso, fisicamente, e la scrittura, con i suoi tempi dilatati, mi offriva sempre zone di ristoro. E poi la sovrapposizione tra il me autore e l’io personaggio non era per me sostenibile attraverso un racconto audio-video: non sarei riuscito a essere sia regista che narratore che, per di più, protagonista. Troppi io da gestire.

Nel libro descrivi il crollo nervoso come una scala in discesa, sempre più ripida e sempre più grave. Come si concilia la necessità di mantenere una carriera di successo a New York con il progressivo sgretolamento del proprio equilibrio mentale?

Si dice che a New York, “you make it or break it”. “Se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, cantava Sinatra. Le regole del gioco dichiarate sono chiare: l’arena è aperta a tutti, chi è più sveglio, preparato, scaltro, informato, talentuoso, veloce vince. Dipende da come ti giochi le tue carte. Se fallisci, in altre parole, è solo colpa tua. Le vere dinamiche però, lo sappiamo, sono ben altre. Premetto che per me l’America è stata una grande occasione di crescita e esplorazione: sono stato accolto, formato, incoraggiato e ne sarò sempre grato. Ma questo scollamento tra le regole dichiarate e la realtà può essere molto pericoloso a livello emotivo e psicologico. 

Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico non statunitense del mio corso di filmmaking ad avere una borsa e a riuscire a lavorare e rimanere a New York. Questo ha creato in me un forte senso di responsabilità verso le aspettative mie e degli altri. La collisione tra il desiderio di farcela, il bisogno di dimostrare di farcela e la concreta possibilità di resistere e sopravvivere in una città estremamente competitiva e costosa, a volte ti toglie l’aria, la luce, il silenzio, lo spazio, il respiro, il pensiero. 

Spesso chi affronta un’esperienza come la tua prova vergogna nel parlare della propria fragilità. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la tua vulnerabilità senza filtri protettivi?

Nel libro parlo di un me che non ha saputo proteggersi per mancanza di amor proprio, cercando di esplorare un’anatomia tutta personale di questo tipo d’incrinatura. Quando scrivevo pensavo solo ad essere lì e a non farmi domande, tipo: cosa penseranno ora di me? Mi sono esposto troppo? Mi sono messo di nuovo in una posizione di fragilità? L’unica mia preoccupazione in fase di scrittura era di non fare uno sfogo, una vendetta o un’autoanalisi fine a sé stessa. Sono stato coraggioso e  dissociato insieme? Non lo so. È stato per me essenziale lavorare con la mia editor, Maria Carmela Leto. La sua accoglienza mi ha fatto sentire in un luogo mentale sicuro e rigoroso, e mi ha dato molto coraggio. Ora per me la sfida più grande è lasciarlo andare, il libro. Ormai è fatta. Spero solo che possa accompagnare il lettore come uno specchio dove potersi guardare, nudo, in un luogo intimo e protetto che solo la scrittura sa offrire. 

Credi che il contesto di una metropoli così competitiva e spietata e la pressione che ne deriva, abbia favorito l’insorgere della dinamica tossica che descrivi, o si è trattato di un caso isolato?

Se mentre corri una maratona ti fai una brutta ferita alla gamba e non la medichi subito, perché devi correre, devi farcela, devi vincere, quella ferita rischia di infettarsi, a meta è probabile che non ci arriverai comunque, e i danni potrebbero perdurare. Le dinamiche tossiche nelle relazioni proliferano in una metropoli come New York dove tutto è accelerato, amplificato e tu devi sempre correre. Se esci dalla maratona per prendere fiato o medicarti, ne esci per sempre. In un posto così competitivo, sono tutti nella tua stessa situazione: è difficile prendersi cura gli uni degli altri. Nel caso dei due protagonisti del romanzo, entrambi vivono la pressione della città e le aspettative delle rispettive famiglie in Europa, ma uno reagisce, diciamo, con “violenza e prevaricazione”, l’altro, forse, con il vittimismo. Entrambi, però, partono dalle stesse paure: quella di soccombere e quella di non essere amati. Non credo che questa sia una combinazione tossica rara.

Sono rimasta molto colpita dalla tua autenticità stilistica. È stato difficile resistere alla tentazione di romanzare i fatti per renderli meno amari?

Il tempo della memoria ottunde, il ricordo deforma, la scrittura imbriglia, taglia, sposta, ricodifica. L’unica cosa che si cristallizza e non muta, per me, è il ganglio emotivo soggettivo. Settata l’arena e le dinamiche tra i personaggi secondo rimandi reali, l’unica aderenza assoluta al reale che mi interessava mantenere era quella della dimensione emotiva, e l’autofiction questo lo permette. Questo mi ha dato la libertà di non concedere deroghe al dolore e all’amarezza. Mio padre ha letto gran parte di questo libro e mi ha detto: daglielo uno zuccherino al lettore, è molto amaro. Ci teneva che fosse accolto bene dal pubblico, che io ne uscissi bene. Ne abbiamo parlato e ha capito: il libro doveva essere sincero rispetto alle mie fragilità. Ci teneva che lo pubblicassi: ogni volta che tornavo a casa o mi chiamava, mi chiedeva se avessi trovato una casa editrice. Non sono riuscito a pubblicarlo prima della sua morte. Per tutto questo ho voluto dedicarglielo.

Love Bombing termina con una consapevolezza sofferta. Oggi che per te come per molti altri il sogno americano è finito, cosa vorresti che il tuo futuro ti riservasse?

Il sogno americano è stato per oltre un secolo un potente magnete. Sicuramente grazie al soft power esercitato dal cinema, ma anche perché si basava sulla premessa del merito, una chimera in grado di attirare chiunque. Purtroppo, il merito, negli U.S.A. come ovunque, è innanzitutto frutto del privilegio. Le declinazioni del sogno americano sono tante: per un cittadino messicano che attraversa il confine senza documenti, il sogno è un golden ticket che tutto salva e risolve. Ben diverso da quello di un trentenne europeo, bianco, della medio-alta borghesia, che arriva lì grazie a una borsa di studio post-laurea. Per me che ci ho vissuto a cavallo del primo decennio degli anni duemila, era il sogno del cinema. Ma c’è un tipo di sogno americano che è forse più difficile da decifrare: il sogno di chi resta, di chi quel confine non è mai riuscito o non ha mai voluto varcarlo. Se tu vai in America e ce la fai, certifichi a chi resta che se vuole, anche lui può farcela e che, se dove è rimasto ha fallito, non è per colpa sua. Ora, pare, il sogno americano si sta sgretolando. Ma quando decisi di andarmene, ricordo le conversazioni accorate con alcuni miei amici europei che vivevano come me negli U.S.A. e che mi dicevano: “Ma davvero vuoi rinunciare alla tua doppia identità? Qui sei speciale perché sei europeo, in Europa sei figo perché vivi in America. Ma io non mi sentivo né l’uno, né l’altro, e ho deciso di tornare. Tradire un sogno, si sa, è imperdonabile. 

Sono tornato in Italia ormai dieci anni fa e qui sto costruendo il mio futuro. In definitiva faccio quello che facevo negli U.S.A. ma con il bagaglio di quell’esperienza che mi ha aiutato tanto: insegno, scrivo, creo audio-video. Ma ora, dopo il Covid, anche da qui posso parlare al resto del mondo (le piattaforme di streaming e i social ce lo permettono). Da qui posso cercare di contribuire alla vita sociale e culturale del mio paese, qui posso sentire un senso di appartenenza radicato nel passato. Qui sono stato vicino ai miei genitori. In definitiva, il mio sogno lo sto vivendo. E ne sono grato. Ora sogno un’Europa pacifica e coesa.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.