Intervista a Francesca Marciano e Laura Sciacovelli al PhEST di Monopoli – XI edizione Agosto-Novembre 2026, di Rita Mele

SE LA MEMORIA AVESSE UN CORPO: SCATTO, PAROLA, PELLICOLA

Al PhEST di Monopoli i ricordi prendono forma.

Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo”. Quando nel 1996 Franco Cassano scriveva Il pensiero meridiano, tracciava i confini cangianti dell’identità complessa generata dall’incrocio di popoli e dalla molteplicità di voci del Sud e del suo mare. Trent’anni dopo, è ancora questa necessità a muovere PhEST – See Beyond the Sea, il Festival Internazionale di Fotografia e Arte che trasforma Monopoli in un laboratorio a cielo aperto per ridefinire l’immaginario del mare in mezzo alle terre, ricucendo la frattura tra il reale e la sua rappresentazione.

Affidato alla direzione artistica di Giovanni Troilo, alla curatela fotografica di Arianna Rinaldo e alla direzione organizzativa di Cinzia Negherbon, l’undicesima edizione del festival ha scelto come dispositivo una domanda al condizionale, un espediente narrativo capace di trasformare idee e spalancare mondi: What if?”, “E se?”

Ed è proprio in questa cornice che la sera del 9 agosto, in Largo Palmieri a Monopoli, PhEST ha celebrato l’atto conclusivo del suo Opening Program con un inedito dittico artistico. Prima, nel visual talk What if… memory had a body?, l’obiettivo fotografico di Laura Sciacovelli e la penna di Francesca Marciano hanno dialogato su cosa accadrebbe se i nostri ricordi perdessero la loro natura volatile per acquistare un peso, una gravità, una carne. Subito dopo, quella stessa piazza è diventata la sala cinema open air per la proiezione di una selezione di super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso muto con sottofondo musicale — offrendo la perfetta controparte fisica a quel dialogo tra immaginario, emozionale e reale. L’omaggio del Festival alla leggendaria street photographer americana di origini franco-austriache (il 1° febbraio scorso avrebbe compiuto cento anni) non si esaurisce nell’evento di una sera: fino al 1° novembre, le sale del Castello Carlo V ospitano infatti la sezione espositiva Shadows and Mirrors, una ricognizione fotografica straordinaria che indaga le tracce visive dell’identità e la forza dell’autoritratto di affermare la propria esistenza: più che semplici esercizi di stile, questi scatti raccontano il desiderio di occupare un posto nel mondo rendendo visibile ciò che per lungo tempo è rimasto invisibile.

Appena prima del Visual Talk, Laura Sciacovelli e Francesca Marciano hanno accolto con piacere e interesse la proposta dell’intervista randagia e ci hanno guidato dietro le quinte di un dialogo che arriva a sfidare la dissolvenza del tempo e della memoria rivendicando, per le immagini e per le parole, il diritto a un corpo, a una propria realtà tangibile, a un modo per esserci e restare.

L’INTERVISTA: IL CORPO E L’ARCHIVIO

Non è un caso che vi troviate insieme nel Visual talk What if… memory had a body?. Immagino che il vostro incontro sia stato strutturato come un reciproco tributo. Per questa intervista ho voluto sintonizzarmi con voi e fare anch’io un esercizio di immaginazione: stasera Monopoli ospiterà la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier — trentadue minuti di puro flusso visivo, senza una struttura cinematografica tradizionale. 

Ho pensato di invitare idealmente la Maier a sedersi con noi, raccordando la sua vicenda biografica alla vostra esperienza artistica e narrativa. Nel segno del tema del festival — What if — vi chiedo: cosa sarebbe successo a Vivian Maier se avesse saputo che le sue pellicole sarebbero state ripescate? È scomparsa nel 2009 nell’anonimato, poco dopo il ritrovamento di quel fondo immenso di oltre 150.000 negativi, molti mai sviluppati. La sua resta un’esistenza vissuta controcorrente, trascorsa interamente in disparte e in compagnia di una Rolleiflex, una Leica IIIc e una Kodak, guadagnandosi da vivere come bambinaia nello stato di New York e a Chicago.

Francesca Marciano: Quella di Vivian Maier è stata un’attività quasi totalmente segreta. Ricordo di aver sentito parlare di lei molti anni fa, prima che diventasse un fenomeno globale. Lessi un articolo su una rivista americana proprio quando venne acquistato in blocco per 380 dollari, ad un’asta, il contenuto di un box zeppo degli oggetti più disparati, tra cui una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Quando quelle immagini cominciarono a circolare online, l’interesse fu immediato ed entusiastico. In Italia la notizia non era ancora arrivata. Quando vidi le prime immagini ne rimasi folgorata; cercai altre informazioni sul web, ma allora si trovava pochissimo. Da scrittrice, mi si accese subito una lampadina: la sua figura suggeriva immediatamente la struttura di una storia, di un film. La governante che, di nascosto, fotografava. E poi c’erano i suoi celebri autoritratti. Ho seguito la sua vicenda fin dall’inizio, è una storia che mi affascina.

Francesca, la Maier sembra un personaggio uscito da un romanzo. Una tata solitaria con una doppia vita da artista geniale, focalizzata sulla ricerca del proprio riflesso e delle ombre proiettate sul terreno. Ho intravisto un legame profondo con le atmosfere di una tua raccolta di racconti, Isola grande, isola piccola. Come si raccontano il tema del doppio e dell’invisibilità? Se dovessi dare una voce alla sagoma che la Maier inseguiva continuamente con l’obiettivo, per dare un corpo a quell’ombra, da dove faresti partire una sceneggiatura o un racconto?

Francesca Marciano: Vedi, la sua è la perfetta storia di una persona trasparente per la società. Incarna il cliché della governante vecchio stampo; una sorta di Mary Poppins, ma meno rassicurante. È la classica figura destinata a confondersi e scomparire nello sfondo di una tipica famiglia borghese americana. Ed è proprio questo a rendere il suo segreto così potente. L’enorme mole di lavoro che è riuscita a produrre, sottraendo tempo agli orari di lavoro, testimonia una determinazione feroce che va persino oltre il talento puro. C’era una pulsione profonda a nascondere questa sua identità agli altri e, in un certo senso, a se stessa; una spinta a produrre senza sentire il bisogno di certificare il valore di ciò che creava. Non è un caso che non sviluppasse i rullini e che i negativi siano finiti sepolti in una cassapanca.

Laura Sciacovelli: C’era in lei un bisogno di espressione che andava chiaramente oltre i doveri della sua professione quotidiana.

Francesca Marciano: Esatto. Nella Maier convivono due spinte opposte: da una parte la determinazione assoluta dell’artista che non può fare a meno di creare; dall’altra la totale mancanza di una consapevolezza pubblica, la rinuncia a esistere sul mercato dell’arte. Credo che in questo abbia pesato anche una questione di estrazione sociale, legata alle sue origini. Era una donna di origini europee, in fuga dalla propria storia familiare.

Le ricerche dicono che avesse radici francesi e austriache e che fuggisse dal proprio passato. Se dovessi scriverne in un tuo prossimo libro o in una sceneggiatura, la ambienteresti in un’isola grande o in un’isola piccola, per citare la tua raccolta di racconti sulle geografie del cambiamento e sulle pieghe nascoste dei personaggi?

Francesca Marciano: La metterei in un’isola grande. A Manhattan, dopotutto, che è un’isola a sua volta. La narrazione potrebbe iniziare proprio così: dal momento in cui questa governante, dall’aspetto forse scontroso o dimesso, fa il suo ingresso in una nuova casa. Immagino i commenti dei padroni di casa la sera, a letto: non hanno la minima idea di aver accolto sotto il proprio tetto un genio assoluto.

Laura Sciacovelli: Chissà che tipo di tata sarà stata nella vita di tutti i giorni, al di là del suo talento visivo.

Francesca Marciano: Probabilmente era di un’efficienza impeccabile. Ha svolto questo mestiere per cinquant’anni, il che significa che godeva di ottime referenze per restare così a lungo sul mercato.

A proposito di materiali dispersi e poi ritrovati – mi rivolgo a te, Laura, che con il lavoro d’archivio hai un rapporto strettissimo tanto da aver titolato la tua opera prima Archivio F. Che tipo di cortocircuito ti provoca la storia di questa donna?

Laura Sciacovelli: Credo che questa attitudine nasca da un’ossessione che appartiene anche a chi non si muove in un ambito strettissimo di creatività; a volte c’è proprio una mancanza di consapevolezza del valore della propria produzione. D’altronde, l’atto di archiviare in sé non è necessariamente una pratica creativa. Nel mio caso, perlomeno, non lo considero tale. Tuttavia, quando ti ritrovi a recuperare un’immagine analogica, ti accorgi che è un oggetto fisico, un fuori di sé che ha avuto una sua vita autonoma nel tempo. Ritrovarla è sempre una sorpresa stupefacente. Spesso riguardo lavori che ho scattato dieci o quindici anni fa e, stringendo tra le mani quelle stampe fisiche, si attiva immediatamente in me uno sguardo critico — non per forza negativo — accompagnato da una forte dose di nostalgia. Archiviare, in fondo, è sinonimo di grande nostalgia: significa mettere a posto i pezzi della tua vita.

Per Vivian Maier, quindi, questo immenso archivio non aveva a che fare con il ricordo?

Laura Sciacovelli: Assolutamente no, perché lei quelle immagini non le ha mai viste tutte.

Francesca Marciano: Se posso inserirmi, c’è un aspetto sull’archivio che trovo straordinariamente interessante. Una volta sono stata intervistata da una collaboratrice della Cineteca di Bologna per un progetto sulle donne nel cinema. A un certo punto mi ha chiesto se avessi un archivio. Ho risposto di no. E quando ha voluto sapere il perché, le ho spiegato che non mi sembrava che il mio percorso fosse così importante da meritare di essere storicizzato in un fondo privato. Lei mi ha guardato e ha detto: Sai che tutte le donne che ho intervistato finora mi hanno risposto esattamente la stessa cosa? Al contrario, quasi tutti gli uomini conservano scrupolosamente un archivio personale, o si curano che sia la moglie a gestirlo per loro. È un dato sociologico cruciale: noi donne spesso non percepiamo il nostro lavoro come qualcosa di abbastanza rilevante da meritare un archivio.

È una questione che tocca da vicino la percezione della consistenza di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

Francesca Marciano: Esattamente. L’archivio è la narrazione visiva e testuale della tua storia.

Laura Sciacovelli: È la tangibilità, la corporalità stessa della tua esistenza. Ed è qui che entriamo nel cuore del tema del nostro visual talk stasera a PhEST. Oggi, con il digitale, sui nostri telefoni si archivia automaticamente qualsiasi cosa. Ma è un’archiviazione radicalmente diversa da quella analogica: è un accumulo compulsivo, privo di una reale intenzione selettiva, privo di editing. In un vero archivio fotografico non si conserva tutto; si opera una scelta, si inizia a dare una forma.

Francesca Marciano: L’archivio storico è una realtà materica. Gli archivi contemporanei saranno sempre più immateriali, digitali, mentre il vecchio archivio era una collezione fisica di oggetti: stampe, provini, negativi. Per quanto mi riguarda, lo sono le sceneggiature cartacee, gli appunti scritti a mano. Perfino questa nostra conversazione, in questo momento, sta entrando a far parte di un archivio.

Laura Sciacovelli: C’è un gesto quasi archeologico nel lavoro dell’archivista, in qualsiasi campo: muoversi tra quelle mensole, aprire quei faldoni, i cassetti, toccare le carte. È un’azione fisica: apri, chiudi, recuperi.

Chi fa l’archivio è tenuto a conoscere e a ricordare. Un principio che sembra contraddire l’esperienza della Maier, che non ha mai guardato le sue opere su carta. Il suo occhio, però, le ha viste nel momento dello scatto.

Laura Sciacovelli: Certamente, il suo occhio le ha viste e ha soddisfatto un’esigenza interiore istantanea. Ma tra lo scatto e l’archivio si è interrotto qualcosa.

Questo distacco chirurgico dalla propria produzione potrebbe riflettere la rottura radicale che la Maier ha dovuto operare con la sua storia personale e familiare.

Francesca Marciano: O forse, più semplicemente, non era sicura del proprio talento. Forse aveva paura che quelle fotografie non fossero all’altezza delle sue stesse aspettative, chissà. O forse non aveva il denaro per svilupparle tutte.

Resta il fatto che non svilupparle e non diffonderle le permetteva di proteggere la sua identità segreta. Dare un corpo a quelle immagini avrebbe significato rivelarsi, mettersi a nudo davanti a un mondo che conosceva solo la sua maschera di governante. Laura, tu stessa stai lavorando da tempo su questi temi. Ci racconti che cos’è, esattamente, il tuo Archivio F.?

Laura Sciacovelli: Non so se sia un progetto del tutto esaurito; probabilmente no. Questo nucleo nasce da due lavori sviluppati in analogico tra il 2018 e il 2019, utilizzando la tecnologia Polaroid. Ho lavorato non solo sul positivo della pellicola, ma estraendo visioni successive dal negativo stesso, ricavandone più varianti da un singolo scatto. Per me era fondamentale definire questo blocco di lavoro come un archivio, proprio per la cura minuziosa, quasi catalogatrice, che ho applicato alle immagini. Al tempo stesso volevo che richiamasse la struttura di un erbario. C’era un’attenzione profonda alla botanica, ai fiori, ma il nome del progetto è legato soprattutto alla figura di mia zia Flora. Archivio F. si muove così su una triplice sovrapposizione concettuale: Forma, Flora e Femmina. Tre stanze diverse che si intersecano e si fondono tra loro. E che mettono in scena la parabola biologica del fiore: il modo in cui nasce, evolve, appassisce e muore. È una dinamica che rispecchia perfettamente il corpo, la vulnerabilità e l’assenza.

È un trittico immediatamente riconoscibile che rende l’intero tuo progetto un manifesto di delicatezzaNel dare una sostanza tangibile ai ricordi attraverso l’obiettivo, la tua fotografia analogica somiglia profondamente al funzionamento della mente: cambia ogni volta che provi a evocarla.

Laura Sciacovelli: Esattamente. Quando sviluppo progetti personali, le mie immagini non sono mai la riproduzione fedele di una realtà specifica. Diventano visioni dei ricordi. Questo accade perché l’intero corpo della fotografia subisce una mutazione chimica e di luce. Nelle mie foto c’è sicuramente una sfera legata al passato, non mi è mai interessato fare delle foto strettamente contemporanee.

Francesca, tu che invece utilizzi la parola, come si fa a dare vita a un ricordo con la scrittura, da dove parti, dalla persona, dall’emozione, dalla storia?

Francesca Marciano: Credo che nessun vero scrittore inventi mai nulla dal nulla. Mescoliamo continuamente i tasselli dei nostri ricordi. Scrivere è come sbrogliare un gomitolo: tiri un filo e quel filo si collega via via ad altre immagini, a frammenti di discorsi che ricordavi. La finzione letteraria è un collage di tutto ciò che ti ha accompagnato nella vita. Proprio per questo non sarei capace di scrivere un romanzo giallo tradizionale: lì l’invenzione deve piegarsi a un meccanismo a incastro rigoroso. Le mie storie restano sempre ancorate a un vissuto, pur senza mai ricalcare la realtà in maniera didascalica.

Questo mi porta allo sforzo enorme di riscrittura che hai affrontato per L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Come è stato confrontarsi con la sua voce?

Francesca Marciano: La voce di Goliarda nel libro è potentissima, e noi l’abbiamo trasformata per lo schermo. È stato un mix felice tra la nostra scrittura e la visione registica di Valeria Golino, il cui sguardo ha saputo dare una forma visiva straordinaria a una materia letteraria densissima. Il romanzo è quasi un diario di appunti stratificati.

Sono fratture che richiedono al lettore una continua attenzione, costringendolo a tenere il timone della narrazione. 

C’è stato un momento, durante la preparazione del Visual talk che inizierà tra qualche minuto, in cui vi siete scambiate i punti di vista in maniera osmotica?

Francesca Marciano: Io conosco e seguo il lavoro di Laura da moltissimi anni. Avevo già visto alcune delle sue Polaroid tempo fa, ma per me è stato sorprendente ritrovare questo corpus di opere esposto tutto insieme. Emana una coerenza straordinaria. Nelle sue immagini mi affascina profondamente l’evocazione dell’attimo fuggente: c’è un movimento continuo, non c’è mai nulla di statico o rigidamente fermo. Questa fluidità attiva inevitabilmente molteplici riflessioni sul passaggio del tempo.

Laura Sciacovelli: Per me la creazione di questo libro e la scelta di lavorare su una ricerca così distante dagli incarichi commerciali sono nate da un’esigenza interiore urgente. È stato un percorso di scoperta che mi ha permesso di comprendere a fondo moltissime cose di me stessa, del mio passato e della direzione verso cui desidero orientare la mia ricerca futura. Il bilancio di questo dialogo è assolutamente positivo.

Francesca Marciano: A me piace molto questo attimo fuggente dentro il movimento, non c’è niente di fermo, no? mi fa pensare allo scorrere del tempo, al mutare delle cose e poi c’è questo sguardo che Laura dice femminile, di cui parleremo nel talk. 

Ora è il momento del vostro incontro con il pubblico di Phest. L’intervista per il Randagio cede il passo al Visual talk e, come in un movimento fluido di macchina, la conversazione tra Laura Sciacovelli e Francesca Marciano si trasforma subito in un’attraente inquadratura di parole, gesti, voci, musica e immagini sullo sfondo di Largo Palmieri. Davanti a una platea attenta, il titolo del talk cessa di essere un esperimento mentale e diventa una traccia di lavoro concreta. Sullo schermo alle loro spalle scorrono le immagini di Archivio F.: forme femminili che sembrano emergere da un liquido amniotico fatto di luce, colore etempo e il dialogo con ricordi e memoria prende corpo.

I 32 MINUTI DI VIVIAN MAIER

L’atto conclusivo dell’Opening Program di PhEST a Largo Palmieri non poteva trovare una risonanza più profonda con le parole che hanno preso corpo sul palco. Quando le luci della piazza si spengono, lo schermo nero accoglie la proiezione di una selezione di filmati in Super8 di Vivian Maier: trentadue minuti di puro flusso visivo, muto, privo di una struttura cinematografica o di un montaggio tradizionale. È la manifestazione fisica del What if teorizzato nel talk: il corpo della memoria che si fa luce in movimento sulla pietra di Monopoli.

Nei suoi trentadue minuti, la selezione mostra una Maier che usa la cinepresa Super8 esattamente come usava la sua Rolleiflex, come un’estensione del proprio corpo. Vedere queste sequenze è l’equivalente visivo del flusso di coscienza woolfiano. La macchina da presa si muove tra la folla, si sofferma su un dettaglio apparentemente insignificante — il lembo di un cappotto, un riflesso su una pozzanghera, il volto di un passante colto di sorpresa, i piedi in movimento — e poi devia, senza spiegazioni, seguendo il ritmo sincopato e analogico del ricordo spontaneo.

Il fulcro emotivo della proiezione risiede nella medesima dinamica di Shadows and Mirrors, la sezione fotografica della mostra. La fotografa non si filma mai direttamente, ma si incarna nella pellicola attraverso la sua ombra che si allunga sul marciapiede o il suo riflesso che appare fugacemente sulla vetrina di un negozio. Guardare oggi questi corpi di luce di cinquant’anni fa, salvati per puro caso dall’oblio di un box, offre la risposta più potente al quesito del festival.

Il dialogo tra Sciacovelli e Marciano, unito alla retrospettiva di PhEST, ci lascia in eredità una certezza squisitamente letteraria: archiviare e ricordare sono atti di resistenza contro l’accumulo immateriale del nostro presente. Che si tratti dei fiori Polaroid di Archivio F., delle parole sbrogliate dal gomitolo dell’esperienza o dell’archivio muto e mai sviluppato di Vivian Maier, l’arte si conferma come l’unico processo archeologico capace di assicurare un posto definitivo nella storia. Quando la piazza di Largo Palmieri, infine, si trasforma in un Open DJ Set di musiche e immagini cangianti, resta l’impressione che, tra il pubblico che balla, abbiano trovato, per una notte, il loro corpo legittimo, le immagini riflesse su specchi e vetrine di Vivian Maier.

BOX DI APPROFONDIMENTO 

LAURA SCIACOVELLI

Fotografa e regista, nativa della Puglia e con un percorso artistico maturato tra Parigi, Londra e Milano. Il suo sguardo si distingue per una straordinaria sensibilità pittorica, dove la luce modella i soggetti e i paesaggi. Al centro del suo lavoro c’è spesso il corpo femminile, colto in una dimensione di vulnerabilità e fiera intimità. Con la sua prima opera editoriale, Archivio F., indaga la memoria familiare attraverso la riattivazione di frammenti visivi del passato.

FRANCESCA MARCIANO

Scrittrice, sceneggiatrice e attrice, rappresenta una delle voci più cosmopolite del panorama culturale italiano. Scrive i suoi romanzi direttamente in lingua inglese (da Cielo scoperto a Casa Rossa, fino ai racconti di Isola grande, isola piccola). È co-sceneggiatrice della fortunata serie televisiva L’arte della gioia, tratta dall’opera di Goliarda Sapienza e diretta da Valeria Golino. La sua scrittura analizza come il passato continui a riverberarsi sulle scelte del presente.

VIVIAN MAIER (1926 – 2009)

Antesignana della street photography, di mestiere bambinaia a New York e Chicago, ha trascorso cinque decenni a fotografare e filmare la vita urbana in totale segretezza. Il suo immenso archivio (oltre 150.000 negativi, pellicole Super8 e 16mm) è stato scoperto per caso nel 2007. Attraverso lo studio dei riflessi e delle geometrie urbane Shadows and Mirrors, la Maier ha cercato di ancorare la propria identità alla materia della pellicola, assicurandosi un posto accanto a giganti come Diane Arbus e Robert Frank.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Intervista a Suzana Glavaš per “Amorose cose” (Editoriale Scientifica, 2026), di Rita Felerico

Da poco nelle librerie, Amorose cose, quarta silloge poetica in lingua italiana, la prima pubblicata a Napoli, di Suzana Glavaš, è già nel titolo un invito ad immergersi nella Poesia, nella sua Poesia. Incuriosisce quell’amoroso aggettivo dato alle cose, ovvero le piccole e grandi sensazioni, le memorie profonde e lievi, le immagini colorate o patinate dal tempo, i dolori profondi incisi nell’anima e le gioie custodite come regali nel cuore, quelle cose che creano il percorso del nostro più intimo sentire, del nostro io spesso dimenticate.

Frammentati
i nostri mondi
violati
grate sulle nuvole
sui prati
difficile
librarsi oltre
liberati

Cose come il pane, nei suoi svariati sapori e fatture tondo tondo / integrale /dà baci e bacetti / nutre la pancia / riscalda il cuore / in / sacri momenti (Per il pane ai cinque cereali) o la luce, che si rifrange nei paesaggi della mente e dei ricordi come nelle visioni di spettrale questa casa o con Te in cielo /voli d’uccelli-spartito / riflessi / in una chiazza di luce / respirante…o dii profumi, come tracce di antiche sensazioni… fioriva il giardino / di rose profumate… o come nuove sensibili orme di cammini Profumano anche / quei petali rosa / in foto.  Sono elementi che ricorrono, come l’evaporare del corpo, della materia vestita di bruma /sullo scoglio col monastero / ti vedo … del sé dinanzi alla bellezza Fissità / inchiodo le stelle al cielo…. che è anche pauroso confronto con la durezza della realtà e della storia.

Leviatani dappertutto
fuoriescono dalle nostre mani
dai dannati schermi quotidiani
con storie di rapimento
non al bello
ma agli orrori e meschinità
umani

Le sillabe, le parole, appaiono a volte quasi evanescenti, sembrano dileguarsi nelle atmosfere create dalle immagini; ma non è così, restano come le note, si imprimono come i suoni, come musica dell’anima nell’anima. E non è un caso che Suzana si richiami spesso alla musica, ai pentagrammi, agli spartiti Mi accovaccio sulle note / e mi vesto di suoni … Fa male / è lama affilata / nella fossa del cuore / quel soffio di bellezza / trasfuso nell’oboe…  Come pure non è un caso che la prefazione sia stata curata da un raffinato musicista e scrittore come Luca Signorini il quale afferma: “...ma ogni artificio retorico o disseminazione del testo è manipolato dalla Glavaš con estrema discrezione: la costante è nella sobrietà e fruibilità immediata dei versi…”, come accade nello scorrere delle note sullo spartito.

Amorose cose si percepisce così come un taccuino, come appunti di un viaggio che non ha inizi o fini temporali essendo espressione del tempo interiore che non ha tempo, non desiderano essere segni marcati di pensiero, di azione. 29 pagine poetiche di linguaggio pacato ricco di intenso senso e di significati che non hanno bisogno di essere spiegati, ma letti, ascoltati, cantati.

Suzana come sono nati i versi contenuti in Amorose Cose? Erano lì nel tuo cuore, nel tuo cassetto e qualcosa ti ha spinto a riunirli o sono nati sulla scia di altro desiderio di comunicazione?

Erano nel mio Cuore e sono nati con il desiderio di comunicare l’Amore per le Cose che mi venivano donate in quel periodo della vita, e dietro le quali vi è sempre anche il grande Affetto per le persone speciali che sanno donare qualcosa di preciso e di speciale alla mia esistenza, ed anche perché è nelle piccole “cose” che esistono per me “i grandi mondi” e che volevo comunicare come Poetica personale e il Messaggio portante ai lettori.

Rispetto alle altre tue pubblicazioni qual è la caratteristica che li distingue? Come inserisci Amorose Cose nel tuo percorso poetico e di formazione?

La caratteristica è appunto il soffermarmi sull’aspetto poetico del Dono di una Cosa o di una visione come segno di Riconoscenza al Dono e al Valore della Vita che porto in me, come Bellezza o come momento di Tristezza o di Dolore.

Puoi definire meglio il tuo richiamo al pane, alla luce, ai profumi, alla musica?

Tutti questi quattro elementi materiali e/o sensoriali sono fondamentali per il mio sentire il Senso profondo della Vita cui bisogna essere riconoscenti come ospiti passeggeri in questa dimensione terrena. La Musica per me è l’Arte che non ha paragoni e che io, non essendo musicista purtroppo, sublimo nella Parola poetica che, dico di nuovo purtroppo, cerca sempre solo di avvicinarsi alle sfere universalmente sublimate in creazione e in trasmissione dei messaggi della Musica.

Ti percepisco, nel tuo linguaggio poetico e come persona, inserita nella storia del nostro Mediterraneo, in questo spazio sgretolante, variegato, trafitto, ma identitario che appartiene a molte voci poetiche del passato e del presente. Sbaglio?

No, carissima Rita, non ti sbagli affatto; anzi, hai perfettamente ragione a percepirmi così. Sono nata sul continente, ma ho il Mare e i mari nelle vene e nelle gambe. Per me sono l’utero e la placenta, e soprattutto anche il mio fondale, cui ancorarmi anche quando mi portano via e al largo le bufere della vita. Mi ritrovo molto nelle poetesse dell’antica Grecia, come Saffo e Alcmane. Anche in Quasimodo che le ha riproposte con la sua traduzione de I lirici greci nel pieno della Seconda guerra mondiale. Riportare in vita l’Amore per il Bello e il Sacro, per la Bucolica e l’Agape e l’Eros, perché no?, nel pieno di questo patire nostro contemporaneo mediterraneo e mondiale, nel senso più ampio, questo per me è il compito oggi, il più urgente, del Dono e del Messaggio della Poesia.

La tua esperienza di traduttrice – tradurre è una immersione non solo nell’autore ma una sfida creativa; quanto è presente nella tua poesia? E se sì come?

In effetti come traduttrice esordisco come traduttrice della Poesia, sia dei poeti italiani in croato che dei poeti croati in italiano. Il mio primo più grande amore per un poeta italiano è stato quello per Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, alla cui poesia tutta ho voluto dedicare poi la mia tesi di laurea e di cui ho tradotto in seguito, per la prima volta in assoluto in lingua croata, l’intera Lavorare stanca. Ma, l’amore più grande per un poeta italiano è subentrato poco dopo, con l’interesse per la poesia di Umberto Bellintani, scultore-pittore-poeta, dopo aver avuto letteralmente una folgorazione per la sua poesia Dove mai correranno le cerve / che nel sogno vedemmo a più limpide acque fermarsi? / Dove mai correranno le cerve? // […] di cui ebbi subito la visione di una pittura parietale degli esordi figurativi dell’umanità, un affresco del neolitico trasfuso in sogno o meglio ancora un sogno del futuro che rievoca i primordi. E alla sua poesia poi ho dedicato la tesi del mio primo dottorato di ricerca. E con lui siamo stati amici fino alla sua morte per tanto tempo. Lo sento sempre e ovunque, il suo Spirito, è stato e rimane per me il più grande poeta cosmico del Secondo dopoguerra italiano. Dei poeti croati ho amato molto e tradotto Vesna Krmpotić, Josip Pupačić, Slavko Mihalić, Drago Štambuk e tanti altri. La Krmpotić della quale ho curato la prima e ad oggi l’unica scelta antologica Una goccia di quel mare e del Pupačić al quale ho dedicato un contributo per la rivista Poesia, molti anni fa, ispirato alle sue posie sul mare, come ad esempio questa: E vedo il mare / dove a me si erige / e sento il mare / Buongiorno mi dice./ […]

Quanti ricordi…

Italia – Croazia.  Raccontaci come vivi questo rapporto.

Nel 2027 saranno 40 anni che lavoro e vivo in Italia, a Bari prima e poi a Napoli. Adoro le campagne e i paesaggi della Puglia e della Campania, la vita nei loro capoluoghi molto di meno. Zagabria è la mia città di nascita sebbene i primi cinque anni di vita li avevo trascorsi tra la Bosnia e la capitale croata. Ho sofferto molto in Italia quando nella ex Jugoslavia c’è stata la guerra. Non mi sentivo accolta dagli italiani e non mi sentivo compresa. Forse tuttora è così. Sono anche cittadina italiana da molto tempo, ma l’Italia e gli italiani in genere, salvo poche eccezioni, non li sento miei dentro; così pure nemmeno la Croazia e i croati. Mi sento un Essere senza Patria, o meglio dire con una sola patria: la mia Anima, che è la mia Terra Interiore, anche se so che qui un caro amico di un altro paese avrà da obbiettare, avendomi riconosciuto in una sola altra Patria, cui dovrei appartenere in pieno.

Cosa cambieresti nella relazionalità con la città in cui vivi, Napoli?

Vedo troppo poca collaborazione e conoscenza pure dell’Italia in generale e di Napoli dove vivo con la Croazia, che è il primo vicino di casa dell’Italia. La Croazia è un paese bellissimo con una cultura ricca e millenaria. Nell’Umanesimo e nel Rinascimento c’era in Dalmazia il trilinguismo (latino-italiano-croato) e i nostri grandi autori si formavano nelle vostre Venezia, Padova, Urbino, Roma. C’è poca conoscenza di tutto ciò e ci vorrebbero più collaborazioni culturali tra Napoli e la Croazia, dal campo della Musica ad altri campi delle scienze naturali e umanistiche. Ci vorrebbero progetti nuovi in questo senso e per tutti questi campi d’interesse, per il bene comune e per una migliore conoscenza della storia e delle microstorie che davvero abbondano di grande importanza e di profondi significati. Solo così si costruiscono i ponti veri e di ravvicinamenti umani.

Quali i tuoi prossimi impegni di scrittura? C’è un desiderio che vorresti realizzare?

Ho ancora molte cose che vorrei portare a termine come impegni di scrittura personale: poesie e racconti brevi che scrivo e pubblico in entrambe le lingue in entrambi i paesi. Poi il desiderio di completare opere di traduzione di tre grandi opere di tre grandi autori nativi sul suolo delle attuali Croazia e Serbia. E in ultimo, come obbligo e cosa da farmi perdonare dall’Universo, la raccolta in volume dei miei saggi sparsi su Umberto Bellintani, usciti negli atti dei convegni o su riviste accademiche in diversi paesi, come pure quelli su Luciano Morpurgo Spalatino, un gigante per le opere realizzate a Roma di cui ancora si conosce tanto poco.

     Rita Felerico *

SUZANA GLAVAŠ nasce a Zagreb (Croazia) il 22 marzo 1959 e vi si laurea in lingua e letteratura italiana e in letterature comparate con tesi sulla poesia di Cesare Pavese,  conseguendo successivamente il dottorato di ricerca con tesi sulla poesia di Umberto Bellintani e in ultimo il PhD in filologia romanza con tesi sulla vita e opera di Luciano Morpurgo, pubblicate entrambe in prestigiose edizioni accademiche croate. Dopo aver insegnato lingua croata all’Università di Lingue e Letterature Straniere a Bari, poi lingua italiana all’Università di Zagabraia, si è stabilita a Napoli dove insegna lingua croata presso l’Università “L’Orientale”. La sua ricerca trova il suo focus nei rapporti letterari italo-croati, da Dante ai giorni nostri, e nello studio della letteratura ebraica tra le due sponde dell’Adriatico. Scrive e pubblica indistintamente in croato e in italiano. Traduce opere di prosa e di poesia dall’italiano in croato e viceversa. È vincitrice di prestigiosi premi tra cui il Premio Internazionale Umberto Bellintani (Mantova, 1° edizione 2002) , il Premio Internazionale Davidias (Zagreb-Split 2010) . Ha pubblicato varie sillogi in croato e in italiano. Amorose cose è la sua 4° silloge in lingua italiana, la prima che si pubblica a Napoli, dove risiede.

*Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.

Linguaggi del potere, dei media e degli stereotipi di genere – intervista a Graziella Priulla, di Rita Mele

‘Prendere parola è ancora la cosa più sovversiva che le donne possano fare’, scriveva Michela Murgia, nel suo saggio postumo del 2024, Dare la vita. Graziella Priulla — sociologa, saggista e voce storica della formazione universitaria — questa sovversione la pratica da decenni attraverso la ricerca, l’insegnamento e una saggistica fondamentale per chiunque voglia decifrare i linguaggi del potere e smantellare gli stereotipi che condizionano la nostra quotidianità. Tra i suoi saggi ricordiamo: Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori Edizioni, 2020); Viaggio nel paese degli stereotipi. Lettera a una venusiana sul sessismo (Villaggio Maori Edizioni, 2018); La libertà difficile delle donne. Ragionando di corpi e di poteri (Settenove, 2016); C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (Franco Angeli, 2015); Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014); L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese (Franco Angeli, 2012); e la Voce “Media” all’interno del Dizionario di genere (a cura di A. Di Giorgio, Il Mulino, 2023), il volume collettivo citato nell’intervista, che mappa attraverso 2417 lemmi le disparità e le resistenze del nostro vocabolario.

Ci siamo incontrate a Taranto in occasione della giornata di studio ‘Comprendere la violenza maschile contro le donne’. Da quel rapido scambio di idee, che non potevano certo esaurirsi nello spazio di un saluto, è nata questa intervista per Il Randagio.

Ne scaturisce un dialogo vero e intenso. Priulla guarda al passato con l’orgoglio delle conquiste ottenute e al futuro con la lucidità di chi sa che nulla è garantito, specie in un presente tecnologicamente avanzato ma orfano di educazione relazionale ed emotiva, dove le donne restano il bersaglio privilegiato della violenza, anche verbale. Le sue risposte arrivano come una boccata d’aria fresca: un invito a disarmare il pensiero rigido per pretendere legami autentici e sostenibili. Per riuscire a costruire una nuova civiltà delle relazioni, Graziella ci regala una formula preziosa: ‘Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri’. Per noi Randagi, non potrebbe esserci mantra migliore.

Guardando indietro alla tua ampia produzione saggistica, c’è un libro che oggi avresti l’urgenza di aggiornare o riscrivere completamente alla luce dei rapidissimi mutamenti sociali e linguistici di questi ultimi anni? Se sì, perché?

Probabilmente “Parole tossiche”: non per riscriverlo (i punti di partenza e gli assunti mi paiono tuttora condivisibili) ma per aggiungere considerazioni che prendano in esame l’esasperazione della tossicità (verbale e non) nel mondo contemporaneo. 

C’è una cartina di tornasole, il cui grado di negatività viene costantemente monitorato. I social, come tutte le reti, hanno un grande potenziale di relazionalità e di allargamento, ma vengono usati soprattutto in maniera individualistica e hanno aumentato a dismisura la quota di aggressività e di cattiveria nei discorsi che circolano. Le donne ne sono il bersaglio preferito. Le nuove generazioni vi sono completamente immerse, e trovano “naturale” questo clima malato perché non ne hanno conosciuto un altro. Le premesse però c’erano già tutte, e ne rintracciavo le responsabilità anche in quel mio libro di dodici anni fa.

A quasi un anno dall’uscita del Dizionario di genere, per cui hai curato il lemma Media, la cronaca continua a registrare violenze sistemiche contro le soggettività marginalizzate. Se il volume andasse in ristampa domani, quale parola aggiungeresti o modificheresti con più urgenza per descrivere il nostro presente?

Forse ‘discriminazione’, che ne contiene tante altre come ‘stereotipi’, ‘pregiudizi’, ‘disuguaglianza’, ‘deumanizzazione’, ‘violenza’ … La stessa (a mio avviso fuorviante) idea di ‘inclusione’, seppure con intenti positivi obbedisce a un ordine gerarchico di definizioni che contiene in sé la logica della subordinazione. 

Non modificherei questa voce ma vorrei render chiaro il percorso che ha visto e vede il privilegio di genere come matrice originaria di tutti gli altri, impronta originaria di suprematismo su cui si è ricalcato ogni altro modello, da quelli hard a quelli soft. Vorrei parlarne così nelle scuole, vorrei comparare le storie di ieri e di oggi, i miti di ieri e di oggi per ricavarne il senso comune. 

Tra i 2417 lemmi del Dizionario che mappano le nostre disparità, quale suggeriresti di ‘adottare’ a chi legge Il Randagio? Quale parola dovremmo far nostra per usarla come strumento di consapevolezza e resistenza quotidiana?

Non sono originale se dico ‘femminismi’. 

Intanto al plurale, perché si tratta di un insieme molto vasto e variegato di teorie e di pratiche di analisi, di critica, di denuncia, di azione – nel personale e nel politico. Intanto per tutto il ventaglio di storie e di considerazioni, dall’emancipazione alla liberazione, che offre e che pretende ma che in blocco vengono ignorate.

È stato un termine che il potere ha spesso dileggiato, demonizzato, ridicolizzato; sempre è stato incompreso dal senso comune. Quando insegnavo ragazzi e ragazze dichiaravano apertamente il loro stupore che io così tranquilla, gentile, educata, “normale” insomma, fossi femminista. I loro manuali riportavano ogni genere di -ismo, ma questo no.

In ogni sede possibile, in ogni incontro di persone sarebbe necessario ribaltare l’immagine, dimostrare che se i progetti femministi diventassero realtà tutti e tutte se ne avvantaggerebbero, donne e uomini.

Dopo decenni dedicati alla ricerca sociologica, alla scrittura e all’insegnamento, ti chiedo di guardare al nostro futuro: qual è oggi la ‘libertà più difficile’ che noi donne in Italia dobbiamo ancora riuscire a conquistare?

Prima di tutto io penso che dovremmo essere orgogliose delle libertà che già abbiamo conquistato, dal voto allo studio, dal lavoro alla famiglia; dobbiamo ricordarne la storia recente e tenercele strette, perché rischiano ad ogni svolta di essere messe a rischio. Niente è per sempre, se non lo si difende.

Oggi viene messa in crisi soprattutto la nostra libertà e possibilità di espressione, conquista coraggiosa del ‘900. Ricordo Michela Murgia: “Di tutte le cose che le donne possono fare, prendere parola è ancora la più sovversiva”.

Poche nei media e con poco potere; oggetti di odio e di ostracismo nei social; minoritarie nei convegni e nei panel (si è coniata l’espressione manel!); presenti in pubblicità solo come corpi mercificati; tacitate dal potere politico, che ora ci vuole silenziare anche nelle scuole … eppure siamo la maggioranza del Paese!

Spesso le libertà più difficili da conquistare sono quelle che non riusciamo nemmeno a concepire, semplicemente perché ci mancano i modelli o le parole per nominarle. In che modo l’atto di leggere – esplorando altre vite e altre prospettive – può colmare questo vuoto? Come può un libro aiutarci non solo a decifrare il presente, ma ad allargare l’immaginazione per costruire, nel nostro quotidiano, una libertà nuova?

Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri. Non in un canale, ma in una molteplicità di canali. Non in una sede, ma in tutte le sedi possibili. Non in un discorso, ma in migliaia di discorsi diffusi. Non in un modello rigido, ma nella costruzione di modelli duttili. 

È possibile uscire dalla rigidità del pensiero dicotomico.

Le nuove generazioni cercano come l’aria alimentazione per l’immaginazione, per i progetti di vita e prima ancora per la coscienza di sé: hanno bisogno di senso. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato ma in molti punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei generi. Viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma troppi sono ancora analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale. 

Questo è il terreno in cui si gioca – nell’infinita varietà dei percorsi individuali – la qualità della vita degli uomini e delle donne: l’affermarsi di una nuova civiltà delle relazioni nella vita quotidiana, lontana per ambedue tanto dalla logica antica del patriarcato quanto da quella recente del mercato; una società con pari opportunità e pari diritti, modalità sentimentali sostenibili, nuovi modelli genitoriali.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

VideoIntervista a Igort per “A cavallo con i poeti” (Einaudi, 2026), di Loredana Cefalo

Da dove si parte a disegnare? Dal naso o dal contorno? E qual è il confine tra disegno e parola?

​Con queste domande (e le relative risposte) si è aperto il dibattito intorno a A cavallo con i poeti (Einaudi), l’ultima e complessa fatica multigenere di Igort.

​In una serata ventosa di inizio estate, sulla terrazza della Fondazione di Sardegna, siamo stati ospiti dell’Associazione Culturale Le Affinità Elettive. Qui abbiamo potuto assaggiare qualche frammento dell’esperienza, delle storie di vita e della saggezza dell’autore, disegnatore e fumettista, vincitore di innumerevoli premi (tra cui un Nastro d’Argento e ben 9 nomination ai David di Donatello per il suo capolavoro 5 è il numero perfetto).

​Durante l’incontro, moderato da Alessio Schreiber, Igor Tuveri ci ha parlato di ispirazione, anni di studio e vita in Giappone, alternando il racconto a ricordi personali: dalla panchina di Čechov ai momenti trascorsi in compagnia dell’amico Franco Battiato.

​A margine della serata siamo riusciti a fare qualche domanda a Igort, sia sul suo ultimo libro sia sulla sua straordinaria carriera. Ne è nato un viaggio affascinante che parte dalle pagine stampate per toccare i confini dell’arte e della vita. Nelle sue risposte, Igort ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo.

​Non vi resta che mettervi comodi e lasciarvi guidare.

​Buona lettura.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Claudia De Medio sulla traduzione di “La infanticida” di Víctor Català, di Chiara Sagheddu

Catalogna, 1898

Caterina Albert i Paradís presenta la sua opera La Infanticida ai Jocs Florals, conquistando la giuria e sconvolgendo il pubblico per la crudezza del linguaggio, la scabrosità della tematica – immediatamente riconoscibile dal titolo – e per la violenza con la quale viene affrontata. A seguito dello scandalo suscitato dalla ricezione dell’opera, l’autrice decide di adottare lo pseudonimo maschile di Víctor Català (L’Escala, 11 settembre 1869 – 27 gennaio 1966), con cui passerà alla storia quale esponente di spicco del Modernisme, movimento tutto catalano ((da non confondere col Modernismo spagnolo) che costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo. 

A parlarci del testo è Claudia De Medio, giovane catalanista e traduttrice dell’opera, pubblicata in Italia per Cue Press lo scorso luglio.

È un testo crudo, violento: cosa ti ha spinto a volerlo tradurre? 

Ho conosciuto Víctor Català all’università e, fin da subito, mi disturbava l’impossibilità di leggere i suoi testi, non padroneggiando ancora il catalano. Già da allora, nella mia mente, vagheggiavo l’idea di tradurlo: era insostenibile che questo testo non potesse essere letto dagli studenti. Era necessario. 

C’è stato un elemento che ti ha colpito più di altri, la prima volta che lo hai letto?

A colpirmi di più è stata l’empatia che ho sentito per il personaggio di Nela, protagonista e unica voce dell’opera. Il fatto che fosse rinchiusa in un manicomio e che da lì raccontasse la sua tragica storia. Credo, quindi, una sorta di volontà di riscattarla, di far conoscere la sua versione dei fatti. Certo, lei è colpevole, e lo rimane; colpevole di aver ucciso un essere umano, però, attraverso la sua storia capiamo sempre di più perché lo ha fatto. La cosa che mi ha colpita di più è stata riuscire ad empatizzare con un personaggio che commette un atto estremamente violento, e ricercarne le ragioni nella storia che racconta, nei personaggi che la circondano, scandagliando la componente psicologica e andando al di là della mera accusa giuridica. Mi dispiace per lo spoiler, ma in fondo il titolo è piuttosto esplicito.

Cosa pensi che resti al pubblico del personaggio di Nela?

Tanta tristezza. Tanta ricerca di comprensione. Immagino che la reazione di ogni lettore dipenda, com’è naturale, dal retroterra culturale di ognuno, dal modo di pensare e da una serie infinita di variabili, però sono convinta che non possa restare solo la figura di Nela come di un’assassina, ma che emerga soprattutto la sua solitudine, il fatto di essere stata abbandonata da chi avrebbe dovuto starle vicino, e che invece non ha fatto altro che vessarla in ogni modo possibile. Per cui sì, lei è colpevole, però c’è, al contempo, una forte empatia che spinge il fruitore a cercare di comprendere: come mai? quanta percentuale di colpa ha il personaggio di Nela e quanta, invece, chi la circonda?

Immagino che la ricezione di un’opera dipenda anche dal fattore generazionale. Insomma, magari la generazione dei nostri nonni leggerebbe questo testo con occhi diversi…

Sicuramente sì, perché oggi esiste una sensibilità diversa rispetto ai temi legati alla maternità: c’è molta più consapevolezza. La generazione dei nostri nonni probabilmente non si interrogava sulla depressione post-partum e, forse, nemmeno sulla possibilità che avere un figlio potesse risultare difficile da conciliare con il proprio progetto di vita. Avere una famiglia e dei figli era percepito come qualcosa di naturale, se non necessario, rispetto a cui tutto il resto passava in secondo piano. 

Questo testo è nel 1898. È straordinario che una donna abbia avuto l’audacia di parlare di infanticidio, in questi termini e in quell’epoca.

Sì, lo è. Soprattutto se consideriamo che Caterina viene da una piccola realtà rurale della Catalogna. Oggi si parla tanto di maternità, ma non più come di qualcosa di idilliaco: se ne parla sempre di più nella sua problematicità. Non si discute solo di quanto sia bello essere madri, ma anche di cosa comporta esserlo, da un punto di vista professionale, ma anche più privato, intimo. Il fatto che l’autrice, a fine Ottocento, riesca ad andare al di là di questa visione, beh, sì: è straordinario. 

E il personaggio di Reiner invece? Il padre della bambina… cosa resta di lui al pubblico?

Tanta delusione, tanta rabbia. Il personaggio di Reiner appartiene a una classe sociale molto più elevata rispetto a quella di Nela: lei è una ragazza del popolo, vive e lavora con i fratelli in una casa di campagna, in mezzo agli animali. Reiner è un ragazzo di città, ricco, affascinante, che balla con tutte le ragazze del paese e che non ha certo alcun interesse a sposare una ragazza povera. Lo spettatore attento si rende conto fin da subito che il suo obiettivo è ingannarla. Nela, però, non possiede i mezzi per riconoscere quell’inganno: è orfana di madre e non ha nessuno con cui confrontarsi – non un’amica, né una zia, né una figura femminile che possa guidarla. Questo suscita rabbia nello spettatore, ma allo stesso tempo gli permette di empatizzare con il personaggio di Nela e di comprendere sempre meglio il gesto che compirà.

Adesso parliamo del processo di traduzione. Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare in quanto traduttrice?

Trattandosi di un testo del 1898, direi che la sfida principale sia stata adattare la lingua. Si tratta di un linguaggio arcaico e, non esistendo un dizionario aggiornato catalano-italiano, ho dovuto lavorare molto con monolingue. Questo ha reso il processo meno immediato, anche se probabilmente più accurato. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata confrontarmi con una lingua antica e con un linguaggio fortemente rurale. L’autrice fa spesso riferimento a elementi della casa e del lavoro nei campi molto specifici, appartenenti a una sfera semantica che io non domino appieno, per cui molti termini mi risuonavano sconosciuti.

Durante l’ultima presentazione del libro, a Barcellona, hai parlato di alcuni elementi culturospecifici che ti hanno messa in difficoltà, di passi più ostici che hai faticato a rendere al meglio: faresti qualche esempio?

Alla fine del monologo c’è un passo che mi ha fatta dannare: è il momento in cui la neonata – non casualmente una bambina – viene gettata nel mulino. Le pale la inghiottono e la macchina continua a girare. Il rumore che ne segue viene paragonato dall’autrice al suono che fa la coca quando viene schiacciata. Qui la faccenda si complica. Tanto per cominciare, che cos’è la coca? È una pietanza tipica della Catalogna, friabile e croccante, che fa il rumore che potrebbero fare altri prodotti da forno come i crackers, o il pane carasau. La tendenza della traduzione moderna è quella di rimanere fedele al testo di partenza, tentando di lasciare invariati gli elementi culturospecifici, laddove possibile. E, se si trattasse di un romanzo, non ci sarebbe nessun problema a lasciare «coca» e inserire in nota una spiegazione della scelta. Il punto è che si tratta di un’opera teatrale e, si sa, a teatro l’immediatezza è tutto, per cui l’attrice non può certo interrompere il monologo, distruggendo il climax, per spiegare allo spettatore italiano che non si tratta né di una Coca-Cola, né di cocaina. Così ho dovuto fare una scelta: l’ho tradotto con «vetri rotti».

Molti sostengono che una traduzione sia un lavoro di creazione artistica a tutti gli effetti, e che quindi il traduttore sia anche co-autore del testo. Tu ti senti co-autrice di quest’opera?

Sì e no. In parte sicuramente sì, perché penso che il compito principale del traduttore sia quello di generare un testo che sia fedele all’originale, con tutte le problematicità che il termine fedele comporta in traduzione, ma anche leggibile, godibile e immediato per il fruitore. E per far sì che una frase suoni in maniera naturale, chi traduce deve obbligatoriamente operare dei cambi. Ci sono due componenti fondamentali: creazione artistica ed empatia con il personaggio. Per cercare di capire la frustrazione di Nela, per rendere la sua disperazione raccontata da dentro un manicomio, sono dovuta entrare nel personaggio, nella sua mente, per cercare di tradurla nel migliore dei modi. Quindi sì, in parte il traduttore è co-autore, anche perché la traduzione cambia da persona a persona. La mia traduzione è diversa da quella che avrebbero potuto fare nel 1898, così come sarebbe diversa se fatta tra cento anni, o da un’altra persona.

Qual è l’eredita che L’infanticida lascia al lettore? E a te, in particolare?

Una forte consapevolezza di quanto il luogo d’origine condizioni tutta la nostra esistenza. A Nela succede quello che succede perché nasce in quell’epoca, in quel momento e in quel luogo. Non può sfuggire. Penso che porti a riflettere su quanto siamo influenzati dal contesto, dalle relazioni che costruiamo con l’altro e da quanto questo plasmi le nostre decisioni. Al lettore resta lo spazio per una importante riflessione sulle proprie origini e su quanto siano peculiari i rapporti tra esseri umani.

Quanto sono complicate le relazioni umane…

Mamma mia, complicatissime.

La ricezione di questo testo sarà diversa in Italia, rispetto alla Spagna?

Per la mia esperienza, soprattutto catalana, penso che la Spagna e la Catalogna siano un po’ più aperte su certi temi, come l’aborto, appunto. In Italia, forse, alcuni ambienti più conservatori potrebbero avere da ridire su un testo che si intitola L’infanticida che viene rappresentato a teatro. È anche vero, però, che il mondo culturale tende a non essere un mondo conservatore. Suppongo, quindi, che il pubblico che decide di andare a vedere uno spettacolo con un titolo del genere, sia ben preparato.

Per concludere ho un’ultima domanda: considerando che si tratta di un’opera teatrale, pensi che in Italia si assisterà presto, grazie alla tua traduzione, a uno spettacolo? Magari a Torino, la tua città… 

Magari! Mi piacerebbe molto. Torino è una città in cui il teatro è molto vivo, ci sono tanti spettacoli teatrali sui grandi classici, ma anche su testi contemporanei e non italiani, quindi non lo escludo. È un testo che ha una sola protagonista, quindi il budget di produzione non dovrebbe essere spropositato. Inoltre, la scenografia è molto povera. Ho spesso vagheggiato la possibilità di creare un gruppo teatrale con i miei studenti, e di far interpretare Nela a più studentesse che imparano solo una parte. Chissà… in fondo è un testo godibile, anche nel 2026 o negli anni a venire, perché il tema è interessante e, in un certo senso, evergreen. La storia della letteratura ci insegna che la maternità non cesserà, dall’oggi al domani, di essere una tematica “fertile” – perdona il gioco di parole – e poi, le relazioni umane non cesseranno mai di essere complicate. Insomma, per rispondere alla tua domanda: perché no?

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto