Fulvio Risuleo: “Il cinema in metri. Conversazioni con registe e registi che girano in pellicola” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Se l’editore pubblica i libri, il discografico fa uscire i dischi e il produttore produce i film, vuol dire che lo scrittore, il musicista e il regista hanno bisogno di qualcuno che legittimi il loro lavoro per potersi definire tali.”

È uno dei nuclei di Il cinema in metri, il libro di Fulvio Risuleo pubblicato da minimum fax. Regista egli stesso, Risuleo incontra alcune delle voci più significative del cinema italiano contemporaneo — Pietro Marcello, Giuseppe Garau, Alba Rohrwacher, Alessandro Roja, Saverio Costanzo, Francesco Sossai e altri — e usa una domanda apparentemente tecnica, perché girare ancora in pellicola, per aprire una riflessione più ampia sul lavoro artistico.

Risuleo va a incontrare i suoi interlocutori da vicino, a Roma, a Torino, in Abruzzo o a Parigi, fedele al principio della testimonianza dal vivo, guardando l’interlocutore negli occhi mentre sorseggia un caffè, mostra la sua casa e le sue abitudini, è una persona reale. È un metodo che corrisponde, in qualche modo, alle esigenze del cinema: prima di parlare di immagini, il libro restituisce la presenza fisica di chi le produce.

Sono personaggi senz’altro fuori le righe, che girano film “in pellicola”, ma anche testimoni di un cambiamento epocale in cui tutto viene messo in discussione, principalmente la cultura e i suoi canoni espressivi. Libri, musica, arte e cinema rappresentano l’anima della società; un’anima divisa tra il canale commerciale, spesso confuso con l’utile, e il linguaggio più difficile e prezioso dell’individuale, specifico e variegato, quasi sempre fuori schema.

“L’artista cerca l’autorizzazione del sistema per esistere. I soldi girano solo nel sistema, solo chi ne fa parte può sperare di sopravvivere con il proprio lavoro.”

Lo sa bene chi non ha alcuna possibilità di esprimersi secondo le proprie capacità e il proprio ingegno, e per il quale sembra possibile farsi spazio soltanto attraverso un adeguato budget economico e un relativo battage pubblicitario. C’è, tuttavia, chi sceglie la strada più difficile pur di restare fedele alla verità dell’ispirazione. Nel cinema, questa scelta passa spesso per la pellicola (mettendo da parte il digitale): un materiale costoso e fragile, che impone limiti ma restituisce una diversa relazione con l’immagine.

“Metri di pellicola” si legge nel titolo, e viene subito in mente “Nuovo Cinema Paradiso”, con la poesia che la fisicità della celluloide continua a evocare. Ma i registi intervistati non celebrano la pellicola come un oggetto di culto. Se si trattasse soltanto di una tecnica, perché il senso e la bellezza di una sceneggiatura dovrebbero cambiare in base alla tecnologia impiegata? Se leggiamo Dante sul computer e non in un codice miniato, non si tratta sempre di leggere Dante? Dante è pur sempre Dante.

La differenza sta altrove: nel modo in cui il supporto modifica il processo creativo. Girare con la macchina da presa significa creare al buio, senza controllo immediato e senza certezze, con il rischio di sbagliare o di vedere compromesso il lavoro nello sviluppo. La magia è quella di una realtà che emerge in modo inconscio, onirico, capace di mostrare ciò che forse non c’è o non c’era. Probabilmente da qui nasce quella che gli intervistati chiamano sincerità.

“La sincerità è essenziale. Se vai a vedere uno spettacolo di marionette fai un patto con l’artista e accetti che quelli sono i suoi personaggi, tu ci credi e quindi ti puoi emozionare. Il pubblico ti seguirà se sei coerente con le regole del tuo mondo narrativo.”

Non vuol dire, naturalmente, che chi si esprime con il digitale menta. È il mezzo espressivo a privilegiare una diversa relazione con l’immagine. La scena di due innamorati in riva al mare è coinvolgente se il mare è lì, con le sue imperfezioni, i suoi schizzi e i granelli di sabbia. L’effetto cambia se il mare fa da proscenio, come in una scenografia teatrale, e i personaggi vi si stagliano come figurine ritagliate da un album.

La fisicità della pellicola ha il suo peso, va conservata come una cosa viva, perché è facilmente deteriorabile. C’è chi, nell’attesa di girare, la conserva in frigo. Girare in pellicola costa molto, e chi autoproduce con pochi mezzi predilige ciò che garantisce una maggiore e particolare creatività. Accade anche che alcuni registi, pur avendo ottenuto buoni budget, preferiscano poi lavorare con poche persone a un cortometraggio, godendo di un’autonomia altrimenti impossibile.

“La compresenza del tempo è qualcosa di prettamente cinematografico. Gli archivi cinematografici sono immagini molto fantasmatiche.”

Un fascino particolare hanno le pellicole conservate in archivio: vive appaiono le immagini di altri tempi, storie raccontate in altri momenti e guardate in retrospettiva. Pensiamo a quanto è diversa l’opera dell’AI nel cinema. L’ AI può produrre un nuovo film con i corpi e le voci di attori defunti, qui non è la finzione da condannare, visto che nel cinema tutto è fiction, è l’assoluta mancanza di sincerità. L’ispirazione può venire dal passato, dall’immaginario collettivo o dalla letteratura; non dal copia e incolla.

A volte pellicola e digitale si ibridano: le tecniche digitali possono migliorare un film girato in celluloide, come un antico mobile restaurato con materiali moderni. In questo caso la tecnologia resta un mezzo, benché privo del fascino della materia originaria.
Il paradosso è che chi gira in pellicola spesso dispone di mezzi ristretti. Nei piccoli film, fatti con poco, c’è più ricerca e più libertà artistica, mentre le gerarchie del cinema industriale rischiano di impedire spontaneità e creatività.

Resta il problema del solipsismo degli autori alla ricerca del vero artistico, di quello che non è facile comunicare. La solitudine è forse la condizione normale dell’essere umano, eppure l’artista vuole comunicare, e per questo cerca patenti e riconoscimenti, qualcosa che giustifichi la sua esistenza.

Il cinema in metri non propone una tesi unica e non chiede di scegliere tra celluloide e digitale. Mostra invece che la scelta del supporto può diventare una scelta etica ed estetica, un modo di difendere la libertà di chi fa film. Sono qui riportate impressioni e pensieri dei registi che Fulvio Risuleo ha intervistato, lasciando ai lettori il piacere di leggerli per intero e di consultare l’utilissimo glossario sul linguaggio tecnico cinematografico.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Sergio Antonielli: “Oppure, niente” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”  

Sergio Antonielli (Roma 1920 – Milano 1982)  

“Oppure, niente” è un classico del Novecento pubblicato nel 1972. Lo ripropone oggi Minimum Fax  a beneficio di un tema che ha caratterizzato il secolo scorso e genera il malessere del nostro, a volte spiegandolo, altre volte contrapponendovisi: noia, perdita di valori, perdita di identità, suicidio.   

Milano, al Motta, in Stazione centrale, per un caffè. Un professionista, un architetto di mezza età, scorge la propria immagine riflessa nello specchio, dietro il bancone del bar, e fa una scoperta: lì c’è suo padre, sì, è  lui, eppure non gli somiglia.  La somiglianza è piuttosto negli oggetti: il cappello, il cappotto, la sciarpa, ma poi nella piega delle labbra, i cui angoli, naturalmente rivolti in su, richiamano un sorriso che non c’è.

Uscito dal caffè, per via Buenos Aires, aleggia una domanda: «Devo andare, dove?». Però, subito dopo: «Mi piace sentirmi in mezzo alla gente». Così l’inutilità si trasforma in piacere, e forse è qui la risposta alla domanda di prima, anche se non basta. Questo flemmatico atteggiamento – l’inutilità che si trasforma in piacere, il vagare senza meta in mezzo alla gente – richiama da vicino una certa atmosfera letteraria del primo Novecento. Non è un caso, allora, se la mente corre a un’altra città, Trieste, e a un altro autore, Italo Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz (1861–1928), e a un altro personaggio, Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, il romanzo che ha forse maggiormente caratterizzato il senso di torpore, l’insopportabile inadeguatezza che affligge Zeno e molti altri, intellettuali e non, del ventesimo secolo.

L’indagine sull’inconscio era partita da Freud, di cui Svevo era amico e del quale traduce “L’interpretazione dei sogni”; d’altro canto, “La coscienza di Zeno” è apprezzata da James Joyce dal quale Svevo apprende l’Inglese alla Berlitz School of Zagabria di Trieste. Da Trieste a Milano e da Svevo ad Antonielli, il romanzo italiano risente ancora l’influenza degli scrittori realisti francesi, della filosofia di Shopenhauer, degli scritti psicanalisti di Freud. 

Antonielli, con “Oppure, niente” descrive il suo personaggio come afflitto da una sorta di nichilismo, un malessere che porta con sé una crisi d’identità. La noluntas si contrappone alla voluntas, un “non volere” che si oppone, a dispetto, alla “volontà di ferro” suggerita dal fascismo, e, probabilmente, nata proprio per opposizione ad esso; in modo altrettanto ipotetico, rinunciataria per mancanza di valori sufficienti a darle forza. Di fatto, Svevo non aderisce al fascismo ma neanche vi si oppone, il suo protagonista non ha idee politiche da difendere o combattere, non ne ha la forza. In Antonielli, invece, il rifiuto di ogni posizione netta – politica, affettiva, esistenziale – appare più radicale: l’architetto non è solo inerte, è strutturalmente incapace di scegliere, come suggerisce già il titolo, “Oppure, niente”.

L’architetto, protagonista di Antonielli, si muove per le strade di una Milano degli anni Sessanta, è un uomo affermato professionalmente, separato dalla moglie, con una figlia adolescente con cui comunica poco, attratto da donne che non si cura di conoscere a fondo e che gli si presentano come attraverso un vetro, senza scalfire il suo animo in profondità. La sua è una solitudine da uomo di successo, ma interiormente svuotato: ogni relazione resta superficiale, ogni possibilità si spegne prima di diventare scelta.

La solitudine lo raggiunge nel salotto di casa, dove chiude le finestre per non essere raggiunto dal rumore del traffico, mentre ascolta Wagner dal grammofono, accavallando le gambe nella medesima posa di suo padre. Un padre morto suicida all’età che ha ora lui, quarantanove anni, che quando lui ne aveva nove ha scoperto nello studio, a terra, fra scrivania e divano, morto, in pigiama.

Ne ricorda il corpo composto nella bara, con gli stivali. Era l’epoca fascista, il padre un famoso archeologo, teneva conferenze importanti; a una di queste aveva presenziato il re, seduto accanto a un cardinale, ovviamente in rosso. Il sovrano, piccoletto, aveva masticato a vuoto per tutto il tempo, il ragazzino che era lui lo aveva osservato aggirarsi fra le piante ornamentali disposte nella sala.

Lo portava a cavallo dietro la sella, il padre, quando si scavava a Cerveteri, ma non gli spiegava quello che stavano facendo: i cimiteri antichi portavano alla luce tombe di guerrieri, sepolti con la lancia, come fu poi sepolto il padre, con un fucile che non aveva mai usato e con indosso una divisa comprata per l’occasione, mai indossata in vita, per uniformarsi al funerale fascista. Un’adesione formale, esteriore, priva di convinzione, in tutto uguale al tipo di adesione che il figlio, da adulto, rifiuta in blocco, preferendo il «niente» a ogni «oppure».

Perché si era ucciso? Era un dissidente? Oppure era semplicemente annoiato? Neanche Zeno aveva un buon rapporto col padre. Per Svevo la nevrosi si cura con la letteratura, e per Antonielli? «Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima»… Lo dice il suo personaggio mentre passeggia per via Buenos Aires. In questa frase si condensa la differenza tra i due autori: se in Svevo la scrittura è terapia e autoanalisi, in Antonielli sembra non ci sia proprio più nulla da salvare.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Elle Nash: “Frutto del tuo ventre” (Pidgin, 2026, trad. Stefano Pirone), di Valeria Jacobacci

Se il romanzo body horror (penso a Palahniuk o a Clive Barker) aveva bisogno di un’altra voce, certamente la giovane autrice angloamericana Elle Nash può fornirgliene una abbastanza convincente con i suoi scritti, dei quali l’ultimo, “Frutto del tuo ventre”, è in uscita per i tipi di Pidgin, tradotto da Stefano Pirone.  In linea con il genere, tutte le note dello spartito risultano adeguatamente disturbanti.  Ben decisa a ribadire l’indicazione, la Nash non lascia nulla all’immaginazione e calca la mano il più possibile con un coerente finale a sorpresa. Un’attenzione specifica per le problematiche femminili campeggia sullo sfondo della già disfunzionale società americana, in una piccola città di provincia, la narrazione ossessiva si sviluppa nella coscienza dolorante della protagonista, con qualche flashback rivelatore, ove mai ce ne fosse bisogno, della progressiva paranoia di una creatura schiacciata dall’ambiente circostante.  I due temi, della precaria condizione femminile e della misera condizione culturale della provincia, sono ben conosciuti dalla scrittrice, che ha vissuto in Colorado e in Arkansas, per poi trasferirsi a Glasgow, in Inghilterra, dove vive col marito e la figlia. La denuncia sociale è quindi alla base della sua ispirazione, il proposito è quello di una condanna aspra, carica di ribellione, troppo sofferente per non essere esplicita. Nella vicenda, che procede con la scansione dei ritmi di una gravidanza, la critica alla Chiesa locale, il massimo dell’ipocrisia e del degrado, è tutta nella stupefatta constatazione di come l’amore, che dovrebbe animarla costituendone la forza, sia invece esaltazione malata, suggestione malsana, scaramantica grettezza, assenza totale di solidarietà. 

Daisy, che la religiosissima madre chiama Dee Dee, è incinta, lavora in un posto dove si macellano e insacchettano polli, il coltello è nelle sue mani e con quello fa a pezzi gli animali ai quali ha spezzato abilmente il collo. Dopo ore trascorse in questa operazione, Daisy torna a casa dal marito David, che chiama Papy, ex detenuto, brutale e stolido, amante di insetti rari che commercia clandestinamente. L’orrore del quale Dee Dee è circondata, lotta con una subdola apparenza di normalità, da lei sospirata, desiderata, immaginata, della quale si sente però indegna ed estranea. E’ questo il punto in cui il capello del suo precario equilibrio si spezza in due, l’inizio di una scissione senza ritorno, l’essere e il voler essere. Il dramma shakespeariano non è abbellito né dalla poesia né dall’espressione letteraria, visto che ci troviamo in un romanzo che rappresenta visceralmente il corpo, e che la contrapposizione riguarda l’essere e l’apparire. Daisy infatti non resta incinta a lungo, molte gravidanze infatti si susseguono, però tutte non superano i primi mesi, lasciando il senso di vita e di morte che si alternano nel suo ventre. Non le resta che la finzione: ordinare su Amazon un ventre finto da indossare sotto i vestiti. Le altre donne della vicenda, la madre disamorata e fanatica, l’amica, modello irraggiungibile di fertilità, che resta gravida varie volte, e, al tempo stesso, oggetto di ammirazione e attrazione lesbica, fanno da corollario a un finale alla Edgar Allan Poe. Ora come ora, siamo molto lontani dall’eleganza descrittiva di Poe, come dalla sfacciata presunzione del marchese De Sade o dall’ironia di Orwell, ai quali ci viene ogni tanto di pensare leggendo queste pagine. Potremmo scegliere la “banalità del male” come chiave d’interpretazione: tutto il peggio accade in scenari scialbi, supermercati, case modeste e così via.  Come una cagnetta isterica Daisy è sempre incinta e il parto sarà ben più di un aborto. La sua immaturità mentale la costringe in una prigione, un limbo freudiano, dove si trastulla con cacca e pipì, tamponi sporchi di sangue mestruale, poveri resti di animali da lei torturati e uccisi. Pensare che voleva solo essere buona, o semplicemente amata da sua madre! 

Specchio della realtà oppressiva, il romanzo, ambientato nel Missouri operaio, è l’espressione di un disagio profondo, dalla realtà lavorativa alienante al trauma anche religioso degli aborti e della mancata gravidanza. L’orrore di cui parlavamo in premessa è interiore e psicologico, direi esistenziale perché correlato all’esistenza stessa del corpo umano. Per esprimerlo la Nash non ha bisogno di esplorare altri mondi o dimensioni alternative come in Barker, non c’è estasi nel dolore, e non deve far ricorso alla satira punk alla Palahniuk per ricordarci che il disagio fisico è nella normalità dei nostri corpi e della nostra società malati. L’orrore è qui, tra di noi e dentro di noi. Nella letteratura come nella vita.   

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Keanu Reeves e China Miéville: “Il libro dell’altrove” (minimum fax, 2025), di Valeria Jacobacci

Qualche citazione dal testo per approfondire “Il libro dell’altrove”pubblicato da Minimum Fax, e cosa esprimono, con molta sofferenza, i due autori, il fascinoso attore Keanu Reeves e il fantasioso fumettista China Miéville: “ Meglio l’insubordinazione che l’indipendenza” e “La storia ha fatto su e giù moltissime volte” e anche “Tutto quello che succede è già successo”. Vera protagonista è l’Entropia, come in tutti i romanzi distopici che si rispettino, una tendenza al Caos molto ben descritta e drammaticamente affrontata dalla coppia Unute, l’immortale che vuole morire, e Diana, la bella scienziata che tenta di salvarlo e di carpirne il terribile segreto. Davvero penosa l’esistenza di entrambi, circondata da soldati invulnerabili e scenari apocalittici, bestie umane e uomini bestiali, perpetuamente sporchi di sangue e lamentosamente cinici.

Salti mortali nell’epica e nelle religioni di tutti i tempi e risvegli in brevi scene di vita quotidiana con una donna che lava i piatti e si asciuga le mani nello strofinaccio. “Non voglio morire” cerca di spiegare l’eterno Unute, “Voglio la mortalità”, c’è una differenza! Diana comprende ma ha un dovere da compiere perché non è solo una scienziata ma un ufficiale dell’esercito del Governo, con tutta probabilità degli Stati Uniti d’America, ma non è specificato. Lo scopo del Governo è quello di tenere la situazione sotto controllo, Unute può infatti diventare un problema se l’immortalità si diffonde a partire da lui: che senso ha uccidere se chiunque muoia torna poi inopinatamente in vita? La guerra rischia di diventare ancor più problematica, un’estenuante opera di devastazione senza fine!

Ma perché Unute vuole morire? In realtà muore spesso ma ogni volta risorge da una sorta di uovo primordiale. “Professore, per favore, dica lei, è nato prima l’uovo oppure la gallina? Che figura! Il professore non lo sa!” cantava Natalino Otto sulla base di un boogie-woogie: il mistero resta irrisolto e Unute non ne può più di rinascere continuamente! Intanto, se vuole morire è altrettanto vero che vuole vivere, non è questo l’eterno dilemma dell’umanità? Purtroppo, fra gli innumerevoli  riferimenti alla letteratura di tutti i tempi, dagli Egizi, alla Bibbia, a Pinocchio e a Frankenstein, con accenni a Dorian Gray e a Osiride, fatto a pezzi dispersi ovunque e pronti a ricomporsi, gli autori non hanno pensato a Dante e alle acque del Lete, il fiume della dimenticanza. Il problema è proprio questo: senza dimenticare le vite precedenti, magari dopo aver fatto una nuotata in quel fiume, l’eroe Unute, che conta ottantamila anni, non sopporta più la vita, e questo è un problema.

L’umanità però ha un programma eutico, molti eroi, simili a Berserk, sono alla ricerca della verità. La bella Diana è decisa a venirne in qualche modo a capo, aiutata nell’impresa da altri volenterosi. Molti ostacoli si oppongono nel percorso, nessun mostro preistorico si è estinto, sono tutti presenti con i loro enigmi, niente è risolto, il brodo primordiale schiuma sempre più e ne emerge un cinghiale immortale, (in realtà muore e risorge anche lui, come Unute, con il quale ha un conto in sospeso, come accade a creature dello stesso genere, e lo insegue da millenni per ucciderlo) simile al Minotauro ma con caratteristiche dei Tre porcellini, si scompone e ricompone sanguinando, appunto, come al mattatoio. Urge almeno una teoria per dare un senso alla vicenda, ed eccola:  ”Dobbiamo spezzare una dipendenza. La nostra cultura è dipendente dalla negatività, e questo significa avere una dipendenza dalla morte. E’ una cultura della morte . Ecco cosa dobbiamo spezzare.“  Lo afferma un amico della bella Diana dando una svolta alla narrazione. Ed ecco la verità: Unute l’immortale è in realtà la morte stessa. E’ lui che bisogna uccidere per uccidere la Morte, l’unica vera immortale. Per questo il Governo ha messo a punto un progetto, Diana lo porta avanti, è il Life Project.  Unute è vicino a realizzare il suo proposito di porre fine alle innumerevoli vite, la conclusione è vicina. All’ultimo momento, l’Uovo primordiale si fa avanti. Unute e il cinghiale immortale non hanno più voglia di collaborare. Babirussa il cinghiale e Unute l’immortale ritornano ognuno nel suo uovo e tutto ricomincia.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.