“Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”
Sergio Antonielli (Roma 1920 – Milano 1982)
“Oppure, niente” è un classico del Novecento pubblicato nel 1972. Lo ripropone oggi Minimum Fax a beneficio di un tema che ha caratterizzato il secolo scorso e genera il malessere del nostro, a volte spiegandolo altre volte contrapponendovisi. Noia, perdita di valori, perdita di identità, suicidio.
Milano, al Motta, in Stazione centrale, per un caffè, un professionista, un architetto di mezza età, scorge la propria immagine riflessa nello specchio, dietro il bancone del bar, e fa una scoperta: lì c’è suo padre, sì, è lui, eppure non gli somiglia. La somiglianza è piuttosto negli oggetti: il cappello, il cappotto, la sciarpa, ma poi nella piega delle labbra, i cui angoli, naturalmente rivolti in su, richiamano un sorriso che non c’è.

Uscito dal caffè, per via Buenos Aires, aleggia una domanda “Devo andare, dove?”Però, subito dopo, “Mi piace sentirmi in mezzo alla gente”. Così l’inutilità si trasforma in piacere, e forse è qui la risposta alla domanda di prima, anche se non basta. Questo flemmatico atteggiamento ci porta in un’altra città, Trieste, e a un altro autore, Italo Svevo, al secolo, Aron Hector Schmitz (1861/1928), e a un altro personaggio, Zeno Cosini, protagonista de “La coscienza di Zeno”, il romanzo che ha forse maggiormente caratterizzato il senso di torpore, l’insopportabile inadeguatezza che affligge Zeno e molti altri, intellettuali e non, del ventesimo secolo.
L’indagine sull’inconscio era partita da Freud, di cui Svevo era amico e del quale traduce “L’interpretazione dei sogni”; d’altro canto, “La coscienza di Zeno” è apprezzata da James Joyce dal quale Svevo apprende l’Inglese alla Berlitz School of Zagabria di Trieste. Da Trieste a Milano e da Svevo ad Antonielli, il romanzo italiano risente ancora l’influenza degli scrittori realisti francesi, della filosofia di Shopenhauer, degli scritti psicanalisti di Freud.
Antonielli, con “Oppure, niente” descrive il suo personaggio come afflitto da una sorta di nichilismo, un malessere che porta con sé una crisi d’identità. La noluntas si contrappone alla voluntas, un “non volere” che si oppone, a dispetto, alla “volontà di ferro” suggerita dal fascismo, e, probabilmente, nata proprio per opposizione ad esso, e, in modo altrettanto ipotetico, rinunciataria per mancanza di valori sufficienti a darle forza. Di fatto, Svevo non aderisce al fascismo ma neanche vi si oppone, il suo protagonista non ha idee politiche da difendere o combattere, non ne ha la forza.
L’architetto, protagonista di Antonielli, si muove per le strade di una Milano degli anni Sessanta, è un uomo affermato professionalmente, separato dalla moglie, con una figlia adolescente che comunica poco, attratto da donne che non si cura di conoscere a fondo e che gli si presentano come attraverso un vetro, senza scalfire il suo animo in profondità.
La solitudine lo raggiunge nel salotto di casa, dove chiude le finestre per non essere raggiunto dal rumore del traffico, mentre ascolta Wagner dal grammofono, accavallando le gambe nella medesima posa di suo padre.
Un padre morto suicida all’età che ha ora lui, quarantanove anni, che quando lui ne aveva nove ha scoperto nello studio, a terra, fra scrivania e divano, morto, in pigiama.
Ne ricorda il corpo composto nella bara: con gli stivali. Era l’epoca fascista, il padre un famoso archeologo, teneva conferenze importanti, ad una di queste aveva presenziato il re, seduto accanto a un cardinale, ovviamente in rosso. Il sovrano, piccoletto, aveva masticato a vuoto per tutto il tempo, il ragazzino che era lui, lo aveva osservato aggirandosi fra le piante ornamentali disposte nella sala.
Lo portava a cavallo dietro la sella, il padre, quando si scavava a Cerveteri, ma non gli spiegava quello che stavano facendo, i cimiteri antichi portavano alla luce tombe di guerrieri, sepolti con la lancia, come fu poi sepolto il padre, con un fucile che non aveva mai usato e con indosso una divisa comprata per l’occasione, mai indossata in vita, un funerale fascista.
Perché si era ucciso? Era un dissidente? Oppure era semplicemente annoiato? Neanche Zeno aveva un buon rapporto col padre. Per Svevo la nevrosi si cura con la letteratura, e per Antonielli? “Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”… Lo dice il suo personaggio mentre passeggia per via Buenos Aires.
Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.










