Victoria Mas: “Il ballo delle pazze” (e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca), di Cristiana Buccarelli

La ribellione femminile nel romanzo di Victoria Mas 

Il ballo delle pazze (Le Bal des folles) è il romanzo d’esordio di Victoria Mas. Diventato un vero e proprio caso letterario in Francia, è stato pubblicato da Éditions Albin Michel nel 2019 e ha vinto il Prix Renaudot des lycéens. In Italia è arrivato nelle librerie nel 2021 per Edizioni e/o e con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca.  

La storia è ambientata nella Parigi del 1885 e si svolge in buona parte tra le mura dell’ospedale della Salpêtrière, dove vengono internate le cosiddette “isteriche”, curate dal dottor Charcot tramite l’ipnosi, spesso sottoposte ad esperimenti duri ed eccessivi; queste donne sono sorvegliate a vista e recluse, senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno.

Si tratta di un vero e proprio manicomio femminile, un luogo di reclusione per donne “scomode”, spesso allontanate dalle famiglie con il pretesto che siano affette da fantomatiche “malattie nervose”. In sostanza, si tratta di quelle stesse figure femminili che nei secoli precedenti venivano definite streghe e che, nell’Ottocento vengono targate come “pazze”.

Così, attraverso la descrizione delle pratiche mediche dell’epoca, Victoria Mas ci racconta in maniera vivida la condizione femminile nel XIX secolo: l’uso della medicina come strumento di controllo sociale, la labilità del confine tra sanità e follia, e, soprattutto, la possibilità della solidarietà femminile contro la repressione patriarcale.

I due personaggi centrali attorno ai quali si muove l’intero romanzo, tra loro assolutamente complementari, sono Geneviève ed Eugénie.

Geneviève rappresenta in apparenza il pilastro stesso del sistema: è la capo infermiera all’ospedale della Salpêtrière, una donna devota all’ordine, alla scienza del dottor Charcot e alle rigide regole della società ottocentesca.

Estremamente razionale, si è formata sul campo da giovanissima, assistendo il padre medico durante le sue visite:

‘’Aver passato l’adolescenza ad assistere il padre durante le visite aveva permesso alla sua vocazione di infermiera di rivelarsi spontaneamente. La giovane era alta e sicura di sé ... Il suo occhio intelligente era in grado di diagnosticare qualsiasi disturbo, spesso anche prima del padre…’’

Geneviève non riesce a credere in Dio, pone la sua fiducia solo nella scienza, ma ha un tallone di Achille: la memoria della sorella Blandine, morta di tubercolosi a soli sedici anni, per la quale invece la fede rappresentava tutto. 

Secondo il pensiero di Geneviève: 

‘’Di sicuro non c’era alcun Dio. Se Dio esisteva e applicava la giustizia sulla terra non poteva far morire una fervente fedele di sedici anni…’’

Tuttavia, pur non credendo nel trascendente, ha l’abitudine di scrivere lettere alla sorella scomparsa.

Eugénie è invece l’elemento dirompente del racconto: una giovane borghese intelligentissima e anticonformista, internata dal padre sia perché rifiuta le convenzioni sociali dell’epoca, sia per la sua sensibilità fuori dal comune. Ella è infatti una giovane medium, capace di comunicare con i defunti.

La ragazza comprende che l’unica persona che può salvarla da quell’ingiustizia è proprio Geneviève. Così fa leva sul suo punto debole e la mette in contatto con la sorella defunta Blandine: ciò farà crollare tutte le certezze di Geneviève.

‘’Con il suo abito pulito ed elegante, un vestito da ragazza di buona famiglia, Eugénie le fa venire in mente una strega (…)

Eugénie ha l’aria di guardare altro nella stanza in penombra, sta fissando un punto alle spalle di Geneviève

La soprintendente sente l’intero corpo percorso da una scarica, il petto comincia a tremarle come per un improvviso colpo di freddo e il tremito aumenta fino a scuoterle tronco e braccia.’’ 

Così Geneviève, figura fino a quel momento dall’autorità inflessibile, attraverso l’incontro con Eugénie mette in discussione le proprie certezze nella scienza medica patriarcale dell’epoca. Vede in Eugénie ciò che lei stessa non ha avuto il coraggio di essere: libera, ribelle, fedele alla propria unicità.

È come se Eugénie rappresentasse il potenziale represso di Geneviève, mentre quest’ultima diventa la custode dell’esistenza di Eugénie che rischia di essere distrutta, nonostante la sua intelligenza, dalla famiglia e dal sistema. La loro relazione si trasforma in una vera e propria simmetria, un intimo passaggio di testimone al femminile.

Il punto cruciale del racconto coincide con il celebre ballo annuale della Salpêtrière: un evento mondano in cui i benpensanti dell’alta società vanno a ‘divertirsi’ guardando le recluse mascherate, riducendo le tragedie umane a uno spettacolo di fenomeni da baraccone. È proprio nella confusione di questo momento che Geneviève, con l’aiuto di Théophile, riuscirà a far fuggire Eugénie.

Un gesto di disobbedienza che non resterà di certo impunito dal sistema; ma delle conseguenze che questa scelta avrà sulla vita di Geneviève, è preferibile non anticipare nulla.

La ribellione giovanile e intransigente di Eugénie funziona dunque da detonatore per la presa di coscienza di Geneviève, la quale, a sua volta, usa la propria posizione all’interno dell’ospedale per permettere alla ragazza una via di scampo e offrirle una dignità che altrimenti le sarebbe negata. La Salpêtrière smette così di essere un mero luogo di reclusione e diventa uno spazio di risonanza emotiva, dove il coraggio dell’una completa la maturazione dell’altra.

L’autrice sa creare un legame potente fra le due protagoniste, che però non sono le uniche figure femminili della narrazione. 

Nel romanzo si parla anche di altre donne: c’è Louise, ragazza del popolo segnata dagli abusi subiti in famiglia, c’è Therese anziana ex prostituta finita lì a causa del tradimento di un uomo, e molte altre ancora. Tante donne diverse fra loro, alcune sono lì semplicemente per aver rifiutato un matrimonio o perché avrebbero voluto studiare, apprendere, vivere della propria intelligenza imparando un mestiere ed essere libere.

L’unico personaggio maschile positivo è Théophile, il fratello di Eugénie. Non si tratta di un eroe, ma di un ragazzo giovane che si rende conto dell’ingiustizia perpetrata dal padre contro la sorella e che compie un vero e proprio atto di resistenza affettiva. Sarà lui a fare da ponte verso il mondo esterno e dare alla sorella il supporto decisivo. 

Victoria Mas racconta con una lucidità implacabile la violenza e l’ipocrisia della Francia di fine Ottocento e smaschera un sistema sociale che non tollerava alcuna forma di devianza, in particolare quella femminile. L’autrice agisce con precisione chirurgica, riuscendo a mettere a nudo il modo in cui l’istituzione medica e quella sociale collaboravano per neutralizzare ogni possibilità di autonomia e libertà femminile.

Il ballo delle pazze non è soltanto la ricostruzione storica dell’ingiustizia, ma può considerarsi anche un atto di restituzione: Victoria Mas restituisce voce e dignità a figure che la storia ha preferito definire “folli”. È un libro da leggere tutto d’un fiato, che resta impresso per l’originalità della storia e per l’acutezza dello sguardo e lo spessore dei personaggi femminili tratteggiati. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Elena Ferrante: “I margini e il dettato” (e/o, 2021), di Rosanna Pontoriero

Lo spettacolo di Elena Ferrante dentro se stessa

Con “I margini e il dettato” siamo dietro le quinte di un’ opera tra le più celebri del secolo, quella di Elena Ferrante. Colei che, per molti versi, ha caratterizzato la letteratura contemporanea, non solo italiana. Che spettacolo!…Molto più di un saggio: un binocolo sui grandi romanzi, gli stessi che hanno, letteralmente, timbrato i nostri giorni. E la scrittrice ci racconta in che modo è arrivata alle sue carte, per quali strade. Raccordi affollati e contraddittori, più che altro. Non si riesce a immaginarla alla tastiera: è una figura complessa, anche problematica. Lei scrive su due binari e lo fa perché l’autore «ha il compito di mettere in parole gli spintoni che dà e che riceve dagli altri». A monte di un racconto vi è uno tsunami che investe lo scrittore, «il mondo che gli arriva addosso», lo definisce così la Ferrante. “I margini e il dettato” è una opera colta, scientifica, sofisticata, di spessore filosofico. Si parla di scrittura con una profondità abissale, non è affatto la semplice esposizione di una poetica, ma una riflessione minuziosa, cosmica, intensa, dotta. Credevo che Elena Ferrante fosse una scrittrice geniale, la più ricca del secolo, ma è anche una studiosa arguta, capace di penetrare i fondali. 

I margini

Elena sin da bambina ha un problema con i margini: «Scrivendo, mi distraevo facilmente e se quasi sempre rispettavo il margine di sinistra, finivo spesso oltre quello di destra per completare la parola». Pensate a quanto traumatici possano risultare i quaderni. E subentra, così, la censura, tipica di una scuola che fa del limite un dogma: «Sono stata punita così spesso che il senso del limite è diventato parte di me e quando scrivo a mano sento la minaccia di quel filo rosso verticale, anche se da tempo, sui fogli che uso, non c’è più». Ed ecco che scrivere diventa per Elena anche un gioco dei contrari, galleggiamento tra gli opposti: «Credo che il senso che ho dello scrivere – e anche tutte le difficoltà che mi trascino dietro – abbia a che fare con la soddisfazione di riuscire a stare bellamente nei margini e, insieme, con l’impressione di perdita, di sciupo, per esserci riuscita». Si pone negli anni una coabitazione, non propriamente pacifica e neppure lineare, tra due scritture, quella acquiescente e quella rumorosa. Afferma Ferrante: «Mi sento stretta, a disagio, nella scrittura ben calibrata, che, per capirci, mi ha fatto pensare di saper scrivere. (…) Allora ne cerco un’altra, impetuosa, ma niente da fare, scatta di rado. (…) O irrompe dopo pagine e pagine e avanza strafottente senza stancarsi, senza soffermarsi, non badando nemmeno alla punteggiatura, forte solo del suo stesso impeto». La Ferrante vive quella sensazione di auto disgusto, nota a molti autori, scoprirsi brutti: «Nessuna mia pagina era all’altezza dei libri che mi piacevano, forse perché ero ignorante, forse perché ero inesperta, forse perché ero donna e quindi mielosa, forse perché ero stupida, forse perché ero senza talento». Chi scrive ha un rapporto tossico con il suo prodotto: si trova troppo grasso, o troppo magro, non si piace e va in crisi. La Ferrante parte dalla realtà: da dinamiche sociali, variazioni di luce, ma il risultato sono notti insonni, annotazioni e frustrazione.

I primi romanzi e la solitudine delle protagoniste

Delia, Olga, Leda: una carrellata di donne sole, che non hanno amiche, non si fidano del mondo. Creature poco definite e perimetrate, senza fisionomia, voci senza contradditorio. «Delia, Olga e Leda – ci racconta Elena Ferrante – sono immaginate come donne che, per le vicende della loro vita, sono diventati corpi rigorosamente sigillati. (…) E per di più pare che si siano spinte così vicini ai fatti della loro storia, da non averne una visione di insieme, da non conoscere davvero il senso del loro discorso. Io le ho volute coì. Ho scritto rifiutando il distanziamento canonico». La scrittura di questi primi libri è «aggregante, nutrita di coerenze, mette su un mondo con tutte le sue impalcature al posto giusto». Tuttavia, tanta razionalità viene minacciata dai paradossi, ovvero sia dalla scrittura disgregatrice, la quale, «confonde i corpi di madre e figlia, rovescia i ruoli prestabiliti, trasforma il veleno del dolore femminile in un veleno che coinvolge le bestie».

Siamo quello che abbiamo letto

Elena Ferrante in questo è chiarissima: in nessuna scrittura esiste una verginità autentica. Scriviamo quello che abbiamo letto. Nulla di miracoloso nel mettere insieme le sillabe. «Scrivere è entrare ogni volta in uno sterminato cimitero dove ogni tomba attende di essere profanata. Scrivere è accomodarsi in tutto ciò che è già stato scritto – la grande letteratura e quella di consumo. (…) Tutto nello scrivere, ha piuttosto una lunga storia alle spalle». E affermare ciò per una autrice è rischioso, visto che quasi tutta la letteratura è fatta da uomini. Infatti: «l’io femminile che scrive – ha avuto davanti un percorso arduo, si sta ancora aprendo la sua strada».

I romanzi maturi 

“L’amica geniale” e “L’amore bugiardo” hanno al centro il raccontarsi delle donne. Il gioco è diventato complesso e corale, le donne sono ufficialmente fuori dall’isolazionismo. «Ora che l’io narrante ha delle amiche, lo sforzo non è più scrivere per sé dei traffici col mondo, ma raccontare le altre, esserne raccontata, in un gioco complesso di immedesimazione ed estraneità». Ne “L’amica geniale” le due scritture di Elena Ferrante si fecondano, prendono corpo: quella di Lenù è diligente, che ti fa pensare di essere scrittrice; quella di Lila, benché sconosciuta, è disgregatrice e straordinaria. Il saggio si conclude con un monito intellettuale e civile: «Se la letteratura scritta di donne vuole farcela ed avere una scrittura sua di verità, serve il lavoro di ognuna». L’imperativo categorico è unire: «Dobbiamo confondere, fondere i nostri talenti, non un rigo va perso nel vuoto».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Perché leggere la letteratura tedesca: quattro romanzi per affrontare le domande che contano, di Claudio Musso

C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.

Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.

Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)

Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.

Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?

«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo

Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?

Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)

Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.

Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.

«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare

Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.

Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)

L’alienazione dell’individuo nell’era dell’assurdo

Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.» 

Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.

Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)

Una casa, cento anni, mille identità tedesche

Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.

«La casa sa tutto quello che accade.» 

Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.

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Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:

«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive

E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025), di Claudio Musso

Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025) di Claudio Musso

“Disertare” e “dissertare” sono le due parole che pervadono la narrazione dell’ultimo romanzo di Mathias Enard, una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea, pubblicato da poche settimane dalle Edizioni e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah.

La diserzione, prescindendo dal sinonimo di tradimento in uso nella semantica militaristica, assume spesso il significato, certo più ampio, di un passo indietro rispetto ad una situazione o una appartenenza precedente, di un sottrarsi a qualcosa che ora ci appare estraneo e straniante. Ma, a ben guardare, è anche un passo in avanti verso una nuova e diversa percezione di sé stessi, è un’aggiunta alla visione delle cose, un nuovo modo di osservare il nostro mutato posto nel mondo. E, una volta che abbiamo disertato, possiamo dissertare su ciò che ci siamo lasciati alle spalle, trovare nuove parole per il lessico con cui ci diremo domani oppure presentarci davanti a quello stesso domani afoni?

Enard in queste pagine innesta due storie parallele raccontate con due stili contrapposti. Priva di riferimenti temporali e spaziali, senza nomi di protagonisti e luoghi, amante dell’ombra e dei non detti, vergata da parole nette, quasi brusche, con una punteggiatura volutamente libera di posarsi su pagina a suo piacimento, la prima; puntualmente datata, riferibile a eventi della seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri, rigogliosa e intima nel raccontare gli eventi della Storia e le storie che restituiscono il quotidiano, con una narrazione documentale che si nutre di dialoghi, lettere, aneddoti, la seconda.

Da un lato c’è un uomo in fuga da quello che è stato, un soldato, ora un disertore, che, incalzato dall’angoscia e dal fiato del sangue delle vittime che si è lasciato alle spalle, percorre zone boschive non lontane dal mare come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla terra. La sua è una lunga via dell’eremitaggio per sfuggire alla sofferenza di chi sente ora la divisa stretta, quasi un sudario, per farla finita con quella lunga quaresima che è la guerra che l’ha trasfigurato. I luoghi che attraversa, dominati dal silenzio, sono quelli sommersi dell’infanzia, i ricordi si rincorrono, gli occhi ritrovano paesaggi familiari, ma deve nascondersi perché in paese sanno chi è, come lo sa il branco di cui faceva parte.

Egli respira a fondo il profumo di quelle terre e si concede un momento di requie: a poco a poco si libera del peso della memoria, si riappropria dell’uomo che ancora potrebbe essere. Nell’osservare poi che i frutti della natura sono ancora rigogliosi nonostante la guerra abbia creato solo ceneri, buio e assenza di presente, si rafforza sempre più in lui l’ipotesi di futuro e la possibilità, chissà come e quando, di ricominciare. Nella sua fuga incontra una donna con la testa rasata accompagnata da un asino piuttosto mal ridotto, due superstiti, in fondo, che la violenza degli uomini ha violato nella loro natura. I due non si parlano, si osservano con diffidenza, forse stavano su barricate opposte, sono due solitudini, marchiate nella carne, che si uniscono per raggiungere, entrambe, la frontiera.

Dall’altro lato c’è una figlia che ricostruisce la biografia personale e politica del padre, uno dei più celebri matematici della DDR che rimane fedele all’utopia socialista fino alla fine. Un uomo, ostinato come un assioma, che ha dato del ‘tu’ alla recente storia tedesca. Ha vissuto infatti sei anni di prigionia a Buchenwald sotto il nazismo, periodo nel quale ha composto un’opera tra disperazione storica e speranza nella matematica, è stato membro dell’apparato della DDR, pur non condividendone diversi risvolti, ha visto sfilacciarsi la famiglia con una moglie che sceglie l’Ovest e la partecipazione politica attiva nella socialdemocrazia di Willy Brandt, fino al crollo del Muro di Berlino e alla sparizione del proprio paese dalle cartine geografiche. Poi ci sono state le guerre jugoslave in una vertigine e in un’alternanza nella sua storia personale di guerre fredde e calde. Non ha tuttavia fatto in tempo a vedere l’invasione russa dell’Ucraina, chissà cosa avrebbe detto.

Per lui l’11 settembre 2001 si organizza, ma verrà bruscamente interrotta, una conferenza commemorativa che raccoglie i ricordi e le testimonianze di chi è stato suo compagno di prigionia, suo allievo e collega nella professione matematica. Un incontro che rivela un senso di precarietà, che fa riaffiorare detto e non detto su un uomo che, ad un certo punto della sua vita, diserta dal mondo prima rifugiandosi nell’astrazione della matematica poi, mentre torna la guerra e prende in una morsa l’Est Europa, decide di fuggire. Fallito il sogno socialista in un mondo migliore e constatata la facilità degli uomini a imbracciare le armi rivelando, in modo definitivo, che la pace è sempre uno stato di eccezione, si isola sulla costa catalana lasciando che il mare lo sommerga con le sue onde e i suoi oblii. 

Il soldato e il matematico sono, a loro modo, dei disertori che dissertano sul pensarsi altrimenti. Il primo fino all’ultimo non si separa dal proprio fucile in un tempo rapace fino a quando non si convince a diventare, per così dire, un contrabbandiere, a portare oltre il confine una nuova idea di sé stesso e di mondo. E il ragionare sulle nuove possibilità del proprio io è un dialogo che avviene nella sua mente, con un finale aperto. Il secondo vive prima le diserzioni degli altri, della DDR che deforma gli ideali socialisti nel ghigno del regime, della presenza della moglie che, nonostante l’affetto, sceglie l’Ovest, e poi, legato a doppio filo alla sua matematica, stanco di congetture decide si sottrarsi al consesso umano in cui si sente un paria perché le verità assolute non sono di casa in questo mondo.

Se a Buchenwald immergersi nella matematica gli aveva permesso di salvarsi la mente, quando intorno c’erano solo reclusione e una specie di lungo dolore dell’assenza, oggi i numeri sono sempre più quella di una roulette arbitraria dove siamo noi la pallina che gira. E allora il disertore è colui che, travolto dai destini della Storia, dice di no di fronte ad un mondo che si sgretola e lascia che sia l’immaginazione a guarire gli uomini, oltrepassa il Rubicone, consapevole che la frontiera non è altro che una riga tra due forme di dolore.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Elisa Chimenti: un punto di coesione fra l’Europa e il Mediterraneo, di Cristiana Buccarelli

 C’è una scrittrice e poetessa ormai quasi dimenticata che è stata una figura molto interessante e cosmopolita, di cui si è molto occupata di recente Camilla Maria Cederna, professoressa all’Università di Lille. Si tratta di Elisa Chimenti, la quale può collocarsi nell’orizzonte delle autrici della letteratura femminile dell’esilio, come le stesse scrittrici Agotha Kristov e Fausta Cialente, come la filosofa Maria Zambrano e molte altre.

Elisa Chimenti, poetessa, scrittrice e antropologa nasce a Napoli da genitori italiani nel 1883 e muore a Tangeri nel 1969 e può ritenersi una figura straordinaria, che ha messo in discussione qualsiasi forma di confine identitario. Da piccolissima si è trasferita con la famiglia da Napoli in Tunisia per dieci anni e poi a Tangeri in Marocco dove è cresciuta ed ha studiato una ventina di lingue, insieme ai testi di tutte le religioni monoteiste. È stata una donna di grande cultura, e queste sue ampie conoscenze sono presenti nella sua opera letteraria, infatti si tratta di una scrittrice ibrida, molteplice, con un pluringuismo che rappresenta bene il Mediterraneo. 

È stato un suo merito quello di aver riscritto e fatto conoscere le narrazioni di una tradizione orale di donne e di aver rappresentato questo patrimonio culturale femminile, attraverso i racconti di una raccolta che rappresenta un miscuglio di prosa e poesia: I canti delle donne arabe, pubblicata integralmente in Marocco nel 2009. Ciò avviene perché la Chimenti, giovanissima, segue il padre, il quale è andato via dall’Italia per questioni politiche, e che a Tangeri è diventato non solo medico del Sultano, ma anche medico del popolo e delle donne che va a curare nelle zone rurali. In questi luoghi lo segue la giovane Elisa come traduttrice e mediatrice tra medico e pazienti, così essa scopre un universo di storie presenti nella tradizione orale femminile berbera e raccoglie i racconti di queste donne nella raccolta sopra citata.

Elisa Chimenti in quegli anni si immerge totalmente nella cultura marocchina ed ebraica, a Tangeri frequenta una scuola ebraica e inizia a scrivere degli altri interessanti racconti tra cui Les Sortilège, tutti ambientati in Marocco.

A Tangeri tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del nuovo secolo ci sono, per diversi motivi, molti immigrati ed esiliati europei, sono soprattutto spagnoli, tedeschi, francesi e italiani; questo è il contesto multiculturale in cui si forma l’autrice e ciò si riflette nella sua scrittura, infatti i suoi testi pubblicati in Francia e in Marocco sono espressione di una apertura linguistica e culturale. 

Sono stati ritrovati anche dei suoi testi inediti di poesia, pubblicati di recente per la rivista Atlante dell’Università di Lille; nella raccolta, intitolata Marra, lei si riferisce a un uomo amato e a una situazione sentimentale difficile che ha vissuto con un diplomatico e traduttore algerino, dopo essersi allontanata dal marito polacco, Dombrowskj, che aveva conosciuto durante un periodo di studio in Europa: quest’ultimo aveva gravi problemi psichici e aveva tentato di ucciderla subito dopo il matrimonio.

Tuttavia la Chimenti è una donna che non si fa fermare da nulla e che non demorde mai. Nel 1914 fonda a Tangeri con la madre una scuola italiana e interculturale molto apprezzata, quando poi il regime fascista italiano si infiltrerà anche a Tangeri, creando varie istituzioni tra cui un’altra scuola italiana, che ovviamente non è quella della Chimenti, lei e la madre riusciranno a trasferire la loro scuola in un palazzo del Sultano, ma saranno osteggiate dal regime e nel 28’ saranno costrette a chiudere la scuola che avevano fondato, trovandosi in una situazione economica difficile.

Eppure Elisa Chimenti continuerà a lavorare come scrittrice e anche come giornalista.

Al cuore dell’Harem (Edizioni E/O 2001) è l’unico romanzo della Chimenti pubblicato in italiano, a cura di Emanuela Benini. 

Il romanzo ruota attorno alla vita delle donne con le relazioni complicate che esse intrecciano, La protagonista, Lallà Sakina, attraversa una fase dolorosa della sua vita: suo marito, Si Bu Gemà, lavora presso la Legazione francese e intende prendere una seconda moglie. Sakina si ribella a questa decisione, anche se non direttamente, di fatto cerca di opporvisi in tutti i modi possibili. L’universo femminile che si raccoglie intorno a Sakina è costituito da donne musulmane, ebree, cristiane. I dialoghi sono molto importanti nel romanzo, essi affrontano temi vari: il velo, la poligamia, oggetto, peraltro, di riprovazione morale da parte dell’universo femminile raffigurato dall’autrice, il concubinaggio, la prostituzione. La lingua è un francese ibrido, meticciato; si tratta infatti di un francese ricco di termini arabi, berberi, ebraici e darija (cioè unione di diversi dialetti marocchini) e di una sintassi a sua volta frutto della confluenza delle varie lingue, ben salde nel bagaglio culturale della Chimenti. In pratica si è in presenza di una nuova lingua viva, espressiva, che molto deve all’influenza delle poesie e dei racconti della tradizione orale di cui si accennava prima. L’atteggiamento dell’autrice verso i suoi personaggi rivela una sensibilità particolare, una conoscenza approfondita della società a cui appartengono. Su questo mondo lei non si permette alcun commento personale, lascia, infatti, parlare le varie figure femminili ed ha uno sguardo leggermente ironico. Si sofferma sui destini di mogli, prostitute, bambini, ma anche degli animali e della natura, dei monti, delle piante, dei fiumi e del mare. Ci sono anche riferimenti al momento storico, alla presenza francese in Marocco, alle ribellioni in alcune zone del paese. Si delinea una Tangeri agli albori del protettorato, una città internazionale, cosmopolita, ma anche scossa dai segni di una crisi sociale di cui risente la vita dei suoi personaggi.

Elisa Chimenti è stata in vita molto poco conosciuta e in seguito del tutto ignorata; questo può spiegarsi con il fatto che non ha avuto un’unica identità culturale: nel suo caso lo sradicamento è avvenuto dall’infanzia e la sua opera può ritenersi parte di una letteratura femminile dell’esilio. Cioè la Chimenti può collocarsi tra quelle autrici che tra l’800’ e il 900’ hanno vissuto l’esilio per motivi familiari o politici e che hanno dovuto ricostruire la loro identità letteraria e linguistica altrove. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa.