Henry James: “Washington Square”, di Lavinia Capogna

Il più misterioso degli scrittori

Apparentemente la trama del romanzo “Washington Square” di Henry James (1880) sembra molto semplice: l’unica figlia di un celebre medico di New York verso gli anni ’40 del 1800 viene presa di mira da un giovanotto che vuole impadronirsi, sposandola, del suo ingente patrimonio. Il padre si oppone.

Su questa trama James costruisce uno splendido romanzo in 35 capitoli, un romanzo in cui non c’è neppure una riga di troppo, con raffinatissime psicologie che venne allora non solo guardato con sufficienza dalla critica ma quasi ignorato dai lettori suscitando non poco, comprensibile, dispiacere nel suo autore per diventare poi un classico dalla seconda metà del Novecento.

Siamo nel New England, la costa est degli Stati Uniti dove la città fino ad allora più importante, l’aristocratica Boston, sta cedendo il passo alla più dinamica e variegata New York che si va ingrandendo grazie agli innumerevoli emigrati.

Il dottor Austin Sloper è un self made man tipicamente statunitense, un uomo che nonostante non venga da una famiglia agiata ha studiato con passione medicina. Ambizioso, determinato è diventato uno dei medici più stimati e richiesti della città.

Sulla ventina aveva sposato solo per amore un’incantevole e ricchissima ragazza, Catherine. Tuttavia la sua vita familiare era stata crudele: aveva perduto il figlio primogenito nella prima infanzia e la moglie di parto.

Era rimasto solo con la figlia, Catherine, che lo aveva già deluso essendo una femmina (il dottor Sloper è un misogino) e poi crescendo essendo non bella, né intelligente come la madre.

Per occuparsi di lei, egli aveva preso in casa sua sorella, vedova di un pastore protestante, Lavinia Penninton, uno dei personaggi più belli creati da James.

All’inizio del romanzo Catherine ha 22 anni, è un’anima quieta, remissiva, canta ma non ha particolare talento, si dedica al ricamo, va a messa, non è né bella né brutta, nessuno la nota in pubblico, non ha avuto mai proposte di fidanzamento come era d’uso. 

Nonostante sia molto timida adora i vestiti sfarzosi (il che suscita ironia nel padre) forse perché è invisibile. Nessuno ce l’ha con lei, anzi è simpatica ma incolore, sbiadita.

Il suo primo denigratore segreto è proprio il padre, che ella adora, che vede come unica qualità di lei il fatto di essere ricchissima.

Ella erediterà sposandosi 10.000 dollari dalla madre e ben altri 30.000 come eredità dal padre – una somma che Henry James dichiara a quei tempi “immensa”.

La zia Lavinia è uno stravagante personaggio che ha affetto per la nipote, immagina storie romanzesche a contrasto con la sua vita monotona ed è entusiasta quando Catherine, ad un ricevimento, attrae l’attenzione di un bellissimo, elegante, distinto giovanotto: Morris Townsand.

Morris diventa, complice la zia, un habitué nella grandiosa casa in classico stile ottocentesco americano con il colonnato all’ingresso del dottor Sloper a Washington Square.

E qui incomincia un duello spietato: mentre Catherine si innamora dell’affascinante Morris, premuroso, suadente, mai inopportuno e last but not least bellissimo, il padre, che crede di capire la gente con una sola occhiata, inizia a detestarlo e lo avversa in ogni modo.

Anche Morris ha una spiccata ed immediata antipatia per il dottor Sloper che non si fa ammaliare dai suoi modi suadenti.

Sloper lo definisce un cacciatore di dote, prende informazioni su di lui, va a parlare in una povera casetta con la sorella di Morris, una dignitosa vedova con cinque bambini, che lo mantiene.

Morris aveva un piccolo patrimonio che aveva dilapidato in Europa, non lavora, non ha nulla se non i suoi modi da damerino.

Nella lotta tra i due uomini nessuno di loro tiene conto dei sentimenti di Catherine: il padre si maschera: dice di voler impedire il matrimonio per il bene della figlia ma in realtà lo fa per affermare il suo potere. 

E lo stesso fa Morris. Anche a lui non interessano i sentimenti di Catherine che ha facilmente e castamente conquistato in solo un paio settimane ma si maschera da innamorato offeso nell’onore. 

Egli vede in lei la soluzione ideale ai suoi guai economici: attraverso Catherine potrà mettere le mani su un ingente patrimonio, vedersi spalancare le porte dell’esclusiva alta società di New York, fare ciò che vuole.

Per la mite Catherine Morris è invece l’amore, i sogni della giovinezza che si avverano, la vita che bussa alla sua porta, il matrimonio, la vagheggiata maternità, il domani.

Lavinia parteggia subito per Morris, si affeziona maternamente a lui, ha appuntamenti segreti con lui in improbabili negozietti di quartieri popolari per non essere eventualmente sorpresa dal dottore o da altri, si trasforma in una complice del trentenne che più vede ostacoli più diventa nevrastenico.

Naturalmente James coglie tutte le sfumature di questa guerra spietata che si svolge nell’ambiente dell’alta borghesia: dominio, soldi, orgoglio, testardaggine, frasi durissime formulate in una grammatica impeccabile.

Il padre e il fidanzato non cambiano nel corso del romanzo che si svolge in vari anni ma sarà invece Catherine a cambiare interiormente quando si renderà conto di due cose.

In che modo e di cosa non si può dire per non sciupare la lettura del romanzo di cui forse ho detto già troppo.

Nel 1949 il regista William Wyler diresse un film tratto dal romanzo (anche se nell’ultima parte con una sceneggiatura assai modificata) che è diventato un cult movie degli anni d’oro del cinema hollywoodiano: “The Heiress” (L’ereditiera) magistralmente interpretato da Olivia de Havilland nel ruolo di Catherine, Montgomery Clift in quello di Morris, Ralph Richardson come Sloper e Miriam Hopkins la zia.

Henry James è stato il più raffinato tra gli scrittori americani del 1800 insieme a Nathaniel Hawthorne. 

Nato nel 1843 a New York in una famiglia benestante di origine irlandese ebbe due notevoli fratelli, William James, uno dei fondatori della psicologia e critico letterario e Alice James, autrice di un remarkable “Diario”.

La sua vita sembra essere stata quella di un uomo votato con grande dedizione alla letteratura, uno scrittore di talento che difese i suoi libri contro avidi editori, critici insensibili e lettori disattenti (una ventina di romanzi, moltissimi racconti, articoli, memorie di viaggi, commedie).

In vita fu conosciuto ed ammirato da un grande amico, Robert Louis Stevenson e dalla giovane Virginia Woolf (1).

Non ci fu invece simpatia tra Henry James e Oscar Wilde. Il primo trovava semplicistiche e ad effetto le commedie di gran successo del secondo (2).

Era un lettore appassionato, un esteta, un fine conoscitore della storia dell’arte che scriveva in perfetto francese e tedesco ma anche un assiduo viaggiatore tra i due continenti, America e Europa, nonostante i dolori di schiena e di stomaco ricorrenti, con lunghi soggiorni nella imperdibile Parigi e nell’adorata Roma.

Nel 1876, a 33 anni, si trasferì a vivere a Londra e nel 1916, in dissenso con l’iniziale neutralità degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, divenne suddito britannico.

Venne nominato al Premio Nobel nel 1911, nel ’12 e nel ’16 e morì a causa di due ictus il 28 febbraio 1916 a 72 anni nella sua casa di Chelsea, Londra.

Non ci inoltriamo qui nel tema sulle correnti letterarie anglosassoni del tempo che sarebbe troppo specialistico ma la ‘riscoperta’ delle opere di Henry James avvenne negli anni ’40 del Novecento grazie ad un intenso dibattito tra letterati angloamericani.

Gli eventi sociali del suo tempo non appaiono nella sua corrispondenza epistolare resa pubblica: egli sembrava “coltivare il suo giardino” come il Candido di Voltaire.

E per James “il suo giardino” erano le sue relazioni sociali e mondane, le passeggiate in una splendida Firenze dai colori soffusi o sui dolci colli verdeggianti.

Aveva un grande interesse per il trascendentale e non a caso il suo romanzo “Giro di vite” (The Turn of the Screw, 1898) è una delle sue opere più magistrali che si rifà alle ghost stories inglesi: lo spettro dell’uomo con i capelli rossi che guarda impassibile la giovane e volenterosa governante sotto la pioggia ha turbato più di un lettore.

Henry James fu estremamente riservato sulla sua vita sentimentale, le sue lettere non rivelano nulla se non qualche forte amicizia maschile (ma anche una femminile con una scrittrice che si suicidò a Roma).

Bisogna tener presente che nel 1800 il tono delle lettere tra amici (ed amiche) era più affettuoso di quello attuale.

Egli aveva scritto ironicamente in una lettera del 1880: “I shall not marry, all the same … I am too good a bachelor to spoil” 

(Non mi sposerò comunque… Sono uno scapolo troppo in gamba per rovinarmi) (3).

Sembra a molti studiosi assai probabile che Henry James possa essere stato gay. Io personalmente penserei più un asexual gay.

Soprattutto l’amicizia epistolare con lo scultore norvegese americano Hendrik Christian Andersen (da non confondersi con lo scrittore di fiabe danese Hans Christian Andersen) che viveva nella città eterna ha suscitato interesse.

Si conobbero nel 1899. James aveva 59 anni, Andersen 27. Si videro solo sette volte ma vi fu tra di loro una corrispondenza epistolare durata fino alla morte dello scrittore nel 1916.

Certamente la corrispondenza fa emergere un grande affetto (4).

Invece sua sorella Alice James visse a lungo con Katharine Loring, un’importante educatrice americana, ed entrambe, secondo un biografo, ispirarono il bellissimo romanzo di James “The Bostonians” (che si può tradurre anche “Le bostoniane”) sul grande affetto tra Olive, intelligente attivista per i diritti delle donne, e la giovane, delicata Verena minato dall’arrivo dell’ambizioso e cinico avvocato Basil Ransom.

Il libro del 1885 riprende il tema di due personaggi (Olive e Basil) che si contendono l’affetto di un terzo (Verena), proponendo cioè una situazione anche se diversa che ha qualche affinità con quella di “Washington Square” (1880).

Anche da questo romanzo venne realizzato un film diretto da James Ivory nel 1984 con Vanessa Redgrave e il compianto Christopher Reeve.

Un altro suo grande romanzo è “Ritratto di signora” (The Portrait of a Lady, 1881) considerato da parecchi il suo capolavoro, in parte ambientato a Roma, nella quale la bella Isabel Archer rifiuta alcune proposte di matrimonio ma viene poi plagiata da una donna intrigante dell’alta società e sposa un uomo egoista e senza affetto.

Dal romanzo ha realizzato un bel film nel 1986 la regista Jane Campion interpretato da Nicole Kidman.

Nel suoi romanzi con vari piani di lettura vi è tuttavia qualcosa che sfugge, un non detto che può stupire il lettore, come se Henry James non ci concedesse di entrare nel suo mondo interiore e questa riservatezza si coglie anche nelle sue lettere dove egli parla assai poco di sé. Per questo egli può essere definito il più misterioso degli scrittori.

Jorge Luis Borges ha scritto: “Ho esplorato alcune letterature dell’Oriente e dell’Occidente; ho redatto un compendio enciclopedico di letteratura fantastica; ho tradotto Kafka, Melville e Bloy: non conosco opera più singolare di quella di Henry James”.

……

Note:

1) Henry James conobbe personalmente molti autori celebri tra i quali Charles Dickens, la scrittrice George Eliot, Thackeray, il poeta Robert Browning, Virginia Woolf, la scrittrice Edith Warthon (vedi “Lives of Victorian Literary Figures, Part IV, Volume 3: Henry James, Edith Wharton and Oscar Wilde by their Contemporaries”).

Ma anche Anthony Trollope, Rudyard Kipling, H.G. Wells, Joseph Conrad, Matthew Arnold, Guy de Maupassant, Alphonse Daudet, Émile Zola, Gustave Flaubert e il pittore americano John Singer Sargent.

2) vedi “A review of Henry James, Oscar Wilde and Aesthetic Culture” di Michèle Mendelssohn (2007).

3) da “Henry James, A Life in Letter” a cura di Philip Horne (Penguin Classics)

4) vedi “Dearly Beloved Friends: Henry James’s Letters to Younger Men” di Susan E. Gunter e Steven H.Jobe – 2001 e “Amato ragazzo. Lettere a Hendrik C. Andersen (1899-1915)” (Marsilio editore 2000).

Sul tema notevole un articolo dello scrittore irlandese contemporaneo Colm Tóibín: “How Henry James’s family tried to keep him in the closet” (Come la famiglia di Henry James cercò di nascondere la sua omosessualità) pubblicato sul prestigioso quotidiano inglese “The Guardian” (20 Feb 2016). 

Tóibín è anche autore di un romanzo su Henry James intitolato “The Master” (2004)

5) tra le opere dello scrittore citiamo anche i romanzi “The American (1877)”, “The Europeans (1878)”, “The Princess Casamassima (1886)”, “What Maisie Knew” (Cosa sapeva Masie ,1897), “The Awkward Age” (L’età ingrata, 1899), “The Wings of the Dove (Le ali della colomba, 1902), The Ambassadors (1903), “The Golden Bowl (La coppa d’oro, 1904) e il famoso racconto “Daisy Miller” (1877).

Da consultare i volumi di due grandi anglisti: Mario Praz Cronache letterarie anglosassoni; Gabriele Baldini Narratori americani dell’800.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Elle Nash: “Frutto del tuo ventre” (Pidgin, 2026, trad. Stefano Pirone), di Valeria Jacobacci

Se il romanzo body horror (penso a Palahniuk o a Clive Barker) aveva bisogno di un’altra voce, certamente la giovane autrice angloamericana Elle Nash può fornirgliene una abbastanza convincente con i suoi scritti, dei quali l’ultimo, “Frutto del tuo ventre”, è in uscita per i tipi di Pidgin, tradotto da Stefano Pirone.  In linea con il genere, tutte le note dello spartito risultano adeguatamente disturbanti.  Ben decisa a ribadire l’indicazione, la Nash non lascia nulla all’immaginazione e calca la mano il più possibile con un coerente finale a sorpresa. Un’attenzione specifica per le problematiche femminili campeggia sullo sfondo della già disfunzionale società americana, in una piccola città di provincia, la narrazione ossessiva si sviluppa nella coscienza dolorante della protagonista, con qualche flashback rivelatore, ove mai ce ne fosse bisogno, della progressiva paranoia di una creatura schiacciata dall’ambiente circostante.  I due temi, della precaria condizione femminile e della misera condizione culturale della provincia, sono ben conosciuti dalla scrittrice, che ha vissuto in Colorado e in Arkansas, per poi trasferirsi a Glasgow, in Inghilterra, dove vive col marito e la figlia. La denuncia sociale è quindi alla base della sua ispirazione, il proposito è quello di una condanna aspra, carica di ribellione, troppo sofferente per non essere esplicita. Nella vicenda, che procede con la scansione dei ritmi di una gravidanza, la critica alla Chiesa locale, il massimo dell’ipocrisia e del degrado, è tutta nella stupefatta constatazione di come l’amore, che dovrebbe animarla costituendone la forza, sia invece esaltazione malata, suggestione malsana, scaramantica grettezza, assenza totale di solidarietà. 

Daisy, che la religiosissima madre chiama Dee Dee, è incinta, lavora in un posto dove si macellano e insacchettano polli, il coltello è nelle sue mani e con quello fa a pezzi gli animali ai quali ha spezzato abilmente il collo. Dopo ore trascorse in questa operazione, Daisy torna a casa dal marito David, che chiama Papy, ex detenuto, brutale e stolido, amante di insetti rari che commercia clandestinamente. L’orrore del quale Dee Dee è circondata, lotta con una subdola apparenza di normalità, da lei sospirata, desiderata, immaginata, della quale si sente però indegna ed estranea. E’ questo il punto in cui il capello del suo precario equilibrio si spezza in due, l’inizio di una scissione senza ritorno, l’essere e il voler essere. Il dramma shakespeariano non è abbellito né dalla poesia né dall’espressione letteraria, visto che ci troviamo in un romanzo che rappresenta visceralmente il corpo, e che la contrapposizione riguarda l’essere e l’apparire. Daisy infatti non resta incinta a lungo, molte gravidanze infatti si susseguono, però tutte non superano i primi mesi, lasciando il senso di vita e di morte che si alternano nel suo ventre. Non le resta che la finzione: ordinare su Amazon un ventre finto da indossare sotto i vestiti. Le altre donne della vicenda, la madre disamorata e fanatica, l’amica, modello irraggiungibile di fertilità, che resta gravida varie volte, e, al tempo stesso, oggetto di ammirazione e attrazione lesbica, fanno da corollario a un finale alla Edgar Allan Poe. Ora come ora, siamo molto lontani dall’eleganza descrittiva di Poe, come dalla sfacciata presunzione del marchese De Sade o dall’ironia di Orwell, ai quali ci viene ogni tanto di pensare leggendo queste pagine. Potremmo scegliere la “banalità del male” come chiave d’interpretazione: tutto il peggio accade in scenari scialbi, supermercati, case modeste e così via.  Come una cagnetta isterica Daisy è sempre incinta e il parto sarà ben più di un aborto. La sua immaturità mentale la costringe in una prigione, un limbo freudiano, dove si trastulla con cacca e pipì, tamponi sporchi di sangue mestruale, poveri resti di animali da lei torturati e uccisi. Pensare che voleva solo essere buona, o semplicemente amata da sua madre! 

Specchio della realtà oppressiva, il romanzo, ambientato nel Missouri operaio, è l’espressione di un disagio profondo, dalla realtà lavorativa alienante al trauma anche religioso degli aborti e della mancata gravidanza. L’orrore di cui parlavamo in premessa è interiore e psicologico, direi esistenziale perché correlato all’esistenza stessa del corpo umano. Per esprimerlo la Nash non ha bisogno di esplorare altri mondi o dimensioni alternative come in Barker, non c’è estasi nel dolore, e non deve far ricorso alla satira punk alla Palahniuk per ricordarci che il disagio fisico è nella normalità dei nostri corpi e della nostra società malati. L’orrore è qui, tra di noi e dentro di noi. Nella letteratura come nella vita.   

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Gore Vidal: “La statua di sale” (Fazi, trad. Alessandra Osti), di Claudio Musso

La via di Tebe: la sfida di Gore Vidal

Ci sono romanzi che nascono come scandalo e col tempo si rivelano necessità. La statua di sale (The City and the Pillar, 1948), l’opera con cui un giovanissimo Gore Vidal infrange il silenzio dell’America puritana, appartiene a quella ristretta genealogia di libri scritti nella febbre della giovinezza ma pensati per durare: per lucidità, coraggio e visione morale. A ventitré anni Vidal non si limita a raccontare una vicenda; introduce nel paesaggio letterario americano la possibilità di un desiderio maschile che non si vergogna, non si occulta e non si espia. È un gesto di insubordinazione etica e, insieme, un atto di verità.

Jim Willard, il protagonista, è l’emblema di quell’inquietudine che percorre l’intera opera dell’autore: bello, atletico, riservato, figlio di un’America che celebra il successo e teme la differenza. In una notte d’estate, in un capanno sul lago, egli vive con l’amico di sempre, Bob, la rivelazione di un amore senza nome, un momento di compiutezza che diventa origine e condanna. Bob prende poi la via del mare, convinto che sia stato soltanto un gioco goliardico tra adolescenti soli. Jim, nutrito invece da quella complicità che non è solo epidermide ma un pentagramma di note che finalmente risuonano una musica soffocata, resta e da quel punto la sua esistenza si trasforma nell’attesa di un ritorno. Ogni viaggio, ogni incontro, ogni città diventa un tentativo di ritrovare quell’immagine perduta. Come la moglie di Lot nella Genesi, Jim si volta indietro e, nel gesto del ricordo, si pietrifica: la “statua di sale”, titolo scelto con acume da Fazi nella traduzione italiana di Alessandria Osti, diventa figura del tempo immobile e del desiderio che si fa memoria e identità.

Questa parabola individuale riflette una condizione collettiva. L’America degli Anni ’40, tra l’impegno bellico e il rigore domestico, non ha spazio per la solitudine di un ragazzo che sa nominare la propria verità anche se le parole per dirla rimangono a fior di labbra. Vidal descrive quel mondo con precisione fotografica: club, spiagge, spogliatoi, bar, scenari di mascolinità rituale che si fanno gabbie dorate. Jim non protesta: osserva. La sua ribellione è silenziosa, fatta di rifiuti e di distacco, di una malinconia trattenuta. E tale compostezza, più che l’ostentazione, ad abitare questo testo sismografo. La lingua è tersa, controllata; rifiuta il sentimentalismo, la curiosità voyeuristica, la tragedia sibila sotto la superficie, in un minimalismo morale dove ogni gesto pesa e ogni parola trattiene un grido.

Nel suo randagismo consapevole, Jim incrocia figure che gli restituiscono, deformandola, la propria immagine. Shaw, attore hollywoodiano, rappresenta l’erotismo come spettacolo: visibilità, narcisismo, l’idea che il corpo e il desiderio possano farsi performance. Sullivan, scrittore più maturo e disilluso, offre invece la lente della coscienza: la lucidità che conosce la perdita, la carica morale che trasforma l’affetto in rimorso o in rassegnazione. Beverly Hills e New Orleans, città della luce e città dell’umidità, diventano due teatri possibile del vivere quando un uomo è attratto da un altro uomo: la maschera di Shaw e la verità dolorosa di Sullivan sono due risposte storiche all’omosessualità, due modi di abitare la vita che Jim sperimenta senza mai trovare una casa. Vidal non costruisce tanto una trama quanto un’ossessione che riaffiora puntuale anche quando corpo e mente sono lontani: inseguire un sé attraverso il corpo dell’altro, la fedeltà a un ricordo che immobilizza.

La tradizione a cui Vidal si richiama non è semplicemente quella del romanzo psicologico europeo, ma di una modernità più asciutta e analitica. C’è l’eco di Hemingway nella misura della frase e, sotterranea, una malinconia che rimanda a Thomas Mann. Vidal, nella prefazione, dichiara di aver preso a modello Hans Castorp di La montagna incantata, e nei diari Mann accenna alla figura di Jim accostandola alla stesura del Felix Krull. Qui conviene ascoltare il dialogo: Hans e Jim sono giovani sospesi nel tempo, figure di un’educazione sentimentale interrotta, sanatorio e «city» sono spazi dove il tempo si dilata e l’esistenza si osserva più che non si viva. Ma la differenza è decisiva. Mann con Hans esplora la contemplazione come possibile crescita interiore; Vidal con Jim mostra la contemplazione che diventa destino e prigione. Altro è Felix Krull, artista della finzione: egli trasforma la vita in maschera, costruisce identità come opere d’arte; dove Felix si salva mediante il travestimento e il saltare la fila, Jim si perde nella sincerità che la società non sopporta. Mann mette in scena la vertigine del non vero come strumento di conoscenza; Vidal spoglia la finzione fino alla nuda evidenza del desiderio. Il confronto aiuta a comprendere la singolarità morale di questo testo: la scelta dell’autenticità e il prezzo che impone.

Forse è proprio nella nudità di quella presa di posizione che La statua di sale appare sorprendentemente moderna. La scena del capanno sul lago, tra innocenza e rivelazione, anticipa un’immagine che il cinema restituirà quasi a riconoscimento postumo: la tenda isolata sulle montagne di Brokeback Mountain. Stesso silenzio dopo l’atto, stessa paura che l’amore sia più reale del mondo che lo circonda. Non si tratta di un’eco occasionale ma di un prestito iconografico: il romanzo di Vidal consegna alla memoria collettiva un archetipo di tenerezza proibita che la pellicola riporta in immagini con crudeltà e dolcezza.

In questo senso Vidal anticipa e affianca la narrativa di Baldwin e Isherwood, che negli anni seguenti continueranno a dare voce allo stesso bisogno di verità. Ma a differenza di molte opere coeve, Vidal non chiede né compassione né espiazione: mostra, con pietà glaciale, la condizione umana come isolamento. Riletto oggi, il libro sorprende per la sua attualità. In un’epoca che celebra fluidità e libertà, Jim rammenta quanto precaria sia la conquista dell’identità, quanto in fretta la libertà possa ridursi a posa o a dimenticanza. Il suo voltarsi indietro non è mera nostalgia, ma fedeltà a un’esperienza che il mondo non sa nominare: gesto consapevole, irrimediabile, sacrale, che gli apre le porte del suo mondo.

Gore Vidal, che la vita avrebbe poi trasformato in intellettuale caustico, polemista e moralista negli USA, esordisce come moralista del desiderio: narratore di un’innocenza negata, di una purezza che agli occhi altrui si converte in colpa. Oggi, nel centenario della sua nascita, La statua di sale non è più un libro “scandaloso” ma un classico segreto della modernità, un romanzo che continua a parlare della solitudine e del coraggio di dire «io» quando nessuno lo permette. Come Edipo, lo scrittore sceglie la via di Tebe e non quella del santuario oracolare di Delfi: vuole conoscere fino in fondo e accetta la maledizione che ne segue. Ma questa conoscenza, allora condannata come contro natura, oggi suona come il gesto più umano di tutti: guardare in faccia la propria verità perché, in fondo, nulla è giusto, solo la negazione dell’istinto è sbagliata. Anche a costo di diventare sale.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Confini fisici e mentali nell’opera di Esmé Weijun Wang di Viviana Calabria

Una prigione diventa casa se possiedi la chiave.
 George Sterling

Non volevo farla finita vicino a casa, dove avrebbe potuto trovarmi mia moglie, oppure, ed è ancora più terribile pensarci, i miei figli. […]. Non ho fatto altro che causare problemi a tutti e tre, e la cosa peggiore è che mi amavano lo stesso; e quindi non so proprio come questo possa essere altro che un tradimento e un’ingiustizia.

Siamo di fronte a una certezza, quella che caratterizza tutti noi: la morte. Il confine del paradiso di Esmé Weijung Wang comincia dagli ultimi attimi di vita di David, dal suo biglietto d’addio, a dimostrazione di come quell’evento sia un punto fondamentale della storia, di quanto lui sia uno spartiacque tra due vite.
Primo romanzo della scrittrice statunitense nata da genitori taiwanesi, consta di quattro parti e segue la cronologia degli avvenimenti ma alterna i punti di vista: tranne per la prima in cui a raccontare è David, nelle altre i capitoli vengono alternati tra i diversi personaggi principali di quel lasso di tempo e questo permette di indagare a fondo pensieri e azioni.
Tutto ha inizio con i Novak, una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America in cerca di fortuna. La fortuna la trovano, il sogno americano si avvera: fondano la Novak Piano Company che prima della guerra conosce una grande fortuna, pari ai celebri pianoforti Steinway. Con la guerra e la conseguente instabilità la musica cambia per gli affari, ma la loro apparente tranquillità non muta. Presto David inizia a dare sfogo a quelle che si rivelano nevrosi: attribuiva ai suoi pupazzi un’anima e quando uno di questi subiva deterioramento, lui arrivava ad avere attacchi di panico.

Racconta che il suo primo incontro con il suicidio risale alla lettura di L’uomo che amava i lupi di William P. Harding, gesto che “non riusciva proprio a capire”; fatto sta che la lettura avrà effetti sulla sua formazione. Sopraggiungeranno nel frattempo altre nevrosi come la dismorfofobia e quella che l’autrice ha definito, inventandola, vitafobia. Le voci sul suo conto iniziano a circolare, il peso di questa situazione e del nome, della reputazione della famiglia diventano un fardello troppo grande per due spalle gracili: essendo lui l’erede, verrà presto catapultato nel mondo dei pianoforti per imparare il mestiere e si ritroverà ancora molto giovane a capo dell’azienda di famiglia, alla morte del padre. Una parentesi felice di questa adolescenza travagliata è l’incontro con Marianne, figlia di alcuni vicini: entrambi innamorati l’uno dell’altro, nonostante Marianne si riveli molto devota ed esprima il desiderio di entrare in convento, saranno costretti a separarsi quando David deciderà di vendere l’azienda al braccio destro del padre: che vita può offrire a una giovane donna un uomo che non è capace di reggere le redini di un’azienda?
L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.

Compiuti i diciotto anni David vola a Taiwan, e qui comincia un’altra storia. L’incontro con una cultura diversa dalla nostra avviene con la comparsa di Jia-Hui, figlia di una mama-san (capo di un bordello) e di un boss della criminalità organizzata, che si occupa di trovare ragazze da far lavorare nel locale della madre. Ha potere Jia-Hui nel suo mondo, ha il potere di far cambiare vita a giovani donne che spesso, molto spesso, scappavano da situazioni peggiori. I due si innamorano e tornano in America. Lei diventa Daisy, il suo agnellino orientale. Ma è amore? Proprio David scrive di essere stato ammaliato dall’esoticità di colei che diventa presto sua moglie; quell’attrazione per l’esotico, il lontano. La porta con sé come si fa con un souvenir. L’impatto con la Grande Mela viene reso perfettamente attraverso il rifiuto del cibo tipico americano di hamburger e patatine per esempio, che l’autrice non riesce a mandar giù tanto da cibarsi per alcuni giorni di solo latte anche per nutrire il bambino che porta in grembo; ancora, notiamo un grande cambiamento di una ragazza nata e vissuta con due tagliagole trasformarsi in una donna bisognosa quasi d’amore, di attenzioni. C’è però un altro tema molto importante che caratterizza questa parte e il rapporto tra i due ed è la lingua: nel capitolo in cui Daisy incontra la madre di David ci sono alcune linee al posto delle parole, un po’ come si usa fare nel gioco dell’impiccato; qui la differenza sta nella linea continua e non nei trattini. Non è un gioco a indovinare. Si svela in tutta la sua forza una mancanza difficile da colmare, quella dell’impossibilità di dialogo e quindi di comprensione che non è solo comprensione tra due persone, ma della realtà in cui vivi. I due non comunicano, fondano il loro rapporto su sensazioni, su vuoti da riempire, sulla fisicità. Come comprendere i bisogni dell’altro, come incontrarsi negli intenti, come scontrarsi nelle idee! Come può un luogo indecifrabile diventare casa! I pensieri si attorcigliano su se stessi e rimangono tali.
L’amore terreno non è un baluardo contro la solitudine.

Le nevrosi di David non sono mai sparite ma Daisy, di fronte alle ferite auto inferte e alla confusione, non abbandona suo marito. Dopo aver vissuto in albergo si trasferiscono a Polk Valley, California. Il desiderio di solitudine di David, lontano da bisbigli, sguardi di compassione e da altri addii, non è mai scomparso. Il trasferimento in una casa nel bosco sarà una scelta naturale, ma anche la casa e la famiglia non riescono a placarlo, salvo alcuni rari momenti. Nasce William e dopo poco tempo arriva Gillian, figlia di David ma non di Daisy, così simile al padre. La vita prosegue nell’isolamento del loro covo, nella paura che il peggio possa accadere e così chiede al marito di insegnarle a guidare nel caso dovesse servire.

Mi distruggeva dover stare sempre all’erta, non dire mai una parola che potesse essere interpretata come scortese, fare tutto quello che voleva lui, che mi andasse o meno, incoraggiarlo, proteggere i nostri bambini dalla sua follia eppure non riuscire nei miei patetici tentativi, sentirmi inutile, vivere con lui, amarlo, essere una moglie coscienziosa e sapere che non faceva alcuna differenza.

Fino a che. Ritorniamo così al principio ma questa volta non è David a raccontarsi. Daisy si ritrova da sola, a ripensare alle volte in cui avrebbe potuto andare via, tornare a Taiwan e lasciarsi la malattia alle spalle, la solitudine che l’amore non può cancellare, una vita che ha avuto solo pochi sprazzi di felicità, ma a senso unico. Lasciare quella famiglia allargata che non è più sua. Eppure era stata avvisata: David è pazzo. Ora è lei a dover prendere le redini, a dover andare in paese per comprare il cibo. Ricomincia a parlare la sua lingua con i bambini, cosa che David non voleva perché sono bambini americani e lui il mandarino non lo capisce. Qualcosa scatta in lei: Gillian deve diventare la tongyangxi di William. Questa pratica, tipica della Cina, è stata dichiarata fuori legge nel 1949 ma ha resistito a Taiwan più a lungo e può esser vista come un matrimonio combinato in cui una famiglia con un figlio maschio preadolescente adotta una figlia femmina di pari età o un po’ più piccola, allo scopo di farli crescere insieme, con la stessa disciplina e gli stessi ideali. Una volta pronti, i due si uniscono sessualmente e convolano a nozze per garantire la prosecuzione della stirpe. La giovane donna è destinata inoltre alla cura dei genitori adottivi. È il ruolo che di solito spetta alle figlie femmine, con l’aggravante di essere costretta a una vita non voluta, ma spesso l’unica possibile. Trasuda egoismo dal romanzo, possesso per paura di rimanere soli. Rinchiusi in un paradiso che diventa inferno, costruito su misura, da cui è impossibile fuggire per l’incapacità di vivere in un mondo che non si conosce, con regole e spazi e persone e. Il confine della loro casa non è solo fisico ma è diventato mentale, l’unico esistente e possibile. Ma non per Gillian, a cui vengono imposte regole molto dure. William accetta invece questo destino, desideroso di amarla. Che la follia sia ereditaria? Io credo che, come dice Marianne, ogni azione ha delle ripercussioni e quelle di David, volute o meno, hanno avuto delle conseguenze sulle scelte della famiglia, anche indirettamente vista la sua scomparsa quando i figli erano piccoli. L’isolamento, la costrizione entro certi confini mentali e fisici, le regole, la privazione di libertà che in Gillian si trasforma in sofferenza perché certa che ci siano altre realtà, il sentirsi lei destinata a un compito scelto da altri ne hanno minato la psiche. Si vuol parlare di follia? Nel confine di una casa che è diventata una prigione, la chiave è soltanto una.

Viviana Calabria