Gertrude Stein e “L’Autobiografia di Alice B. Toklas”, di Gigi Agnano

“ … ho sempre apprezzato i piaceri del ricamo e del giardinaggio. Adoro i quadri, i mobili d’arredamento, gli arazzi, le case e i fiori, perfino la verdura e gli alberi da frutto. Mi piace avere una bella vista, ma preferisco starmene seduta avendola alle mie spalle.”

“If you must do a thing do it graciously”

L’Autobiografia di Alice B. Toklas di Gertrude Stein, pubblicata nel 1933, è un’opera che determina reazioni contrastanti: affascina per la ricchezza aneddotica con cui restituisce la scena artistica parigina d’inizio Novecento, ma può disorientare quando la scrittura si fa autoreferenziale, con pagine che paiono più esercizi di autoaffermazione che memorie.  Non è un romanzo e non si muove sulle coordinate del memoir convenzionale: quando Pavese ne consegnò la traduzione, Einaudi volle pubblicarla – era il 1938 – non nella narrativa ma nella collana di saggistica, a dimostrazione della natura ibrida del libro. Al di là delle classificazioni, il lettore ha l’impressione di percorrere un’interessante galleria di ritratti, accompagnato da una guida lucida e brillante che però tende più volte a mettersi al centro della scena.

Questa sensazione nasce da una scelta narrativa precisa: Stein affida la parola ad Alice Toklas, compagna di vita della scrittrice, ma utilizza quella voce per mettere in scena se stessa.  Fa dire ad Alice, per esempio, di aver «conosciuto nella sua vita tre geni», includendo esplicitamente Gertrude Stein; o che «è la più grande scrittrice vivente in lingua inglese».  Nel libro Alice parla, ma a scrivere è la Stein. Qualcuno ha visto in questo modo di procedere un’intuizione letteraria, un distanziamento ironico che permette all’autrice di giocare con la propria immagine, o un modo anche dissacrante di trattare la definizione abusata di “genio”.  Purtroppo non sapremo mai quanta ironia ci fosse dietro certe esagerazioni ricorrenti.  Sicuramente la Stein aveva un’alta considerazione di sé, un po’ come il suo grande amico Picasso.  Ed è evidente il dispositivo retorico: lasciare che una voce terza si presti all’elogio, evitando di esporsi direttamente con dichiarazioni in prima persona; un espediente originale e, a tratti, provocatorio (qualcuno dice “puerile”) per essere riconosciuta e ricordata.  Non è escluso che Gertrude temesse in qualche modo di poter essere messa in ombra dai grandi artisti di cui parla, in particolare dagli scrittori giunti al successo grazie anche al suo aiuto e ai suoi consigli, laddove le sue opere fino a quel momento avevano fatto fatica anche a trovare un editore. Quest’escamotage retorico, frutto anche di una malcelata frustrazione, può disturbare, ma finisce per intenerire il lettore se si tiene conto della grandezza e dell’importanza della Stein per l’arte e per la letteratura del primo Novecento.

Nella galleria steiniana, anche figure di primo piano – Picasso, Matisse, Braque, Juan Gris, Ezra Pound, Apollinaire, Hemingway, Fitzgerald e tante altre – sembrano comparse che orbitano intorno ad un unico protagonista, funzionali a mettere in rilievo la voce narrante.  Questa funzione di «spalla», con pose, tic, vizi, manie ha un duplice effetto: produce scene memorabili che ci fanno entrare nella quotidianità degli artisti, ma genera il dubbio legittimo sulla veridicità degli aneddoti (si pensi alle improbabili novanta sedute di posa che Picasso l’avrebbe obbligata a sostenere per farle il ritratto: un dettaglio spesso citato ma da molti studiosi considerato esagerato).  Se l’opera sfugge a una catalogazione netta è proprio perché si muove sul filo tra verità e invenzione, testimonianza e mise en scène (oggi forse si risolverebbe definendola, del resto come quasi tutto, “autofiction”).

Nel racconto a tratti caricaturale di Alice/Gertrude, Picasso, con la sua “risata spagnola, tipo nitrito”, con gli occhi liquidi e “modi irruenti”, spavaldo, “un comandante dalla testa ai piedi”, non stava mai fermo, fumava incessantemente e amava le lunghe conversazioni notturne; Matisse, più posato ma depresso, era “un uomo straordinariamente virile”, che dipingeva indossando un cappotto e i guanti, meticoloso, sempre pronto a disegnare ogni minimo gesto dei presenti; Braque, quello più robusto e alto, “un omone”, che, agli inizi della carriera, tornava utile per sollevare i quadri da appendere; Hemingway, giovane come gli altri, ma già sicuro di sé, “furfante e imbroglione”, che la Stein considerava “il bravo allievo”, arrivava coi suoi manoscritti con la sua aria da scrittore-atleta, pronto a parlare di boxe, di stile secco e “vero”; Fitzgerald portava con sé un’aria di mondanità inquieta, in bilico tra fascino e vulnerabilità; Apollinaire, “meraviglioso”, “attraente”, insieme ironico e solenne; Ezra Pound polemico e noioso, ecc…

Per comprendere il libro è essenziale collocarlo nel contesto di casa Stein a Parigi, in quel salotto di rue de Fleurus, dove Gertrude,  prima insieme al fratello Leo, poi solo con Alice Toklas, fu collezionista, scopritrice di talenti, mecenate e scrittrice. Nata nel 1874 in una famiglia agiata, ebrea di origine tedesca, dopo gli studi al Radcliffe College e un percorso medico – psicologico mai portato a termine, si stabilì a Parigi nel 1903.  Qui animò il salotto più vivace della Rive Gauche, un luogo di mondanità ma soprattutto un crocevia modernista di scambio culturale e di relazioni tra pittori, scultori, scrittori, musicisti. Questi incontri influenzarono la sua sperimentazione letteraria che assorbiva il principio cubista della scomposizione, mescolando tecniche ispirate ad altre forme d’arte, visive e musicali. 

Anche per questo carattere troppo innovativo e poco accessibile i suoi primi racconti e romanzi avevano avuto notevoli difficoltà di pubblicazione e scarsa diffusione.  L’Autobiografia determina uno scostamento verso soluzioni meno complicate e radicali: la sintassi si fa più lineare, la paratassi meno ostentata, il ritmo adeguato alla narrazione. Questa messa a punto stilistica – resa con eleganza nella traduzione di Alessandra Sarchi nella più recente edizione per Marsilio –  consentì alla Stein di raggiungere il successo e di parlare soprattutto negli Stati Uniti al grande pubblico, curioso di saperne di più della vita senza filtri di artisti ormai celebri e della mondanità d’Oltreoceano. 

La rappresentazione del rapporto tra Stein e Toklas è uno degli aspetti più delicati del libro: Alice, piccola, minuta, con gli zigomi pronunciati e il naso sottile, è spesso ritratta in ruoli domestici, di massaia, di segretaria, dattilografa, giardiniera, ricamatrice.  Mentre Gertrude (di cui Hemingway scrive che “era molto grossa” e che “faceva pensare a una contadina dell’Italia settentrionale”) si intrattiene con gli artisti, pensando ai destini dell’arte e della letteratura, ad Alice è affidato “il compito di parlare con le mogli”, magari “di cappelli e di profumi” («I geni venivano e stavano con Gertrude Stein; le mogli, con me»).  Questa asimmetria, letta con sensibilità contemporanea, può suonare come subalternità; se invece si colloca il legame nel contesto delle relazioni – peraltro tra donne – del primo Novecento, si comprende quanto profonda fosse la loro intimità e simbiotico il loro rapporto durato quasi quarant’anni.  Non bisogna poi escludere che questa rappresentazione di Alice al servizio del mito Stein possa non essere del tutto vera e rientri in quella strategia narrativa di cui abbiamo già parlato. 

Gertrude muore nel 1946, Alice nel 1967. Alice chiede di condividere alla sua morte la stessa sepoltura a Père Lachaise, facendo incidere il proprio nome sul retro della lapide della Stein. Era proprio come scritto nell’Autobiografia: ad Alice piaceva avere una bella vista, ma preferiva avercela alle spalle.

p. s. Il 27 luglio scorso, a ottant’anni dalla morte di Gertrude Stein, “Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Deborah Levy, il cui prossimo romanzo in uscita a ottobre per NN editore si intitola Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire e riproporre l’opera della Stein che in Italia resta in gran parte introvabile. Dice Deborah Levy: “Stein ha rivendicato il diritto non solo di sentire ma anche di pensare…” E l’intervistatrice conclude: “Ogni secolo ha bisogno di qualcuno che faccia spazio a qualcosa di nuovo.”

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Parigi e gli esordi di Hemingway (1921 – 1926), di Gigi Agnano

Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile

Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, Parigi divenne il punto d’incontro di una generazione di scrittori americani che cambiò il corso della letteratura del Novecento. Erano spiriti ribelli, disgustati dal conservatorismo politico e sociale del proprio Paese, dal puritanesimo e dal proibizionismo, attratti nella capitale francese sì da un tasso di cambio estremamente favorevole, ma anche dalla forza magnetica di un centro culturale libero, effervescente e cosmopolita che proiettò la giovane letteratura statunitense sulla scena internazionale. La città divenne così uno dei luoghi in cui la narrativa e la poesia americane, sprovincializzandosi e superando qualche complesso di inferiorità, presero coscienza della propria forza innovativa, sbiadendo, in parte, quell’immagine di letteratura priva di tradizione, lontana dalla cultura europea se non dalla cultura tout court.

La definizione di “generation perdue”, di “lost generation”, attribuita a Gertrude Stein e resa famosa da Hemingway in Fiesta («Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere […] Siete tutti una generazione perduta […]») aiuta a classificare il fenomeno, ma non ne coglie la complessità. A Parigi non nacque un’avanguardia artistica o una “scuola”, ma si riversò un’ondata di romanzieri, poeti, giornalisti, editori e librai che avevano visto gli orrori della guerra e volevano riprendersi la vita. Condivisero spazi, riviste, letture, indirizzi e frequentazioni. Una  topografia della scrittura che comprendeva librerie e piccole case editrici, caffè, bistrot, appartamenti modesti e salotti di mecenati, concentrati sulla Rive Gauche, tra Montparnasse, il Quartiere Latino, Saint-Germain-des-Prés e l’Odéon.

Fra tutti i luoghi della Parigi anglofona, Shakespeare and Company occupò una posizione centrale. La libreria fu fondata da Sylvia Beach nel 1919 in rue Dupuytren e trasferita nel 1921 alla vicina rue de l’Odéon, proprio di fronte ad un’altra libreria-mondo, la Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier. Shakespeare and Company era un negozio di libri in lingua inglese, ma anche una “lending library” (non essendoci i soldi per comprare i libri, si prendevano in prestito), un recapito postale per espatriati, un punto d’incontro della comunità artistica parigina. Molti americani vi si recavano appena arrivati in città, ancor prima di trovare un alloggio stabile; la libreria funzionava come presidio culturale, luogo di lettura, di reading pubblici, di discussione tra autori. Sylvia Beach svolse una funzione cruciale: libraia, promotrice culturale, consigliera, organizzatrice di eventi e di relazioni, editrice coraggiosa (a lei si deve la pubblicazione il 2/2/22 dell’Ulisse di Joyce), fu la figura che seppe trasformare un esercizio commerciale in un’istituzione essenziale per la coesione, la crescita e la promozione di quella comunità letteraria sempre più consistente di artisti espatriati. 

Un altro centro nevralgico era la casa di Gertrude Stein (1874-1946) a rue de Fleurus, dove abitava prima con il fratello Leo e poi solo con l’amica e compagna Alice B. Toklas. Presente a Parigi dal 1903, collezionista e scrittrice sperimentale, grande amica di Matisse e di Picasso, la Stein incarna, più di chiunque altro, lo spirito modernista del suo tempo, e il suo salotto parigino diventa il luogo d’incontro di pittori, scultori, musicisti e scrittori rivoluzionari. In “Festa mobile”, il libro di memorie degli anni di formazione a Parigi uscito postumo nel ‘64, Hemingway si chiede: “Che cosa sarebbe stata la letteratura americana senza la Stein, senza la sua presenza a Parigi nel primo dopoguerra?”

Ernest Hemingway era un assiduo frequentatore di casa Stein. Aveva ventidue anni quando arrivò nella capitale francese alla fine del 1921 con la prima moglie Hadley. Come racconta in “Addio alle armi” (1929), il giovane Ernest aveva partecipato alla prima guerra mondiale da volontario assegnato alla Croce Rossa sul fronte italiano, dove era stato gravemente ferito per portare in salvo un commilitone. Rimpatriato,  dopo quell’esperienza in Europa, considerava la vita negli Stati Uniti – era nato in Illinois e la famiglia si era stabilita in Michigan – gretta e provinciale e meditava di tornare in Italia. Fu Sherwood Anderson, all’epoca già famoso e che veniva da un lungo soggiorno in Francia, a consigliargli Parigi: se voleva seriamente impegnarsi a diventare uno scrittore, era lì che doveva andare. Anderson gli scrisse varie lettere di presentazione in cui lodava il “talento straordinario” del giovane Ernest per Gertrude Stein, James Joyce, Sylvia Beach e Ezra Pound. Hemingway conobbe Gertrude Stein nel marzo del ‘22 e presto le farà leggere alcuni racconti e poesie senza ricevere giudizi lusinghieri: doveva “riscrivere” perché la gran parte di quel materiale era “inaccrochable”, impubblicabile. Ciononostante, Hemingway continuò a frequentare casa Stein (“calda, accogliente, con buon cibo e ottimi distillati”) e i due diventeranno amici. Con Joyce invece (che era odiato dalla Stein) gli incontri furono sporadici e formali, ma improntati a stima reciproca. All’uscita dell’Ulisse nel ‘22, Hemingway scrive ad Anderson di un libro “dannatamente meraviglioso”, mentre l’irlandese dirà dell”americano che è “forte come un bufalo”. Molto più frequenti sono gli incontri con Sylvia Beach di Shakespeare and Co. di cui diventò il “miglior cliente” (sono parole della Beach, riferendosi ai tanti libri presi in prestito). Di Ezra Pound Hemingway scriverà in “Festa mobile”: “era lo scrittore più generoso che io abbia mai conosciuto e il più altruista. Stava sempre facendo qualcosa di concreto per poeti, pittori, scultori e scrittori in cui credeva e avrebbe aiutato chiunque, credesse in lui o meno, se si trovava in difficoltà. Si preoccupava di tutti”. Pound provò a proporre dei racconti di Hemingway ad alcune riviste, ma furono in un primo momento tutti respinti.

Oltre alle lettere di presentazione, Anderson diede all’amico Ernest anche l’indirizzo di un hotel, il Jacob, dove lui e la moglie potevano stare con una spesa irrisoria fino a quando non avrebbero trovato un appartamento.

La stagione parigina di Hemingway si lega al Quartiere Latino, alla zona di place de la Contrescarpe (prende un appartamento a rue du Cardinal Lemoin 74) e ai percorsi quotidiani che dal suo alloggio lo conducevano verso i caffè, le librerie e i luoghi dove si incontravano gli artisti. Come la Closerie des Lilas a Montparnasse, ricordata anche per gli incontri con Francis Scott Fitzgerald (che però aveva conosciuto al bar Dingo in rue Delambre), o La Rotonde, Le Dôme, Le Select, La Coupole, il Café Napolitain sul Boulevard des Italiens o la Brasserie Lipp e Les Deux Magots a Saint-Germain des Prés, frequentato anche da Joyce. Nella casa di rue Lemoin, in quegli anni, Hemingway ospita John Dos Passos, conosciuto in un breve incontro sul fronte italiano e destinato a diventare suo buon amico. Dos Passos era un grande viaggiatore e usava Parigi come punto di partenza per i suoi numerosi giri in Europa. Nel decennio successivo i due partiranno insieme per la Spagna dove partecipano alla Guerra Civile.

Questi sono gli anni in cui Hemingway – che sbarca il lunario facendo il giornalista – matura la sua avversione per il fascismo che andava affermandosi non solo in Italia. In un articolo del ‘22 per il Daily Star dalla Liguria scrive dei fascisti: “Non fanno distinzione tra socialisti, comunisti e repubblicani. Li considerano tutti Rossi e pericolosi”; e ancora: “Sono giovani, duri, ardenti, intensamente patriottici, di solito belli della bellezza giovanile delle razze meridionali e fermamente convinti di avere ragione. Sono ricchi del valore e dell’intolleranza della giovinezza”. Nel gennaio ‘23, inviato dal Daily a Losanna, vede Mussolini in carne ed ossa, in camicia nera e ghette bianche, e scrive un articolo dove lo definisce “il più grande bluff d’Europa”, capace solo di “rivestire piccole idee di grandi parole”.

Sul piano letterario, il soggiorno parigino fu determinante. In questi anni nacquero Three Stories and Ten Poems (1923), In Our Time (1925), altri racconti tra cui The Killers (che nel ‘45 diventa un film con Ava Gardner e Burt Lancaster) e soprattutto The Sun Also Rises, il suo primo romanzo del 1926, pubblicato in Italia come Fiesta. Ma la vera importanza del periodo trascorso a Parigi non sta soltanto in quelle opere. In quegli anni legge Turgenev, Tolstoj, Checov, Gogol e Dostoevskij; Henry Fielding, Yeats, Conrad, D. H. Lawrence, T.S. Eliot e Joyce; Stendhal e Flaubert, che avranno – in particolare quest’ultimo – un’influenza decisiva sul suo stile, sull’approccio alla scrittura in termini di disciplina e di osservazione (“l’occhio”), laddove la Stein e soprattutto Joyce gli avevano insegnato l’importanza del ritmo, della musicalità della frase (“l’orecchio”). Da questa miscela nasce una prosa nuova: anti-retorica, romantica in un modo inedito, seducente, intensa, di dialoghi asciutti e veloci.

Hemingway lascia Parigi nel 1926 prima dell’uscita di Fiesta, quando Hadley, la prima moglie, scopre la relazione con Pauline, giornalista di moda di Vogue Francia. Inizia un periodo di viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove completa il suo primo autentico capolavoro iniziato nella capitale francese, quell’ Addio alle armi che lo consacra come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Tornerà a Parigi nel ‘27 per sposare Pauline e poi solo per brevi periodi negli anni Trenta. Aveva tradito Hadley e in futuro non mostrerà alcuna riconoscenza per i suoi mentori Sherwood Anderson e Gertrude Stein e per altri amici che gli avevano dato una grossa mano (tra questi Fitzgerald)… ma questa, come si dice, è un’altra storia… Qualche tempo dopo la tragica morte nel ‘61, il nipote Sean scrive: “Per mio nonno Parigi fu semplicemente il miglior posto al mondo per lavorare, e rimase per sempre la città più amata.” 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

John Steinbeck: “Furore” (Bompiani, 2024, trad. Sergio Claudio Perroni), di Lavinia Capogna

“Furore” di John Steinbeck o lo sradicamento  

“Beh, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…” “E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, beh, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… “

America primi anni Trenta: i trattori delle banche e dei latifondisti passano incuranti sulle terre rosse dell’Oklahoma nel Midwest. 

Incuranti della madre terra e dei contadini che vengono fatti bruscamente sloggiare dopo che, faticosamente, erano riusciti a costruirsi una casa e ad avere un terreno da coltivare a mezzadria.

La mezzadria era un contratto agrario in cui il proprietario e il contadino dividevano a metà i prodotti della terra.

Quando Tom Joad, determinato, intelligente figlio di due contadini fa ritorno a casa dopo quattro anni passati in carcere scopre, desolatamente, che i suoi sono partiti.

Incomincia così “Furore” (The Grapes of Wrath) best seller del 1939, vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer scritto da John Steinbeck, autore trentasettenne e futuro Premio Nobel 1962. 

Il libro è scritto in un interessante americano, a volte nell’idioma dell’Oklahoma per renderlo più verosimile.

Si legge in un articolo dell’epoca: “Steinbeck è un ragazzone, con spalle larghe, occhi azzurri dallo sguardo sincero e capelli scuri che si arricciano sulla fronte” (The San Jose Mercury News, 8 gennaio 1938).

Tom Joad è stato in carcere perché, ubriaco, aveva ucciso per legittima difesa un coetaneo che lo aveva aggredito con un coltello ad un ballo di paese.

È stato rilasciato in anticipo ma “sulla parola”: non può lasciare l’Oklahoma, ordine a cui disubbidisce e, del resto, non avrebbe altra scelta.

Riunita, la famiglia Joad si mette in marcia sulla Route 66 con una scassata macchina trasformata in camion piena di suppellettili verso la California, la terra promessa.

Un accattivante volantino garantisce 800 posti di lavoro nella terra del sole e delle arance ma loro vengono avvisati da alcuni sconosciuti che non tutto laggiù è come viene pubblicizzato.

La madre sogna una casetta bianca e una piccola vigna da coltivare.

Sua figlia, la graziosa Rose of Sharon, 18 anni, incinta e sposata con il 19enne Connie, vorrebbe invece vivere in città, avere una ghiacciaia e andare al cinema così come il fratello Al, appassionato solo di ragazze e di motori, vorrebbe aprire un negozietto di elettronica. Sono la terza delle quattro generazioni degli Joad.

Vorrebbero, in breve, fare il salto da proletari a borghesi.

I due bambini decenni di Ma e il marito che si chiama anche lui Tom crescono semiabbandonati tra adulti troppo indaffarati e preoccupati. Anche loro raccoglieranno cotone in California come i figli dei neri che, separati dai bianchi all’epoca, non appaiono nel romanzo.

La scuola è un luogo inaccessibile per loro (anche se Ma desidererebbe mandarceli) dove altri ragazzini li bullizzerebbero perché poveri e di un altro stato.

Il tema del viaggio è uno dei grandi miti americani che compare in vari libri (Mark Twain, Kerouac, “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig e altri) e in tante canzoni e film.

Qui il viaggio ha però il volto dello sradicamento e dell’ignoto che si fa sempre più inquietante.

Tom è il più concreto, pragmatico della famiglia, gli altri uomini sono tormentati da sensi di colpa come lo zio John che non aveva creduto alla moglie incinta morente e cerca di compensarlo portando chewing-gum e liquirizia ai bambini o Tom padre che aveva maldestramente assistito Mam in un parto casalingo e che teme di aver creato danni cerebrali allo slavato, etereo Noah, fratello di Tom, quasi magneticamente attratto dall’acqua e dal fiume.

Steinbeck descrive una società contadina che sarà immortalata da alcuni grandi fotografi come W. Eugene Smith, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e altri: quella della grande Depressione dopo il crollo di Wall Street nel 1929 che sconvolse l’America e che riuscì poi a riprendersi, negli anni Trenta, grazie al New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di cui John Steinbeck fu un sostenitore: immagini di desolante povertà e sconforto, di volti rassegnati arsi dal sole, di bimbi con lacere tute jeans nella patria del capitalismo.

È una società in cui comandano esclusivamente gli uomini eppure non ne sembrano felici: loro decidono per tutti riunendosi la sera in consiglio.

Le donne e i bambini li osservano.

È un mondo dove vale la legge del più forte, tutti hanno abiti sbrindellati ma un fucile in casa.

Boys don’t cry. Sono uomini abituati a non rivelare i loro sentimenti e a non esprimere le loro emozioni.

Quando Tom dirà qualcosa di suo all’ex predicatore Casy, che ha casualmente incontrato in Oklahoma, gli sembrerà di aver detto troppo.

È l’unico momento del romanzo in cui Tom appare vulnerabile.

“Furore” è un libro profondamente maschile: l’azione è al centro del romanzo. La lotta estenuante per sopravvivere, a qualunque costo anche nelle condizioni più estreme, nello sfruttamento più estenuante, nel vento, nella pioggia torrenziale, nella siccità che in quegli anni colpì il Midwest, nella fame nera.

Le donne del libro sono madri (Grandma, Ma, Rose of Sharon, la graziosa, infelice sorella di Tom) o, di sfuggita, più mature, scaltre, cameriere dei Cafe sulla Route 66.

L’amore è spesso malvissuto: dalla ipersessualità del nonno alle prostitute (altre vittime del capitalismo) dello zio John, dalla incessante ricerca di ragazze per effimeri flirt del superficiale Al fino al codardo Connie che, sopraffatto dalle responsabilità, abbandonerà Rose of Sharon incinta.

Solitario è invece l’eroe/controeroe del romanzo Tom. In un certo senso ci si aspetta che Tom incontri una ragazza ma ciò non avviene: egli è il fuggiasco, perseguitato da una sfortuna ricorrente, sempre con gli sbirri alle calcagne e che trasformerà la sua rabbia in lotta politica.

I detrattori reazionari accusarono “Furore” di essere “propaganda comunista” e il libro è certamente di sinistra (“Sto imparando una cosa importante,” disse. “La sto imparando ogni momento, tutti i giorni. Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”).

Non mancano momenti di solidarietà o il confronto tra le baraccopoli dei latifondisti e quella, più umana, governativa o incontri sulla strada come quelli con i dignitosi Wilson o i solidali Wainwright.

La madre è il personaggio che acquista sempre più importanza via via che si snoda la trama. Non sappiamo il suo nome. Lei è semplicemente Ma (Mamma).

Diventa il punto di riferimento e di sostegno di tutti.

Non si perde d’animo, osserva acutamente gli altri, intuisce le cose che gli uomini della sua famiglia non dicono. È l’unica ad avere un rapporto profondo con Tom. 

Mam avrà anche il sopravvento sul debole marito, imporrà decisioni (“Partiamo domattina,” disse. Pa’ sbuffò. “Mi sa che i tempi sono cambiati,” disse in tono sarcastico. “I tempi di quando era l’uomo a dire che c’era da fare. Ora mi sa che sono le donne a dirlo. Magari tocca prendere il bastone”) per picchiare la moglie e lei gli risponde per le rime.

Le donne sottomesse, silenziose, picchiate di quella società arcaica diventano con lei la bussola a cui rivolgersi quando il mondo va in frantumi.

Casy è uno dei personaggi più interessanti di Steinbeck. Nel bellissimo film in bianco e nero di John Ford del 1940 tratto dal romanzo, anche se modificato nel finale per ragioni di censura, era interpretato dall’ispirato David Carradine.

Tom era il bel Henry Fonda.

Casy è un ex predicatore di una delle varie chiese statunitensi che ha smesso perché circuiva ragazze e non sa più se credere in Dio oppure no.

È una sorta di filosofo che si interroga sul senso della vita e che infine trova in un’anima collettiva e nella giustizia sociale il Regno dei Cieli.

Qualcuno vi ha letto influenze del filosofo scrittore ecologista ottocentesco Ralph Waldo Emerson.

Questo romanzo che parla di terra, di campi di cotone, di raccolta di pesche, di uva è anche profondamente spirituale, con accenti biblici (come altri romanzi di John Steinbeck) e al tempo stesso nemico dei fanatici, così diffusi nel paese, come la donna farneticante, foriera di cattivi presagi per la candida Rose of Sharon.

È un romanzo dove tutto viene descritto e sentito con grande abilità narrativa, genialmente inframmezzato da capitoli generali come lo splendido 17 o quello poetico sulla musica: l’armonica a bocca, la chitarra country, il violino che sono gli unici svaghi nelle sere malinconiche 

Steinbeck descrive le sensazioni con una precisione che ricorda Émile Zola: la polvere che sale sui volti rendendoli grigi, la freschezza ristoratrice dell’acqua, il sapore del maiale croccante e salato, il profumo del caffè. 

I Joad, esuli in California, da mezzadri si trasformano in emigranti, vittime di razzismo, prevaricazioni, sfruttati e sottopagati e anche per questo “Furore” è un romanzo attualissimo.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Carson McCullers, “Il cuore è un cacciatore solitario”, di Lavinia Capogna

“I’m a stranger in a strange land” 

Esiste un prezioso video su Youtube: cinque minuti di un’intervista del 1951 a Carson McCullers, scrittrice americana di grande talento ancora non abbastanza letta in Italia.

Ella risponde in modo simpatico ed intelligente ad un pressante intervistatore, fumando una sigaretta.

Carson McCullers nacque nel 1917 a Columbus in Georgia. La sua famiglia derivava in parte da irlandesi e da ugonotti francesi e prima della guerra civile del 1865 era stata molto agiata.

Il suo vero nome era Lula Carson Smith.

Gli Smith negli anni Venti erano una famiglia medio borghese ma in difficoltà economica anche se assai rispettata a Columbus.

Carson era una bambina intelligente ed ipersensibile e molto di lei si ritrova in Mick Kelly, l’adolescente del suo splendido romanzo d’esordio “Il cuore è un cacciatore solitario” (The Heart is a Lonely Hunter, 1940) che pubblicò a soli 23 anni e in Frankie Addams, protagonista del suo terzo, commovente romanzo, “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946).

Solitamente Carson viene considerata tra le autrici del Southern Gothic, un genere letterario che narra di persone solitarie, smarrite, talvolta inquietanti che vivono in un ambiente degradato e violento.

Gli autori del genere comprendono scrittori come William Faulkner, Erskine Caldwell, Flannery O’Connor, il commediografo Tennessee Williams, che fu grande amico di Carson, Truman Capote, Harper Lee.

Il suo stile di scrittura bello, scorrevole, intenso, lucido, avvincente si contraddistingue per la profonda umanità, la descrizione spesso di persone emarginate dalla società che lottano, tra grande intuizioni ed errori, per qualcosa di meglio.

Nel 2016 la giornalista Sarah Schulman ha scritto in un articolo sul ‘The New Yorker’: “McCullers aveva una capacità quasi singolare di descrivere l’umanità di qualsiasi tipo di persona, molte delle quali non erano mai apparse nella letteratura americana prima che lei le creasse”.

Ella diede voce e volti ad Afro American, disabili e omosessuali.

“Il cuore è un cacciatore solitario” ebbe immediatamente un grande successo. Carson dovette farsi inviare un anticipo dal suo editore per raggiungere New York dove venne travolta da una celebrità alla quale non era emotivamente preparata.

Oggi il libro è per la rivista “Time” tra i 100 migliori in lingua inglese e per la Modern Library tra i 100 romanzi più belli del Ventesimo secolo.

Lei lo aveva iniziato a soli 19 o 20 anni, il che è sorprendente. 

È romanzo intenso, coinvolgente, perfettamente equilibrato nell’andamento e nella struttura che narra di quattro personaggi che si aprono emotivamente solo con un uomo gentile e garbato, un muto di nome John Singer in una cittadina polverosa del profondo Sud degli States tra il 1938 e il ’39.

Singer diventa involontariamente il catalizzatore di alcune solitudini: Mick, una tredicenne che desidera diventare una musicista (come aveva pensato anche Carson che aveva studiato il pianoforte), ribelle e spericolata. Mick è una sognatrice in un microcosmo senza sogni rigidamente diviso tra la chiesa e il cinema che il sabato sera fa sognare sul grande schermo vite irraggiungibili, nata al tempo del grande crollo economico del 1929 che condusse gli States negli anni della grande Depressione che vennero ben descritti da John Steinbeck in “Furore” (The Grapes of Wrath, 1939).

Con il New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt il paese stava lentamente riemergendo dalla crisi mentre in parte d’Europa, prossima alla guerra, infuriava il fascismo.

Mick con i suoi calzoncini corti e le sue T shirt è un tomboy, parola che in italiano viene tradotta con l’aggettivo dispregiativo ‘maschiaccio’ ma che in americano, invece, non ha una valenza negativa.

Ella si perde in fantasticherie mentre la sua indaffarata famiglia è travolta da problemi economici e farà l’amore, per la prima volta, in riva al fiume con un timido coetaneo, Harry, un ragazzino ebreo con gli occhiali che vagheggia di uccidere Adolf Hitler.

Anche Blount, un uomo che ha fatto mille mestieri, che ha visto mille atrocità, che viene da chissà dove, spesso ubriaco nel New York City Cafe di Biff Brannon con la sua tuta jeans da lavoro, i baffi e che lavora come meccanico in una giostra, che cerca vanamente di risvegliare una coscienza sociale nella popolazione addormentata, racconta i suoi dolori al muto che lo accoglie affabilmente.

Blount ha qualche similitudine con i personaggi di Nelson Algren, lo scrittore comunista di Chicago, nel nord del paese che raccontava di una rabbia diffusa dopo la grande Depressione. 

La rabbia domina anche il dottor Copeland, un anziano medico nero che si occupa con grande altruismo dei suoi ammalati.

È un uomo colto che si è allontanato dalla profonda fede cristiana dei neri per diventare marxista (uno dei suoi figli si chiama Karl Marx ma preferisce farsi chiamare Buddy).

Egli detesta ogni frivolezza, le camicie sgargianti, le cravatte eleganti ambite dalla gioventù, la musica sincopata delle sale da ballo, i bianchi (ad eccezione di John Singer) e l’arroganza e violenza di molti di loro. 

La schiavitù era finita ma non la segregazione razziale e il razzismo.

“Essere un nero in questo paese e avere una certa consapevolezza significa essere quasi sempre in preda alla rabbia” ha scritto James Baldwin, scrittore e ammiratore letterario delle opere di Carson.

Fa da contrappunto al dottor Copeland sua figlia Portia che lavora come cameriera nella famiglia di Mick ed è profondamente affezionata ai bambini, una donna dolce che lotta per un futuro migliore ma le cui speranze vengono infrante dalla realtà. 

Scriveva Richard Wright, autore di “Ragazzo nero” (Black Boy, 1945) in una recensione del romanzo sulla rivista ‘The New Republic’ nel 1940: 

“Per me l’aspetto più impressionante de “Il cuore è un cacciatore solitario” è la sorprendente umanità che consente ad una scrittrice bianca, per la prima volta nella narrativa del Sud, di gestire i personaggi neri con la stessa facilità ed equità di quelli della sua etnia. 

Questo non può essere spiegato stilisticamente o politicamente, sembra derivare da un atteggiamento nei confronti della vita che consente a Miss McCullers di superare le convenzioni del suo ambiente e di abbracciare l’umanità bianca e nera in un’unica ondata di comprensione e di tenerezza”. 

Anche Berenice la governante nera di “Invito a nozze” è uno dei migliori personaggi creati dalla scrittrice.

Pure nel romanzo “Orologio senza lancette” (Clock Without Hands) del 1953 c’è un importante personaggio Afro American, Sherman Pew.

Nella vita fu di grande aiuto a Carson Ida Reeder, la sua governante/amica nera, assunta dapprima dalla madre, che si occupò di lei quando la sua salute incominciò a declinare rapidamente.

L’ambiguo, riflessivo Biff Brannon è un altro personaggio che si confida con il muto Singer. Meticoloso, flemmatico gestore di un Caffé sempre affollato e fumoso ha un rapporto complesso con la moglie, un’insegnante di religione indolente e pigra, con la quale l’amore è finito da tempo. 

Egli vuole capire le ragioni delle azioni umane, colleziona vecchie riviste da dieci anni e ha una predilezione sentimentale per Mick che mai oserebbe agire.

Singer non ha parole da offrire loro ma ascolto e comprensione – e loro vogliono bene a Singer. Questo è il nucleo del romanzo in cui c’è un grande, imprevedibile colpo di scena.

Nel profondo legame tra John Singer e il pingue, capriccioso, goloso sordo muto Antonopoulus (il suo opposto) viene delicatamente suggerito un amore omosessuale, tema che Carson riprenderà in un tono cupo nella passione proibita del conformista capitano Penderton per il soldato Williams (che invece è attratto dalla bella moglie di lui, Leonora) in “Riflessi in un occhio d’oro (Reflections in a Golden Eye) del 1941, il suo secondo romanzo.

In “Invito a nozze” (The Member of the Wedding, 1946), dal quale venne tratta una commedia di successo scritta da lei stessa, Carson descriveva i sentimenti di un’altra adolescente, Frankie, in prossimità del matrimonio del fratello. Anche questo romanzo è bellissimo e struggente e racconta la confusione di Frankie, una dodicenne, che si sente un po’ una ragazza e un po’ un ragazzo e ciò la riempie di dubbi a cui non sa e non può rispondere. (Nota 1)

Il tema dell’amore omosessuale attraverserà la vita di Carson. 

Detto per inciso, il tema verrà solo accennato nella biografia sulla scrittrice di Virginia Spencer Carr (che ha una bella prefazione di Tennessee Williams), quasi negato in quella di Josyane Savigneau e infine dimostrato nell’ultima, pubblicata nel 2024 a New York da Mary V. Dearborn.

In un’America conservatrice, puritana ed omofoba, Carson, adolescente, si era platonicamente innamorata della sua insegnante di pianoforte. 

Verso i 17 anni aveva conosciuto un avvenente, slavato ed enigmatico ex militare, Reeves McCullers (dal quale prenderà il cognome) che aveva quattro anni più di lei. Era nata un’amicizia e poi un amore: nel ’37 si erano sposati.

Lei non aveva ancora compiuto vent’anni.

Reeves era come lei un liberal, che negli Usa significa di sinistra, e sognava di diventare uno scrittore. 

Da chi lo conobbe venne descritto come ‘un gentiluomo del sud’, sempre gentile ma presto entrambi incominceranno a bere troppo.

Nel 1944 Reeves sarà tra i primi americani a sbarcare in Normandia ma dopo la guerra, in parte frustrato dalla mancanza di lavoro, dal grande successo della giovane moglie, dall’alcolismo avrà un grande crollo emotivo.

Il 1 luglio 1940 in un bar di New York Carson aveva conosciuto una scrittrice svizzera trentaduenne che desiderava farle un’intervista: “Sapevo che il suo viso mi avrebbe perseguitato per tutta la vita” scrisse poi Carson.

Era Annemarie Schwarzenbach che le apparve simile al principe Myskin, il protagonista ‘assolutamente buono’ de “L’idiota” di Dostoevskij. 

Annemarie era lesbica, era nata nel 1908 in una delle famiglie più agiate di Zurigo, industriali tessili, ma si era presto scontrata con le loro idee molto conservatrici. Era fuggita nella Berlino della Repubblica di Weimar dove aveva fatto grande amicizia con Erika e Klaus Mann e fu proprio quest’ultimo a presentarla a Carson.

Annemarie non solo era bella ma rappresentava l’Europa ferita. Attivista antifascista aveva finanziato un’ottima rivista letteraria di Klaus Mann, era stata (con grande scandalo della famiglia) al Congresso degli scrittori contro il fascismo a Mosca, aveva viaggiato in Persia (l’attuale Iran), in Afghanistan e in India.

Scriveva libri delicati e visionari che raccontavano di giovani che vanamente cercavano l’amore in donne sfuggenti e di angeli incontrati nei giardini della Persia.

Tra Carson e Annemarie nacque un’amicizia che la seconda non volle trasformare in un amore perché voleva salvaguardare Carson: Annemarie aveva in quel periodo grandi problemi privati.

E poi perché le voleva bene ma non era innamorata di lei. Le lettere che scriveva a Carson sono affettuose e premurose ma non sentimentali.

Reeves fu assai geloso della moglie e giunse a schiaffeggiarla. Il loro matrimonio si disintegrò, lui le rubò anche dei soldi ma poi le chiese scusa.

Carson lo lasciò.

Negli anni ’40 Carson ebbe tre ictus che le procurarono invalidità nella parte sinistra del corpo. Reeves, dal fronte europeo, le scriveva tenere lettere d’amore chiamandola “Darling Girl” e nel 1945 si sposarono di nuovo.

Le cose andarono peggio. Entrambi cercavano sollievo nell’alcool come faceva anche Hemingway ma quando nel 1953 a Parigi Reeves andò fuori di testa e cercò di convincerla a suicidarsi insieme a lui, lei fuggì negli Stati Uniti.

Poco dopo lui si suicidò. Aveva 40 anni.

Nel 1956 lei scrisse un racconto su un uomo distrutto dell’alcool “Who Has Seen the Wind?” (il titolo era preso da un verso di Christina Rossetti) e una commedia teatrale, “The Square Root of Wonderful” (letteralmente, La radice quadrata del meraviglioso – non pubblicata in Italia) dove raccontava la storia di una donna che ama un uomo annientato dal fatto di non essere uno scrittore. 

Nel 1951 aveva invece pubblicato una bellissima raccolta di novelle intitolata “La ballata del caffè triste” (The Ballad of the Sad Cafe”) che narrava anche la storia di una donna forte e schiva che viene plagiata da uno scaltro nano.

Alcuni testi di Carson erano dedicati ad Annemarie che nel 1942 era deceduta in Svizzera a causa di un incidente stradale.

Durante un viaggio a Roma Carson conobbe Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Carlo Levi.

In altri momenti il poeta inglese W.H. Auden, Christopher Isherwood, Rosamond Lehmann, la scrittrice francese Françoise Sagan, Lillian Hellman, Arthur Miller, Marilyn Monroe, Karen Blixen, aiutò il giovane Truman Capote e altri.

A 40 anni, nel 1957, Carson, che aveva seri problemi di salute e un blocco letterario, su consiglio di alcuni amici si rivolse ad una psicoterapeuta, Mary Mercer.

“Ho perso la mia anima” le disse.

“Nessuno perde la propria anima” le rispose lei.

Incominciò un assiduo lavoro terapeutico e, ad un certo punto, decisero di registrare le sedute – una cosa scorretta professionalmente – perché Carson pensava di scrivere una sua autobiografia che rimase poi incompiuta.

La dottoressa Mercer viene generalmente considerata colei che salvò Carson. Il che è vero ma Carson che era disabile, alcolista e che aveva perso i genitori, Reeves e Annemarie le lasciò gestire tutta la sua vita (forse troppo). 

Oltre che terapeuta (per un anno) fu un’amica, prendeva decisioni per lei, parlava con i medici, fece staccare la spina quando nel 1967 Carson fu in coma per un mese dopo un quarto grave ictus (morì il giorno dopo a 50 anni), fu in parte sua erede. 

Morì a 101 anni nel 2013. Aveva acquistato la villa di Carson a Nyack, vicino New York, e ne aveva fatto un laboratorio per giovani artisti e lasciò le registrazioni e gli appunti della terapia ad una università. 

……

Nota 1) da Lavinia Capogna “Carson McCullers, il genio celato della letteratura americana” (2025)

Carson McCullers ha anche ispirato recentemente i libri: 

Jenn Shapland “My Autobiography of Carson McCullers: A Memoir” (che non è una biografia) e

Daria Gatti “Nantucket. Una storia ispirata alle vite di Carson McCullers, Tennessee Williams e Annemarie Schwarzenbach”.

Sono stati tratti importanti film dai suoi libri diretti da Fred Zinnemann, John Houston, Robert Ellis Miller.

La cantautrice rock folk Suzanne Vega le ha dedicato l’album “Lover, Beloved: Songs from an Evening with Carson McCullers”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Henry James: “Washington Square”, di Lavinia Capogna

Il più misterioso degli scrittori

Apparentemente la trama del romanzo “Washington Square” di Henry James (1880) sembra molto semplice: l’unica figlia di un celebre medico di New York verso gli anni ’40 del 1800 viene presa di mira da un giovanotto che vuole impadronirsi, sposandola, del suo ingente patrimonio. Il padre si oppone.

Su questa trama James costruisce uno splendido romanzo in 35 capitoli, un romanzo in cui non c’è neppure una riga di troppo, con raffinatissime psicologie che venne allora non solo guardato con sufficienza dalla critica ma quasi ignorato dai lettori suscitando non poco, comprensibile, dispiacere nel suo autore per diventare poi un classico dalla seconda metà del Novecento.

Siamo nel New England, la costa est degli Stati Uniti dove la città fino ad allora più importante, l’aristocratica Boston, sta cedendo il passo alla più dinamica e variegata New York che si va ingrandendo grazie agli innumerevoli emigrati.

Il dottor Austin Sloper è un self made man tipicamente statunitense, un uomo che nonostante non venga da una famiglia agiata ha studiato con passione medicina. Ambizioso, determinato è diventato uno dei medici più stimati e richiesti della città.

Sulla ventina aveva sposato solo per amore un’incantevole e ricchissima ragazza, Catherine. Tuttavia la sua vita familiare era stata crudele: aveva perduto il figlio primogenito nella prima infanzia e la moglie di parto.

Era rimasto solo con la figlia, Catherine, che lo aveva già deluso essendo una femmina (il dottor Sloper è un misogino) e poi crescendo essendo non bella, né intelligente come la madre.

Per occuparsi di lei, egli aveva preso in casa sua sorella, vedova di un pastore protestante, Lavinia Penninton, uno dei personaggi più belli creati da James.

All’inizio del romanzo Catherine ha 22 anni, è un’anima quieta, remissiva, canta ma non ha particolare talento, si dedica al ricamo, va a messa, non è né bella né brutta, nessuno la nota in pubblico, non ha avuto mai proposte di fidanzamento come era d’uso. 

Nonostante sia molto timida adora i vestiti sfarzosi (il che suscita ironia nel padre) forse perché è invisibile. Nessuno ce l’ha con lei, anzi è simpatica ma incolore, sbiadita.

Il suo primo denigratore segreto è proprio il padre, che ella adora, che vede come unica qualità di lei il fatto di essere ricchissima.

Ella erediterà sposandosi 10.000 dollari dalla madre e ben altri 30.000 come eredità dal padre – una somma che Henry James dichiara a quei tempi “immensa”.

La zia Lavinia è uno stravagante personaggio che ha affetto per la nipote, immagina storie romanzesche a contrasto con la sua vita monotona ed è entusiasta quando Catherine, ad un ricevimento, attrae l’attenzione di un bellissimo, elegante, distinto giovanotto: Morris Townsand.

Morris diventa, complice la zia, un habitué nella grandiosa casa in classico stile ottocentesco americano con il colonnato all’ingresso del dottor Sloper a Washington Square.

E qui incomincia un duello spietato: mentre Catherine si innamora dell’affascinante Morris, premuroso, suadente, mai inopportuno e last but not least bellissimo, il padre, che crede di capire la gente con una sola occhiata, inizia a detestarlo e lo avversa in ogni modo.

Anche Morris ha una spiccata ed immediata antipatia per il dottor Sloper che non si fa ammaliare dai suoi modi suadenti.

Sloper lo definisce un cacciatore di dote, prende informazioni su di lui, va a parlare in una povera casetta con la sorella di Morris, una dignitosa vedova con cinque bambini, che lo mantiene.

Morris aveva un piccolo patrimonio che aveva dilapidato in Europa, non lavora, non ha nulla se non i suoi modi da damerino.

Nella lotta tra i due uomini nessuno di loro tiene conto dei sentimenti di Catherine: il padre si maschera: dice di voler impedire il matrimonio per il bene della figlia ma in realtà lo fa per affermare il suo potere. 

E lo stesso fa Morris. Anche a lui non interessano i sentimenti di Catherine che ha facilmente e castamente conquistato in solo un paio settimane ma si maschera da innamorato offeso nell’onore. 

Egli vede in lei la soluzione ideale ai suoi guai economici: attraverso Catherine potrà mettere le mani su un ingente patrimonio, vedersi spalancare le porte dell’esclusiva alta società di New York, fare ciò che vuole.

Per la mite Catherine Morris è invece l’amore, i sogni della giovinezza che si avverano, la vita che bussa alla sua porta, il matrimonio, la vagheggiata maternità, il domani.

Lavinia parteggia subito per Morris, si affeziona maternamente a lui, ha appuntamenti segreti con lui in improbabili negozietti di quartieri popolari per non essere eventualmente sorpresa dal dottore o da altri, si trasforma in una complice del trentenne che più vede ostacoli più diventa nevrastenico.

Naturalmente James coglie tutte le sfumature di questa guerra spietata che si svolge nell’ambiente dell’alta borghesia: dominio, soldi, orgoglio, testardaggine, frasi durissime formulate in una grammatica impeccabile.

Il padre e il fidanzato non cambiano nel corso del romanzo che si svolge in vari anni ma sarà invece Catherine a cambiare interiormente quando si renderà conto di due cose.

In che modo e di cosa non si può dire per non sciupare la lettura del romanzo di cui forse ho detto già troppo.

Nel 1949 il regista William Wyler diresse un film tratto dal romanzo (anche se nell’ultima parte con una sceneggiatura assai modificata) che è diventato un cult movie degli anni d’oro del cinema hollywoodiano: “The Heiress” (L’ereditiera) magistralmente interpretato da Olivia de Havilland nel ruolo di Catherine, Montgomery Clift in quello di Morris, Ralph Richardson come Sloper e Miriam Hopkins la zia.

Henry James è stato il più raffinato tra gli scrittori americani del 1800 insieme a Nathaniel Hawthorne. 

Nato nel 1843 a New York in una famiglia benestante di origine irlandese ebbe due notevoli fratelli, William James, uno dei fondatori della psicologia e critico letterario e Alice James, autrice di un remarkable “Diario”.

La sua vita sembra essere stata quella di un uomo votato con grande dedizione alla letteratura, uno scrittore di talento che difese i suoi libri contro avidi editori, critici insensibili e lettori disattenti (una ventina di romanzi, moltissimi racconti, articoli, memorie di viaggi, commedie).

In vita fu conosciuto ed ammirato da un grande amico, Robert Louis Stevenson e dalla giovane Virginia Woolf (1).

Non ci fu invece simpatia tra Henry James e Oscar Wilde. Il primo trovava semplicistiche e ad effetto le commedie di gran successo del secondo (2).

Era un lettore appassionato, un esteta, un fine conoscitore della storia dell’arte che scriveva in perfetto francese e tedesco ma anche un assiduo viaggiatore tra i due continenti, America e Europa, nonostante i dolori di schiena e di stomaco ricorrenti, con lunghi soggiorni nella imperdibile Parigi e nell’adorata Roma.

Nel 1876, a 33 anni, si trasferì a vivere a Londra e nel 1916, in dissenso con l’iniziale neutralità degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, divenne suddito britannico.

Venne nominato al Premio Nobel nel 1911, nel ’12 e nel ’16 e morì a causa di due ictus il 28 febbraio 1916 a 72 anni nella sua casa di Chelsea, Londra.

Non ci inoltriamo qui nel tema sulle correnti letterarie anglosassoni del tempo che sarebbe troppo specialistico ma la ‘riscoperta’ delle opere di Henry James avvenne negli anni ’40 del Novecento grazie ad un intenso dibattito tra letterati angloamericani.

Gli eventi sociali del suo tempo non appaiono nella sua corrispondenza epistolare resa pubblica: egli sembrava “coltivare il suo giardino” come il Candido di Voltaire.

E per James “il suo giardino” erano le sue relazioni sociali e mondane, le passeggiate in una splendida Firenze dai colori soffusi o sui dolci colli verdeggianti.

Aveva un grande interesse per il trascendentale e non a caso il suo romanzo “Giro di vite” (The Turn of the Screw, 1898) è una delle sue opere più magistrali che si rifà alle ghost stories inglesi: lo spettro dell’uomo con i capelli rossi che guarda impassibile la giovane e volenterosa governante sotto la pioggia ha turbato più di un lettore.

Henry James fu estremamente riservato sulla sua vita sentimentale, le sue lettere non rivelano nulla se non qualche forte amicizia maschile (ma anche una femminile con una scrittrice che si suicidò a Roma).

Bisogna tener presente che nel 1800 il tono delle lettere tra amici (ed amiche) era più affettuoso di quello attuale.

Egli aveva scritto ironicamente in una lettera del 1880: “I shall not marry, all the same … I am too good a bachelor to spoil” 

(Non mi sposerò comunque… Sono uno scapolo troppo in gamba per rovinarmi) (3).

Sembra a molti studiosi assai probabile che Henry James possa essere stato gay. Io personalmente penserei più un asexual gay.

Soprattutto l’amicizia epistolare con lo scultore norvegese americano Hendrik Christian Andersen (da non confondersi con lo scrittore di fiabe danese Hans Christian Andersen) che viveva nella città eterna ha suscitato interesse.

Si conobbero nel 1899. James aveva 59 anni, Andersen 27. Si videro solo sette volte ma vi fu tra di loro una corrispondenza epistolare durata fino alla morte dello scrittore nel 1916.

Certamente la corrispondenza fa emergere un grande affetto (4).

Invece sua sorella Alice James visse a lungo con Katharine Loring, un’importante educatrice americana, ed entrambe, secondo un biografo, ispirarono il bellissimo romanzo di James “The Bostonians” (che si può tradurre anche “Le bostoniane”) sul grande affetto tra Olive, intelligente attivista per i diritti delle donne, e la giovane, delicata Verena minato dall’arrivo dell’ambizioso e cinico avvocato Basil Ransom.

Il libro del 1885 riprende il tema di due personaggi (Olive e Basil) che si contendono l’affetto di un terzo (Verena), proponendo cioè una situazione anche se diversa che ha qualche affinità con quella di “Washington Square” (1880).

Anche da questo romanzo venne realizzato un film diretto da James Ivory nel 1984 con Vanessa Redgrave e il compianto Christopher Reeve.

Un altro suo grande romanzo è “Ritratto di signora” (The Portrait of a Lady, 1881) considerato da parecchi il suo capolavoro, in parte ambientato a Roma, nella quale la bella Isabel Archer rifiuta alcune proposte di matrimonio ma viene poi plagiata da una donna intrigante dell’alta società e sposa un uomo egoista e senza affetto.

Dal romanzo ha realizzato un bel film nel 1986 la regista Jane Campion interpretato da Nicole Kidman.

Nel suoi romanzi con vari piani di lettura vi è tuttavia qualcosa che sfugge, un non detto che può stupire il lettore, come se Henry James non ci concedesse di entrare nel suo mondo interiore e questa riservatezza si coglie anche nelle sue lettere dove egli parla assai poco di sé. Per questo egli può essere definito il più misterioso degli scrittori.

Jorge Luis Borges ha scritto: “Ho esplorato alcune letterature dell’Oriente e dell’Occidente; ho redatto un compendio enciclopedico di letteratura fantastica; ho tradotto Kafka, Melville e Bloy: non conosco opera più singolare di quella di Henry James”.

……

Note:

1) Henry James conobbe personalmente molti autori celebri tra i quali Charles Dickens, la scrittrice George Eliot, Thackeray, il poeta Robert Browning, Virginia Woolf, la scrittrice Edith Warthon (vedi “Lives of Victorian Literary Figures, Part IV, Volume 3: Henry James, Edith Wharton and Oscar Wilde by their Contemporaries”).

Ma anche Anthony Trollope, Rudyard Kipling, H.G. Wells, Joseph Conrad, Matthew Arnold, Guy de Maupassant, Alphonse Daudet, Émile Zola, Gustave Flaubert e il pittore americano John Singer Sargent.

2) vedi “A review of Henry James, Oscar Wilde and Aesthetic Culture” di Michèle Mendelssohn (2007).

3) da “Henry James, A Life in Letter” a cura di Philip Horne (Penguin Classics)

4) vedi “Dearly Beloved Friends: Henry James’s Letters to Younger Men” di Susan E. Gunter e Steven H.Jobe – 2001 e “Amato ragazzo. Lettere a Hendrik C. Andersen (1899-1915)” (Marsilio editore 2000).

Sul tema notevole un articolo dello scrittore irlandese contemporaneo Colm Tóibín: “How Henry James’s family tried to keep him in the closet” (Come la famiglia di Henry James cercò di nascondere la sua omosessualità) pubblicato sul prestigioso quotidiano inglese “The Guardian” (20 Feb 2016). 

Tóibín è anche autore di un romanzo su Henry James intitolato “The Master” (2004)

5) tra le opere dello scrittore citiamo anche i romanzi “The American (1877)”, “The Europeans (1878)”, “The Princess Casamassima (1886)”, “What Maisie Knew” (Cosa sapeva Masie ,1897), “The Awkward Age” (L’età ingrata, 1899), “The Wings of the Dove (Le ali della colomba, 1902), The Ambassadors (1903), “The Golden Bowl (La coppa d’oro, 1904) e il famoso racconto “Daisy Miller” (1877).

Da consultare i volumi di due grandi anglisti: Mario Praz Cronache letterarie anglosassoni; Gabriele Baldini Narratori americani dell’800.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.