Dobbiamo inventarci un modo nuovo, in questi tempi bui, per appassionare le giovani menti alla Storia.
Narrare viene dal latino gnarus, colui che sa, colui che è consapevole. Narrare significa dunque portare a conoscenza di qualcuno ciò che ancora non sa: mettere in comune una conoscenza, trasformare ciò che è stato vissuto o conosciuto in un racconto capace di raggiungere chi ascolta. In questa semplice etimologia si nasconde, forse, uno dei gangli fondamentali della scuola: qualcuno racconta a qualcuno ciò che ancora non sa, affinché possa cominciare a sapere e, soprattutto, a comprendere.
È da qui che vorrei partire per ripensare l’insegnamento della Storia.
Abbiamo imparato che la Storia inizia con la scrittura, i documenti scritti permettono che venga raccontato e ricordato ciò che è accaduto prima di noi. Ma prima ancora che dalle carte, dagli archivi e dai documenti nasce dagli uomini che si spostano, che attraversano territori, che abbandonano luoghi e ne raggiungono altri, potremmo dire che nasce dall’errare, se intendiamo questa parola nella sua duplice accezione: muoversi senza una direzione già stabilita, ma anche cercare, esplorare, procedere attraversare l’incertezza, è il senso del vero errare che la parola contiene in sé. La storia dei popoli è, in larga misura, storia di migrazioni, di incontri e scontri, di separazioni, di conflitti e di contaminazioni. Si cresce, si evolve, si cambia ci si arricchisce solo incontrando l’altro, accogliendo.
Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più difficili del nostro presente. Come raccontare la Storia a bambini e ragazzi in un tempo nel quale le migrazioni, gli spostamenti e gli incontri fra i popoli sul nostro pianeta sono diventati una delle esperienze più controverse del nostro vivere collettivo? I nostri libri parlano di invasioni barbariche, ma era il tempo dell’impero di Roma, nelle lingue degli altri popoli si parla di migrazioni di popoli, Voelkerwanderung dicono i tedeschi. Riflettere sull’etimologia della parola, sull’uso diverso che chi la usa ne fa, aiuta a guidare il discente nella riflessione attenta del linguaggio, del diverso apporto di significato che l’uso di una parola può avere in soggetti diversi. La Wanderung, migrazione, è la parola tedesca che si usa al posto della nostra invasione. Narrare evita che il racconto storico diventi la rassicurante costruzione di identità immobili, di appartenenze concepite come origini pure e separate, significa, inoltre, dare forma al tempo, significa capire anche il punto di vista dell’altro. Ogni racconto introduce un prima, un dopo e un sarà. Il passato non è semplicemente qualcosa che è finito: entra nel presente, lo attraversa e apre possibilità verso il futuro. La narrazione rende dunque abitabile il tempo, perché stabilisce connessioni tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che ancora può accadere.
È qui che torna alla mente l’immagine creata da Paolo Jedlowski nel suo saggio: Il racconto come dimora. Raccontare non significa soltanto trasmettere informazioni: significa offrire un luogo nel quale l’esperienza possa essere raccolta, ordinata, condivisa. Il racconto diventa una dimora temporale, uno spazio nel tempo, un luogo nel quale possiamo sostare per comprendere da dove veniamo e, forse, immaginare dove possiamo andare. Per fare questo si serve del film Heimat, Patria, la parola tedesca contiene in sé la parola Heim, casa e la casa accoglie, è il luogo degli affetti.
Una fiction del 1984, diretto dal regista tedesco Edgar Reitz, racconta la storia della famiglia Simon e di Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, la regione della Germania in cui è nato il regista. Le vicende private dei protagonisti si intrecciano con gli avvenimenti della storia della Germania nel periodo che va dal 1919 al 1982. Walter Benjamin ci aiuta nell’interpretazione: un’opera che non mira solo al nudo racconto dei fatti storici, date, guerre, violenze, battaglie, che hanno caratterizzato il secolo, ma anche partenze, separazioni e abbandoni che i protagonisti di quel racconto hanno sperimentato. Un’opera attuale da cui prendere lo spunto affinché il discente impari a conoscere le vicende nel proprio vissuto, di uomo del suo tempo, attraverso la storia di una famiglia che potrebbe essere anche la sua. Essa si realizza nel momento in cui viene raccontata, organizzata in forma grammaticale e sintattica. L’esperienza non è solo il vissuto, ma anche il processo che ha luogo nella memoria, lo lega all’esperienza e gli dà senso. Qualcosa che è andato perduto, ma che abbiamo ritrovato. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi. E’ come se l’accaduto ritornasse per essere raccontato. Un ritorno in ciò che è stato, un tentativo di capirlo, interpretarlo e di decifrarlo.
Il racconto diventa una rete di relazioni, luogo dell’anima e del tempo ritrovato. Forse è proprio questa la funzione che dovremmo restituire alla Storia nella scuola: non soltanto far conoscere il passato, ma offrire ai bambini e ai ragazzi una dimora nel tempo. E per farlo, dobbiamo prima insegnare loro che la Storia non è un territorio immobile da attraversare lungo un percorso già tracciato. È un viaggio. Forse nessun termine come narrare contiene in sé i molteplici aspetti del compito che come insegnanti si ha: far sapere, errare sia nel senso di spostarsi, che è un vagare senza meta, che ci pone nel cammino di fronte ad una scelta, sia errore, smarrimento, ricerca. La Storia non è il racconto di chi conosce la strada; è il racconto di uomini che hanno cercato una strada. Ed è proprio attraverso il racconto che chi ancora non sa può cominciare ad abitare ciò che è stato. È proprio questa duplicità che rende errare una parola straordinariamente feconda per l’insegnamento della storia.
Storia e grandi poemi epici – L’Eneide
Nel narrare, nel raccontare bisogna pensare non tanto alla trasmissione di fatti, eventi, personaggi e quadri cronologici del passato, piuttosto ad una conoscenza elementare e correttamente impostata che trasferisca nel discente i processi storici delle epoche più antiche. Ciò vale soprattutto per l’epoca in cui si sviluppò la civiltà greco-italico-romana che costituisce la base della nostra storia nazionale ed anche quella europea, sfuggendo così al pericolo di restare chiusi ed intrappolati in qualcosa che vogliamo far apparire come nuovo. Il ruolo, la libertà dell’insegnante ne stabilirà le priorità valutandone sia la rilevanza epocale, sia l’esemplarità rispetto all’attuale concreta esperienza di vita. È nel nostro passato che ritroviamo le nostre radici.
L’accoglienza è alla base della cultura e della storia italiana. La nostra tradizione cristiana, a sua volta radicata nella romanità, è impregnata dell’umanesimo e dell’idea universale di Roma prima, del Cristianesimo dopo. La Civitas romana ha abbandonato l’idea della Polis, per cui il barbaro non farà mai parte della comunità. Al contrario, Roma rende cittadino chi la serve. L’Imperium sine fine nasce con l’immagine di Enea che fugge da Troia portando sulle spalle il padre Anchise e approda nel Lazio: “così dice piangendo ed allenta le briglie alla flotta. E finalmente arriva ai lidi euboici di Cuma” (Eneide libro VI). Enea è il migrante, che fugge dalla sua terra assediata e in fiamme, e fonderà l’Impero. È questo l’atto che “ci impedisce di slegare il sogno dalla realtà, liberandoci dai demoni della chiusura, della xenofobia e del razzismo” perché la nostra è la cultura dell’accoglienza che si è espansa ed ha conquistato il mondo (si veda Accogliere di Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo Piemme, 2023).
L’Eneide: dall’esilio alla fondazione
L’epica è la forma letteraria del racconto. Espone le vicende di uomini e popoli in terza persona, trasformando l’esperienza individuale in memoria collettiva. Virgilio vuole raccontare la storia della nascita di Roma e mostrare come, da una fine, possa aprirsi un nuovo inizio. Enea parte da una città che non esiste più: Troia è stata distrutta e data alle fiamme. Deve lasciare tutto, non può ricostruire la città perduta. Ma nel momento in cui l’abbandona porta con sé il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio, uno sulle spalle e l’altro per mano. Una immagine reale, fisica e potente: uno il peso del passato e l’altro il futuro, la mano che lo stringe forte diventa simbolo di guida, di presenza necessaria:
Oh, padre, afferra con la tua mano sacra i tuoi Penati ancestrali; è sacrilego toccarmi, essendo
reduce da una guerra così grande e fresca di massacro finché non mi laverò nel vivo fiume.
C’è in queste parole la consapevolezza del male della guerra, della violenza e delle atrocità commesse che non si possono facilmente cancellare, le violenze rimangono indelebili.
Il vecchio e il nuovo, il passato e il futuro portano con sé la memoria e la responsabilità di ciò che dovrà essere: la distruzione della patria non significa la cancellazione della sua storia e il gesto di accompagnare per mano il figlio ne diventa la conferma. Enea non può ricostruire Troia, ma potrà fondare una nuova patria. Il viaggio diventa così il passaggio necessario tra ciò che è finito e ciò che ancora deve nascere. L’erranza conduce all’approdo; la perdita diventa possibilità di fondazione. Enea non è fondatore perché possiede già una patria, ma l’ha perduta. E’ questo che scardina le certezze di una appartenenza che non può essere per sempre. La sua identità non nasce dalla conservazione di un luogo immobile, ma dal movimento, dalla separazione e dall’incontro con un nuovo luogo. La patria, nell’Eneide, non è soltanto un luogo ricevuto: è anche un luogo che si costruisce.
Enea è, nello stesso tempo, profugo, perché ha perduto la propria terra; errante, perché non ha ancora una destinazione; narratore, perché porta con sé la memoria di Troia; fondatore, perché il suo viaggio prepara la nascita di una nuova comunità, dalla quale nascerà Roma, e infine l’Impero. Enea è dunque profugo per destino: il suo destino passa attraverso l’esilio. Scrive Virgilio:
Canto le armi e l’uomo che, profugo per destino, per primo dalle coste di Troia giunse in Italia…
È quasi un paradosso: il destino del fondatore comincia con l’esilio. Come per dire che ogni cosa e proprio quella più grande nasce da una profonda sofferenza e da un grande travaglio: il nuovo viene dal vecchio e dalla sua perdita.
Mi arresi e, sollevato mio padre, mi diressi verso le montagne…(il monte Ida rifugio dei troiani).
E’ il momento della separazione. La consapevolezza di dover abbandonare tutto e chiudere con il passato. Lo spaesamento rende possibile porre nuove radici per una nuova identità che abitare i nuovi luoghi, condividere gli spazi ed il lavoro cementificheranno. La nuova comunità non nasce semplicemente perché Enea arriva: nasce dall’incontro con chi già abita quella terra. Enea non trova una terra vuota. Trova Latini, Rutuli, Evandro, Turno. Quindi l’approdo non è la semplice sostituzione di una patria con un’altra: è un incontro, ma anche un conflitto, una contaminazione e infine una trasformazione reciproca.
Il racconto prosegue nel dar forma ad una comunità, non cancella il proprio rapporto con il passato, perché su esso si fonda e guarda ai nuovi che incontra e con cui si scontra, ma reciprocamente si contaminano. Enea è un migrante prima ancora di essere un fondatore. La sua storia comincia fuori dalla patria.
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.




