Napoletano in pillole: Lezione 9, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“ ‘A MARONNA T’ACCUMPAGNA”

Ad litteram: “La Madonna ti accompagni.” È un saluto, ma dentro ci sta molto di più: affetto, protezione, apprensione. È la frase che si dice a chi esce di casa, quasi a voler allungare una mano oltre la porta e continuare ad accompagnarlo anche quando scompare dalla vista.

Secondo una tradizione molto diffusa, l’espressione avrebbe preso forza nella Napoli della seconda metà del Settecento, ai tempi di Ferdinando IV. La città, di notte, era in gran parte buia e l’illuminazione delle strade rappresentava anche un problema di sicurezza. Qui entra in scena Padre Gregorio Maria Rocco, domenicano che avrebbe avuto un’intuizione semplice e geniale: utilizzare la devozione popolare per portare luce dove i lampioni pubblici ancora mancavano.

Immagini della Madonna furono collocate nelle edicole votive sparse nei quartieri e gli abitanti cominciarono a mantenerle illuminate con lampade a olio. Il risultato fu che quelle piccole luci, accese per devozione, finirono anche per rischiarare vicoli e strade.

 
Ed è facile capire perché, in un simile scenario, accompagnare qualcuno con le parole “’A Maronna t’accumpagna” assumesse un significato concreto oltre che religioso: fuori dalla porta cominciava il buio, ma lungo il cammino c’erano quelle Madonne illuminate a vegliare sulla strada.

Forse è proprio questo che rende l’espressione ancora così viva. Chi la pronuncia affida per qualche istante una persona cara a una protezione più grande della propria. È un modo napoletano di dire: da questo momento, che qualcuno continui a guardarti per me.

BUONE VACANZE! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Napoletano in pillole: Lezione 8, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“Sí nu quadro ’e luntananza!”

Ad litteram: “Sei un quadro da guardare da lontano.”

Da lontano tutto appare armonioso: i contorni si confondono, i difetti si perdono, l’insieme conquista. Poi la distanza si accorcia, l’occhio mette a fuoco e l’incanto comincia a sfaldarsi. In origine il detto si riferisce soprattutto all’aspetto fisico: una persona che, vista nel complesso, sembra bellissima, ma perde fascino appena la si osserva meglio.

Eppure il quadro ’e luntananza riguarda anche il carattere. Ci sono persone splendide finché restano sullo sfondo: curate, brillanti, costruite con grande attenzione. Avvicinandosi, però, affiorano le crepe, le pose, la distanza tra ciò che mostrano e ciò che sono davvero. La cornice regge, la tela molto meno.

Il napoletano riesce ancora una volta a trasformare un giudizio in un’immagine precisa. Invece di dire che qualcuno vive d’apparenza, lo appende idealmente a una parete e stabilisce la distanza giusta da cui guardarlo. È ironia, certo, ma anche un invito a superare la prima impressione.

La bellezza autentica sopporta la vicinanza. Anzi, spesso cresce proprio nei dettagli. Un quadro vero continua a parlare anche quando gli vai vicino. Quello di lontananza, invece, ha bisogno dello spazio per conservare l’illusione.

BUONA GIORNATA! 

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Napoletano in pillole: Lezione 7, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta!”

Ad litteram suona quasi gentile: “Ho conosciuto anche te, ombrellino di seta.” E invece è una sentenza: ti ho letto, ti ho riconosciuto, la sceneggiata è finita.

L’ombrellino di seta, nella Napoli di un tempo, era un accessorio leggero, raffinato, da tenere in mano come una firma. Ma proprio perché si vedeva da lontano, poteva diventare un dettaglio che serviva a farsi notare più che a ripararsi dal sole. 

E allora “o’mbrellino ’e seta” diventa l’etichetta perfetta per chi si presenta lindo, irreprensibile, pieno di buone maniere. Qualcuno/a che si mette addosso la rispettabilità come un profumo: tanto per coprire qualcos’altro.

Il bello (e il feroce) del detto è che non ti insulta in modo frontale: ti riduce a immagine. Ti trasforma in oggetto da passerella, ti fa piccolo, ornamentale. 

Oggi poi l’ombrellino di seta ha cambiato posto: sta nei feed, nelle stories, nelle bio lucidate a specchio. Stesso principio: confezione impeccabile, contenuto discutibile. E quando qualcuno prova a venderti virtù come fossero merce, Napoli risponde con una frase sola, asciutta e definitiva:

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta.” Puoi luccicare quanto vuoi, ma io ho capito chi sei.

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Napoletano in pillole: Lezione 6, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“È acqua ca nun leva sete.”


Traduzione letterale: “È acqua che non disseta”.  L’acqua, nella vita, dovrebbe essere la cosa più semplice: si beve e si sta subito meglio. In questo caso, invece, si beve e si resta assetati. 

Il detto nasce da una constatazione amara: non tutto ciò che sembra “buono” lo è davvero, e non tutto ciò che viene offerto salva. Ci sono soluzioni che luccicano, promesse che suonano giuste… e poi si scopre che non hanno sostanza. 

È un detto che si usa con un mezzo sorriso stanco e invita a fare una cosa difficilissima: guardare in faccia l’insufficienza. Dire: “questa cosa non basta”. E non basta non perché si è troppo esigenti, ma perché c’è un bisogno vero da soddisfare.

Funziona benissimo nelle relazioni: quelle da una carezza ogni tanto e un vuoto costante. Funziona nel lavoro, nelle amicizie, nelle comportamenti che promettono tanto. “Acqua ca nun leva sete” è un invito alla libertà e a cercare un’altra fonte, una fonte di acqua vera, che disseta.

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Napoletano in pillole: Lezione 5, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

’A cunferenza è ’a mamma d’â mala crianza.

Ad litteram: “La confidenza è la madre della maleducazione.”

Circola anche la variante: “’A cunferenza è ’a patrona d’â mala crianza”. Non madre, ma padrona. In entrambe, la confidenza, quando supera misura e soglia, genera scompostezza.

Il proverbio custodisce una scena familiare: la soglia di casa che si spalanca. Ci si sente accolti, autorizzati, sciolti. Le parole escono più veloci del pensiero; la battuta si fa spina; la gentilezza scivola in disinvoltura, la disinvoltura in eccesso. E l’eccesso, senza accorgersene, diventa ferita.

Accade nei legami vicini: colleghi, amici, parenti. La familiarità, in questi territori, somiglia a un coltello con due lame: una accarezza, l’altra incide. La confidenza migliore possiede un’arte sottile: sa fin dove arrivare, conserva il margine, rispetta il perimetro.

“Crianza” è parola piena e concreta, più vasta di “educazione”. Indica il modo di stare tra gli altri con grazia e giudizio: conoscere il tempo della parola e quello del silenzio, il peso dello scherzo e la sua misura. Viene dallo spagnolo crianza, da criar (“crescere, allevare, educare”), e risuona nella famiglia latina di creare: la crianza appartiene alla crescita, alla forma che si dà a sé stessi. E così mala crianza diventa il volto storto della familiarità: libertà scambiata per diritto, voce scambiata per verità, confidenza scambiata per permesso.

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