Napoletano in pillole: Episodio 11, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“Nun t’abbuffe manco ’e turrene ’e campusanto!”


Ad litteram: “Non ti sazi neanche con il terreno del camposanto!”
A Napoli, quando qualcuno sembra non averne mai abbastanza, può sentirsi rivolgere questa frase. E l’immagine è già una piccola scena: una fame così smisurata che nemmeno tutta la terra di un cimitero riuscirebbe a riempirti.

Naturalmente, qui la fame conta fino a un certo punto. Il detto può colpire chi mangia senza misura, ma soprattutto chi vuole sempre di più: soldi, vantaggi, attenzioni, potere. Uno prende, incassa, accumula, e dopo cinque minuti è di nuovo lì con la mano tesa. Ogni conquista dura il tempo di guardare quella successiva.

Ed è proprio l’esagerazione a rendere l’espressione così efficace. La lingua napoletana spalanca addirittura i cancelli del camposanto e mette davanti agli occhi una quantità di terra enorme, quasi definitiva. Se nemmeno quella riesce a saziare qualcuno, allora il senso è chiaro: quella fame non ha fondo.

C’è ironia, ma anche una certa severità. Perché questo detto prende di mira quella forma di ingordigia che supera il bisogno e diventa carattere: avere e desiderare subito altro, senza riuscire mai a godersi ciò che già si possiede.

Ancora una volta la lingua napoletana trasforma un difetto umano in un’immagine impossibile da dimenticare.

SALUTI– 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Napoletano in pillole: Lezione 10, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“Ajere facive ’o guappo a mmare, mo’ faje ’o strunzo dint’a spasella!”

Ad litteram: “Ieri ti comportavi da gradasso nel mare, ora sei una nullità dentro una cesta!”

Ieri, nel tuo elemento, sembravi imbattibile. Ti muovevi sicuro, facevi il gradasso, parlavi come uno che aveva sempre la situazione in pugno. Poi il contesto è cambiato, è arrivata la prova vera, e tutta quella sicurezza si è sgonfiata in un attimo. 

Il detto gioca proprio su questa immagine. In mare il pesce è nel suo habitat naturale: nuota, scappa, sembra imprendibile. Ma quando finisce nella spasella, il cesto del pescatore, la musica cambia. Lì non comanda più lui. Da protagonista diventa preda. La spasella è una cesta bassa e larga, tradizionalmente usata per trasportare verdura, pescato o altri prodotti.

Per questo l’espressione si usa per ridimensionare chi appare forte soltanto quando si trova sul proprio terreno, circondato da condizioni favorevoli o da persone che lo sostengono. Basta spostarlo fuori dalla sua zona di comfort e quella sicurezza può rivelarsi molto più fragile di quanto sembrasse.

È questo il talento della lingua napoletana: invece di dire semplicemente “eri tanto sicuro e adesso hai paura”, costruisce una scena. Prima il mare, grande e libero. Poi una cesta stretta. Prima il guappo, poi il pesce catturato. E riesce a dire tutto questo senza lezioni né moraleggiamenti. Le basta una spasella. E, dentro quella cesta, ci mette tutta la distanza che passa tra l’apparenza della forza e la prova dei fatti.

SALUTI– 

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Napoletano in pillole: Lezione 9, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“ ‘A MARONNA T’ACCUMPAGNA”

Ad litteram: “La Madonna ti accompagni.” È un saluto, ma dentro ci sta molto di più: affetto, protezione, apprensione. È la frase che si dice a chi esce di casa, quasi a voler allungare una mano oltre la porta e continuare ad accompagnarlo anche quando scompare dalla vista.

Secondo una tradizione molto diffusa, l’espressione avrebbe preso forza nella Napoli della seconda metà del Settecento, ai tempi di Ferdinando IV. La città, di notte, era in gran parte buia e l’illuminazione delle strade rappresentava anche un problema di sicurezza. Qui entra in scena Padre Gregorio Maria Rocco, domenicano che avrebbe avuto un’intuizione semplice e geniale: utilizzare la devozione popolare per portare luce dove i lampioni pubblici ancora mancavano.

Immagini della Madonna furono collocate nelle edicole votive sparse nei quartieri e gli abitanti cominciarono a mantenerle illuminate con lampade a olio. Il risultato fu che quelle piccole luci, accese per devozione, finirono anche per rischiarare vicoli e strade.

 
Ed è facile capire perché, in un simile scenario, accompagnare qualcuno con le parole “’A Maronna t’accumpagna” assumesse un significato concreto oltre che religioso: fuori dalla porta cominciava il buio, ma lungo il cammino c’erano quelle Madonne illuminate a vegliare sulla strada.

Forse è proprio questo che rende l’espressione ancora così viva. Chi la pronuncia affida per qualche istante una persona cara a una protezione più grande della propria. È un modo napoletano di dire: da questo momento, che qualcuno continui a guardarti per me.

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Napoletano in pillole: Lezione 8, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“Sí nu quadro ’e luntananza!”

Ad litteram: “Sei un quadro da guardare da lontano.”

Da lontano tutto appare armonioso: i contorni si confondono, i difetti si perdono, l’insieme conquista. Poi la distanza si accorcia, l’occhio mette a fuoco e l’incanto comincia a sfaldarsi. In origine il detto si riferisce soprattutto all’aspetto fisico: una persona che, vista nel complesso, sembra bellissima, ma perde fascino appena la si osserva meglio.

Eppure il quadro ’e luntananza riguarda anche il carattere. Ci sono persone splendide finché restano sullo sfondo: curate, brillanti, costruite con grande attenzione. Avvicinandosi, però, affiorano le crepe, le pose, la distanza tra ciò che mostrano e ciò che sono davvero. La cornice regge, la tela molto meno.

Il napoletano riesce ancora una volta a trasformare un giudizio in un’immagine precisa. Invece di dire che qualcuno vive d’apparenza, lo appende idealmente a una parete e stabilisce la distanza giusta da cui guardarlo. È ironia, certo, ma anche un invito a superare la prima impressione.

La bellezza autentica sopporta la vicinanza. Anzi, spesso cresce proprio nei dettagli. Un quadro vero continua a parlare anche quando gli vai vicino. Quello di lontananza, invece, ha bisogno dello spazio per conservare l’illusione.

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Napoletano in pillole: Lezione 7, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta!”

Ad litteram suona quasi gentile: “Ho conosciuto anche te, ombrellino di seta.” E invece è una sentenza: ti ho letto, ti ho riconosciuto, la sceneggiata è finita.

L’ombrellino di seta, nella Napoli di un tempo, era un accessorio leggero, raffinato, da tenere in mano come una firma. Ma proprio perché si vedeva da lontano, poteva diventare un dettaglio che serviva a farsi notare più che a ripararsi dal sole. 

E allora “o’mbrellino ’e seta” diventa l’etichetta perfetta per chi si presenta lindo, irreprensibile, pieno di buone maniere. Qualcuno/a che si mette addosso la rispettabilità come un profumo: tanto per coprire qualcos’altro.

Il bello (e il feroce) del detto è che non ti insulta in modo frontale: ti riduce a immagine. Ti trasforma in oggetto da passerella, ti fa piccolo, ornamentale. 

Oggi poi l’ombrellino di seta ha cambiato posto: sta nei feed, nelle stories, nelle bio lucidate a specchio. Stesso principio: confezione impeccabile, contenuto discutibile. E quando qualcuno prova a venderti virtù come fossero merce, Napoli risponde con una frase sola, asciutta e definitiva:

“T’aggia cunusciuto pure a te, ’mbrellino ’e seta.” Puoi luccicare quanto vuoi, ma io ho capito chi sei.

BUONA GIORNATA! 

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