Maria Teresa Rovitto: “L’aneddoto dei calchi” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro. 

La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista. 

Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto. 

Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’. 

Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria. 

In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Hugo Bertello: “Notturno elettronico” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

È un’esperienza singolare quella dell’autore di un’opera prima che accoglie il lettore con un esergo firmato da un Premio Nobel della letteratura. In quattro righe, Halldór Laxness scioglie il nodo del “mai” e del “sempre”, lasciando intendere che, a partire da lì, le pagine saranno intrise di dilemmi e scelte, ma anche di imprevedibili soluzioni e inaspettati colpi di scena. È esattamente ciò che è accaduto a noi de Il Randagio, catturati da Hugo Bertello sin dalla copertina del suo Notturno elettronico, fresco di stampa per i tipi di TerraRossa Edizioni. Il volume entra di diritto nella collana “Sperimentali”, dedicata a quegli autori che si distinguono per ‘solidità narrativa e originalità stilistica’. L’esordiente romanziere — già noto a lettori esigenti e postmoderni per le sue prove narrative e giornalistiche, traduttore, critico, cinefilo e cosmonauta — prima ancora che si inneschi tra lui e noi l’interazione uomo-libro ci accoglie in compagnia del Nobel islandese che nel 1968, in Sotto il ghiacciaio, formulò la frase-formula del mai-sempre. Non a caso parliamo di “formule”: Bertello si approccia alla scrittura del suo primo romanzo senza dimenticare di essere uno scienziato, fisico e cosmologo. È di questa sua anima matematica che Notturno elettronico è intriso; una narrazione che trasfigura numeri e linguaggi di programmazione per avvicinare natura e cultura in una dialettica fondativa dell’umano nell’era digitale.

L’illustrazione di copertina è la sintesi perfetta di questo mondo: un livido paesaggio notturno innevato su cui si staglia un cervo che respira nell’aria fredda, sotto un manto di stelle che altro non è se non il circuito stilizzato di una scheda madre. In questo impatto visivo trovano combinazione simbolica gli elementi naturali e tecnologici della dialettica moderna, dove realtà parallele coesistono e le distanze tendono asintoticamente a zero.

Lo stile di Bertello si riconosce fin dalla prima pagina. Nella voce del protagonista, un ricercatore universitario precario, avvertiamo il tono asciutto e analitico di chi è abituato a filtrare il mondo attraverso la logica, ma si ritrova a subire l’irrazionalità della vita. È un “realismo algoritmico”: nessun aggettivo enfatico, ma termini prossimi al lessico funzionale che disegnano scene drammatiche, taglienti come un report scientifico. Eppure, qui scorgiamo l’anima poetica dell’autore: nella cadenza binaria delle frasi esplode dirompente l’equivalenza tra il battito d’ali di una farfalla e un’email aperta o cestinata, coniugando tecnica e astrazione, teoria e pratica, caso e necessità, rovelli matematici e dilemmi esistenziali che contrappuntano le centosettanta pagine del romanzo. Notturno elettronico induce un attaccamento profondo ai personaggi, una curiosità alimentata dai “camei informatici” in caratteri monospazio DOS che puntellano la storia fino a un cliffhanger finale che spinge a desiderarne subito il seguito. Bertello ci dice che la vita non è fatta di grandi gesti, ma di piccoli impulsi elettronici e coincidenze banali. Il suo è un minimalismo introspettivo che esplora le alienazioni moderne con meno cinismo e più umanità. Il protagonista Ricardo cerca un ordine che la matematica non gli ha saputo dare; parla di uomini e donne che tentano di riprogrammare l’esistenza mentre tutto intorno diventa buio. Così come il linguaggio booleano, basato sull’algebra di George Boole, è un sistema logico-matematico che utilizza solo due valori di verità: vero (1) o falso (0), così il linguaggio della narrazione umanista-digitale di Hugo Bertello non è solo tecnica, ma è anche sacralità e magia, l’esistenza umana non equivale alla programmazione fatta di silicio e cavi, ma piuttosto al bisogno di affermare ‘Hello world, io ci sono’, di essere riconosciuti, di lasciare un segno e di sentire di esistere. Il linguaggio di Bertello è pulito, essenziale, senza fronzoli, ma con una intrinseca potenza filosofica, propria di chi ha una mente scientifica immersa in una fluida sensibilità poetica.

Notturno elettronico sembra scritto non con l’inchiostro, ma con impulsi elettromagnetici e polvere di stelle. È un romanzo singolare perché si lascia definire attraverso tre coordinate emotive e intellettuali precise: è un’opera siderale, lisergica e sinergica.

Siderale è lo sguardo che Bertello posa sull’esistenza. La metamorfosi finale della coscienza di Ricardo in una “piccola terra” (omaggio colto a M.P. Shiel) non è un dramma, ma un ritorno alla magnifica solitudine delle leggi fisiche. L’universo è un copione matematico troppo vasto per le nostre piccole ambizioni.

Lisergica è la deriva onirica che attraversa le pagine di Notturno elettronico. Bertello usa la psicoanalisi di Freud come un acido che scioglie la realtà: i desideri si frammentano e si proiettano in persone estranee. La realtà diventa fluida, e la tecnologia, seguendo la Terza Legge di Clarke, si manifesta come pura magia, un’illusione che confonde i confini tra il sé e il mondo.

Sinergica è l’anima del racconto, incarnata nel simbolismo del numero 5. Il collettivo di hacker-filosofi che accoglie Ricardo rappresenta la quintessenza dell’agire umano. Il 5, numero dell’uomo e della mano che opera sulla tastiera e sulla materia, è la forza che si oppone alla dilapidazione delle risorse per hackerare il sistema dei bisogni futili e restituire agli uomini il prometeico fuoco della curiosità. Affrontando con coraggio scientifico l’irrisolta Ipotesi di Riemann e l’ultimo Teorema di Fermat come metafore del limite, Bertello tesse l’elogio dell’interferenza e dell’imponderabile. Compie la sua magia letteraria tratteggiando quella che per noi lettori randagi somiglia a un’Etica del Forse: l’idea che la curiosità non possa essere “installata” da un codice, ma debba restare un’aspirazione libera, un segreto non risolto che brilla nell’ombra. Bertello e Terrarossa Edizioni ci consegnano un libro che è un trattato di sopravvivenza spirituale. Ci insegna che, in un mondo che vuole misurare ogni nostro respiro, restare “incalcolabili” — restare un “forse” — è l’unico modo per rispondere al caso e alla necessità ‘Hello world, io ci sono’

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (TerraRossa, 2024), di Gabriele Torchetti:

“Per la prima volta segnalo un romanzo ai giurati del Premio Strega. Lo faccio, in primo luogo, per condividere con loro l’emozione che ho provato nel leggere le pagine di Michele Ruol. Il romanzo è il racconto del vuoto lasciato nella vita di due genitori, Padre e Madre, dalla morte improvvisa dei loro due figli, Maggiore e Minore.”

Il virgolettato è parte della motivazione con la quale Walter Veltroni ha proposto “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” per il Premio Strega 2025.

E mai segnalazione fu più azzeccata, perché l’esordio letterario di Michele Ruol per Terrarossa è un’opera rara nel panorama letterario contemporaneo. L’autore, infatti, reinventando il punto di vista narrativo, propone al lettore una prospettiva inedita e affascinante: sono gli oggetti che raccontano.

Gabriele Torchetti, il nostro libraio sempre attento alle novità folgoranti, ha intervistato per noi Michele Ruol, che ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Michele e benvenuto a Il RandagioInventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un libro fuori da ogni schema letterario, almeno qui in Italia, un romanzo costruito attraverso un vero e proprio inventario. Una casa abbandonata, stanze vuote, silenzio: sono gli oggetti della casa a parlare e a comporre tassello dopo tassello la storia di una famiglia, perché hai scelto di raccontare questa storia proprio attraverso gli oggetti?

Ciao, e grazie per l’ospitalità. Sono partito dagli oggetti perché la storia che racconto è in qualche modo incandescente: avevo bisogno di allontanarmi un po’, di guardarla da quella che Mazzacurati in un suo film chiama la giusta distanza. Gli oggetti per me sono stati un filtro attraverso cui ricostruire la vicenda: come un archeologo che utilizza vasi, monete e altri reperti per ricostruire la storia di civiltà perdute, anch’io mi sono messo in ascolto della vita e delle storie che continuavano a emanare. 

    Anche gli oggetti apparentemente più insignificanti hanno il potere di accendere un ricordo, un momento di vita, di gioia o dolore. Qual è stato il tuo criterio di scelta nella stesura dell’inventario?

    Certo, questa è la cosa bella degli oggetti, ovvero il fatto che il loro valore affettivo sia completamente scollegato da quello economico. Ognuno di noi sa qual è quella cosa a cui non rinuncerebbe mai, e questo succede perché si vengono a creare dei fili – sottili ma visibili – che collegano gli oggetti a particolari momenti della nostra vita. A volte questi fili vanno oltre, e ci riconnettono con persone che non ci sono più, o ci uniranno a persone che verranno dopo di noi. Ho costruito così questo inventario, cercando questi fili e seguendoli fino agli oggetti a cui erano collegati.

    Madre, Padre, fratello Maggiore e fratello Minore, perché hai scelto di non dare un nome proprio ai protagonisti del romanzo?

    Da una parte perché preferivo dei nomi universali, che ci riguardassero tutti, ma c’è dell’altro. Quelli che ho scelto infatti non sono solo dei nomi comuni, ma nomi che indicano dei ruoli, all’interno della famiglia e della società. Mi interessava provare a raccontare il cortocircuito e lo spaesamento che si innesca quando il nome – il ruolo – che ci definisce viene improvvisamente a mancare.

    Sappiamo già dall’inizio che questa famiglia è travolta e distrutta da una tragedia, Maggiore e Minore muoiono in un incidente stradale. Il tuo libro è potente, drammatico, eppure è un romanzo che concede la possibilità di una speranza. Che cos’è questa foresta che brucia? E come si può sopravvivere dopo che quello che ami di più è distrutto per sempre?

    Mi fa piacere che tu lo metta in evidenza, perché quello che ho provato a raccontare è proprio questo, la luce che filtra anche nel dolore più impenetrabile. La foresta che brucia è una metafora che il personaggio di Madre fa propria: una foresta in fiamme è persa per sempre, dal momento che una identica a quella che c’era non tornerà. Eppure Madre, a distanza di anni, si ritrova a camminare in quella che era la foresta bruciata, e scopre una varietà di nuove specie arboree che la sorprende: è la realizzazione che la vita, intesa in senso biologico, è in qualche modo inarrestabile e ci trascina oltre, anche attraverso lutti e dolori che non avremmo mai voluto affrontare.

    Quando ho finito di leggere il tuo romanzo inconsapevolmente ho pensato a Ricordi? un film di Valerio Mieli, nel film il regista analizza una storia attraverso i ricordi dei due protagonisti, ricordi divergenti e mutevoli. Un po’ ho pensato al rapporto di coppia tra Padre e Madre, entrambi vivono (prima e dopo la tragedia) le medesime situazioni con stati d’animo ed emozioni, almeno in apparenza, diametralmente opposte. Puoi dirci qualcosa in più su questo?

    Questo è un aspetto particolarmente interessante: un medesimo evento non ha gli stessi effetti sulle persone che lo vivono, e questo perché abbiamo tutti diversi vissuti, diversi strumenti emotivi e diverse risorse. Inventario di fatto è il percorso di una coppia che affronta un lutto con tempi e modi radicalmente differenti, e proprio per questo all’inizio si disgrega. Il dolore separa, non unisce, e Madre e Padre hanno bisogno di tempo per ritrovarsi, prima singolarmente e poi come coppia.

    A proposito di ricordi, che ruolo ha la memoria nella tua narrazione?

    Per me è una sorgente di immagini: quando scrivo parto prevalentemente da quelle – una luce, un dettaglio, una sensazione – e intorno a quella immagine, spesso attinta dal ricordo, invento poi scene e personaggi.

    Sei drammaturgo e lavori da tanti anni per il teatro, prova a immaginare Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia in scena, cosa vedi lì qui sul palco? 

    È un progetto a cui sto lavorando e che spero di poter realizzare. Si tratta di una bella sfida, perché una delle particolarità di Inventario è che i suoi personaggi non sono mai in scena. Drammaturgicamente è come se avessimo la scenografia, ma non gli attori. Per portarla in scena bisognerebbe quindi creare una sorta di negativo del libro, ovvero trovare il modo di recuperare la presenza umana, senza però perdere la magia degli oggetti.

    Il tuo è un romanzo d’esordio è stato letteralmente acclamato da critica e pubblico e sta collezionando premi su premi (Premio Venetarium Labomar, Premio Megamark, Premio Giuseppe Berto, proposto da Walter Veltroni per il Premio Strega), come stai vivendo questo successo? In qualche modo influirà nella scrittura del tuo prossimo libro?

    Lo vivo con continuo stupore. Quando il libro è uscito onestamente non avevo molte aspettative, ero felice che il libro fosse uscito con una casa editrice che stimavo, non mi aspettavo altre gratificazioni. Quindi ecco, prendo tutto quello che sta arrivando con meraviglia e gratitudine, perché senza la tenacia e l’entusiasmo che ci sta mettendo TerraRossa dubito sarebbe successo. Questo ovviamente poi avrà un riflesso sul prossimo libro che scriverò, almeno in termini di aspettative: per quanto mi riguarda ripartirò da zero, come se fosse un secondo primo libro.

    Solitamente chiudo la chiacchierata chiedendo all’autore un consiglio di lettura, in questo caso voglio fare un’eccezione (non mi odiare). Facciamo un gioco, se tu dovessi presentarti a qualcuno per far conoscere chi sei, la tua storia, da quale oggetto inizieresti?

    Comincerei da un oggetto che non è un oggetto, un essere vitale e silenzioso, che nel libro ha un ruolo chiave: la pianta di corbezzolo – una pianta speciale per la sua capacità di sopravvivere agli incendi, mantenendosi viva sotto la cenere.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.