Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Taleb al-Rifai: “La telefonata” – racconto inedito, tradotto dall’arabo da Aldo Nicosia

Il 14 giugno 2026 il governo kuwaitiano revoca la cittadinanza allo scrittore Taleb al-Rifa’i, senza indicare le motivazioni del provvedimento.

Taleb al-Rifai è conosciuto dal pubblico italiano solo per alcune novelle, inserite in antologie di letteratura araba, e per il romanzo Al-Najdi, storia di un marinaio (2017, tradotto da A. Esposito). Nel 2002 e 2016 ha vinto due edizioni del Premio di Stato per la Letteratura, riservato esclusivamente ai cittadini kuwaitiani. Ora che non è più kuwaitiano, chissà se gli verranno ritirati anche i premi.

Al-Rifai, laureato in Ingegneria Civile presso l’Università del Kuwait nel 1982, ha sempre permeato la sua fiction di elementi autobiografici. Una lunga esperienza nei cantieri con operai, tecnici di varie nazionalità filtra nel suo primo romanzo, L’ombra del sole (1998). In particolare la sua attenzione si concentra sugli apolidi nella società locale (i cosiddetti bidun), di cui si è anche occupato lo scrittore Saud al-Sanousi, con Canna di Bambù (2013), tradotto anche in italiano da A. Kelany. Oggi, per ironia della sorte, lo scrittore sta quindi sperimentando le disavventure dei suoi personaggi: non è solo la fiction a imitare la vita, ma anche il contrario. 

Nel romanzo Proprio qui (2012), al-Rifai getta luce sulla tragedia vissuta da Kawthar, giovane donna sciita, che si innamora di un uomo sunnita sposato. Il “qui” del titolo rappresenta l’ufficio del narratore, dove la protagonista decide di vivere da sola, dato che la famiglia non accetta la sua relazione e sembra la metafora di un Kuwait vittima delle sue tradizioni.

Nel 2015, insieme ad altri scrittori kuwaitiani, fonda il premio internazionale “Al-Multaqa” per racconti in lingua araba. Con Haby (2019) affronta il calvario di un trans nella società kuwaitiana.

Nel romanzo Il rapimento dell’amato (2021), attraverso la storia di un giovane di una ricca famiglia kuwaitiana che si arruola in un’organizzazione terroristica, analizza l’alienazione delle società del Golfo, in preda al consumismo e priva di riferimenti culturali e spirituali.

Il fatto di esser figlio di padre iracheno e madre kuwaitiana ha sicuramente dato un’apertura di orizzonti a al-Rifai, che è attualmente lo scrittore più rappresentativo e scomodo del suo paese natale.

I suoi romanzi e raccolte di novelle sono stati tradotti in molte lingue straniere. Lo scrittore è impegnato in numerosi laboratori di scrittura creativa. Si può senz’altro affermare che con questo provvedimento, che durante gli ultimi anni ha riguardato numerose altre figure culturali di rilievo, il Kuwait istituzionale abbia realizzato l’autogol più grave degli ultimi decenni.

Qui riportiamo la traduzione inedita in Italiano del recentissimo racconto “La telefonata” (2025), a cura di Aldo Nicosia, che l’ha anche tradotta e pubblicata in inglese sul sito arablit.org.

La telefonata

Oggi il mare è agitato. Parlo da solo ad alta voce, anche se nessuno mi ascolta. Il caffè davanti a me ha un sapore più amaro del solito, quasi non riuscissi più a distinguere i sapori.

***  *** ***

Successe tutto per caso, quasi al termine della mia giornata lavorativa: ero ancora alla mia scrivania, quando la direttrice dell’ufficio di presidenza del consiglio di amministrazione mi chiamò: “Il presidente vuole incontrarla”.

Era raro che lui mi convocasse. Mentre ero diretto verso il suo ufficio, cercavo di ricordarmi se per caso avessi commesso eventuali errori o negligenze.

“Buonasera”, dissi.

Come sempre, appariva calmo, riservato e imperscrutabile: “La prego, si accomodi”. Una cappa di silenzio ci avvolse, poi fece: “Dottor ‘Amer, lei è un impiegato che lavora sodo e ho intenzione di proporla al consiglio di amministrazione come nuovo direttore generale”.

Le sue parole mi sorpresero; avrei voluto sentirmele ripetere. Ma lui cominciò a scrutarmi, così risposi, con gratitudine: “Spero di essere sempre all’altezza delle sue aspettative”.

“Non voglio che qualcuno lo sappia…” mi avvertì: “La contatterò io, personalmente. È tutto”.

Di ritorno nel mio ufficio, tutto cominciò a sembrarmi strano. Mi sentii in preda alle vertigini. Come fa una sola frase a destabilizzare una persona? Non era che stava per cambiare la mia posizione in azienda, né il mio rapporto con gli altri impiegati, né lo stipendio che sarebbe raddoppiato, il bonus annuale e i miei viaggi in giro per il mondo: era che il demone della promozione si era impossessato di me. Tutta la mia vita sarebbe cambiata. Sarei diventato direttore generale di una delle più grandi aziende del paese, di dimensione internazionale. La certezza che la mia vita fosse già cambiata di fatto, ancor prima della mia nomina, era già un macigno. Pensai di chiamare mia moglie, ma mi ricordai dell’avvertimento del presidente e, inoltre, sapevo che mi avrebbe importunato in continuazione, ripetendo: “Cosa è successo?”. Era meglio dunque tenere per me il segreto.

***  *** ***

“Dottor Taleb,  lei è lo scrittore, quello che ha scelto il soggetto del racconto, quindi non mi tenga sulle spine”.

“Signor ‘Amer, io scrivo le scene seguendo la logica del racconto”.

“Ed è altrettanto logico che io soffra? Sicuramente può aiutarmi accelerando il finale”.

“Devo mantenermi fedele al filo del racconto”.

“Sa cosa provoca l’ansia dell’attesa in una persona?”.

“Sì”.

“Allora mi aiuti”.

“Ci proverò”.

“Vediamo dove ci porterà il suo aiuto”.

***  ***

Era come se il mare fosse diventato grigio… il caffè si era raffreddato. Me ne ero dimenticato.

***  *** ***

Quel giorno, non appena misi piede in ufficio, la direttrice dell’ufficio di presidenza mi chiamò, col tono di chi ha una certa urgenza: “Mi mandi subito una copia aggiornata del suo curriculum”.

Nel giro di pochi minuti gliela inviai. Mi parve di capire che la riunione del consiglio di amministrazione fosse imminente e che la mia promozione sarebbe  stata sulla bocca di tutti. Quasi sulla soglia di casa, mi ricordai che sarei dovuto andare al mercato centrale per comprare delle cose che mia moglie mi aveva chiesto.

Durante il pranzo, lei percepì la mia agitazione e mi chiese: “Sei stanco? Perché non hai portato quello che ti avevo chiesto?”

“Me ne sono dimenticato…” dissi, toccandomi le tempie: “Ho un mal di testa…”

Non so come facessi a stare seduto con lei, mentre con la mente e il cuore ero altrove, in trepidante attesa di uno squillo del telefono.

*** *** ***

“Dottor Taleb, sono due settimane che aspetto”.

“Non sono io a gestire le date del consiglio di amministrazione”.

“E’ lei lo scrittore che conosce gli eventi del racconto. Può scrivere una frase e rendermi felice”.

“Rendere felice il protagonista non sempre migliora il racconto”.

“Ma io mi sono stancato di dormire con il cellulare sotto il cuscino, di portarmelo in bagno. Sento gli squilli e invece poi quello non squilla”.

“Può continuare a vivere come se nulla fosse accaduto”.

“E il mio incontro con il presidente?”.

“Lei è il protagonista del racconto e deve viverne gli eventi”.

“Per favore, scriva il finale oppure ammetta di non sapere come…”.

Subito uno strano silenzio calò tra di noi.

***  *** ***

Le onde cominciarono a infrangersi furiosamente, diffondendo in aria una spuma bianca. Ordinerò un caffè bollente.

***  *** ***

Cercai di riprendere la mia vita così com’era prima, ma senza riuscirci. Tante immagini continuavano a frullarmi in testa: ricompense, nuovo trattamento a lavoro, porte che mi si sarebbero spalancate facilmente. Ma ogni pensiero mi riportava al cellulare. Il respiro mi si faceva affannoso, e sprofondavo nell’attesa. Più di una volta mi assicurai che il numero del presidente fosse stato salvato sul mio cellulare.

Ieri persi la pazienza, salii al piano di sopra, senza un valido motivo. La direttrice mi accolse, e al mio saluto, rispose: “Buongiorno, signor ‘Amer”.

Io non sapevo cosa dire, ma lei mi anticipò: “Il presidente è partito ieri”.

Ebbi un sussulto al cuore: non mi aveva detto quando sarebbe tornato, e io me ne tornai, mestamente, nella mia stanza.

***  *** ***

“Dottor Taleb Al-Rifai, non desidero più alcuna promozione”.

“Non può recedere dal suo desiderio”.

“Ma è lei che lo ha creato, inculcandomelo nella mente e nel cuore”.

“E lei ha accettato di recitare la parte”.

“Allora, scriva il finale del racconto…”.

“Ci penserò su”.

“Assurdo”.

Un urlo  acuto mi scosse. Improvvisamente fissai il telefono, incerto se la telefonata fosse terminata o non fosse nemmeno iniziata.

Aldo Nicosia*

* Aldo Nicosia ricercatore (abilitato a Professore associato di Lingua  Letteratura Araba l’Università di Bari, Italia). Autore di 3 saggi: 

1. Il cinema arabo, 2007, Carocci, Roma 

2. Il romanzo arabo al cinema. Microcosmi egiziani e palestinesi 2014, Carocci, Roma.

3. Intellettuali e censura nel cinema egiziano (1952-1999), 2025 , Progedit, Bari. 

Recenti volumi di traduzioni: 

4. Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza. edizioni Q, Roma. 2025.

5. Walid Daqqa, Il segreto dell’olio e della spada, edizioni Q, Roma. 2026

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Anna Schirru, “Una brutta voglia” (Wudz Edizioni, 2026)

 Anna Schirru, con il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz), ci narra uno spaccato del Sulcis-Iglesiente degli anni Novanta, alternando l’ambientazione tra la quotidianità di un condominio a Iglesias e le estati passate sulla spiaggia di Calasetta.

​La trama si sviluppa attraverso i ricordi e gli occhi di una voce narrante bambina, impegnata a decifrare i comportamenti contraddittori degli adulti: un padre instabile, segnato da improvvisi attacchi d’ira e da una profonda tristezza legata al lutto mai superato per il fratello Pietro; una madre infermiera che cerca sui balconi, nel fumo di una sigaretta, una tregua dalla stanchezza quotidiana; una sorella maggiore sonnambula e lunatica, descritta come macca pérdia (matta persa). Infine le due maestre: Mariolina, dolce e protettiva, e Ines, diretta, con un’onestà che rasenta la crudezza.

La routine della protagonista si snoda tra i banchi della scuola elementare, le domeniche al catechismo e i giochi con le amiche. Sotto la superficie di un’infanzia tipica dell’epoca pulsa però un malessere viscerale, la “brutta voglia”: la sensazione fisica di dover vomitare che l’assale ogni volta che si scontra con le bugie, le ipocrisie dei grandi o la violenza invisibile del mondo circostante.

seconda parte

L’elemento caratterizzante dell’opera è la sua cifra stilistica: l’autrice utilizza una focalizzazione interna fissa costruita su una parlata infantile ingenua e involontariamente comica, che contrasta con gli eventi drammatici, i traumi e le crisi familiari che avvolgono i personaggi.

​La prosa è cadenzata da un ritmo incessante, dovuto anche alla costruzione paratattica dei periodi; per rendere maggiormente incalzante la narrazione, la punteggiatura tradizionale viene scardinata in favore di un continuo flusso di pensiero. Si tratta di una mimica perfetta dell’urgenza espressiva della piccola, che descrive dettagli e sensazioni senza soluzione di continuità.

​Il linguaggio rende il testo totalmente immersivo: le espressioni in dialetto sardo e i modi di dire locali sono la lingua della sincerità, della pancia, dello sfogo di un popolo, più che della singola protagonista, in un crescendo che raggiunge il culmine nei capitoli dedicati alle riflessioni sulla terra d’origine.

​In questi passaggi il tono si fa solenne e antropologico, svelando una Sardegna sotterranea e mineraria, legata a credenze antiche come S’Ammutadori (creatura mitologica legata all’oppressione notturna) e a precisi codici di comportamento, dove il dolore spesso si ingoia per fare finta di niente.

Una brutta voglia bilancia perfettamente il dramma dei primi anni di vita e la loro estrema leggerezza, attraverso il racconto di un territorio che, proprio come i bambini, vive con difficoltà il suo cammino di crescita.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Daniel Mendelsohn: “Gli scomparsi” (Neri Pozza 2007, Einaudi 2018), di Lucio Turchetta

Professore di letteratura antica, autore per il New Yorker, Mendelsohn potrebbe rappresentare il tipico esponente dell’intellettualità ebraica newyorkese che, lasciatosi il passato alle spalle, è diventato uno scrittore noto internazionalmente (in Italia ha ricevuto nel 2022 il premio Malaparte) e si occupa in modo sofisticato di cultura.

Dopo aver letto Un’Odissea sarebbe facile pensar questo di lui, fine grecista immerso nella luce meridiana di un passato tutto ‘occidentale’ e ‘razionale’; ebbene questo suo primo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, è stato per il suo arco creativo, una freccia fondamentale, ed è quella del suo passato, delle sue origini.

Chi, come me, fosse sazio della letteratura che utilizza l’olocausto o meglio, i campi di concentramento nazisti, come metafora del male universale, passe-partout con cui risolvere trame intricate e tutto sommato scontate (ho almeno un paio di esempi in testa ma non li farò), storcerà giustamente il naso verso l’argomento. Si tratta infatti della ricerca dei propri parenti, non antenati ma parenti prossimi: zie e zii, prozie nonni … di cui, nelle feste tradizionali cui il piccolo Daniel partecipava da bambino si parlava per accenni, usando parole allusive che gli adulti coglievano al volo e a cui rispondevano in modo altrettanto criptico.

Mendelsohn ritorna con la memoria a quelle strane allusioni, anche sollecitato dal ritrovamento di alcune lettere, e inizia un percorso a ritroso alla ricerca, appunto, degli “scomparsi”, che tali non sono o almeno non tutti. All’epoca cercarono scampo in nuove terre, dove si sentivano al sicuro, e oggi (l’oggi del narratore) la loro memoria corre con affetto e timore a quegli anni. La diaspora è mondiale, letteralmente: Mendelsohn è costretto a girare per il mondo per trovare i testimoni ancora in vita, alla fine, grazie a ricordi frammentari che l’autore pazientemente mette insieme per ricostruire una storia, e quindi delle esistenze, di nuovo torna al punto di partenza, a finalmente comprende le allusioni, gli accenni, i ricordi che gli adulti di allora gli avevano taciuto, che è un modo di diventare adulto lui stesso.

Cos’è allora – a parte l’argomento che oggi è diventato quasi banale, ma urticante per il motivo opposto: le vittime di allora si sono trasformate negli aguzzini di oggi – che rende il libro interessante e appassionante? Anche qui in primo luogo la lingua di Mendelsohn, che è flessibile, acuta, profonda senza mai essere petulante o sentenziosa. Sappiamo come andrà a finire, o perlomeno lo intuiamo, ma pure non possiamo staccarci da questo percorso che corre a zig zag lungo tutto il pianeta, in cui ogni punto di arrivo è anche un nuovo punto di partenza e ogni risposta è anche una domanda, un mistero da risolvere. Ripeto, la capacità narrativa dell’autore è così catturante – e Un’Odissea ne è un’altra dimostrazione, con il fitto intreccio di vari piani temporali e percettivi, del tutto integrati nel tessuto narrativo – da renderci partecipi della sua necessità di sapere, di scoprire, di arrivare alla soluzione di questo puzzle apparentemente irrisolvibile. Ma, lo sappiamo come lo sa Mendelsohn, il passato non passa con la morte: le memorie, i ricordi dei singoli come le parole scritte, le lettere, i documenti (i filologi li chiamano non a caso monumenti) sono sempre lì, e anche se tutto ciò conduce a una piccola stanza sotterranea e senza finestre il lungo viaggio sarà valsa la pena.

                                                                                                         Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Hugo von Hofmannsthal: Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895 (Quodlibet), di Maurizia Maiano

le parole sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni..”

L’ultima e più curata edizione del carteggio di Hugo von Hofmannsthal è “Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895″ (Quodlibet, 2022). Curato da Marco Rispoli, il volume raccoglie le lettere giovanili del celebre autore austriaco. 

Sono lettere scambiate tra Hugo von Hofmannsthal ed Edgar Karg, conosciutisi durante un periodo di villeggiatura sulle rive del Wolfgangsee. Ne emerge un rapporto intenso, nel quale la figura di Hofmannsthal sembra in qualche modo predominare su quella dell’amico. Karg, infatti, al contrario dell’artista, viaggia, attraversa terre lontane, osserva regioni diverse del mondo; eppure sembra avvertire il bisogno di rivolgersi a Hofmannsthal per ottenere quella riflessione più intima e autentica sulla realtà che sente mancargli. È a lui che chiede una visione più chiara della vita culturale, sociale e politica dell’Europa e dell’Austria-Ungheria tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Ma, al di là dell’aspetto intellettuale, ciò che colpisce maggiormente è la profondità dell’amicizia che traspare dalla semplicità della loro scrittura, il legame umano costruito attraverso le lettere. Ed è proprio Hofmannsthal, immerso nella tumultuosa Europa di quegli anni — ma verrebbe quasi da chiedersi: quando mai l’Europa non è stata tumultuosa? — a oscillare continuamente tra impegno nella realtà e fuga nell’arte, senza sapere mai con certezza quale sia la strada autentica. Alla volgarità e alla banalità del reale egli contrappone il bisogno di una vita “artefatta” nel senso più alto del termine: la necessità di trasfigurare poeticamente ciò che appare scialbo, di abbellire il mondo attraverso l’interpretazione artistica, che è forse il compito più profondo dell’artista. E allora, nel tumulto dell’esistenza, quale dono più prezioso di un’amicizia inattesa, quasi piovuta dal cielo?

Sono rare le persone che riescono davvero a consolarci da quella ennui de la vie, commun à toute créature bien née. Ognuno, prima o poi, scrive quando sente avvicinarsi la grande solitudine. È lo stesso sentimento che Edgar prova leggendo le lettere dell’amico: le avverte diverse da tutte le altre, ne percepisce la bontà profonda e per questo lo ringrazia. Insieme i due riflettono sull’arte poetica, che per loro non è altro che arte dell’interpretazione: immediatezza, capacità di cogliere l’essenza delle cose, di guardare l’esistenza senza paura, senza pigrizia e senza menzogna. Tutto ciò che esiste, vivo o morto, possiede un significato; e ciò che è veramente poetico non è che l’espressione velata di una verità profondissima. Quando però si riesce a penetrare davvero quella profondità, allora perfino la metafora svanisce. Così il mare può apparire insieme minaccia e rifugio: può uccidere, ma anche accogliere tutte le vibrazioni dell’anima che la sua immagine mutevole e cangiante riesce a suscitare in noi. Per Hofmannsthal, la poesia e il poeta rappresentano un contrappeso alla presunzione e alla rigidità della realtà, che tutto vuole unificare senza distinguere. Essa rivela luoghi abitati non da masse astratte, ma da persone diverse, ciascuna con mondi interiori singolari. Così, parlare di un ebreo povero, di un donnaiolo viennese, di un malinconico dragone boemo o di un malridotto artigiano della Moravia significa forse riferirsi al proletariato, ma in realtà riguarda sempre individui unici. Non sono forse tutte menzogne, del resto, le generalizzazioni del mondo politico?

La poesia si oppone all’astrazione del reale, a un mondo fatuo e evanescente. Fuori, gli uomini discutono ossessivamente intorno ai concetti come cani attorno a un osso; non vivono realmente, ma abitano un’apparenza, un’algebra simbolica in cui nulla è e tutto significa. Tutto ciò che esiste parla alla nostra anima, o forse è l’anima stessa che dialoga con se stessa. Le parole non appartengono al mondo, come i suoni: si potrebbe descrivere o musicare ogni cosa, ma mai essa sarà detta così com’è. Da qui nasce lo struggimento che ci trasmettono.

Crediamo che trovando le parole giuste riusciremmo a raccontare la vita, ma non è così. La vita parla attraverso i fenomeni, e sempre esiste una combinazione di parole o note che tocca la nostra anima come se fosse la stessa cosa, come una vibrazione divina. Tutti i grandi libri e i grandi poemi sono mondi di sogno, affini al reale solo simbolicamente.

Per vivere pienamente questa esperienza, bisogna diventare un Narciso innamorato, che cadendo in acqua si perde, come fanciulli che si immergono nel mondo delle favole. Ci si innamora di sé, della vita, o di Dio. Mai avevo incontrato un’interpretazione dell’essere Narciso così necessaria, un mezzo per fuggire al rumore incessante del mondo.

Ed è in questa luce che si comprende l’amicizia tra Hofmannsthal ed Edgar Karg: un legame raro e prezioso, di cui entrambi avvertirebbero profondamente la mancanza se venisse meno.

C’è un tragico dato biografico che si intreccia profondamente con la lettura critica della sua opera e non può essere ignorato. Il 13 luglio 1929, il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si tolse la vita sparandosi un colpo alla testa nella loro dimora di Rodaun. Appena due giorni dopo, il 15 luglio 1929, mentre si stava preparando per partecipare al funerale del figlio, il poeta fu colto da un’emorragia cerebrale e morì improvvisamente all’età di 55 anni. Nelle sue analisi, Ladislao Mittner e la successiva critica germanistica leggono questa fine così straziante non come un mero incidente biologico, ma come il tragico sigillo della verità del suo sentire: la morte “propria” come testimonianza. Riprendendo una suggestione cara a Rainer Maria Rilke, la critica sottolinea come Hofmannsthal sia morto della “propria morte”. Dimostrazione della  sua ipersensibilità e  di una costante compenetrazione tra arte, vita e morte che non erano un artificio estetico o una recita decadente, ma una verità intima, viscerale e assoluta. La fine di un’epoca: Mittner evidenzia come Hofmannsthal visse gli ultimi anni “impietrito dal dolore”. Era il 1929. Il crollo del suo mondo privato coincise tragicamente con il definitivo crollo storico e culturale di quel mondo austriaco e asburgico che il poeta aveva cercato disperatamente di preservare e rifondare attraverso il mito e il teatro. 

Ecco cos’è un poeta nei versi di questo grande rappresentante della fin de siècle viennese.  I pensieri ritornano ma quante parole abbiamo per esprimerli, quante combinazioni infinite di suoni e di immagini esse creano.  

Dentro di noi portiamo Faust, il titano

e Sganarello l’anima servile,

il lacrimoso Werther- e Voltaire lo scettico,

e lo squillante lamento del profeta

e il giubilo degli Elleni ebbri di bellezza:

i morti di tre millenni,

un baccanale di spiriti,

inventati da altri, da altri creati,

intrusi parassiti,

immaginari,

malati, velenosi.

Gemono, imprecano, gioiscono, litigano:

ciò che noi diciamo è l’eco rauca

del loro coro stridente.

Per il nostro supplizio

litigano come ubriaconi

ma li unisce l’orgia

per il nostro supplizio!

Dai nostri teschi bevono

con giubilo la linfa della nostra vita

Attorno alla nostra coscienza,

soffocando si inerpicano

serpi sibilanti

scuotono l’alber fragile della nostra felicità

con impeto febbrile

Percuotono le corde tremanti della nostra anima

danzando ci portano alla morte.

E’ forse tutto questo che non ci permette di essere autentici?

E saremmo autentici se non riconoscessimo la molteplicità del nostro essere? 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.