Ricette Letterarie: Le paste alla mandorla di Bulgakov da “Il maestro e Margherita”, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta di squisiti pasticcini ispirati ad un passo de “Il maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov scritto tra il 1928 e il 1940 in Unione Sovietica, nel pieno del regime stalinista, e pubblicato in una versione censurata nel 1967 dopo la morte dell’autore.

*** Le paste alla mandorla di Bulgakov ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da Il maestro e Margherita

“Un distintissimo, tranquillo vecchietto che stava comprando *tre paste alla mandorla* nel reparto dolciumi a un tratto si trasformò. Nei suoi occhi scintillò una fiamma battagliera, divenne di porpora, sbatté a terra il pacchetto con le paste e gridò: «Ha ragione!» con una sottile voce infantile.

[…]

Echeggiò un suono come quando scaricano a terra da un autocarro un carico di lamiere metalliche. Il grassone, impallidito, si abbatté all’indietro, cadendo a sedere sul barilotto di aringhe di Kerč, facendone schizzare fuori una cascata di salamoia. Allora avvenne il secondo miracolo: l’uomo violetto caduto nel barile si mise a gridare in un russo perfetto senza la minima traccia di accento straniero:

«Aiuto! Polizia! I banditi mi vogliono ammazzare!». Evidentemente, in seguito al colpo, era improvvisamente diventato padrone di una lingua fino ad allora sconosciuta.”  

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Ricette Letterarie: Le paste alla mandorla di Bulgakov

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Paste di mandorla

Ingredienti per circa 25 pezzi

  • 200 g di farina di mandorle
  • 140 g zucchero bianco semolato
  • 60 g burro morbido
  • 2 uova medie
  • 30 g farina per dolci setacciata con un mezzo cucchiaino di lievito per dolci
  • La scorza di mezzo limone
  • Un tappino di estratto di mandorla amara
  • Mandorle a scaglie per decorare

Preparazione

  1. Metti il burro in un contenitore di ceramica e fondilo a bagnomaria a fuoco basso.
  2. Mentre il burro fonde, mescola in una ciotola le uova con lo zucchero utilizzando una frusta da pasticceria. 
  3. Quando il burro è fuso lascialo raffreddare un poco e poi versalo sul composto di uova e zucchero. Mescola subito per uniformare il composto e poi aggiungi l’aroma di mandorla e la scorza di limone. Mescola – sempre con la frusta – fino ottenere una pastella liscia e profumata.
  4. Versa la farina di mandorle in una ciotola capiente e mescolala con la farina per dolci setacciata con il lievito. 
  5. Versa il composto di uova, zucchero e burro sulle polveri e utilizzando la spatola di silicone, mescola per formare una pastella cremosa ma sostenuta. 
  6. Versa la pastella in un sac à poche dotato di bocchetta a stella francese – quella con le punte dritte e lunghe – di diametro 15 mm e riponi in frigorifero per 20 minuti.
  7. Passato questo tempo accendi il forno a 175°C. Imburra una teglia da forno e stendici sopra un foglio di carta forno in modo che stia ben aderente. Forma i dolcetti di mandorla sulla teglia, cospargili di mandorle a scaglie e cuocili per 12 minuti a 175°C.
  8. Lasciali raffreddare sulla teglia, poi staccali e servili magari con il samovar!

Ripensando a “Pucundria” di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero), di Massimo Congiu

Recensito per Il Randagio da Vincenzo Vacca il 19 marzo dell’anno scorso, “Pucundria”, di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero 2024, pp. 320), è una storia di resistenza e di riscatto che ha per protagoniste donne detenute nel carcere di Pozzuoli e una guardia carceraria con sua figlia. Il filo che le lega è la necessità di rinascita, di andare oltre i muri di celle anguste e di case che le tengono ugualmente prigioniere. Nella storia si dà voce a realtà che vanno socialmente affrontate, come quella della violenza sulle donne, da esse spesso vissuta come una vita di sopportazione, che si ripete di generazione in generazione, e quella della problematica carceraria. Entrambe sono un buco nero nella coscienza collettiva o proprio un vuoto di coscienza, e spesso divengono oggetto di rimozione.

Lo spunto alla base di quest’opera è costituito dal laboratorio di scrittura tenuto dall’autrice nell’istituto penitenziario di Pozzuoli che successivamente, a maggio del 2024, è stato sgomberato per i postumi delle forti scosse di terremoto verificatesi in quel periodo e che è tuttora chiuso. Le sue “ospiti” sono state trasferite in altre strutture, anche fuori regione.

Quella raccontata da Maria Rosaria Selo è una storia di donne accomunate da una necessità di svolta personale che condividono da alleate in un percorso comune di resistenza e rinascita. Scrive Vincenzo Vacca nella sua recensione che questo “romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente, ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste”. Ciò che di fatto avverrà, complice un profumo, un’essenza che sa di riconciliazione con la vita, di libertà, e qui conviene fermarsi; il resto viene affidato alla sensibilità delle lettrici e dei lettori e alla loro capacità di immedesimazione.

Detenzione femminile, si diceva, in riferimento alla suggestione dataci da Maria Rosaria; e qui ci addentriamo in uno spazio caratterizzato da numerose criticità. Nel nostro paese le donne ristrette rappresentano una porzione sensibilmente più piccola della popolazione carceraria considerata nel suo complesso, questo è vero, va comunque detto che i numeri che la riguardano mostrano un sia pur leggero aumento verificatosi negli ultimi anni. Come dato statistico, e in ogni caso di notevole interesse sociale, si aggiunga che la Campania è la seconda regione d’Italia per numero di detenute, seconda solo alla Lombardia. Fatta questa precisazione va sottolineato un aspetto di importanza centrale; ossia che la detenzione femminile nel Bel Paese, e non solo da noi, è caratterizzata da difficoltà peculiari che hanno a che vedere con la gestione della maternità in carcere e la scarsità di strutture adeguate a rispondere alle necessità delle ristrette in termini psicologici e sanitari.

Secondo studi approfonditi le detenute evidenziano un più alto livello di marginalità sociale rispetto agli uomini; risulta, inoltre, che la loro condizione presenta rischi maggiori di rottura dei legami familiari e di stigmatizzazione sociale; anche questo aspetto rientra nel novero delle spesso maggiori difficoltà che la popolazione femminile è costretta ad affrontare nella nostra società, sia che si tratti di detenute o di donne libere.

L’altra realtà su cui l’autrice di “Pucundria” ci aiuta a riflettere è quella della violenza sulle donne; i dati diffusi dall’Istat, a questo proposito, sono eloquenti e descrivono numericamente una piaga sociale diffusa in Italia dove circa il 31,9% delle donne di età compresa fra 16 e 75 anni ha subito violenza fisica o sessuale. Risulta, poi, che oltre 120 donne vengono uccise ogni anno da partner o ex partner quali principali autori delle violenze. Le forme in cui queste ultime si presentano non sono solo fisiche, includendo anche lo stalking, i ricatti di natura economica e le pressioni psicologiche. Da considerare che, nella maggior parte dei casi, questa violenza avviene all’interno della coppia e/o della famiglia. “Purtroppo le donne non sono abbastanza unite”, aveva detto una volta Maria Rosaria Selo durante una conversazione tra amici sul tema della condizione femminile, ed evidentemente tale lacuna in termini di coesione contribuisce ad acuire gli svantaggi a danno di questa “metà del cielo”, per usare un’espressione attribuita a Mao Zedong che, ispirandosi a un proverbio cinese, valorizzava il valore paritario della donna.

Anche da noi ci si riempie la bocca di belle parole e si annunciano buone intenzioni, ma ciò che fa difetto è la pratica che vede ancora una volta disattesi i principi della nostra Costituzione. Per molti versi inattuata, essa sancisce il principio di parità tra i sessi a diversi livelli, agli articoli 3, 37, 51 e 117.

Diversi e di grande attualità, dunque, gli spunti di riflessione offertici dall’autrice di “Pucundria”. Scrittrice, sceneggiatrice, autrice di diversi romanzi e racconti – alcuni per Vinitaly e l’Unicef – e vincitrice di prestigiosi premi letterari, è di nuovo nelle librerie con “Fiori di vetro”, una raccolta di quattordici racconti divisa in tre atti e pubblicata quest’anno da Edizioni Vulcaniche, mentre l’uscita del suo prossimo libro è prevista per il 2027. Maria Rosaria Selo è anche in teatro come autrice e interprete sul palco di “Io e lei”, portato in scena insieme all’attrice Gabriella Vitiello lo scorso gennaio al Sancarluccio di Napoli dove sarà di nuovo in replica l’anno venturo, allorché sono previste ulteriori rappresentazioni. “Io e lei” è un racconto autobiografico offerto al pubblico con il dono dell’autoironia e in bilico fra il sorriso e il dramma, con il riferimento, in quest’ultimo caso, alle già menzionate sofferenze del mondo femminile alle prese con ruoli obbligati, socialmente e culturalmente prestabiliti, e con violenze da considerare problema di cui farci carico in un percorso comune nel quale la parte maschile si impegni a compiere un progresso di genere che ha dell’indispensabile. Pensiamoci!

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Le vite sprecate di Marco Lodoli – Leggendo “Solo un giorno” (Einaudi, 2026)

Sono anni che Marco Lodoli ha trovato la sua forma ideale, cioè il romanzo breve. Questo mese è uscito Solo un giorno, un romanzo o racconto di un’ottantina di pagine che secondo me è fra i suoi libri più riusciti. Racconta la storia di un giovane uomo, Scipione, e di quello che dovrebbe essere il giorno della sua laurea, a trent’anni. I genitori si sono indebitati con uno strozzino – il famigerato Zio Porco – per farlo studiare, ma la verità è che Scipione non ha dato nemmeno un esame. Ha studiato, sì, i suoi libri sono “sottolineati da cima a fondo” e i suoi quaderni pieni di appunti, però non ha mai sopportato il giudizio altrui e così ha preferito, dice, “non valere niente”, cioè non laurearsi. Solo che i suoi genitori non lo sanno. 

Qui il lettore affezionato di Lodoli ricorderà forse una comparsa di un altro suo romanzo, Il preside (Einaudi, 2020), nel quale un preside si barrica dentro la propria scuola armato di fucile. La comparsa è un “uomo orrendo” che dà un esame per diventare preside di una scuola ma che poi dice che non intende farsi giudicare “da quattro idioti” e perciò se ne va senza firmare né consegnare i fogli. Il protagonista del libro, il futuro preside in rivolta, prende quindi i fogli al posto suo e li consegna appuntandovi il proprio nome. Lo fa per caso, per gioco, forse per destino, sbadatamente, e così vivrà la propria esistenza, come molti malinconici personaggi di Lodoli che sembrano sempre un po’ fuori posto nella realtà che li circonda, in questo terzo millennio che fugge. 

Nel romanzo precedente a Solo un giorno e successivo a Il presideTanto poco (Einaudi, 2024), Lodoli raccontava dell’ossessione di una bidella per uno scrittore e insegnante che a tratti sembrava assomigliargli. La donna scrive: “Ogni due anni Matteo pubblicava un breve romanzo, storie evanescenti di gente scombinata che forse lo facevano sentire un po’ più libero, un dente fuori dall’ingranaggio. Ma ormai il suo momento d’oro era passato, c’erano altri scrittori, molto più giovani di lui, che sapevano raccontare le sciagure del presente nel modo che piaceva ai giornali, alle televisioni, ai giurati dei premi importanti.” 

Lo scrittore, Matteo, in qualche modo lo stesso Marco Lodoli, continua però a scrivere e a pubblicare, malgrado le recensioni “rare e pallide” ai suoi libri, scritte “per segnalare l’ennesimo velleitario tentativo di raggiungere ciò che non esiste, un viaggio in punta di piedi verso il nulla, angeli balordi, visioni sfocate e una poesia un po’ appiccicosa”, dice la bidella. 

Qui Lodoli scrive davvero di se stesso. E sì, la sua poesia è “un po’ appiccicosa” e forse ci piace proprio per questo, perché nei suoi romanzi ci sono delle metafore che non troviamo altrove e che possono appartenere soltanto ai suoi personaggi – questa, ad esempio, per tornare a Solo un giorno:  “Un dolce tepore mi invade il corpo, come se ogni fibra, dopo essere stata tesa come la corda che solleva il secchio dal fondo del pozzo, ora si rilassasse.” Nei libri di Lodoli ci sono molti come, perfino nella stessa frase, tuttavia la cosa non disturba affatto. Anche questo significa saper scrivere, saper raccontare. 

Scipione dunque non si è laureato e i suoi genitori non lo sanno. Vaga per la città di Roma insieme a Cecilia, d’un tratto diventata la sua ragazza, in un giorno che è anche una finestra aperta sul suo futuro e dunque il suo futuro stesso, una vita vissuta con il passo sciancato di quei fragili malinconici che non si rassegnano a odiare il mondo e chi lo abita, come tanti personaggi inquieti di Marco Lodoli – che scrive romanzi che ci consolano, che sono belli perché ci consolano. 

C’è un brano di Tanto poco che mi è rimasto impresso. Lo scrive la bidella innamorata dello scrittore, e riguarda Rimbaud. Eccolo: “Ricordo un verso, ogni tanto me lo ripeto in francese, alle medie ho studiato proprio questa lingua e la professoressa diceva che me la cavavo benino, ma temo che la mia pronuncia non sia perfetta: «Par délicatesse / j’ ai perdu ma vie». Che meraviglia perdere la propria vita per delicatezza, infinite volte meglio che salvarla con l’arroganza e la volgarità.”

Ebbene, neanche noi intendiamo salvare a tutti i costi le nostre vite, ci sembra molto meglio sprecarle e perderle per delicatezza, in questi tempi volgari in cui regnano dei gradassi che vogliono solo vincere e osannare se stessi. I romanzi di Marco Lodoli sono atti di resistenza umana; sono libri belli e originali che grondano di malinconia e amore. Leggiamoli e commuoviamoci. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Grazia Deledda:  Colpa e redenzione in “Elias Portolu”, di Chiara Sagheddu

Constatare che il nome di Grazia Deledda – e, come il suo, quello di tutte le grandi scrittrici del Novecento italiano – compare, con un po’ di fortuna, solo in poche righe di alcuni manuali scolastici, dovrebbe invitare a una riflessione. 

A cento anni dall’assegnazione del premio Nobel, ci si ritrova a fare i conti con il passato di una figura che, ancora oggi, risulta ai più estranea e, disgraziatamente, fumosa. Sarebbe infatti auspicabile, se non imprescindibile, operare un tentativo di comprensione e di valorizzazione dell’opera della scrittrice sarda ma, per farlo, occorre immergersi nel contesto storico e culturale in cui Grazia Deledda ha mosso i primi passi da autodidatta. 

Nel neonato Stato italiano, nella realtà periferica di una Nuoro ancora troppo marginale rispetto ai grandi centri culturali dell’epoca, Grazia Deledda si approccia al mondo letterario fin da fanciulla, proseguendo i suoi studi autonomamente, appassionandosi alla letteratura greca e a quella francese e, soprattutto, coltivando collaborazioni con importanti riviste dell’epoca, tra le quali va quantomeno ricordata la «Nuova Antologia», diretta allora da Maggiorino Ferraris, con il quale Deledda intratterrà una proficua e longeva corrispondenza. Sono molte, infatti, le opere della scrittrice dapprima apparse in rivista e successivamente pubblicate in volume. Tra queste si annovera Elias Portolu, uno dei primi romanzi criticamente rilevanti della scrittrice, uscito a puntate nel 1900 – anno in cui Deledda lascia definitivamente la Sardegna per trasferirsi nella capitale – e poi pubblicato in volume nel 1903. 

Protagonista della storia è Elias, povero diavolo che torna a casa dopo un periodo di prigionia scontato lontano dall’isola. Ad accoglierlo al suo rientro è la famiglia tutta: mamma, babbo, fratelli e Maddalena, “colomba” della casa e promessa sposa di Pietro, il maggiore dei Portolu. 

L’incontro con Maddalena è, al contempo, fulminante e imperituro, premonitore di un impulso inarrestabile che culminerà in un epilogo fatale. Dardo tratto, Elias si ritrova prigioniero di un desiderio peccaminoso e di una conseguente e imprescindibile necessità di redenzione, che ricerca rifugiandosi nell’abito talare. Inutile ogni tentativo dei due amanti di nascondersi a sé stessi, e a Dio: entrambi saranno dannati, accomunati e oppressi dal peso del peccato, il cui frutto sarà il prezzo da pagare per l’espiazione, tanto agognata, dell’anima di Elias. 

L’atmosfera angosciosa e cupa del romanzo oscilla tra due poli: da un lato, lo slancio passionale che accende la narrazione, contornato da una sensualità repressa e incontrollabile; dall’altro, l’irrequietudine che deriva dalla consapevolezza di un castigo che sarà ben più amaro della brama negata. A fare da sfondo alla lotta interiore del protagonista è la Sardegna più agreste e rurale, protagonista anch’essa delle pagine della scrittrice, in cui le sterminate tanche, adornate da lentischi e sughereti, riflettono l’inquietudine e la fragilità dell’uomo, che, come una canna, “si piega al primo urto di vento”. 

Imboccando un sentiero già percorso dai romanzieri russi, di cui fu attenta lettrice, Grazia Deledda fa spesso della colpa il sentimento conduttore della psicologia dei propri personaggi. Mosse dal bisogno di redimersi, le figure deleddiane tentano invano di dominare le proprie passioni, facendosi vincere dall’inevitabilità del fato e dell’amore che condusse Paolo e Francesca ad una morte. 

Ma il processo di redenzione di Elias si presenta piuttosto come il viaggio dell’anima rea attraverso la seconda cantica dantesca, un purgatorio terrestre in cui “non è mai tardi per la misericordia di Dio”, ma dove la felicità – s’intenda: assenza di turbamento – non è contemplabile, se non nello scenario di una vita eterna. 

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Johann Wolfgang Goethe: “Il divano Occidentale – Orientale”, di Maurizia Maiano

Gingo Biloba

La foglia di quest’albero,

venuto dall’oriente al mio giardino,

consente di gustare sensi occulti,

edificando il saggio.

Sarà un essere vivo,

che sè in se medesimo ha spartito?

Oppure saran due,

che vollero apparire come uno?

Per dare alla domanda una risposta,

il senso giusto trovo:

non senti, nei miei canti,

che sono uno e insieme sono doppio?

Il Ginkgo biloba è per Goethe un potente simbolo poetico di unità nella dualità, la foglia dell’albero ha una forma bilobata, metafora di due amanti che sono una cosa sola. Regalò una foglia a Marianne Jung von Willemer come simbolo di amicizia e amore. Un episodio nella vita onnivera di Goethe, ma vicenda centrale nell’esistenza della giovane Marianne che si scoprì poetessa, ma non ha saputo o potuto continuare ad esserlo. Marianne, sposata con un vecchio amico d’infanzia di Goethe, sarà il suo ultimo amore, presentata come Pflegetochter, figlia adottiva, sarà a lei che Goethe donerà una copia del suo Divan. Marianne aveva l’empatia dell’amante e dell’artista. Era stata cresciuta ed educata all’arte da una madre attrice ed un patrigno regista, di cui porta il nome. Goethe è attratto dalla sua bellezza e lei lo segue nel suo mondo poetico dove insieme si rispecchiano nel loro amore. E’ uno di quegli amori che vanno al di là del tempo. Sulla lapide di Marianne al Frankfurter Hauptfriedhof si legge: “Die Liebe höret nimmer auf” – L’amore non finisce mai. Solo Marianne e Goethe sono testimoni del loro sentimento, che diverrà noto, dopo la morte di lei nel 1869.

Nel West-östlicher Divan, scritto tra il 1814 e il 1819, e ispirato ai versi del poeta persiano Hafez, Goethe cerca di stabilire un punto di incontro tra Occidente e Oriente. In sintesi, Goethe non solo esplora il mondo, ma lo trasforma attraverso la poesia facendo sì che Occidente e Oriente diventino una ricerca di unità e comprensione profonda. La sua opera continua a sfidare le divisioni, cerca ciò che  unisce, non ciò che separa. E’ l’idea latente, in tutti i suoi scritti della vecchiaia, di utopica armonia tra freie Völker auf freiem Grund, popoli liberi su un suolo libero, una terra che va oltre ogni confine, fisico, linguistico, culturale, politico.

Il termine ‘divan‘ si riferisce, nel contesto poetico, a una raccolta di poesie della tradizione persiana, araba e turca. Una collezione antologica di un singolo poeta o di più poeti, per tramandare l’arte poetica ai posteri.

Viviamo un’epoca in cui la lotta di civiltà e di religione sono scontro reale e violento, rifarsi a Goethe e al suo West-östlicher Divan (Divano Occidentale-Orientale) è trattenere il respiro per ricomporre l’armonia. Due mondi lontani sulla mappa geografica, ma uniti da un sentire profondo e comune. Goethe (1748-1832) e Hafez (1315-1390), il celebre poeta mistico persiano, rappresentano in questo dialogo poetico due voci lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da una visione universale. Hafez, Shams o-Dīn Moḥammad, è noto per il suo Divān,  che intreccia tematiche mistiche e amorose. Il suo nome stesso, che in arabo significa “colui che conosce a memoria il Corano“, rimanda alla profondità spirituale delle sue poesie; egli esplora l’amore umano e divino, fondendo passione e mistica in un linguaggio simbolico ricco di sfumature. Goethe ritrova in Hafez una affinità elettiva, fatta di simboli che cercano di spiegare e risolvere il reale, non vuole imitare la tradizione orientale, ma si lascia pervadere dal suo spirito, ritrovando in Hafez quella capacità di abbandonarsi all’insondabile e di cercare nel simbolo la chiave per comprendere l’universo. In questo incontro tra Occidente e Oriente, Goethe costruisce un’opera che è più di un semplice dialogo letterario: è un viaggio poetico che esplora l’amore, la spiritualità e il desiderio di un’unione che trascende le barriere culturali. Due coppie innamorate in simbiosi Hatem e Suleika, Goethe e Marianne. Oriente ed Occidente  si incontrano nello spazio poetico, unite dal comune desiderio di conoscersi e di riconoscersi.

L’opera è una meditazione sull’amore universale, che non conosce confini geografici e religiosi, ma cerca una connessione profonda tra le persone e le tradizioni. La sintesi tra le due visioni del mondo, Occidente razionale e Oriente mistico, si fonde in un linguaggio allusivo e simbolico, come quello di Hafez, ma anche estremamente elegante e raffinato.

Nell’opera del poeta persiano Jami, l’amore è casto eppure ardente e conduce all’amore verso Dio. Yusuf diventa lo shahid di cui Suleikha ha bisogno nel suo percorso verso la spiritualità. La Beatrice dantesca, la Sulamita del Cantico dei Cantici e la Laura del Petrarca appartengono a tre diversi mondi: al mondo cristiano – medievale, alla tradizione ebraica dell’Antico-Testamento, alla tradizione umanistica occidentale che, pur aderendo ciascuno a diversi caratteri, inventano l’arte di mettere insieme singoli versi delle liriche orientali di Hafez per comunicare tra loro in maniera cifrata.

La Suleika del Divan è una figura letteraria: esprime la sua passione liberamente. L’amore è  relazione con l’altro, non è possedere ma condividere, dedicare, donare. La separazione è legge inesorabile degli amanti. La poesia unisce gli amanti in maniera spirituale: nel ricordo. Come in Goethe matura l’idea di rinunciare a Marianne, così accade ad HatemSuleika, i quali non si ritroveranno più insieme nel senso fisico della parola. Lo scambio di liriche tra Hatem e Suleikaè l’essenza del loro amore: Hauchsoffio, è la parola poetica che gli amanti si donano reciprocamente. Essi sono poli contrapposti e riescono a convergere tra loro per una sorta di equilibrio dinamico, il cui andamento armonico si basa sull’unità nella dualità. Hatem e Suleika rappresentano un dialogo tra il sé ed il diverso da sé, per comprendere l’altro e se stesso – da due soggetti dissimili ed eterogenei si delinea un unico soggetto – così come si parla di una unica letteratura mondiale dall’incontro tra le varie letterature.

Johann Wolfgang von Goethe è stato una delle menti più poliedriche e profonde della storia della cultura occidentale. Non solo un poeta straordinario, ma un intellettuale che ha esplorato e tradotto in letteratura ogni ambito del sapere umano. La sua capacità di scrutare il thauma, la meraviglia e il mistero che ci circondano, si riflette in ogni aspetto della sua opera.

Il guscio esplode

e si libera gioisamente

cosi cadono le mie poesie

sul tuo grembo.

I versi confrontano la creazione delle poesie con la maturazione del frutto e del seme, tramite il cui immaginario entrano nel poema le associazioni di fecondazione e procreazione, secondo cui le parole alimentano l’immaginario fino a fecondare e a creare mondi in una continua metamorfosi

Ho provato a scrivere perché dal passato mi giungono voci dell’assurdità della guerra.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.