Intervista a Claudia De Medio sulla traduzione di “La infanticida” di Víctor Català, di Chiara Sagheddu

Catalogna, 1898

Caterina Albert i Paradís presenta la sua opera La Infanticida ai Jocs Florals, conquistando la giuria e sconvolgendo il pubblico per la crudezza del linguaggio, la scabrosità della tematica – immediatamente riconoscibile dal titolo – e per la violenza con la quale viene affrontata. A seguito dello scandalo suscitato dalla ricezione dell’opera, l’autrice decide di adottare lo pseudonimo maschile di Víctor Català (L’Escala, 11 settembre 1869 – 27 gennaio 1966), con cui passerà alla storia quale esponente di spicco del Modernisme, movimento tutto catalano ((da non confondere col Modernismo spagnolo) che costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo. 

A parlarci del testo è Claudia De Medio, giovane catalanista e traduttrice dell’opera, pubblicata in Italia per Cue Press lo scorso luglio.

È un testo crudo, violento: cosa ti ha spinto a volerlo tradurre? 

Ho conosciuto Víctor Català all’università e, fin da subito, mi disturbava l’impossibilità di leggere i suoi testi, non padroneggiando ancora il catalano. Già da allora, nella mia mente, vagheggiavo l’idea di tradurlo: era insostenibile che questo testo non potesse essere letto dagli studenti. Era necessario. 

C’è stato un elemento che ti ha colpito più di altri, la prima volta che lo hai letto?

A colpirmi di più è stata l’empatia che ho sentito per il personaggio di Nela, protagonista e unica voce dell’opera. Il fatto che fosse rinchiusa in un manicomio e che da lì raccontasse la sua tragica storia. Credo, quindi, una sorta di volontà di riscattarla, di far conoscere la sua versione dei fatti. Certo, lei è colpevole, e lo rimane; colpevole di aver ucciso un essere umano, però, attraverso la sua storia capiamo sempre di più perché lo ha fatto. La cosa che mi ha colpita di più è stata riuscire ad empatizzare con un personaggio che commette un atto estremamente violento, e ricercarne le ragioni nella storia che racconta, nei personaggi che la circondano, scandagliando la componente psicologica e andando al di là della mera accusa giuridica. Mi dispiace per lo spoiler, ma in fondo il titolo è piuttosto esplicito.

Cosa pensi che resti al pubblico del personaggio di Nela?

Tanta tristezza. Tanta ricerca di comprensione. Immagino che la reazione di ogni lettore dipenda, com’è naturale, dal retroterra culturale di ognuno, dal modo di pensare e da una serie infinita di variabili, però sono convinta che non possa restare solo la figura di Nela come di un’assassina, ma che emerga soprattutto la sua solitudine, il fatto di essere stata abbandonata da chi avrebbe dovuto starle vicino, e che invece non ha fatto altro che vessarla in ogni modo possibile. Per cui sì, lei è colpevole, però c’è, al contempo, una forte empatia che spinge il fruitore a cercare di comprendere: come mai? quanta percentuale di colpa ha il personaggio di Nela e quanta, invece, chi la circonda?

Immagino che la ricezione di un’opera dipenda anche dal fattore generazionale. Insomma, magari la generazione dei nostri nonni leggerebbe questo testo con occhi diversi…

Sicuramente sì, perché oggi esiste una sensibilità diversa rispetto ai temi legati alla maternità: c’è molta più consapevolezza. La generazione dei nostri nonni probabilmente non si interrogava sulla depressione post-partum e, forse, nemmeno sulla possibilità che avere un figlio potesse risultare difficile da conciliare con il proprio progetto di vita. Avere una famiglia e dei figli era percepito come qualcosa di naturale, se non necessario, rispetto a cui tutto il resto passava in secondo piano. 

Questo testo è nel 1898. È straordinario che una donna abbia avuto l’audacia di parlare di infanticidio, in questi termini e in quell’epoca.

Sì, lo è. Soprattutto se consideriamo che Caterina viene da una piccola realtà rurale della Catalogna. Oggi si parla tanto di maternità, ma non più come di qualcosa di idilliaco: se ne parla sempre di più nella sua problematicità. Non si discute solo di quanto sia bello essere madri, ma anche di cosa comporta esserlo, da un punto di vista professionale, ma anche più privato, intimo. Il fatto che l’autrice, a fine Ottocento, riesca ad andare al di là di questa visione, beh, sì: è straordinario. 

E il personaggio di Reiner invece? Il padre della bambina… cosa resta di lui al pubblico?

Tanta delusione, tanta rabbia. Il personaggio di Reiner appartiene a una classe sociale molto più elevata rispetto a quella di Nela: lei è una ragazza del popolo, vive e lavora con i fratelli in una casa di campagna, in mezzo agli animali. Reiner è un ragazzo di città, ricco, affascinante, che balla con tutte le ragazze del paese e che non ha certo alcun interesse a sposare una ragazza povera. Lo spettatore attento si rende conto fin da subito che il suo obiettivo è ingannarla. Nela, però, non possiede i mezzi per riconoscere quell’inganno: è orfana di madre e non ha nessuno con cui confrontarsi – non un’amica, né una zia, né una figura femminile che possa guidarla. Questo suscita rabbia nello spettatore, ma allo stesso tempo gli permette di empatizzare con il personaggio di Nela e di comprendere sempre meglio il gesto che compirà.

Adesso parliamo del processo di traduzione. Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare in quanto traduttrice?

Trattandosi di un testo del 1898, direi che la sfida principale sia stata adattare la lingua. Si tratta di un linguaggio arcaico e, non esistendo un dizionario aggiornato catalano-italiano, ho dovuto lavorare molto con monolingue. Questo ha reso il processo meno immediato, anche se probabilmente più accurato. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata confrontarmi con una lingua antica e con un linguaggio fortemente rurale. L’autrice fa spesso riferimento a elementi della casa e del lavoro nei campi molto specifici, appartenenti a una sfera semantica che io non domino appieno, per cui molti termini mi risuonavano sconosciuti.

Durante l’ultima presentazione del libro, a Barcellona, hai parlato di alcuni elementi culturospecifici che ti hanno messa in difficoltà, di passi più ostici che hai faticato a rendere al meglio: faresti qualche esempio?

Alla fine del monologo c’è un passo che mi ha fatta dannare: è il momento in cui la neonata – non casualmente una bambina – viene gettata nel mulino. Le pale la inghiottono e la macchina continua a girare. Il rumore che ne segue viene paragonato dall’autrice al suono che fa la coca quando viene schiacciata. Qui la faccenda si complica. Tanto per cominciare, che cos’è la coca? È una pietanza tipica della Catalogna, friabile e croccante, che fa il rumore che potrebbero fare altri prodotti da forno come i crackers, o il pane carasau. La tendenza della traduzione moderna è quella di rimanere fedele al testo di partenza, tentando di lasciare invariati gli elementi culturospecifici, laddove possibile. E, se si trattasse di un romanzo, non ci sarebbe nessun problema a lasciare «coca» e inserire in nota una spiegazione della scelta. Il punto è che si tratta di un’opera teatrale e, si sa, a teatro l’immediatezza è tutto, per cui l’attrice non può certo interrompere il monologo, distruggendo il climax, per spiegare allo spettatore italiano che non si tratta né di una Coca-Cola, né di cocaina. Così ho dovuto fare una scelta: l’ho tradotto con «vetri rotti».

Molti sostengono che una traduzione sia un lavoro di creazione artistica a tutti gli effetti, e che quindi il traduttore sia anche co-autore del testo. Tu ti senti co-autrice di quest’opera?

Sì e no. In parte sicuramente sì, perché penso che il compito principale del traduttore sia quello di generare un testo che sia fedele all’originale, con tutte le problematicità che il termine fedele comporta in traduzione, ma anche leggibile, godibile e immediato per il fruitore. E per far sì che una frase suoni in maniera naturale, chi traduce deve obbligatoriamente operare dei cambi. Ci sono due componenti fondamentali: creazione artistica ed empatia con il personaggio. Per cercare di capire la frustrazione di Nela, per rendere la sua disperazione raccontata da dentro un manicomio, sono dovuta entrare nel personaggio, nella sua mente, per cercare di tradurla nel migliore dei modi. Quindi sì, in parte il traduttore è co-autore, anche perché la traduzione cambia da persona a persona. La mia traduzione è diversa da quella che avrebbero potuto fare nel 1898, così come sarebbe diversa se fatta tra cento anni, o da un’altra persona.

Qual è l’eredita che L’infanticida lascia al lettore? E a te, in particolare?

Una forte consapevolezza di quanto il luogo d’origine condizioni tutta la nostra esistenza. A Nela succede quello che succede perché nasce in quell’epoca, in quel momento e in quel luogo. Non può sfuggire. Penso che porti a riflettere su quanto siamo influenzati dal contesto, dalle relazioni che costruiamo con l’altro e da quanto questo plasmi le nostre decisioni. Al lettore resta lo spazio per una importante riflessione sulle proprie origini e su quanto siano peculiari i rapporti tra esseri umani.

Quanto sono complicate le relazioni umane…

Mamma mia, complicatissime.

La ricezione di questo testo sarà diversa in Italia, rispetto alla Spagna?

Per la mia esperienza, soprattutto catalana, penso che la Spagna e la Catalogna siano un po’ più aperte su certi temi, come l’aborto, appunto. In Italia, forse, alcuni ambienti più conservatori potrebbero avere da ridire su un testo che si intitola L’infanticida che viene rappresentato a teatro. È anche vero, però, che il mondo culturale tende a non essere un mondo conservatore. Suppongo, quindi, che il pubblico che decide di andare a vedere uno spettacolo con un titolo del genere, sia ben preparato.

Per concludere ho un’ultima domanda: considerando che si tratta di un’opera teatrale, pensi che in Italia si assisterà presto, grazie alla tua traduzione, a uno spettacolo? Magari a Torino, la tua città… 

Magari! Mi piacerebbe molto. Torino è una città in cui il teatro è molto vivo, ci sono tanti spettacoli teatrali sui grandi classici, ma anche su testi contemporanei e non italiani, quindi non lo escludo. È un testo che ha una sola protagonista, quindi il budget di produzione non dovrebbe essere spropositato. Inoltre, la scenografia è molto povera. Ho spesso vagheggiato la possibilità di creare un gruppo teatrale con i miei studenti, e di far interpretare Nela a più studentesse che imparano solo una parte. Chissà… in fondo è un testo godibile, anche nel 2026 o negli anni a venire, perché il tema è interessante e, in un certo senso, evergreen. La storia della letteratura ci insegna che la maternità non cesserà, dall’oggi al domani, di essere una tematica “fertile” – perdona il gioco di parole – e poi, le relazioni umane non cesseranno mai di essere complicate. Insomma, per rispondere alla tua domanda: perché no?

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Grazia Deledda:  Colpa e redenzione in “Elias Portolu”, di Chiara Sagheddu

Constatare che il nome di Grazia Deledda – e, come il suo, quello di tutte le grandi scrittrici del Novecento italiano – compare, con un po’ di fortuna, solo in poche righe di alcuni manuali scolastici, dovrebbe invitare a una riflessione. 

A cento anni dall’assegnazione del premio Nobel, ci si ritrova a fare i conti con il passato di una figura che, ancora oggi, risulta ai più estranea e, disgraziatamente, fumosa. Sarebbe infatti auspicabile, se non imprescindibile, operare un tentativo di comprensione e di valorizzazione dell’opera della scrittrice sarda ma, per farlo, occorre immergersi nel contesto storico e culturale in cui Grazia Deledda ha mosso i primi passi da autodidatta. 

Nel neonato Stato italiano, nella realtà periferica di una Nuoro ancora troppo marginale rispetto ai grandi centri culturali dell’epoca, Grazia Deledda si approccia al mondo letterario fin da fanciulla, proseguendo i suoi studi autonomamente, appassionandosi alla letteratura greca e a quella francese e, soprattutto, coltivando collaborazioni con importanti riviste dell’epoca, tra le quali va quantomeno ricordata la «Nuova Antologia», diretta allora da Maggiorino Ferraris, con il quale Deledda intratterrà una proficua e longeva corrispondenza. Sono molte, infatti, le opere della scrittrice dapprima apparse in rivista e successivamente pubblicate in volume. Tra queste si annovera Elias Portolu, uno dei primi romanzi criticamente rilevanti della scrittrice, uscito a puntate nel 1900 – anno in cui Deledda lascia definitivamente la Sardegna per trasferirsi nella capitale – e poi pubblicato in volume nel 1903. 

Protagonista della storia è Elias, povero diavolo che torna a casa dopo un periodo di prigionia scontato lontano dall’isola. Ad accoglierlo al suo rientro è la famiglia tutta: mamma, babbo, fratelli e Maddalena, “colomba” della casa e promessa sposa di Pietro, il maggiore dei Portolu. 

L’incontro con Maddalena è, al contempo, fulminante e imperituro, premonitore di un impulso inarrestabile che culminerà in un epilogo fatale. Dardo tratto, Elias si ritrova prigioniero di un desiderio peccaminoso e di una conseguente e imprescindibile necessità di redenzione, che ricerca rifugiandosi nell’abito talare. Inutile ogni tentativo dei due amanti di nascondersi a sé stessi, e a Dio: entrambi saranno dannati, accomunati e oppressi dal peso del peccato, il cui frutto sarà il prezzo da pagare per l’espiazione, tanto agognata, dell’anima di Elias. 

L’atmosfera angosciosa e cupa del romanzo oscilla tra due poli: da un lato, lo slancio passionale che accende la narrazione, contornato da una sensualità repressa e incontrollabile; dall’altro, l’irrequietudine che deriva dalla consapevolezza di un castigo che sarà ben più amaro della brama negata. A fare da sfondo alla lotta interiore del protagonista è la Sardegna più agreste e rurale, protagonista anch’essa delle pagine della scrittrice, in cui le sterminate tanche, adornate da lentischi e sughereti, riflettono l’inquietudine e la fragilità dell’uomo, che, come una canna, “si piega al primo urto di vento”. 

Imboccando un sentiero già percorso dai romanzieri russi, di cui fu attenta lettrice, Grazia Deledda fa spesso della colpa il sentimento conduttore della psicologia dei propri personaggi. Mosse dal bisogno di redimersi, le figure deleddiane tentano invano di dominare le proprie passioni, facendosi vincere dall’inevitabilità del fato e dell’amore che condusse Paolo e Francesca ad una morte. 

Ma il processo di redenzione di Elias si presenta piuttosto come il viaggio dell’anima rea attraverso la seconda cantica dantesca, un purgatorio terrestre in cui “non è mai tardi per la misericordia di Dio”, ma dove la felicità – s’intenda: assenza di turbamento – non è contemplabile, se non nello scenario di una vita eterna. 

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto