Grazia Deledda:  Colpa e redenzione in “Elias Portolu”, di Chiara Sagheddu

Constatare che il nome di Grazia Deledda – e, come il suo, quello di tante grandi scrittrici del Novecento italiano – compare, con un po’ di fortuna, solo in poche righe di alcuni manuali scolastici, dovrebbe invitare a una riflessione. 

A cento anni dall’assegnazione del premio Nobel, ci si ritrova a fare i conti con il passato di una figura che, ancora oggi, risulta ai più estranea e, disgraziatamente, fumosa. Sarebbe infatti auspicabile, se non imprescindibile, operare un tentativo di comprensione e di valorizzazione dell’opera della scrittrice sarda ma, per farlo, occorre immergersi nel contesto storico e culturale in cui Grazia Deledda ha mosso i primi passi da autodidatta. 

Nel neonato Stato italiano, nella realtà periferica di una Nuoro ancora troppo marginale rispetto ai grandi centri culturali dell’epoca, Grazia Deledda si approccia al mondo letterario fin da fanciulla, proseguendo i suoi studi autonomamente, appassionandosi alla letteratura greca e a quella francese e, soprattutto, coltivando collaborazioni con importanti riviste dell’epoca, tra le quali va quantomeno ricordata la «Nuova Antologia», diretta allora da Maggiorino Ferraris, con il quale Deledda intratterrà una proficua e longeva corrispondenza. Sono molte, infatti, le opere della scrittrice dapprima apparse in rivista e successivamente pubblicate in volume. Tra queste si annovera Elias Portolu, uno dei primi romanzi criticamente rilevanti della scrittrice, uscito a puntate nel 1900 – anno in cui Deledda lascia definitivamente la Sardegna per trasferirsi nella capitale – e poi pubblicato in volume nel 1903. 

Protagonista della storia è Elias, povero diavolo che torna a casa dopo un periodo di prigionia scontato lontano dall’isola. Ad accoglierlo al suo rientro è la famiglia tutta: mamma, babbo, fratelli e Maddalena, “colomba” della casa e promessa sposa di Pietro, il maggiore dei Portolu. 

L’incontro con Maddalena è, al contempo, fulminante e imperituro, premonitore di un impulso inarrestabile che culminerà in un epilogo fatale. Dardo tratto, Elias si ritrova prigioniero di un desiderio peccaminoso e di una conseguente e imprescindibile necessità di redenzione, che ricerca rifugiandosi nell’abito talare. Inutile ogni tentativo dei due amanti di nascondersi a sé stessi, e a Dio: entrambi saranno dannati, accomunati e oppressi dal peso del peccato, il cui frutto sarà il prezzo da pagare per l’espiazione, tanto agognata, dell’anima di Elias. 

L’atmosfera angosciosa e cupa del romanzo oscilla tra due poli: da un lato, lo slancio passionale che accende la narrazione, contornato da una sensualità repressa e incontrollabile; dall’altro, l’irrequietudine che deriva dalla consapevolezza di un castigo che sarà ben più amaro della brama negata. A fare da sfondo alla lotta interiore del protagonista è la Sardegna più agreste e rurale, protagonista anch’essa delle pagine della scrittrice, in cui le sterminate tanche, adornate da lentischi e sughereti, riflettono l’inquietudine e la fragilità dell’uomo, che, come una canna, “si piega al primo urto di vento”. 

Imboccando un sentiero già percorso dai romanzieri russi, di cui fu attenta lettrice, Grazia Deledda fa spesso della colpa il sentimento conduttore della psicologia dei propri personaggi. Mosse dal bisogno di redimersi, le figure deleddiane tentano invano di dominare le proprie passioni, facendosi vincere dall’inevitabilità del fato e dell’amore che condusse Paolo e Francesca ad una morte. 

Ma il processo di redenzione di Elias si presenta piuttosto come il viaggio dell’anima rea attraverso la seconda cantica dantesca, un purgatorio terrestre in cui “non è mai tardi per la misericordia di Dio”, ma dove la felicità – s’intenda: assenza di turbamento – non è contemplabile, se non nello scenario di una vita eterna. 

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

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