Sarah Jaffe: “Dalle ceneri. Lutto e rivoluzione in un mondo in fiamme” (minimum fax, 2026, trad. Sara Tuveri), di Maurizia Maiano

Il sogno americano, così lucente e perfetto, esiste davvero? La domanda che Sarah Jaffe, giornalista ebrea statunitense, solleva nel suo “Dalle ceneri“, in uno spazio tra saggistica e narrativa, ci riguarda da vicino, essendo noi europei coinvolti nelle stesse problematiche.

Tra colonizzazione e decolonizzazione, globalizzazione e deglobalizzazione, non è difficile rendersi conto che la nostra società non avanza in un lento movimento verso il bene, verso la realizzazione dello Spirito Assoluto. In particolare, l’America, il neues Land di Goethe del suo Guglielmo Meister, la terra vergine, doveva essere il luogo dove l’uomo sarebbe stato d’aiuto all’altro uomo, non si sarebbe ridotto a merce e si sarebbe finalmente realizzata la giustizia sociale. Ma è andata davvero così?

La way of life americana, lo stile di vita del Nuovo Mondo ci ha sedotto, ci siamo lasciati travolgere dal sistema  capitalistico, un modello di vita incentrato sul consumismo, la competizione e l’individualismo. Questo stile di vita seduce l’individuo con l’illusione di libertà e successo, ma in realtà impone una conformità a un sistema che lo spinge a essere un ingranaggio in un grande marchingegno globale. La promessa di realizzare il sogno americano, in cui ogni persona può diventare ciò che desidera attraverso il duro lavoro, nasconde una realtà in cui l’individuo è costretto a diventare parte di un sistema che lo sfrutta, in cui è costretto ad abbandonare la propria umanità per diventare consumatore, lavoratore e produttore, senza possibilità di autonomia o di critica.

È proprio questo che Sarah Jaffe ci racconta con una visione acuta e, allo stesso tempo, dolorosa ed accorata  della storia di un mondo globalizzato in nome del capitalismo. Una Storia che da giornalista conosce bene, perché vissuta attraverso l’esperienza diretta dei fatti raccontati. In particolare, quella globalizzazione che sta alla base dell’impoverimento della classe operaia americana che ha prodotto realtà come Detroit in Michigan, che perde le sue industrie automobilistiche; Cleveland e Youngstown in Ohio ed in Kentucky che vedono una forte riduzione dell’industria siderurgica e sempre automobilistica, ecc…  Ricche regioni industriali che il capitale decide di abbandonare per andare a produrre in paesi dove la forza lavoro costa meno, provocando come contraccolpo l’impoverimento della popolazione locale. Le condizioni di povertà in questi Stati sono estremamente gravi. Gli operai che hanno perso il lavoro spesso non hanno ricevuto alcun sussidio. A ciò si aggiungano le crisi scatenate dal virus COVID-19 e i disastri rivenienti dal cambiamento climatico, dove lo Stato è sempre meno presente e gli aiuti vengono spesso destinati a chi già gode di condizioni di vita migliori. E, per finire questo quadro desolante, le guerre e le politiche dell’amministrazione Trump che stanno incidendo profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Relativamente al cambiamento climatico, com’è noto, viviamo nell’era geologica definita da alcuni dell’Antropocene, un’epoca in cui il pianeta è stato sfruttato e depauperato dall’azione umana,  immaginando la natura come fonte inesauribile. La Jaffe cita Jason W. Moore, autore di Capitalism in the Web of Life – Ecology and the Accumulation of Capital, che, insieme ad altri pensatori, propone il termine di Capitalocene. La radice anthropos di “Antropocene” indicherebbe che tutti gli esseri umani sono responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, tutte le forme di sfruttamento del pianeta sono state destinate a sostenere il processo di accumulazione di capitale nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione veniva ridotta a manodopera intercambiabile. Moore individua l’inizio di questo processo nel ‘400, con l’arrivo di Colombo, che rivendicò il possesso delle nuove terre, trattando i popoli che le abitavano come inferiori. La natura veniva considerata un dono gratuito. Lo sfruttamento, ovvero il prendere più di quanto si restituisce, viene minimizzato. Moore lo definisce come un processo che crea una divisione tra un noi e un loro, tra padroni e sfruttati. 

Oggi, travestiamo il capitalismo di democrazia liberale e ci convinciamo che la libertà dell’individuo abbia bisogno di entrambi per realizzarsi. È proprio nell’eccesso di fiducia in noi stessi che si oltrepassano i confini morali, sociali e legali.

Il capitalismo esalta la hybris e trasforma l’intelletto in uno strumento per dominare, creando il monolite di 2001 Odissea nello spazio.  Nasce l’età della tecnica, un nuovo inizio. La hybris alimenta il costante impulso al dominio e all’accumulo. Quanto all’intelletto, ci troviamo di fronte a due possibilità: vogliamo usarlo come via per la riflessione e la comprensione, alla ricerca di un equilibrio, o come strumento per manipolare e trasformare il mondo, dove prevale una razionalità strumentale che ignora i veri valori dell’umano?

Nell’affanno verso il progresso cogliamo come Sarah Jaffe comprenda che le colonne portanti dello Stato etico e dell’essere al servizio del Bene comune, vengano minate. Tende a prevalere un comportamento che favorisce i propri clienti. Uno spettro si aggira per l’Europa è l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels e China Miéville, scrittore bitannico, noto per il suo impegno politico esplicito e per il suo interesse verso il marxismo e la critica del capitalismo, scrive che “Marx ed Engels si crogiolano in quel presagio di spettralità invocata, in quel lusinghiero conferire al comunismo poteri spaventosi. Lo spettro del manifesto non è un fantasma del passato ma un barlume del futuro che aleggia oltre il nostro sguardo e ci punzecchia e ci sfida”. Marx analitico e razionale incoraggiava la critica a tutto l’esistente e tuttavia aveva chiaro che l’irrazionale è sempre presente nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. E’ un sistema che ci impone di lavorare per ottenere il denaro utile a comprare l’essenziale per sopravvivere. Cerca anche di spremerci e di pagarci sempre di meno e prepararci al fatto che saremo facilmente sostituibili con un robot. La grande invenzione è il capitale umano, e, in un mondo della sicurezza e delle garanzie, anche la morte può avere il suo aspetto finanziariamente utile. Le assicurazioni  ci garantiscono,  ma saremo liquidati  in base a quanto ognuno di noi ha prodotto, in quanto ha e non per ciò che è,  non la vita in sé  ha un valore  assoluto, ma i parametri sociali, economici e finanziari ne determineranno il valore. In poche e semplici parole: più possiedi, più paghi e più sarai soddisfatto e gratificato, ma post mortem.

In definitiva, la democrazia liberale e l’esasperato individualismo possono essere tra le cause indirette della cultura woke, in quanto entrambi promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dell’individuo e della sua identità. La cultura woke nasce come risposta a una visione del mondo che non ha completamente affrontato e risolto le disuguaglianze strutturali e le contraddizioni interne della democrazia liberale. La democrazia liberale pone l’accento sulla libertà formale e sull’uguaglianza dei diritti senza raggiungerli anzi scavandone le differenze, la cultura woke si concentra sul riconoscimento delle disuguaglianze sostanziali, cercando di affrontare le forme di oppressione che persistono nel tessuto sociale nonostante i diritti civili universali. La crescente consapevolezza delle disuguaglianze strutturali si estendono a quelle razziali, di genere, orientamento sessuale, classe sociale, nient’altro che una reazione ai fallimenti della democrazia liberale nel garantire l’uguaglianza sostanziale per tutti i cittadini.

Dobbiamo ripartire da La fine della Storia di Fukuyama, che con presunzione vedrebbe nel sistema della democrazia liberale la realizzazione dello Spirito Assoluto, dopo il crollo del sistema socialista, affermazione pensata con ironia!

Analizzare quanto accaduto richiede un’attenta riflessione sul metodo e sul linguaggio. Dobbiamo pensare ai valori e agli aspetti positivi che il nostro mondo morale sa riconoscere. Il simbolo del Giano bifronte, di origine italica, può aiutarci. Le sue due facce, una rivolta verso il passato,  esperienza e memoria  e l’altra verso il futuro, previsione e potenzialità, ci ricordano di non dimenticare mai il passato, ma di ripulirlo dalle scorie che lo ricoprono, affinché il futuro possa riproporsi in modo nuovo. Poniamoci delle domande: le ideologie che ci hanno attraversato cosa ci hanno insegnato? Dobbiamo condannare e rifiutare tutto? Dopo la great illusion, quella convinzione che la cooperazione economica avrebbe evitato le guerre, abbiamo riscoperto il sentimento di appartenenza, le etnie, un modo di relazionarci che si radica nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. Un modo di relazionarsi che affonda le radici nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. I sistemi di conoscenza si trovano nel linguaggio, nei legami di parentela, nelle tradizioni e qui sembra emergere un concetto ebraico che si pone quasi come l’opposto dell’essere nativi: quello di doikayt – l’essere qui. Una parola yiddish che racchiude un principio della diaspora, secondo il quale il luogo in cui ci troviamo, dove lavoriamo diventa la nostra casa, ed è lì che lottiamo insieme agli altri per la nostra vita. Questo concetto si oppone al sionismo, rifiutando l’idea che la sicurezza degli ebrei possa derivare dalla creazione di uno Stato proprio, con muri ed esercito. Te ne vai dunque laggiù? – come sarai lontano! – Lontano da dove? È la storiella ebraica, raccontata da Saint-Exupéry, che racchiude la condizione dell’ebreo errante e riassume in sé la condizione dell’uomo di tutti i tempi: un uomo è felice se sente di appartenere a qualcosa che va oltre i confini fisici e politici. Non è la terra in sé a definirci, ma il legame che abbiamo con essa, con gli altri, con le storie che ci uniscono. L’appartenenza non è un luogo da possedere, ma una condizione che ci connette con il mondo, con gli altri esseri umani, con la nostra umanità condivisa. È questo, forse, il vero senso della casa, che non è una questione di confini, ma di relazioni e di cura. In un mondo sempre più frammentato, il desiderio di appartenenza può essere l’ancora che ci trattiene all’essenziale, mentre la ricerca di un posto nel mondo rimane una costante della nostra esistenza.

La solastalgia ci affligge quando il senso endemico di appartenenza a un luogo viene violato. In modo sottile, Sarah Jaffe fa uso della parola cura.  Le persone hanno bisogno di sostegno, di attenzione. L’ambiente e la natura sono nostri, ci appartengono, e spetta a noi vivere e salvarci insieme. L’Uomo e la Natura, l’umanità e il suo dominio sul mondo, sono temi che Sarah Jaffe esplora con grande attenzione. Gli esseri umani sono stati storicamente considerati i signori e padroni della natura, una visione che includeva anche donne, neri, nativi, e chiunque fosse considerato diverso o inferiore. Il capitalismo è, però,  per sua natura razziale,  divide i gruppi in base a caratteristiche fisiche, etniche o culturali, di genere, globale e in continua espansione.

In sostanza, i fenomeni dell’alienazione nella guerra e quella nel capitalismo consumista  possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Entrambi riducono l’individuo a un oggetto da utilizzare, e la cultura popolare e i media sono il terreno dove queste dinamiche si manifestano e si legittimano. 

Un giudizio semplice e personale. 

Ci viene restituita l’immagine di un sottobosco sociale, le classi subalterne degli homeless, di chi ha perso il lavoro, degli immigrati e dei tossicodipendenti a cui la nostra informazione dà poca attenzione. I media sembrano ignorare quanto certe problematiche siano presenti. Il socialismo è stato sconfitto e la democrazia liberale dichiara la fine della Storia, ogni impero immagina di portare a compimento la Storia, ma solo perché ignora che la vita è un continuo fluire in eterni corsi e ricorsi, anche zoroastriani di un alternarsi di bene e male, nella piena consapevolezza di coscienza e libero arbitrio e sempre nell’armonia del tutto.  Un’etica pratica in cui la vita è improntata alla rettitudine, alla cura della natura, al lavoro attivo e alla carità. Un mondo ancora lontano dalla tecnologia, ma che la tecnologia non può ignorare e semplicemente perché essa non può essere un legame comunitario se non lo accompagniamo alla cura, all’amore e all’attenzione per l’altro. L‘eschaton di cui parla Peter Thiel, cofondatore e presidente di Palantir Technologies impossessandosi di un linguaggio religioso, inteso come la fine dei tempi, non rappresenta, però, una conclusione autentica e salvifica, ma una catastrofe imminente che deve essere fermata prima che si realizzi. In questo contesto, la tecnologia diventa uno strumento nelle mani del potere per prevenire tale esito. Ma la domanda che ci resta è: sarà la tecnologia al servizio dell’umanità, o continuerà a servire solo gli interessi di pochi?

Il titolo originario del libro è Necessary Trouble (Problema necessario) che è stato tradotto con l’espressione Dalle ceneri,  non è solo una risposta alla morte fisica ma un lutto collettivo, politico ed economico, che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze strutturali e delle illusioni infrante nel contesto del capitalismo e della globalizzazione. Jaffe ci invita a riflettere su queste perdite e a riconoscere che il vero dolore deriva non solo dalla morte fisica, ma dalla morte simbolica di ciò che avevamo sperato sarebbe stato un futuro migliore. Il titolo italiano, Dalle ceneri, è una connotazione simbolica che assume una profondità che si collega alla possibilità di rinascita e di speranza, la fenice rinascerà dalle ceneri,  da un processo doloroso ad un risveglio necessario.

Sarà questo il senso di tutto ciò che sta accadendo?

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Carlo Alessandro Landini: “with each gust of wind ad ogni colpo di vento – poesie” (Fara editore), di Maurizia Maiano

Don’t ask the poets

non chiedere ai poeti non domandare loro perché mai

tutto questo accada senza che un solo gesto inane

vada a scombinare l’abaco delle nostre sventure

al dio non importa di nulla e di nessuno

la ragione di ciò è ignota a tutti

non interrogare il poeta non saprebbe risponderti   

essi farfugliano incespicano sulle loro stesse parole

Siamo posti subito di fronte al mistero. Vano il nostro tentativo di trovare risposte. Possiamo chiederle ai poeti, possiamo chiederle alla scienza che inizia ad affannarsi  nel dispiegare le intuizioni, formula numeri e teoremi e quando pensa di aver spiegato, ricomincia proprio da lì, non era che un limite la certezza a cui era arrivata.

I versi di Landini ci accompagnano in questo cammino,  osservano, si meravigliano e si interrogano, in un fluire continuo, sempre uguale eppure sempre diverso: scorrono come l’acqua del fiume di Hesse, come il Danubio di Magris a Krems: il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde. Come la Morava di Handke: dove tutto vive come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente in quella notte in cui tutto ritorna. Come nell’eterna ghirlanda brillante di Gödel, Escher, Bach. È un movimento circolare, non progressivo: non conduce a una verità finale, ma a un ritorno incessante dello stupore.

Ma questa è l’Arte, è la sua capacità di imbrigliare in una combinazione alchemica sostantivi, verbi, aggettivi legati insieme da punti, virgole, punti esclamativi, interrogativi che vorrebbero guidarci per interpretare il mondo: ci indicano quando dobbiamo meravigliarci, manifestare disappunto, interrogarci, dubitare, metterci in pausa, aprirci a tante possibilità, dire punto e a capo o mettere semplicemente un punto? Landini mette da parte la punteggiatura lascia che tutto scorra senza inciampare, senza sollevare dubbi, tutto avvolto nella meraviglia. Nulla solleva dubbi perché nulla pretende di risolverli; nulla impone una direzione perché il movimento è già dato. Tutto è avvolto nel thauma  che si rinnova ad ogni colpo di vento, quel primo stupore  che precede la domanda stessa e che, come in Florenskij, non chiede di essere sciolto, ma custodito. 

È precisamente qui che si colloca il gesto di Landini. La rinuncia quasi totale alla punteggiatura non è sottrazione formale, ma scelta ontologica: il verso non vuole delimitare, non vuole chiudere, non vuole decidere per il lettore. Troviamo un punto solo alla fine di ogni paragrafo, ma il successivo non inizia con la lettera maiuscola, non vuole essere una interruzione e o un nuovo inizio, perché semplicemente niente si può interrompere, tutto si muove e si agita, si incontra, si scontra e si allontana, si ritrova e rimbalza per ritornare o per andare altrove. Il senso non è guidato, ma affidato; non è scandito, ma lasciato scorrere. Il testo non procede per fratture, ma per continuità, come un respiro che non conosce apnee. Come nella pratica della meditazione Vipassana osserva il respiro e le sensazioni corporee senza reagire o giudicare e sviluppare distacco e se il pensiero vaga si ritorna al respiro per calmare la mente e comprendere l’impermanenza di ogni esperienza.

In Landini la parola non comanda il mondo, lo accompagna. I segni che tradizionalmente orientano, chiariscono, disciplinano il discorso, perché ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza. La poesia non spiega il mistero: lo abita. E nel farlo sospende il tempo logico, restituendoci a un tempo originario.

La poesia di Landini non risponde: espone. Non argomenta: lascia accadere.

Non si tratta di prosa, ma di una poesia discorsiva. Potremmo definirla una epica lirica, il protagonista è l’Io senza legami storici ma eterni. I vincoli storici si metamorfizzano assumono nuove vesti e ornamenti e custodiscono anche quel nocciolo duro che è dell’umanità tutta, seguiamo quel fluire empatico dell’esistenza che rende la poesia universale, diventando Erlebnis, esperienza vissuta, incarnata che le parole riattivano in ogni lettore. Non descrive un’epoca ma le epoche tutte ricompaiono nei segni e nei nomi, simboli radicati di un disagio esistenziale mai spentosi, ma anche di energia vitale e rinascita. Un teatro di poesia  per usare una espressione di Maria Luisa Spaziani, un poeta-narratore di una endless story che si rinnova ad ogni colpo di vento.

Singolare la premiazione di With Each Gust of Wind – Ad ogni colpo di vento di Carlo Alessandro Landini a Porto Venere, luogo sospeso tra roccia e mare che conserva ancora l’eco romantica di Lord Byron, il vento non è solo un fenomeno naturale ma diventa una figura dello spirito. Non è casuale che proprio qui nasca il Premio intitolato al poeta inglese e che la sua prima assegnazione nel 2025 abbia premiato Carlo Alessandro Landini. Artista ecclettico e capace di rievocare e far rivivere, sia nella musica che nella scrittura, la memoria culturale e artistica del passato. Niente è mai completamente nuovo.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione di critica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Rainer Maria Rilke: “Le Elegie Duinesi”, di Maurizia Maiano

Il bello non è che il tremendo al suo inizio

Nel gennaio del 1912 Rainer Maria Rilke si trova ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis nel castello di Duino, vicino a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico. Durante una passeggiata sulle scogliere battute dal vento, racconta di aver udito interiormente il verso che apre la Prima Elegia:

Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen?

Chi, se io gridassi, mi udrebbe dalle schiere degli Angeli?

Non è soltanto l’incipit di un’opera: è l’irruzione di una domanda assoluta. L’uomo moderno, dopo la frattura delle certezze ottocentesche, si scopre esposto a un cielo che non protegge più

e se anche un Angelo a un tratto

mi stringesse al suo cuore la sua essenza più forte

mi farebbe morire. Perché il bello non è

che il tremendo al suo inizio…

Le Elegie duinesi verranno ultimate solo nel 1922, nel castello di Muzot, in Svizzera, dopo un decennio attraversato da guerra, smarrimento e precarietà economica. Ma leggere Rilke solo in chiave storica sarebbe riduttivo. La crisi della modernità è il suo sfondo, non il suo tema. Rilke non descrive un’epoca: fa accadere un’esperienza che non è solo esperienza di quel tempo, ma si insinua nel tempo per esserne parte eterna.

Per questo una lettura empatica appare più adeguata. Le categorie storiche mutano, si trasformano, si rivestono di nuovi ornamenti; la poesia, invece, custodisce ciò che nell’umano resta 

Non che tu possa mai reggere lo spiro che ascolta 

l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea

L’intensità eccede sempre la nostra misura. L’Erlebnis, l’esperienza vissuta, si incarna nella parola poetica come vibrazione sonora. Come dalle note nasce armonia o dissonanza, così dall’incontro delle parole nasce poesia o disincanto. Le parole di Rilke non chiudono il senso: lo aprono. Non spiegano la vita: la espongono alla sua intensità.

La sua è una forma di religiosità senza dogma, una mistica nell’assenza di Dio. Il senso non viene proclamato, ma si forma nel silenzio quotidiano. È una teologia dell’assenza che non sfocia nel nichilismo, ma nella responsabilità dell’ascolto. L’Angelo non è consolazione: è eccesso ontologico. La sua vicinanza uccide perché l’umano non può reggere un’intensità assoluta di significato.

In questo quadro il quotidiano assume un valore decisivo,

la fedeltà viziata di un’abitudine

non è mediocrità, ma resistenza. Il silenzio e la ripetizione diventano la forma abitabile del sacro. Il quotidiano non è l’opposto dell’abisso, ma la sua soglia sopportabile: il modo umano di restare in ascolto del tremendo senza esserne annientati.

La caducità attraversa tutta l’opera mentre l’uomo è transito:

vedi gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli

passiamo via da tutto, aria che si cambia.

E tutto cospira a tacere di noi,

un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace

una speranza ineffabile.

Qui la voce di Rilke si accorda con altre lontane nel tempo, come quella del poeta  Andreas Gryphius, che nel Seicento barocco della Guerra dei trent’anni scriveva: 

Es ist alles eitel: tutto è vano

gloria e grandezza svaniscono come sogno

Cambiano le forme storiche, non la ferita.

Quali parole trovare ed associare per esprimere cosa sia la felicità, attimi che sappiamo di non poter possedere per sempre. Come coniugare il desiderio di fermarsi aggrappati ad un ramo mentre la corrente ci trasporta: verweile doch du bist so schoen (Goethe) non basta e allora?

E noi che pensiamo la felicità

come un’ascesa, ne avremmo l’emozione

quasi sconcertante

di quando cosa che è felice, cade.

Felicità e dolore non sono opposti, ma forme diverse della stessa intensità dell’essere. Non si superano, non si risolvono: coincidono separandosi. Non sono un semplice  gioco verbale, ma una vera ontologia poetica.

In questo senso, le Elegie non offrono consolazione né redenzione: offrono capacità di reggere l’eccesso del vivere. Ma, come nella saggezza popolare, sappiamo che le parole feriscono allo stesso modo in cui curano l’animo umano ed è questa la grande poesia di Rilke.           

L’arte come spaziotempo in cui sostare per ascoltare la propria voce interiore, qui è la verità, mai la menzogna. In Rilke la parola non salva nel senso religioso o morale, ma trasforma il dolore in forma abitabile. La poesia non guarisce la ferita: le dà voce, spazio, risonanza. E così la rende condivisibile

Nelle Elegie non c’è disperazione. C’è consapevolezza. Non esiste una separazione netta  tra vivi e tra i morti, non riusciamo semplicemente ad immaginare come potrebbe essere:

Certo è strano non abitare più sulla terra,

non più seguir costumi appena appresi,

alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa

non dar significanza di futuro umano;

quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose

non esserlo più, e infine il proprio nome

abbandonarlo, come un balocco rotto

Strano non desiderare quel che desideravi

………ed è faticoso essere morti

Ma i vivi errano, tutti,

ché troppo netto distinguono.

Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno

se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente

sempre trascina con sé per i due regni ogni età..

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la

morte rapì,

ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,

come dal seno materno.

Una eterna corrente che travolge e trascina con sé ogni epoca e a cui nessuno sfugge. Angeli ed umani sono accomunati in questo vagare tra cielo e terra. Una immagine che  richiama il movimento incessante della scala di Giacobbe nel dipinto di Michael Leopold Lucas Willmann: un viavai continuo tra alto e basso, senza trionfalismi, in una tensione silenziosa che unisce poesia e pittura, come cielo e terra, terra e cielo. 

Se nella Prima Elegia il tremendo si manifesta nella figura dell’Angelo, nella Terza lo sguardo si abbassa nel sangue. Non è più l’uomo che tende all’alterità celeste, ma quello che risponde al suo sangue, alla parte oscura di sé. 

Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè, 

quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.

L’amore viene demistificato: la fanciulla non è origine del turbamento, ma occasione. L’intensità che attraversa il giovane è più antica di lei. L’amore non è decisione, ma corrente.

Credi davvero che l’abbia scosso così il tuo apparire leggero?

“Sì, lo turbasti”. Ma in lui si sollevarono paure più remote. E’ un suono che viene da lontano ciò che lo attrasse verso di lei.  Egli vuole e fugge, si abitua al tuo cuore e insieme si sottrae. Non tutto dell’altro ci appartiene. Ed è forse proprio questo a rendere l’amore umano: l’accettazione di una regione inviolabile che nessuno può interamente raggiungere.

Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa

lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,

ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com’ella neppure esistesse

ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio

sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.

La ragazza crede di essere la causa del turbamento del giovane. Ma Rilke dice: no. Il giovane amante non ama soltanto la fanciulla: è abitato da un dio arcaico, da una forza che lo precede. L’amore non è origine, ma scaturigine. Non è decisione, ma corrente. E ancora una volta l’uomo scopre di non essere padrone dell’intensità che lo attraversa

Sul serio pensavi d’averlo al tuo lieve apparire

così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d’alba?

E’ vero sì lo atterristi nel cuore, ma più remoti terrori

lo scoscesero in quell’urto toccante.

Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua

al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.

Ma si dette mai inizio?

Una vibrazione inquieta, un uomo che ama, ma che non appartiene del tutto a chi ama. Forse l’amore non è possesso, né salvezza reciproca. Forse ciascuno di noi porta dentro di sé una regione che nessuno può interamente raggiungere.

Rilke lo dice con dolcezza e con rigore: non tutto dell’altro ci appartiene.

E forse proprio questo rende l’amore umano.

Le Elegie duinesi restano di una bellezza indicibile perché non offrono consolazione, ma intensità. Il bello non pacifica: espone. Non protegge: trasforma. In un secolo segnato dall’ateismo e dalla disillusione, Rilke non restaura un Dio perduto, ma riconsegna all’uomo la responsabilità del divino che lo attraversa.

L’arte è religione con i mezzi della poesia. Lo dicevano i romantici. Non spiegazione della vita, ma sua vibrazione più profonda. Che ci riporta alla Nervenkunst – l’arte dei nervi dei poeti viennesi. Una arte ancor più vera perché capace di riprodurre le vibrazioni della vita all’ennesima potenza.

Ed è forse questo che continua a commuoverci: non leggiamo le Elegie per comprendere un’epoca, ma per riconoscere noi stessi nella loro intensità.

Accurata la traduzione, dell’edizione Einaudi del 1979, di  Enrico ed Igea De Portu. Bisogna essere un po’ poeti per tradurre in modo così impeccabile e riuscire a trovare la stessa tonalità della lingua tedesca anche in italiano.

Breve biografia

Rainer Maria Rilke, poeta boemo, nasce a Praga nel 1875. E’ considerato uno dei più importanti poeti lirici in lingua tedesca del Novecento. La sua poesia è caratterizzata da una profonda inquietudine in cui fonde sensibilità spirituale, solitudine e una meticolosa ricerca estetica, culminata nei capolavori Elegie Duinesi (1912-1922) e Sonetti a Orfeo(1922).

Ebbe un’infanzia difficile e un rapporto complicato con la madre, che lo educò come una bambina fino ai 7 anni. Il padre lo costrinse a frequentare scuole militari, ambiente che il poeta descrisse come cupo e inadatto al suo temperamento sensibile.

Viaggiò instancabilmente tra Russia, Italia, Francia e Svizzera.

Nel 1897 incontrò a Monaco Lou Andreas-Salomé, scrittrice russa che divenne sua musa, amica e guida intellettuale. A Parigi, dal 1905, frequentò lo scultore Auguste Rodin, da cui apprese il rigore artistico e la capacità di osservazione.

Oltre alle opere citate, è famoso per il romanzo I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910).

Durante la prima guerra mondiale visse in Baviera e poi si rifugiò in Svizzera. Nel castello di Muzot, grazie all’aiuto di amici, concluse le sue opere principali. Morì di leucemia nel 1926 a Val-Mont. 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Sofia Torre: “L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso” (minimum fax, 2026), di Maurizia Maiano

L’Amore sìQuando qualcosa sembra troppo bella per essere vera, è perché probabilmente lo è. 

È una regola semplice che vale per la vita e, inevitabilmente, anche per l’amore. Proprio perché ne fa parte, l’amore non può sottrarsi alla sua ambivalenza: può essere fonte di autocommiserazione e dipendenza, ma anche energia dirompente e trasformativa. Il problema nasce quando lo carichiamo di aspettative assolute.

Alla delusione post-amorosa spesso segue un incontro: qualcuno in cui ci specchiamo, che ha vissuto proprio le stesse cose. Questo riconoscimento produce un sollievo quasi narcisistico. È un esempio concreto di come la solidarietà tra simili renda più sopportabile l’esperienza del fallimento, ma è anche il segno di quanto abbiamo bisogno di narrazioni condivise per dare senso al dolore. Ed è qui che si manifesta l’originalità del raccontare di Sofia Torre: la vita vissuta si intreccia al saggio, l’esperienza personale si fa analisi lucida dei cambiamenti che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno trasformato la Weltanschauung. la Visione del mondo del femminile. Due prospettive si fronteggiano e si attraversano: la donna che prende parola e la donna che viene guardata. Il soggetto e l’oggetto dello sguardo. Quel male gaze (Laura Mulvey) che non è soltanto uno strumento visivo ma una struttura culturale che orienta desideri, ruoli, aspettative.

È in questo intreccio che Sofia Torre attraversa e interpreta il meccanismo dell’amore che nella cultura contemporanea viene investito di una funzione eccessiva. Deve renderci felici, farci crescere, completarci, dare senso alla nostra vita. L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso intreccia riferimenti culturali, cinematografici e teorici. Ne esaminerò solo alcuni per mostrare come anche le forme considerate più libere o alternative possano trasformarsi in nuove norme, perché è qui il vero pericolo: adottare inconsapevolmente le stesse dinamiche che pensavamo di combattere, riprodurre la grammatica del carnefice in forme aggiornate.

Siamo il frutto della nostra educazione, delle letture, delle microinterazioni quotidiane. È Harold Garfinkel, studioso di etnometodologia, che ci ricorda che la realtà sociale si costruisce nelle microinterazioni ed è accountable – resa comprensibile attraverso pratiche condivise, visibile nei piccoli gesti che ci plasmano e ci determinano.  Interiorizziamo modelli: diventiamo buone, brave, obbedienti per essere accettate; oppure cattive quando reagiamo a un sistema che percepiamo come limitante. È il desiderio di autorealizzazione   a muoverci, ma lo decliniamo secondo il nostro background culturale. La coppia monogamica si fonda su valori cristiani o che definiamo cristiani: di privazione, fedeltà ed eternità e devono durare anche se l’altro viene meno a questi valori. Dobbiamo essere capaci di perdonare e sempre per sentirci buone, dobbiamo essere resilienti, non esserlo ci farebbe soffrire di più, anche se siamo state usate. Tutto questo ci condanna ad una eterna infelicità per corrispondere all’immagine che ci era stata attribuita, perché era l’abito più bello per la festa della vita.

Gli stereotipi funzionano come dispositivi protettivi: piccoli gruppi, identità, etichette che ci rassicurano. Ma producono semplificazioni. Se nell’immaginario comune l’uomo è legato alla razionalità e alla competenza pratica, la donna è ancora associata all’isteria, all’eccesso emotivo. Ciò che non viene simbolizzato nel linguaggio si traduce nel corpo: il pianto, la fragilità, la presunta incapacità di stare nello spazio pubblico in modo appropriato.

Sofia Torre individua tre studiose che analizzano l’immagine femminile: Anna Kaplan, Linda Williams e Susan Sontag. La Kaplan, teorica del cinema e studiosa femminista statunitense degli anni ’70, è una delle figure centrali nella nascita della film theory femminista. Scrive che la posizione della vittimasentirsi buone ed infelici, diventa una forma di legittimazione morale e di potere. Nucleo dei suoi studi è, infatti, il melodramma come genere storicamente associato al pubblico femminile che è stato considerato un genere minore perché emotivo. La commozione e il pianto sono stati svalutati culturalmente.

Questa svalutazione riflette una gerarchia di genere: razionalità maschile ed   emozione femminile.

Per Kaplan il melodramma non è semplice intrattenimento sentimentale ma uno spazio in cui si rendono visibili le contraddizioni della soggettività femminile. Tutto questo avrebbe naturalmente una   finalità: mostrare che la sofferenza amorosa femminile non è naturale. È una costruzione culturale messa in scena e normalizzata dal cinema.

Linda Williams, nata nel 1946, è una teorica e studiosa statunitense di cinema e media studies, tra le voci più influenti negli studi su genere, sessualità e rappresentazione.

È nota soprattutto per due filoni di ricerca: il   concetto di body genres. Nel saggio Film Bodies: Gender, Genre and Excess (1991) introduce l’idea dei “generi del corpo – body genres“: pornografia, horror e melodramma. Secondo la  Williams questi generi hanno in comune il fatto di provocare reazioni fisiche nello spettatore: eccitazione, paura, sobbalzo, pianto, commozione. Anticipazioni che ci portano alla neuroestetica, l’arte si serve di immagini e di parole, crea dei mondi fittizi che non sono meno reali.

Il corpo sullo schermo e il corpo dello spettatore entrano in una relazione diretta. Non è solo narrazione ma coinvolgimento corporeo. Le parole e le narrazioni, le immagini attivano reti neurali di significato, modulate dalle nostre esperienze, dalle aspettative e dai contesti culturali. Essa cerca di misurare e comprendere le reazioni cerebrali dietro il piacere, la comprensione e il coinvolgimento estetico. Diventa una strategia di simbolizzazione che usa forme, colori, linguaggi e narrazioni per evocare mondi mentali e sensazioni.

Susan Sontag, nel The Double Standard of Aging, dimostra che la donna è storicamente costruita nel doppio standard dell’invecchiamento. C’è   solo un momento in cui può essere oggetto di sguardo – male gaze (Laura Mulvey). Se il suo valore dipende dalla desiderabilità, l’invecchiamento diventa minaccia. Anche nell’amore contemporaneo la pressione a restare attraenti e performanti rivela la persistenza di norme che legano corpo, potere e legittimità affettiva.

Il filo che unisce Ann Kaplan, Susan Sontag e Sofia Torre è chiaro: il melodramma mette in scena la sofferenza come destino; la teoria femminista la interpreta come costruzione culturale; il pessimismo post-amoroso la smaschera come obbligo simbolico. Sofia Torre compie un passo ulteriore: non si limita a denunciare il costo emotivo dell’amore, ma mette in discussione l’idea stessa che debba essere il centro dell’identità femminile. Se alle donne è assegnato il compito di sentire di più, investire di più, soffrire di più, allora perché non definiamo il disincanto lucidità critica?

Potremmo leggere questa trasformazione come una trasvalutazione dei valori, per dirla con Nietzsche: siamo in un territorio al di là del bene e del male che interrompe il legame con la tradizione, in un passaggio di ristrutturazione simbolica dove vengono meno i significati che avevamo attribuito alla coppia e alla felicità. Tuttavia, come insegnano i Greci, ogni relazione è attraversata dal conflitto: pólemos è l’anima del mondo. Cerchiamo armonia ed equilibrio, e la coppia diventa lo spazio più vicino in cui tentare di comporre desiderio e differenza.

In questo scenario, l’integrità morale di una Fanny Price – la protagonista di Mansfield Park di Jane Austen – appare sorprendentemente moderna. Fanny rifiuta il matrimonio vantaggioso, oppone una resistenza silenziosa alla convenienza sociale. Non domina la scena ma afferma il diritto a dire no. La sua forza è interiore. Potremmo dire che ci portiamo dietro l’integrità morale, la forza di ribellarci a tutto ciò che è convenienza dell’amata Jane Austen che ha forgiato il nostro immaginario femminile. Ci comportiamo seguendo la linea ondivaga tra ragione e sentimento. 

Negli anni Novanta, invece, le narrazioni cambiano forma. Abbiamo le fiction di Sex and the City, sulla cui scia saranno prodotti anche altri filmEsempi che ci raccontano una neo-femminilità che oscilla tra indipendenza economica e ossessione per il partner, tra autonomia e bisogno di essere scelta, mentre Bridget Jones rappresenta una neo-femminista ossessionata dal peso dell’orologio biologico e dal trovare un partner.

Forse il nodo è proprio questo: non abbiamo smesso di credere nell’amore, ma stiamo imparando a riconoscerne la struttura simbolica. Un legame amoroso esiste finché la ricerca di riconoscimento è reciproca; quando si spezza questa simmetria, il legame si svuota.

L’esperienza dell’orientamento sessuale, allora, non è solo una questione privata, ma un evento linguistico e sociale: cambia il modo in cui siamo nominati, guardati, interpretati. Tenere per mano una donna non modifica soltanto l’oggetto del desiderio, ma il campo simbolico in cui quel desiderio prende forma. Lo sguardo degli altri diventa parte della scena: non più semplice osservazione, ma dispositivo che costruisce identità.

Nel 1967 Valerie Solinas, figura controversa del femminismo radicale americano, presenta il manifesto S.C.U.M. l’acronimo di Society for Cutting Up Men – Società per fare a pezzi gli uomini. Il testo, provocatorio e volutamente iperbolico, attacca la società patriarcale, descrive l’uomo come biologicamente e psicologicamente incompleto, immagina una società governata esclusivamente da donne e propone l’eliminazione simbolica e in alcuni passaggi persino letterale del potere maschile.

Il tono è aggressivo, parodico, eccessivo: più che un programma politico realistico è un gesto di rottura e di polemica contro l’asimmetria strutturale tra i generi. Il pericolo è creare situazioni speculari a quelle criticate?  Basta davvero invertire i ruoli per cambiare le regole del gioco? 

La sorellanza è un concetto che nasce nel femminismo negli anni ’60-’70 per indicare una solidarietà politica, affettiva e simbolica tra donne. I gruppi di autocoscienza invitavano a partire da sé: dall’esperienza vissuta come gesto politico. Parlare non era conquistare potere, ma creare legami e costruire senso condiviso.

Siamo di fronte ad una grande complessità nel definire l’amore.  Ciò che ci guida è la legge del desiderio, per ritornare al desiderio del desiderio di cui era impregnato il romanticismo tedesco. È l’eterna Sehnsucht – la nostalgia che ci guida e ci spinge in avanti e molte volte negando la stessa passione amorosa o separarsi da chi pensavamo rappresentasse l’altra metà che ci mancava. Desiderio del desiderio, come parte costitutiva dell’essere umano, che ci riporta alla legge del desiderio di Massimo Recalcati che non è un bisogno da soddisfare né un capriccio individuale. È una forza che nasce dalla mancanza. Desideriamo non ciò che possediamo, ma ciò che ci manca; e proprio questa mancanza ci mette in movimento, ci apre all’altro, ci rende vivi. Ti amo perché non mi basto.

La legge del desiderio è dunque questa: il desiderio non si colma definitivamente; se viene saturato, si spegne; ha bisogno di distanza, di alterità, di limite.

Per questo Recalcati insiste sull’importanza del limite, la Legge simbolica: non come repressione, ma come condizione che rende possibile il desiderio. Senza limite non c’è tensione, e senza tensione non c’è desiderio.

Nell’amore questo significa che l’altro deve restare altro, non diventare una proiezione narcisistica.

Il libro di Sofia Torre, non sarebbe esistito senza l’articolo di Francesco Pacifico: Contro l’utilità del sentimento amoroso, pubblicato su Il Tascabile. Il saggio si muove proprio in questa frattura: tra bisogno d’amore e consapevolezza delle sue strutture simboliche. L’idea che la letteratura o l’amore debbano portare a una soluzione o a un incremento di umanità è spesso una pretesa borghese da smontare.

L’amore non è finito, è finita la sua promessa di salvezza. Le relazioni non ci redimono automaticamente, non ci rendono migliori per definizione. Eppure continuiamo a cercarle, perché il desiderio è un fatto sociale e privato insieme. Per dirla con Lacan abbiamo bisogno dello sguardo dell’altro.  È nell’altro che ci riconosciamo come il neonato nello sguardo della madre.

La domanda, allora, non è se credere ancora nell’amore, ma in quale amore? Ma se siamo disposti a cambiarne il linguaggio. Interrogarci sui tanti significati che la parola nasconde e da qui cambiare le aspettative per   trasformare l’esperienza.

Forse la vera rivoluzione non è abolire l’amore, ma imparare a viverlo senza farne una gabbia ma un luogo dove ci si riconosce nel ripensare le forme della relazione, assumendo la responsabilità di un amore che non sia dominio né specchio, ma pratica reciproca di riconoscimento.

Stare da sole non risolve il bisogno d’amore, non colma il vuoto esistenziale che ti coglie quando cerchi il tuo posto nel mondo, ma serve a fare i conti con una verità: e cioè che l’universo è indifferente e non vogliamo essere sole. Perché fingere di essere libere, felici ed emancipate, perché sole? 

La grande domanda è quella di sempre: Cos’è l’amore o ciò che chiamiamo amore?

Sofia Torre ci risponde così:

Non esistono amori in purezza, nemmeno quello per l’arte.

Sofia Torre, classe 1991, è post-doc in Scienze sociali presso l’Università Federico II di Napoli. Si occupa di Porn Studies, cinema e questioni di genere. Scrive e ha scritto per diverse testate tra cui Snaporaz, il Manifesto, Il Tascabile, L’Indiscreto. Nel 2023 ha pubblicato per Einaudi il saggio Cagne di paglia.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Friedrich Dürrenmatt: “Romolo il grande” (trad. A. Rendi, Marcos y Marcos), di Maurizia Maiano

Friedrich Dürrenmatt è un artista eclettico: scrittore, drammaturgo e pittore.

Nasce a Konolfingen, nell’Emmental svizzero, e attraversa il Novecento come una delle voci più lucide e spietate della sua crisi morale. Esordisce come autore di romanzi gialli, e sarà proprio il genere poliziesco a diventare progressivamente lo spazio privilegiato in cui mettere a fuoco le fratture profonde tra morale e logica. In Dürrenmatt, infatti, l’indagine sul crimine non conduce mai a una ricomposizione ordinata del reale: al contrario, si trasforma in un dispositivo filosofico che smaschera l’illusione di una razionalità capace di fondare la giustizia.

Opere come Il giudice e il suo boiaIl sospetto, La visita della vecchia signora e I fisici mostrano come il giallo, anziché rassicurare, diventi il luogo dell’ambiguità. La logica investigativa non garantisce la verità, né tantomeno la giustizia: il caso, l’errore, l’imprevisto irrompono costantemente, incrinando ogni costruzione morale coerente. La colpa non coincide con la responsabilità, la punizione non ristabilisce l’ordine, e il senso ultimo sfugge proprio nel momento in cui sembra a portata di mano. Il mondo di Dürrenmatt non è ingiusto perché irrazionale, ma perché razionalizzato fino al paradosso.

Lessing, Kafka e Brecht sono gli autori a cui Dürrenmatt più apertamente si ispira, e il suo lavoro riesce a intrecciare le forme attraverso cui essi esercitano una critica radicale della società. Dell’universo kafkiano eredita l’estraneità vissuta, concreta e sofferta, e quei mondi grigi in cui l’individuo è schiacciato da apparati incomprensibili. Da Brecht assume la funzione critica del teatro, pensato come strumento per smascherare i meccanismi dei rapporti sociali; ma in Dürrenmatt questa funzione si trasforma in grottesco, caricatura, paradosso. È proprio qui che si colloca la sua originalità: la tragedia moderna non è più solenne, ma assurda, e l’uomo non è vittima di un destino metafisico, bensì di sistemi razionali che pretendono di governare il mondo e finiscono per renderlo inabitabile.

Non è un caso che Dürrenmatt definisca la Svizzera una prigione (ein Gefängnis). Lo scrittore fu effettivamente spiato dalla Bundespolizei, la polizia federale elvetica, insieme a circa 800.000 cittadini considerati di simpatie progressiste. Nel 1966 affermò che la Svizzera sta diventando uno Stato poliziesco con una facciata democratica, confermando come la sua critica non fosse solo letteraria, ma profondamente politica e vissuta.

Muore il 14 dicembre 1990 a Neuchâtel, in seguito alle conseguenze di un infarto. Solo un anno prima aveva pubblicato la sua ultima opera, La valle del Caos, testo di riflessione estrema e quasi testamentaria. A Neuchâtel, nel 2000, è stato inaugurato il Centre Dürrenmatt Neuchâtel, centro interdisciplinare sorto intorno alla casa dello scrittore, che conserva anche una parte significativa della sua produzione pittorica, a testimonianza di un pensiero che ha sempre attraversato, senza separarle, arte, filosofia e politica.

… Augusto, Domiziano, Tiberio, Caracalla, Giulio Nepote, tutti buoni da fare in pentola

Il Caos governa le vicende umane, quelle quotidiane degli uomini comuni e quelle eccezionali dei Grandi. E’ così nella piècteatrale  La Visita della vecchia Signora e in Romolo il Grande, che di Grande ha solo la pacata rassegnazione con cui accoglie la consapevolezza della fine.

Dürrenmatt si serve della tecnica smascheratrice di Brecht sebbene sia, nell’apparenza, antibrechtiano. Dopo il 1945 l’egemonia teatrale passa dalla Germania alla Svizzera. Dalla Svizzera giunge la tragicommedia dell’assurdo. Quello di Dürrenmatt è un teatro grottesco, impastato in una realtà che non pretende di comprendere fino in fondo: ne coglie le contraddizioni, ne smaschera le aporie, ma rinuncia consapevolmente all’illusione di indicarne la giusta via. 

La Germania, scrive Ladislao Mittner, autore di un’opera omnia sulla letteratura tedesca, che conosceva in tutti i suoi anfratti più reconditi,  non creò una nuova tragedia perché troppo impegnata a vivere la sua, o preferiva dimenticare il proprio passato occupandosene il meno possibile. 

Il grande teatro di Brecht è forse il presupposto dell’analisi spietata che Dürrenmatt fa della realtà? Una realtà che non ha bisogno di tecniche di straniamento per essere interpretata e trasformata, in quanto estraniante essa stessa. Sono gli stessi personaggi in Dürrenmatt che riescono a guardare con lucidità e distacco la realtà. Brecht aveva dimenticato che il mondo, o meglio, la società, non è composta da robots ma da uomini i cui comportamenti sono difficilmente prevedibili e il caso ha spesso la sua parte in tutto (Il giudice e il suo boia – Friedrich Duerrenmatt). Cosa resta da fare se non guardare con consapevole e a volte drammatica, a volte velata ironia se stessi e il mondo che, invano, attende di essere cambiato? Forse proprio questa è la via più feconda: una forma di straniamento di matrice brechtiana piegata però al pessimismo consapevole di Dürrenmatt, il quale non mira a trasformare la realtà, perché è convinto che essa, in quanto tale, non sia trasformabile. E tuttavia, Brecht e Dürrenmatt giungono entrambi a una critica radicale del sistema, pur muovendo da presupposti diversi: da un lato l’uomo come prodotto delle strutture sociali; dall’altro l’uomo come soggetto capace di assumere il proprio destino e che, nella consapevolezza della fine, diventa l’unico in grado di cambiare o almeno  di voltare pagina quando giunge il momento.  Solo così può essere mutato il corso della storia anche se rimarrà l’eterno dubbio se ciò che sarà potrà essere migliore di ciò che è stato. I suoi eroi non mancano mai di coerenza nella loro volontà di accettare l’assurdo esistenziale. Inseguono, oserei dire in modo divertito e grottessco, Aletheia – ἀλήθεια – lo svelamento della verità.

Romolo Augustolo è l’ultimo imperatore romano e merita l’epiteto di Grande perché regna senza ambizione di potenza, rifiutando di governare secondo le logiche del dominio: una grandezza paradossale, estranea al potere perché più morale che politica.

E’ pigro, grossolano si è votato per motivi pratici alla pollicoltura ed i suoi polli portano tutti il nome di imperatori: Augusto, Domiziano, Tiberio, Caracalla, Giulio Nepote, tutti buoni da fare in pentola. Possiede anche una gallina di nome Odoacre che gli è profondamente simpatica e di cui gradirebbe gustare un uovo ogni giorno a colazione.  Dai Germani, osserva Romolo, bisogna prendere ciò che di buono hanno da offrire, dal momento che stanno arrivando. E mentre egli resta impassibile di fronte agli eventi che sconvolgono l’Impero, Giulia, sua moglie, e Zenone, imperatore d’Oriente, sono profondamente inquieti. Essi individuano nella caduta di Roma, di fronte all’avanzata dei Germani, una crisi innanzitutto spirituale: il venir meno della fiducia nei propri valori morali  nel significato stesso del compito storico dell’Impero. Occorre recuperare la fede dei grandi imperatori del passato Cesare, Augusto, Costantino. Crediamo, afferma Romolo; l’azione verrà da sé, risponde Zenone. Ma Romolo dubita profondamente che la fede possa ancora tradursi in salvezza. Egli si assume così una responsabilità estrema: fermare la storia lasciandola fallire.

Come salvare l’Impero? Come ogni impresa che si rispetti, anche Roma può trovare ottimi acquirenti, sebbene rozzi. Cesare Rupf è un semplice fabbricante di calzoni, ma il denaro, si sa, risolve ogni cosa. Offre dieci milioni per avere  in cambio la mano della figlia di  Romolo e sgombrerà l’Impero,  non ha alcun interesse a governarlo. Romolo si oppone: la grandezza di un Impero non può fondarsi sulla rinuncia alla libertà personale né su un’imposizione che leda la dignità altrui; se questo è il prezzo da pagare, allora è meglio che tutto venga consegnato alle fiamme.

Romolo non è tuttavia un nichilista, ma un giudice della Storia. Non vuole salvare Roma perché salvarla significherebbe perpetuare un sistema ingiusto. In questo senso è una figura profondamente novecentesca, segnata dall’ombra delle dittature e delle guerre mondiali.

Particolarmente significativa è la riflessione di Romolo, che rivolgendosi alla figlia, pronta a sacrificarsi sposando Rupf, afferma che non bisogna amare la patria più di ogni altra cosa. Anzi, della patria occorre sempre diffidare, non sempre conosciamo gli interessi che  nasconde.  Che senso ha mantenere in piedi un Impero fondato sulla massa dei cadaveri dei propri figli e di quelli altruisulle vittime sacrificate nelle guerre per la gloria di Roma?

È in questo punto che letteratura austriaca e svizzera si incontrano nel loro comune rifiuto del nazionalismo tedesco. Ulrich, protagonista de L’uomo senza qualità di Robert Musil, affermava con acuta ironia, in un tema scolastico sull’amor di patria – tema che suscitò grande agitazione tra insegnanti e compagni – che il vero amico della patria non può considerare la propria patria come la migliore, consapevole dei pericoli cui conduce un eccesso di amor patrio.

Il finale porta la consapevolezza del paradosso fino al grottesco. Odoacre e Romolo scoprono di avere interessi comuni: l’uno non è venuto per uccidere l’altro, ma per proporgli di governare insieme e salvare l’Impero dalla sanguinosa grandezza di Teodorico. La storia, ancora una volta, si rovescia in farsa: l’invasore si fa giusto, il vinto ragionevole, e la salvezza dell’Impero coincide con la rinuncia all’eroismo. È l’ultima ironia tragica di Dürrenmatt: quando finalmente la pace sembra possibile, essa emerge dall’esaurimento delle ambizioni e delle glorie.

Nel caos che governa la storia, la pace non nasce dalla vittoria ma dall’esaurimento dell’eroismo, e ciò che appare come fine non è che l’ennesima variazione dello stesso disordine.

Romolo vorrebbe che Odoacre mettesse fine alla sua vita. Odoacre non se la sente, ama Romolo e cerca di fargli capire che la sua morte sarebbe soltanto assurda, il nemico è nonostante tutto un essere umano e vuole agire secondo giustizia, gli concederà una pensione, è l’unica soluzione. Per quest’ultimo questa è la situazione più penosa che gli possa capitare. Odoacre da parte sua vive anche un terribile momento: dovrà uccidere il nipote Teodorico ed è Romolo che lo fa riflettere. Uccidere Teodorico significa farne nascere altri cento, sangue e vendetta non potranno che portare sangue e vendetta. Il popolo vuole avere la sua epoca eroica e non si può fare nulla per impedirlo.

I destini dei due imperatori sembrano ricongiungersi nella coscienza della fine. Uno vorrebbe liberarsi del suo passato e l’altro del suo futuro. Entrambi hanno sbagliato perché si sono lasciati guidare da  vuoti fantasmi, perché non si può avere alcun potere su ciò che è stato e ciò che sarà. Il loro potere si estende soltanto al presente a quel presente che ora li sconfigge. L’unica soluzione è quella di donare pace ai Germani ed ai Romani, anni che saranno dimenticati perché privi di eroismo, ma anche i più felici in questo mondo tormentato.

La fine è già scritta. Il presente è Teodorico che ucciderà entrambi, questo finale storico non è in serbo per la pièce teatrale. Qui Romolo e Odoacre si confrontano con il caos della storia e il paradosso morale del potere.

Odoacre non uccide Romolo e propone collaborazione. Soluzioni non ce ne sono, dobbiamo solo far finta che ce ne siano. Il mondo sarà sempre uguale a se stesso, un impero si sostituirà ad un altro, un imperatore ad un altro, cambierà nel nome  nella forma, ma non nella sostanza.

Dürrenmatt smonta l’idea eroica del sovrano: il potere non redime, anzi produce colpa e Romolo si assume una responsabilità estrema: fermare la storia lasciandola fallire. Il fallimento è una scelta etica. Non agire può essere più morale che agire male. Un evento storico tragico si trasforma in un triangolo morale, dove il potere, la guerra e la storia appaiono come un caos regolato solo dall’ironia tragica: anche chi vince è intrappolato nell’assurdità della storia e nella perpetua instabilità del mondo.

La Storia è una farsa tragica, non è epica,  è assurda, burocratica, spesso ridicola.

Bibliografia

Ladislao Mittner – Storia della letteratura tedesca

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.