Hugo von Hofmannsthal: Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E. K. 1892-1895 (Quodlibet), di Maurizia Maiano

le parole sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni..”

L’ultima e più curata edizione del carteggio di Hugo von Hofmannsthal è “Le parole non sono di questo mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895″ (Quodlibet, 2022). Curato da Marco Rispoli, il volume raccoglie le lettere giovanili del celebre autore austriaco. 

Sono lettere scambiate tra Hugo von Hofmannsthal ed Edgar Karg, conosciutisi durante un periodo di villeggiatura sulle rive del Wolfgangsee. Ne emerge un rapporto intenso, nel quale la figura di Hofmannsthal sembra in qualche modo predominare su quella dell’amico. Karg, infatti, al contrario dell’artista, viaggia, attraversa terre lontane, osserva regioni diverse del mondo; eppure sembra avvertire il bisogno di rivolgersi a Hofmannsthal per ottenere quella riflessione più intima e autentica sulla realtà che sente mancargli. È a lui che chiede una visione più chiara della vita culturale, sociale e politica dell’Europa e dell’Austria-Ungheria tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Ma, al di là dell’aspetto intellettuale, ciò che colpisce maggiormente è la profondità dell’amicizia che traspare dalla semplicità della loro scrittura, il legame umano costruito attraverso le lettere. Ed è proprio Hofmannsthal, immerso nella tumultuosa Europa di quegli anni — ma verrebbe quasi da chiedersi: quando mai l’Europa non è stata tumultuosa? — a oscillare continuamente tra impegno nella realtà e fuga nell’arte, senza sapere mai con certezza quale sia la strada autentica. Alla volgarità e alla banalità del reale egli contrappone il bisogno di una vita “artefatta” nel senso più alto del termine: la necessità di trasfigurare poeticamente ciò che appare scialbo, di abbellire il mondo attraverso l’interpretazione artistica, che è forse il compito più profondo dell’artista. E allora, nel tumulto dell’esistenza, quale dono più prezioso di un’amicizia inattesa, quasi piovuta dal cielo?

Sono rare le persone che riescono davvero a consolarci da quella ennui de la vie, commun à toute créature bien née. Ognuno, prima o poi, scrive quando sente avvicinarsi la grande solitudine. È lo stesso sentimento che Edgar prova leggendo le lettere dell’amico: le avverte diverse da tutte le altre, ne percepisce la bontà profonda e per questo lo ringrazia. Insieme i due riflettono sull’arte poetica, che per loro non è altro che arte dell’interpretazione: immediatezza, capacità di cogliere l’essenza delle cose, di guardare l’esistenza senza paura, senza pigrizia e senza menzogna. Tutto ciò che esiste, vivo o morto, possiede un significato; e ciò che è veramente poetico non è che l’espressione velata di una verità profondissima. Quando però si riesce a penetrare davvero quella profondità, allora perfino la metafora svanisce. Così il mare può apparire insieme minaccia e rifugio: può uccidere, ma anche accogliere tutte le vibrazioni dell’anima che la sua immagine mutevole e cangiante riesce a suscitare in noi. Per Hofmannsthal, la poesia e il poeta rappresentano un contrappeso alla presunzione e alla rigidità della realtà, che tutto vuole unificare senza distinguere. Essa rivela luoghi abitati non da masse astratte, ma da persone diverse, ciascuna con mondi interiori singolari. Così, parlare di un ebreo povero, di un donnaiolo viennese, di un malinconico dragone boemo o di un malridotto artigiano della Moravia significa forse riferirsi al proletariato, ma in realtà riguarda sempre individui unici. Non sono forse tutte menzogne, del resto, le generalizzazioni del mondo politico?

La poesia si oppone all’astrazione del reale, a un mondo fatuo e evanescente. Fuori, gli uomini discutono ossessivamente intorno ai concetti come cani attorno a un osso; non vivono realmente, ma abitano un’apparenza, un’algebra simbolica in cui nulla è e tutto significa. Tutto ciò che esiste parla alla nostra anima, o forse è l’anima stessa che dialoga con se stessa. Le parole non appartengono al mondo, come i suoni: si potrebbe descrivere o musicare ogni cosa, ma mai essa sarà detta così com’è. Da qui nasce lo struggimento che ci trasmettono.

Crediamo che trovando le parole giuste riusciremmo a raccontare la vita, ma non è così. La vita parla attraverso i fenomeni, e sempre esiste una combinazione di parole o note che tocca la nostra anima come se fosse la stessa cosa, come una vibrazione divina. Tutti i grandi libri e i grandi poemi sono mondi di sogno, affini al reale solo simbolicamente.

Per vivere pienamente questa esperienza, bisogna diventare un Narciso innamorato, che cadendo in acqua si perde, come fanciulli che si immergono nel mondo delle favole. Ci si innamora di sé, della vita, o di Dio. Mai avevo incontrato un’interpretazione dell’essere Narciso così necessaria, un mezzo per fuggire al rumore incessante del mondo.

Ed è in questa luce che si comprende l’amicizia tra Hofmannsthal ed Edgar Karg: un legame raro e prezioso, di cui entrambi avvertirebbero profondamente la mancanza se venisse meno.

C’è un tragico dato biografico che si intreccia profondamente con la lettura critica della sua opera e non può essere ignorato. Il 13 luglio 1929, il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si tolse la vita sparandosi un colpo alla testa nella loro dimora di Rodaun. Appena due giorni dopo, il 15 luglio 1929, mentre si stava preparando per partecipare al funerale del figlio, il poeta fu colto da un’emorragia cerebrale e morì improvvisamente all’età di 55 anni. Nelle sue analisi, Ladislao Mittner e la successiva critica germanistica leggono questa fine così straziante non come un mero incidente biologico, ma come il tragico sigillo della verità del suo sentire: la morte “propria” come testimonianza. Riprendendo una suggestione cara a Rainer Maria Rilke, la critica sottolinea come Hofmannsthal sia morto della “propria morte”. Dimostrazione della  sua ipersensibilità e  di una costante compenetrazione tra arte, vita e morte che non erano un artificio estetico o una recita decadente, ma una verità intima, viscerale e assoluta. La fine di un’epoca: Mittner evidenzia come Hofmannsthal visse gli ultimi anni “impietrito dal dolore”. Era il 1929. Il crollo del suo mondo privato coincise tragicamente con il definitivo crollo storico e culturale di quel mondo austriaco e asburgico che il poeta aveva cercato disperatamente di preservare e rifondare attraverso il mito e il teatro. 

Ecco cos’è un poeta nei versi di questo grande rappresentante della fin de siècle viennese.  I pensieri ritornano ma quante parole abbiamo per esprimerli, quante combinazioni infinite di suoni e di immagini esse creano.  

Dentro di noi portiamo Faust, il titano

e Sganarello l’anima servile,

il lacrimoso Werther- e Voltaire lo scettico,

e lo squillante lamento del profeta

e il giubilo degli Elleni ebbri di bellezza:

i morti di tre millenni,

un baccanale di spiriti,

inventati da altri, da altri creati,

intrusi parassiti,

immaginari,

malati, velenosi.

Gemono, imprecano, gioiscono, litigano:

ciò che noi diciamo è l’eco rauca

del loro coro stridente.

Per il nostro supplizio

litigano come ubriaconi

ma li unisce l’orgia

per il nostro supplizio!

Dai nostri teschi bevono

con giubilo la linfa della nostra vita

Attorno alla nostra coscienza,

soffocando si inerpicano

serpi sibilanti

scuotono l’alber fragile della nostra felicità

con impeto febbrile

Percuotono le corde tremanti della nostra anima

danzando ci portano alla morte.

E’ forse tutto questo che non ci permette di essere autentici?

E saremmo autentici se non riconoscessimo la molteplicità del nostro essere? 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Il concetto di dovere in Kafka e Kleist, di Maurizia Maiano

Da Wilhelm von Humboldt e dalla sua riflessione sul ruolo delle lingue, fino a Kant e alla sua Critica della ragion pratica, emerge come la lingua plasmi profondamente l’individuo. Kant afferma: Wer das Gute nicht aus Pflicht tut, aber nur um den anderen Freude zu machen, handelt moralisch aber nicht im eigentlichen Sinn sittlich – chi fa il bene non per dovere, ma solo per dare gioia agli altri, agisce in modo morale, ma non propriamente etico.

La presenza di due verbi, distinti per il concetto di dovere in tedesco, ha prodotto una cultura in cui l’autorità non coincide con l’arbitrio del singolo, ma con la validità universale della regola. Müssen indica il dovere etico, legato alla responsabilità verso la società; sollen indica un agire che procura gioia nel fare il bene, e dunque morale ma non pienamente etico. La tradizione sancisce così l’obbedienza a una norma impersonale: l’idea kantiana del dovere come fondamento dell’agire morale.

 La nostra epoca attraversa una crisi del principio di autorità, e la Germania – nell’immaginario europeo – è da sempre associata al rispetto per l’autorità, alla disciplina e alla legge interiorizzata. È il paese di Kant, di von Humboldt, di Kleist e di Kafka – filosofi e scrittori in cui dovere e autorità costituiscono l’asse portante delle loro opere.

Se la lingua è la prima forma identificativa di un popolo, la distinzione tra müssen e sollen ne è un marchio indelebile. Come osserva von Humboldt, la lingua non impone ideologie, ma struttura in modo specifico le categorie fondamentali dell’esperienza. Tra queste, il rapporto con il dovere occupa un posto centrale: a prima vista può sembrare paradossale, ma a uno sguardo più attento non ne smentisce la tradizione, piuttosto ne mostra la trasformazione e la crisi.

Ecco come la lingua plasma l’individuo. La presenza di due verbi per definire il dovere hanno prodotto una cultura in cui l’autorità non coincide con l’arbitrio del singolo, ma con la validità universale della regola.

Heinrich von Kleist: il padre come legge impersonale (Müssen vs Sollen)

Ne Il Principe di Homburg, un’opera di Heinrich von Kleist, poeta, scrittore e drammaturgo del ‘700, l’autorità non è solo incarnata dall’Elettore, figura paterna e sovrana, ma coincide con la legge stessa. Il conflitto centrale non è psicologico, bensì etico-giuridico:

Müssen è l’obbligo esterno, la necessità della legge militare, il dovere di rispettare la legge e l’autorità che la rappresenta. Sollen è il dover essere morale, interiorizzato. 

Von Homburg, il Principe,  agisce secondo un’intuizione soggettiva, anticipando la vittoria, ma violando l’ordine. Non ha atteso l’ordine per dare il via alla battaglia. Ha violato così  la legge. La punizione è necessaria non per vendetta, ma per salvare la legge dalla soggettività. Il comportamento del Principe sarà però integro. Egli pur avendo conseguito la vittoria, non accetta la grazia del Principe Elettore, per essere stato condannato a morte, e vuole che la pena venga eseguita. 

Mio principe di Homburg, quando vi feci arrestare per il vostro attacco prematuro credevo di compiere solo il mio dovere. Contavo anzi sulla vostra approvazione. Se pensate di aver subito un’ingiustizia, vi prego, ditemelo con due parole e vi rimanderò subito la vostra spada“…

E il Principe prima è felice, poi si ferma, riflette ..” Non imploro la mia vita. Se la legge mi ha colpito, sia compiuta fino in fondo. Voglio la sentenza. Non la grazia, ma il diritto.”

L’autorità si manifesta, dunque, nella sua forma più radicale: la legge vale anche quando appare ingiusta. L’Elettore, figura paterna e sovrana, non punisce per crudeltà, ma per preservare la distinzione fondamentale tra müssen, ciò che deve accadere secondo la legge, e sollen ciò che il soggetto ritiene giusto. Von Homburg ha ragione sul piano dell’esito, ma torto sul piano del principio. Proprio per questo deve essere condannato: non perché colpevole moralmente, ma perché la legge non può dipendere dalla soggettività. Qui l’autorità è dura, ma legittima, non arbitraria. Essa rende possibile l’interiorizzazione del limite. L’autorità paterna funziona finché è riconosciuta come trascendente il capriccio individuale.

Come lontano il nostro presente dall’età del Principe di Homburg!

Kafka apre altri scenari se vogliamo usare una definizione colta e simbolica serviamoci dell’immagine dei tagli sulla tela di Fontana.

Ne La lettera al padre di Kafka  il tessuto inizia a sfilacciarsi; la legge non è più impersonale, agisce come legge arbitraria interiorizzata, schiacciante e opaca. Il padre non rappresenta il müssen necessario, ma un sollen irraggiungibile: la norma non è chiara, la colpa precede l’azione, l’obbedienza non produce riconoscimento, non ha attenzione per il desiderio dell’altro. Il padre kafkiano non educa all’interiorizzazione della legge, ma genera soggetti colpevoli senza un criterio. L’autorità qui è già in crisi, perché perde il suo fondamento simbolico e diventa puro potere psicologico.

Se in Kleist la legge è più grande del padre, in Kafka il padre si identifica con la legge, rendendola intollerabile.

Il passaggio storico-simbolico

La nostra società eredita Kafka più di Kleist. Venuto meno il padre come garante simbolico: la legge non viene più interiorizzata, l’autorità appare come arbitrio o debolezza, il limite non è riconosciuto come necessario. L’autorità è solo formale autorità, ma privo di reale potere simbolico, continuamente delegittimato dalla famiglia, dall’istituzione e dalla società.

Il confronto mostra una traiettoria chiara. Due scene originarie dell’autorità: Kleist e Kafka

In Kleist l’autorità si manifesta nella sua forma più radicale: la legge vale anche quando appare ingiusta. Qui l’autorità paterna è dura, ma legittima: essa rende possibile l’interiorizzazione del limite.

Kafka invece scrive: davanti a te (padre) io perdevo ogni fiducia in me stesso. La legge non è più impersonale, ma psicologicamente incarnata. Il risultato non è l’obbedienza consapevole, ma la colpa senza norma, la paralisi, l’autosvalutazione radicale.

Se in Kleist il padre si sottomette alla legge, è perché simbolicamente si riconose autorità alla legge, in Kafka il padre coincide con la legge: e proprio per questo la distrugge.

L’autorità si dissolve e questo momento diventa un momento storico decisivo, linea di demarcazione tra l’autorità forte ma giustificabile di Kleist,  l’autorità che manifesta la crisi interna di Kafka ed infine la nostra società ne sperimenta l’evaporazione simbolica.

Non siamo più nel conflitto tragico tra individuo e legge, ma in una situazione in cui la legge non viene più riconosciuta come necessaria. 

L’autorità non si fonda né sulla persuasione né sulla forza, ma su una tradizione riconosciuta. Quando questa tradizione viene meno, resta solo il conflitto nudo. Il giovane non può essere un Homburg ribelle, né un Kafka oppresso, è un soggetto senza legge interiorizzata che reagisce alla debolezza dell’autorità con l’umiliazione.

La crisi dell’autorità paterna, se non viene trasformata in responsabilità condivisa, non genera emancipazione ma regressione. Là dove il padre non è più legge, ma neppure arbitrio, resta un vuoto simbolico che si colma con la violenza. E’ l’età del  padre senza legge  privo di reale potere simbolico, delegittimato dalla famiglia, dall’istituzione e dalla società. A differenza del padre di Kleist: non può far valere il müssen ma non riesce a trasmettere il sollen.

A differenza del padre di Kafka: non incute timore, non genera colpa, ma viene percepito come inerme ostacolo, facilmente aggredibile, ma sintomo di un’autorità svuotata, non riconosciuta.

L’autorità deve valere come legge impersonale e mai arbitraria altrimenti diventa vuoto simulacro. Il confronto con l’autorità deve generare un conflitto produttivo, altrimenti è solo paralizzante e diventa distruttivo. E’ il limite che deve essere interiorizzato e non la colpa, l’assenza di interiorizzazione finisce con il reagire alla debolezza dell’autorità umiliandola fino a diventare una maschera grottesca, il segno che il bisogno di autorità sopravvive alla caduta delle sue figure.

Harold Garfinkel e la etnometodologia

Per completare questa riflessione letteraria attraverso due grandi rappresentanti le cui opere si confrontano con queste problematiche, penso sia importante un ultimo riferimento all’etnometodologia di Garfinkel, sociologo statunitense, che ci consente di ripensare il principio di autorità non come una proprietà stabile di un ruolo o di un’istituzione, ma come un effetto che nasce e si rinnova nelle interazioni quotidiane. Anche l’autorità, in questa prospettiva, non si possiede, ma accade. L’ordine sociale si costruisce non solo a livello teorico e istituzionale ma nelle microinterazioni quotidiane: nel rifiuto del turno di parola, nella richiesta ossessiva di spiegazioni, nell’ironia che svuota il comando, in questi casi viene sospesa, non è combattuta ma resa impraticabile. La società funziona grazie a regole implicite date per scontate, che emergono chiaramente quando vengono infrante, essa è incorporata nei gesti e nel linguaggio. L’autorità non costringe né convince: si fonda sul riconoscimento condiviso di una legittimità che non ha bisogno di essere argomentata. Quando l’autorità deve giustificarsi, essa ha già iniziato a perdere efficacia. L’etnometodologia mostra come questo riconoscimento non sia un atto astratto, ma una pratica quotidiana, incorporata nei gesti e nel linguaggio. L’autorità esiste solo nella misura in cui viene riconosciuta e praticata. Quando il riconoscimento si interrompe e la parola perde forza simbolica, l’autorità non si trasforma in violenza, ma semplicemente non accade più.

L’autorità, venendo meno come parola che orienta, si trasforma o in arbitrio o in pura regolamentazione tecnica. Dal punto di vista etnometodologico, questa crisi si manifesta quando le pratiche che rendevano ovvia l’asimmetria smettono di funzionare. Arendt aiuta a comprendere perché l’autorità non possa essere sostituita dalla forza; Recalcati mostra perché non possa essere rimpiazzata nemmeno dalla semplice spiegazione o dal dialogo orizzontale. L’autorità, infatti, non persuade: indica. Non argomenta all’infinito: traccia un limite. Quando il linguaggio dell’autorità diventa esclusivamente giustificativo, perde la sua funzione simbolica e si espone alla contestazione continua. L’autorità esiste solo nella misura in cui viene riconosciuta e praticata. Quando il riconoscimento si interrompe e la parola perde forza simbolica, l’autorità non si trasforma in violenza, ma semplicemente non accade più.

Se una parola perde il suo peso, chi allora regge il silenzio? Forse il silenzio stesso, o forse l’eco dei gesti che non abbiamo più compiuto, un suono che si dissolve lentamente, lasciando solo l’ombra di ciò che è stato pronunciato.

Bibliografia

Storia della letteratura tedesca. 

Vol. 2: Dal pietismo al romanticismo (1700-1820)

Edizioni, Einaudi 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Johann Wolfgang Goethe: “Il divano Occidentale – Orientale”, di Maurizia Maiano

Gingo Biloba

La foglia di quest’albero,

venuto dall’oriente al mio giardino,

consente di gustare sensi occulti,

edificando il saggio.

Sarà un essere vivo,

che sè in se medesimo ha spartito?

Oppure saran due,

che vollero apparire come uno?

Per dare alla domanda una risposta,

il senso giusto trovo:

non senti, nei miei canti,

che sono uno e insieme sono doppio?

Il Ginkgo biloba è per Goethe un potente simbolo poetico di unità nella dualità, la foglia dell’albero ha una forma bilobata, metafora di due amanti che sono una cosa sola. Regalò una foglia a Marianne Jung von Willemer come simbolo di amicizia e amore. Un episodio nella vita onnivera di Goethe, ma vicenda centrale nell’esistenza della giovane Marianne che si scoprì poetessa, ma non ha saputo o potuto continuare ad esserlo. Marianne, sposata con un vecchio amico d’infanzia di Goethe, sarà il suo ultimo amore, presentata come Pflegetochter, figlia adottiva, sarà a lei che Goethe donerà una copia del suo Divan. Marianne aveva l’empatia dell’amante e dell’artista. Era stata cresciuta ed educata all’arte da una madre attrice ed un patrigno regista, di cui porta il nome. Goethe è attratto dalla sua bellezza e lei lo segue nel suo mondo poetico dove insieme si rispecchiano nel loro amore. E’ uno di quegli amori che vanno al di là del tempo. Sulla lapide di Marianne al Frankfurter Hauptfriedhof si legge: “Die Liebe höret nimmer auf” – L’amore non finisce mai. Solo Marianne e Goethe sono testimoni del loro sentimento, che diverrà noto, dopo la morte di lei nel 1869.

Nel West-östlicher Divan, scritto tra il 1814 e il 1819, e ispirato ai versi del poeta persiano Hafez, Goethe cerca di stabilire un punto di incontro tra Occidente e Oriente. In sintesi, Goethe non solo esplora il mondo, ma lo trasforma attraverso la poesia facendo sì che Occidente e Oriente diventino una ricerca di unità e comprensione profonda. La sua opera continua a sfidare le divisioni, cerca ciò che  unisce, non ciò che separa. E’ l’idea latente, in tutti i suoi scritti della vecchiaia, di utopica armonia tra freie Völker auf freiem Grund, popoli liberi su un suolo libero, una terra che va oltre ogni confine, fisico, linguistico, culturale, politico.

Il termine ‘divan‘ si riferisce, nel contesto poetico, a una raccolta di poesie della tradizione persiana, araba e turca. Una collezione antologica di un singolo poeta o di più poeti, per tramandare l’arte poetica ai posteri.

Viviamo un’epoca in cui la lotta di civiltà e di religione sono scontro reale e violento, rifarsi a Goethe e al suo West-östlicher Divan (Divano Occidentale-Orientale) è trattenere il respiro per ricomporre l’armonia. Due mondi lontani sulla mappa geografica, ma uniti da un sentire profondo e comune. Goethe (1748-1832) e Hafez (1315-1390), il celebre poeta mistico persiano, rappresentano in questo dialogo poetico due voci lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da una visione universale. Hafez, Shams o-Dīn Moḥammad, è noto per il suo Divān,  che intreccia tematiche mistiche e amorose. Il suo nome stesso, che in arabo significa “colui che conosce a memoria il Corano“, rimanda alla profondità spirituale delle sue poesie; egli esplora l’amore umano e divino, fondendo passione e mistica in un linguaggio simbolico ricco di sfumature. Goethe ritrova in Hafez una affinità elettiva, fatta di simboli che cercano di spiegare e risolvere il reale, non vuole imitare la tradizione orientale, ma si lascia pervadere dal suo spirito, ritrovando in Hafez quella capacità di abbandonarsi all’insondabile e di cercare nel simbolo la chiave per comprendere l’universo. In questo incontro tra Occidente e Oriente, Goethe costruisce un’opera che è più di un semplice dialogo letterario: è un viaggio poetico che esplora l’amore, la spiritualità e il desiderio di un’unione che trascende le barriere culturali. Due coppie innamorate in simbiosi Hatem e Suleika, Goethe e Marianne. Oriente ed Occidente  si incontrano nello spazio poetico, unite dal comune desiderio di conoscersi e di riconoscersi.

L’opera è una meditazione sull’amore universale, che non conosce confini geografici e religiosi, ma cerca una connessione profonda tra le persone e le tradizioni. La sintesi tra le due visioni del mondo, Occidente razionale e Oriente mistico, si fonde in un linguaggio allusivo e simbolico, come quello di Hafez, ma anche estremamente elegante e raffinato.

Nell’opera del poeta persiano Jami, l’amore è casto eppure ardente e conduce all’amore verso Dio. Yusuf diventa lo shahid di cui Suleikha ha bisogno nel suo percorso verso la spiritualità. La Beatrice dantesca, la Sulamita del Cantico dei Cantici e la Laura del Petrarca appartengono a tre diversi mondi: al mondo cristiano – medievale, alla tradizione ebraica dell’Antico-Testamento, alla tradizione umanistica occidentale che, pur aderendo ciascuno a diversi caratteri, inventano l’arte di mettere insieme singoli versi delle liriche orientali di Hafez per comunicare tra loro in maniera cifrata.

La Suleika del Divan è una figura letteraria: esprime la sua passione liberamente. L’amore è  relazione con l’altro, non è possedere ma condividere, dedicare, donare. La separazione è legge inesorabile degli amanti. La poesia unisce gli amanti in maniera spirituale: nel ricordo. Come in Goethe matura l’idea di rinunciare a Marianne, così accade ad HatemSuleika, i quali non si ritroveranno più insieme nel senso fisico della parola. Lo scambio di liriche tra Hatem e Suleikaè l’essenza del loro amore: Hauchsoffio, è la parola poetica che gli amanti si donano reciprocamente. Essi sono poli contrapposti e riescono a convergere tra loro per una sorta di equilibrio dinamico, il cui andamento armonico si basa sull’unità nella dualità. Hatem e Suleika rappresentano un dialogo tra il sé ed il diverso da sé, per comprendere l’altro e se stesso – da due soggetti dissimili ed eterogenei si delinea un unico soggetto – così come si parla di una unica letteratura mondiale dall’incontro tra le varie letterature.

Johann Wolfgang von Goethe è stato una delle menti più poliedriche e profonde della storia della cultura occidentale. Non solo un poeta straordinario, ma un intellettuale che ha esplorato e tradotto in letteratura ogni ambito del sapere umano. La sua capacità di scrutare il thauma, la meraviglia e il mistero che ci circondano, si riflette in ogni aspetto della sua opera.

Il guscio esplode

e si libera gioisamente

cosi cadono le mie poesie

sul tuo grembo.

I versi confrontano la creazione delle poesie con la maturazione del frutto e del seme, tramite il cui immaginario entrano nel poema le associazioni di fecondazione e procreazione, secondo cui le parole alimentano l’immaginario fino a fecondare e a creare mondi in una continua metamorfosi

Ho provato a scrivere perché dal passato mi giungono voci dell’assurdità della guerra.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Sarah Jaffe: “Dalle ceneri. Lutto e rivoluzione in un mondo in fiamme” (minimum fax, 2026, trad. Sara Tuveri), di Maurizia Maiano

Il sogno americano, così lucente e perfetto, esiste davvero? La domanda che Sarah Jaffe, giornalista ebrea statunitense, solleva nel suo “Dalle ceneri“, in uno spazio tra saggistica e narrativa, ci riguarda da vicino, essendo noi europei coinvolti nelle stesse problematiche.

Tra colonizzazione e decolonizzazione, globalizzazione e deglobalizzazione, non è difficile rendersi conto che la nostra società non avanza in un lento movimento verso il bene, verso la realizzazione dello Spirito Assoluto. In particolare, l’America, il neues Land di Goethe del suo Guglielmo Meister, la terra vergine, doveva essere il luogo dove l’uomo sarebbe stato d’aiuto all’altro uomo, non si sarebbe ridotto a merce e si sarebbe finalmente realizzata la giustizia sociale. Ma è andata davvero così?

La way of life americana, lo stile di vita del Nuovo Mondo ci ha sedotto, ci siamo lasciati travolgere dal sistema  capitalistico, un modello di vita incentrato sul consumismo, la competizione e l’individualismo. Questo stile di vita seduce l’individuo con l’illusione di libertà e successo, ma in realtà impone una conformità a un sistema che lo spinge a essere un ingranaggio in un grande marchingegno globale. La promessa di realizzare il sogno americano, in cui ogni persona può diventare ciò che desidera attraverso il duro lavoro, nasconde una realtà in cui l’individuo è costretto a diventare parte di un sistema che lo sfrutta, in cui è costretto ad abbandonare la propria umanità per diventare consumatore, lavoratore e produttore, senza possibilità di autonomia o di critica.

È proprio questo che Sarah Jaffe ci racconta con una visione acuta e, allo stesso tempo, dolorosa ed accorata  della storia di un mondo globalizzato in nome del capitalismo. Una Storia che da giornalista conosce bene, perché vissuta attraverso l’esperienza diretta dei fatti raccontati. In particolare, quella globalizzazione che sta alla base dell’impoverimento della classe operaia americana che ha prodotto realtà come Detroit in Michigan, che perde le sue industrie automobilistiche; Cleveland e Youngstown in Ohio ed in Kentucky che vedono una forte riduzione dell’industria siderurgica e sempre automobilistica, ecc…  Ricche regioni industriali che il capitale decide di abbandonare per andare a produrre in paesi dove la forza lavoro costa meno, provocando come contraccolpo l’impoverimento della popolazione locale. Le condizioni di povertà in questi Stati sono estremamente gravi. Gli operai che hanno perso il lavoro spesso non hanno ricevuto alcun sussidio. A ciò si aggiungano le crisi scatenate dal virus COVID-19 e i disastri rivenienti dal cambiamento climatico, dove lo Stato è sempre meno presente e gli aiuti vengono spesso destinati a chi già gode di condizioni di vita migliori. E, per finire questo quadro desolante, le guerre e le politiche dell’amministrazione Trump che stanno incidendo profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Relativamente al cambiamento climatico, com’è noto, viviamo nell’era geologica definita da alcuni dell’Antropocene, un’epoca in cui il pianeta è stato sfruttato e depauperato dall’azione umana,  immaginando la natura come fonte inesauribile. La Jaffe cita Jason W. Moore, autore di Capitalism in the Web of Life – Ecology and the Accumulation of Capital, che, insieme ad altri pensatori, propone il termine di Capitalocene. La radice anthropos di “Antropocene” indicherebbe che tutti gli esseri umani sono responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, tutte le forme di sfruttamento del pianeta sono state destinate a sostenere il processo di accumulazione di capitale nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione veniva ridotta a manodopera intercambiabile. Moore individua l’inizio di questo processo nel ‘400, con l’arrivo di Colombo, che rivendicò il possesso delle nuove terre, trattando i popoli che le abitavano come inferiori. La natura veniva considerata un dono gratuito. Lo sfruttamento, ovvero il prendere più di quanto si restituisce, viene minimizzato. Moore lo definisce come un processo che crea una divisione tra un noi e un loro, tra padroni e sfruttati. 

Oggi, travestiamo il capitalismo di democrazia liberale e ci convinciamo che la libertà dell’individuo abbia bisogno di entrambi per realizzarsi. È proprio nell’eccesso di fiducia in noi stessi che si oltrepassano i confini morali, sociali e legali.

Il capitalismo esalta la hybris e trasforma l’intelletto in uno strumento per dominare, creando il monolite di 2001 Odissea nello spazio.  Nasce l’età della tecnica, un nuovo inizio. La hybris alimenta il costante impulso al dominio e all’accumulo. Quanto all’intelletto, ci troviamo di fronte a due possibilità: vogliamo usarlo come via per la riflessione e la comprensione, alla ricerca di un equilibrio, o come strumento per manipolare e trasformare il mondo, dove prevale una razionalità strumentale che ignora i veri valori dell’umano?

Nell’affanno verso il progresso cogliamo come Sarah Jaffe comprenda che le colonne portanti dello Stato etico e dell’essere al servizio del Bene comune, vengano minate. Tende a prevalere un comportamento che favorisce i propri clienti. Uno spettro si aggira per l’Europa è l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels e China Miéville, scrittore bitannico, noto per il suo impegno politico esplicito e per il suo interesse verso il marxismo e la critica del capitalismo, scrive che “Marx ed Engels si crogiolano in quel presagio di spettralità invocata, in quel lusinghiero conferire al comunismo poteri spaventosi. Lo spettro del manifesto non è un fantasma del passato ma un barlume del futuro che aleggia oltre il nostro sguardo e ci punzecchia e ci sfida”. Marx analitico e razionale incoraggiava la critica a tutto l’esistente e tuttavia aveva chiaro che l’irrazionale è sempre presente nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. E’ un sistema che ci impone di lavorare per ottenere il denaro utile a comprare l’essenziale per sopravvivere. Cerca anche di spremerci e di pagarci sempre di meno e prepararci al fatto che saremo facilmente sostituibili con un robot. La grande invenzione è il capitale umano, e, in un mondo della sicurezza e delle garanzie, anche la morte può avere il suo aspetto finanziariamente utile. Le assicurazioni  ci garantiscono,  ma saremo liquidati  in base a quanto ognuno di noi ha prodotto, in quanto ha e non per ciò che è,  non la vita in sé  ha un valore  assoluto, ma i parametri sociali, economici e finanziari ne determineranno il valore. In poche e semplici parole: più possiedi, più paghi e più sarai soddisfatto e gratificato, ma post mortem.

In definitiva, la democrazia liberale e l’esasperato individualismo possono essere tra le cause indirette della cultura woke, in quanto entrambi promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dell’individuo e della sua identità. La cultura woke nasce come risposta a una visione del mondo che non ha completamente affrontato e risolto le disuguaglianze strutturali e le contraddizioni interne della democrazia liberale. La democrazia liberale pone l’accento sulla libertà formale e sull’uguaglianza dei diritti senza raggiungerli anzi scavandone le differenze, la cultura woke si concentra sul riconoscimento delle disuguaglianze sostanziali, cercando di affrontare le forme di oppressione che persistono nel tessuto sociale nonostante i diritti civili universali. La crescente consapevolezza delle disuguaglianze strutturali si estendono a quelle razziali, di genere, orientamento sessuale, classe sociale, nient’altro che una reazione ai fallimenti della democrazia liberale nel garantire l’uguaglianza sostanziale per tutti i cittadini.

Dobbiamo ripartire da La fine della Storia di Fukuyama, che con presunzione vedrebbe nel sistema della democrazia liberale la realizzazione dello Spirito Assoluto, dopo il crollo del sistema socialista, affermazione pensata con ironia!

Analizzare quanto accaduto richiede un’attenta riflessione sul metodo e sul linguaggio. Dobbiamo pensare ai valori e agli aspetti positivi che il nostro mondo morale sa riconoscere. Il simbolo del Giano bifronte, di origine italica, può aiutarci. Le sue due facce, una rivolta verso il passato,  esperienza e memoria  e l’altra verso il futuro, previsione e potenzialità, ci ricordano di non dimenticare mai il passato, ma di ripulirlo dalle scorie che lo ricoprono, affinché il futuro possa riproporsi in modo nuovo. Poniamoci delle domande: le ideologie che ci hanno attraversato cosa ci hanno insegnato? Dobbiamo condannare e rifiutare tutto? Dopo la great illusion, quella convinzione che la cooperazione economica avrebbe evitato le guerre, abbiamo riscoperto il sentimento di appartenenza, le etnie, un modo di relazionarci che si radica nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. Un modo di relazionarsi che affonda le radici nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. I sistemi di conoscenza si trovano nel linguaggio, nei legami di parentela, nelle tradizioni e qui sembra emergere un concetto ebraico che si pone quasi come l’opposto dell’essere nativi: quello di doikayt – l’essere qui. Una parola yiddish che racchiude un principio della diaspora, secondo il quale il luogo in cui ci troviamo, dove lavoriamo diventa la nostra casa, ed è lì che lottiamo insieme agli altri per la nostra vita. Questo concetto si oppone al sionismo, rifiutando l’idea che la sicurezza degli ebrei possa derivare dalla creazione di uno Stato proprio, con muri ed esercito. Te ne vai dunque laggiù? – come sarai lontano! – Lontano da dove? È la storiella ebraica, raccontata da Saint-Exupéry, che racchiude la condizione dell’ebreo errante e riassume in sé la condizione dell’uomo di tutti i tempi: un uomo è felice se sente di appartenere a qualcosa che va oltre i confini fisici e politici. Non è la terra in sé a definirci, ma il legame che abbiamo con essa, con gli altri, con le storie che ci uniscono. L’appartenenza non è un luogo da possedere, ma una condizione che ci connette con il mondo, con gli altri esseri umani, con la nostra umanità condivisa. È questo, forse, il vero senso della casa, che non è una questione di confini, ma di relazioni e di cura. In un mondo sempre più frammentato, il desiderio di appartenenza può essere l’ancora che ci trattiene all’essenziale, mentre la ricerca di un posto nel mondo rimane una costante della nostra esistenza.

La solastalgia ci affligge quando il senso endemico di appartenenza a un luogo viene violato. In modo sottile, Sarah Jaffe fa uso della parola cura.  Le persone hanno bisogno di sostegno, di attenzione. L’ambiente e la natura sono nostri, ci appartengono, e spetta a noi vivere e salvarci insieme. L’Uomo e la Natura, l’umanità e il suo dominio sul mondo, sono temi che Sarah Jaffe esplora con grande attenzione. Gli esseri umani sono stati storicamente considerati i signori e padroni della natura, una visione che includeva anche donne, neri, nativi, e chiunque fosse considerato diverso o inferiore. Il capitalismo è, però,  per sua natura razziale,  divide i gruppi in base a caratteristiche fisiche, etniche o culturali, di genere, globale e in continua espansione.

In sostanza, i fenomeni dell’alienazione nella guerra e quella nel capitalismo consumista  possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Entrambi riducono l’individuo a un oggetto da utilizzare, e la cultura popolare e i media sono il terreno dove queste dinamiche si manifestano e si legittimano. 

Un giudizio semplice e personale. 

Ci viene restituita l’immagine di un sottobosco sociale, le classi subalterne degli homeless, di chi ha perso il lavoro, degli immigrati e dei tossicodipendenti a cui la nostra informazione dà poca attenzione. I media sembrano ignorare quanto certe problematiche siano presenti. Il socialismo è stato sconfitto e la democrazia liberale dichiara la fine della Storia, ogni impero immagina di portare a compimento la Storia, ma solo perché ignora che la vita è un continuo fluire in eterni corsi e ricorsi, anche zoroastriani di un alternarsi di bene e male, nella piena consapevolezza di coscienza e libero arbitrio e sempre nell’armonia del tutto.  Un’etica pratica in cui la vita è improntata alla rettitudine, alla cura della natura, al lavoro attivo e alla carità. Un mondo ancora lontano dalla tecnologia, ma che la tecnologia non può ignorare e semplicemente perché essa non può essere un legame comunitario se non lo accompagniamo alla cura, all’amore e all’attenzione per l’altro. L‘eschaton di cui parla Peter Thiel, cofondatore e presidente di Palantir Technologies impossessandosi di un linguaggio religioso, inteso come la fine dei tempi, non rappresenta, però, una conclusione autentica e salvifica, ma una catastrofe imminente che deve essere fermata prima che si realizzi. In questo contesto, la tecnologia diventa uno strumento nelle mani del potere per prevenire tale esito. Ma la domanda che ci resta è: sarà la tecnologia al servizio dell’umanità, o continuerà a servire solo gli interessi di pochi?

Il titolo originario del libro è Necessary Trouble (Problema necessario) che è stato tradotto con l’espressione Dalle ceneri,  non è solo una risposta alla morte fisica ma un lutto collettivo, politico ed economico, che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze strutturali e delle illusioni infrante nel contesto del capitalismo e della globalizzazione. Jaffe ci invita a riflettere su queste perdite e a riconoscere che il vero dolore deriva non solo dalla morte fisica, ma dalla morte simbolica di ciò che avevamo sperato sarebbe stato un futuro migliore. Il titolo italiano, Dalle ceneri, è una connotazione simbolica che assume una profondità che si collega alla possibilità di rinascita e di speranza, la fenice rinascerà dalle ceneri,  da un processo doloroso ad un risveglio necessario.

Sarà questo il senso di tutto ciò che sta accadendo?

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Carlo Alessandro Landini: “with each gust of wind ad ogni colpo di vento – poesie” (Fara editore), di Maurizia Maiano

Don’t ask the poets

non chiedere ai poeti non domandare loro perché mai

tutto questo accada senza che un solo gesto inane

vada a scombinare l’abaco delle nostre sventure

al dio non importa di nulla e di nessuno

la ragione di ciò è ignota a tutti

non interrogare il poeta non saprebbe risponderti   

essi farfugliano incespicano sulle loro stesse parole

Siamo posti subito di fronte al mistero. Vano il nostro tentativo di trovare risposte. Possiamo chiederle ai poeti, possiamo chiederle alla scienza che inizia ad affannarsi  nel dispiegare le intuizioni, formula numeri e teoremi e quando pensa di aver spiegato, ricomincia proprio da lì, non era che un limite la certezza a cui era arrivata.

I versi di Landini ci accompagnano in questo cammino,  osservano, si meravigliano e si interrogano, in un fluire continuo, sempre uguale eppure sempre diverso: scorrono come l’acqua del fiume di Hesse, come il Danubio di Magris a Krems: il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde. Come la Morava di Handke: dove tutto vive come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente in quella notte in cui tutto ritorna. Come nell’eterna ghirlanda brillante di Gödel, Escher, Bach. È un movimento circolare, non progressivo: non conduce a una verità finale, ma a un ritorno incessante dello stupore.

Ma questa è l’Arte, è la sua capacità di imbrigliare in una combinazione alchemica sostantivi, verbi, aggettivi legati insieme da punti, virgole, punti esclamativi, interrogativi che vorrebbero guidarci per interpretare il mondo: ci indicano quando dobbiamo meravigliarci, manifestare disappunto, interrogarci, dubitare, metterci in pausa, aprirci a tante possibilità, dire punto e a capo o mettere semplicemente un punto? Landini mette da parte la punteggiatura lascia che tutto scorra senza inciampare, senza sollevare dubbi, tutto avvolto nella meraviglia. Nulla solleva dubbi perché nulla pretende di risolverli; nulla impone una direzione perché il movimento è già dato. Tutto è avvolto nel thauma  che si rinnova ad ogni colpo di vento, quel primo stupore  che precede la domanda stessa e che, come in Florenskij, non chiede di essere sciolto, ma custodito. 

È precisamente qui che si colloca il gesto di Landini. La rinuncia quasi totale alla punteggiatura non è sottrazione formale, ma scelta ontologica: il verso non vuole delimitare, non vuole chiudere, non vuole decidere per il lettore. Troviamo un punto solo alla fine di ogni paragrafo, ma il successivo non inizia con la lettera maiuscola, non vuole essere una interruzione e o un nuovo inizio, perché semplicemente niente si può interrompere, tutto si muove e si agita, si incontra, si scontra e si allontana, si ritrova e rimbalza per ritornare o per andare altrove. Il senso non è guidato, ma affidato; non è scandito, ma lasciato scorrere. Il testo non procede per fratture, ma per continuità, come un respiro che non conosce apnee. Come nella pratica della meditazione Vipassana osserva il respiro e le sensazioni corporee senza reagire o giudicare e sviluppare distacco e se il pensiero vaga si ritorna al respiro per calmare la mente e comprendere l’impermanenza di ogni esperienza.

In Landini la parola non comanda il mondo, lo accompagna. I segni che tradizionalmente orientano, chiariscono, disciplinano il discorso, perché ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza. La poesia non spiega il mistero: lo abita. E nel farlo sospende il tempo logico, restituendoci a un tempo originario.

La poesia di Landini non risponde: espone. Non argomenta: lascia accadere.

Non si tratta di prosa, ma di una poesia discorsiva. Potremmo definirla una epica lirica, il protagonista è l’Io senza legami storici ma eterni. I vincoli storici si metamorfizzano assumono nuove vesti e ornamenti e custodiscono anche quel nocciolo duro che è dell’umanità tutta, seguiamo quel fluire empatico dell’esistenza che rende la poesia universale, diventando Erlebnis, esperienza vissuta, incarnata che le parole riattivano in ogni lettore. Non descrive un’epoca ma le epoche tutte ricompaiono nei segni e nei nomi, simboli radicati di un disagio esistenziale mai spentosi, ma anche di energia vitale e rinascita. Un teatro di poesia  per usare una espressione di Maria Luisa Spaziani, un poeta-narratore di una endless story che si rinnova ad ogni colpo di vento.

Singolare la premiazione di With Each Gust of Wind – Ad ogni colpo di vento di Carlo Alessandro Landini a Porto Venere, luogo sospeso tra roccia e mare che conserva ancora l’eco romantica di Lord Byron, il vento non è solo un fenomeno naturale ma diventa una figura dello spirito. Non è casuale che proprio qui nasca il Premio intitolato al poeta inglese e che la sua prima assegnazione nel 2025 abbia premiato Carlo Alessandro Landini. Artista ecclettico e capace di rievocare e far rivivere, sia nella musica che nella scrittura, la memoria culturale e artistica del passato. Niente è mai completamente nuovo.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione di critica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.