Edgar Allan Poe: Il crollo della casa Usher, di Maurizia Maiano

Edgar Allan Poe (1809-1849), figlio del Romanticismo americano, Dark Romanticism, porta il gotico dentro la mente: l’orrore non è più soltanto nei castelli, nelle cripte e nelle apparizioni, ma nella percezione stessa della realtà, attraverso una sorta di metamorfosi sensoriale. Ne Il crollo della casa Usher, pubblicato nel 1839, le parole diventano suono, il suono diventa rumore e il rumore invade la realtà

I libri non sono mai semplicemente il percorso di un lettore, ma si legano inevitabilmente al percorso della nostra vita. Il legame che si crea tra libro e realtà è come quello di un oggetto fisico davanti allo specchio, illuminato da un faro esterno che dispensa la sua luce a entrambi. Perché questo accada è necessario avere un’immaginazione e un temperamento facilmente eccitabili: qualità che, nel tempo, sono state definite sensibilità del genio, particolare propensione alla malinconia, nevrosi. Difficile stabilirne i confini. Le opere di Poe, hanno questa capacità: creano un legame tenace e intricato, dal quale diventa quasi impossibile svincolarsi. Si vaga continuamente tra realtà e immaginazione, tra l’io reale e una percezione più intima e profonda del sé. Avevo già letto altro di Poe, ma questo racconto mi ha particolarmente impressionata.

poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semi piacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi… contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo

L’agitazione nervosa con cui Roderick chiedeva al suo più intimo amico di raggiungerlo, nella speranza di trovare sollievo al proprio male, lo spinge a fargli visita senza indugio. È il cuore a guidarlo verso quella casa e verso quell’amico di cui, nonostante l’antica intimità, ricordava ormai ben poco. Insieme iniziano a leggere. La biblioteca degli Usher, va detto, è molto fornita: Si trovano il Belfagor di Machiavelli; Le meraviglie del cielo e dell’inferno di Swedenborg; Il viaggio sotterraneo di Nicholas Klimm di Holberg e molti altri testi.

Eppure il protagonista sceglie proprio l’unico libro inesistente dell’intera biblioteca:

Era una vecchia edizione del Mad Trist di Sir Launcelot Canning ed io gli avevo attribuito la qualità di libro preferito da Usher più in un attimo di scherzosa malinconia che con intenzione seria; nelle sue scialbe e ridicole lungaggini non vedevo, al momento d’intraprenderne la lettura, che cosa avrebbe potuto interessare l’elevata spiritualità del mio amico?

Si tratta di uno pseudobiblion creato da Poe, ed è ancora più prezioso se si considera quanto questa tecnica fosse allora poco frequentata nella letteratura. È a questo punto che realtà e libro diventano oggetto di riflessione all’interno del libro stesso. La lettura non si limita più a raccontare una storia: ciò che accade nelle pagine sembra uscire dal libro e riversarsi nella realtà. La tetra e cupa atmosfera del Mad Trist, il colpo di mazza con cui Ethelred, un cavaliere che, durante una notte tempestosa, arriva davanti alla dimora di un eremita e chiede ospitalità. Non ricevendo risposta, sfonda la porta con la forza. Da quel momento entra in uno spazio misterioso e soprannaturale, dove affronta un drago, lo abbatte  e lo vede stramazzare al suolo con un urlo talmente agghiacciante da costringerlo a tapparsi le orecchie; i rumori si confondono con quelli che provengono dal buio della casa Usher. Il confine tra ciò che viene letto e ciò che realmente accade si fa sempre più sottile. I rumori riportano allora all’immagine della sorella di Roderick, Lady Madeline, rinchiusa viva nella bara:

L’abbattersi dell’uscio dell’eremita, e l’urlo di morte del drago… Vuoi dire piuttosto l’infrangersi della sua bara, il suono stridente dei cardini di ferro della sua prigione, il suo dibattersi entro l’arcata foderata di rame della cripta! Oh, dove fuggirò? Non sarà ella qui tra poco? Non sta forse affrettandosi per rimproverarmi la mia precipitazione?

E poco dopo ciò che sembrava provenire dalle pagine del libro irrompe definitivamente nella realtà:

Fu senza dubbio l’opera dell’uragano infuriante; ma ecco che fuor di quell’uscio SI ERGEVA VERAMENTE l’alta ammantata figura di lady Madeline di Usher.

Il bianco sudario macchiato di sangue, il corpo emaciato, i segni della lotta: Lady Madeline appare come una figura che proviene direttamente dall’immaginazione e insieme dalla materia della casa. Il libro ha ormai dissolto la distanza che lo separava dalla realtà.

Ed è forse proprio qui che Poe mostra tutta la sua modernità: la lettura non è più un’esperienza separata dalla vita, ma un dispositivo capace di alterare ciò che vediamo e persino ciò che crediamo reale. La parola letteraria diventa materia, il racconto diventa esperienza, e il lettore si trova prigioniero di quella stessa ambiguità nella quale sono imprigionati i due fratelli Usher. Quando Lady Madeline, dopo essere rimasta tremante, vacillante sulla soglia, cade sul corpo del fratello e lo trascina con sé nella morte, crolla non soltanto la casa degli Usher, ma anche l’ultimo fragile confine tra immaginazione e realtà.

Forse è proprio questo che mi ha particolarmente impressionata nella lettura di Poe: la sensazione che il libro non rimanga mai davvero dentro il libro. A un certo punto comincia a guardare noi.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Narrare, errare, smarrirsi per abitare la Storia – L’Eneide, di Maurizia Maiano

Dobbiamo inventarci un modo nuovo, in questi tempi bui, per appassionare le giovani menti alla Storia.
Narrare viene dal latino gnarus, colui che sa, colui che è consapevole. Narrare significa dunque portare a conoscenza di qualcuno ciò che ancora non sa: mettere in comune una conoscenza, trasformare ciò che è stato vissuto o conosciuto in un racconto capace di raggiungere chi ascolta. In questa semplice etimologia si nasconde, forse, uno dei gangli fondamentali della scuola: qualcuno racconta a qualcuno ciò che ancora non sa, affinché possa cominciare a sapere e, soprattutto, a comprendere.
È da qui che vorrei partire per ripensare l’insegnamento della Storia.
Abbiamo imparato che la Storia inizia con la scrittura, i documenti scritti permettono che venga raccontato e ricordato ciò che è accaduto prima di noi. Ma prima ancora che dalle carte, dagli archivi e dai documenti nasce dagli uomini che si spostano, che attraversano territori, che abbandonano luoghi e ne raggiungono altri, potremmo dire che nasce dall’errare, se intendiamo questa parola nella sua duplice accezione: muoversi senza una direzione già stabilita, ma anche cercare, esplorare, procedere attraversare l’incertezza, è il senso del vero errare che la parola contiene in sé. La storia dei popoli è, in larga misura, storia di migrazioni, di incontri e scontri, di separazioni, di conflitti e di contaminazioni. Si cresce, si evolve, si cambia ci si arricchisce solo incontrando l’altro, accogliendo.

Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più difficili del nostro presente. Come raccontare la Storia a bambini e ragazzi in un tempo nel quale le migrazioni, gli spostamenti e gli incontri fra i popoli sul nostro pianeta sono diventati una delle esperienze più controverse del nostro vivere collettivo? I nostri libri parlano di invasioni barbariche, ma era il tempo dell’impero di Roma, nelle lingue degli altri popoli si parla di migrazioni di popoli, Voelkerwanderung dicono i tedeschi. Riflettere sull’etimologia della parola, sull’uso diverso che chi la usa ne fa, aiuta a guidare il discente nella riflessione attenta del linguaggio, del diverso apporto di significato che l’uso di una parola può avere in soggetti diversi. La Wanderung, migrazione, è la parola tedesca che si usa al posto della nostra invasione. Narrare evita che il racconto storico diventi la rassicurante costruzione di identità immobili, di appartenenze concepite come origini pure e separate, significa, inoltre, dare forma al tempo, significa capire anche il punto di vista dell’altro. Ogni racconto introduce un prima, un dopo e un sarà. Il passato non è semplicemente qualcosa che è finito: entra nel presente, lo attraversa e apre possibilità verso il futuro. La narrazione rende dunque abitabile il tempo, perché stabilisce connessioni tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che ancora può accadere.
È qui che torna alla mente l’immagine creata da Paolo Jedlowski nel suo saggio: Il racconto come dimora. Raccontare non significa soltanto trasmettere informazioni: significa offrire un luogo nel quale l’esperienza possa essere raccolta, ordinata, condivisa. Il racconto diventa una dimora temporale, uno spazio nel tempo, un luogo nel quale possiamo sostare per comprendere da dove veniamo e, forse, immaginare dove possiamo andare. Per fare questo si serve del film Heimat, Patria, la parola tedesca contiene in sé la parola Heim, casa e la casa accoglie, è il luogo degli affetti.
Una fiction del 1984, diretto dal regista tedesco Edgar Reitz, racconta la storia della famiglia Simon e di Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, la regione della Germania in cui è nato il regista. Le vicende private dei protagonisti si intrecciano con gli avvenimenti della storia della Germania nel periodo che va dal 1919 al 1982. Walter Benjamin ci aiuta nell’interpretazione: un’opera che non mira solo al nudo racconto dei fatti storici, date, guerre, violenze, battaglie, che hanno caratterizzato il secolo, ma anche partenze, separazioni e abbandoni che i protagonisti di quel racconto hanno sperimentato. Un’opera attuale da cui prendere lo spunto affinché il discente impari a conoscere le vicende nel proprio vissuto, di uomo del suo tempo, attraverso la storia di una famiglia che potrebbe essere anche la sua. Essa si realizza nel momento in cui viene raccontata, organizzata in  forma grammaticale e sintattica. L’esperienza non è solo il vissuto, ma anche il processo che ha luogo nella memoria, lo lega all’esperienza e gli dà senso. Qualcosa che è andato perduto, ma che abbiamo ritrovato. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi. E’ come se l’accaduto ritornasse per essere raccontato. Un ritorno in ciò che è stato, un tentativo di capirlo, interpretarlo e di decifrarlo. 
Il racconto diventa una rete di relazioni, luogo dell’anima e del tempo ritrovato. Forse è proprio questa la funzione che dovremmo restituire alla Storia nella scuola: non soltanto far conoscere il passato, ma offrire ai bambini e ai ragazzi una dimora nel tempo. E per farlo, dobbiamo prima insegnare loro che la Storia non è un territorio immobile da attraversare lungo un percorso già tracciato. È un viaggio. Forse nessun termine come narrare contiene in sé i molteplici aspetti del compito che come insegnanti si ha: far sapere, errare sia nel senso di spostarsi, che è un vagare senza meta, che ci pone nel cammino di fronte ad una scelta, sia errore, smarrimento, ricerca. La Storia non è il racconto di chi conosce la strada; è il racconto di uomini che hanno cercato una strada. Ed è proprio attraverso il racconto che chi ancora non sa può cominciare ad abitare ciò che è stato. È proprio questa duplicità che rende errare una parola straordinariamente feconda per l’insegnamento della storia.

Storia e grandi poemi epici – L’Eneide


Nel narrare, nel raccontare bisogna pensare non tanto alla trasmissione di fatti, eventi, personaggi e quadri cronologici del passato, piuttosto ad una conoscenza elementare e correttamente impostata che trasferisca nel discente i processi storici delle epoche più antiche. Ciò vale soprattutto per l’epoca in cui si sviluppò la civiltà greco-italico-romana che costituisce la base della nostra storia nazionale ed anche quella europea, sfuggendo così al pericolo di restare chiusi ed intrappolati in qualcosa che vogliamo far apparire come nuovo. Il ruolo, la libertà dell’insegnante ne stabilirà le priorità valutandone sia la rilevanza epocale, sia l’esemplarità rispetto all’attuale concreta esperienza di vita. È nel nostro passato che ritroviamo le nostre radici.
L’accoglienza è alla base della cultura e della storia italiana. La nostra tradizione cristiana, a sua volta radicata nella romanità, è impregnata dell’umanesimo e dell’idea universale di Roma prima, del Cristianesimo dopo. La Civitas romana ha abbandonato l’idea della Polis, per cui il barbaro non farà mai parte della comunità. Al contrario, Roma rende cittadino chi la serve. L’Imperium sine fine nasce con l’immagine di Enea che fugge da Troia portando sulle spalle il padre Anchise e approda nel Lazio: “così dice piangendo ed allenta le briglie alla flotta. E finalmente arriva ai lidi euboici di Cuma” (Eneide libro VI). Enea è il migrante, che fugge dalla sua terra assediata e in fiamme, e fonderà l’Impero. È questo l’atto che “ci impedisce di slegare il sogno dalla realtà, liberandoci dai demoni della chiusura, della xenofobia e del razzismo” perché la nostra è la cultura dell’accoglienza che si è espansa ed ha conquistato il mondo (si veda Accogliere di Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo Piemme, 2023).

L’Eneide: dall’esilio alla fondazione


L’epica è la forma letteraria del racconto. Espone le vicende di uomini e popoli in terza persona, trasformando l’esperienza individuale in memoria collettiva. Virgilio vuole raccontare la storia della nascita di Roma e mostrare come, da una fine, possa aprirsi un nuovo inizio. Enea parte da una città che non esiste più: Troia è stata distrutta e data alle fiamme. Deve lasciare tutto, non può ricostruire la città perduta. Ma nel momento in cui l’abbandona porta con sé il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio, uno sulle spalle e l’altro per mano. Una immagine reale, fisica e potente: uno il peso del passato e l’altro il futuro, la mano che lo stringe forte diventa simbolo di guida, di presenza necessaria:
Oh, padre, afferra con la tua mano sacra i tuoi Penati ancestrali; è sacrilego toccarmi, essendo
reduce da una guerra così grande e fresca di massacro finché non mi laverò nel vivo fiume.

C’è in queste parole la consapevolezza del male della guerra, della violenza e delle atrocità commesse che non si possono facilmente cancellare, le violenze rimangono indelebili.
Il vecchio e il nuovo, il passato e il futuro portano con sé la memoria e la responsabilità di ciò che dovrà essere: la distruzione della patria non significa la cancellazione della sua storia e il gesto di accompagnare per mano il figlio ne diventa la conferma. Enea non può ricostruire Troia, ma potrà fondare una nuova patria. Il viaggio diventa così il passaggio necessario tra ciò che è finito e ciò che ancora deve nascere. L’erranza conduce all’approdo; la perdita diventa possibilità di fondazione. Enea non è fondatore perché possiede già una patria, ma l’ha perduta. E’ questo che scardina le certezze di una appartenenza che non può essere per sempre. La sua identità non nasce dalla conservazione di un luogo immobile, ma dal movimento, dalla separazione e dall’incontro con un nuovo luogo. La patria, nell’Eneide, non è soltanto un luogo ricevuto: è anche un luogo che si costruisce.
Enea è, nello stesso tempo, profugo, perché ha perduto la propria terra; errante, perché non ha ancora una destinazione; narratore, perché porta con sé la memoria di Troia; fondatore, perché il suo viaggio prepara la nascita di una nuova comunità, dalla quale nascerà Roma, e infine l’Impero. Enea è dunque profugo per destino: il suo destino passa attraverso l’esilio. Scrive Virgilio:
Canto le armi e l’uomo che, profugo per destino, per primo dalle coste di Troia giunse in Italia
È quasi un paradosso: il destino del fondatore comincia con l’esilio. Come per dire che ogni cosa e proprio quella più grande nasce da una profonda sofferenza e da un grande travaglio: il nuovo viene dal vecchio e dalla sua perdita. 

Mi arresi e, sollevato mio padre, mi diressi verso le montagne…(il monte Ida rifugio dei troiani).  

E’ il momento della separazione. La consapevolezza di dover abbandonare tutto e chiudere con il passato. Lo spaesamento rende possibile porre nuove radici per una nuova identità che abitare i nuovi luoghi, condividere gli spazi ed il lavoro cementificheranno. La nuova comunità non nasce semplicemente perché Enea arriva: nasce dall’incontro con chi già abita quella terra. Enea non trova una terra vuota. Trova Latini, Rutuli, Evandro, Turno. Quindi l’approdo non è la semplice sostituzione di una patria con un’altra: è un incontro, ma anche un conflitto, una contaminazione e infine una trasformazione reciproca.

Il racconto prosegue nel dar forma ad una comunità, non cancella il proprio rapporto con il passato, perché su esso si fonda e guarda ai nuovi che incontra e con cui si scontra, ma reciprocamente si contaminano. Enea è un migrante prima ancora di essere un fondatore. La sua storia comincia fuori dalla patria.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Erich Maria Remarque: L’obelisco nero (Neri Pozza, trad. Quirino Maffi e Enrichetta Lupis), di Maurizia Maiano

Nella letteratura, come nel teatro e nel cinema, ritroviamo spesso una parte di noi. I personaggi che leggiamo sono talvolta lì per parlarci del nostro presente, da uno spazio e da un tempo lontani. Riconoscersi in una storia che non ci appartiene e scoprire, all’improvviso, che parla proprio di noi è forse uno dei miracoli della narrativa.

L’obelisco nero (Der schwarze Obelisk), pubblicato nel 1956, è uno dei romanzi più intensi di Erich Maria Remarque. La storia si svolge nel 1923, nella Germania della Repubblica di Weimar devastata dall’iperinflazione. La moneta perde valore di ora in ora e, insieme al denaro, sembrano sgretolarsi anche le certezze morali e civili di un’intera società.

Il titolo del romanzo deriva dall’obelisco in granito nero che si trova nel cortile della ditta di monumenti funebri di Georg Kroll, un oggetto imponente, fuori dal tempo, immune agli sconvolgimenti del presente.

In quella ditta lavora Ludwig Bodmer, un giovane reduce, appassionato di poesia e di musica, che cerca di orientarsi in un mondo dominato dall’instabilità. Ludwig suona l’organo nella cappella dell’ospedale psichiatrico, dove incontra Geneviève Terhoven, detta Isabelle. La giovane vive una frattura dell’identità che la conduce ad assumere, a tratti, personalità differenti.

Nel giardino dell’ospedale, seduti su una panca vicino a un’aiuola di rose, Ludwig e Isabelle sembrano sottrarsi per qualche momento alla violenza del mondo esterno. Là fuori il dollaro è salito vertiginosamente e qualcuno si è tolto la vita; nel giardino, invece, il tempo sembra obbedire a un’altra misura. Nei dialoghi con Isabelle, Ludwig scopre una dimensione spirituale e filosofica che contrasta con il cinismo della società. La follia della giovane appare talvolta più autentica della presunta normalità degli uomini cosiddetti sani.

Forse è per questo che Remarque affida proprio a Isabelle il centro spirituale del romanzo. Chi è considerato folle può ancora vedere ciò che gli altri hanno smesso di vedere. Nel loro incontro sanità e follia sembrano riconoscersi, come se appartenessero da sempre allo stesso spazio. Isabelle è la custode di una saggezza incoerente che fa scoprire visioni lontane, di una verità che la razionalità ordinaria non sa più ascoltare: il desiderio di conoscere l’ignoto, anche quando spaventa, e di attraversare quella zona incerta che può renderci ora felici, ora infelici.

Ludwig vive anche una relazione con l’affascinante Gerda Schneider, donna concreta, profondamente radicata nella vita quotidiana e desiderosa di una sicurezza materiale. Gerda fa da contraltare a Isabelle, che, al contrario, appartiene all’immaginazione, alla fragilità e alla ricerca spirituale. Le due donne rappresentano due modi di abitare il mondo. E Ludwig oscilla fra queste due polarità, consapevole che nessuna delle due, da sola, basta a definire l’esistenza.

Intorno ai protagonisti si muove una vasta galleria di commercianti, reduci, opportunisti, nazionalisti e borghesi impoveriti. Attraverso di loro Remarque restituisce il ritratto di una Germania smarrita, appena uscita dalla Prima guerra mondiale e tuttavia attraversata da un incontenibile desiderio di vivere. La voglia di rinascita convive con la precarietà economica, mentre i fermenti nazionalisti e antisemiti, ancora apparentemente marginali, lasciano già presagire ciò che di lì a pochi anni avrebbe travolto la Germania e l’Europa.
La Repubblica di Weimar porta il nome di una delle capitali spirituali della cultura tedesca. E’ la città di Goethe e Schiller, del classicismo, della Bildung e dell’ideale di un’educazione capace di condurre l’uomo alla libertà. A Weimar si lega simbolicamente anche l’eco dell’Inno alla gioia di Beethoven, ovvero il sogno di un’umanità finalmente riconciliata.

Proprio per questo la parabola della Germania assume un valore tragico e universale. La civiltà non mette l’uomo definitivamente al riparo dalla barbarie; l’alta cultura, da sola, non basta a impedire il crollo dell’umano. Come ha potuto la patria di Goethe, di Kant e di Beethoven generare l’orrore del nazionalsocialismo? È un interrogativo che attraversa la riflessione di Thomas Mann negli anni dell’esilio e trova una delle sue espressioni più compiute in Doctor Faustus. Remarque sembra suggerire che la barbarie non nasca all’improvviso: germina lentamente nelle crepe lasciate dalla guerra, dall’umiliazione, dalla paura e dalla perdita dei valori condivisi.

Nel corso del romanzo Ludwig comprende che né l’amore né il successo economico possono colmare il vuoto lasciato dalla guerra. Isabelle viene infine dimessa dalla clinica e si allontana dalla sua vita, mentre lui prosegue il proprio cammino con una consapevolezza nuova: la felicità è fragile, la memoria è indispensabile e la dignità dell’uomo consiste soprattutto nella capacità di conservare umanità nei periodi di disgregazione.

Come in Niente di nuovo sul fronte occidentale, Remarque, attraverso il suo protagonista, riflette sulla fragilità della civiltà europea e sulla difficoltà di restare umani quando la storia sembra aver perso ogni punto di riferimento.

Al termine della lettura ci pare di scoprire il dono più grande della letteratura: dare forma a qualcosa che già ci abitava e che, senza un libro, sarebbe rimasto indistinto. Remarque ci ricorda, attraverso Ludwig e Isabelle, che l’essere umano non è una monade, ma un intreccio di memoria, contraddizioni, fragilità e possibilità.

È proprio nella frattura dell’identità che può nascere la possibilità di comprendere noi stessi e gli altri. Nessuna identità è monolitica o definitivamente compiuta. E riconoscerlo significa sottrarsi a ogni ideologia fondata sull’appartenenza assoluta, sul mito del Blut und Boden, del sangue e suolo. Forse da questa consapevolezza può nascere un autentico umanesimo, non quello delle certezze granitiche, ma quello delle crepe, perché è nelle crepe dell’identità che l’altro smette di essere un nemico e diventa un volto da riconoscere.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

“I convitati di pietra” di Michele Mari (2025) e “Il lungo pranzo di Natale” di Thornton Wilder (1931), di Maurizia Maiano

Tra Il lungo pranzo di Natale di Thornton Wilder (1931) e I convitati di pietra di Michele Mari (2025) corre una sorprendente analogia. Entrambe le opere costruiscono la narrazione intorno a una tavola e a un rito conviviale, ma fanno del tempo due esperienze radicalmente diverse. In Wilder il tempo è continuità, memoria e successione delle generazioni; in Mari è attesa, probabilità e perdita. Intorno allo stesso gesto del riunirsi a tavola si sviluppano così due meditazioni divergenti sull’esistenza.

Nell’atto unico di Wilder vediamo una tavola lunga ed elegantemente apparecchiata nella casa dei Bayard, un grande tacchino al centro, una porta che dà sull’atrio decorata di frutti e fiori, e, sul lato opposto, un portale con un drappeggio di velluto nero: nascita e morte si dispongono ai margini della scena, mentre i convitati si raccontano nel tempo, mentre i capelli imbiancano. È un tempo organico e continuo, quasi vegetale. Tutto è un inevitabile succedersi: i figli crescono, i padri invecchiano, le generazioni si passano il testimone.

In Mari una classe del liceo festeggia, il 22 luglio del 1975, il primo anniversario della maturità e i trenta componenti decidono di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ogni anno verseranno una somma da investire, che dovrà generare nel tempo un’ingente fortuna. Qui il tempo è discontinuo e probabilistico: ogni incontro è un salto in avanti, e ogni morte modifica retrospettivamente il passato delle vite degli altri. Ogni anno si ritrovano intorno all’anonimo tavolo senza storia di un ristorante. Il tavolo non è più luogo di continuità familiare, ma di contratto: in Wilder è memoria, in Mari scommessa.
Ciò che in Wilder appartiene alla naturale accettazione del ciclo dell’esistenza — nascita, trasformazione, vecchiaia, morte — in Mari sembra dipendere da una combinazione insondabile di destino, caso o provvidenza. Gli ex compagni si ripromettono di parlare di politica, lavoro, famiglia, divorzi e figli, ma non del futuro: il patto originario lo ha escluso fin dall’inizio. Non parlare del futuro significa, in fondo, non parlare della propria morte. Così ogni ritrovo assume sempre più l’aspetto di un tavolo da roulette. Si comincia persino a elaborare una casistica delle probabilità: bevitori, fumatori, salutisti, vite spericolate e vite prudenti. La prima morte, inattesa, è il suicidio della Crollalanza, dodici anni dopo il patto. Da quel momento tutti sostengono di averne colto i segnali già ai tempi della scuola: è il consueto inganno della memoria, che attribuisce al passato una necessità che allora nessuno avrebbe saputo vedere.
Nel 2014, al quarantennale della maturità, qualcuno si domanda quale senso abbia continuare a incontrarsi soltanto perché un tempo si è stati compagni di scuola. Che cosa li tiene davvero uniti? Il denaro accumulato nel fondo? La speranza della vincita finale? O piuttosto il bisogno di misurare, anno dopo anno, la propria sopravvivenza attraverso quella degli altri? Il richiamo al Convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart è inevitabile: là la statua giunge come incarnazione del giudizio e della colpa; nel romanzo di Mari, invece, il convitato di pietra è il tempo stesso. Invisibile ma sempre presente, siede a tavola con gli altri commensali e rende ogni incontro una verifica della loro permanenza nel mondo.

Mari concepisce il tempo come ciò che scorre verso la fine; per fermarlo si possono tentare solo piccoli rattoppi, dighe provvisorie, rinvii dell’epilogo. In Wilder, invece, il tempo sembra allontanarsi per poi ritornare, consentendo ai vivi e ai morti di ritrovarsi ancora una volta intorno alla stessa tavola. Dopo aver sperimentato l’assenza, il ricordo restituisce la presenza; ciò che il tempo sembrava aver sottratto viene riconquistato nella memoria. Il pranzo natalizio diventa così il luogo in cui la gioia condivisa continua a esistere oltre il fluire del divenire. Mari racconta il tempo vissuto, Wilder mette in scena il tempo della memoria.

In questo spaccato di umanità, dominato dall’interesse e dalla contabilità della sopravvivenza, affiora infine una tenera storia d’amore tra Luca Brodo e Lola Ricci. Rivadeneyra suggerisce a Luca la lettura de L’amore ai tempi del colera. Dalle pagine di García Márquez egli apprende che l’amore non conosce età: se Florentino Ariza e Fermina Daza hanno saputo ritrovarsi dopo una vita intera, allora anche per loro esiste una possibilità. Luca e Lola si scrivono assumendo, di volta in volta, i ruoli della Padrona e dello Schiavo. È un gioco di reciproco affidamento che rovescia la logica del dominio: il dominio si trasforma in fiducia, la gerarchia in complicità, l’obbedienza in una forma di abbandono reciproco.

Non sembra casuale neppure la ricorrente presenza di Gene Hackman. Molti dei suoi personaggi sono uomini chiamati a misurarsi con il caso, la colpa e il trascorrere del tempo. Tra i richiami cinematografici del romanzo affiora anche Pronti a morire (The Quick and the Dead, 1995): come nel film, è il tempo a eliminare progressivamente i contendenti. Hackman è un interprete di uomini comuni travolti da meccanismi più grandi di loro, e anche i protagonisti di Mari sono persone normalissime, senza eroismo, che diventano i personaggi di un gigantesco esperimento sul tempo e sulla morte.

Il confronto con Wilder ritorna allora con ancora maggiore evidenza. Se nella casa dei Bayard il tempo continua a generare vita e a rinnovare il rito familiare, nel romanzo di Mari esso diventa un lento processo di sottrazione. Alla tavola di Wilder si aggiungono nuovi commensali; a quella di Mari, anno dopo anno, una sedia rimane inevitabilmente vuota. È questa assenza progressiva a trasformare il convivio in una meditazione sulla finitudine.

Se Wilder celebra la continuità della vita attraverso il rito familiare, Mari racconta la lenta erosione del tempo condiviso. Il convitato di pietra non è soltanto il Commendatore evocato da Mozart: è il tempo stesso, invisibile ma sempre presente, che prende posto accanto ai vivi e, anno dopo anno, decide chi continuerà a sedersi a quella tavola. È qui che si apre spazio all’amore, alla memoria, alla letteratura e al teatro, come se solo l’immaginazione potesse opporre una fragile resistenza all’inesorabile trascorrere del tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Il sogno in Jean Paul, Borges e Carroll, di Maurizia Maiano

Il discorso del Cristo morto e altri sogni di Jean Paul, Johann Paul Friedrich Richter (1763 – 1823)

Jean Paul occupa un posto singolare nel Romanticismo: ne incarna pienamente la sensibilità, ma al tempo stesso ne oltrepassa gli orizzonti, anticipando molte inquietudini della modernità. In un sogno del protagonista, Cristo risponde all’umanità che gli chiede del Padre: “No, non esiste… non c’è alcun Dio… siamo tutti orfani, voi e io…”. La frase non va letta come una professione di ateismo da parte di Jean Paul. È un incubo, una visione estrema nella quale il poeta porta fino alle conseguenze più radicali l’angoscia dell’uomo moderno di fronte al silenzio di Dio. Il risveglio conserva ancora uno spiraglio di speranza.
Dunque, Dio è morto. È inevitabile pensare al celebre annuncio nietzschiano della morte di Dio, ma in Jean Paul il significato è diverso: non è ancora una dichiarazione filosofica, bensì un’esperienza visionaria del vuoto, un grido interiore che anticipa il disagio spirituale della modernità. Un tentativo di aggrapparsi al passato in modo nuovo e liberarsi da una fede troppo istituzionalizzata e spesso negazione del vero sentire e del vero amore. E’ l’Arte, secondo Jean Paul, che continua il dialogo tra l’uomo e l’invisibile; e la Poesia diventa una forma di esperienza religiosa.

Le rovine circolari di Jorge Luis Borges

Scritto nel 1940, il racconto fa parte della raccolta Finzioni del 1944. Se si prova a leggere prima Jean Paul e poi Borges si scoprirà una composizione per pianoforte a quattro mani. Come due pianisti che si alternano sulla stessa tastiera, Jean Paul e Borges sembrano proseguire un unico movimento iniziato un secolo prima. Entrambi obbediscono a uno spirito che li guida, ad una medesima musica interiore, compressi nell’ ansia di trovarsi al centro di un mondo avvolto nel buio. Qui si coglie il passaggio tra due epoche. Nel Romanticismo il sogno proviene ancora da una dimensione superiore e viene donato all’uomo; in Borges, invece, nasce dall’uomo stesso, che assume un potere quasi demiurgico fino a scoprire di essere, a sua volta, il sogno di qualcun altro. Nel primo, il sogno appare come fuga dal reale, dono degli dei; nel secondo è frutto di un soggetto creatore. Una medesima intelligenza poetica li aiuta ad interpretare la Storia e la vita dell’uomo.

Lewis Carroll: Attraverso lo specchio

Tra Jean Paul e Borges si inserisce un terzo interlocutore inatteso: Lewis Carroll. L’inizio de Le rovine circolari richiama in esergo Attraverso lo specchio (1871), dove Pinco Panco e Panco Pinco, i gemelli paffuti e bizzarri, mostrano ad Alice il Re Rosso addormentato, rivelandole che l’intera realtà è un suo sogno e che lei stessa ne è solo una parte. L’opera si trasforma ancor di più in una sonata di un intreccio interconnesso di sogno e veglia. Carroll introduce il dubbio sulla consistenza del reale con il tono del paradosso fiabesco; Borges trasforma quello stesso dubbio in una meditazione metafisica sull’identità, sul tempo e sulla creazione.

Sognare diventa un atto creativo, materia da modellare tra veglia e sonno, mentre l’uomo impara a distinguere il reale dall’immaginato; non è più soltanto uno spazio dell’immaginazione, un dono ricevuto, ma un’opera costruita con pazienza, quasi un atto artistico. L’uomo assume il ruolo del demiurgo, salvo scoprire infine di essere egli stesso il sogno di un altro. Mentre il romantico Paul allevia il dolore dell’uomo al risveglio con la luminosità della luce; Borges ne coglie invece bellezza e malinconia, l’atmosfera rarefatta di un’estasi che si dissolve allontanandosi. Il sogno non è più soltanto uno spazio dell’immaginazione: è diventato il luogo in cui si decide l’esistenza stessa dell’uomo. La scoperta finale di Borges non riguarda soltanto il protagonista, ma coinvolge anche il lettore, chiamato a interrogarsi sulla natura della propria realtà.

L’attività onirica diventa filo conduttore, ponte tra realtà e immaginazione, tra memoria e creazione, tra dolore e gioia, come una musica che si dispiega, legando presente e passato, veglia e sonno, coscienza e poesia. Con Borges, e con Carroll attraverso Borges, si compie il passaggio da un mondo ancora romantico, nel quale il sogno consola l’uomo custodendone la speranza, a un universo pienamente moderno, nel quale diventa la sostanza stessa della realtà. Jean Paul lascia intravedere l’assenza di Dio come esperienza dolorosa; Borges conduce quella stessa intuizione fino alle estreme conseguenze, mostrando un uomo che scopre di essere egli stesso il sogno di un altro. Tra i due autori non vi è soltanto un secolo di distanza, ma la trasformazione stessa della coscienza occidentale. Viene sancito il passaggio da un mondo ingenuo e romantico a un mondo sentimentale e consapevole di una realtà sognata. Le interconnessioni spazio-temporali non sono soltanto un dialogo fra Jean Paul e Borges: sono i cadaveri eccellenti di una letteratura che continua a sognare se stessa attraverso i secoli, facendo risuonare, in epoche diverse, le medesime domande sull’origine dell’uomo, sul tempo e sul mistero dell’esistenza.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.