Ripensando a “Pucundria” di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero), di Massimo Congiu

Recensito per Il Randagio da Vincenzo Vacca il 19 marzo dell’anno scorso, “Pucundria”, di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero 2024, pp. 320), è una storia di resistenza e di riscatto che ha per protagoniste donne detenute nel carcere di Pozzuoli e una guardia carceraria con sua figlia. Il filo che le lega è la necessità di rinascita, di andare oltre i muri di celle anguste e di case che le tengono ugualmente prigioniere. Nella storia si dà voce a realtà che vanno socialmente affrontate, come quella della violenza sulle donne, da esse spesso vissuta come una vita di sopportazione, che si ripete di generazione in generazione, e quella della problematica carceraria. Entrambe sono un buco nero nella coscienza collettiva o proprio un vuoto di coscienza, e spesso divengono oggetto di rimozione.

Lo spunto alla base di quest’opera è costituito dal laboratorio di scrittura tenuto dall’autrice nell’istituto penitenziario di Pozzuoli che successivamente, a maggio del 2024, è stato sgomberato per i postumi delle forti scosse di terremoto verificatesi in quel periodo e che è tuttora chiuso. Le sue “ospiti” sono state trasferite in altre strutture, anche fuori regione.

Quella raccontata da Maria Rosaria Selo è una storia di donne accomunate da una necessità di svolta personale che condividono da alleate in un percorso comune di resistenza e rinascita. Scrive Vincenzo Vacca nella sua recensione che questo “romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente, ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste”. Ciò che di fatto avverrà, complice un profumo, un’essenza che sa di riconciliazione con la vita, di libertà, e qui conviene fermarsi; il resto viene affidato alla sensibilità delle lettrici e dei lettori e alla loro capacità di immedesimazione.

Detenzione femminile, si diceva, in riferimento alla suggestione dataci da Maria Rosaria; e qui ci addentriamo in uno spazio caratterizzato da numerose criticità. Nel nostro paese le donne ristrette rappresentano una porzione sensibilmente più piccola della popolazione carceraria considerata nel suo complesso, questo è vero, va comunque detto che i numeri che la riguardano mostrano un sia pur leggero aumento verificatosi negli ultimi anni. Come dato statistico, e in ogni caso di notevole interesse sociale, si aggiunga che la Campania è la seconda regione d’Italia per numero di detenute, seconda solo alla Lombardia. Fatta questa precisazione va sottolineato un aspetto di importanza centrale; ossia che la detenzione femminile nel Bel Paese, e non solo da noi, è caratterizzata da difficoltà peculiari che hanno a che vedere con la gestione della maternità in carcere e la scarsità di strutture adeguate a rispondere alle necessità delle ristrette in termini psicologici e sanitari.

Secondo studi approfonditi le detenute evidenziano un più alto livello di marginalità sociale rispetto agli uomini; risulta, inoltre, che la loro condizione presenta rischi maggiori di rottura dei legami familiari e di stigmatizzazione sociale; anche questo aspetto rientra nel novero delle spesso maggiori difficoltà che la popolazione femminile è costretta ad affrontare nella nostra società, sia che si tratti di detenute o di donne libere.

L’altra realtà su cui l’autrice di “Pucundria” ci aiuta a riflettere è quella della violenza sulle donne; i dati diffusi dall’Istat, a questo proposito, sono eloquenti e descrivono numericamente una piaga sociale diffusa in Italia dove circa il 31,9% delle donne di età compresa fra 16 e 75 anni ha subito violenza fisica o sessuale. Risulta, poi, che oltre 120 donne vengono uccise ogni anno da partner o ex partner quali principali autori delle violenze. Le forme in cui queste ultime si presentano non sono solo fisiche, includendo anche lo stalking, i ricatti di natura economica e le pressioni psicologiche. Da considerare che, nella maggior parte dei casi, questa violenza avviene all’interno della coppia e/o della famiglia. “Purtroppo le donne non sono abbastanza unite”, aveva detto una volta Maria Rosaria Selo durante una conversazione tra amici sul tema della condizione femminile, ed evidentemente tale lacuna in termini di coesione contribuisce ad acuire gli svantaggi a danno di questa “metà del cielo”, per usare un’espressione attribuita a Mao Zedong che, ispirandosi a un proverbio cinese, valorizzava il valore paritario della donna.

Anche da noi ci si riempie la bocca di belle parole e si annunciano buone intenzioni, ma ciò che fa difetto è la pratica che vede ancora una volta disattesi i principi della nostra Costituzione. Per molti versi inattuata, essa sancisce il principio di parità tra i sessi a diversi livelli, agli articoli 3, 37, 51 e 117.

Diversi e di grande attualità, dunque, gli spunti di riflessione offertici dall’autrice di “Pucundria”. Scrittrice, sceneggiatrice, autrice di diversi romanzi e racconti – alcuni per Vinitaly e l’Unicef – e vincitrice di prestigiosi premi letterari, è di nuovo nelle librerie con “Fiori di vetro”, una raccolta di quattordici racconti divisa in tre atti e pubblicata quest’anno da Edizioni Vulcaniche, mentre l’uscita del suo prossimo libro è prevista per il 2027. Maria Rosaria Selo è anche in teatro come autrice e interprete sul palco di “Io e lei”, portato in scena insieme all’attrice Gabriella Vitiello lo scorso gennaio al Sancarluccio di Napoli dove sarà di nuovo in replica l’anno venturo, allorché sono previste ulteriori rappresentazioni. “Io e lei” è un racconto autobiografico offerto al pubblico con il dono dell’autoironia e in bilico fra il sorriso e il dramma, con il riferimento, in quest’ultimo caso, alle già menzionate sofferenze del mondo femminile alle prese con ruoli obbligati, socialmente e culturalmente prestabiliti, e con violenze da considerare problema di cui farci carico in un percorso comune nel quale la parte maschile si impegni a compiere un progresso di genere che ha dell’indispensabile. Pensiamoci!

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

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