Annalisa Senese con Antonio Vastarelli: “Figli cancellati. Storie di bambini che hanno conosciuto il carcere” (Giannini Editore, 2025), di Massimo Congiu

Testimonianze di infanzia negata o quanto meno vissuta in condizioni nelle quali le criticità e la precarietà nelle forme spesso più estreme sono la norma, il quotidiano. Routine che si svolgono in famiglie problematiche, a volte in bilico tra l’esempio di rettitudine della mamma o del papà e quello più discutibile del nonno, ad esempio, o sovente nell’assenza di riferimenti morali capaci di scongiurare prospettive di vita perduta. Cammini che procedono ai margini dell’esistenza. Sono le storie dei figli del carcere, vicende che si somigliano nella dimensione del dolore muto che non di rado sfocia in percorsi autodistruttivi. Non sempre, ma succede. 

Sono testimonianze dolenti ma preziose, Annalisa Senese ne racconta sei con otto protagonisti: Salvatore, Imma, Genny, Ciro, Enzo, Riccardo, Ambra e Anita. Le loro giovani storie sono narrate in Figli cancellati. Storie di bambini che hanno conosciuto il carcere (Giannini Editore, 2025, 76 pagine). Un libro denso scritto con uno stile diretto e sobrio in cui emerge il coinvolgimento empatico dell’autrice, la sua capacità di avvertire la sofferenza di queste vite ridotte all’osso, che quotidianamente presentano a chi le vive un conto salato da pagare indipendentemente dall’età. 

Sono storie di chi, già all’inizio del suo cammino fatto di ore, giorni, mesi, anni, acquista dimestichezza con la realtà della detenzione, appartiene a famiglie che entrano ed escono dalla galera, che sono affiliate a clan camorristici. Bambine e bambini  col marchio di chi, suo malgrado, proviene dalla parte sbagliata della società. Ed ecco l’imbarazzo che sprofonda nella voragine della vergogna, dello stigma sociale da portare addosso tutta la vita. Vergogna se i tuoi sono camorristi, vergogna se tuo padre o tua madre sono pentiti, gente infame che ha tradito e rinnegato il sistema. Bambine e bambini che in questo caso devono vivere lontano da casa loro, cambiare nome, abituarsi ad un’altra identità posticcia ma necessaria in un nuovo percorso di vita che continua a essere caratterizzato dall’assenza, dallo straniamento. 

Figli cancellati ci parla senza sconti, ma con umanità, di tutto questo, di giovanissime e giovanissimi che osservano il mondo attraverso il filtro del carcere, quel mondo di fuori che non comunica col buco nero chiamato prigione fatto di sbarre e di cancelli che ti si chiudono in faccia e ti impongono uno sguardo diverso sull’esistenza, a maggior ragione nel caso di chi si affaccia alla vita. Molto dipende dalla finestra che si ha a disposizione, dall’orizzonte visibile agli occhi.

Salvatore, Imma, Genny, Ciro, Enzo, Riccardo, Ambra e Anita ci consegnano le loro testimonianze e con esse ci invitano a riflettere su una dimensione, quella dei minori legati al carcere, che rappresenta un aspetto tra i più drammatici della realtà detentiva, ma che è oggetto di oblio, di rimozione sociale incoraggiati da certo populismo penale che rende i penitenziari discariche umane, luoghi di abbandono e disperazione. Per questo Figli cancellati è un’opera necessaria, che contribuisce a lottare contro l’indifferenza di chi preferisce ignorare nell’illusione di vivere meglio e più comodamente. Figli cancellati è un appello lanciato da Annalisa Senese, avvocata penalista, da tempo impegnata nella tutela dei diritti umani negli istituti di pena con particolare attenzione ai minori e alle donne. È stata presidente della Commissione Pari Opportunità della Camera Penale di Napoli e coordinatrice della Commissione Diritto Penale del Consiglio dell’Ordine di Napoli. L’autrice del libro ha inoltre svolto attività di formazione e sensibilizzazione su due piaghe che concorrono alle criticità dei nostri tempi: il bullismo e il cyberbullismo in ambito scolastico e associativo. Il volume presenta i contributi di Maria de Luzenberger Milnernsheim, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Napoli e autrice, in questo caso, di una prefazione che termina con l’invito a noi tutti di partire dall’ascolto di bambini e ragazzi perché questi non si sentano cancellati, e quello del giornalista Antonio Vastarelli che, nel suo intervento, spiega i motivi che gli hanno fatto scegliere di collaborare all’opera.

Con questa raccolta di brevi ma intense storie, Annalisa Senese fa un omaggio a tutte quelle bambine e bambini che ha incontrato e poi perso di vista e scrive: “Di tutti ricordo lo sguardo grato di quando gli parlavo come si parla ai bambini”.

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Ripensando a “Pucundria” di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero), di Massimo Congiu

Recensito per Il Randagio da Vincenzo Vacca il 19 marzo dell’anno scorso, “Pucundria”, di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero 2024, pp. 320), è una storia di resistenza e di riscatto che ha per protagoniste donne detenute nel carcere di Pozzuoli e una guardia carceraria con sua figlia. Il filo che le lega è la necessità di rinascita, di andare oltre i muri di celle anguste e di case che le tengono ugualmente prigioniere. Nella storia si dà voce a realtà che vanno socialmente affrontate, come quella della violenza sulle donne, da esse spesso vissuta come una vita di sopportazione, che si ripete di generazione in generazione, e quella della problematica carceraria. Entrambe sono un buco nero nella coscienza collettiva o proprio un vuoto di coscienza, e spesso divengono oggetto di rimozione.

Lo spunto alla base di quest’opera è costituito dal laboratorio di scrittura tenuto dall’autrice nell’istituto penitenziario di Pozzuoli che successivamente, a maggio del 2024, è stato sgomberato per i postumi delle forti scosse di terremoto verificatesi in quel periodo e che è tuttora chiuso. Le sue “ospiti” sono state trasferite in altre strutture, anche fuori regione.

Quella raccontata da Maria Rosaria Selo è una storia di donne accomunate da una necessità di svolta personale che condividono da alleate in un percorso comune di resistenza e rinascita. Scrive Vincenzo Vacca nella sua recensione che questo “romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente, ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste”. Ciò che di fatto avverrà, complice un profumo, un’essenza che sa di riconciliazione con la vita, di libertà, e qui conviene fermarsi; il resto viene affidato alla sensibilità delle lettrici e dei lettori e alla loro capacità di immedesimazione.

Detenzione femminile, si diceva, in riferimento alla suggestione dataci da Maria Rosaria; e qui ci addentriamo in uno spazio caratterizzato da numerose criticità. Nel nostro paese le donne ristrette rappresentano una porzione sensibilmente più piccola della popolazione carceraria considerata nel suo complesso, questo è vero, va comunque detto che i numeri che la riguardano mostrano un sia pur leggero aumento verificatosi negli ultimi anni. Come dato statistico, e in ogni caso di notevole interesse sociale, si aggiunga che la Campania è la seconda regione d’Italia per numero di detenute, seconda solo alla Lombardia. Fatta questa precisazione va sottolineato un aspetto di importanza centrale; ossia che la detenzione femminile nel Bel Paese, e non solo da noi, è caratterizzata da difficoltà peculiari che hanno a che vedere con la gestione della maternità in carcere e la scarsità di strutture adeguate a rispondere alle necessità delle ristrette in termini psicologici e sanitari.

Secondo studi approfonditi le detenute evidenziano un più alto livello di marginalità sociale rispetto agli uomini; risulta, inoltre, che la loro condizione presenta rischi maggiori di rottura dei legami familiari e di stigmatizzazione sociale; anche questo aspetto rientra nel novero delle spesso maggiori difficoltà che la popolazione femminile è costretta ad affrontare nella nostra società, sia che si tratti di detenute o di donne libere.

L’altra realtà su cui l’autrice di “Pucundria” ci aiuta a riflettere è quella della violenza sulle donne; i dati diffusi dall’Istat, a questo proposito, sono eloquenti e descrivono numericamente una piaga sociale diffusa in Italia dove circa il 31,9% delle donne di età compresa fra 16 e 75 anni ha subito violenza fisica o sessuale. Risulta, poi, che oltre 120 donne vengono uccise ogni anno da partner o ex partner quali principali autori delle violenze. Le forme in cui queste ultime si presentano non sono solo fisiche, includendo anche lo stalking, i ricatti di natura economica e le pressioni psicologiche. Da considerare che, nella maggior parte dei casi, questa violenza avviene all’interno della coppia e/o della famiglia. “Purtroppo le donne non sono abbastanza unite”, aveva detto una volta Maria Rosaria Selo durante una conversazione tra amici sul tema della condizione femminile, ed evidentemente tale lacuna in termini di coesione contribuisce ad acuire gli svantaggi a danno di questa “metà del cielo”, per usare un’espressione attribuita a Mao Zedong che, ispirandosi a un proverbio cinese, valorizzava il valore paritario della donna.

Anche da noi ci si riempie la bocca di belle parole e si annunciano buone intenzioni, ma ciò che fa difetto è la pratica che vede ancora una volta disattesi i principi della nostra Costituzione. Per molti versi inattuata, essa sancisce il principio di parità tra i sessi a diversi livelli, agli articoli 3, 37, 51 e 117.

Diversi e di grande attualità, dunque, gli spunti di riflessione offertici dall’autrice di “Pucundria”. Scrittrice, sceneggiatrice, autrice di diversi romanzi e racconti – alcuni per Vinitaly e l’Unicef – e vincitrice di prestigiosi premi letterari, è di nuovo nelle librerie con “Fiori di vetro”, una raccolta di quattordici racconti divisa in tre atti e pubblicata quest’anno da Edizioni Vulcaniche, mentre l’uscita del suo prossimo libro è prevista per il 2027. Maria Rosaria Selo è anche in teatro come autrice e interprete sul palco di “Io e lei”, portato in scena insieme all’attrice Gabriella Vitiello lo scorso gennaio al Sancarluccio di Napoli dove sarà di nuovo in replica l’anno venturo, allorché sono previste ulteriori rappresentazioni. “Io e lei” è un racconto autobiografico offerto al pubblico con il dono dell’autoironia e in bilico fra il sorriso e il dramma, con il riferimento, in quest’ultimo caso, alle già menzionate sofferenze del mondo femminile alle prese con ruoli obbligati, socialmente e culturalmente prestabiliti, e con violenze da considerare problema di cui farci carico in un percorso comune nel quale la parte maschile si impegni a compiere un progresso di genere che ha dell’indispensabile. Pensiamoci!

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Ilaria Salis:”Vipera” (Feltrinelli), di Massimo Congiu

Lo scorso ottobre la plenaria di Strasburgo ha confermato l’immunità parlamentare di Ilaria Salis. Il risultato del voto è stato la risposta negativa alla richiesta di revoca delle autorità ungheresi che avrebbero voluto il ritorno in carcere della eurodeputata di AVS (Alleanza Verdi Sinistra). Richiesta avente il chiaro sapore di un regolamento di conti evidentemente lasciati in sospeso, suo malgrado, dalla giustizia ungherese, che aveva tenuto Ilaria in carcere per quindici mesi di detenzione dura, di udienze che l’avevano vista comparire di fronte ai giudici con le catene ai polsi e alle caviglie. 

La storia di questa assurda detenzione preventiva, che è stata già di per sé stessa una condanna, è raccontata dalla protagonista in “Vipera” (Ilaria Salis, Feltrinelli, 2025, 224 pagine) ed è iniziata con l’arresto avvenuto a Budapest nel febbraio del 2023 e motivato dall’accusa di partecipazione al pestaggio di due militanti neonazisti intenti a rendere omaggio ai loro “eroi” nel “Giorno dell’Onore”. Una celebrazione, quest’ultima, che ogni anno si tiene a febbraio nella capitale ungherese per ricordare la “valorosa resistenza” dei militi nazisti tedeschi e dei loro alleati ungheresi durante l’assedio di Budapest svoltosi fra il dicembre del 1944 e il febbraio successivo.

Se il “Giorno dell’Onore” è tollerato dal governo di Viktor Orbán non altrettanto può dirsi delle manifestazioni antifasciste che dall’esecutivo danubiano e dai suoi sostenitori vengono considerate nient’altro che pericolose provocazioni di facinorosi e violenti.

Così Ilaria è finita nel mirino delle autorità giudiziarie di quel paese e ha dovuto subire una detenzione disumana lunga e inaccettabile, espressione di un sistema che considera le pene come strumenti esclusivamente punitivi e afflittivi, volti a piegare il ristretto e a privarlo della sua dignità. Da considerare che tutto ciò è avvenuto senza che vi fosse uno straccio di prova a sostegno dell’accusa rivolta all’autrice del libro. Accusa che parla di ferite gravi, addirittura potenzialmente mortali, in realtà guarite in sei-otto giorni. È l’inizio dell’incubo, dell’assurdo che diventa realtà e che viene narrato in sette capitoli densi, coinvolgenti, scritti in prima persona ma dedicati a chiunque subisca la privazione della libertà in maniera ingiusta o perché innocente o per condizioni di detenzione da considerare intollerabili: scarsa igiene, poca luce, sovraffollamento, privazione di diritti fondamentali. “Vipera” è quindi una voce che si leva per denunciare queste brutture che sovente caratterizzano la realtà carceraria, non solo quella ungherese, e che sottolinea lo stato di angoscia e il senso di abbandono diffusi fra i detenuti, con particolare valenza per quanti si ritrovano a scontare pene all’estero, senza poter contattare i propri cari, senza agevolazioni che in qualche modo superino le barriere linguistiche.

Il libro è anche il racconto di una vicenda che trasuda umanità, fatta di quotidianità dietro le sbarre, in poco spazio umido e poco illuminato da condividere con altre ristrette che hanno alle spalle storie pesanti. Donne finite nelle maglie di un sistema brutale cui si deve la trasformazione degli istituti di pena in discariche sociali e l’illusione dispensata all’opinione pubblica, alla gente, che c’è chi veglia sulla sua incolumità. È il refrain di certa retorica securitaria di cui abbiamo esempi chiari anche qui da noi che subiamo gli effetti di un’involuzione autoritaria degna di andare a braccetto col sistema di Viktor Orbán e, anzi, fiera di questo parallelismo.

“Vipera” è una storia di resistenza che descrive soprusi visti e subiti; l’autrice lo fa con un approccio privo, comunque, di livore; la sua denuncia è colma di voglia di giustizia, di lotta contro qualsiasi forma di potere che criminalizzi la povertà, tolleri o addirittura incoraggi l’emarginazione sociale e tenda a punire in modo “esemplare” i reati commessi da gente che ha perso la speranza non certo per distrazione o per recare noia ai cosiddetti benpensanti. Nella testimonianza di Ilaria Salis c’è il tunnel ma anche la luce in fondo, guadagnata dopo un percorso di sofferenza e angoscia sì, ma anche di speranza tenace, sorretta da ideali e amore per la vita.

Oggi l’autrice del libro si dedica ai problemi del carcere da eurodeputata, visita gli istituti di pena italiani, incontra i detenuti, denuncia le gravi carenze del nostro sistema penitenziario e, memore della sua esperienza, cerca di tenere alto il livello dell’attenzione sul caso di Maja T. Inspiegabilmente estradata dalla Germania, suo paese d’origine, Maja è ancora in carcere in Ungheria, accusata dello stesso reato, e rischia una pena sproporzionata a 24 anni di carcere. Non va lasciata sola.

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Loreta Minutilli: “Messaggeri cosmici” (Tlon), di Massimo Congiu

Raggi cosmici, onde gravitazionali, un universo in evoluzione; una storia appassionante raccontata da Messaggeri cosmici. L’universo, i suoi emissari e noi, di Loreta Minutilli, Edizioni TLON, 2025,  112 pagine. Una storia che viene da lontano e che è parallelamente anche quella del cammino della nostra conoscenza, della nostra capacità di osservare e interpretare ciò che ci circonda. Ciò che ci ha preceduto e che esiste da ben prima della nostra comparsa. Il cammino che abbiamo intrapreso ha per scopo l’ampliamento delle nostre consapevolezze; con esso cerchiamo di darci una collocazione nel creato. Ci proviamo da secoli di studi, di riflessioni a volte ostacolati da posizioni antiscientifiche e dogmatiche, quelle della Chiesa di un tempo, che sanzionava la messa in discussione di concezioni fissate dal credo religioso.

Il progresso del pensiero e gli interrogativi sul senso della nostra esistenza e sul nostro ruolo nell’universo sono però un dato di fatto. In altre parole l’uomo ha iniziato a interessarsi ai messaggi che il cosmo gli manda da distanze temporali difficili da immaginare, soprattutto per i non addetti, ma quelle che ci invia sono missive dense di significato, scritte in una lingua che sta a noi decifrare. I raggi cosmici sono così delle testimonianze di vita dell’universo, del suo passato, e contengono delle informazioni con le quali intuire  il suo futuro. Essi sono “il primo vagito degli atomi nati nello spazio interstellare”, aveva detto il fisico statunitense Robert Millikan, Premio Nobel per la fisica nel 1923 per i suoi studi sulla determinazione della carica elettrica dell’elettrone e sull’effetto fotoelettrico. Si tratta di una frase citata nel libro dove si descrive lo scontro di opinioni fra Millikan e altri scienziati sulla vera natura dei raggi cosmici. Il dibattito è proseguito e con esso gli studi che, scrive l’autrice, hanno portato alla nascita di “un nuovo ramo dell’Astrofisica – l’Astrofisica particellare […] – e un nuovo ramo della Fisica, la Fisica delle particelle”. Ma questo è solo uno dei possibili esempi.

L’opera è di argomento prettamente scientifico ma non le manca un approccio umanistico nel ripercorrere il progresso della nostra indagine del cosmo e nel porci la domanda se davvero l’universo non abbia niente a che fare con noi. In tre capitoli seguiti da un epilogo dal titolo invitante: “Almeno noi nell’universo”, Loreta Minutilli, che ha studiato Astrofisica a Bologna ed è autrice di altre opere, ci guida in un percorso narrativo in cui la storia delle grandi scoperte astronomiche interseca la sua personale esperienza, dagli anni del liceo a quelli dell’università. Concentrandosi sui raggi cosmici, sulle onde gravitazionali e su altri fenomeni cosmologici, ci invita a esplorare un universo in costante evoluzione all’interno del quale ci muoviamo anche noi nel tempo, e lo facciamo in modo cosciente soprattutto se mossi da una sete di sapere che ci porta alla ricerca di noi stessi. 

Massimo Congiu

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il ManifestoMicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

Massimo Recchioni, Giovanni Parrella, Paola Polselli: “Il bandito partigiano” (4Punte edizioni), di Massimo Congiu

Quella di Giuseppe Albano, detto il Gobbo del Quarticciolo, è una delle storie della Resistenza che ha sullo sfondo un paese da liberare dalla brutale tirannia nazifascista e il mondo delle borgate romane. 

Una vita breve ma intensa in un tempo terribile sì, ma anche di fermento e ribellione, una gioventù che brucia le tappe e si consuma tra le armi e i pericoli sempre in agguato. Questa l’avventura di Giuseppe Albano, partigiano coraggioso e pieno di foga ribellista. Una figura, la sua, che è stata considerata di esempio sul piano della sollevazione sociale contro i soprusi, contro le ingiustizie di ogni genere. Un modello per i diseredati, questo sì, ma la parabola ribelle di cui Albano è protagonista trova posto fra le storie resistenti ma finisce per sconfinare nel crimine. Albano, detto il Gobbo per via di una deformazione fisica che ne aveva reso inconfondibile l’aspetto, è un po’ eroe e un po’ bandito, un po’ difensore degli oppressi e oppressore a sua volta e vive in quella terra di mezzo e in un tempo che è al limite fra il lecito e l’illecito.

Attivo nelle borgate della periferia sud-est romana, il Gobbo appare indomito, vendicatore, spregiudicato, ma è anche il figlio di un mondo che conosce lo schiaffo della miseria, l’oltraggio della prevaricazione. Campione per molti, per altri individuo ambiguo di cui viene anche messa in dubbio la fedeltà alla causa più nobile della Resistenza, perderà la vita ancora ragazzo, alla maniera dei ribelli.

Questa storia vissuta tra luci e ombre, è raccontata da Massimo Recchioni, Giovanni Parrella e Paola Polselli, ne Il bandito partigiano. Vita e morte del Gobbo del Quarticciolo (4 Punte Edizioni, 155 pagine). Un volume pubblicato da una casa editrice attiva nella diffusione dei valori della Resistenza e aperta al confronto con la complessità. Quella di Giuseppe Albano è, appunto, una vicenda complessa, un’esperienza di vita al margine, forse di facile ma superficiale giudizio da parte dei benpensanti che magari vedrebbero nel personaggio solo il delinquente, all’inizio partecipe del movimento resistenziale ma solo per opportunismo. Corredato di fonti giornalistiche, riproduzioni di documenti e foto dell’epoca, completo di citazioni e testimonianze di alcuni discendenti di membri della banda del Gobbo, il libro ripercorre questa storia con un’ampia contestualizzazione storica cui sono dedicati i primi quattro capitoli. In essi si va dall’avvento del fascismo al dopoguerra, epoca di ricostruzione morale e materiale del paese e di realizzazione di una prospettiva democratica che allontanasse sempre più il ricordo del ventennio e della guerra. Lo spazio successivo è dedicato al racconto della vita del Gobbo e a riflessioni su questa parabola contraddittoria che si svolge in quella già citata terra di confine dove tutto si mescola e tutto è affidato al giudizio della Storia il cui compito non è tanto quello di separare i buoni dai cattivi ma di operare piuttosto un distinguo fra comprensione dei fatti e acritiche propensioni alla condanna sulla base di moralismi che non conoscono la contestualizzazione.

Questo non significa che partigiani e militi saloini siano da considerare sullo stesso piano per dedizione alla causa con l’unica differenza che gli uni combattevano per un ideale, gli altri per uno diverso. Questa equiparazione è da respingere nel modo più netto e deciso, così come sono da combattere i tentativi, da parte delle destre, di screditare la lotta partigiana attribuendole violenze gratuite, saccheggi e uccisioni avvenute, al di là delle azioni di guerra, come loro unico prodotto. Una storia come quella del Gobbo farebbe felici i revisionisti sempre pronti a gettare fango sulla Resistenza. Direbbero “ecco uno dei campioni della pretesa lotta per la liberazione, un bandito”. L’invito del libro è invece a tenere lontana la malafede, accettare il confronto con la complessità e farsi guidare dalla voglia di conoscenza. Abbiamo bisogno anche di questo. 

Massimo Congiu

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il ManifestoMicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.